La retorica cattolica della sofferenza e l’eutanasia come atto di pietà

Scherzando o no, spesso si nomina Jorge Bergoglio – papa Francesco – come possibile leader o ideologo della resurrezione della sinistra italiana, o in generale come un possibile attore politico.

Di certo hanno contribuito le sue condivisibili posizioni sui migranti e sull’ambiente. E sia beninteso che non si criticano qui le sue decisioni circa l’amministrazione del Vaticano e altre iniziative tese a rendere le cose più trasparenti.

Non è un caso se c’è grande attesa per la sua prossima enciclica, “Fratelli Tutti”, sebbene lo scrittore Giuseppe Genna abbia fornito uno spunto di riflessione importante: riuscirà il papa a segnare un punto sull’aspetto spirituale e della fede e non solo nel campo dei diritti umani? Insomma, riuscirà a fare quello per cui esiste e persiste la sua figura? E pensare che più di un vaticanista nostrano taccia Bergoglio di essere troppo spirituale.

In attesa di scoprirlo, dobbiamo annotare l’ennesimo punto basso raggiunto dall’ideologia e dalla dottrina cattolica nel danneggiare la vita delle persone.

Non basta la solita invadente presenza sotto le nostre lenzuola, come testimonia il battage di Avvenire (altro giornale apprezzatissimo a sinistra) contro la legge sull’omotransfobia; non bastano le terribili parole di un anno fa del papa sull’aborto; non basta la volontà di distruzione del sistema scolastico, con lo spostamento dell’asse sulle “scuole paritarie”, altro tema onnipresente sul giornale della Conferenza episcopale.

A centocinquant’anni dalla Breccia di Porta Pia l’Italia non si è ancora liberata dal «giogo pretesco», come fa giustamente notare Piergiorgio Odifreddi sulle colonne di Domani, citando a sua volta Benedetto Croce.

Il giogo pretesco del 2020 è quello di fornire uno strumento ideologico che giustifica obiezioni di coscienza e il peggioramento della qualità della vita per milioni di persone, sancendo l’ennesima divisione tra ricchi e poveri riguardo all’eutanasia.

Il Vaticano compie così l’ennesima prevaricazione alla libertà degli individui, danneggiandone la comunità e pubblicando la cosiddetta lettera del Samaritanus bonus di martedì 22 settembre.

Il tema principale della lettera può essere riconosciuto nella parola “sofferenza”, che compare nel testo ben 39 volte. Non c’è una sola occasione in cui la parola sia usata in termini realistici. Lasciare il malato in uno stato acuto di sofferenza, soprattutto nelle fasi terminali della vita, è il più grande segno della mancanza di compassione tra umani.

Per la Congregazione per la Dottrina della fede la sofferenza è la chiave di volta della fede cattolica. Sembra il paradosso di madre Teresa contro il quale si è battuto per anni il giornalista inglese Christopher Hitchens, alfiere dell’ateismo contro ogni aspetto umiliante delle credenze religiose, in un’inchiesta molto lucida dal titolo dissacrante (“La posizione della missionaria”).

Il grande insegnamento della sofferenza, il “dono” del dolore, è impartito quasi sempre da chi sta bene a chi sta peggio. La questione di fondo è la stessa: si lascia soffrire chi non ha altra scelta. In genere, i più poveri.

In Italia ciò accade perché si impedisce al legislatore di fare il suo dovere, nell’ottica della pietà e non in quella della sublimazione della sofferenza.

A provare a mettere un freno a questo orgasmo per Comunione e Liberazione (organizzazione fin troppo presente nei nostri ospedali) esiste il gruppo d’interesse dell’associazione “Luca Coscioni”, rappresentata da Marco Cappato, che ha saputo rispondere agli aspetti più inquietanti della lettera, non quelli ideologici e di propaganda, ma quelli in cui il Vaticano tenta di invadere la Camera.

“Con le loro parole, la Congregazione e il papa, favoriscono l’aggravarsi delle azioni -quelle sì criminali- che sono concretamente perpetrate ai danni di malati terminali costretti a scegliere tra la violenza di una condizione di sofferenza nella quale non vorrebbero vivere e i rischi dell’eutanasia clandestina”.

Al buon senso e alla laicità dello stato non sembra credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha nominato l’arcivescovo Vincenzo Paglia a presiedere la “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”. «Un obbrobrio» secondo Paolo Flores d’Arcais su Micromega.

*La foto della Pietà di Michelangelo è di Grant Whitty su Unsplash

L’articolo è un mio editoriale sulla rivista di divulgazione scientifica Sinapsimag.it.

Il Patto Ue sull’immigrazione

Per qualche giorno, dopo il discorso sullo stato dell’Unione da parte di Ursula von der Leyen, abbiamo sperato davvero che le cose cambiassero.

L’Unione Europea, invece, delude ancora una volta sulla governance delle politiche migratorie.

Eppure, a differenza di molti demagoghi italiani, la questione è stata ben compresa e analizzata. Consideriamo le parole di Ylva Johansson, commissaria agli Affari Interni: «La migrazione è sempre stata e sempre sarà parte delle nostre società. Quello che proponiamo è una politica a lungo termine che possa tradurre i valori europei in una gestione pratica. Questo significherà una migrazione europea chiara e giusta».

Alla faccia di chi blatera di invasioni e di emergenze, insomma. Le novità, però, finiscono qui. Perché di fatto le trecento pagine del nuovo Patto sulla migrazione non risolvono molto, rivolgendosi soprattutto ai salvataggi in mare, cioè al 20 per cento degli arrivi di migranti, dato che il restante 80 per cento arriva sulle nostre coste in modo autonomo.

Resta preponderante il ruolo del paese “di primo approdo”, come sancito dal Regolamento di Dublino. Il nocciolo del problema non è sciolto, ma corretto senza obbligatorietà particolari per gli stati membri, che di conseguenza continueranno a fare quello che meglio credono.

Julielle, o del dualismo della creatività

Giulia Migliore, in arte Julielle, leccese classe 1994, sta compiendo un viaggio artistico e personale di grande profondità ed è bene restare aggiornati. L’ha capito la BMG, che l’ha voluta come autrice nel suo team.

Quando Salento Review sarà in edicola, sarà uscito anche il nuovo singolo, Double hour, possibile manifesto del dualismo che anima la sua creatività. Un lavoro perfezionato durante il lockdown, tra le sessioni alla tastiera e le sedute di reiki, la pratica giapponese della sintesi delle dualità: «Il periodo di quarantena non è stato un meteorite, per le mie abitudini. Mi preoccupava di più il lato artistico, perché avevo paura di non riuscire a scrivere nulla. Invece in poche settimane ho abbozzato il nuovo lavoro, che sarà un altro ep, o forse proprio un album intero, che comprenderà anche i brani di (a)Cross. E Double hour si può definire tutto un mio trip sulla “doppia ora”,  quando le lancette si sfiorano per una volta ogni sessanta minuti, ma non si toccano. È la prima canzone che ho scritto pensando a qualcuno. Forse vuol dire questo scendere a patti con sé stessi e capire che le parole, dopotutto, possono essere reali, come le persone a cui vorresti dirle (forse)».  

(a)Cross è stato prodotto da La Rivolta Records di Paolo Del Vitto. Un incontro avvenuto «per caso, non sono mai stata brava a promuovere me stessa. Non sono molto eccentrica, non sono mai stata la bambina che cantava usando la spazzola e saltellando allo specchio. La mia voce ha lottato contro di me per uscire. Da quando ho conosciuto Rivolta è diventato tutto reale, la mia vita è cambiata, mi ha dato la libertà di poter pensare alla musica come un lavoro. Mi ha aiutato a capire cosa significa avere dedizione e obiettivi. Non è facile lavorare con me, ho un caratteraccio, ed è bello avere qualcuno su cui contare sempre».

Già, l’amore per la musica: «Da piccola sentivo l’esigenza di suonare e quando avevo 8 anni ho cominciato a prendere lezioni.  Adesso, quando scrivo e compongo, lo faccio senza una vera coscienza, so che devo mettere “rec” sullo smartphone, vado alla tastiera e viene fuori un brano. Quando mi convince posso passarlo a Lorenzo Nadalini (GodBlessComputers), che produce le canzoni sorprendendomi sempre per la pazienza, la professionalità, la genialità nei suoi tocchi minimal. E anche con gli Inude proseguiremo la collaborazione perché sono persone adorabili e artisti notevoli».

C’erano i rave clandestini degli anni duemiladieci tra Lecce e Bari – «le nostre Woodstock»  – e ci sono gli ascolti che la emozionano: «Soprattutto Christian Lӧffler, della scena elettronica tedesca, perché tutto quello che compone si congiunge perfettamente ad ogni mio stato emotivo. Nella scena italiana ho scoperto di recente Vipra (Giovanni Cerrati) ex voce dei Sxrrxwland. Grazie a lui, per la prima volta, non ho fatto alcuna fatica ad ascoltare e ad amare un genere che prima non consideravo molto. Se Lӧffler riesce a descrivere la mia emotività, Vipra dà voce alle mie giornate con semplicità, naturalezza e dolcezza nell’uso dell’italiano come nessuno ha mai fatto».

In (a)Cross tutto si traduce in una specie di nuvola lisergica elettropop, onirica ed eterea. Julielle descrive l’intero lavoro come un’esperienza di sacralità laica: «Non sono credente, ma sono molto affascinata dal e da ciò che è sacro, in particolare nel cristianesimo, dove convivono spiritualità e carnalità. Il senso dell’ep e della mia esperienza finora è che la musica sia croce e delizia. Posso dire che essa mi attraversa, ma non mi appartiene. È quello che Jacques Lacan ha espresso in uno dei più bei concetti al mondo, definendo la parola “jouissance”, che potremmo tradurre con “godimento”. Secondo questo concetto, chi può dirsi davvero padrone del proprio corpo e delle proprie emozioni? Un altro concetto per cui ho scelto di chiamare (a)Cross questo lavoro è perché sono legata, in senso laico, al simbolo della croce».

(a)Cross è un ciclo che va dal senso di vittoria a quello di resa, non senza speranza. Julielle lo racconta così: «In (a)Cross, ogni traccia ha i suoi colori e le sue immagini. Toys è stata tradotta da una poesia che dedicai ai miei genitori, è il mio canto di liberazione dopo una lotta con me stessa, cantando “I shot the sheriff, he stole my toys” io sono sia lo sceriffo che la bambina con i suoi giocattoli. Voices credo sia la più straziante,  ma vale lo stesso senso di lotta con la mia parte più autodistruttiva. Ether è una ninnananna, l’ho scritta quando una mia amica mi disse di aspettare un figlio. Mi sono chiesta cosa potessi dire a un bambino per dargli il benvenuto in questo mondo così arido, complesso e cattivo. Ho risposto con l’immagine dei serpenti, di cui ho paura e che sono sempre stati presenti in tutto ciò che scrivo, “but look those eyes, they don’t look so bad” guarda quegli occhi, non sembrano, poi, così cattivi. Bisogna sempre cercare di vedere la bellezza nelle cose, anche nelle paure.  Survivors è un inno alla forza e alla fiducia. Aliens&Flowers per me è una fotografia di un letto al mattino, e la notte la fotografia è completamente diversa, “sing me to sleep tonight”e “I see flowers in your eyes, I see aliens in my bed” è la presenza assente e l’assenza presente di qualcuno che forse non ho mai amato, ancora. Mi piace scrivere le canzoni come lettere mai spedite a qualcuno che immagino solamente».

Tra (a)Cross e Double hour cos’è accaduto? «Ho collaborato come autrice con grandi professionisti, come Dani Faiv e Jake La Furia, insieme ad Andrea Simoniello (Kanesh), un mio caro amico, e ne sono molto felice, perché la scena rap italiana mi ha sempre appassionata. In uno dei miei momenti più intensi, l’apertura al concerto degli Editors e dei Cigarettes After Sex, al Medimex 2019 di Taranto, oltre all’adrenalina e alle endorfine che mi dà ogni concerto, credo di aver trasmesso la passione per quello che faccio anche ai miei parenti più cari. E ho capito soprattutto cosa non mi piace: dire no alle esperienze».

* Pubblicato su Salento Review, estate 2020

La geografia emotiva di chi ha scelto il Salento

I nuovi salentini è il titolo dell’ultimo libro della giornalista Giorgia Salicandro, edito da Tau per la collana Testimonianze e Esperienze delle Migrazioni, curata dalla Fondazione Migrantes.

Il testo raccoglie alcune delle più significative esperienze raccolte da Salicandro per Il Nuovo Quotidiano di Puglia, con l’aggiunta degli ultimi tre capitoli, inediti. Le esperienze raccontate raccolgono un arco temporale tra il 2016 e il 2019. Il lavoro trova più che degne firme di corredo: la presentazione di Giovanni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes, la prefazione di Leonardo Palmisano,scrittore e attivista, la postfazione della scrittrice Igiaba Scego.

Abbiamo parlato con l’autrice partendo da un concetto interessante che lei dichiara subito nella sua introduzione: «Io non ho mai voluto lasciare il Salento». Una dichiarazione di attaccamento e di amore che sta alla base della curiosità e della volontà d’indagare i perché dei “nuovi” salentini, cioè di tutte le persone che scelgono di vivere nell’estremo lembo di a Sudest d’Italia, tra integrazione e idee di futuro. Un dialogo dal quale potremmo uscire tutti più ricchi.

Giorgia Salicandro con la copertina del suo libro I nuovi salentini

Se dovessi descrivere un’istantanea del Salento riguardo il livello di multiculturalismo, quali concetti useresti? Quali credi che siano i punti di forza del territorio nell’aver “acquisito” questi nuovi cittadini? E quali le criticità?

«Non sono brava con i concetti, per questa “istantanea” vorrei partire piuttosto da tre luoghi a mio avviso rappresentativi. Il primo è contrada Spigolizzi a Salve, nel Capo di Leuca. Qui negli anni Settanta approdarono Norman Mommens e Patience Gray, artista fiammingo lui, scrittrice inglese lei, i quali fecero di una masseria abbandonata una casa d’arte e di cultura che aprì questo periferico lembo di terra a un circuito da tutta Europa. Un luogo esemplare dell’apporto dato al Salento dalla piccola ma significativa comunità di artisti e intellettuali che ha saputo riconoscere la poesia lenta del territorio prima degli stessi salentini, contribuendo a rilanciare l’immagine delle masserie e dei centri storici. Il secondo luogo è un campo di angurie nelle campagne di Nardò, con centinaia di lavoratori provenienti dall’Africa, giovani, giovanissimi e meno giovani, schiene spezzate e, spesso, un giaciglio sporco e inadeguato a ristorare la stanchezza. Questi lavoratori sostengono ogni giorno una parte non marginale della nostra economia, e tuttavia qui come altrove non hanno diritti né visibilità, vivono segregati ai margini della società e non sono messi nelle condizioni di poter arricchire il territorio con la loro esperienza culturale oltre che le loro braccia. L’ultima immagine allarga l’inquadratura a paesi e cittadine, si eleva su case, negozi, scuole come captata da un drone in volo: vediamo domestici, macellai, insegnanti madrelingua, ristoratori, la moltitudine dei nuovi salentini “di mezzo”. Il loro contributo è evidente, anche se spesso è proprio questa la categoria meno rappresentata, perché si tende a privilegiare ciò che “fa notizia”, il vip straniero di turno o i drammi più cupi».

Al di là del Salento del sole, del mare, del turismo e delle masserie, ci sono maree di lavoratori invisibili: cosa si può fare per accendere un faro sulle loro condizioni di vita?

«Ci sono diversi livelli di discorso. Uno è politico: da cittadini, pretendere leggi e pratiche che tutelino i lavoratori più vulnerabili, tenendo anche a mente che il misconoscimento dei diritti di ogni minoranza significa, alla lunga, un arretramento dei diritti di tutti. Con le misure per l’emersione dal lavoro nero e la regolarizzazione dei migranti contenute nel decreto Rilancio io trovo che non si sia fatto un grande passo avanti nei confronti dei lavoratori. È stata prorogata la scadenza del permesso di soggiorno di sei mesi: il tempo necessario per la raccolta. Sì certo è qualcosa, è decisamente meglio di niente, ma non credo affatto sia abbastanza. Più che la loro dignità, mi sembra che l’oggetto sia la nostra convenienza. Oltre alla politica, c’è poi una dimensione fondamentale che non dovremmo dimenticare, e lo dico senza retorica: è quella informale, delle relazioni umane, delle relazioni “di vicinato”. È successo con gli albanesi negli anni Novanta: quando abbiamo avuto voglia di chiedere a chi veniva dal mare il suo nome e cognome, di raccontarci la sua storia, si sono strette solide amicizie e rapporti virtuosi di crescita umana, sociale, anche economica».

Com’è stato conoscere il popolo di lavoratori notturni che anima la vita del Salento? E che cosa, invece, ti ha colpito di più in questo lavoro di conoscenza di un aspetto del tessuto sociale di questo territorio?

«I lavoratori della notte sono le “Giovanna D’Arco” del sistema. Pensiamo ai market notturni, pensiamo alle assistenti agli anziani, soprattutto donne, madri che hanno lasciato le proprie famiglie in patria, e che spesso dopo anni di lavoro sfiancante sviluppano la tipica forma di depressione chiamata appunto “sindrome Italia” o “sindrome della badante”. Una delle mie interlocutrici mi ha raccontato la sua vita quotidiana alle prese con questi nonnini salentini che i figli vedevano solo per le feste, e dei suoi due figli diventati adulti da soli. Alla fine della nostra intervista mi ha detto “spero tanto che da vecchia i miei ragazzi si prenderanno cura di me”, e il suo volto era carico di domande, di conti aperti con la vita. Parlando della notte, a volte si cade nell’errore di richiamare il degrado, la prostituzione in schiavitù, lo spaccio come prime e uniche immagini. Ma questi drammi sono del tutto parziali rispetto all’interezza del tessuto sociale e produttivo a cui ci riferiamo. I lavoratori della notte con cui sono entrata a contatto io sono persone comuni, spesso mamme e papà di famiglia, che lavorano sodo, e che io davvero ammiro molto. Un piccolo universo fatto anche di storie ed esperienze divertenti, di ballerini professionisti che illuminano le discoteche con i loro passi provenienti dal mondo, di gestori di chioschi che con i clienti scherzano in un dialetto filologicamente ineccepibile».

Trovi ci siano differenze nel livello di entusiasmo e appagamento dei “nuovi “ salentini più giovani rispetto ai “nuovi” che vengono qui in età avanzata? E in generale quale credi che sia, se c’è, un punto da mettere in risalto, se non è quello dell’età?

«In realtà, l’età anagrafica è quasi sempre collegata al luogo di provenienza, e questo a sua volta alle motivazioni del viaggio. I “nuovi” che arrivano qui in età matura di solito sono partiti dai Paesi del Nord Europa o del Nord America, sono artisti, designer, stilisti, imprenditori che possono permettersi di scegliere il proprio luogo di lavoro, e il Salento è per loro un’oasi di ispirazione. Oppure sono pensionati che qui trovano il loro “buen retiro”: facoltosi, benestanti, ma anche comuni ex professionisti che nelle loro metropoli sarebbero strozzati dagli affitti e qui godono di un costo della vita molto più basso. È questa la grande differenza con i giovani, che arrivano in cerca di lavoro e provengono molto spesso da Paesi economicamente più svantaggiati – a parte alcune categorie di professionisti, come gli esperti linguistici. Chiaramente, per gli “anziani” il Salento è un paradiso esotico, anche se non mancano intellettuali e attivisti che ne sottolineano le criticità, ne difendono il paesaggio con lo spirito partecipe dei “cittadini adottivi”. Per i giovani il quadro è più variegato ed è difficile sintetizzarne il punto di vista, che andrebbe rintracciato piuttosto nelle singole esperienze».

Che idea ti sei fatta dei fedeli musulmani presenti sul territorio? Credi ci siano punti di dialogo e cooperazione per migliorare la convivenza sociale?

«In questo momento nel Salento abbiamo la fortuna – tutti, musulmani e non – di avere come imam della comunità islamica di Lecce Saifeddine Maaroufi, medico, mediatore interculturale, un uomo colto e illuminato che ha dato un grande impulso al dialogo e alla convivenza pacifica tra le persone. È sua, ad esempio, l’idea della prima Giornata del dialogo interreligioso, a cui hanno aderito anche i rappresentanti delle altre religioni. Ma quest’opera di integrazione è rivolta anche agli stessi fedeli dell’Islam. Nella Moschea di via Tempesta, per fare un esempio, la funzione del venerdì è sempre condotta in italiano – a parte la recitazione dei passi sacri – la “lingua franca” dei fedeli che arrivano dal Senegal così come dal Pakistan, dal Nord Africa o dai Balcani. Una lingua “trasparente” per tutti, italiani compresi. Io stessa, nel condurre le mie ricerche per questo libro, non ho mai trovato una porta chiusa, e quando sono entrata nella Moschea sono stata accolta con garbo dalle signore che pregavano nella saletta riservata alle donne. Vedendomi un po’ impacciata mi hanno anche suggerito, affettuosamente, i gesti da compiere durante la funzione. Tuttavia credo che un clima di serenità, anche religiosa, non dipenda solo da ciò che accade in una moschea, quanto dal grado di benessere diffuso in una comunità, e dalla percezione di avere una possibilità. Ecco, penso che in generale nel Salento questo clima ci sia, vuoi perché i numeri di chi si stabilisce qui non sono quelli difficili di Roma o Milano, vuoi perché i salentini sono persone accoglienti e calde e non sono mai state ottusamente chiuse agli altri».

Le lacrime di Bellanova non lavano le nostre coscienze sull’immigrazione

Le lacrime della ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, lavano bene la coscienza di un’Italia che ha messo solo una pezza temporanea a una situazione vergognosa e tornerà presto a sprofondare nei suoi soliti problemi riguardo alle politiche migratorie.

Perché? Sebbene il lavoro del governo sulla regolarizzazione  e l’emersione del lavoro nero sia uno dei migliori momenti della legislatura, realizzato peraltro in contrasto con le opinioni dei “soci di maggioranza” dell’esecutivo, vedi Vito Crimi e i Cinquestelle, il nocciolo della questione sta proprio nella frase che ha suscitato la commozione nella ministra che la pronunciava:  «gli invisibili saranno meno invisibili». Tradotto: gli immigrati in Italia restano braccia e non persone, e soltanto, a quanto sembra, se si tratta di agricoltori, colf, badanti, baby-sitter. Che non diventeranno cittadini e cittadine, con i diritti che ne conseguirebbero, e che potranno godere temporaneamente di alcuni di questi diritti solo se sono impiegati o se sono in cerca di lavoro, per un tempo limitato dai tre ai sei mesi.

Che succede quando i “riflettori” della regolarizzazione e della sanatoria sono spenti? I migranti non avrebbero titolo per restare sul territorio nazionale. Ma ci rimangono, perché dove altro potrebbero andare? E perché comunque le risorse e la filiera per mandarli altrove è inceppata tanto per ragioni economiche, logistiche e politiche interne che per motivi esterni.

Quella che resta sempre ben visibile e chiarissima è la propaganda. Basti considerare le parole di Salvini e Meloni, che non presentano nemmeno un minuto di rispetto per le lacrime di Bellanova, da campioni del benaltrismo quali essi sono. Si regolarizzano (temporaneamente) circa duecentomila migranti, ma le famiglie italiane continuano a piangere. Argomento discutibilissimo, dato che le misure economiche, e persino quelle sociali, prendono in considerazione gli italiani solo in quanto parte di nuclei famigliari, a quanto sembra.

È chiaro che in tale contesto questa sanatoria striminzita è accolta trionfalmente, ma solo se i limiti sono quelli del sovranismo ottuso. Altrettanto si dovrebbe dire di fronte alle critiche dei liberisti di Forza Italia, come si capisce dal commento eloquente della capogruppo alla Camera, Mariastella Gelmini, che si oppone «a mini o maxi sanatorie, a tempo determinato o indeterminato per i migranti. L’agricoltura non si aiuta con la regolarizzazione degli stranieri, ma con i voucher, con contratti flessibili, con risorse a fondo perduto per le aziende in difficoltà».

Insomma, non è un problema di diritti e di persone, ma solo e sempre un problema economico, anche in mezzo alla tragedia. Soprattutto in mezzo alla tragedia.

*Pubblicato da Daily Muslim

Nessun posto è sicuro per gli ultimi in Italia

«Salvare le vite nel Mediterraneo è un obbligo morale. Non è accettabile la strumentalizzazione di chi cavalca la paura per prendere qualche voto in più». Lo diceva Roberto Speranza, aprile 2017. Oggi, nelle vesti di ministro della Salute, ammanta della condizione di “necessario” il decreto che trasforma l’Italia in porto non sicuro per via della pandemia. Sembra sia questione di ore, ma il decreto non è ancora ufficiale e magari si nutre la …speranza…che un raggio di lucidità illumini la mente del ministro e degli altri firmatari. Anzitutto perché in Italia abbiamo un problema serio di gestione delle politiche migratorie. Le trattiamo come “emergenze” quando sono fatti strutturati. Le trattiamo come mero argomento di consenso politico, al punto che come si vede, non c’è bisogno di avere Salvini al governo per ottenere risposte sbagliate in questo campo.

E questo provvedimento è sbagliato e controverso: anzitutto perché è il solito specchietto per le allodole. Almeno per la forma con la quale il decreto è circolato, Non mette fine agli sbarchi, semplicemente impedisce alle navi straniere che operano fuori dalla zona di competenza italiana di approdare nei porti nazionali.

Non mette fine agli sbarchi, perché restano comunque i presidi di competenza italiana.

Non mette fine agli sbarchi, perché rende ancora più disperati i tentativi di approdo delle carrette del mare, aumentando dunque la possibilità di arrivi clandestini piuttosto che in sicurezza, come le navi delle ong avrebbero potuto garantire.

A proposito, come si impediranno gli approdi clandestini? Con i respingimenti, si presume, che tecnicamente sarebbero vietati. Di nuovo, in una situazione di pandemia, porremo i servitori dello Stato nella condizione di dover cacciare verso un destino ignoto frotte di disperati.

Non ha senso neanche pensare che siano le ong il vero obiettivo del decreto: nel Mediterraneo, proprio a causa della pandemia, è rimasta solo la tedesca Alan Kurdi a fare da baluardo di umanità. Sembra sin troppo semplice concludere che sia il consenso, il vero obiettivo. Una forma di tampone antipanico in mancanza dei tamponi antivirus.

È questo, ma non è solo questo: immaginate un momento in cui l’Europa intera, e magari tutti i paesi che affacciano sul Mediterraneo, cominciano a collaborare spinti da un senso di fratellanza e contribuiscono alla creazione di corridoi sanitari, al massimo di hotspot in mare per il monitoraggio dei migranti, la gestione umana dei sani e il trasporto in sicurezza dei malati verso le strutture sanitarie adibite. Sarebbe il minimo e le spinte perché questo si realizzi ci sono e non hanno abbastanza voce. Quello che ci consegna la realtà è un puzzle di decisioni differenti e autonome, senza neanche un accenno di dialogo.

Il consenso. Pensate che tutto questo non ci tocchi? Che i migranti in mare siano una parte sfortunata della storia sulla quale non possiamo concentrarci? Che il rumore della nostra disperazione vada ascoltato per primo, vero? Ecco, quella disperazione è la leva sulla quale le lobbies industriali di questo paese stanno spingendo per fare in modo che la produzione riprenda in piena emergenza. Oggi i giornali degli industriali sono ricchi di titoli che ci rassicurano su come sia necessario che l’Italia riparta. Dal Nord. Che è sotto il mirino. Di come sia pacifico che le misure di sicurezza e di protezione individuale saranno rispettate per tutti i venerati operai. Chiudiamo un occhio sul fatto che dopo due mesi di emergenza, determinati dispositivi non siano ancora sufficienti nemmeno per i medici in prima linea. Agli industriali fanno eco i proprietari che fanno presente come a breve cominceranno a scarseggiare la frutta e la verdura perché nessuno le raccoglie. E chi dovrebbe raccoglierle? Ma gli immigrati, e una quota di disperati italiani. Bisogna autorizzarli con provvedimenti “straordinari” perché questa è un’ “emergenza”, oppure tutti continueranno come si è fatto finora, infischiandosene dei diritti e permettendo lo sfruttamento di gente poverissima, che si accampa nei ghetti dove ahivoglia a rispettare il distanziamento fisico e le norme di contenimento del contagio. Ovviamente provvedimento straordinario non fa rima con regolarizzazione. Non siamo mica il Portogallo, non pensiamo mica che dare diritti di cittadinanza agli immigrati possa salvare tutti dal contagio, dalla paura, dalla disperazione. No. Perché tutto è lontano da noi, non ci tocca, finché non ci tossisce sul muso.

*Pubblicato da Daily Muslim

Gli uiguri perseguitati anche sotto la pandemia

Un’intervista esclusiva a Zumretay Arkin, Program & Advocacy manager del World Uyghur Congress, sulle condizioni di vita degli uiguri sotto la pandemia di Covid-19 in Cina.

È possibile descrivere la vita degli uiguri in esilio? Com’è la vita da espatriati? Di cosa hanno bisogno e desiderio?

Anche gli uiguri della diaspora devono affrontare delle sfide. Dai campi di internamento nel 2017, gli uiguri della diaspora hanno perso i contatti con i loro parenti nel Turkistan orientale, e molti di loro hanno persino perso i parenti nei campi di internamento. Ciò ha portato ad un aumento dell’attivismo nella diaspora, per cercare di liberare i loro parenti dai campi. Ma la risposta cinese è stata più dura, e tutti gli uiguri della diaspora che si battono per i diritti umani degli Uyghur devono affrontare rappresaglie dalla Cina nei rispettivi paesi. Molti importanti attivisti uiguri sono stati molestati dalle autorità cinesi, all’interno delle Nazioni Unite, o di altre istituzioni internazionali, impedendo loro di partecipare a riunioni internazionali, o conferenze per sollevare la questione uigura.

Da tutte le rappresaglie e l’incapacità di contattare i parenti a casa, tutti soffrono di ansia e vivono nella paura o lo stress.

Gli uiguri della diaspora vogliono la libertà, il rispetto dei loro diritti umani, la dignità, e il diritto di tornare e ricongiungersi con la famiglia e la loro patria.

Vogliono anche protezione dai loro governi locali quando si tratta di rappresaglie, e il lungo braccio della Cina.

Com’è la vita degli uiguri sotto la pandemia di Covid-19 in Cina?

Questo mese la WUC ha ricevuto notizie credibili dal Turkistan orientale secondo cui molte famiglie soffrono la fame a causa della carenza di cibo. Gli uiguri sono costretti a rimanere al chiuso a causa del tentativo delle autorità cinesi di impedire la diffusione di Covid-19, ma non hanno ricevuto cibo o altre forniture necessarie. Non è chiaro se le misure di quarantena nella regione siano state allentate e, in caso affermativo, in quale misura. Queste politiche discriminatorie rendono la vita difficile alle famiglie uigure che sono ora presenti in quasi ogni aspetto della loro vita. Ci sono stati numerosi casi di uiguri che sono morti per negligenza medica o in altre circostanze sospette nei campi o poco dopo essere stati rilasciati, sollevando gravi preoccupazioni circa l’accesso all’assistenza sanitaria per gli uiguri.

La Cina considera tutte le informazioni relative all’epidemia di Covid-19 nel Turkistan orientale come un segreto di Stato, il che rende molto difficile avere accesso a qualsiasi informazione credibile. Da testimonianze di ex detenuti e documenti ufficiali trapelati, sappiamo che i detenuti sono detenuti in stanze molto povere e sovraffollate, dove sono sottoposti a torture fisiche e psicologiche. Nei campi i detenuti non hanno accesso a cure mediche adeguate. Pertanto, i circa 1-3 milioni di uiguri ancora detenuti nei campi di internamento dal governo cinese sono particolarmente a rischio se il virus non è contenuto. Nel Turkistan orientale il numero totale di casi infetti è rimasto incertamente costante a 76 casi, 3 morti e 73 recuperi, per più di un mese. Data la rapida diffusione del virus e l’insufficienza delle forniture mediche in questa regione, è probabile che queste cifre non siano vere. Siamo molto preoccupati che il numero di casi infetti sia molto più elevato e che il virus si sia già diffuso nei campi.

Ci sono state anche numerose e credibili segnalazioni di carenze alimentari nella regione, a causa delle misure di quarantena del governo cinese. I rapporti indicano che gli uiguri non sono stati informati in anticipo delle misure di quarantena e non sono stati autorizzati a lasciare le loro case. Inoltre, le autorità cinesi non hanno fornito loro cibo, causando una diffusa carenza di cibo. Non è chiaro se ciò sia stato migliorato dopo l’apparente allentamento delle misure di quarantena.

Secondo Radio Free Asia, gli operatori sanitari uiguri del Turkestan orientale sono costretti a vivere in alberghi nella città di Ghulja istituiti come centri di quarantena per trattare pazienti infetti da COVID-19. Solo gli uiguri etnici sono stati mandati a lavorare in questi centri e non sono stati autorizzati a tornare a casa. Questo mette in dubbio le affermazioni delle autorità cinesi che hanno affermato che non ci sono nuovi casi COVID-19 nel Turkistan orientale. Le autorità cinesi hanno trattato il numero di pazienti in quarantena in questi alberghi e quanti operatori sanitari erano sul posto come segreto di Stato.

Il 1º marzo, l’Australian Strategic Policy Institute, ASPI, ha pubblicato il suo rapporto sul lavoro forzato e le pratiche abusive di trasferimento dei detenuti nei campi nelle principali fabbriche in tutta la Cina. Questo rapporto stima che più di 80.000 uiguri sono stati trasferiti in fabbriche al di fuori del Turkistan orientale tra il 2017 e il 2019 attraverso programmi di trasferimento del lavoro secondo una politica governativa nota come «’Xinjiang Aid’. Rapporti credibili hanno indicato che molti uiguri sono stati inviati in strutture di lavoro forzato nella provincia di Hubei, l’epicentro del virus, per lavorare nelle fabbriche come il resto della provincia è stato costretto a serrata. L’uso del lavoro forzato uiguro e il trasferimento di massa dei detenuti uiguri dai campi di internamento durante questa pandemia ha messo a rischio migliaia di vite innocenti.

Il governo cinese fornisce alle persone uigure lo stesso sostegno, gli stessi diritti, gli stessi trattamenti degli altri cittadini?

No. Gli uiguri hanno sofferto per decenni di discriminazioni sponsorizzate dallo Stato in termini di restrizioni alla libertà religiosa, diritti linguistici, diritti culturali e libertà di movimento. Abbiamo assistito all’introduzione e all’attuazione di leggi draconiane che colpiscono direttamente gli uiguri e il loro stile di vita, apparentemente in nome della sicurezza e della protezione contro le minacce terroristiche. La legge antiterrorismo cinese è entrata in vigore il 1º gennaio 2016 e ha già portato a abusi senza precedenti. La sua redazione è stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale per il suo linguaggio eccessivamente ampio e vago.

Piuttosto che esaminare le radici del risentimento tra i gruppi etnici, il governo ha in gran parte scelto di dare la colpa all’Islam per la violenza commessa da una piccola frazione della popolazione. La punizione collettiva è il risultato netto, in quanto il governo ha continuato a spingere l’idea che l’espressione culturale uigura e la pratica religiosa portano naturalmente all’instabilità, senza riconoscere che la tolleranza e l’autentica autonomia agiranno invece come forza correttiva.

È cambiato qualcosa dopo la fuga di notizie dalla lista Karakax?

Nulla è cambiato nella situazione nel Turkistan orientale o nella dura realtà degli uiguri nella regione. Questa pandemia ha reso ancora più difficile l’accesso alle informazioni su quanto sta accadendo attualmente. Ciò che la Lista Karakax ha portato è chiarezza alla comunità internazionale sulle motivazioni del PCC di sopprimere un intero gruppo etnico. La Karakax List arriva dopo altre due importanti fughe di notizie: Xinjiang Papers (New York Times) e China Cables (International Consortium of Investigative Journalists). Tutte queste fughe di notizie hanno confermato la gravità della situazione. Questo fornisce ora una base solida e credibile per la nostra difesa, dal momento che non c’è più negabilità a sinistra.

Che tipo di richieste riceve il Congresso dal suo popolo di espatriati? E che tipo di aiuto è possibile fare o inviare per gli uiguri in Cina?

WUC sostiene gli uiguri nella diaspora in modi diversi, organizzando eventi comunitari, raccogliendo fondi per i rifugiati uiguri, aiutando i rifugiati uiguri e i richiedenti asilo sull’orlo della deportazione; ma soprattutto portare avanti questo lavoro di difesa in loro nome e rappresentare loro e gli uiguri nel Turkestan orientale nei consessi internazionali.

Purtroppo, data la situazione e l’impossibilità di accedere alla regione, non c’è nulla a breve termine che si possa fare per gli uiguri, a parte i nostri continui sforzi per sostenere il rispetto del loro diritto fondamentale. Rimanere informati sulla situazione, diffondere la consapevolezza, sostenerli nei nostri rispettivi governi, nelle istituzioni internazionali, ritenendo la Cina responsabile per i suoi crimini, scrivendo a compagnie straniere e chiamandoli a smettere di usare e trarre profitto dal lavoro forzato degli uiguri, donare a varie organizzazioni americane per la loro difesa o ricerca volontariato per loro, aiutare i rifugiati uiguri. Questi sono tutti modi per contribuire alla causa uigura.

Gli uiguri ricevono attenzione dagli altri musulmani di tutto il mondo? Cosa possono fare la diplomazia e i decisori per aiutare gli uiguri?

Anche se gli uiguri hanno ricevuto un po’ di attenzione dalla comunità musulmana, non è stato sufficiente, soprattutto dai paesi a maggioranza Musilm. I membri dell’OCI sono stati silenziosi su questa crisi. Nel frattempo, stanno sostenendo per tutti gli altri gruppi musulmani di fronte all’oppressione in tutto il mondo. Questo indica chiaramente il debole potere della Cina su queste istituzioni. Il mondo musulmano deve fare meglio, e unirsi ai paesi occidentali per ritenere la Cina responsabile . Anche gli uiguri hanno bisogno di solidarietà.

*Articolo pubblicato su Daily Muslim. Leggi la versione in inglese sul mio Medium.

To die in Italy for muslim people under Covid-19 pandemic is a double tragedy

Bergamo was by far the most affected city by Covid-19 in Italy. The first Muslim dead in town was an Egyptian – says Wahid Arid, manager responsible for funeral services of Muslim rite to the city cemetery -, shortly after arrived two more deceased: husband and wife Moroccan. The wife died within 24 hours of him. By that time we had already finished the space available for the Muslim faithful. The couple was buried with the bodies wrapped in the cloths, but in the same coffin. In a few days we reached twenty bodies, mostly people from Pakistan, Senegal, Bangladesh. An already abundantly unsustainable number for the only cemetery in Bergamo. And we had deaths of all ages».

Even before the problems of space, it was very difficult to be able to wash the bodies according to the Islamic rite, so in agreement with the health and institutional authorities, with the commitment in the forefront of the mayor Giorgio Gori, Councillor for Cemetery Services Giacomo Angeloni and the activation of the Islamic Cultural Center, we opted for purification through the taymom, «a technique that is used when in the desert there is no water, so you pass your hands on the stone and on the earth to symbolically wash the deceased, who in Italy can not simply be wrapped in the cloth and buried, but must also be left in coffins».

It was significant to be able to carry out small ritual commemorations, even cumulative, even five or six at a time. Luckily now the number of deaths seems to be much reduced».

Most of the deceased wanted to be repatriated, but the blockade of flights led many mayors to have to solve a long-standing problem, even with temporary ordinances. «In Bergamo we have obtained a sector for Muslims since 2008, but there was no possibility of accepting even corpses from the municipalities of the province. With this emergency the Islamic center has worked to resolve the impediment and we have arrived at a more permissive order, at least for now». We know at least five cases in which from the provinces of Bergamo and Milan some brothers had to wait before they could bury their loved ones. Chaos was being created, but then came the green light from many cities».

But is it true that someone was forced to cremate their loved ones, despite the fact that this is not something allowed by religion? We do not know it. If someone did it, that was the choice of family members, but it is not due to logistical difficulties. The problem now concerns the duration of the ordinances and the emergency itself. The bodies should not be exhumed, exceptionally, but some of them will be exhumed because they will have to be repatriated. But we know that in Bologna you can exhume within a maximum of eight months». Even repatriation seems difficult, at least towards some nations: «We have heard from Senegal, who will want to prevent the repatriation of the bodies, and the same from Tunisia, for fear of infection. With Morocco, however, there seems to be a broad dialogue, thanks to the commitment of the consul Bouzekri Raihani and the vice-consul Abdelaziz El Bouzouri, who among other things have borne the funeral costs for the Moroccan brothers». The emergency is not over yet, however: «We always travel to the average of a deceased to be buried a day, at least, and it is too early to say that it is really over». To remedy what is sometimes the extreme poverty of some families, has also activated the association of young Muslims MY-BG, which is committed to the transport and expenses of the ceremonies, along with the imam of Bergamo, Cheikh Kamel. «We don’t know what it will be like after and if some historical problems can be overcome, for now we live by the day and in compliance with the rules», concludes Wahid.

Mahmoud Elsayed, imam of three mosques in Milan, the nerve center of the crisis in Lombardy, said:«The Islamic cemetery in the metropolitan city of Milan has existed for some years, in Bruzzano, and is a Christian cemetery in which they have used spaces for Muslims following a request from Islamic centers».

The Islamic community is expanding and so there are different needs than in the past and the situation has become very serious with the Covid and the suspension of flights. At that point not even the space of Bruzzano was enough, so the Ucoii (the union of Islamic communities and organizations in Italy) was committed to obtaining availability and permissions: in Milan an ordinance of the mayor Giuseppe Sala has opened to the arrival of bodies of other cults also from the province with some specificities. In part other positive responses were received, in part no. In Piacenza, the mayor Patrizia Barbieri granted space. Although with very limited places, some municipalities have taken the initiative: San Donato Milanese responded among the first to the emergency, granting the burial of an Egyptian woman and a young Moroccan; Saronno; Vigevano. Different cases of Varese or Cremona, where the space was, but it was saturated almost entirely as in Bruzzano». The emergency, as we know, however, developed from the municipality of Codogno: We were blown away by the attitude of the rulers of the municipalities where they identified the first outbreaks, such as Lodi, Casalpusterlengo, Crema, Soresina. Several requests have been registered, but no reply has yet been received. We thought that at least Cremona could expand, and even from Lodi we thought we would receive attention, at least, despite the continuing vetoes of the League, which governs the city».

«For the last brothers buried in Cremona they had to dig by hand to lay the coffin, there was no more space to let even the small excavator pass. In Thiene, in the province of Vicenza, a brother who died on 10 April had not yet been buried until today (22 April, ed.) because there is no space in that area». Even for situations like this we ask the municipalities a bit of courage, as it happened in Passirano (Brescia) where the mayor took the initiative to send the imam of the capital the invitation to use a space dedicated to Muslims».

How many dead Muslims are we talking about? According to the Milanese imam «to date (April 21, 2020, ed.) the brothers who have fallen throughout Italy are about two hundred». How do you consider this figure an emergency? Vasco Fronzoni, Professor of Muslim Law and Islamic Countries at the University of Naples. answers:The Muslim who dies today in Italy, usually either is buried according to state law, which is far from the Islamic rite, or must wait to be brought back to the countries of origin, but the procedure requires time and money. Only in a few cases is it possible to proceed with the burial following the rites of Islam».

The emergency has aggravated the situation in two respects:The first difficulty is given by the fact that the Italian state, while recognizing other cults ex art 8 of the Constitution, has not yet stipulated an understanding with Islam and therefore does not recognize Muslims religious rights, among which there is the burial. There is therefore a contrast between the funeral procedures of the State, which impose the coffin with the burial or burial on the one hand and the Islamic funeral rite on the other, which is often not even known». The other aspect is that in matters of funerals every municipality can arrange in a different way and therefore neighboring territories can have diametrically opposite situations. It so happens that only about fifty of the nearly 8000 municipalities in Italy have made agreements with religious associations and have set up a specific area where they can and bury Muslims with their rite, and they are really low numbers».

«In the absence of a specific national law – concludes the professor – everyone does what he wants and there is also a lot of cultural disinformation».

What do the Muslim associations in Italy intend to do? Raffaello Yazan Villani, president of ANMI, National Association of Italian Muslims and collaborator of the newspaper Daily Muslim (https://www.dailymuslim.it/), stresses: «Over the years, Muslim communities have grown, as well as families, the second and third generations and, ultimately, those who no longer have any ties with Islamic countries on whose soil to return to rest. In the same way we Italians have returned all’ilsam we are in no way protected, despite the existence of a constitutional law». And again: «the fact that Islam does not have an unambiguous reference figure as the pope can be for Catholics creates further problems in identifying subjects that can dialogue with the State, and when you do it you are not always up to the task». It is clear, however, that there is a problem of representation, and for this reason, concludes Villani: «We will wait for the situation to stabilize in order to reach most of the Italian municipalities, to demand the respect of the law in agreement with the institutions and the legislative bodies, so that an area is provided for Muslims in the territories».

*On the english edition of Daily Muslim and Salaam Gateway

Leonardo Palmisano: Regole e solidarietà per il cambiamento

L’emergenza sanitaria e la cessazione prolungata delle attività economiche in Italia hanno fatto emergere alcune grandi criticità nazionali e la loro imperfetta gestione, tra etichette e pregiudizi, sotto molti aspetti: quello politico prima di tutto, quello sociale in secondo luogo e infine quello economico. Come dobbiamo trattare da subito i temi della povertà, degli ultimi, del crimine organizzato perché questa esperienza cambi davvero in meglio la società e la politica italiane?

Abbiamo affrontato molti di questi aspetti con Leonardo Palmisano, sociologo, scrittore di fiction e autore di numerosi articoli e saggi sul caporalato e le mafie, in particolare quella nigeriana, a cui è dedicato il suo “Ascia Nera”; presidente di Radici Future; attivista e candidato alle ultime primarie per il centrosinistra in Puglia.

Professori che si rivolgono alle mafie perché mettano in quarantena i loro affiliati sui territori; la ‘ndrangheta che abbasserebbe o annullerebbe i tassi di usura per avere un riconoscimento sociale; le infiltrazioni nelle politiche sanitarie e negli appalti del Nord. In tempi di crisi sanitaria le mafie sembrano passarsela piuttosto bene sotto i profili dell’espansione economica, del potere, del riconoscimento e del consenso. Sembra che la loro capillarità nei territori e le loro strutture siano perfette in tempi di emergenza. Possiamo provare sinteticamente a descriverne le dinamiche per fare emergere i tratti principali della loro azione, come fosse una foto d’insieme?

Difficile dire come si collocheranno le mafie, dipenderà molto da come ogni territorio deciderà di sottoporsi al loro potere. Una cosa è certa, esse assumeranno ancora di più i caratteri di una società, di un qualcosa che partorisce istituzioni, regole, economie. In questa società comanderanno i più potenti, non i più ricchi, perché le mafie ormai sono lignaggi, cognomi, blasoni. Saranno questi lignaggi a governare i processi di costruzione mafiosa della società.

Il procuratore antimafia Cafiero De Raho ha sottolineato la pervasività della camorra nei settori trainanti dell’economia e i suoi rapporti con i narcos. Perché l’emergenza la favorirà?

Saranno favorite quelle parti di sistemi mafiosi già presenti nel mondo dell’impresa. Cafiero De Raho anche per Foggia ha parlato di borghesia mafiosa, di strati di società legale interni alla mafia e viceversa. Siamo a questo: se diamo ancora credibilità ai sistemi produttivi nei quali ci sono le mafie, diamo una mano alle mafie.

Mercato nero delle bombole d’ossigeno;  furti di dispositivi di protezione sanitaria (mascherine, tute, occhiali, guanti) fino alle penetrazioni negli appalti per la sanità d’emergenza. Cosa succede nelle maglie dell’economia emergenziale perché il crimine organizzato ne possa approfittare in questo modo?

 Succede che il crimine trova spazio dove lo Stato è in emergenza e dove il privato legale non è in condizione di arrivare perché troppo stressato dalla burocrazia. La burocrazia, non le regole, ma la burocrazia favorisce le mafie, perché si alimenta di mazzette, prebende, regali… Corruzione.

Abbiamo assistito a Palermo a incitazioni via Facebook dei malavitosi ai domiciliari a ribellarsi, a organizzare assalti, a destabilizzare il sistema. Cos’ha da guadagnarci la mafia in una situazione di caos e di disordine sociale?

Ci ha già guadagnato con un piccolo e inutile decreto svuotacarceri. Ci guadagna quando le rivolte indeboliscono il peso del controllo dello Stato nei territori dove loro sono egemoni.

Il magistrato Giuseppe Pignatone ha posto l’accento su come l’uscita dall’emergenza potrà ancora una volta favorire l’espansione della mafia nelle “smagliature” delle regole: qual è il rischio più grande e come lo si previene?

Non bisogna cancellare regole e controlli, ma sottrarre le decisioni dagli apparati amministrativi. Le scelte si costruiscono con indirizzi politici precisi. Non possono più essere i dirigenti a fare politica pubblica in questo Paese. Sono loro la parte meno sana dell’apparato pubblico. Lì si annida la corruzione. Le regole servono anche per liberare il mercato dalla retorica dell’emergenza. Regole certe, salde, ragionevoli e ridimensionamento dell’arbitrio dei dirigenti pubblici.

I migranti, destinatari di etichette come “invasori” e di leggi “di emergenza” da quarant’anni (alla faccia dell’emergenza) come sono trattati in questa vera emergenza, quale attenzione si dovrebbe porre nei loro confronti e quale sarebbe anche il valore simbolico e sociale di una misura nei loro confronti?

 In Italia i migranti sono trattati male, perché c’è una legge dannosa e razzista, la Bossi-Fini che non tutela il diritto, ma è fortemente discriminatoria. Adesso è il momento di abrogare quella legge e di integrare il numero più alto possibile di stranieri, perché per superare la crisi avremo bisogno di persone fresche e ambiziose. I migranti sono prevalentemente giovani e desiderosi di vivere.

E come sarebbe opportuno relazionarsi con i senzatetto e, più in generale, come trattare i poveri e gli ultimi di questo tremendo sistema sociale?

La povertà sarà il tema di questo secolo. Va raccontato il portato liberatorio di questa fase, che ci farà uscire dall’accecamento della ricchezza consumistica e ci porterà a dare dignità e libertà alla povertà. Tutti più poveri significa anche tutti più uguali, tutti più solidali, tutti meno cattivi. E meno vincolati all’arricchimento altrui.

Il ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, ha ipotizzato l’estensione di un sussidio ai lavoratori in nero. Al di là di uno stigma morale, con quale metro di giudizio è possibile accogliere questa proposta?

Non condivido per niente. Il lavoro in nero non è lavoro, è sfruttamento. Lo sfruttamento va represso, non giustificato.

Volendo dare uno sguardo in generale a tutte le questioni che abbiamo trattato, non è sfuggito che sulla stampa si è letto molto come se queste fossero il solito problema che riguarda solo il Sud. È davvero così che vanno liquidate? Non potrebbero essere lette, invece, come nodali questioni sulla redistribuzione della ricchezza?  Che cosa occorrerebbe fare nei territori e a livello centrale?

Secondo me il decentramento sanitario si è rivelato un fallimento. Lo Stato deve riportare a sé la regia della Sanità pubblica e di quella privata, in un’ottica di riequilibrio tra territori e di sanità di prossimità. Il sistema settentrionale è fallito, come è fallita qualunque idea di decentramento o di autonomia. Si torni a dare potere, anche mettendo in discussione il ruolo delle Regioni.

Cambierà davvero qualcosa in meglio, dopo tutto questo? Cosa e come andrà preparato?

Sta già cambiando. Il peggio è il disegno sovranista, alla Orban, alla Salvini, alla Le Pen. Il meglio sta nelle parole di papa Francesco: persone, lavoro, uguaglianza sociale. Serve un intervento sulle comunità, non sulle istituzioni. Le comunità saranno il centro del futuro della democrazia. Non servono istituzioni comunitarie, ma comunità che ragionano come fossero istituzioni.

*Pubblicato su Daily Muslim

La guerra del petrolio tra Russia e Arabia Saudita

Continua la battaglia dei prezzi al ribasso sui bidoni di petrolio tra i più grandi produttori rimasti al mondo, Russia e Arabia Saudita.

L’ultima mossa di Riad è stata quella di aumentare il più possibile la produzione di petrolio in modo da ribassarne i costi e mettere in crisi i mercati, già in ginocchio per gli effetti del CoVid-19.

Non potevano restare indifferenti gli Stati Uniti, a questo punto, dato che il prezzo al barile è sceso al minimo storico dal 1991, anno della prima Guerra del Golfo, più basso del prezzo shock toccato all’indomani dell’11 settembre 2001 e del crollo della Lehman Brothers: 30 dollari al barile.

Insomma, una situazione di rischio mondiale che si palesa quando l’offerta supera di gran lunga la domanda, con l’avanzata delle fonti alternative, ma soprattutto con l’inutilizzo di grandi consumatori come gli aerei, che restano a terra per la chiusura degli aeroporti.

Questa situazione ha decretato di fatto il fallimento del vertice della scorsa settimana dell’Opec Plus (composto dai membri Opec più gli 11 paesi esterni al cartello) a Vienna. In questa sede, Mosca si è rifiutata di avallare il maxi-taglio complessivo di 1,5 milioni di barili al giorno che le era stato chiesto come sacrifico per risolvere la situazione.

La risposta dell’Aramco, la compagnia nazionale saudita di idrocarburi, è stata quella che ha determinato la situazione attuale: un incredibile ribasso dei prezzi sulle forniture di greggio.

Con uno dei suoi proverbiali tweet, è intervenuto Trump a fare la voce grossa: “L’Arabia Saudita e la Russia stanno discutendo sul prezzo e sul flusso di petrolio. Questa, insieme alle fake news, sono la ragione del crollo dei mercati”. In effetti “il cadavere squisito” di questi giochi al ribasso potrebbe proprio essere il potere economico delle compagnie petrolifere nordamericane, ma intanto tutto il mercato è in fibrillazione.

Secondo un’analisi dell’Ispi, il braccio di ferro tra le due potenze petrolifere potrebbe favorire Mosca, che “sembra nella posizione migliore per superare la tempesta. Mosca ha bisogno di un prezzo di 42 dollari al barile per far quadrare il proprio bilancio, mentre l’Arabia Saudita ha bisogno che i prezzi superino almeno il doppio di tale importo”. A questo vanno aggiunte le più ampie riserve di valuta estera di Mosca rispetto a Riad, costringendola nel medio-lungo periodo a non poter sostenere i costi di produzione.

*Pubblicato su Daily Muslim

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