I mondiali dei migranti

 

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
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Qualcosa permette al calcio di essere ancora popolare, oltre il bombardamento mediatico.
Se è vero che gli scandali, le violenze e le misure di sicurezza hanno ridotto l’afflusso dei tifosi nelle gabbie cui sono stati ridotti gli stadi italiani, non si può dire lo stesso del fascino di tirare due calci a un pallone.

Sempre meno per strada, sempre più per i numerosi campi delle strutture sportive o degli oratori. Quasi mai in undici: troppi amici da conoscere e concertare, magari in cinque, e davvero su qualsiasi qualità di campo. Se va bene, come vedremo nel caso di “Calcio senza confini”, per un torneo si possono raggruppare otto persone e costringerle a scendere in campo una volta a settimana, ma questo denota passione e quello spirito così ben raccontato da Francesco De Gregori ne La leva calcistica della classe ‘68, che ha reso quella canzone un evergreen.

E poi. Non ci sono più le bandiere, sono tutti mercenari, e se esistono non spiccano per sportività e correttezza. Eppure, forse in competizione solo con la musica, è proprio il calcio ad aver globalizzato sul serio certe dinamiche culturali in ogni angolo del mondo. Se prima poteva far sorridere vedere uno straniero indossare la maglia dell’Inter, giocatori della squadra “multinazionale” a parte, oggi si vedono sempre più immigrati indossare le maglie delle proprie nazionali, sempre più competitive.
Proprio in quest’ottica la madre di tutte le manifestazioni calcistiche, il Mondiale di calcio Fifa, si gioca quest’anno in Sudafrica. E anche quest’anno ha il suo inno pop, cantato da Shakira: Time for Africa.

È davvero il momento dell’Africa? Ecco cosa ne pensano Billy e Ablaye, senegalesi, rispettivamente supporter e portiere part-time del team Afika Unite. Fanno quattro chiacchiere con me poco prima della delicata sfida contro le Kapu Vakanti, primi in classifica del girone di qualificazione A del torneo “Calcio senza confini”. Billy ha 32 anni e ne ha passati a Lecce quasi otto, fino ai 22 è stato un corridore velocista, appassionato di atletica leggera in genere. Tifa Senegal, che dopo i fasti dei mondiali nipponico-coreani ha vissuto un lento declino «ma abbiamo cambiato politica e ci stiamo riprendendo». Ha seguito comunque i mondiali e ha tifato Italia, credendo nel bis e perché «ormai l’Italia è la mia casa: nessun posto è ospitale come il Salento. A Dakar ho fatto altrettanti lavori che in Puglia: dal cameriere al meccanico, fino al bracciante per la raccolta di angurie e pomodori e l’estirpazione di erbacce. Anche se non ci sono soldi e se non ho un lavoro serio da due anni, anche se qualcuno appena sono arrivato ha approfittato della mia poca conoscenza dell’italiano per rubarmi soldi, ho conosciuto tante brave persone che mi hanno aiutato nei momenti difficili e mi hanno dato coraggio, mi hanno convinto a non disperare».

Ablaye ha 19 anni, studia come grafico presso l’istituto superiore “Antonietta de Pace”, lavora come assistente presso un anziano leccese, e ama molto il calcio, tanto da venire a parare quando può, anche subito prima o subito dopo alcune giornate un po’ troppo faticose, nelle quali il lavoro e lo studio coincidono. Il team dello Unite, appena lo vede, gli fa una grande festa, nonostante il primo portiere sia molto affidabile e spettacolare. È a Lecce da solo un anno e mezzo: «Qui ho trovato la pace. Sono arrivato su una barca in Spagna, poi sono stato a Milano e a Parma, ma qui ho trovato gente simpatica e conviviale, soprattutto presso l’ufficio Migrantes e lo sportello per l’immigrazione della Provincia, che mi hanno dato consigli e aiuto per la scuola, per i documenti, per il lavoro». Sul Senegal ha una sua precisa teoria: «Per passare le qualificazioni ci voleva il cuore, e quello da un po’ non ce l’abbiamo, siamo poco umili. Camerun e Ghana si vede che superano i problemi tecnici facendo squadra. Anche per questo ho tifato Camerun».

Mi dice di essere molto attivo nel sociale: qui a Lecce ha fondato l’associazione “Teranga-Associazione per l’integrazione partecipativa”: «In questo momento di grave crisi, noi che veniamo qua per quanto ci è possibile dobbiamo evitare di essere un peso per gli altri e per la società, è giusto che ci impegniamo». È venuto per fare gli auguri ai compagni, lui deve scappare al lavoro, ma prima di andare via dà un ultimo sguardo a quel pallone che rotola sul campo di un paese che sente finalmente suo e per il quale ha dato e continuerà a dare tanto. Già, la partita è terminata con una sconfitta di misura (1-0), poi la squadra è stata eliminata. Ma partecipare è importante.

 

(R)esistere!

Bansky in Boston
Bansky in Boston

Di Andrea Aufieri. Editoriale di Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
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Il secondo numero di Palascìa ha preso corpo tra il 25 aprile e il 2 giugno, passando per la marcia per la pace del 16 maggio, ed è per questo che è possibile leggervi un fil rouge legato alle molteplici forme di “resistenza”, perché continui a esistere una nazione capace di civiltà e di pace, in una parola di futuro. Il nostro Stivale sembra sempre più improntato a tirare calci in faccia alla dignità di chi arriva o tenta di arrivare sulle sue coste per una nuova opportunità, se non per chiedere rifugio. E allora abbiamo provato a chiederci, nei giorni del mondiale di calcio, cosa può renderci uniti. Un nuovo sapore dato al calcio stesso, come succede un po’ in tutta Europa con le NoRacism Cup. L’istanza figlia del movimento antirazzista, come tutto ciò che è venuto e verrà fuori dal Primo marzo. La rabbia, la sofferenza, la voglia di legalità che sale da Rosarno. La dignità del lavoro, la parità dei trattamenti e delle opportunità, il diritto alla casa e alla salute sono istanze che i cittadini stranieri rivendicano a ragione e con molteplici voci. Proviamo ad ascoltarli e a capire come fare perché si possa dar loro una risposta.

Ma una resistenza che si rispetti rappresenta la volontà di camminare sulle proprie gambe. È così che abbiamo ascoltato le immense parole di un giovane senegalese, che non vuole essere un peso in più in un tempo di crisi. È così che a Bari i somali hanno riportato alla vita il Ferrhotel abbandonato. È così che vogliamo unire la resistenza di Rom1995, in Calabria, a quella degli ospiti “in sosta” da vent’anni al campo di Lecce. È così che dall’Aifo e dall’Inmp, che hanno collaborato alla nostra rivista insieme a Libera informazione, arriva il lungo grido degli ultimi, di chi lotta ancora con le epidemie che per secoli hanno falcidiato la vecchia Europa, tentando di scuotere i cordoni delle multinazionali farmaceutiche, di chi tenta di strappare un metro di ossigeno alla desertificazione. Una battaglia che unisce anche gli italiani alle lotte mondiali: la resistenza alla privatizzazione dell’acqua, con il referendum alle porte e gli esempi di chi dalla resistenza incomincia la sua rivoluzione. E mentre un governo completamente avulso dal paese reale disfa le istituzioni di garanzia che lo fondano, la Regione Puglia, pur tra giuste critiche e richieste di partecipazione, lancia il suo assalto a difesa della legge sull’immigrazione, impugnata per conflitto di competenza, ma con l’esortazione a “disobbedire” pervenuta anche dall’Unione europea e dall’Ilo. E mentre il governo annuncia tagli alla cultura e al welfare, oscurando la questione delle ingenti spese militari, qualcuno se ne infischia e organizza reali missioni di pace: navi cariche di aiuti e di know how solcano il “mare di mezzo”, laddove 15 mila persone hanno trovato la morte in vent’anni di disperati tentativi di approdo. Nel clima ferino creatosi all’indomani di un’applicazione perversa della par condicio, durante la trasmissione”Rai per una notte”, Mario Monicelli dichiarava la necessità di una rivoluzione.

Nella sezione della cultura abbiamo intervistato il filosofo Mario Signore, che ripudia i tempi imposti dalle rivoluzioni per non perdere la strada già conquistata e guardare avanti consapevoli di forze, debolezze ed errori. Le passioni popolari sono sopite, ma le reti civiche si fanno portatrici di una nuova stagione di semina, di quella speranza che don Tonino Bello chiamava “convivialità delle differenze”, risvegliando i costruttori di pace perché la Puglia ne divenisse l’arca foriera. Cercando di mettere quotidianamente in opera questo insegnamento, Palascìa dedica questo numero ai migranti , e non solo a loro, che bagneranno di sudore le campagne della Puglia quando noi ci rinfrescheremo a mare, perché qualcuno si accorga per davvero di loro, perché lo Stivale serva per camminare insieme e arrivare alla meta di una pacifica interculturalità, magari indicando il sentiero a chi è più indietro.

Sulla stessa barca

Di Andrea Aufieri, pubblicato su Palascìa, l’informazione migrante, Anno I Numero I, gennaio-aprile 2010. http://www.metissagecoop.org

Storie e numeri da una Repubblica affondata sul lavoro

In quest’anno di crisi le cose non sono andate mediocremente, ma proprio molto male, e a rischio di essere tacciato come catastrofista e antitaliano dal punto di vista di chi governa, mi rifaccio alla nostra Costituzione proprio per domandarmi chi sia più antitaliano. I primi due articoli sanciscono che quella in cui viviamo è una repubblica democratica fondata sul lavoro, che la sovranità è del popolo e che diritti inviolabili sono riconosciuti a tutti gli uomini. Nel 2008 ricorreva il sessantesimo anniversario del nostro testo fondante e il Governo ne faceva pubblicare una versione multilingue dedicata agli immigrati, i prossimi nuovi cittadini. Nemmeno tolti i festoni che già sulle acque territoriali picchiamo i possibili rifugiati provenienti dalla Libia, esponendoci al biasimo internazionale.
Dignità, diritti e lavoro sono una trinità che andrebbe rispettata anzitutto dallo stato, dalle sue istituzioni e poi, se almeno una delle due cose ha funzionato, dalla società civile. Sarebbe difficile capire, se non fossimo in Italia, per quale motivo centinaia di lavoratori, da Termini Imerese (Pa) a Tricase (Le) siano saliti disperati sui tetti delle loro fabbriche. E perché in provincia di Macerata la piccola Anni Ye, undici anni, sia morta per le esalazioni in un calzaturificio abusivo, un segmento produttivo per cui il nostro paese è rinomato. E perché a Biella Ibrahim M’Bodi pare abbia usato il coltello per farsi dare i soldi per il lavoro in nero che gli spettavano dal suo capo italiano, che l’ha ucciso. Questo solo per citare due episodi signifi cativi quanto recenti. Questo dossier non ha l’ambizione di rispondere a domande così, che in realtà non sono enigmi ancestrali, ma piuttosto banali, cui la maggioranza silenziosa sa già rispondere, perché non è certo impotente, ma di sicuro poco consapevole di sé. Cercherò di fare il punto e presentare una situazione glocale, avendo l’opportunità impareggiabile di conoscere qualche entità “straniera” vagante per il contesto in cui Palascìa è redatta, quello leccese, pugliese, in provincia del mondo.

Questione di princìpi

Il 17 dicembre 2009, pochi giorni dopo le morti di Anni e di Ibrahim, il mondo celebrava la Giornata del migrante. Pregevoli le iniziative dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che ha ripubblicato e commentato le storiche fasi dei protocolli e delle intese che hanno impreziosito il cinquantennio dal 1949 al 2005: gli accordi di Ginevra del ‘75, ad esempio, stabiliscono in primis che i lavoratori migranti in condizioni abusive hanno diritto al rispetto dei diritti fondamentali. Diritti estesi anche alle famiglie di questi lavoratori nel 1990 e nel 2005. “Se tali convenzioni sono state ratificate-leggiamo nell’Agenda per il lavoro dignitoso-, dovrebbero essere pienamente rispettate”. La stessa Agenda promuove l’accesso per tutti ad un impiego liberamente scelto, il riconoscimento dei diritti fondamentali sul lavoro, un reddito che metta le persone in condizione di rispondere ai propri bisogni e responsabilità economiche, familiari e sociali di base, e un adeguato livello di protezione sociale per i lavoratori e i membri delle loro famiglie. Bellissimi principi disattesi però dall’andamento dell’economia globale, cui si è deciso di dare il primato rispetto alla guida della politica. Ibrahim Awad, direttore del Programma internazionale per le migrazioni dell’Ilo, è pessimista nel suo studio La crisi economica mondiale e i lavoratori migranti: impatto e risposte. Nel mondo ci sono 100 milioni di lavoratori migranti e la crisi ha diminuito le possibilità di emigrazione per trovare lavoro, così come sono peggiorate le condizioni di vita e sono aumentati gli atti di discriminazione.

Quel che è peggio sono diminuiti i risparmi e i redditi dei migranti, che si orienteranno probabilmente verso nuovi centri della produttività finché non potranno tornare nei loro paesi per volontà, necessità o impoverimento dell’Occidente.

Gli immigrati ci rubano il lavoro?

In controtendenza con quanto affermato da Awad, il XIX rapporto Caritas/Migrantes pone in evidenza come nonostante la crisi, in Italia siano stati assunti regolarmente 200 mila nuovi lavoratori, che incidono per un decimo sul totale dei regolarizzati, ma producono di più (un tasso di attività del 73,3% contro una media del 62,3%), esponendosi però a maggiori rischi: circa 144mila infortuni, di cui 176 mortali solo nel 2008. Una duplice interpretazione per tutto questo: da una parte la spinta a riuscire perché l’emigrazione ha una forte base emozionale, la disposizione a svolgere molti lavori e una concentrazione per quei settori che agli italiani non piacciono. Il tutto condito però da scarsa gratifi cazione, perché non sono riconosciuti studi e qualifiche, e dalla necessità di mantenere famiglie in patria. D’altra parte tutti questi motivi rendono estremamente vantaggioso per i datori di lavoro affi darsi a unità poco coese e ricattabili. Il redattore nazionale del rapporto Caritas 2009 Luca Di Sciullo spiega:«Se dovessimo chiederci se gli immigrati rubano il lavoro degli italiani dovremmo rispondere “nì” perché occupano comunque segmenti non coperti per volontà degli italiani, e perché in questo campo la disposizione alla mobilità è una discriminante cruciale». Angela Martiradonna, redattrice regionale, però, corregge il tiro:«Se c’è una legge che costringe a far corrispondere un permesso di soggiorno a un posto di lavoro, allora gli immigrati accettano qualsiasi condizione pur di restare».

Per Guglielmo Forges Davanzati, docente di Economia politica presso l’Università del Salento e membro del comitato scientifi co sull’economia sommersa per la Regione Puglia (Ores), la questione è più complessa:

«In via generale gli immigrati rappresentano un’offerta sostitutiva e non complementare ai nativi. La complementarietà esiste solo nei casi di elevata competenza, che si applica in genere alla ricerca e alle grandi imprese, cioè a quello che in Italia non esiste. Il nanismo imprenditoriale italiano (le nostre pmi di norma hanno meno di nove dipendenti), la low-tech impiegata, non rendono necessaria un’alta qualifi cazione che permetterebbe una selezione sulle competenze, così ci si butta sulla “convenienza”: gli immigrati sono altamente qualificati o non qualificati; i nativi, di norma, subiscono la sottoccupazione intellettuale e ci sono abituati al punto da offrirsi ormai per lavori per i quali non è necessaria una qualifica. Dunque gli immigrati offrono condizioni più vantaggiose, salari più bassi, scarsa coesione, ricattabilità maggiore, con il risultato che le imprese impiegano forza-lavoro immigrata in tre quarti dei casi. Il successo della Lega nord è basato sulla rilevanza politica e sociale di tale questione, e un’altra conseguenza di questo sistema è la creazione di divisioni e contrasti orizzontali tra lavoratori nativi e immigrati, insider contro outsider, per la vittoria dei capitani di impresa, che in periodi di pessima congiuntura hanno maggior potere contrattuale e impongono qualsiasi condizione anche ai sindacati».

Vieni a lavorare in Puglia

L’ultimo decreto-flussi, ad aprile 2009, ha stabilito 80 mila nuovi ingressi, 6500 in Puglia, 700 a Lecce: una presenza che per alcuni è il minimo indispensabile e per altri una vera invasione. Luigi Perrone, professore di Sociologia delle migrazioni e direttore scientifico dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi) della Provincia di Lecce, rileva la necessità di aprire dalla tolleranza all’alterità senza ipocrisie:

«Una grande ipocrisia è quella del decreto-flussi, che in combinato disposto con la Bossi-Fini (189/2002) e con la legge attribuita a Biagi (30/2003), è la sanzione del sistema di sfruttamento cui sottoponiamo gli immigrati (e non solo), ai quali poi chiediamo di non entrare nel sommerso. È evidente che le quote stabilite siano all’estremo ribasso, e questo crea un doppio sistema di sfruttamento, per i nativi e per gli stranieri, che sono condannati all’irregolarità».

Martiradonna aggiunge:«Dobbiamo guardare anche agli esempi positivi. Con la regolarizzazione delle badanti a settembre lo stato avrà gli introiti versati per circa 295 mila badanti. Inoltre molti stranieri stanno diventando imprenditori e questa è un’opportunità anche per gli italiani, perché si aprono nuove esigenze e nuovi mercati». Sono più di 187 mila i cittadini stranieri titolari di impresa, che danno lavoro a circa 200 mila persone e ne movimentano mezzo milione. Sono mille gli imprenditori in Puglia, per un totale di 1612 imprese. Dal rapporto Caritas apprendiamo inoltre che molto è stato fatto sul piano della coesione tra lavoratori: dei due milioni di stranieri regolari che si sono potuti censire in Italia, circa la metà è iscritta a un sindacato, quasi 4 mila in Puglia, con un’incidenza del 4% sui lavoratori totali della regione. Le preferenze occupazionali del territorio sono organizzate in modo signifi cativo: l’81% è equamente diviso tra industria, agricoltura e pesca; il 12% per i servizi, il commercio, i settori alberghiero e della ristorazione, il restante 6,4% tra informatica e servizi alle imprese. Una risorsa che incide sulla ricchezza del territorio: l’esempio di punta è senza dubbio quello della raccolta dei pomodori in Capitanata, dove 15 mila braccianti all’anno raccolgono circa un terzo dei 50 milioni di quintali prodotti in Italia. Un contributo del quale ricordarsi in un panorama imprenditoriale che, secondo i rapporti sull’economia regionale della Banca d’Italia, “presenta forti elementi di negatività”. Ma la Puglia resta un territorio di contraddizioni, nonostante la discriminazione non sia un fattore istituzionalizzato come succede in alcuni territori del Settentrione. Riguarda un caso pugliese il primo processo europeo moderno per la riduzione in schiavitù di lavoratori stagionali (condanne per sedici persone emesse anche in Appello il 26 marzo 2009), così come crea confusione la gestione da parte dell’Agenzia trasporti pubblici di Foggia (Ataf) nel caso dell’autobus “riservato agli immigrati”.

Strategie glocali di intercultura e alterità

Ancora una volta, di fronte ai casi esposti, il governo regionale ha saputo dimostrare quanto la volontà politica sia importante nella gestione economica e sociale del fenomeno: per esempio il Dossier tematico sull’immigrazione, che ha rappresentato una base programmatica condivisa fondamentale per la realizzazione di successivi dispositivi come le leggi “Barbieri” (28/2006) e “Gentile” (32/2009). Quest’ultima ha predisposto una serie di interventi fondamentali per i lavoratori immigrati, come gli “alberghi diffusi” e le cure sanitarie garantite.
Sulla legge 28 il commento del professor Forges:

«Basti pensare che la 28/2006 è stata premiata dall’Unione europea come miglior legge regionale d’Europa:è un accurato dispositivo che blocca l’accesso ai fi nanziamenti pubblici a quelle imprese che non rispettano precisi indici di congruità e che dunque sono sospettate di alimentare l’economia sommersa. Purtroppo questo gioiello è stato sterilizzato dall’attuale governo, che con il ministro Sacconi ha operato una deregulation che permette alle imprese di aggirare il sistema. Come panacea il ministro del Lavoro ha proposto il profit sharing, la compartecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, che diventano la parte variabile del loro salario. Peccato che questo sistema non sia un esperimento di cogestione e che avvenga in recessione, quando cioè gli utili calano in maniera vorticosa».

La volontà politica è il nodo della questione: la cultura della legalità, l’incentivo all’emersione, sono percorsi lunghi e difficili. Ancora Forges, che illustra la strategia complicata ma necessaria indicata dall’European Left:«La Sinistra europea ha elaborato una duplice soluzione, che prevede di fi ssare il cosiddetto Labour standard, un pacchetto minimo di salari e di diritti per ogni lavoratore in ogni impresa, e soprattutto i limiti all’internazionalizzazione di capitali per favorire l’occupazione interna e regolare l’emersione. Una strada opposta a quella intrapresa dall’Italia».

Un altro fattore di maturazione di un paese sulla via dell’interculturalità e dell’alterità è fornito da Esoh Elamé, autore e ricercatore per l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che propone di instaurare da subito nelle coscienze dei nuovi arrivati la consapevolezza dei diritti e dei doveri, in modo da abituare da subito gli immigrati a camminare con le proprie gambe, smembrando un apparato assistenzialista confusionario, ma garantendo l’alterità statale, nel rispetto delle buone prassi portate fi nora in Italia dagli immigrati e consentendo un avanzamento della fi gura del mediatore interculturale come facilitatore di relazioni. Qualcosa di diverso dai Cie, per intenderci.

How to get a job in Lecce

I 14 mila lavoratori stranieri di Lecce (l’1,7% del totale) e i 14.820 occupati netti, che ne fanno la meta più ambita delle migrazioni in Puglia, e tutti coloro che seguiranno l’esempio, potranno trovare sul sito del Comune delle istruzioni molto semplici: sei qui, iscriviti al nostro Cpi, rivolgiti allo sportello immigrazione “Lecce Accoglie”. Così si esauriscono le politiche istituzionali. Ne deriva una forte propensione alla clientela e all’economia sommersa, documentate dal dossier 2008 della Commissione provinciale per l’emersione dal lavoro non regolare. L’esperienza statistica arriva al nocciolo del problema, individuando le questioni che ruotano attorno al concetto di “identità”: condizioni di labour intensive, scarsa conoscenza e consapevolezza dei propri diritti, difficoltà linguistiche, diritti e garanzie sindacali negate si mescolano al problema del background, cioè di quelle caratteristiche di diversa adattabilità che portano dalla migrazione, insieme all’ansia dell’integrazione, del dover scongiurare stereotipi e pregiudizi, il problema dell’esclusione dalle proprie preferenze e dell’ assegnazione indebita di identità, per dirla con Baumann, “stigmatizzanti, disumanizzanti, umilianti, stereotipanti”. Un primo giro per Lecce ce ne dà una prova.

Bledar Torozi.

«Sono arrivato nel ‘91, consapevole delle diffi coltà che avrei incontrato, ma la mia storia dipende dal mio carattere». La fuga è legata alla caduta di Hoxha:«Non sono mai stato perseguitato, pur essendo un oppositore, perché mio padre ha progettato e costruito una buona parte delle ferrovie albanesi, è stato anche premiato. E poi la mia era una famiglia di partigiani  antifascisti dunque non eravamo malvisti Ma questo non ci vietava di pensare che vivessimo in gabbia». La contestazione: «Ero laureato in architettura e lavoravo nel settore urbanistico a Tirana. Però è chiaro che quando vedi la sofferenza degli altri, quella diviene anche tua. Non tutti i nostri comportamenti sono collegati a fattori personali, ma anche al contesto. Il movimento studentesco ha portato alla nascita del partito democratico nel ’91 e alla caduta del regime. Abbiamo lottato per un anno e mezzo con gli scioperi, ma il regime teneva ancora, allora siamo andati in 25 mila tra dirigenti, insegnanti, direttori di banca, e questo ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica e ha paralizzato lo stato, preparando le elezioni anticipate e la defi nitiva caduta». Da Brindisi alla Caritas di Campi Salentina, dove Bledar poi mette radici, sposando un’italiana:«Con questo pensiero per la mia patria dovevo subito darmi da fare, perché il permesso imponeva di trovare lavoro entro un anno, dovevo trovare casa, avere un comportamento dignitoso e tutto il necessario per restare». La sua esperienza lavorativa assomiglia all’Amerika di Kafka, quando il giovane Karl vorrebbe trovare lavoro come ingegnere per il misterioso teatro naturale di Oklahoma, ma essendo, in ordine di colpa, europeo, straniero e senza documenti, è assunto come un generico “operaio tecnico”:«Sul mio libretto di lavoro come su quello di tutti i miei connazionali mi avevano qualificato come “manovale”, che è una cosa diversa da quello che io so fare, perciò è stata una questione di principio quella di chiedere di cambiare dicitura in “architetto” non appena sono andato a rinnovare i documenti all’ufficio di collocamento di Campi. Poi la mia laurea è equivalente, ma siccome Italia e Albania non hanno convenzioni su queste cose, anche se l’Ue ha premuto molto con varie direttive per l’equipollenza, sono da tredici anni cittadino italiano, ma dal punto di vista lavorativo sono extracomunitario, dunque la mia professionalità è riconosciuta, ma non posso aderire agli ordini e quindi lavoro come dipendente in uno studio e non posso esercitare liberamente e autonomamente, anche se so di essere stato fortunato e bravo a lavorare per quelle che sono le mie competenze. Da poco però ho potuto aprire la partita iva e questa anche è stata una soddisfazione importante ».Oltre al lavoro come architetto ha anche fondato”Cul-ture”, una piccola azienda di mediazione interculturale e di creazione di eventi e, come in patria, non ha scordato l’attivismo: è il presidente dell’associazione culturale “Vellazerimi”(“fratellanza”), del centro multiculturale “Etnos” di Campi e dell’associazione “Cittadini del mondo” di Mesagne, nonché membro dell’esecutivo della fondazione “Città del libro” e della Uisp provinciale di Lecce. «Grazie a queste realtà-conclude- ho avuto modo di conoscere bene la cultura italiana, molto ricca. Ho contribuito a far conoscere quella albanese, anch’essa molto ricca, e ho avuto l’opportunità di essere d’aiuto a molti miei connazionali».

Amanda Kastrati.

Dieci anni dopo l’arrivo di Bledar, nel 2002 arriva Amanda, ed è molto interessante capire quali motivazioni l’hanno spinta a venire qui e raffrontare il tutto con l’esperienza del presidente di Vellazerimi: «Son venuta qui da sola con l’aereo, per studio, facendo richiesta da Skutari. Ho scelto l’Italia per amicizie e per caso, ho cominciato a studiare un po’ per la necessità di fare qualcosa in un altro posto, ma poi ho assunto coscienza di quello che volevo fare». Le motivazioni dell’emigrazione: «Trovo un po’ stretta la cultura del mio paese, soprattutto per una molto attiva come me. Ho sempre lavorato, part-time e full-time, mai in maniera regolare però, tranne che al tribunale, dove ho avuto un impiego come interprete, prima di lasciare tutto e fare l’Erasmus in Germania». Il suo impatto con il lavoro è stato dominato anzitutto dal timore, un periodo per riaffrontare il quale scrocca una sigaretta, uno studio della posa che per lei, appassionata di cinema, è molto importante. Prosegue dopo essersi procurata il tabacco: «Ero timorosa con i datori di lavoro e nelle relazioni, anche perché pareva venissi da un altro mondo, e poi a vent’anni se sei nei casini nel tuo paese, ci sono i tuoi genitori, ma qui da sola non ero per niente fiduciosa nelle persone. E mi sentivo una vittima, anche se sapevo che la scelta era stata mia, e cominciavo a deprimermi». L’università è un altro tasto dolente: «Su questo c’è tanto da dire. Ho perso borse di studio perché non mi davano informazioni adeguate e se devo fare il confronto con la Germania è meglio stendere un velo pietoso». Non ha voluto né ritornare a casa né rivolgersi ai suoi connazionali: «La comunità albanese non mi ha accolto anzitutto perché non l’ho cercata, non ho mai partecipato alle feste e poi se sono andata via dalla mia città per una certa mentalità non volevo ritrovarla qui. Le energie per proseguire le ho avute dalla gente che ho conosciuto e dal ragazzo con cui sono stata per cinque anni». Non è portata per l’attivismo:«Credo di essere molto anarchica, ma proprio di natura, e poi vivendo in un altro paese ho imparato ad essere individualista». Il suo futuro è incerto: «Quello di Brema è stato il periodo migliore della mia vita, non credo che resterò qui».

Papa.

È arrivato dal Senegal nel 2007, si è inserito perfettamente nella comunità d’origine e conosce tutti i giovani leccesi, soprattutto le ragazze, che lo salutano più volte anche nel giro di pochi secondi. Preferisce mantenere l’anonimato perché la sua storia per intero la conoscono solo la sua moglie italiana e due amici. Prevedendo un discorso frammentato per i saluti, cerco di portarlo in un bar e offrirgli un caffé, ma lui rifiuta: «Roba per occidentali-contesta, in un italiano ancora francofono- noi non ne abbiamo bisogno, vieni con me in Africa e vedi se sotto quel sole dopo una settimana non torni forte come un leone». Valuterò la proposta. Così come molti connazionali, “Papa “ ha una laurea di tutto rispetto, ma è costretto a macinare chilometri ogni giorno con il suo paio di comode scarpe da passeggio in tela. Vende oggetti da ambulante, per arrotondare lo stipendio della moglie, grazie alla quale può restare in Italia e pensare a un futuro più roseo. Basilicata a parte, è stato in tutto il sud:«Sono sbarcato a Lampedusa, dopo un viaggio del quale non ricordo nulla perché era la prima volta che bevevo e mi sono ubriacato, con del rum. Ho vomitato tanto da essere minacciato di essere buttato in mare da alcune madri furiose. Non mi sono mai vergognato tanto». Parrebbe una storiella adolescenziale, ma riderci su sarebbe fuori luogo, perché il problema di coscienza per lui, musulmano, non è da poco, è come se avesse affrontato un rito di passaggio e corruzione in un nuovo mondo. A seguito della sosta nel Cpt di Isola Capo Rizzuto, particolare sul quale non vuole soffermarsi, “Papa” raggiunge alcuni lontani parenti presso il famoso centro “Fernandes” di Castel Volturno (Ce), ed entra in contatto con alcune associazioni di immigrati, che gli insegnano a evitare contatti con i camorristi, per i quali sarebbe diventato un oggetto di cui potevano sentirsi proprietari. Allora si sottomette a meno pretenziosi caporali per la raccolta delle pesche. Dopo un anno in queste condizioni, si dirige in Calabria, dove non riesce a sopportare i ritmi della raccolta delle arance, che neanche gli piacciono:«Ogni volta non sapevo se mi prendevano e non avevo i soldi per pagarmi il trasporto in campagna, poi i miei “colleghi” furbi mi dissero che dovevo pagare pure per farmi scegliere. Per un po’non sono più andato a lavoro, poi ho  scoperto la bugia e sono andato via». Altre tappe della via crucis di questo cristo moderno i pomodori foggiani, le angurie a Nardò, ma per fortuna una sera incontra una donna che lo strega e se lo sposa subito. «L’ho portata al mio villaggio e l’hanno amata tutti subito, e lei ha amato tutti dal primo momento, sono troppo innamorato». Da allora è venuto a Lecce, ha provato a iscriversi al Centro per l’impiego, senza risultato, ed è poi andato a fare un “colloquio” presso il vero centro di collocamento per i nordafricani a Lecce, in “via Dakar”(alias via Duca degli Abruzzi), dove non è stato assunto, ma alla meno peggio indirizzato da un italiano che gli fornisce il materiale da rivendere, in un regime lavorativo piuttosto fumoso e “grigio” come minimo. Perché non ha mai provato a far valere i suoi diritti, soprattutto ora che si avvia all’ottenimento della cittadinanza? La risposta abbraccia ben quattro cliché menzionati in tutti i manuali:«Prima mi avrebbero espulso, ora non mi conviene perché mi inguaierei da solo, poi è complicato e comunque non credo proprio cambi niente ». Come sarà il tuo futuro, gli domando in ultimo, lui riacquista il sorriso:«Senza frutta!»

Benfi k Toska.

Il rappresentante della comunità rom della zona di masseria “Panareo”, mi riceve nel grande spiazzo all’ingresso del campo, in un pomeriggio di novembre che ha molto di primaverile. Intorno a noi non so quanti bambini si mettono a giocare a pallone, dopo aver trattenuto curiosità e domande per il gagé. Il sole mette a nudo il contrasto tra alcune case più vissute, una quindicina costruite nei mesi successivi alla sistemazione presso quest’area, e quelle nuove costruite e assegnate un paio d’anni fa, che ospitano 250 persone. “Beni” è venuto a Lecce a metà degli anni Ottanta, lui e la sua comunità sono rom shqiptare, albanesi, di Podgorica, capitale del Montenegro da cui fuggirono per il crollo della creazione di Tito. Lui ha fatto in tempo ad abitare in roulotte al terzo chilometro tra Lecce e Torre Chianca, su un fondo privato, poi nelle “Case minime” nei pressi del cimitero, una condizione decisamente più confortevole, che ha dato modo ai rom di esercitare la cultura del riuso e l’arte di arrangiarsi. Un’altra proprietà pubblica, l’ostello di San Cataldo, è stata la sua nuova casa, dopo lo sgombero forzato da Lecce, un’altra zona degradata tornata in vita. Dal ‘95 al ‘98, dopo l’ennesima cacciata da un fantomatico eden, è la volta dell’ex camping Solicara, che rappresenta il punto più teso dei “rapporti” tra istituzioni, cittadini e comunità rom. Infi ne il Comune assegna loro la masseria Panareo, un’area anche questa volta pensata per la “sosta”, che ancora una volta viene umanizzata e resa vivibile dalla comunità, in barba alle disposizioni amministrative. Dopo alcuni anni la città prende coscienza della stanzialità che solo essa ignorava e avvia la costruzione di case. Benfik è stato anche impegnato in molti dei lavori nei quali in genere si specializzano singole famiglie, dalla raccolta del ferro alla vendita delle piante, che lo impegna tuttora. Le altre attività che contraddistinguono la vivacità del campo sono la compravendita delle auto usate, di vestiario e calzature con le altre comunità rom d’Italia e la questua. Le donne hanno partecipato al progetto “Working rom”, proposto dal circolo Arci “Zei” di Lecce, che ha ampliato le capacità di piccolo lavoro artigianale, spiragli che però non permettono un guadagno continuo, ma hanno cambiato notevolmente i rapporti tra i cittadini, quanto meno i più giovani, e questa sconosciuta comunità. Chiedo a Beni se ritornerebbe in Montenegro, ci pensa un po’:«Se avessi la sicurezza di una vita agiata forse lo farei, quanto meno ci tornerei più spesso, ma la mia vita e il mio mondo sono qui e ora».

Szylvia

 

Una bella donna, il cui nome è fi ttizio, mi chiede l’anonimato come prezzo per il pudore verso certe debolezze che ha avuto, che ha superato ma che ripudia ancora al punto da vergognarsene. Come molte altre sue connazionali, anche lei è venuta in Italia dalla Polonia più per avventura che per necessità, a ventidue anni, nel ‘94. Dell’Italia ama molto la cucina e gli uomini, e proprio per amore ha scelto di trasferirsi da Milano a Lecce. La capitale economica era per lei l’occasione della vita:«Appena arrivata ho trovato subito lavoro regolare come badante, intanto cercavo di fare qualche piccolo lavoro come indossatrice. Sai mai che diventavo modella!» Mi mostra le foto del suo book di presentazione, e sorge subito il dubbio sul perché andar via da Milano:«I signori per cui lavoravo come assistente sanitaria insistevano molto perché restassi con loro a tempo pieno, così mi hanno reso impossibile la vita, io stavo iniziando a bere molto. E la prima conseguenza è che non avevo più né il fisico dell’indossatrice né la pazienza della colf. Così sono scesa a compromessi con troppe persone». Poi la scelta di andare a Sesto San Giovanni, dove ha smesso di bere e ha trovato lavoro come commessa in un negozio di calzature, in regola ma retribuita un po’meno di quanto dichiarava la sua busta paga:«Proprio come in Cenerentola, ma al contrario, ho incontrato l’amore della mia vita a ventisette anni, porgendo una scarpa al mio “principe”, che quella sera stessa ha cominciato a corteggiarmi». Mi aspetto di vederla arrossire, ma non succede: l’osservazione empirica mi suggerirebbe di generalizzare ed estendere  questo atteggiamento a tutti i polacchi, ma non mi pronuncio. Un uomo all’antica, il suo amore, che la porta nel Salento, d’estate, anche per farle conoscere i familiari. Lei era stata tutt’al più in Liguria, e nonostante le pesanti scottature si innamora subito del sole e della luce del Salento, e del mare Adriatico, del quale conosce ogni anfratto. «Mi piace molto la pesca subacquea-dice, spiazzandomi ancora-, e mi piace prendere i ricci e aprirli. Andiamo spesso a San Foca, dove mio marito prende quasi sempre triglie e orate». Le domando: «Adesso fai romanticamente la mantenuta?», non l’avessi mai fatto, il suo volto si fa rigido e orgoglioso. «No, qui ho lavorato presso alcuni pub della movida, poi in una pizzeria piuttosto fuori Lecce, infi ne sto lavorando a una mia impresa personale, della quale non ti dico niente perché sono molto superstiziosa, ma riguarderà i preziosi». Sembra scontato chiederle come sia stata accolta qui, vista la sua affabilità, ma, mi confessa:«Con lui stavamo insieme da tre anni, quando abbiamo deciso, diciamo, di lasciarci. Sono stata malissimo, ci mancava poco perché mi attaccassi alla bottiglia, non avevo e non ho molti amici, soprattutto tra i miei connazionali. Poi sono ritornata per alcuni mesi a fare la badante presso una signora impossibile, ma ho sempre creduto in dio e nella provvidenza ed eccomi qua con due bei bambini e il mio amore e voglio vivere per sempre qua. Viaggiando spesso, però!»

Fontane

 

Forestiero sorpreso dalla fontana chiusa sulla Passeggiata di Otranto

Di Andrea Aufieri. Se l’incanto non è acqua: del triste destino delle fontanelle nelle marine del Salento.

Dello Ionio ho già detto. Ma l’Adriatico è più vicino al mio modo d’intendere una sortita balneare: per uno strano fenomeno fisico è più facile trovare l’ombra, e quasi sempre un vento tenue accarezza la testa, e il sole non ha bisogno di fare il dittatore, finito il turno delle diciotto può farti godere anche in un pomeriggio di afa mozzafiato. Lascio volentieri il desiderio di farsi frustare dopo quell’orario ai pervertiti dello Ionio.

Sempre grazie all’intenso week-end dei coinquilini ho rivisitato posti incantevoli, veri e propri scorci artistici come Roca Vecchia, frazione di Melendugno che precede d’un soffio l’inflazionatissima Torre dell’Orso, e che quest’anno è poco frequentata anche ad agosto, un po’ per la crisi, ma, credo, soprattutto per una questione di moda.

E poi la magia di Otranto: Luna Otrantina, non a caso, è una delle canzoni della tradizione più affascinanti e dense di significato, il cui testo è stato partorito dalla mente di Rina Durante.  Tra i teschi degli ottocento martiri e i vicoli in cui sembra ancora di inseguire Idrusa, rischiando uno schiaffo per l’insolenza, e l’ardere delle carni dalla pianta dei piedi fino alla testa fondente. Emozioni che necessiterebbero di essere bevute alla sorgente. E in effetti la sete viene sia a Roca che a Otranto, e anche la necessità di lavare via il sale dalla pelle.

E così si parte alla ricerca di una fontana, che in entrambi i posti troviamo, insieme a una brutta sorpresa. Le fontane sono chiuse. Ed è facile fare due più due se vicino a quelle fontane ci sono bar e chioschi pronti a vendere una bottiglietta del prezioso liquido incolore a peso d’oro.

Persino nelle piccole cose, non solo nelle leggi, il trasporto popolare che ha portato al referendum per la ripubblicizzazione dei servizi idrici è stato tradito:” gusteremo acqua libera!” era uno degli slogan, e lo vedi tradito nella quotidianità. Una piccola cosa, una cosa pessima.

 

*Si ringraziano Marco e Nicola, il primo per essersi reso ridicolo al mondo, il secondo per averlo reso possibile. 🙂

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