SperanzeRespinte

 

Andrea Aufieri, dossier del n.2 di Palascia_l’informazione migrante
http://www.metissagecoop.org

Se l’immigrazione diventa reato.

Alla libera circolazione di beni e merci non corrisponde il diritto delle persone a spostarsi alla ricerca di una vita dignitosa. Almeno non fuori da certi organismi internazionali, chiusi nonostante siano inseriti nel sistema del libero mercato. È su queste basi che la logica dell’accoglienza dello straniero involve sempre più nella caccia al clandestino. Noncuranti della millenaria costituzione etnoantropologica dell’Italia, una sequela di leggi e provvedimenti, di pari passo con un mercato culturale scellerato, ha ingurgitato in fretta il nostro passato di migranti e fomentato paure e derive securitarie, favorendo una dialettica deviata sull’immigrazione, basata sull’ipocrita dicotomia “regolare/irregolare”.

Questo a sua volta alimenta intolleranze persino da parte dei “bravi” immigrati, quelli regolari, per non parlare di sinistre e movimenti “civili”. Si va verso l’inesorabile clandestinizzazione degli immigrati e verso la criminalizzazione dell’atto stesso della migrazione. Eppure quello della migrazione è considerato un atto quasi endemico della natura umana, tanto da essere favorito all’interno dei circuiti comunitari europei, per esempio. In attesa che il centro del dibattito possa mirare a scardinare queste semenze di odio, prima di argomentare sulla questione dei richiedenti asilo, riteniamo opportuno quanto meno menzionare tutti quei migranti ritenuti clandestini, o peggio irregolari.

Quelli che per effetto di leggi, “illegali” in uno stato di diritto, si ritrovano a essere semplicemente invisibili, 650 mila secondo la fondazione Ismu, ma è ovvio che si tratta di un dato aleatorio. Quelli che tentano di arrivare e muoiono in mare, circa 15 mila dal 1988 secondo Fortress Europe. Quelli che senza poter esercitare i loro diritti sono semplicemente ributtati indietro, magari in territori dove non esiste alcuna garanzia per la loro incolumità (circa 1400 in sei mesi dall’Italia alla Libia). Quelli che attendono la loro sorte potendo permanere al massimo sei mesi nei 1806 posti disponibili nei tredici Centri di identificazione ed espulsione (Cie), e che magari fino a ieri producevano reddito e accudivano un’intera famiglia, quella sì “regolare”.

Se una notte di primavera sei “viaggiatori”…

La notte del 5 aprile approda al molo “Giovanni Bausan” el porto di San Giovanni a Teduccio (Napoli) la nave cargo “Vera D”. Bandiera liberiana, armatore tedesco, committente israeliano, comandante russo, manovali e marinai filippini. In questa babele devono essersi accorti davvero molto tardi che tra i container trasportati si erano accampate clandestinamente nove persone, tre ghanesi e sei nigeriane.

Con l’aiuto di Cristian Valle, avvocato di Soccorso legale a Napoli, cerchiamo di capire cosa è successo: «Solo in Italia, nell’atto delle operazioni di scarico, i marinai si sarebbero accorti dei clandestini, che logica farebbe pensare possano essersi imbarcati al porto ivoriano di Abidjan. A quel punto il comandante informa la questura di Napoli, ritenendo di non poter più ripartire per il venir meno del numero legale».
«Il fermo della nave produce vari problemi, quello principale è il blocco delle attività portuali, le cui conseguenze sono la perdita di circa mezzo milione di euro per la compagnia tedesca e soprattutto lo sciopero dell’11 aprile a opera dei marittimi. Intanto la questura, senza aver accertato l’età dei clandestini e dell’eventuale status di richiedenti asilo, ha emesso in fretta un decreto di respingimento».

Prima che il respingimento sia effettivo, però, è già scoppiata la protesta del movimento antirazzista campano e della Cgil, perché lo sciopero del porto ha fatto sì che i motivi del blocco divenissero di dominio pubblico. Scatta il presidio della nave e il sindacato si offre da intermediario, incaricando l’avvocato Valle di occuparsi dei diritti dei clandestini. Si avviano così trattative su più fronti: con l’armatore, il sindacato tedesco e la polizia di frontiera perché la nave non sia allontanata e per avere l’autorizzazione a salire a bordo.  Solo dall’avvocato Valle i migranti vengono a conoscenza dei loro diritti: tutti e nove si dichiarano rifugiati, e sei di loro anche minorenni non accompagnati.

«A questo punto formalizzo la mia nomina e invio le richieste d’asilo con un esposto formale alla questura e alla capitaneria. Intanto solo tre dei sei dichiaratisi minorenni sono sottoposti all’esame biometrico del polso all’ospedale Santobono, che assegna loro un’età di circa 19 anni. Siccome questo tipo di esame ha una fallibilità di due anni circa ed è in uso solo in Italia, quando sarebbe magari più opportuno sostituirlo con quello dell’arcata dentaria, ci aspettavamo almeno la presunzione di minore età, ma la questura non era di questo avviso e ha agito come se fosse stata scartata la fallibilità. A questo punto abbiamo denunciato la cosa e l’ufficio stranieri ha accolto la formalizzazione della richiesta di protezione. Gli immigrati hanno lasciato la nave e si è cominciata a valutare l’ipotesi di portare tutti presso uno Sprarr. Improvvisamente, forse per ordine diretto del Viminiale, dalla questura un passo indietro: tutti e nove i richiedenti avrebbero dovuto attendere la decisione della Commissione rifugiati in condizione di trattamento al Centro di identificazione ed espulsione di Brindisi-Restinco». È la notte del 16 aprile: la gente che presidia l’ufficio stranieri si accorge che qualcosa non va. Appena il blindato diretto a Restinco arriva in strada, i picchetti tentano di non farlo partire. Sono momenti di tensione, il missionario comboniano Alex Zanotelli dichiara che per deportare i migranti la polizia sarebbe dovuta passare sul suo corpo, e subito viene spinto, e si procura delle ferite lievi.

Il mezzo arriva a Restinco, dove di primo mattino la Cgil improvvisa un sit-in ricevendo la solidarietà di diverse delegazioni della rete antirazzista salentina e dei partiti di Sinistra e libertà e Rifondazione comunista. L’avvocato Valle chiede immediatamente udienza dal giudice di pace del Cie, Mario Gatti, cui espone una serie di violazioni di cui bisogna tener conto: la mancata presunzione di minore età e lo spostamento presso un Cie, entro le cui mura non possono restare minorenni e la violazione del respingimento “preventivo”, prima cioè di informarsi sulla volontà dei migranti di chiedere protezione. Il giudice riconosce la minore età per tutti e sei coloro che l’hanno dichiarata, decretandone l’immediato trasferimento presso le strutture preposte in Italia, ma non accetta le altre motivazioni per concedere la protezione ai restanti tre adulti, che restano all’interno del Cie e per i quali Valle ha fatto ricorso al Tar, nonostante il costo della procedura (1500 euro), e al tribunale di Bari perché la commissione per la valutazione della richiesta d’asilo ha intervistato i suoi assistiti in sua assenza.
Questa storia si sarebbe chiusa nel più assoluto silenzio nel giro di pochi giorni, e ciò denota come le cose possono essere fatte in fretta e senza nessun controllo da parte dei cittadini. Soltanto l’attivismo pone un baluardo di resistenza. Ora sei ragazzi cesseranno di essere numeri per poter raccontare una storia. Un privilegio negato a molti come loro.

In Italia si naviga a vista

In Italia non esiste una legge organica che possa facilitare e comprendere, magari con umanità, tutte le dinamiche legate al settore dell’immigrazione, e questo porta a effetti e dispositivi kafkiani. Come l’istituzione dei Cie. O peggio, a valutazioni superficiali, come è possibile leggere nel report dell’Istituto affari internazionali (Iai) per il Senato nel gennaio 2009 sul Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato con la Libia: la Libia ha le sue impostazioni culturali, mica può firmare una convenzione internazionale a garanzia dei migranti. E poi non è un problema italiano, ben altri sono i contenuti preponderanti del trattato. Di avviso opposto, tanto Amnesty International, che ritiene l’Italia responsabile della sorte dei migranti respinti, quanto la Commissione per la prevenzione della tortura (il cui acronimo, purtroppo, è Cpt) del Consiglio d’Europa (Coe), che ha espresso notevoli preoccupazioni a riguardo e cui l’Italia ha replicato asserendo che nessun migrante preso a bordo delle navi italiane ha fatto richiesta d’asilo. In merito a questa asserzione potremmo obiettare che se il metodo è quello della “Vera D” ben poca voce in capitolo possono avere i migranti. E a sostegno di questa impressione possono venire l’inchiesta di Riccardo Iacona “Respinti” andata in onda nel programma “Presadiretta” del 6 settembre 2009 (dove si afferma che i migranti respinti il 30 agosto, molti dei quali ricorrenti presso la Corte europea, non sapevano nemmeno di essere stati riportati indietro), e che qualcosa di anomalo possa essere avvenuto lo conferma la citazione in giudizio da parte della Procura della Repubblica di Siracusa di Rodolfo Ronconi della Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del ministero dell’Interno, e di Vincenzo Carrarini, generale della Guardia di finanza con mansioni di Capo ufficio economia e sicurezza del terzo Reparto operazioni del Comando generale della Guardia di finanza.

E non è tardata a venire nemmeno una dichiarazione di Laurens Jolles, rappresentante per il Sud Europa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), a commento della replica italiana al Coe: «Preoccupa l`affermazione secondo la quale nessuno tra i migranti respinti in Libia abbia avuto l’intenzione di fare una domanda d’asilo e che, quando ciò è accaduto, la domanda è stata esaminata dalle autorità italiane», perché pare che dal presidio dell’Unhcr in Libia siano arrivate ben altre voci. E proprio dalle carceri libiche provengono le testimonianze giornalistiche di Gabriele Del Grande (“Il mare di mezzo”) e di Laura Boldrini (“Tutti indietro”), a spegnere certe speranze.

Al largo della speranza

Secondo l’Unhcr nel 2008 nel mondo si sono registrate 839 mila domande di richiedenti protezione internazionale, ed è salito a 10,5 milioni il numero di rifugiati e a 26 milioni quello degli sfollati interni. Sono 34,4 i milioni di rifugiati sotto la protezione dell’Unhcr e 4,7 quelli sotto la responsabilità dell’Agenzia per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi (Unrwa). Contrariamente a quanto si possa pensare, il problema dei profughi riguarda per l’80% migrazioni interne ai paesi in via di sviluppo (pvs), che scappano principalmente da problemi di matrice occidentale (Afghanistan e Iraq) per rifugiarsi soprattutto in Pakistan, Siria e Iran. A 51 paesi industrializzati, invece, il compito di provvedere a 383 mila domande di protezione. Negli Usa sono 49 mila, mentre in Italia, quinta nella classifica delle destinazioni nei paesi industrializzati nel 2008, sono 30 mila. Il totale degli ingressi di immigrati in Italia registra solo un 10% per vie marittime, ma di questa percentuale fa parte il 70% dei richiedenti asilo, 36 mila persone. Di queste, due su tre hanno richiesto protezione sul posto o successivamente.

Al 50% dei richiedenti è stata riconosciuta una qualsiasi forma di protezione. Possiamo dunque concludere che un terzo degli arrivi via mare è stato riconosciuto bisognoso di protezione. I paesi di provenienza, nel caso dell’Italia, sono: Nigeria,  Somalia, Eritrea, Afghanistan, Costa d’Avorio, Ghana. Agli arrivi l’Unhcr fa fronte con ben 496 associazioni partner italiane, dal 2006 con il progetto “Praesidium”, finanziato dall’Ue e dal Ministero dell’interno, operativo dal 2008 anche in Puglia, e dal 2007 è stato anche indetto il premio “Per mare” per quelle imbarcazioni private che hanno il coraggio di salvare vite umane, in barba anche alle pericolose leggi statali in materia.

Come evidenzia l’ultimo rapporto Frontex, nel corso del 2009, a partire dall’entrata in vigore degli accordi con la Libia, in Italia si è registrato un vistoso calo degli arrivi per mare, che l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione  internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Ue ha stimato intorno al 33% in meno rispetto al 2008. Di fronte a questo allarme il ministro Roberto Maroni non ha trovato di meglio che polemizzare sul bilancio di Frontex. Comunque, solo pochissime persone sono riuscite a far valere i propri diritti: dei 1409 respinti presso la Libia, solo 24 sono potuti ricorrere alla Corte europea. Eppure la storia delle tutele internazionali per i migranti, accetta un principio fondamentale della legge del mare, quello del non refoulement, il divieto di respingimento, che secondo Amnesty “non implica nessuna limitazione geografica, si applica a tutti gli agenti statali operanti all’esterno o all’interno del proprio territorio. Non si deve respingere né verso il luogo di temuta persecuzione né verso paesi senza guarentigie”.

A parte quanto detto nella rubrica ospitata su questo numero, il docente di Diritto internazionale presso l’Università del Salento Giuseppe Gioffredi precisa che: «Il Trattato sul funzionamento dell’Ue (TfUe) prevede lo sviluppo di una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino e a garantire il rispetto del principio di non respingimento, il‘sistema europeo comune di asilo’. Un sistema comune volto alla garanzia per tutte le tutele e le protezioni previste del diritto, procedure e criteri comuni anche per gli accordi di partenariato e cooperazione con paesi terzi per gestire i flussi migratori speciali». Inoltre: «Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro interessato». Un ultimo proposito che deve destare l’attenzione degli organismi internazionali e dei cittadini, perché sembrano essere al via accordi tra Ue e Libia da monitorare con attenzione.

Fabbricare ponti per la “Fortezza Europa”_Intervista a Gabriele Del Grande

Il giornalista Gabriele Del Grande ha fondato l’osservatorio sulle vittime delle emigrazioni Fortress Europe, e ha condotto inchieste importanti, poi pubblicate per Infinito edizioni, come “Mamadou va a morire”(2007) e “Il mare di mezzo”(2010).

Come nasce la riflessione sul Mediterraneo, la “culla della civiltà”, come immenso cimitero nel quale dal 1988 hanno perso la vita circa 15 mila immigrati?

“Il mare di mezzo” nasce a metà del 2005, quando per Redattore Sociale conduco una ricerca sulla stampa internazionale sui morti delle carrette del mare nel Canale di Sicilia. Nel 2006 nasce Fortress Europe e nell’autunno dello stesso anno mi sono dedicato alla storia di Mamadou, una vittima del mare, poi pubblicata nel libro del 2007. “Il mare di mezzo” è un viaggio lungo le frontiere estere e in quelle interne all’Italia, poi nei Cie e nei Cara. I respingimenti sono un dramma soprattutto se avvengono verso la Libia. Come ha documentato Amnesty International, nelle carceri libiche c’è gente non libica che avrebbe titolo per chiedere asilo politico, ma è stata respinta e posta sotto il controllo e gli abusi della polizia del paese di Gheddafi. Restano spesso abbandonati lì nigeriani e piuttosto eritrei e somali.

Ma gli accordi tra Italia e Libia si fermano alle coste? Se Amnesty riconosce l’Italia come responsabile di ciò che accade ai respinti in Libia, perché il governo non ha previsto delle garanzie per i respinti?

La tua è una domanda legittima di chi crede di essere in uno Stato di diritto. Come è possibile leggere sul Rapporto 2009 di Amnesty, l’attuale trattato di amicizia, cooperazione e partenariato sussistente tra Italia e Libia è il risultato di un processo avviato dal primo governo Prodi, e c’è stato tutto il tempo di compiere visite in Libia da parte dei diversi schieramenti che si sono alternati a Palazzo Chigi. E che sappiano delle condizioni delle carceri libiche è certo perché ci sono testimoni oculari e perché c’è l’agenzia europea per il controllo della costa mediterranea (Frontex), che esprime preoccupazione per quegli accordi. Poi ci sono la legge italiana, che vieta il respingimento a chi vuol fare domanda di asilo e tanto meno il “respingimento preventivo”, e quella libica, che non prevede alcuna garanzia per i rifugiati e nessuna ratifica della Convenzione del 1951.

In tale contesto, come è possibile avere una minima conoscenza delle storie e delle persone che tentano di arrivare qui?

Adesso è possibile solo visionare i comunicati del Ministero dell’Interno, che riportano le cifre sui respingimenti, senza poter conoscere nemmeno nomi e nazionalità. Il 30 agosto 2009, 75 persone, tra cui donne, bambini e minorenni non accompagnati, sono stati respinti senza alcuna identificazione. Eppure le espulsioni collettive sono vietate dal quarto protocollo aggiuntivo della Carta europea dei diritti umani. Solo 24 di loro hanno potuto fare ricorso alla Corte europea, ma questa è più una sconfitta per coloro che non sono riusciti a ricorrere piuttosto che una vittoria del diritto, solo una minoranza vi è acceduta. Ogni tanto la giustizia batte un colpo, come è accaduto per le citazioni in giudizio emessa dalla Procura di Siracusa proprio per i fatti di agosto. Ma è una goccia nel mare, quella stessa citazione non è una condanna e potrà finire in archivio.

 E ci sono storie di opposizione a una “legge illegale” come la definisci tu.

Sì, è il caso dei salvataggi a opera di numerosi pescherecci italiani al largo di Mazara del Vallo. Per effetto della legge sull’immigrazione del’98 siamo arrivati a una situazione di assurdo conflitto: il divieto di portare a terra clandestini, passibile di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, contro l’obbligo di prestare sempre soccorso sancito dalla Convenzione Sar (Search and rescue) del ‘79. Una legge variamente interpretata dalla guardia costiera: può andare andare bene ai pescatori italiani, malissimo ai sette tunisini che nel 2007 soccorsero alcuni naufraghi. Furono arrestati e le loro navi poste per mesi sotto sequestro a Lampedusa, dimezzate così del loro valore, provocando infine licenziamento e disoccupazione dei malcapitati. E ci sono poi storie che non vorremmo mai sentire, quando nemmeno la legge del mare può nulla contro il terrore instaurato dalla legge reale: è il caso del peschereccio di Mola di Bari, il cui capitano ributtò a mare un naufrago che dopo poche bracciate annegò sfinito. Era il gennaio del 2008. Al di là di questi casi limite, penso che non ci sia solo un problema di legge, ma proprio di comunicazione. La gente non conosce i propri diritti ed è trattata come se ogni vita avesse un peso o un valore differente.

Come è possibile sviluppare una resistenza a questo stato di cose, come fare che la “fortezza Europa” stenda i suoi ponti e diventi una piazza?

Anzitutto bisogna prendere coscienza che l’immigrazione è solo una “parete” di questa fortezza. Tuteliamo da sempre la libertà di circolazione dei beni e delle merci, non lo facciamo allo stesso modo per le persone. Eppure i ponti si costituiscono con l’apertura. Il futuro è in un’altra finanza, in cui la vecchia Europa non giocherà più un ruolo di primo piano: l’interesse si sposterà sempre più sull’Africa e sul resto del mondo. Il rischio per l’Europa è quello della crisi e del collasso. Altri paesi crescono velocemente. Si può ancora trovare un equilibrio: è il caso dei gemellaggi tra i porti di Genova e Tangeri. La redistribuzione della ricchezza dovrà avvenire e passerà anche grazie al ruolo degli immigrati.

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