Il migliore amico dei single che lavorano a tempo pieno è il bonsai. O dell’ardimento

Tharreo e la schiuma dei giorni

Il migliore amico dei single che lavorano a tempo pieno è il bonsai.

Il fervore iperreligioso di Terrence Malick fa porre una bellissima domanda alla sua protagonista in The Tree of Life:

Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura, e la via della grazia.

La narrazione si dipana su questa dicotomia. L’esistenza è un mistero e non è accessibile a coloro che vogliono sempre analizzare, selezionare, ma solo a coloro che sono disposti a innamorarsene, a danzare con lei: c’è scritto questo in un frammento del biglietto che accompagnava il bonsai che mi è stato regalato qualche mese fa.
Il periodo non era dei migliori, dopo la situazione è peggiorata.

Ma trovo sia una bella consuetudine quella di trovare un nome ai bonsai, se non altro dedicando un po’ di tempo alla maestosità di un albero che è stato costretto in una pianta. E non è che non avessi subito la risposta, ma le certezze teoriche possono solo in qualche modo orientare un comportamento o un’idea che poi deve scontrarsi con la realtà empirica.
E la volontà, anche la più granitica, ha mille piccole frazioni fatte di desiderio.

Così in questo momento di lunga transizione, avvenuta non proprio per mia volontà, che anzi più di una strada l’avrei anche abbozzata, il problema è non riuscire a immaginare un futuro pieno di assenze, cosa cui purtroppo dovrò abituare uno sguardo asciutto e privo di miopie e congiuntiviti (non di congiuntivi, no).

Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso laggiù.
(Leslie Poles Hartley, L’età incerta)

Ho dovuto ripetere spesso questa frase a me stesso, da un certo giorno di agosto, perché qualcuna, tra quelle assenze, urla più forte di altre, dentro la nebbia lattea dei giorni.  Il mio nome è Andrea, deriva dal greco àndreia, significa coraggio. Coraggio, in italiano, era il nome che avevo scelto per il bonsai, ma le idee teoriche non sempre sono buone idee.

Non basta professare la propria visione della vita: cosa accade se si deve mettere in pratica quello che si è detto? No, dico, magari qui c’è un pesce piccolo in un lago minuscolo, ma sempre a far quattro chiacchiere sul cosmo, si finisce. E intanto la vita avviene. Ho giudicato importante la qualità-coraggio per poter uscire dal passato senza legarmici con i mattoni nelle scarpe. E per affrontare il presente, questo sì mattone dopo mattone, senza troppa paura del futuro.

Con un automatismo psichico degno di Breton (André), ho scelto Tharreo perché sottintende un’azione, quella di darselo, di infonderselo, questo coraggio. Scusa, piccolo Tharreo, se vuoi protesta all’anagrafe ma è così che ti battezzo, perché questo quello che ho bisogno di annaffiare, coltivare, giorno per giorno, perché i desideri non sfioriscano in passioni tristi. Per generare una stella danzante!

La dignità oltre le braccia

 

Unlike the rest, Rafaël Rozendal, 2007

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

Maggio 2009. Alcuni video girati nelle campagne di Nardò (Lecce) mostravano come non ci fosse alcuna differenza tra gli immigrati-schiavi delle Murge, quelli derubati di ogni dignità dai caporali in Capitanata, e, infine, il Salento che rivendicava una sorta di verginità, forse dimentico delle biciclette dei bisnonni nel falò dell’Arneo di ormai mezzo secolo fa.

Maggio 2010. Numerosi comunicati sindacali a firma Cgil, ma anche i dati del dossier di Medici senza frontiere, mostrano che anche il Tacco d’Italia affina gli anticorpi della legalità contro il lavoro nero. Su questa linea il progetto Amici, un filtro di luce nelle tenebre.

Non è quantificabile il numero dei lavoratori “irregolari” sfruttati nelle campagne, essendo solo 2000 quelli dichiarati a vario titolo dalle aziende agricole della regione, il 5% dei lavoratori totali. Così come neanche quest’estate i 118 dell’area salentina si sono risparmiati il soccorso a gente con problemi gravissimi d’igiene e malnutrizione. Eppure leggerete di un esempio positivo, per uscire dai canoni del macabro che tanto piace ai lettori, e per indicare una strada che vorremmo che le istituzioni seguano. E che lo stesso Comune di Nardò porti avanti, perché ora non si sa nemmeno se quello che è avvenuto quest’estate si ripeterà. Sembra di essere nel film Risvegli.

Gianluca Nigro, coordinatore dell’associazione Finisterrae e del progetto Amici, ci racconta l’isola felice della masseria “Boncuri” di Nardò.

Com’è nato è come si è sviluppato il progetto?

Dall’esperienza di alcuni di noi che conoscono il lavoro stagionale dei migranti. Agire sull’emersione del lavoro nero è l’elemento centrale. Bisogna implementare questo modello e lavorare sulle aziende perché si esca dalle condizioni negative. Siamo convinti che si possa ragionare sull’incontro tra domanda e offerta di lavoro attraverso il pubblico e lavorare con le istituzioni per far capire alle aziende che un modello messo positivo può essere utile per tutti, ed eliminare le sacche di degrado.

Qual è stata la parte delle aziende?

Che io sappia nessuna, ma non credo che esse possano sempre scaricare i costi sul pubblico e ottenere tutti i benefici. Dev’esserci una convergenza sui ruoli. Va trovata una linea di discussione in cui si determinino le convenienze per le parti.

Com’era il villaggio?

Abbiamo avuto nel complesso 400 unità tra il 21 giugno e il 31 agosto. 28 tende di cui 25 comprate con contributi della Provincia di Lecce e del Comune di Nardò e tre in prestito da altri enti come le protezioni civili locali. Avevamo una sala mensa non utilizzabile per quella funzione e allora abbiamo aggiunto qualche materasso per poter ospitare dignitosamente altri lavoratori durante il picco stagionale. Poi un ufficio di accoglienza, il presidio medico, l’assistenza locale e uno stanzone con funzione di moschea. Poi c’era anche la sala usata come lavanderia a diretto uso degli ospiti.

E la mensa?

Non era prevista, perché intorno al centro c’erano dei gruppi di cucine allestite autonomamente dai lavoratori, che nel frattempo socializzavano. Avremmo smantellato un’autonomia organizzativa che ci sembrava importante. A parte per le norme di base per la convivenza, c’era comunque grande autonomia degli ospiti rispetto a tutto.

I lavoratori erano con le famiglie?

Nel Foggiano ci sono le strutture per questo, ma qui non era possibile farlo. Non abbiamo seguito l’esempio degli alberghi diffusi perché secondo noi è stato un tentativo errato per allestire la convivenza: troppe poche persone, pagare anche se in modo simbolico la permanenza, tutta una serie di cose, tra cui anche il rapporto di costi di spesa, la disponibilità di strutture, di fronte poi all’enorme afflusso, hanno un po’ tarpato quell’esperienza.

Quali realtà hanno partecipato al progetto?

La ristrutturazione della masseria “Boncuri” è stata avviata nel 2008 con l’assegnazione di fondi Cipe e del Ministero del Lavoro, che ha poi delegato alla Regione per la programmazione su progetti che consentissero l’emersione dal lavoro nero. Il progetto è stato proposto da Finisterrae e dal Comune di Nardò, poi è stato sostenuto e sponsorizzato da una rete di istituzioni e associazioni, fino all’attivazione delle Brigate di Solidarietà attiva Salento, importante perché si è forgiata con l’esperienza dell’Aquila e da metodi democratici come le assemblee in masseria. Molti elementi positivi: la solidarietà anche tra lavoratori, anzitutto, base imprescindibile per il lancio della campagna Ingaggiami contro il lavoro nero, la presa di parola dei lavoratori contro il sommerso, che ci hanno messo faccia e magliette. E si trattava della presenza storica dei tunisini che raccolgono le angurie qui da vent’anni, dei fuoriusciti dai Cara senza alcuna prospettiva neanche con la protezione ottenuta, delle vittime della crisi delle aziende del Nord.

Il progetto è finito. Cosa succederà l’anno prossimo?

Non lo so. A prescindere dalla nostra presenza a Nardò in questo specifico campo, vogliamo diffondere una pratica innovativa. Ci sono molte incognite, abbiamo elaborato una proposta più complessiva per l’anno prossimo. Più estesa in numero di posti, anche, e per modulare un intervento organico ancora più incisivo sulla via dell’emersione. Faremo una rete almeno meridionale di soggetti associativi e istituzionali-anche in Calabria- che in qualche modo seguano queste dinamiche per definire un modello sostenibile che agisca sulla tutela complessiva dei lavoratori, perché abbiamo creato un’isola felice, ma poi non abbiamo cambiato delle vite. I braccianti immigrati nel Meridione sono 80-90 mila e le condizioni di vita sono spesso pessime. In tutto ciò poi c’è una grande ingiustizia perché è una parte importante della nostra economia che si regge su braccia straniere sottopagate e umiliate. Dormire sotto un ulivo a Nardò è una cosa dura, ma è meno dura che non avere nessuna prospettiva per il domani. Prestare la propria opera a un caporale è mettere la propria vita in mano a un irresponsabile.

Boris Vian, la vita a ritmo di jazz

I libri di letteratura francese, ma solo quelli à la page, gli dedicano un minuscolo riquadro, se va bene anche un foto. Se lo studente ha la fortuna di arrivare a quel punto del programma, la stagione esistenzialista con i giganti Sartre, Camus, Prévert, Simone de Beauvoir e l’esuberante gruppo di Saint-Gremain de Prés, allora rischia di scorgerlo. Basta una foto per carpire in quegli occhi in bianco e nero creatività sorniona e passione assorta, tesa al prossimo pasticheUn’espressione che sembra comunicare qualcosa del tipo: «ho una fottuta fretta, non mi metterò mai in posa per nessuna foto, devo fare quel che devo fare, non ho molto tempo,…».

Non molto tempo perché Boris Vian è vissuto – pericolosamente –  trentanove anni, suonando da sofferente di cuore, cantando e criticando jazz. Lavorando come ingegnere ha inventato strani aggeggi meccanici. Come attore, cantautore e soggettista cinematografico ha lasciato il segno creando testi d’indimenticabile distratta profondità e poesia. Come esperto narratore e commediografo, tra fantascienza e pornografia, ha dato vita al meglio e al peggio di una biografia che sembra alludere ad un aggiornato prototipo del vero umanista. Non c’è male per uno vissuto a contatto con i teorici del vuoto, della nausea e dell’assurdo!

Il secondo dopoguerra aveva affamato un po’ tutti gli artisti indipendenti, che se la passavano piuttosto male e alcuni di loro avevano affrontato i lager. In questo contesto è da inserire la caduta di stile di Boris, che nel 1946 pubblicò una serie di romanzi sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan e la spinta del suo stomaco. Romanzi verso i quali, grazie alle edizioni MarcosyMarcos, s’è risvegliato anche in Italia un certo interesse.

Essi rappresentano un incontro/scontro ideale tra Sade e Hemingway con schegge noir e porno-pulp, tra i quali i più famosi hanno titoli inquietanti e promettenti: J ’irai cracher sur vos tombes (Sputerò sulle vostre tombe, ‘46 ); Les morts ont tous la même peau (I morti hanno tutti la stessa pelle, ‘47).

In un certo senso il fittizio autore nordamericano cela, nella sua essenza e nella sua opera, il carattere distintivo del suo creatore: sarcasmo crudele e dissacrante verso la società d’un dopoguerra infinito, verso un sistema ipocrita e verso gli stessi lettori che compongono la società e sono influenzati dall’ipocrisia piuttosto che dal sistema ipocrita, lettori che acquistano quella robaccia che fa fare tanti soldi.

Ecco cosa scrive ne La schiuma dei giorni:

“L’essenziale, nella vita, è dare giudizi a priori su tutto. In effetti, sembra che le masse stiano sempre dalla parte del torto, e che gli individui abbiano sempre ragione. Bisogna tuttavia stare attenti a non dedurre nessuna regola di condotta da questa constatazione: certe regole non hanno bisogno di essere formulate per essere eseguite. Solo due cose contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington…”

In questo senso, la produzione che più gli somiglia è quella teatrale, con lavori tecnicamente vicini all’opera di Jarry e Ionesco: L’équarissage pour tous (L’inquadramento per tutti, 1950), Les bâtisseurs d’empire (I costruttori dell’impero, ‘59), e i postumi: Le goûter des généraux (La merenda dei generali), e Le dernier des métiers (L’ultimo dei mestieri, ‘64).
In mezzo al pecorume, la profezia sussurrante di un jazzista tachicardiaco, che svolge la sua opera liberatrice, l’arte secondo filosofie e dettami sociologici dell’epoca, divertendosi egli stesso.

E’ vero però che nessuno è profeta in patria se la reazione ai suoi scritti è stata l’interdizione per oltraggio al pudore, eppure i quindici volumi sfornati in quindici anni testimoniano la grande vena creativa dell’autore e il suo incontenibile entusiasmo. Sono di quegli anni i suoi più riusciti romanzi, Veroquin et le plancton (1945), che gli valse la stima e l’amicizia di Raimond Queneau, L’ecume des jours (La schiuma dei giorni), L’Automne à Pékin (Autunno a Pechino,‘46), L’ herbe rouge (’50), ma anche alcuni racconti – Chroniques du Menteur (’46), Les Fourmis (Le Formiche, ‘49)- e le raccolte di poesia considerate minori rispetto alla più nota Je voudrais pas crever (Non vorrei morire,’59), dove intenso lirismo e gioco verbale si rincorrono divertendo il lettore e, soprattutto l’autore- Barnum’s Digest (’48), Cantilènes en gelée (’49).

La produzione musicale di Vian è sconfinata, conosce numerose contaminazioni nel suono, ad opera soprattutto di quei marrons (i jazzisti di colore americani, visti sotto l’ottica razzista francese) di cui si dichiara figlio, e nella parola (Queneau e Prévert aggiungono poesia alla sua poesia). Pur avendo scritto per numerosi interpreti, Juliette Gréco su tutti, l’egocentrismo di Boris lo spinse, in carriera, a comporre, interpretare e musicare oltre 400 brani. Nel 1955, ai vertici della Philips, egli registra un memorabile microsolco di 12 canzoni, intitolato Chansons possibles et impossibles, che incappa in un’altrettanto memorabile censura per la presenza di forti allusioni nei testi e, soprattutto per il capolavoro Le déserteur, inneggiante all’obiezione ed alla diserzione proprio quando scoppiava il conflitto franco-algerino. Lo stesso che faceva inimicare Camus e Sartre, azzittendo ancora una volta il piccolo Vian.Questa volta, però, la grandezza dell’opera è consacrata da decine di cantautori in tutto il mondo. L’Italia ha calato uno storico tris con le versioni della Vanoni, di Tenco e, soprattutto, di Fossati.

Come sceneggiatore cinematografico e compositore teatrale, nel ’53, rappresentata l’opera Le Chevalier de Neige à Caen. Nel ’56 adatta una versione de L’Automne à Pékin, poi, su partitura di Georges Delerue, arrangia come opera musicale Le Chevalier de Neige, e compone per il teatro Les Bâtisseurs d’Empire (rappresentato poi nel ’59). Del ‘58 saranno la rappresentazione dell’opera Fiesta (musiche di Darius Milhaud) a Berlino e la pubblicazione di En avant la zizique.

Nel ’59 diviene direttore artistico della Barclay, ma l’insufficienza cardiaca lo ha arrugginito parecchio, per cui smette quasi di farsi vedere a Saint-Germain e, presi accordi per la trasposizione cinematografica di     J’irai…, cerca di monetizzare presentandone la sceneggiatura per il cinema, con la speranza di dirigere un altro film ancora, magari proprio sull’opera da lui più amata, L’arrache-coeur (Lo sterpa-cuore). I produttori lo snobbano finché qualcun altro non copia tutto e realizza il film, senza menzionarlo neanche. L’ultimo, fatale, schiaffo, Vian lo tira presentandosi alla prima senza essere invitato, ma dopo pochi minuti dall’inizio della proiezione, forse disgustato dalla carne di porco fatta della sua opera, il suo cuore non regge più.

Testi

16 pensieri sul jazz

Cosa rappresenta il jazz per i giovani? Sarebbe una domanda ben sciocca se si considerasse la gioventù come un tutt’uno e non come un insieme di individui diversi. Ma le divergenze d’opinione che si riscontrano fra i giovani, permettono di distinguere i loro comportamenti di fronte a questa musica invece di assimilarli semplicemente, senza neppure domandarsi se sono tutti d’accordo…
Per molti il jazz è soltanto musica ballabile, come un qualsiasi valzer di Strauss. Poco importa che si tratti di jazz buono o cattivo, di Duke Ellington o di Jo Privat: musica ballabile, pretesto per un flirt o per sciogliere i muscoli in movimenti puramente coreografici.
Il jazz può anche essere un modo di assaporare la bella vita di cui il cinema propone immagine e cerimoniale: champagne, whisky and soda, scollature, pellicce, venti bei musicisti che ritmano il ritornello e l’eroina che mormora le parole incollata al suo innamorato.
C’è anche l’atteggiamento un po’ scontato di chi urla di gioia ascoltando un assolo di batteria, qualunque sia. Per alcuni può essere una forma di snobismo. Le belle menti trovano elegante, in certe epoche, interessarsi di jazz e i giovani li seguono, come li seguirebbero in qualsiasi altra cosa.
Il jazz può anche servire come provocazione, “per far arrabbiare i genitori”. Anticonformismo violenza… trovo quasi strano che i surrealisti abbiano tralasciato questo strumento di scandalo.Infine ci sono quelli che si lasciano toccare, senza riserve, da sensazioni o pensieri, indistintamente… attraverso un ricordo, un’associazione d’idee; poi cercano di approfondire, di sapere, di conoscere. E non si fermano. Si rivolgono a quest’arte che è il jazz con l’entusiasmo della scoperta, magari sbagliando, per estrarre, a poco a poco, la vera sostanza.
Sono proprio questi che resteranno fedeli al jazz e seguiranno la sua evoluzione, mentre per gli altri non si sarà trattato che di un momento della loro vita, una follia di gioventù, del tempo in cui erano “zazous”*.
In verità, amici miei, la letteratura sul jazz dovrebbe limitarsi alla pura pubblicità, poiché tutti i commenti, venendo a posteriori, (come ogni commento che si rispetti) fanno del jazz un mostro che non è mai stato. E tentare di dimostrare brano per brano l’evoluzione avvenuta nello spirito di un musicista, dopo il risultato finale, è sterile, a differenza dell’analisi scientifica dei fenomeni naturali; poiché, in fin dei conti, la scienza vi permetterà di agire sulla materia, mentre il critico non potrà mai, sebbene conosca tutte le risposte, fare qualcosa: un bell’assolo per esempio; o prevedere in anticipo che il tal giorno alla tal ora, un tale farà un assolo formidabile poiché così fa pensare tutta la sua vita fino a quel momento.
Il fatto è, si dirà, che la critica musicale, ancora agli esordi, non ha raggiunto il grado di perfezione delle riflessioni di Einstein sulla fisica, che gli permisero di dire anni prima, nel 1912, che sarebbe stato facile verificare le sue affermazioni alla successiva eclissi solare (e fu così, infatti, nel 1919). Bene, sono d’accordo. Ma prendiamo un altro tipo di critica più consolidata, quella della pittura. Tutto va esattamente nello stesso modo e, in fin dei conti, non restano che i quadri nei musei assieme a un mucchio di noiose scartoffie.
Spiegare, spiegare! “lo non capisco” dice lo spettatore davanti alla pittura astratta; ma il fatto è che non c’è niente da capire: bisogna guardare. Cosa fanno di meglio quelli che capiscono? Poco. Succede che a loro la visione dei colori susciti un riflesso grafico mentre le parole scorrono, scorrono sulla carta. Ma perché questo riflesso? Perché proprio questo? Perché quello? E perché, perché sì o perché no? Falso problema! Certamente sono sinceri quelli che, presi dall’entusiasmo, vogliono rendere partecipi anche altri. E qualche volta ce la fanno; ma cosa hanno guadagnato? Non la comprensione del quadro o del disco, ma solo l’adesione alla loro opinione. È così che, senza volerlo, molti giovani si sono lasciati prendere dalla “guerra degli aggettivi” come la definisce giustamente Hodeir. È un’illusione che si può far risalire a tempi lontani, come testimonia la storia del re che credeva di andare in giro con la veste più fine del mondo finché un bimbetto disse candidamente: “Ma il re è tutto nudo!” È una vecchia storia.
Cosa cerchiamo, in fin dei conti? Non posso parlare che per me, ma io so bene quello che cerco: momenti magici come quelli che portano il nome di Ellington, Parker, Gillespie, Louis, Ella, Peterson e altri.
Come fare, per averne di più? Aumentare la domanda? Anche. Gli organizzatori dei concerti hanno delle idee ben arretrate su questo.Ma la domanda, che poi sarebbero gli appassionati, ha mezzi ben limitati. Qualunque sia la domanda, se nessuno ci guadagna, che possibilità ci sono? Allora? Bisogna avvicinare al jazz chi può spendere? Ma come? Con le venti facce che compaiono ogni anno?A questo punto, naturalmente, arriva la critica e dice: facciamo appello all’intelligenza e alla comprensione degli uomini di punta della finanza. E andiamo, precipitiamoci sulla macchina per scrivere. Il guaio è che il fior fiore della plutocrazia non legge altro che la “Cote Desfosses”.
E finalmente ci si accorge che è confondendo le carte e tacendo dell’oscurantismo che si attira l’attenzione. A cosa serve dire banalmente: Durand è un buon musicista, è ben accompagnato, interpreta con gusto un tema bello e semplice e il risultato è piacevole? A niente, cari miei. È fuori discussione. Bisogna risalire alle origini, quando il jazz era agli albori nella giungla birmana, ai tempi in cui Buddy Bolden sputava i polmoni nella bocca disumana del suo ottone e, nello stesso tempo, strappava il cuore a quelli del1’Assistenza e oltrepassava il lago Pontchartrein…
Realmente, in tutta sincerità non c’è, io penso, che un’alternativa: cos’è il jazz, o il pubblico lo sa o non lo sa. La critica non è in grado di farglielo sapere meglio. Lo informerà solo su ciò che Machin pensa che sia. Potrà attirare l’attenzione, certo! E questo non è altro che pubblicità. È una forma più occulta di pubblicità, proposta con un interesse spesso sincero da un appassionato più eloquente degli altri, che intravede quanto può guadagnarci con il fine recondito di schiarirsi le idee sull’argomento.
È triste, davanti a tante belle frasi, dirlo così brutalmente, ma l’utilità della critica mi sembra identica a quella del bollettino meteorologico; ecco come vanno le cose. All’inizio ci sono gli elementi attivi – i cicloni e gli anticicloni, che corrispondono ai musicisti. Qualcosa li determina (ancora un percorso difficile per la critica: chi spinge Dupont a suonare?) L’essenziale è che suonino. Si creano un pubblico – un primo gruppo di seguaci (che può anche includere un critico). Questo pubblico gioca il ruolo del talent-scout hollywoodiano (possiamo definirla critica?) ruolo analogo a quello dell’osservatore di una stazione meteorologica. Questo pubblico segnala: c’è Dupont che fa qualcosa. Lo si fa sapere (questo continua a chiamarsi pubblicità). Subentra la fase statistica: si misura in che grado il successo di Dupont superi quello di Durand. Prima su scala locale, poi in confronto al successo di Duval più lontani. Si tenta di tracciare le curve isobare. Si ipotizza che in un certo lasso di tempo, a determinate condizioni, Dupont diventerà questo o quello; impazzerà sulle coste bretoni o si disperderà al largo. Tutto questo può servire all’appassionato, e può persino suscitare interesse in chi non si è mai occupato di jazz, ma si preoccupa per la sua casa sulla costa. Quando finalmente Dupont arriva, tutto si riduce a questo: o ti piace o non ti piace.
Cosa fa il critico, davvero? Perché non restare nell’ombra? Dopo tutto, quel che conta è il trafiletto di Paris-Presse, che segnala che il tal giorno, alla tal ora, presumibilmente il ciclone Dupont passerà su Carpentras. Che spazio può dare Paris-Presse ai calcoli laboriosi che hanno permesso di prevedere Dupont in anticipo? Il lettore se ne infischia. Tutt’al più possono interessare alla critica che li ha elaborati. La differenza? Non c’è; salvo che chi non oserebbe presentarsi come esperto meteorologo non esita a definirsi critico di jazz o di qualcos’altro. Non si rende conto di fare semplicemente da tramite di notizie o valutazioni (il ciclone e la sua intensità). Vuole spiegare a tutti i costi perché questo ciclone è fatto così. Si accanisce. Rovelli interiori messi a nudo. Non si rende conto che le spiegazioni valgono zero: pura illusione. Non si salvano nemmeno icritici più geniali.
La prova è che già da un’ora io sto tentando, come uno stupido, di spiegarvi che cosa è la critica e perché non si possa dire che serva a qualcosa. La mia lucidità mi ha gratificato e mi ha fatto passare il tempo. Chiunque è libero di immaginare una critica talmente seria da consentirvi un giorno di prevedere, ascoltando cento dischi di Machin, che assolo eseguirà su Lover come back to me, nota per nota. Fortunatamente per tutti, questo momento funesto non è vicino. Quanto alla rassegna stampa, questa è maledettamente compromessa. Per fortuna non succede niente durante il mese di agosto, salvo qualche storia di fregate inglesi; meglio che mi occupi delle mie cose.
*Nome dato in Francia ai giovani appassionati di jazz, durante la seconda guerra mondiale

Le déserteur
Parole di Boris Vian
Musica di Boris Vian e Harold Berg
1954

Monsieur le président
Je vous fais une lettre
Que vous lirez peut-être
Si vous avez le temps
Je viens de recevoir
Mes papiers militaires
Pour partir à la guerre
Avant mercredi soir
Monsieur le Président
Je ne veux pas la faire
Je ne suis pas sur terre
Pour tuer des pauvres gens
C’est pas pour vous fâcher
Il faut que je vous dise
Ma décision est prise
Je m’en vais déserter

Depuis que je suis né
J’ai vu mourir mon père
J’ai vu partir mes frères
Et pleurer mes enfants
Ma mère a tant souffert
Qu’elle est dedans sa tombe
Et se moque des bombes
Et se moque des vers
Quand j’étais prisonnier
On m’a volé ma femme
On m’a volé mon âme
Et tout mon cher passé
Demain de bon matin
Je fermerai ma porte
Au nez des années mortes
J’irai sur les chemins

Je mendierai ma vie
Sur les routes de France
De Bretagne en Provence
Et j’irai dire aux gens
Refusez d’obéir
Refusez de la faire
N’allez pas à la guerre
Refusez de partir
S’il faut donner son sang
Aller donner le vôtre
Vous êtes bon apôtre
Monsieur le président
Si vous me poursuivez
Prévenez vos gendarmes
Que je n’aurai pas d’armes
Et qu’ils pourront tirer

Non vorrei crepare

Non vorrei crepare
prima di aver visto
i cani neri del Messico
che dormono senza sognare
le scimmie dal culo nudo
che divorano pistilli
i ragni d’argento
nei nidi pieni di bolle
non vorrei crepare
senza sapere se la luna
sotto la sua falsa faccia della medaglia
ha una parte a punta
se il sole è freddo
se le quattro stagioni
davvero sono solo quattro
senza aver provato
a portare una gonna
sui grandi boulevard
senza aver guardato
in un tombino della fogna
senza aver messo il pisello
in qualche angoletto bizzarro
non vorrei finire
senza conoscere la lebbra
o le sette malattie
che si beccano là sotto
il bene e il male
non mi darebbero pena
se se se sapessi
di avere la precedenza
e c’è anche
tutto quel che so
tutto quel che apprezzo
che so che mi piace
il fondo verde del mare
dove girano di valzer i fili delle alghe
sulla sabbia ondulata
la paglia in fumo di giugno
la terra che si screpola
l’odore delle conifere
e i baci di quella là
quella che qui che là
la bella che voilà
il mio Orsacchiotto, l’Ursulà
non vorrei crepare
prima di aver consumato
la sua bocca con la mia bocca
il suo corpo con le mie mani
il resto con i miei occhi
non dico altro si deve
avere un po’ di rispetto
non vorrei morire
senza che nessuno abbia inventato
le rose eterne
la giornata di due ore
il mare in montagna
la montagna al mare
la fine del dolore
i giornali a colori
tutti i bambini contenti
e ancora tanti trucchi
che dormono dentro i crani
dei geniali ingegneri
dei giardinieri gioviali
dei soci socialisti
degli urbani urbanisti
e dei pensierosi pensatori
tante cose da vedere
da vedere e da intendere
tanto tempo da attendere
a cercare dentro il nero

e io io vedo la fine
che si spiccia e arriva
con la sua gola mocciosa
e che mi apre le braccia
di rana sciancata

Non vorrei crepare
nossignore nossignora
prima d’aver assaggiato
il gusto che mi tormenta
il gusto che è il più forte

non vorrei crepare
prima d’aver gustato
il sapore della morte.

Perché vivo

Perché vivo
Per la gamba gialla
D’una donna bionda
Appoggiata al muro
In pieno sole
Per la vela gonfia
Di un battello del porto
Per l’ombra delle tende
Il caffè ghiacciato
Che si beve con la cannuccia
Per toccare la sabbia
Vedere il fondo dell’acqua
Che diventa così azzurro
Che discende tanto in basso
Con i pesci
I calmi pesci
Pascolanti sul fondo
Che si librano sopra
I capelli delle alghe
Come uccelli lenti
Come uccelli azzurri
Perché vivo
Perché è bello.

*L’articolo è stato pubblicato nel settembre del 2006 sulla rivista letteraria on line Musicaos.it

Intercultura all’italiana

Striscia di Mauro Biani

 

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

L’Italia è un paese che racconta di oscillazioni migratorie in entrata e in uscita, da sempre. La misura doveva esser colma già ai tempi di Dante, che respingeva questa donna di bordello, troppo promiscua anche nel meticciato delle sue culture. Il poeta dovrebbe farsene una ragione: nonostante la facilità con cui il popolo abbia voluto seguire bandiere di qualsiasi colore, l’anima è rimasta una e molteplice, divisa e indivisibile. E preparata anche, d’istinto prima ancora che per legge, all’accoglienza, salvo poi dover dare anche un colpo al cerchio del mercato. Così l’orda, per dirla con Stella, i nuovi barbari e la costruzione mediatica del nemico, del capro espiatorio di malesseri sociali prima ancora che economici. E il tentativo d’innesto di modelli che poco hanno a che fare con questo paese. Da diversi anni si evidenzia una realtà senza equilibrio: è richiesta la presenza di lavoratori immigrati, eppure si rende difficile l’arrivo e la permanenza. Fino a quando potrà durare questa situazione, prima che il paese si abbandoni alla povertà e alla vecchiaia cui vuole condannarsi? In questi anni si giocano molte speranze. Siamo abituati a leggere la presenza immigrata sotto la lente della spesa pubblica, e non ragioniamo sulle possibilità di crescita che questa ci offre. Abbiamo provato a porre due domande urgenti agli attori nazionali  dell’intercultura, dalla politica all’arte, dal diritto ai movimenti, dal giornalismo all’università e alla ricerca. La fotografia è piena di contrasti, le potenzialità sono in mano ai cittadini.
Le nostre domande:

  1. Il VII Rapporto Cnel conferma che in Italia è forte la richiesta integrativa rivolta agli immigrati, dall’assistenza alla manodopera, al lavoro qualificato. Tuttavia, siamo ben lungi dal facilitare il loro ingresso e la loro partecipazione. Cosa ha fatto e cosa deve fare il nostro paese sul piano del riconoscimento delle identità perché possa presentare un modello interculturale valido in Europa?
  2.  Come valuta l’apporto che la sua categoria professionale ha dato finora allo sviluppo di un’Italia interculturale e quale potrà essere il suo peso nell’immediato futuro?
Ferruccio Pastore

Ferruccio Pastore_Direttore Fieri, Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione.

Gli anni 2000 rappresentano un cambiamento rispetto agli indirizzi di ricerca tradizionali sui modelli d’interazione e dialogo da parte delle nazioni europee. Gli esempi all’avanguardia di tali sistemi erano i paesi del fordismo come il Regno Unito, poi affiancati dai paesi come la Francia e l’Olanda, che realizzavano un’assimilazione laica a oltranza, mutuando l’esperienza canadese, per arrivare al forte welfare della Germania, sistema più rigido nell’assimilazione culturale. Gli ultimi 15 anni d’immigrazione, però, passando dal 2001 e dagli attentati di Madrid e Londra, che bisognerebbe stabilire quanto abbiano a che fare con la presenza immigrata in Occidente, hanno messo in crisi i vecchi sistemi, rimandando a una sorta di mitologia o stilizzazione di tali modelli anche sul piano normativo. Ed è accaduto che nazioni prima molto aperte come l’Olanda e la Svezia affrontassero una deriva securitaria, mentre la Germania si ammorbidiva sulla questione della cittadinanza. In mezzo a tutto questo l’Italia naviga a vista con repentini cambi di rotta dall’80 a oggi: si frammentano gli approcci a seconda delle proposte avanzate dal privato sociale, dal terzo settore, dalle Regioni e dagli enti locali, relativizzando l’importanza di un modello. I modelli europei dei Duemila si confondono, e rischiano di sfaldare l’Europa unita, perché i sistemi risultano fragili rispetto agli obiettivi da raggiungere. Così si calma l’opinione pubblica introducendo i flussi e assicurando che gli immigrati “cattivi” si rimpatriano e che qui arrivano solo quelli che servono. In realtà il reato di clandestinità, pur rappresentando una politica tra le più pesanti in Europa, sortisce pochi effetti concreti, così come se già c’è una crisi di assorbimento dei cervelli italiani, che emigrano, è utopistico pensare che possano essere richiesti solo stranieri qualificati. Il problema è più complesso se introduciamo la questione delle migrazioni circolari, perché non è detto, anche se razionalmente parrebbe così, che gli immigrati ritornino in patria se non hanno la certezza di trovare una situazione adeguata né quella di poter emigrare nuovamente: manca una progettazione internazionale in tal senso.
La cultura_Parlerei di produttori di conoscenze e di opinioni. La rappresentazione che la società fa di sé quando sta cambiando è di tipo scientifico, giornalistico, autoriale, eccetera. L’Italia è partita da una buona base di ricerca sull’emigrazione, e ci ha messo un po’ per ottenere l’attenzione di sociologi, antropologi e demografi sulle questioni dell’immigrazione. Ancora più tempo, per un percorso che ancora non ritengo concluso, c’è voluto per economisti, studiosi del diritto e della politica. I livelli attuali sono ancora insufficienti rispetto all’importanza della sfida, anche se sia Istat che Banca d’Italia hanno adottato da anni questo filone di ricerca. Mancano soprattutto le risorse. La ricerca è fondamentale per costituire anticorpi contro slogan e strumentalizzazioni. Per una serie di motivi i media vi si approcciano strumentalizzando, per contro c’è chi vede tutto rosa. Capire le trasformazioni profonde e spesso problematiche che l’immigrazione porta con se è possibile se la ricerca consente riferimenti chiari e oggettivi su bisogni e implicazioni.

Franco Pittau

Franco Pittau_Coordinatore “Dossier statistico immigrazione” Caritas/Migrantes.

L’immigrazione fa parte strutturalmente di un paese pregiudicato nel suo sviluppo da un andamento demografico negativo, che si ripercuote sul mercato occupazionale. Inoltre, il Rapporto Cnel mostra le diverse potenzialità d’integrazione riscontrabili nelle varie regioni e province d’Italia. Tutti gli studi statistici, a partire da quelli del’Istat, sono di segno univoco circa l’importanza dell’immigrazione nei futuri scenari del paese. L’anomalia italiana, purtroppo in contesto europeo che è andato anch’esso diventando più ostile all’immigrazione, consiste nell’elaborare una sorta di “mistica pubblica” che mal si compone con questa realtà di fatto. Parlare di un modello italiano è presuntuoso in questa situazione caratterizzata dalla divaricazione tra la realtà effettiva e il suo inquadramento concettuale. Sono, invece, possibili approcci corretti o scorretti agli “stranieri” (che poi, in realtà, tali non sono in quanto destinati a vivere e a morire da noi). Sono positivi il riconoscimento dell’utilità degli immigrati a livello demografico e occupazionale, la curiosità rispetto alla loro diversità culturale e la disponibilità al confronto, il rispetto della loro diversità religiosa; sono negativi, invece, i pregiudizi sullo straniero clandestino, delinquente, persona di secondo rango destinata a mansioni inferiori e non meritevole di godere di pari opportunità. Fin quando non si arriverà a considerare gli immigrati compiutamente “i nuovi cittadini” è fuori posto parlare di un modello interculturale italiano, per giunta valido in tutta Europa.
La ricerca_ La strategia seguita da Caritas/Migrantes in vent’anni di studi statistici si può così riassumere: per convivere, italiani e immigrati insieme, bisogna conoscersi a vicenda; per conoscere correttamente gli immigrati sono di fondamentale utilità i dati statistici; le statistiche vanno interpretate dall’intrinseco e non secondo idee preconcette; il risultato di queste analisi non va limitato a una ristretta cerchia di studiosi e di operatori bensì partecipato all’opinione pubblica; seguendo questa impostazione, bisogna esigere coerenza nei politici, negli amministratori, negli uomini di cultura e nelle persone comuni, così da poter fare pace con il nostro presente e specialmente con il nostro futuro.

Jean-Lèonard Touadi

Jean-Lèonard Touadi_Parlamentare del Partito democratico.

Questi dati sono l’ennesima conferma che il volto del paese continua a cambiare di anno in anno nelle sue strutture sociali, assorbendo sempre più al suo interno persone con culture differenti. L’immigrazione è un momento epocale di trasformazione per questo paese, un dato riscontrabile in tutti i settori, dall’industria al welfare, eppure questo paese stenta a prendere atto del carattere stabile e organico di questo fenomeno, visto che ancora non si fanno i conti con questa realtà dal punto di vista della cultura, della comunicazione, dell’ordinamento giuridico. È evidente la sfaldatura tra i dati che leggiamo e la totale assenza di politiche strutturali. Dobbiamo decidere se possiamo permetterci di considerare gli immigrati, nuovi cittadini, come una casuale presenza spaziotemporale, lasciando che la comunità italiana e quelle straniere vadano per conto proprio. Servono delle politiche mirate a favorire un processo lento ma pianificato di questo pezzo di popolazione. Adeguare una legislazione che ora guarda allo straniero solo come lavoratore, così se questo elemento decade non ha più senso la sua presenza qui. Modellare la legislazione sulla persona, riconoscere le specificità culturali degli stranieri, dando al contempo la possibilità di conoscere l’Italia. E questo processo si completa se si favorisce la partecipazione del soggetto alla vita pubblica: anche senza passaporto, se le persone vivono qui da dieci o quindici anni hanno il diritto di usufuire dell’elettorato attivo e passivo almeno a livello amministrativo. Questo avrebbe il doppio significato dell’inclusione e della responsabilizzazione. Credo si debba lavorare per riconoscere la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati sin dalla nascita, accompagnarli poi nella quotidianità come si fa con tutti, perché siamo lontani ormai dalla fase emergenziale per cui gli stranieri erano solo bocche da sfamare, occorrono al più presto, perché siamo in ritardo, politiche complementari.
La politica_Dal 1980 la politica italiana ha fatto grandi passi avanti verso la consapevolezza della presenza degli immigrati, sfociando poi nella legge Martelli, per arrivare al decreto Dini e alla legge Turco-Napolitano, comportandosi come un paese che prende sempre più atto della presenza di nuovi cittadini. Ma con la Bossi-Fini del 2003 la classe politica si è irresponsabilmente rifiutata di governare e gestire la questione, illudendosi di poter garantire una vita a immigrazione zero. Questa è una grave colpa della classe politica italiana, che deve ora ripartire quanto meno da quel 9% del Pil di sola provenienza immigrata, deve prendere atto del rinnovamento demografico che gli immigrati apportano alla nazione. Deve infine, come compito morale prima ancora che politico, diradare le nubi della paura, esaminare ed eliminare con la costruzione di esempi positivi tutta una simbolica messa in piedi nella designazione del nemico. La consapevolezza culturale e politica dell’inevitabilità del fenomeno deve portare la nostra società ad aprirsi: società che non sono lontane anni luce dalla nostra, (Usa e Germania) essendosi aperte all’altro, sono divenute più giovani e floride.

Ernesto Maria Ruffini

Ernesto Maria Ruffini_Avvocato dell’ associazione A buon diritto.

In questo momento l’Italia è un caso da non prendere a esempio. Lo squilibrio è la dimostrazione di come l’immigrazione sia declinata, letta e affrontata ipocritamente solo per fini elettorali e non per una reale costruzione di modello che comunque si imporrà alle nuove generazioni indipendentemente dalla nostra volontà di arginare il fenomeno. La domanda di forza lavoro è tale che il mondo del lavoro non può fare a meno dell’apporto immigrato. Pensiamo alle badanti che consentono alle famiglie italiane di continuare ad avere ritmi di vita alti, senza preoccuparsi dell’innalzamento dell’età media. Lavori che ormai non sono più appetibili dai giovani italiani, nel mondo dell’agricoltura o in talune fabbriche, perché il rapporto ora/lavoro non alletta nessun italiano. Questo lo stato dell’arte. Forse il superamento della situazione verso un sistema d’integrazione, parola né brutta né bella in sé, ma forse più utile è condivisione della nuova società italiana, avverrebbe consentendo agli immigrati di essere parte della formazione di un nuovo modello societario. Permettere la partecipazione verso una società che comunque, nostro malgrado, si creerà, perché di fatto, per la natalità, andiamo a ritmo incalzante verso la multietnicità e il mutamento fisiologico della nostra identità nazionale. O costruiamo prendendone atto o ignoriamo senza risolvere il problema, senza ostacolare lo straniero che ha trovato il lavoro in nero dal datore di lavoro italiano.
Il diritto_ Il mondo della giustizia è rimesso alla lungimiranza del legislatore e alla sua generosità, nel momento in cui un operatore si trova dinanzi a una normativa chiara, netta e ostativa rispetto al fenomeno immigratorio. Certamente il giudice non ha grandi spazi di manovra: questa potrebbe essersi creata nei mesi scorsi in relazione alla domanda di costituzionalità della legislazione attuale. Rispetto al permesso di soggiorno, invece, la difesa è quasi impossibile. L’unico spazio di difesa è quello di provare a scardinare la figura di reato introdotta sollevando eccezione di costituzionalità. Gli immigrati accusati d’immigrazione clandestina, poi, possono avere altri gravi problemi, e permettono di intraprendere altre tutele nei loro confronti.

Laura Boldrini

Laura Boldrini_Giornalista, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unchr).

Bisogna capire che esiste sviluppo locale anche attraverso i rifugiati, che per la loro presenza si riaprono le botteghe, si ristrutturano i borghi, le suole si riempiono. Semplicemente perché ci sono i rifugiati. Ci sono buone pratiche che però non sono sostenute, c’è la tendenza a rendere la vita dei migranti molto complicata. Penso che si possa fare decisamente di più, ma per farlo c’è bisogno di una visione politica e di convincere i cittadini che dall’immigrazione c’è da guadagnarci tutti, non è trascurare il disoccupato italiano, è consentire più diritti a tutti, perché erodendo i diritti cominciamo con gli immigrati, poi con i rifugiati, poi con le minoranze, le donne, già stiamo erodendo quelli dei lavoratori italiani. Su questo punto la politica dovrebbe avere il coraggio, nell’interesse collettivo, di prendere atto del male che si fa al paese cavalcando l’illegalità. L’Italia è tristemente famosa nel mondo per la malavita organizzata e l’italiano medio, se intervistato sull’illegalità e l’insicurezza, risponde che la prima causa di questo è l’immigrazione. La politica ha lavorato stancamente su questa equazione, pochi si son presi la briga di capire quali altri temi possono essere lanciati. Non si esce più da questa cosa. Chi ha una visione dovrebbe ragionare nel lungo e nel medio termine.
I media_ In quanto giornalista, pretendo di comunicare, che è la cosa più importante, perché bisogna dire alla gente che non si deve sottostare al grande equivoco della paura, grande catalizzatore di consensi. Forze politiche ci marciano. Non risolveremo i nostri problemi cacciando i nostri immigrati. Internet ci fa capire che siamo tutti in movimento, noi il mondo ce l’abbiamo a casa e la migrazione è la stessa cosa, non si possono bloccare, ma al massimo regolare e gestire questi fenomeni. L’Italia ha un ruolo di primo piano nello scacchiere europeo, noi abbiamo nel nostro dna una carta in più, siamo il risultato del crocevia, ma oggi diamo precedenza all’imprenditoria della paura. C’è un’Italia che non si vede, degli impegnati e degli insegnanti che fanno lezione gratuitamente alle persone, quella degli avvocati che fanno valere i diritti, così come c’è l’Italia dei medici che curano senza voler nulla in cambio e che non denunciano gli “irregolari”. Questa Italia non trova sempre spazio sui media, perché i media sono innamorati del modello cattivo, quello del coltello tra i denti. Mia figlia mi chiede perché i ragazzi in tv ci vanno quando fanno i bulli e non quando fanno le cose per bene. Perché, le rispondo, voi non siete trendy, studiate, fate volontariato, non fate notizia. Il cattivo è destinato a non farcela. Dare voce a questa società vincente, orfana anche politicamente, perché la politica trova grande convergenza sul tema della tolleranza, ma poi non compie l’atto pratico, si coniuga sempre e solo la paura e la sicurezza, si respinge in mare, si respinge culturalmente, e rischiando l’isolamento culturale. Andrea Camilleri, che è un mio amico, mi parla spesso della sua formazione e dice sempre che è un bastardo, perché ha rubato da russi, francesi, arabi, persiani. Oggi abbiamo anche noi questa opportunità, senza perdere niente. Il mio lavoro è in concorrenza rispetto al sistema che pone una cappa sul nostro paese.

Mandiaye N’Diaye

Mandiaye N’Diaye_Regista e attore teatrale, curatore del progetto Takku Ligey (Qui l’audiointervista che riporta la sua esperienza in Italia).

Io oggi mi considero un italiano, perché qui ho vissuto la parte più importante della mia vita: avevo 20 anni quando sono arrivato e ne ho 44 ora e sono felice di aver vissuto una vita così. La mia esperienza con il Teatro delle Albe, oggi con Ravenna Teatro, coincideva con l’uscita della legge Martelli, che consideravo come un passo fondamentale nella garanzia dei diritti di tutti. Oggi l’Italia ha messo da parte questa intelligenza, che le proveniva storicamente dall’aver saputo inserire il cristianesimo in Europa, garantendole un grande ruolo. Oggi dovrebbe essere molto più avanti e invece è tornata indietro. C’è un senso d’integrazione a senso unico, e oggi i miei figli vivono in Senegal, ma in futuro dovranno essere i mediatori e traghettatori tra le culture, potranno essere italiani solo a 18 anni, e questa credo sia una mancanza di rispetto. Coinvolgere l’essere umano a far parte della società dovrebbe essere un dovere di una comunità: i figli degli immigrati dovranno divenire cittadini italiani.
L’arte_ Faccio un esempio: nel 2006 con il progetto di “Takku Ligey” (“darsi da fare insieme”,ndr) nel mio villaggio, Dioll Kadd, abbiamo preso un testo di Aristofane, Pluto, il gioco della ricchezza e della povertà. L’abbiamo ambientato nella stagione delle piogge, quando si semina il miglio e l’arachide, e nel nostro villaggio, spopolato da 1500 a 500 abitanti perché tutti sono andati a Dakar o in Europa, le 500 anime litigano perché la tradizione dice che per seminare il miglio bisogna aspettare certi segni di animali che volano e le ombre che cadono in un certo modo: quindi abbiamo riprodotto uno scontro tra conservatori e progressisti, come certi dialoghi tra Cremilo e Carione. Ambientare tutto in un rito antico, simile a quello greco, ha avvicinato due culture in apparenza lontanissime: molti autori e gente di cultura come Marco Martinelli, Gianni Celati e Antonio Aresta hanno apprezzato molto questa riscrittura, apparentemente lontana e antica, rimodulata per l’attualità a fare un ponte tra due culture, questo è intercultura. Oggi in Italia molti gruppi musicali e teatrali fanno intercultura. In più di tre anni trecento italiani sono venuti a Dioll Kadd, dal sud al nord, il nostro piccolo teatro riesce a unire l’Italia. Abbiamo anche partner che ci sostengono da Lecce alla Svizzera grazie al progetto di meticciato che abbiamo realizzato. Il teatro fa incontrare le persone, al di là delle volontà secessioniste di qualsiasi spinta. Noi riuniamo degli amici intorno a un teatro, un progetto di sviluppo.

Marco Bersani

Marco Bersani_Coordinatore nazionale Attac Italia, Associazione per la tassazione delle transizioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini.

L’Italia deve guardare alla propria storia, siamo una terra d’immigrazione dopo essere stati migranti, portatore di una storia e di una cultura, il problema va preso di petto. Non si può separare l’utilizzo di manodopera e professionisti che arrivano dal mondo migrante chiedendo loro di essere presenti in campo lavorativo, ma escludendoli da tutto ciò che non attiene a quella sfera. Questo è un problema politico: usare migranti per abbassare il livello di diritti dei lavoratori italiani, cosa che ha creato conflitti orizzontali. Fasce deboli della popolazione sono caduti nell’ideologia della paura e della sicurezza. Eppure i reati di microcriminalità sono minimi rispetto al totale, aumentano invece le violenze familiari. Problemi nelle relazioni affettive significano che si rompono i legami sociali, si costruiscono meno relazioni, e sulle poche che ci sono gli italiani giocano tutto e se si rompono accade un crack. Invece vogliamo distrarci col nemico esterno diverso culturalmente, religiosamente. Un capro espiatorio fortissimo. Credo che si debba considerare l’Italia una terra di accoglienza, un elemento di ricchezza materiale, contribuiscono all’aumento dei livelli di ricchezza e di cutlura. Appartenenze e identità sono sempre più piccole e spesso fasulle, come la Lega che nasce dall’appartenenza a un mito che non ha fondamenti nella storia.
I movimenti_ Associazioni e movimenti, soprattutto quelli gemmati dal movimento dei movimenti costituitosi a Genvoa e poi radicato con alterne vicende nei territori, hanno fatto un buon cordone intorno alla questione dell’affermazione dei diritti degli immigrati. Ora faticano nel trasportare l’attenzione da un’errata concezione residuale delle politiche immigratorie nell’agenda politica, verso un’affermazione centrale. Sforzarsi di leggere la società dal punto di vista del migrante perché questa non ha un suo andamento e poi, a margine, ha un problema sugli immigrati: la società non funziona e un’ottima cartina tornasole sono i migranti. Le persone sono schiacciate dalle logiche di mercato. Associazioni e movimenti dovrebbero riuscire a dare una lettura complessiva del fenomeno come parte della complessità della società italiana e mobilitarsi, perché se no dobbiamo prepararci a cedere terreno nel campo dei diritti di tutti. Devo registrare un’insufficienza dei movimenti stessi perché un conto è solidarizzare e un altro costruire una cultura maggioritaria, dentro le persone non direttamente attive sulla questione per una diversa consapevolezza su chi arriva dall’altra parte del mondo. E certo bisogna fare i conti poi con una campagna mediatica pesante che instaura la paura nel cittadino medio: è facile immaginare che ci sono problemi di sicurezza rispetto alla disfunzione dello stato sociale, magari attribuibili a certe comunità piuttosto che criticare un modello economico, sociale, ecologico che va contro i reali bisogni delle persone.

Intercultura all’italiana?

Imbastendo le interviste viene fuori un abito di difficile vestibilità per gli italiani. Ci si chiede se sia effettivamente utile allestire un modello stabile dinanzi a un fenomeno costante nei suoi dati oggettivi, ma aleatorio riguardo alla qualità. E pare ormai scontata l’impossibilità di allestire politiche migratorie a sé stanti, come se fossero slacciate dai problemi trasversali che attraversano e mettono in crisi ogni aspetto della società italiana. Non contrastato né tanto meno rivisto da una politica responsabile a livello comunitario, il mercato economico, finanziario e del lavoro del sistema in cui viviamo prende con ferinità il sopravvento su ogni aspetto della vita sociale. Questa situazione dà adito a una precarietà che fa impressione per la vastità e la profondità raggiunte. Incapace in questo momento di dare risposte di fronte all’Europa, se non sul piano dei respingimenti, e al contempo lasciata sola a gestire il crocevia dall’Europa stessa, l’Italia ha delle lillipuziane speranze. I singoli esempi e progetti di inclusione e socializzazione per tutti, la possibilità di rendere più ampia la partecipazione degli immigrati, la ricostruzione giornaliera, costante di un nuovo tessuto sociale che dia nuove basi al concetto di identità attraverso l’educazione e la formazione. Ripartire dai comuni: sono questi gli esempi che vanno incoraggiati e strutturati.
Per un’Italia capace di futuro.

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