La dignità oltre le braccia

 

Unlike the rest, Rafaël Rozendal, 2007

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

Maggio 2009. Alcuni video girati nelle campagne di Nardò (Lecce) mostravano come non ci fosse alcuna differenza tra gli immigrati-schiavi delle Murge, quelli derubati di ogni dignità dai caporali in Capitanata, e, infine, il Salento che rivendicava una sorta di verginità, forse dimentico delle biciclette dei bisnonni nel falò dell’Arneo di ormai mezzo secolo fa.

Maggio 2010. Numerosi comunicati sindacali a firma Cgil, ma anche i dati del dossier di Medici senza frontiere, mostrano che anche il Tacco d’Italia affina gli anticorpi della legalità contro il lavoro nero. Su questa linea il progetto Amici, un filtro di luce nelle tenebre.

Non è quantificabile il numero dei lavoratori “irregolari” sfruttati nelle campagne, essendo solo 2000 quelli dichiarati a vario titolo dalle aziende agricole della regione, il 5% dei lavoratori totali. Così come neanche quest’estate i 118 dell’area salentina si sono risparmiati il soccorso a gente con problemi gravissimi d’igiene e malnutrizione. Eppure leggerete di un esempio positivo, per uscire dai canoni del macabro che tanto piace ai lettori, e per indicare una strada che vorremmo che le istituzioni seguano. E che lo stesso Comune di Nardò porti avanti, perché ora non si sa nemmeno se quello che è avvenuto quest’estate si ripeterà. Sembra di essere nel film Risvegli.

Gianluca Nigro, coordinatore dell’associazione Finisterrae e del progetto Amici, ci racconta l’isola felice della masseria “Boncuri” di Nardò.

Com’è nato è come si è sviluppato il progetto?

Dall’esperienza di alcuni di noi che conoscono il lavoro stagionale dei migranti. Agire sull’emersione del lavoro nero è l’elemento centrale. Bisogna implementare questo modello e lavorare sulle aziende perché si esca dalle condizioni negative. Siamo convinti che si possa ragionare sull’incontro tra domanda e offerta di lavoro attraverso il pubblico e lavorare con le istituzioni per far capire alle aziende che un modello messo positivo può essere utile per tutti, ed eliminare le sacche di degrado.

Qual è stata la parte delle aziende?

Che io sappia nessuna, ma non credo che esse possano sempre scaricare i costi sul pubblico e ottenere tutti i benefici. Dev’esserci una convergenza sui ruoli. Va trovata una linea di discussione in cui si determinino le convenienze per le parti.

Com’era il villaggio?

Abbiamo avuto nel complesso 400 unità tra il 21 giugno e il 31 agosto. 28 tende di cui 25 comprate con contributi della Provincia di Lecce e del Comune di Nardò e tre in prestito da altri enti come le protezioni civili locali. Avevamo una sala mensa non utilizzabile per quella funzione e allora abbiamo aggiunto qualche materasso per poter ospitare dignitosamente altri lavoratori durante il picco stagionale. Poi un ufficio di accoglienza, il presidio medico, l’assistenza locale e uno stanzone con funzione di moschea. Poi c’era anche la sala usata come lavanderia a diretto uso degli ospiti.

E la mensa?

Non era prevista, perché intorno al centro c’erano dei gruppi di cucine allestite autonomamente dai lavoratori, che nel frattempo socializzavano. Avremmo smantellato un’autonomia organizzativa che ci sembrava importante. A parte per le norme di base per la convivenza, c’era comunque grande autonomia degli ospiti rispetto a tutto.

I lavoratori erano con le famiglie?

Nel Foggiano ci sono le strutture per questo, ma qui non era possibile farlo. Non abbiamo seguito l’esempio degli alberghi diffusi perché secondo noi è stato un tentativo errato per allestire la convivenza: troppe poche persone, pagare anche se in modo simbolico la permanenza, tutta una serie di cose, tra cui anche il rapporto di costi di spesa, la disponibilità di strutture, di fronte poi all’enorme afflusso, hanno un po’ tarpato quell’esperienza.

Quali realtà hanno partecipato al progetto?

La ristrutturazione della masseria “Boncuri” è stata avviata nel 2008 con l’assegnazione di fondi Cipe e del Ministero del Lavoro, che ha poi delegato alla Regione per la programmazione su progetti che consentissero l’emersione dal lavoro nero. Il progetto è stato proposto da Finisterrae e dal Comune di Nardò, poi è stato sostenuto e sponsorizzato da una rete di istituzioni e associazioni, fino all’attivazione delle Brigate di Solidarietà attiva Salento, importante perché si è forgiata con l’esperienza dell’Aquila e da metodi democratici come le assemblee in masseria. Molti elementi positivi: la solidarietà anche tra lavoratori, anzitutto, base imprescindibile per il lancio della campagna Ingaggiami contro il lavoro nero, la presa di parola dei lavoratori contro il sommerso, che ci hanno messo faccia e magliette. E si trattava della presenza storica dei tunisini che raccolgono le angurie qui da vent’anni, dei fuoriusciti dai Cara senza alcuna prospettiva neanche con la protezione ottenuta, delle vittime della crisi delle aziende del Nord.

Il progetto è finito. Cosa succederà l’anno prossimo?

Non lo so. A prescindere dalla nostra presenza a Nardò in questo specifico campo, vogliamo diffondere una pratica innovativa. Ci sono molte incognite, abbiamo elaborato una proposta più complessiva per l’anno prossimo. Più estesa in numero di posti, anche, e per modulare un intervento organico ancora più incisivo sulla via dell’emersione. Faremo una rete almeno meridionale di soggetti associativi e istituzionali-anche in Calabria- che in qualche modo seguano queste dinamiche per definire un modello sostenibile che agisca sulla tutela complessiva dei lavoratori, perché abbiamo creato un’isola felice, ma poi non abbiamo cambiato delle vite. I braccianti immigrati nel Meridione sono 80-90 mila e le condizioni di vita sono spesso pessime. In tutto ciò poi c’è una grande ingiustizia perché è una parte importante della nostra economia che si regge su braccia straniere sottopagate e umiliate. Dormire sotto un ulivo a Nardò è una cosa dura, ma è meno dura che non avere nessuna prospettiva per il domani. Prestare la propria opera a un caporale è mettere la propria vita in mano a un irresponsabile.

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