Odissea di un intraprendente

Foto: Sergio Stamerra

 

Facciamo di Ulisse un albanese, che però ha frequentato molto la Grecia, sostituiamo la zattera con un gommone, e gli lasciamo lo stesso ardimento nell’intrapresa: otteniamo Bastri Caushaj, la cui storia è un’odissea a lieto fine.

Di Andrea Aufieri. Adattamento da Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

Incontro Bastri nella sua masseria in costruzione vicino Merine, frazione di un comune in provincia di Lecce, Lizzanello. Non ha la corrente elettrica e il tramonto è vicino: sarà un’intervista a lume di lampada a gas. Non perdiamo tempo, la sua storia è lunga. Dhurata, sua moglie, ci serve un caffè e bada al piccolo Martin, le altre due figlie Sara e Pamela ci ascoltano. Sono distratto dal quadretto, cui manca Roland, che lavora come bracciante, quando mi accorgo che “Sebastiano” ha già cominciato: «Quando ero piccolo, siccome in famiglia eravamo dodici, appartenenti alla classe di contadini e operai, ho dovuto darmi da fare per avere il mio pezzo di pane. Mia madre per anni ha lavorato come impiegata nell’industria del petrolio, che era organizzata in cooperative statali. Una miseria, sul punto della sopravvivenza. Negli anni Novanta, dopo l’apertura delle frontiere, sono stato un po’ dappertutto per la compravendita e affari internazionali. Sono stato un paio d’anni in Grecia a far qualche soldo per tornare in Albania, ho fatto un lavoro strapazzante, dieci ore al giorno per poche dracme, ma sempre più di ciò che guadagnava in Albania un impiegato statale. Appena tornato, sfruttando anche l’inflazione, con le banche fuori uso e con lo stato che non controllava più nulla né dal punto di vista economico né amministrativo, ho commerciato con tutto: alimentari, tabacchi, ho rilevato le fabbriche dello stato albanese di sapone e di olio. Ma non possiamo paragonare questo a una fabbrica tipica italiana: si dava una miseria agli operai e si commerciava con prodotti rimediati andandoli a comprare direttamente in Grecia senza un sistema di trasporti organizzato. Tutto poi stava fallendo, anche  perché molti statali cercavano di approfittare di questa situazione per svendere ai privati e monetizzare. Io fui uno degli acquirenti privati, ma non sono uno squalo, piuttosto cercai di guadagnare innovando un sistema obsoleto».

«Ho contribuito alla valorizzazione dello sport, trovando così strade nuove e utili tanto per le mie aziende quanto per i destinatari dei nostri progetti. Ho ottenuto l’Isef e fino a vent’anni sono stato un maratoneta della 42, 194 km: nello sport ci credo davvero, e so quanto lavoro per nulla spesso si faceva da noi. Così ho varato progetti per incentivare il football, l’atletica leggera e altre discipline. Sono anche stato il presidente onorario della nota squadra Flamurtari di Valona. Onorario perché prima le squadre erano tutte dello stato. Con il mio business ho creato e gestito settemila posti di lavoro. Nel settore dei trasporti, poi, mi servivano autisti e ho dovuto fondare vere e proprie autoscuole».

Su questo scenario tutto sommato positivo interviene una prima grave cesura: «Nel ‘95 ho perso Zhulian, il mio secondogenito di sei anni, in campagna da mio padre, caduto in un pozzo petrolifero. Questo è stato un colpo troppo basso, che neanche la fame e il freddo mi avevano procurato. Una mazzata che mi ha messo in ginocchio. Da allora ho deciso di cambiare vita e ambienti di lavoro. Qui venivo già prima del ‘94, perché avevo dei manager che curavano l’import-export, ma poi ho perso tutto perché le gerarchie di imprese statali che costituivano delle società “piramidali”, agivano in un regime di concorrenza sleale. Se escludiamo le imprese italiane, la mia era la prima srl nata in Albania, in un epoca in cui esistevano ancora i Mapo, delle specie di empori statali che vendevano sapone, zucchero e una ventina di articoli in tutto. Con l’ampliamento e la diversificazione anche lo stato è andato in difficoltà, ma grazie a quelle società è riuscito a sopravvivere finché non è fallito di nuovo dopo la tragedia della guerra civile, che abbiamo bollato come sommosse. Un disegno criminoso messo in piedi e spinto da pochi gruppi, che è sfociato in guerriglia. Nel ‘94 venni con un gommone perché non avevo il passaporto. Avevo pochi soldi, che usai per il viaggio e per comprare quello che mi serviva. Quando i delinquenti che sono andati al governo hanno chiuso le frontiere, non potevo più tornare e così ho appreso degli incendi che hanno distrutto i miei supermercati ».

«Nel periodo ‘95-’97, fino a ottobre, sono riuscito a gestire il trasporto delle merci da qui in Albania e viceversa, e ho riguadagnato una buona posizione economica. Nel ‘97 mi trovavo nel Salento: tramite altri potevo acquistare delle cose perché non avevo la possibilità di contrattare bene per via della scarsa conoscenza dell’italiano. C’era anche chi offriva contratti di lavoro al prezzo di tre milioni di lire per far finta di lavorare per lui e restare in Italia. Feci questo passo ottenendo in cambio una specie di ricevuta, e poi non ebbi altri soldi per spostarmi».

Qui una seconda cesura nella sua storia: «Dopodiché hai presente i film che gli americani fanno contro i cubani, che arrivano a Cuba e fanno i grandi boss della malavita? Un film come questo se l’è fatto qualche procuratore che mi ha accusato di far parte della Sacra corona unita. Creandosi nuove situazioni, si creano opportunità anche per la criminalità. Quando uno deve chiedere qualcosa, chiede quello che gli serve. Se mi offrivano l’amicizia non mi chiedevo chi fossero e cosa facessero, si presentavano in modo umile e rispettoso. Io non sapevo che fossero mafiosi. Se mi offri la possibilità di avere dei piccoli favori come anche un passaggio in auto, io posso ignorare da dove vieni e chi sei. Comunque da quando sono arrivato in Italia, io come tutti gli altri, siamo stati avvicinati da gente della mala. Mi indicavano dove dormire e andai a Lizzanello, inizialmente, a casa di una persona non collusa. Mi regalava della farina se l’aiutavo a caricare i sacchi. Poi sono stato a Pisignano e infine a Merine, dove nel ‘97 è successo il finimondo: tutti quelli che mi hanno aiutato erano affiliati. In più devo dire che chi costruiva l’impianto accusatorio contro la Scu, difficilmente cercava chi glielo smontava, al massimo voleva pentiti. Io ottenni dunque scarsa considerazione, e a novembre ero in carcere a Borgo San Nicola, dove sono rimasto fino al giugno dell’anno successivo, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, finalizzata al traffico di armi e di droga».

«Quando ho acquisito le competenze in italiano, studiando, ho capito la situazione. Ho conseguito la maturità come perito commerciale in carcere, e poi ho cominciato a studiare Scienze giuridiche. Nel ‘98 ho ottenuto i domiciliari, perché la Cassazione ha risposto alla mia istanza, deliberando per la mia innocenza. Questo però ho potuto saperlo solo due anni dopo, perché il mio avvocato mi disse semplicemente che con sette milioni avrei potuto ottenere i domiciliari. Ma non mi ha detto che c’era la sentenza! In questo modo non si smontava neanche l’impianto accusatorio, perché io in quel disegno risultavo come una pedina fondamentale. Non ho fatto causa a loro perché in Italia non puoi fare causa a nessuno, troppo costoso».

L’incubo comincia a diradarsi: «Mi sono creato un po’ di cultura giuridica, ho comprato dei quaderni, su ognuno dei quali scrivevo quello che scoprivo come “investigatore” e come “avvocato”, imparando come si fanno le istanze e tutti gli itinerari legali che mi servivano, smontando con pazienza ogni accusa».

«Ho rifiutato tutti gli avvocati: nessuno dà retta alla tua presunta innocenza se tutti cercano di fregarti. Esaminando i  fascicoli e i mandati di cattura nei miei confronti sono riuscito a smontare le prove che sarebbero bastate a mandarmi in carcere a vita. Perché poi nel settembre del ‘99, fino al 2005, mi hanno nuovamente incarcerato, arrestandomi mentre nel mio terreno toglievo le siringhe dei drogati. La magistratura è riuscita a commettere un sacco di errori, che uno a uno andavano smontati».

«Il colpo finale è arrivato dopo che più volte ho scritto al procuratore per parlare, e lui finalmente si è presentato da me. Era il 2003 e per smontare tutto ci abbiamo messo due anni. Non ho mai chiesto nessun beneficio, né ho voluto mai uscire per motivi differenti dal mio avere ragione».

Gli chiedo un giudizio sulla sua esperienza: «Non ci credo molto perché trovo confusione tra religione e filosofia, mi trovo in difficoltà, ma pur non credendo in dio penso che se esiste allora in quel periodo c’è stato e ha detto: “Gente, aiutate quel povero cristo!”. Io avevo una vita agiata, ho iniziato qui con una situazione economica favolosa e sicuramente qualcuno ha visto questo ed è stato indotto in errore».

Bastri ricomincia a vivere: «Nel 2005 ero fuori, ma controllato e con molti divieti per i successivi tre anni. Tutti quanti, alla fine, hanno scritto cose positive. Carabinieri, servizi sociali, tutti i competenti hanno dato pareri da favola: un forte legame familiare, uno spirito da gran lavoratore, competenze e capacità progettuali fuori del comune!»

Ed ecco cos’è che ha impressionato tutti i “competenti” e anche il fotografo Sergio Stamerra, autore di un set del quale  pubblichiamo due foto: «Mi sono fatto prestare una zappa e una pala, sono venuto a togliere la montagna di rifiuti che stavano qua, in via vecchia Acaya, località Passaturo. Opzionai questo terreno nell’agosto del ‘97, grande più di tre ettari. Pieno di pietre. Prima erano pietre e terra che i coloni usavano per piantare qualcosa che gli serviva a vivere. Io l’ho bonificato con il solo aiuto di una vecchia rete per materassi. Dopo ho combattuto con pietre sempre più grandi, che poi ho usato per il muretto a secco, per il quale ho chiesto un contributo alla Regione: è un’opera d’arte che resterà in questo territorio. In tanti non hanno creduto nel mio progetto: mia sorella era la vecchia proprietaria, voleva vendere tutto, ma io le ho chiesto di investire per farmi lavorare, secondo lei era impossibile far qualcosa qui. E non era l’unica a pensarla così».

Qual è ora il suo desiderio? «Siamo molto lontani dal mio desiderio, ho cominciato con la sicurezza di poter campare dai prodotti del mio terreno, poi con la mia mentalità imprenditoriale cerco di andare sempre avanti; qui vengono a comprare direttamente oppure porto qualcosa in mediazione. Sto cercando di creare una catena di produzione che non si fermi. I prezzi della mediazione sono troppo bassi, non paragonabili alla volontà di far crescere un’azienda, perché schiacciati da presenze di prodotti stranieri a basso costo. Andare avanti oggi è complicatissimo, alla gente non importa se il pollo è di allevamento o ruspante, ma il problema delle persone è: quanto costa? Io starei anche abbastanza bene, ma mi piacerebbe poter dare lavoro anche a una cinquantina di persone, permettendo loro di vivere senza i contratti precari. Ora però la crescita, se c’è, è  part-time, contratto a progetto, non dipende più da un lungo viaggio, ma da ora a ora e da giorno a giorno. Io ho una soluzione per via di un mercato grande che arriva in Albania e in Grecia, ma anche cosi non è facile».

Cos’è per te l’identità, gli chiedo, e dove immagina il suo futuro: «Io sono un cittadino del mondo, cresciuto in Grecia, Italia, Germania, Svezia, America. Su quella grata però puoi vedere una bandiera albanese: l’Albania è il posto dove sono nato e che non posso scambiare con nulla al mondo. Ma tutti devono avere la possibilità di crearsi una vita, lo sviluppo deve esserci per tutti, se no la democrazia finisce».

 Intervista a Sergio Stamerra, fotoreporter

Bastri assegna a Sergio un posto nelle fila delle “persone buone”. Ecco perché.

«È stato tutto casuale. Ad aprile ho ricevuto la telefonata dalla rivista Apulia. Mi hanno commissionato un reportage sulla pietra, solo che avevo poco tempo a disposizione. Girovagando per le campagne ho notato un signore che costruiva un muretto a secco. Anche se la cosa poteva risultare un po’ banale ho pensato di raccontare quest’attività, giocando con i tagli e con le luci».

Però? «Mentre lavoravo il signor Sebastiano mi raccontava la sua vita e io ho deciso di continuare a frequentarlo fotograficamente, ci vedevo la possibilità di fare qualcosa di interessante. Ho anche pranzato con lui, ho lavorato dalla mattina alla sera, per una settimana circa, e ho portato a casa una serie di immagini che mi convincono. A me non interessava soltanto fare delle buone foto, perché quando fai un reportage non ti puoi esimere dal costruire un rapporto di fiducia con le persone, facendo vedere loro che non sei uno sciacallo che ruba le loro vite sbattendole in faccia agli altri».

E quindi hai pensato di ricambiare la famiglia Caushaj con un’iniziativa singolare.

«Ho pensato di organizzare una  cena nella masseria di Bastri con l’aiuto di alcuni amici. L’idea era quella di sostenere l’azienda e il progetto. È venuta una serata, credo, abbastanza carina, è stato importante poter partecipare alla realizzazione del sogno di alcune persone».

Quando hai capito che passare il segno della professionalità ti portava a fare qualcosa di bello? Quanta furbizia e quanta sensibilità artistica? «Ho capito che questa cosa mi portava a fare un buon lavoro e che valeva la pena perderci del tempo quando ho sentito la storia nello stomaco, uno stato d’animo e delle emozioni molto forti. Poi se il prodotto è vendibile meglio per tutti.  Devo anche dire che per la prima volta dopo tanti anni-ho cominciato a scattare che ero un ragazzino-provavo quasi una sensazione di innamoramento. Questa cosa l’avevo un po’ persa, ma questo lavoro me l’ha fatta riscoprire».

La casa dov’è?

Foto: Gabriele Spedicato

 

 

Più piccole, affollate, vetuste e senza servizi: le case dei migranti

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

È una fresca sera di fine agosto: un vento impietoso spazza via ogni ricordo dell’estate che molti turisti hanno trascorso a Torre Dell’Orso, marina del comune di Melendugno (Le). Con fare mesto mi accingo a prendere il bus che mi riporterà a Lecce, ma non so da quale lato della strada arriverà. Scorgo alcuni ambulanti seduti contro la rete di una struttura privata, mi danno le informazioni che mi servono, poi uno di loro mi viene incontro. Prenderà il mio stesso autobus: «Robert Njeri», si presenta, tremando letteralmente di freddo, mentre cerco di capire se è il mio corpo a darmi informazioni errate sulla temperatura. «Ho fatto pochi soldi  oggi-prosegue Robert-e devo tornare a dormire se no chiudono il centro».
Gli chiedo dove dorme:«A Casa Emmaus, centro Caritas-risponde-ma tra pochi giorni non potrò più andarci e cerco casa».

Robert cerca casa

Santa Maria dell’Idria, la parrocchia che ospita il centro di accoglienza, ha venduto i locali e chiuderà presto, così Robert deve intensificare gli sforzi per trovare un alloggio: «Anche un posto letto, che non superi i 150€». L’impresa si fa complicata da subito visto il budget, ma insieme attuiamo un piano d’azione: gli dico di informarsi dai fratelli neri, poi giornale e web a portata di mano stiliamo una lista dei posti che potrebbero andare, e pare siano tanti. Ma prima di qualsiasi passo gli parlo del centro Asia, per l’intermediazione abitativa. Bob è ottimista:«Ho preso anelli, orecchini e bracciali, un po’ all’ingrosso dai cinesi e un bel po’di qualità dal Kenya, dove stanno i miei. L’estate ho lavorato tanto, spero anche in questi giorni, e poi provo in centro a Lecce».

I primi approcci con i fratelli vanno malissimo:«Io sono un kikuyu (l’etnia dominante e più numerosa in Kenya-ndr), sono solo e qui a Lecce ci sono tanti luhya e qualche luo e diciamo che non sto troppo simpatico. Qualcuno se mi vede per strada mi chiama Kibaki (Mwai Kibaki è il presidente attuale del Kenya, inviso alle fazioni opposte-ndr), non sono riuscito a legare con i senegalesi, e comunque nessuno ha un posto da consigliarmi».

La sua famiglia vive a Dandora, a est di Nairobi, una delle zone più inquinate del pianeta, dove si può immaginare che le condizioni di vita siano al limite della sussistenza. Lì aspettano con ansia sue notizie la mamma e sua moglie Elizabeth, madre di Michael e Jenny. Sua madre gli ha chiesto una foto da farle vedere, lui dice di dimenticarsi sempre di farsela, è molto più smunto ed emaciato di quando è partito e anche i 2€ per la foto è meglio che li mangi.

Sul fronte del lavoro le cose precipitano:«In questi giorni piove e da quando il bus non passa più pago 20€ un fratello per andare in spiaggia in macchina». Da quando è in Italia ha lavorato regolarmente solo come badante, poi a Otranto, Cavallino e Lecce come ambulante, adesso farebbe volentieri il cameriere. Robert è venuto qui con un visto turistico, poi sua sorella ha chiesto il ricongiungimento familiare che scadrà nel 2012: «Devo cercare un lavoro e un tetto perché così sono tranquillo, con un contratto». E intanto gli si prospettano altre notti a Emmaus: «Di là è difficile perché ci dormono una ventina di persone, ho paura anche a dormire lì per i documenti, è pericoloso. Poi se facciamo tardi per vendere da ambulanti non ci fanno entrare».

Dai mediatori di Asia non è andata bene:«Il massimo che potevano fare era mettermi con altre quattro persone, ma avrei pagato comunque troppo, e non avendo lavoro sarebbe comunque stato difficilissimo». A questo punto gli tocca ricaricare il telefono e chiamare un po’in giro: «Ho provato come tutti a chiamare, ma molto spesso non mi vogliono, e altre volte c’è una richiesta di anticipo che non posso dare, o cercano solo studentesse. Se uno lavora con pochi soldi al giorno trovare casa è difficile».

Facciamo un giro di chiamate nel centro storico Se sentono una parlata differente non rispondono un’altra volta, oppure dicono: “Adesso stranieri no”. Lo stesso in via Monteroni. Riusciamo a convincere un ragazzo a Santa Rosa. Dopo poco declina dicendo che c’era un tipo in bilico che finalmente aveva accettato. Lo faccio richiamare da un amico, e gli conferma che l’appartamento è ancora in affitto.

«Senza un frigo-mi dice-spendo anche di più al giorno per mangiare, e non mangio cose sane, ora ho male allo stomaco». Nei giorni successivi si fa visitare dalla Caritas, lo spavento gli passa: deve bere più acqua. Prende una giacca e un buon paio di scarpe. Rifiuta di dormire con altre persone in un appartamento, gli rubano dei soldi per dormire in una casa che non esiste, infine si adatta in stazione. Ha preso la decisione di partire. Dopo aver scartato Roma e Vicenza, alcuni amici lo hanno invitato a lavorare a Bruxelles. Ci sta facendo un pensierino, intanto torna a dormire in stazione.

Una prima mano d’intonaco

Il Testo unico sull’immigrazione del ‘98 esclude l’accoglienza per cittadini immigrati in situazioni di forte indigenza, se non finalizzati all’accoglienza temporanea nei Cpa e in sostanza in previsione del rimpatrio. Esclude anche un contributo, previsto invece dalla Turco-Napolitano, agli enti pubblici per le ristrutturazioni igienico-sanitarie per immigrati regolari presenti a vario titolo sul territorio nazionale. La Bossi-Fini ha poi apportato ulteriori modifiche non recepite da molte regioni, che peraltro hanno risposto legiferando in autonomia sulla questione immigrazione.

Gli stranieri residenti in Italia nel 2008 erano 3.891.295, più 862.453. Pochi al Sud, 352.434, ma in costante aumento. Come, ma soprattutto, dove vivono? Secondo il Sindacato unitario nazionale degli inquilini e degli assegnatari (Sunia), il mercato degli affitti in Italia vede aumenti di canone significativi, essendo salito dal 130% al 145% nel decennio 1998-2008. Almeno per le metropoli. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) puntualizza che al nord si affittano case a stranieri che sono al di sotto degli standard degli autoctoni, mentre man mano che si scende le distanze si assottigliano. Il Censis nel 2005 ha evidenziato due problemi gravi, uno al nord e uno al sud. I costi degli affitti troppo alti costringono gli stranieri ad abitare in periferia, incidendo sulle spese per i trasporti e sulla socializzazione, mentre al sud il problema è la discriminazione relativa a pregiudizi di carattere igienico e di assenza di garanzie.

Una ricerca nel Mezzogiorno, Sotto la soglia, evidenzia che le agenzie immobiliari non affittano case a non comunitari su richiesta dei proprietari. Molti autoctoni dichiarano di non volere stranieri come vicini. Scenari immobiliari fissa a 78mila gli acquisti di case da parte dei lavoratori immigrati nel 2009, e nel 2010 pare si siano arrestati a 53mila, la metà esatta della media dell’ultimo lustro, durante il quale sono stati acquistati 600mila alloggi per una spesa complessiva di 70 miliardi. Nel VII rapporto 2010, il Cnel gira poi il dito nella piaga insostenibile dei mutui e degli affitti per coloro che perdono il lavoro o che guadagnano meno per via della crisi. Questa strada porta diritto a morosità e aumento trasversale degli sfratti. Condizioni di questa gravità non erano in previsione, visto che ancora il Censis, nel 2006, rilevava condizioni abitative stabili per l’84% degli immigrati regolari e condizioni di disagio per il 36%.

La casa degli orrori e quella dei sogni

Da denunciare la vita dell’1%,dei regolari, stipata in “altro tipo di alloggio”, che per caratteristiche non può essere definito abitazione: 4.852 persone. Abitano invece edifici costruiti prima del 1962 il 52,8% degli immigrati, in costruzioni moderne solo il 13,6%. Il Censis ha ricostruito le case standard degli immigrati: più piccole, con meno stanze, sovraffollate, vetuste e con peggiore dotazione di servizi rispetto alla media italiana. Con un divario di condizioni che comunque si assottiglia sempre più al Sud.

Demolendo per un minuto questa foto desolante, il dossier Caritas/Migrantes ha effettuato un focus sulle politiche abitative: il top è l’Emilia Romagna, dove sono state da tempo costituite agenzie per la casa con finalità sociali, utilizzo e recupero del patrimonio edilizio già esistente, interventi di facilitazione alla locazione, credito per l’acquisto, equa ripartizione del fondo per l’affitto in sostegno alla domanda.

Ma la realtà italiana è un intonaco disfatto: sta scomparendo il sostegno all’edilizia sociale agevolata, idem per i sistemi di contributi per il sussidio casa, assenza di parità di accesso, e il tutto è complicato da quote, bonus punti per gli anni di residenza, separazione delle graduatorie tra italiani e stranieri, e altri complicati intrecci di calcoli. Cosa fare per rinfrescare in attesa di tempi migliori e poi ricostruire? Il Cnel fotografa la situazione attuale e anticipa le misure in cantiere. Arriveranno 200 milioni per le emergenze alle Regioni (ma ne erano previsti 550), il Piano di sostegno all’edilizia è dato in coma, come misura inadeguata rispetto alla situazione. Il Piano di edilizia abitativa che si fonda essenzialmente su un sistema di Fondi d’investimento immobiliare, nazionali e regionali,e un allegato di quest’ultimo ripartito per 377 milioni tra le Regioni.

L’analisi conclusiva del Cnel: “Da questo quadro emerge chiaramente che nei tempi brevi sarà molto difficile poter dare risposte adeguate alla crescente domanda. Questo anche considerando la riduzione del trasferimento delle risorse alle Regioni e agli enti locali previsto con la recente manovra finanziaria del Governo. In ogni caso ci vorranno anni per tradurre i finanziamenti (…) in case abitabili”. Tra le proposte del Consiglio, quella di attivare politiche di sostegno per i redditi più bassi (fino a 14mila€ netti l’anno), perché queste persone  destinano ora dal 63% al 94% del loro reddito per le spese abitative, e mantenersi invece entro il 30%. Offrire nuovi spazi all’housing sociale, implementato da un potenziamento dei Fondi immobiliari per valorizzare periferie e aree degradate. Proprio l’housing sociale è al centro della proposta di legge presentata dal Cnel in Parlamento e che dovrebbe essere oggetto di valutazione, in tempi in cui si parla troppo di una sola casa, per altro fuori dei confini nazionali.

Puglia chiama Casa

Un recente report di ricerca dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi), presentato a dicembre 2009 e in attesa di pubblicazione, ricostruisce l’iter legislativo riguardo al diritto alla casa e analizza i principali regolamenti comunali. In attesa che la Corte costituzionale dia una risposta definitiva all’impugnazione da parte del governo della legge regionale della Puglia n. 32 del 2009, valgono in regione le disposizioni della 54/84, che ammette come unico requisito la cittadinanza e la reciprocità stanti trattati e accordi internazionali. L’Opi ha inoltre analizzato i regolamenti comunali con presenze significative di immigrati, evidenziando che criteri e disposizioni alimentano gravi disparità di accesso e concludendo che: “Per esperienza presso gli enti locali, sappiamo che nella maggior parte dei bandi comunali per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, il fatto di non avere un’attività lavorativa stabile, o di essere disoccupato, permette al cittadino italiano di aver attribuito un permesso maggiore, mentre (…) per il cittadino straniero non comunitario, rappresenta un motivo di esclusione dal bando”. In altre parole, per poter rivendicare qualsiasi diritto lo straniero deve anzitutto dare garanzie economiche stabili.

La situazione cambierà con il progetto Puglia aperta e solidale. Diritto alla casa, diritto di cittadinanza, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dall’assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia in partenariato con le Province pugliesi. Attivato a febbraio 2009, ha il proposito di favorire l’housing sociale in favore dei migranti e delle loro famiglie, attraverso la costituzione di un’ Agenzia sociale di intermediazione abitativa (Asia) in ogni provincia. Ogni agenzia prevede servizi per l’immigrato e per il proprietario.

All’immigrato sono forniti servizi di accompagnamento e intermediazione circa l’orientamento, l’informazione e il completamento delle operazioni di ricerca e di definizione del contratto. Il requisito loro richiesto è quello di essere “regolare”. Il proprietario dell’abitazione, che sia a norma, usufruisce di contratti concordati e di una serie di servizi nella gestione tecnico amministrativa, quali la contrattazione del canone, la stipula dei contratti, registrazione, indicizzazione, suddivisione delle spese condominiali, dichiarazioni alla questura. Oltre a questo aspetto, le agenzie Asia supportano anche quei migranti che, in condizione di temporanea difficoltà, chiedano di essere ospitati presso le strutture ricettive convenzionate.

Le abitazioni occupate in Puglia da soli stranieri o anche da stranieri sono circa un milione e mezzo, mentre abitano in “altri tipi di alloggi” altre 286 persone. Sotto la soglia, lo studio realizzato con il patrocinio dell’Ue, del Ministero dell’Interno e del Ministero della Solidarietà sociale, sottolinea che in Puglia “il quadro  complessivo del disagio si presenta con molti chiaroscuri; se infatti una “qualche” sistemazione abitativa risulta essere alla portata della maggior parte degli immigrati nell’intero territorio; il percorso di accesso all’alloggio resta (…) difficile ed alta è la domanda che si registra per il pur degradato patrimonio immobiliare in offerta”.

Sono molto alti i tassi d’ insoddisfazione abitativa in particolare nei centri urbani, dove c’è sia tensione che densità, una sola eccezione: Lecce.

Nella città barocca

Nelle 13 aree del Sud analizzate da Sotto la soglia, Lecce rappresenta una piccola eccezione, perché asperità sociali sono mitigate dall’attitudine all’accoglienza. Tuttavia il mercato degli affitti è per tutti una giungla. Le statistiche dello studio citato delineano un primo approccio alla questione. Delle oltre 13mila presenze registrate in provincia, circa un terzo sono residenti considerati stabili. Per il 47% di loro, il primo alloggio non è stato come potremmo immaginare in un centro di accoglienza, ma presso parenti e amici, quasi sempre in una casa o in una stanza e per fortuna quasi mai in “altri tipi di abitazione”.

La spesa è spesso pari a zero finché non si trova una sistemazione migliore, o comunque contenuta entro i 100€. Un dato significativo è che entro i primi cinque anni di permanenza, il 68,8% di loro ha cambiato casa tre volte: il motivo principale è l’aumento dei costi. Lecce è tra le aree dove i prezzi degli affitti per gli stranieri sono aumentati visibilmente, attestandosi sui 356€ mensili più le utenze. Il quadro delle coabitazioni propende nettamente per quelle con i propri famigliari (60,9%), in una zona semicentrale delle periferie, e il grado di soddisfazione è tra quelli più convinti dell’intero meridione, anche se in prospettiva futura il 37,2% cambierebbe alloggio per uno spazio in condizioni migliori. Abbiamo già detto dei risultati generali della ricerca riguardo ai rapporti di vicinato, ma possiamo rimarcare che a Lecce il 48,7% dei residenti stranieri li giudica “discreti”.

Come in tutta la nazione anche Lecce soffre delle rigidità di accesso ai mutui e ai finanziamenti per via delle scarse garanzie possedute. Ce lo conferma Sergio Brocchi, della filiale leccese della Banca popolare pugliese: «Difficilmente i cittadini extracomunitari superano positivamente il credit scoring (la valutazione della solvibilità dei potenziali clienti, ndr), perché bisogna garantire il domicilio in Italia, in quanto risulterebbe costoso e improponibile un recupero forzoso del debito in patria, e non fa fede nemmeno un lavoro con un contratto regolare, bisogna vedere quale tipo di contratto, di che durata e con quali introiti. Difficilmente si arriva al minimo dei 14mila€ di reddito richiesti. E questa è l’esperienza di una banca che pure in passato ha avviato progetti embrionali di microcredito con cooperative di extracomunitari per finanziare piccole operazioni. Ma la congiuntura attuale non ci permette di prendere certi rischi».

Un’idea più omogenea di quanto avviene sul territorio comincia a darla l’Asia della provincia di Lecce. Lo sportello è situato in viale Marche, presso la sede del Servizio immigrazione della Provincia, e annovera nel suo staff alcune precise figure professionali: la coordinatrice del progetto, Klodiana Çuka, due mediatori interculturali, un consulente immobiliare, un legale e un’assistente sociale. Per quanto riguarda l’emergenza, si cerca di fronteggiarla con sette strutture convenzionate (due a Lecce, una in chiusura e in sostituzione e una in fase di ristrutturazione, e le altre a Maglie, Giorgilorio, Cavallino, Surbo e Tiggiano), per un impegno economico di 141mila€ e un totale di 94 posti utilizzati a rotazione dai migranti, spesso incoraggiati a presentarsi allo sportello da amici e famigliari.

Si possono quantificare a oggi circa 100 contatti ricevuti. Ogni utente, ospite presso uno dei centri convenzionati, dovrebbe pagare un ticket di 3€ a notte che molto spesso non è stato corrisposto a causa delle difficoltà economiche degli utenti stessi. Sono invece oltre 200 i contatti avvenuti per il servizio d’intermediazione abitativa, che hanno riguardato per lo più la città di Lecce. Si tratta, in prevalenza, di uomini di una fascia di età tra i 25 e i 35 anni, quasi tutti provenienti dall’area del continente africano, in particolare da Senegal e Ghana, e da quello asiatico, indiani e srilankesi.

Molti di loro avanzano richieste di base poco esaudibili per l’attuale contesto leccese: un bilocale arredato per una sola persona o nucleo famigliare che non superi il costo mensile di 350€. Spesso gli operatori hanno dovuto accorpare più richieste per la locazione in case molto più ampie che potessero ospitare anche quattro o cinque persone per un affitto complessivo di circa 500-600€ mensili. La lingua batte dove il dente duole: potenzialità ancora inespressa dal progetto è l’attivazione del microcredito in favore dei migranti. La Regione ha da poco stipulato la convenzione con Banca Etica, proprio per consentire ai migranti di accedere a piccoli prestiti del totale massimo di 2500€, da restituire in tempi lunghi e a condizioni agevolate. Un peccato, perché questi finanziamenti avrebbero potuto riguardare un buon 70% dei contatti effettuati dall’Asia: «Ecco perché la prosecuzione del progetto-ci dicono dal centro-sarebbe particolarmente utile a tutti quei migranti che, difficilmente bancabili in condizioni ordinarie, potrebbero fruire dell’accesso a fonti di finanziamento seppur minime, necessarie per avviare piccole attività di commercio ambulante, come pure per il pagamento delle cauzioni relative alle abitazioni prese in locazione».

C’è da rimarcare che dalla sua piena operatività ad aprile, il progetto Asia a Lecce avrebbe dovuto chiudere i battenti a fine settembre, ma va registrata la volontà politica di proseguire reperendo fondi locali o mediante la partecipazione a bandi nazionali.

Ibrahim Faye: Le Savoir guide!

Ibrahim è molto chiaro, da subito:« Ho 37 anni, essendo nato il 9 dicembre ’72, vengo da Guédiawaye, Senegal». È un dipartimento della regione di Dakar, a nordest della capitale, e guarda negli occhi l’Oceano Atlantico «Sono venuto in Italia il 28 novembre del 2008, dopo aver viaggiato in aereo, con visto turistico per la Spagna e poi per la città di Parigi».

Sceglie di seguire a Lecce il fratello Amadou, più grande di lui (potete conoscere la sua storia nel foto racconto), che giudica come il più tranquillo e accogliente dei posti finora visitati. Ha avuto molti problemi di discriminazione, a suo dire, che lui bolla come problemi di “ignoranza” di certe persone, «ma se dovessi mettere le cose belle e le cose brutte che mi sono capitate qui su una bilancia, le prime peserebbero molto di più».

È la prima volta che deve cambiare due volte casa: ha appena lasciato quella del centro storico, nelle cosiddette giravolte che servivano a far perdere i conquistatori stranieri e ora “accolgono” i nuovi cittadini. Ha dovuto lasciarla per l’umidità e perché il proprietario deve ristrutturarla per venderla. La sua ricerca è durata circa tre settimane: a parte la miriade di no ricevuti perché non è né uno studente né soprattutto una studentessa, ha anche ricevuto delle risposte esilaranti al telefono, non fossero discriminatorie. A parte qualche secco “Non vogliamo immigrati”, qualcuno si è avventurato nel paradosso: “No, no, non affittiamo”,«Ma se questo sul biglietto è il vostro numero», era la semplice osservazione di Ibrahim, che per tutta risposta riceveva un “Non è vero” e la chiamata si perdeva.

Dopo un lungo pellegrinaggio per via Leuca, il quartiere di Santa Rosa, il centro ormai off limits (lì i soldi degli immigrati sono stati la base per lussuose ristrutturazioni o nascite di b&b), una San Pio che dovrebbe chiedere un incentivo all’Ente per il diritto allo studio e a quello per le pari opportunità vista la dedizione con la quale sistema esclusivamente quote rosa di studentesse.

Dopo tante esperienze degne del Rocambole di Terrail, Ibrahim conclude il trottolio su viale Taranto, con quattro suoi fratelli. Gli chiedo se oggi saprebbe dirmi se a partire ha fatto bene: «In parte sì e in parte no. Posso apprendere idee economiche e culturali per la mia terra, per il pane e per il suo sviluppo. Tra gli insegnamenti del profeta Muhammad (Maometto, ndr) c’è l’esortazione ad andare a cercare il sapere Jusqu’à la Chine (fino in Cina), ma se non torni è male. E lo stesso diceva Baye Niass, che pure ha fatto molti viaggi ed è morto a Londra: niente è più bello di Medina».

E dopo le citazioni la conclusione: «Credo che il mondo è difficile, ma lavoro per entrare in relazione, ottenere confidenza e il rispetto dalle persone. Cerco sempre di essere un po’ “speciale”, per provare a dialogare, poi nessuno è perfetto. Ed è importante questo: capire che siamo vulnerabili, e darci una mano, tutti». E ci prova anche con me: «è importantissimo per esempio il lavoro di giornalisti come te che lavorano per la conoscenza, la quotidianità e la memoria. Le savoir guide!. Il sapere guida». Non è un francese impeccabile, ma si fa capire. S’è guadagnato un tè e un pacco di gomme.

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: