Odissea di un intraprendente

Foto: Sergio Stamerra

 

Facciamo di Ulisse un albanese, che però ha frequentato molto la Grecia, sostituiamo la zattera con un gommone, e gli lasciamo lo stesso ardimento nell’intrapresa: otteniamo Bastri Caushaj, la cui storia è un’odissea a lieto fine.

Di Andrea Aufieri. Adattamento da Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

Incontro Bastri nella sua masseria in costruzione vicino Merine, frazione di un comune in provincia di Lecce, Lizzanello. Non ha la corrente elettrica e il tramonto è vicino: sarà un’intervista a lume di lampada a gas. Non perdiamo tempo, la sua storia è lunga. Dhurata, sua moglie, ci serve un caffè e bada al piccolo Martin, le altre due figlie Sara e Pamela ci ascoltano. Sono distratto dal quadretto, cui manca Roland, che lavora come bracciante, quando mi accorgo che “Sebastiano” ha già cominciato: «Quando ero piccolo, siccome in famiglia eravamo dodici, appartenenti alla classe di contadini e operai, ho dovuto darmi da fare per avere il mio pezzo di pane. Mia madre per anni ha lavorato come impiegata nell’industria del petrolio, che era organizzata in cooperative statali. Una miseria, sul punto della sopravvivenza. Negli anni Novanta, dopo l’apertura delle frontiere, sono stato un po’ dappertutto per la compravendita e affari internazionali. Sono stato un paio d’anni in Grecia a far qualche soldo per tornare in Albania, ho fatto un lavoro strapazzante, dieci ore al giorno per poche dracme, ma sempre più di ciò che guadagnava in Albania un impiegato statale. Appena tornato, sfruttando anche l’inflazione, con le banche fuori uso e con lo stato che non controllava più nulla né dal punto di vista economico né amministrativo, ho commerciato con tutto: alimentari, tabacchi, ho rilevato le fabbriche dello stato albanese di sapone e di olio. Ma non possiamo paragonare questo a una fabbrica tipica italiana: si dava una miseria agli operai e si commerciava con prodotti rimediati andandoli a comprare direttamente in Grecia senza un sistema di trasporti organizzato. Tutto poi stava fallendo, anche  perché molti statali cercavano di approfittare di questa situazione per svendere ai privati e monetizzare. Io fui uno degli acquirenti privati, ma non sono uno squalo, piuttosto cercai di guadagnare innovando un sistema obsoleto».

«Ho contribuito alla valorizzazione dello sport, trovando così strade nuove e utili tanto per le mie aziende quanto per i destinatari dei nostri progetti. Ho ottenuto l’Isef e fino a vent’anni sono stato un maratoneta della 42, 194 km: nello sport ci credo davvero, e so quanto lavoro per nulla spesso si faceva da noi. Così ho varato progetti per incentivare il football, l’atletica leggera e altre discipline. Sono anche stato il presidente onorario della nota squadra Flamurtari di Valona. Onorario perché prima le squadre erano tutte dello stato. Con il mio business ho creato e gestito settemila posti di lavoro. Nel settore dei trasporti, poi, mi servivano autisti e ho dovuto fondare vere e proprie autoscuole».

Su questo scenario tutto sommato positivo interviene una prima grave cesura: «Nel ‘95 ho perso Zhulian, il mio secondogenito di sei anni, in campagna da mio padre, caduto in un pozzo petrolifero. Questo è stato un colpo troppo basso, che neanche la fame e il freddo mi avevano procurato. Una mazzata che mi ha messo in ginocchio. Da allora ho deciso di cambiare vita e ambienti di lavoro. Qui venivo già prima del ‘94, perché avevo dei manager che curavano l’import-export, ma poi ho perso tutto perché le gerarchie di imprese statali che costituivano delle società “piramidali”, agivano in un regime di concorrenza sleale. Se escludiamo le imprese italiane, la mia era la prima srl nata in Albania, in un epoca in cui esistevano ancora i Mapo, delle specie di empori statali che vendevano sapone, zucchero e una ventina di articoli in tutto. Con l’ampliamento e la diversificazione anche lo stato è andato in difficoltà, ma grazie a quelle società è riuscito a sopravvivere finché non è fallito di nuovo dopo la tragedia della guerra civile, che abbiamo bollato come sommosse. Un disegno criminoso messo in piedi e spinto da pochi gruppi, che è sfociato in guerriglia. Nel ‘94 venni con un gommone perché non avevo il passaporto. Avevo pochi soldi, che usai per il viaggio e per comprare quello che mi serviva. Quando i delinquenti che sono andati al governo hanno chiuso le frontiere, non potevo più tornare e così ho appreso degli incendi che hanno distrutto i miei supermercati ».

«Nel periodo ‘95-’97, fino a ottobre, sono riuscito a gestire il trasporto delle merci da qui in Albania e viceversa, e ho riguadagnato una buona posizione economica. Nel ‘97 mi trovavo nel Salento: tramite altri potevo acquistare delle cose perché non avevo la possibilità di contrattare bene per via della scarsa conoscenza dell’italiano. C’era anche chi offriva contratti di lavoro al prezzo di tre milioni di lire per far finta di lavorare per lui e restare in Italia. Feci questo passo ottenendo in cambio una specie di ricevuta, e poi non ebbi altri soldi per spostarmi».

Qui una seconda cesura nella sua storia: «Dopodiché hai presente i film che gli americani fanno contro i cubani, che arrivano a Cuba e fanno i grandi boss della malavita? Un film come questo se l’è fatto qualche procuratore che mi ha accusato di far parte della Sacra corona unita. Creandosi nuove situazioni, si creano opportunità anche per la criminalità. Quando uno deve chiedere qualcosa, chiede quello che gli serve. Se mi offrivano l’amicizia non mi chiedevo chi fossero e cosa facessero, si presentavano in modo umile e rispettoso. Io non sapevo che fossero mafiosi. Se mi offri la possibilità di avere dei piccoli favori come anche un passaggio in auto, io posso ignorare da dove vieni e chi sei. Comunque da quando sono arrivato in Italia, io come tutti gli altri, siamo stati avvicinati da gente della mala. Mi indicavano dove dormire e andai a Lizzanello, inizialmente, a casa di una persona non collusa. Mi regalava della farina se l’aiutavo a caricare i sacchi. Poi sono stato a Pisignano e infine a Merine, dove nel ‘97 è successo il finimondo: tutti quelli che mi hanno aiutato erano affiliati. In più devo dire che chi costruiva l’impianto accusatorio contro la Scu, difficilmente cercava chi glielo smontava, al massimo voleva pentiti. Io ottenni dunque scarsa considerazione, e a novembre ero in carcere a Borgo San Nicola, dove sono rimasto fino al giugno dell’anno successivo, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, finalizzata al traffico di armi e di droga».

«Quando ho acquisito le competenze in italiano, studiando, ho capito la situazione. Ho conseguito la maturità come perito commerciale in carcere, e poi ho cominciato a studiare Scienze giuridiche. Nel ‘98 ho ottenuto i domiciliari, perché la Cassazione ha risposto alla mia istanza, deliberando per la mia innocenza. Questo però ho potuto saperlo solo due anni dopo, perché il mio avvocato mi disse semplicemente che con sette milioni avrei potuto ottenere i domiciliari. Ma non mi ha detto che c’era la sentenza! In questo modo non si smontava neanche l’impianto accusatorio, perché io in quel disegno risultavo come una pedina fondamentale. Non ho fatto causa a loro perché in Italia non puoi fare causa a nessuno, troppo costoso».

L’incubo comincia a diradarsi: «Mi sono creato un po’ di cultura giuridica, ho comprato dei quaderni, su ognuno dei quali scrivevo quello che scoprivo come “investigatore” e come “avvocato”, imparando come si fanno le istanze e tutti gli itinerari legali che mi servivano, smontando con pazienza ogni accusa».

«Ho rifiutato tutti gli avvocati: nessuno dà retta alla tua presunta innocenza se tutti cercano di fregarti. Esaminando i  fascicoli e i mandati di cattura nei miei confronti sono riuscito a smontare le prove che sarebbero bastate a mandarmi in carcere a vita. Perché poi nel settembre del ‘99, fino al 2005, mi hanno nuovamente incarcerato, arrestandomi mentre nel mio terreno toglievo le siringhe dei drogati. La magistratura è riuscita a commettere un sacco di errori, che uno a uno andavano smontati».

«Il colpo finale è arrivato dopo che più volte ho scritto al procuratore per parlare, e lui finalmente si è presentato da me. Era il 2003 e per smontare tutto ci abbiamo messo due anni. Non ho mai chiesto nessun beneficio, né ho voluto mai uscire per motivi differenti dal mio avere ragione».

Gli chiedo un giudizio sulla sua esperienza: «Non ci credo molto perché trovo confusione tra religione e filosofia, mi trovo in difficoltà, ma pur non credendo in dio penso che se esiste allora in quel periodo c’è stato e ha detto: “Gente, aiutate quel povero cristo!”. Io avevo una vita agiata, ho iniziato qui con una situazione economica favolosa e sicuramente qualcuno ha visto questo ed è stato indotto in errore».

Bastri ricomincia a vivere: «Nel 2005 ero fuori, ma controllato e con molti divieti per i successivi tre anni. Tutti quanti, alla fine, hanno scritto cose positive. Carabinieri, servizi sociali, tutti i competenti hanno dato pareri da favola: un forte legame familiare, uno spirito da gran lavoratore, competenze e capacità progettuali fuori del comune!»

Ed ecco cos’è che ha impressionato tutti i “competenti” e anche il fotografo Sergio Stamerra, autore di un set del quale  pubblichiamo due foto: «Mi sono fatto prestare una zappa e una pala, sono venuto a togliere la montagna di rifiuti che stavano qua, in via vecchia Acaya, località Passaturo. Opzionai questo terreno nell’agosto del ‘97, grande più di tre ettari. Pieno di pietre. Prima erano pietre e terra che i coloni usavano per piantare qualcosa che gli serviva a vivere. Io l’ho bonificato con il solo aiuto di una vecchia rete per materassi. Dopo ho combattuto con pietre sempre più grandi, che poi ho usato per il muretto a secco, per il quale ho chiesto un contributo alla Regione: è un’opera d’arte che resterà in questo territorio. In tanti non hanno creduto nel mio progetto: mia sorella era la vecchia proprietaria, voleva vendere tutto, ma io le ho chiesto di investire per farmi lavorare, secondo lei era impossibile far qualcosa qui. E non era l’unica a pensarla così».

Qual è ora il suo desiderio? «Siamo molto lontani dal mio desiderio, ho cominciato con la sicurezza di poter campare dai prodotti del mio terreno, poi con la mia mentalità imprenditoriale cerco di andare sempre avanti; qui vengono a comprare direttamente oppure porto qualcosa in mediazione. Sto cercando di creare una catena di produzione che non si fermi. I prezzi della mediazione sono troppo bassi, non paragonabili alla volontà di far crescere un’azienda, perché schiacciati da presenze di prodotti stranieri a basso costo. Andare avanti oggi è complicatissimo, alla gente non importa se il pollo è di allevamento o ruspante, ma il problema delle persone è: quanto costa? Io starei anche abbastanza bene, ma mi piacerebbe poter dare lavoro anche a una cinquantina di persone, permettendo loro di vivere senza i contratti precari. Ora però la crescita, se c’è, è  part-time, contratto a progetto, non dipende più da un lungo viaggio, ma da ora a ora e da giorno a giorno. Io ho una soluzione per via di un mercato grande che arriva in Albania e in Grecia, ma anche cosi non è facile».

Cos’è per te l’identità, gli chiedo, e dove immagina il suo futuro: «Io sono un cittadino del mondo, cresciuto in Grecia, Italia, Germania, Svezia, America. Su quella grata però puoi vedere una bandiera albanese: l’Albania è il posto dove sono nato e che non posso scambiare con nulla al mondo. Ma tutti devono avere la possibilità di crearsi una vita, lo sviluppo deve esserci per tutti, se no la democrazia finisce».

 Intervista a Sergio Stamerra, fotoreporter

Bastri assegna a Sergio un posto nelle fila delle “persone buone”. Ecco perché.

«È stato tutto casuale. Ad aprile ho ricevuto la telefonata dalla rivista Apulia. Mi hanno commissionato un reportage sulla pietra, solo che avevo poco tempo a disposizione. Girovagando per le campagne ho notato un signore che costruiva un muretto a secco. Anche se la cosa poteva risultare un po’ banale ho pensato di raccontare quest’attività, giocando con i tagli e con le luci».

Però? «Mentre lavoravo il signor Sebastiano mi raccontava la sua vita e io ho deciso di continuare a frequentarlo fotograficamente, ci vedevo la possibilità di fare qualcosa di interessante. Ho anche pranzato con lui, ho lavorato dalla mattina alla sera, per una settimana circa, e ho portato a casa una serie di immagini che mi convincono. A me non interessava soltanto fare delle buone foto, perché quando fai un reportage non ti puoi esimere dal costruire un rapporto di fiducia con le persone, facendo vedere loro che non sei uno sciacallo che ruba le loro vite sbattendole in faccia agli altri».

E quindi hai pensato di ricambiare la famiglia Caushaj con un’iniziativa singolare.

«Ho pensato di organizzare una  cena nella masseria di Bastri con l’aiuto di alcuni amici. L’idea era quella di sostenere l’azienda e il progetto. È venuta una serata, credo, abbastanza carina, è stato importante poter partecipare alla realizzazione del sogno di alcune persone».

Quando hai capito che passare il segno della professionalità ti portava a fare qualcosa di bello? Quanta furbizia e quanta sensibilità artistica? «Ho capito che questa cosa mi portava a fare un buon lavoro e che valeva la pena perderci del tempo quando ho sentito la storia nello stomaco, uno stato d’animo e delle emozioni molto forti. Poi se il prodotto è vendibile meglio per tutti.  Devo anche dire che per la prima volta dopo tanti anni-ho cominciato a scattare che ero un ragazzino-provavo quasi una sensazione di innamoramento. Questa cosa l’avevo un po’ persa, ma questo lavoro me l’ha fatta riscoprire».

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