Lo spread ecologico

 

 

Mirror del blog Deep Ecology su Linkiesta
Andrea Aufieri-6 giugno 2012

In numerose interviste Vandana Shiva forma il numero quattro con le dita della mano destra, per dire che da anni il mondo è in una quadruplice crisi: alimentare, ambientale, energetica e finanziaria. Secondo lei, esponente dell’ecofemminismo antiantropocentrista, il cambiamento deve essere radicale e non può prescindere da una revisione delle politiche glocali dell’ambiente. La filosofa indiana non è la sola a sostenere che il centro nevralgico delle quattro crisi è quella ecologica, molti sono anzi d’accordo sul fatto che questa sia l’unica crisi che, riducendo lo spread con gli altri fattori, cambierebbe radicalmente l’andamento delle altre. Nessuna politica internazionale sembra però aver fatto tesoro delle tesi degli analisti, altrimenti non si spiegherebbe come mai il deficit ecologico si verifica ogni anno più presto, quasi senza soluzione di continuità.

A questo punto i cittadini del mondo intero si dividono tra speranza e disillusione, ma comunque ripongono aspettative forse eccessive per il summit di Rio. Nel 1992, infatti, l’incontro ebbe un grande successo e diede vita ad alcuni accordi importanti: la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB), la Convenzione Onu sul Cambiamento Climatico (UNFCC), la Convenzione per Combattere la Desertificazione (PACD). Il risultato però è che la crisi alimentare è acuita, le emissioni non accennano a diminuire se non con l’inganno della cessione di mercato delle quote verdi, gli ecomigranti aumentano esponenzialmente per via della siccità e della conseguente desertificazione che li costringe ad abbandonare le loro terre.Un “però ci hanno provato” sembrerebbe inopportuno, visto che a fronte di tutto ciò è stato inventato il termine green economy,che nasconde l’ultima bolla speculativa su un settore che avrebbe potenzialità forse meno allettanti se basate invece su qualcosa di più razionale. Come per esempio la “regola delle tre r”: riduzione, riuso, riciclo. Può un’economia globalizzata sposare il verbo ridurre? La risposta è implicita nella connotazione negativa del termine green washing. Per fare un esempio innocuo prendiamo il carbone, un combustibile fossile residuato dell’industrializzazione ottocentesca, il cui picco di utilizzo come per il petrolio, è di là da venire. Visto che c’entra l’energia elettrica, nella testa di qualcuno si è illuminata una lampadina e il risultato è che procedimenti di dubbio impatto ecologico portano a risparmiare quantitativi minimi di anidride carbonica. Green washing in poche parole è pulire il carbone, ma si trattava solo di un esempio a caso.Per tornare al Rio+20, proprio il tema maggiormente in evidenza è quello della green economy, in tandem con il concetto di sviluppo sostenibile. Due termini che ormai difficilmente trovano un connubio con un’effettiva riduzione dei consumi, e neanche con un tentativo di contenerli. Se a Durban il concetto di fondo è stato: “continuiamo a produrre a ritmi elevati infischiandocene delle emissioni” cosa ne potrà venir fuori da una conferenza meno vincolante? Molta ipocrisia, forse, ed è per questo che in tutto il mondo le organizzazioni non governative e le associazioni ecologiste hanno cercato di fare un fronte comune per mettere al centro i reali temi che potrebbero dare risposte concrete contro la crisi ecologica.

Da noi è nata la Rete italiana per la giustizia ambientale e sociale (Rigas), formata da circa sessanta movimenti e associazioni, che coglie in pieno la questione: i temi nodali di una nuova e radicale politica ambientale passano da un vero lavaggio in chiave ambientale dell’economia, e quindi da una green economy più in sintonia con la natura. Il primo passo sarebbe la liberazione dal signoraggio del dollaro, poi la riaffermazione antiglobalista delle sovranità energetica e alimentare, la conversione ecologica dell’intera economia mondiale, che segnerebbe una nuova rivoluzione del capitalismo, il disarmo, nodo fondamentale, insieme con l’incentivazione del trasporto pubblico e dolce, l’accesso pubblico alle risorse fondamentali come l’acqua, strategia auto conclusiva del ciclo a rifiuti zero, un passo indietro rispetto all’erosione del suolo e all’accaparramento della terra da parte delle multinazionali.

Proprio a quest’ultimo punto, insieme con l’assunzione delle responsabilità dei danni ambientali e della prevenzione, risponde un’altra ong italiana, l’International court of environmental foundation (Icef) che già vent’anni fa aveva elaborato il primo prototipo di un tribunale internazionale per l’ambiente. Ci riproverà quest’anno, proponendo un ente e un coordinamento trasversali tra tutte le corti già esistente, con più potere di queste e con la capacità di richiamare a responsabilità ed effetti reali governi e multinazionali.

Questo è il mondo che i cittadini desiderano, chissà che non sentano il vento anche i governi.

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