Sorridere al Ferrhotel, storia di Abdi e dei rifugiati a Bari

Prima di raccontare l’esperienza degli occupanti del Ferrhotel, Abdi mostra le foto della sua famiglia. Le ha appese sul corridoio dove ha sistemato anche il tavolo con le carte. Ci sono anche le foto dei quattro «fratelli» che sono morti di recente, lontano dalla comunità che li ha accolti . Uno di loro se n’è andato pochi giorni fa, dopo molte ore di lavoro nei campi di pomodori a Foggia, stremato dalla fatica. Abdi si è occupato di inviare la richiesta per il rimpatrio delle salme alle autorità competenti . Qualcuno ha espresso il desiderio di rimanere in Italia: sarà seppellito nel cimitero islamico di Gioia del Colle.

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Muhammed Abdi Nasir è il rappresentante della comunità somala di Bari, che dall’ottobre del 2009 vive nella vecchia struttura dedicata ai ferrovieri . Di proprietà di Trenitalia, e abbandonato dal 2007, l’edificio di via Caduti di via Fani, di fianco alla stazione, è stato prima la dimora dei senzatetto, poi la seconda casa dei rifugiati somali . Perché il primo tetto è stato quello del Cara di Bari -Palese. Chi è uscito da lì con lo status di rifugiato politico, avrebbe poi avuto diritto alla cosiddetta «seconda accoglienza». In Italia si traduce nell’elemosina, nella strada e nelle mense della Caritas. Sotto la cappa del trattato di Dublino. Siccome il trattato impedisce ai rifugiati di risiedere per molto tempo al di fuori del Paese in cui hanno ottenuto lo status, quarantasei persone hanno tentato invano di trasferirsi in Svezia. Non riuscendoci, sono tornati nel capoluogo pugliese e hanno deciso di abitare quel luogo preda dell’abbandono.

«Qua dentro ci sono ventitré stanze – dice Abdi – ciascuna delle quali ha due inquilini. Tutte le stanze sono “riempite” da due materassi, un bagno e una cucina – cioè lo spazio per un for nel lo a gas -, ma siamo senza acqua ed elettricità». Un problema, quello dell’elettricità, che hanno provato a risolvere con un generatore a benzina. La mancanza di acqua è ancor a più grave. Il comune l’aveva riallacciata, ma quando una tubatura ha ceduto, creando infiltrazioni negli uffici delle Ferrovie, è stata staccata senza possibilità di ripristino.

«Chiediamo da tempo un incontro con l ‘assessore comunale ai Servizi sociali, Fabio Losito, chiedi amo che si risolva questo problema, ma finora non ci ha risposto», polemizza. «E allora chi di noi trova un lavoro, di una giornata a raccogliere i pomodori, di un mese o al massimo di sei mesi, può pagare la benzina per il generatore. Se no restiamo al buio».

La spazzatura è ammonticchiata nei sacchetti di plastica agli angoli di ogni corridoio; ci sono degli estintori in una specie di disimpegno; fili elettrici pendono dal soffitto e per le scale: bisogna fare un po’ di attenzione quando le si usa. «Non ci possono essere bambini qui: stanno meglio nel le strutture di accoglienza. Noi saremmo disposti a cambiare casa ogni tre mesi se ci fosse la possibilità».

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Due anni fa Reti Ferroviarie Italiane aveva messo in vendita l’immobile, e il Comune aveva ipotizzato l’impiego di fondi europei destinati alla sicurezza per farne un luogo di residenza temporanea e altri servizi per gli immigrati . Non se n’è fatto nulla. Il progetto, comunque, non includeva la permanenza dei somali.

Abdi ha una sola richiesta urgente: «Chiediamo che le istituzioni ci permettano di fare dei corsi di formazione. Per esempio, di un anno: per fare i giardinieri , gli elettricisti, gli aiutocuochi o i lavapiatti nei ristoranti. Potremmo tornare molto più utili». Lu i è in Italia da otto anni, dopo un viaggio attraverso il Sahara e il Mediterraneo. È sbarcato in Sicilia e ha lavorato come giardiniere da subito. Nel 2009, quando era già a Bari , è finito sui giornali per aver subito la rottura di denti e mascella da parte di un autista dell’azienda di trasporti locali Amtab. Aspetta ancora una sentenza. Nonostante questo, anche se avesse la possibilità di andar e via, la sua scelta sarebbe sicura: «Amo la gente di Bari . Sono felice qui : la gente risponde al saluto, il clima è buono. Magari ci fosse più lavoro! I miei amici stanno bene in Germania, dove anch’io ho lavorato come commesso. Ma lì si muore di freddo e nessuno ti saluta».

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