Brindisi, processo al petrolchimico

Sono 231, di cui soltanto 14 ancora in vita. Sono le vittime del Petrolchimico di Brindisi. Il 19 ottobre è prevista quella che potrebbe essere l’ultima tappa della decennale odissea giuridica attraversata dai familiari e da quello sparuto numero di ex operai, i quali oramai si possono considerare solo dei “sopravvissuti”. Sarà quella l’ultima udienza preliminare, prima di un procedimento penale che può anche non aver luogo, vista la richiesta di archiviazione del pubblico ministero Giuseppe De Nozza. Le ipotesi di reato contestate a 68 dirigenti sono di strage, lesioni personali, disastro doloso, rimozione od omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro. Le accuse più gravi si basano su ipotesi che la comunità scientifica non ha unanimemente confermato, per motivi non sempre legati alla scienza, almeno a vedere i committenti di alcuni di questi studi.

Una storia troppo lunga

“Il processo è ormai antico, parliamo di preistoria”. L’avvocato Stefano Palmisano, 38enne di Fasano, si occupa di diritto penale del lavoro, dell’ambiente e di colpa medica. Segue il procedimento da quando è cominciato, essendo il rappresentante di numerose vittime e familiari. Ed è lui stesso ad illustrarci le tappe salienti.
“Era il 1996 – racconta – quando Luigi Caretto, ex operaio di Brindisi e di Porto Marghera, inviò un esposto a Felice Casson, il magistrato veneziano che istituì il primo maxi processo al Petrolchimico di Porto Marghera. Casson dovette rinviare a Brindisi la causa di Caretto, che lì aveva lavorato per gran parte degli anni. Il processo venne dunque istruito da Nicola Piacente e, nel 2000, passò a Stefano Bargero e De Nozza. I due pm disposero il sequestro degli impianti di Brindisi nel novembre dello stesso anno”.

“Nel 2002 – prosegue Palmisano – in seguito al trasferimento di Bargero e all’affi damento dell’intero corpus delle indagini all’attuale pm, venimmo a sapere, tramite indiscrezioni di stampa, che De Nozza avrebbe chiesto l’archiviazione”. Il motivo che sta alla base della richiesta è “un nervo scoperto di gran parte del diritto penale del lavoro”, ovvero la mancanza di prove del nesso causale tra esposizione al cancerogeno principale, il pvm/pvc (monovinilcloruro o polivinilcloruro, secondo la fase di produzione in cui si trova), e l’insorgenza delle malattie, relazione dimostrata solo nel caso del rarissimo angiosarcoma epatico. A Brindisi, però, non si è registrato nemmeno un caso di questa malattia, cosa che motiverebbe la richiesta di archiviazione. È partendo da ciò dunque che Palmisano muove le critiche alle scelte ed ai metodi del pm. “Tra le falle delle indagini preliminari – spiega il legale – c’è l’attribuzione di un ruolo marginale a tutte le altre cause di tumore, viene cioè ignorata la circostanza palese che il Petrolchimico fosse un ricettacolo di nocività tra le più micidiali, cancerogene e tossiche. E questo non perché non vengano riconosciute la pericolosità e la dannosità, ad esempio, dell’amianto. Al contrario: siccome l’amianto lo si ritrova dappertutto a Brindisi, non si può provare che il mesotelioma che ha ucciso gli operai derivi dall’esposizione professionale”.

Pertanto, secondo Palmisano, “la Procura della Repubblica di Brindisi non ha fatto quanto avrebbe dovuto nell’assolvimento di alcuni fondamentali passaggi processuali. Siamo riusciti ad opporci – sottolinea l’avvocato – all’archiviazione solo un anno e otto mesi dopo averlo saputo dai giornali, e soltanto dopo che il comitato Vittime del Petrolchimico aveva fatto il diavolo in quattro, con sit-in, convegni e appelli alla cittadinanza”.

La presunta indimostrabilità

Un’altra forte critica mossa dal legale è che per “individuare il vero scoglio di questo processo, basta vedere come si relaziona il pm con la comunità scientifi ca”. Il rinvio del processo dal 15 giugno al 19 ottobre è motivato dall’esito di certi studi che dovrebbero essere resi pubblici a Lione, al Congresso dello Iarc, l’International agency for research on cancer. Tuttavia, sull’esito del processo, è in dubbio la rilevanza ed effi cacia di tali rilievi. De Nozza, infatti, ritiene che non si possa arrivare ad una condanna per omicidio colposo in quanto la comunità scientifica non è unanime sulla questione del nesso causale. “Il punto è – precisa Palmisano – che la stessa è fatta di uomini. Con ciò voglio dire che certi luminari non sono immuni dalle lusinghe del vil danaro, del potere e delle gratificazioni che non siano prettamente scientifiche.Spesso questi uomini hanno rapporti strettissimi con le imprese”.

A questo punto il legale fa un esempio: “Nella requisitoria Casson citò il caso dell’epidemiologo Richard Doll, che aveva dimostrato l’unico nesso ammissibile tra esposizione a cvm e angiosarcoma. Nel corso della  requisitoria finale di Casson, durata nel complesso 40 ore e riportata sul libro pubblicato a settembre da Sperling & Kupfer La fabbrica dei veleni, si fece presente che Doll aveva sempre lavorato per i produttori di cvm, ma in alcuni suoi studi del 1988, riconosceva, oltre al rischio di angiosarcoma, anche quello del tumore ai polmoni e i rischi per la popolazione, assunti negati successivamente, come il pm di Venezia riuscì a dimostrare citando un documento acquisito per rogatoria internazionale dall’Inghilterra. Da questo risultava che Doll era sul libro paga dell’Enichem con il preciso mandato di confutare l’esistenza del nesso causale”.

“Secondo De Nozza – contesta Palmisano – il dottor Doll è soggetto al di sopra di ogni sospetto”. Ed a marzo il pm ha portato dodici nuovi studi scientifici in materia di esposizione al cvm/pvc, che sembrano rafforzare la non unanimità della comunità scientifi ca. “Pm e consulenti sono arrivati a conclusione basandosi unicamente sugli abstracts, cioè il riassunto del contenuto integrale di tali studi”. “A giugno – annota ancora Palmisano – grazie alla competenza di Medicina democratica, ho ottenuto gli studi integrali e ho constatato che, tra questi, solo cinque negavano il nesso tra esposizione al cvm e l’insorgenza di tumori ai polmoni”. Da quanto emerso dagli approfondimenti fatti dall’avvocato, in quattro casi su cinque tali studi esaminerebbero situazioni del tutto dissimili da quella di Brindisi, come quella di Baltimora, dove il cvm era marginale nel ciclo di produzione. Inoltre, sono stati considerati anche due studi commissionati proprio dalle industrie della plastica: è il caso del lavoro dell’eminente epidemiologo Gary Marsh e altri suoi colleghi, sulla cui intestazione si legge a chiare lettere che il committente è l’Iisrp, l’International institute of synthetic rubber producers, un’associazione commerciale internazionale non profit, formata da 39 corporation situate in 21 Paesi, che producono il 95 per cento della plastica mondiale. Tra le compagnie affiliate c’è anche l’italiana Polimeri Europa srl, un’istituzione scientifica di proprietà dei produttori di plastiche i cui studi sono da prendere quantomeno con le molle.

Questa non è un’eccezione: la dubbia credibilità di certe analisi, anche se condotte da luminari della scienza, è stata addirittura teorizzata. Valerio Gennaro, di Medicina democratica, e Renzo Tomatis, direttore per un decennio dell’International agency for research on cancer, con lo studio Business bias, distorsioni nel mondo degli affari Come gli studi epidemiologici possano sottostimare o fallire nell’individuare accresciuti rischi di cancro e altre malattie (International journal occupational and environmental healt, 2005) hanno analizzato 15 fattispecie. Gli autori spiegano come “malgrado dichiarino la prevenzione primaria come loro scopo, gli studi di potenziali fattori di rischio occupazionale ed ambientale per la salute finanziati, sia direttamente che indirettamente, dall’industria, è probabile che abbiano risultati negativi”.

Sempre dell’autorevole Iarc è uno studio del ’91, condotto dal professor Lorenzo Limonato, liquidato perché “per diverse cause, la mortalità è stata significativamente inferiore alle attese”. Eppure lo stesso studio rimarca “l’incremento di mortalità per tumore del polmone tra gli addetti alla produzione di cvm”. L’aggiornamento del 2001, operato dal dottor Jerry Ward, conferma il dato, attribuendone le cause sia al cvm che al pvc. “La teoria Gennaro–Tomatis – conclude Palmisano – contrasta con l’assunto giuridico seguito da De Nozza, in base al quale nella comunità scientifi ca non esiste unanimità tale per cui si possa affermare la responsabilità piena degli imputati. Questo assunto segnerebbe la morte di un pezzo del diritto del lavoro. L’autore di tale assunto, però, è Federico Stella, coordinatore della difesa degli imputati al processo di Venezia, ulteriore evidenza che prima di applicare le teorie dovremmo conoscere i loro autori”.

Un “sopravvissuto”

“Produrre, consumare, morire! È questo che bisogna fare qui”. Con queste parole i superiori avrebbero schernito gli operai del petrolchimico di Brindisi, che denunciavano le scarse condizioni di sicurezza e l’inesistente attenzione alla loro salute. Tra quegli operai c’era anche Franco Caiulo, coordinatore del comitato Vittime del Petrolchimico.

Lo abbiamo incontrato a Torre Rinalda, dove il suo primogenito Antonio, 33 anni, può giocare e socializzare con i ragazzini: “Io, mia moglie Anna e la sorella minore ci prodighiamo per non fargli pesare la vita”.  Le crisi epilettiche e il ritardo mentale di Toti sono state per l’ex operaio una prova che gli è costata molto sul piano umano ed economico, e che lo ha posto in condizione di accettare sempre ciò che gli veniva proposto in fabbrica.

“Quando nel 1973 mi ha assunto l’Eni – Enichem – osserva Caiulo – pensavo di continuare a fare il mio mestiere, l’elettricista montatore. Invece mi hanno mandato a fare la pulizia di autoclavi nel reparto P18A, dove si polimerizzava il cvm per la plastica bianca. Ogni sei o sette ore bisognava pulire, scendendo dentro, perché spesso quella roba si incrostava. Quando andava bene, bisognava eliminarla con un martello, altrimenti si lavorava anche otto ore per le fasi di scrostamento. Tutto quel tempo inalando cvm poteva dare diversi effetti: in una mezzora ci si sentiva su di giri, un po’ di tempo in più per l’effetto taurina, ancora un po’ e si sveniva. Svenire era una seccatura anche per i colleghi che si calavano nelle autoclavi con le corde e tiravano su i malcapitati”.

Nel 1978 Caiulo riuscì ad ottenere l’incarico sperato sin dall’inizio. Tuttavia “in questo modo – rimarca l’uomo – giravo continuamente per tutti i reparti ad operare controlli, manutenzione e riparazioni, esponendomi ad ogni tipo di sostanze”.

Interrotto un attimo il racconto, sospirando, Caiulo mostra le macchie che ha per tutto il corpo, dovute alla chemio. “Lo stesso anno – riprende – durante una delle visite mediche trimestrali, mi riscontrarono tracce di sangue nelle urine. Per vent’anni è andata avanti così, con quelle perdite, fi nché nel 1998, con una visita medica fuori dalla fabbrica, ho scoperto di avere un tumore grande 2,5 cm alla vescica”.

Oggi Caiulo non si arrende, continuando l’opera di Luigi Caretto, morto nel 2002. L’ex operaio del Petrolchimico ha messo su il comitato, composto dai parenti delle 231 vittime, compresi quei pochi rimasti ancora in vita, col quale ha intrapreso il procedimento penale. E adesso, se il processo non dovesse aver luogo, “tutta la fatica – afferma tristemente Caiulo – sarà inutile, vorrà dire che non contiamo niente per nessuno”. E chiude: “L’opinione pubblica se ne infischia, moriremo in silenzio”. Intanto però per ora c’è un numero, il 231, che parla da sé.

 

Andrea Aufieri L’imPaziente n.16, ottobre/novembre 2007

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