Il saluto a Zuzzurro, icona della Milano da bere

«Saper ridere rende più bella la vita»: è la frase che incornicia l’omelia del viceparroco di San Vincenzo in Prato, Marco Gianola.

E le centinaia di persone che gremiscono la chiesa di via Crespi, attori, autori e registi che hanno fatto dell’ironia un mestiere e anche un marchio, applaudono. Perché è morto un comico, Andrea Cipriano Brambilla, noto al grande pubblico per il personaggio del commissario Zuzzurro, uno che oltre a saper ridere alla vita, sapeva anche far ridere gli altri. Una qualità molto rara e molto apprezzata. Per questo, forse, sugli occhi di molti, accorsi a salutare il loro amico, o, per i più giovani, un maestro proveniente dall’età dell’oro del cabaret, è possibile comprendere la commozione, vedere il luccichio delle lacrime, eppure intuire un sorriso. Come ha detto lo stesso Brambilla negli ultimi drammatici giorni passati all’Istituto nazionale dei tumori: «Non m’importa di morire, l’importante è sapere che continuerò a far ridere la gente». Un testamento morale che il suo amico e collega Nino Formicola, il Gaspare del duo formatosi nel lontano 1976, ha subito raccolto: «Sono morto anch’io, con lui, non può più esserci Gaspare senza Zuzzurro, perciò intendo raccogliere le centinaia di sketch di Andrea che posseggo, perché in rete si vedono sempre le stesse cose, ma lui ha fatto molto di più e merita di essere ricordato».

Un tipo tosto, Brambilla: a gennaio del 2002 si è schiantato sulla A7, ma quattro mesi dopo è di nuovo sul palco, ed esorcizza l’episodio con lo spettacolo: «Che botta…». Stava per fare lo stesso con il carcinoma al polmone, che ha rivelato di avere a febbraio. Era tutto pronto per il ritorno sulle scene con: «Non c’è più il futuro di una volta 2.0», ma poi le sue condizioni sono peggiorate, le prime date sono state rinviate, poi l’addio. Gaspare non se ne capacita: «Era il suo sberleffo alla morte, di uno che con la chemioterapia addosso a 67 anni reggeva il palco alla grande, uno con le palle».

Anche per Enrico Beruschi, che non ha rinunciato alle sue vistose scarpe da ginnastica blu elettrico per il funerale, è il momento della commemorazione, tra lacrime e risate: «Mi chiamava “maestro” e ho solo cinque anni più di lui, ma si sganasciava vedendomi al Derby, così tra due risate e un bicchiere, provò a dirmi: “Magari un domani mi fai provare al locale”. “Un domani?- gli ho risposto io -l’indomani era con me al club, andò benissimo e continuò. Poi lui e Gaspare hanno ripreso “La cena dei cretini”, che cominciammo io e Pambieri. Ecco un altra cosa che ci accomuna: siamo stati dei cretini».

Sergio Conforti, il Rocco Tanica degli Elio e le Storie Tese, Massimo Buscemi, Ricky Gianco, Gianni Amelio, Marco Columbro, Lorella Cuccarini, Maurizio Nichetti, Silvio Orlando, Corrado Tedeschi, Enrica Bonaccorti, Ale&Franz, Valentino Picone, Antonio Ricci, Alberto Patrucco. Sono solo alcune delle persone venute a salutare Andrea: appena la bara lascia la chiesa, esplode il pianto inconsolabile della moglie Pamela Aicardi e dei figli, e proprio in quel momento parte l’applauso di tutta la piazza.

Il saluto a Zuzzurro è stato un momento che ha raccolto i fasti del cabarettismo della vecchia scuola, diventata adulta tra il Derby e il Drive in, e le nuove generazioni; la vecchia Milano da bere e la nuova Milano in cerca d’identità; tra ricordo e decadenza. Due flash possono spiegarla. C’è il primo comunicato con grottesco errore del sindaco Pisapia, che comincia così: «Ho visto Buzzurro anche in scena a teatro e così lo voglio ricordare»; e c’è qualcuno che distribuisce i suoi biglietti da visita ripetendo lo slogan: «Sentiamoci». Sembra di essere al centro della scena nel momento in cui s’intona un «Ridi pagliaccio»: «Tramuta in lazzi/ lo spasmo ed il pianto/in una smorfia il singhiozzo e’l dolor».

(pubblicato sull’edizione milanese del Giornale il 27 ottobre 2013)

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