Il caso Moro, una retrospettiva dal Bifest 2014

La proiezione del film di Ferrara, avvenuta nel contesto del Bifest 2014, era gratuita e giustificata nel contesto della retrospettiva su Gian Maria Volonté. Basta questo a spiegare la sala piena nel primo pomeriggio al Multisala Galleria di Bari?

Nel 1986, Il caso Moro incassò 60 milioni di lire nei primi tre giorni di proiezione. Alla fine dell’anno si piazzò al trentaduesimo posto nella classifica degli incassi. Per intenderci, quello era l’anno de Il nome della Rosa, Platoon, Top Gun, Highlander, Mr. Crocodile Dundee, Il colore dei soldi, ma anche di Yuppies 2, Sette chili in sette giorni e Ultimo tango a Parigi. E Ferrara aveva competitor nella stessa cerchia degli addetti ai lavori engagé: La famiglia di Ettore Scola si piazzò al 15esimo posto, Cronaca di una morte annunciata di Franco Rosi, ancora con Gian Maria Volonté al 29esimo e Il camorrista di Tornatore al 58esimo. Il lavoro del regista sopravanzò cult come Radio Days di Woody Allen, Morning After di Sidney Lumet e anche Alien- Scontro finale di James Cameron.

Il pubblico premiò il coraggio del regista, che fu il primo a realizzare un lungometraggio sui 55 giorni che passarono tra il rapimento dello statista Aldo Moro– avvenuto in via Fani a Roma il 16 marzo 1978–  e il ritrovamento del suo corpo in via Caetani il 9 maggio.Com’è noto via Caetani è a metà strada tra via delle Botteghe Oscure, dove si trovava la sede del Pci, e Piazza del Gesù, dov’era la sede della Dc. A differenza del lavoro dei registi successivi, il film usa una luce fredda, che contribuisce a rendere l’idea di un clima rigido nella politica e nella società. E che, soprattutto, riflette la volontà del regista di attenersi scrupolosamente ai materiali delle inchieste giudiziarie fino a quel momento disponibili.

Non si parla di P2, non si parla di banda della Magliana – ancora attiva nell’86– soprattutto non si parla delle connivenze dei servizi segreti. Sono però ben chiare le dinamiche della «politica della fermezza» e del contesto della società italiana, nella quale le Brigate rosse sembrano piuttosto esecutori materiali di un volere più forte. Quello degli americani nello specifico, che avevano il tramite di Giulio Andreotti, l’«intoccabile», come lo stesso Ferrara lo ha definito nelle numerose interviste che ha rilasciato riguardo alla sua opera. Nessun italiano senziente può dimenticare dov’era e cosa stava facendo quando è stato ritrovato il corpo di Moro. L’immaginario collettivo italiano, la cui coscienza voleva essere interpretata da una classe dirigente «pura» come la Democrazia cristiana voleva vendersi, colpito al cuore perse del tutto la sua innocenza, resettata con la Costituzione del 1948. Come nel libro «I giorni dell’ira. Il caso Moro senza censure» di Robert Katz, co-autore della sceneggiatura, non è solo Andreotti ad essere accusato, ma attraverso le lettere di Moro dal carcere del Popolo è tutto il suo partito a macchiarsi del suo sangue: Cossiga, Zaccagnini, Fanfani su tutti. E poi c’è la scelta di Enrico Berlinguer di aderire alla fermezza dei democristiani, per le ragioni contrarie a quelle degli americani: per non sabotare, cioè, quel «compromesso storico» che con molta fatica e altrettanta pazienza aveva costruito proprio con lo statista salentino. La scelta del leader Pci accelererà la caduta del suo partito -per Ferrara anche al vita del politico- in favore del Psi di Craxi, unico a opporsi alla rigidità dei suoi colleghi in parlamento, e a cui di lì a poco i poteri forti consegneranno le chiavi della transizione.

Affinché i giochi possano compiersi è necessario eliminare la «pietra d’inciampo», come Eleonora Moro definì suo marito in un processo, prima a notare che dall’auto dov’era stato prelevato il marito era stata successivamente rimossa una valigia di documenti (il sangue degli uomini della scorta aveva avuto il tempo di rapprendersi intorno a un oggetto rettangolare).

Nel film non si trascurano dettagli come quello appena citato, poi l’intensità del volto di Moro/Volonté e gli scambi con i suoi carcerieri fanno il resto fino al suo assassinio, reso con crudezza in tutto il suo squallore.

Ci sono due scelte narrative che non corrispondono alla realtà storica. Anzitutto l’assalto dei brigatisti alla scorta- la scena più dinamica e purtroppo più debole del film- è effettuato senza passamontagna, come invece accade nella realtà. Della dinamicità e delle fasi concitate dell’azione, nonché della sua preparazione rimane ben poco: tutto è coperto da un modo grottesco di rappresentare la morte, con i corpi che ballano in maniera molto vicina al ridicolo. Peccato.

Il secondo stratagemma narrativo è la visita di don Stefani, prete molto vicino alla famiglia Moro, al covo di via Gradoli. L’incontro, frutto di fantasia, è un artificio che introduce l’approccio a dir poco molle di papa Paolo VI alla vicenda. È anche un artificio che serve a raccontare retroscena e ipotesi collegabili alla vicenda, che fanno luce sulle vicende dello Ior e sugli interessi di Stati Uniti e Germania sulle politiche italiane, dal petrolio all’anticomunismo. L’impatto emotivo di questa scena è paragonabile a quello visto e apprezzato ne Il Divo di Paolo Sorrentino, allorquando il protagonista Giulio Andreotti/Toni Servillo fa un lungo monologo sull’uso del potere e delle sue responsabilità nella strategia della tensione: pensieri, parole, opere e omissioni a lui riconducibili. Monologo innescato tra l’altro proprio dalle parole contenute nelle lettere di Moro da via Gradoli, tese a squalificare la cupezza e i disegni reazionari del divo.

La prova d’attore di Gian Maria Volonté è eccelsa e gli valse l’Orso d’oro a Berlino. L’intensità del volto, il tormento e il dolore fisico e spirituale accompagnano un uomo valutato da principio soltanto come portatore di una carica istituzionale («Presidente», lo chiamano i suoi carcerieri, spiegando di non essere interessati a colpire l’involucro borghese, in altre parole la relazione di affetti che ne faceva anche un padre, un marito e in generale un uomo stimato) e pian piano portato alla sua destituzione e annullamento. Pur sapendo com’è finita, gli spettatori sperano con lui che qualcuno possa ascoltare i colpi sul soffitto, o che qualcuno si ravveda con le sue parole, e infine è difficile trattenere l’emozione riascoltando la sua lettera di commiato. La lettera non viene piazzata al termine del film come in molti hanno fatto, perché c’è lo smascheramento dei progetti dei brigatisti da affrontare, e infine il suo corpo esanime e straziato nell’auto in via Caetani.

Volonté riprova a rappresentare Aldo Moro dopo l’esperienza di Todo Modo, nel 1976, per la regia di Elio Petri. In mezzo è successo di tutto. Prove dure per la vita privata di Gian Maria: nel ‘77 muore suicida in carcere il fratello Claudio e poco dopo lo stesso attore deve affrontare un tumore. Gli eventi del 1978 fanno apparire quanto meno azzardato l’esperimento di Petri, sciolgono di fatto l’intesa artistica tra i due e pongono una lunga cesura tra i film impegnati politicamente. Nel film del ‘76 Aldo Moro non è nominato, ma Volonté ne impersona i tratti in maniera impressionante, realizzando però una dura satira contro di lui. E il film per intero, come del resto l’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia da cui è tratto, è una lunga invettiva satirica e grottesca contro il sistema di potere messo in piedi dalla Dc. L’interpretazione umana e dolorosa del Moro di dieci anni dopo ha uno spessore differente. Forse più facile e diretto a un pubblico ampio. Le polemiche politiche però non si sono sgonfiate e la presenza di Ferrara e di Volonté sui canali del servizio pubblico è fortemente ostacolata. E ventotto anni dopo, a Bari, il pubblico dimostra ancora il suo affetto e la sua rabbia per quegli eventi.

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