Masseria Tagliatelle, un nuovo attrattore culturale di comunità

C’è una nuova visione di Lecce che è destinata a entrare nell’immaginario collettivo di abitanti e turisti, modificandone la logistica, l’urbanistica e la geografia culturale.

Il tanto agognato ribaltamento della stazione ferroviaria, i cui tempi di realizzazione sono previsti entro la fine del 2020, porterà con sé la riqualificazione di tutto il Parco delle Cave di Marco Vito con il Ninfeo delle Fate. L’intera area sarà sorretta e impreziosita dalle opere dell’archistar portoghese Álvaro Siza. I leccesi, dunque, sono autorizzati a sognare a occhi aperti, ma non solo:  dal dicembre 2018 hanno potuto sperimentare in concreto come sarà vivere in una città attenta agli stimoli culturali che non partano solo dal centro storico.

L’occasione è stata quella del mancato affidamento della gestione di Masseria “Tagliatelle”, cuore pulsante del Parco delle Cave. Il primo bando non vide la partecipazione di alcun soggetto e l’allora neo amministrazione, guidata dal sindaco Carlo Salvemini, decise di emanare un bando di gestione temporanea dell’immobile, cercando di trasformare quel flop in un’esperienza positiva. Rita Miglietta, ex assessora alla Pianificazione territoriale, ne racconta l’evoluzione: «Il bando di affidamento andò deserto perché questo non prevedeva una partecipazione della città. Ho proposto così alla giunta di avviare un percorso sperimentale che fosse anche una riflessione sui temi chiave dei beni comuni».

I temi individuati riguardano la gestione innovativa di questi immobili attraverso la realizzazione di reti, l’identità visiva e la loro comunicazione, e infine la sostenibilità economica: «Abbiamo immaginato un percorso collettivo, “rafforzando le gambe” dei soggetti che hanno deciso di partecipare, inventandoci un concorso con il nome: “Cosa siamo capaci di fare?”».

Il premio per la partecipazione al bando prevedeva la gestione temporanea della masseria: «Il piccolo miracolo che ne è seguito è che i tre progetti vincitori si sono consorziati nell’associazione Cavie, garantendo l’apertura al pubblico e la proposta di attività sulle loro specifiche competenze».

Scriviamo proprio a ridosso delle nuove amministrative e chiediamo come proseguirà quest’esperienza: «Ci auguriamo di non tornare indietro e che la prossima amministrazione realizzi un bando innovativo, grazie anche ai nuovi strumenti legislativi nazionali come quello del “dialogo competitivo” tra l’amministrazione e gli enti privati e sociali».

Segretario generale dell’associazione Mecenate 90, Ledo Prato è esperto di politiche per la tutela e la valorizzazione dei Beni Culturali. Per il Comune di Lecce ha strutturato e coordinato i laboratori di partecipazione in team con la già citata Rita Miglietta, l’ex assessora alla Cultura Antonella Agnoli e il vicesindaco uscente Alessandro Delli Noci. «L’obiettivo dei laboratori era quello di coinvolgere un certo numero di partecipanti per trasferire loro delle esperienze di gestione di beni pubblici. La metodologia e le procedure messe a punto per questo progetto rappresentano davvero un unicum in Italia per questo tipo di politiche e anche gli esiti sono stati sorprendenti.  Era condizione imposta quella di garantire la presenza all’intera durata dei laboratori, che non prevedevano soluzione di continuità per quindici giorni. Non ci si voleva fermare alla sola teoria e si è aperto alla possibilità di raggruppare i partecipanti in alcuni macrogruppi che hanno poi elaborato i loro progetti, arrivando alla selezione e al finanziamento per la gestione temporanea grazie alla loro decisione di consorziarsi»

Un esempio di buona pratica che potrebbe fare da capofila in tutta Italia, ma che Prato si augura possa ripetersi sempre a Lecce: «La città ha altri beni pubblici per i quali si deve ancora decidere la destinazione. Sarebbe bello che questa esperienza possa essere adottata come una metodologia di routine. L’affidamento di un bene comune non può avvenire a freddo, ma ha bisogno di una traiettoria tale da portare la comunità che la vivrà a identificarsi».

E sull’aspetto della risposta data alla comunità cittadina, a partire dalla realtà urbana che ruota intorno a viale Grassi, hanno riflettuto Giacomo Potì, Davide Negro e Chiara Idrusa Scrimieri, coordinatori, rispettivamente, di Binario Zero, Caveau e Cava delle Fate, poi consorziati nell’associazione Cavie: «Tutte le attività svolte nel periodo di sperimentazione, da dicembre 2018 a maggio 2019, sono state sold out. Si è cominciato con la riscoperta e la riappropriazione dei luoghi con le visite guidate che sono state anche oggetto di performance teatrali e artistiche, proseguendo poi con la partecipazione alle attività proposte secondo i progetti di ciascuno, per coronare il tutto con la sempre più assidua richiesta da parte dei cittadini di essere i protagonisti delle stesse performance e di mettere a disposizione della comunità determinati strumenti per la fruizione e la cura del luogo». Una risposta entusiasmante da parte di tutta la città, al punto che è impossibile descrivere in questi spazi tutte le attività proposte, dal videomapping realizzato nella cava al co-living che rispetta la tradizione di ospitalità della masseria, a disposizione di artisti e innovatori, passando per i laboratori di atelier, autocostruzione e giocoleria per bambini, al co-working e alle mostre di scultura con la realizzazione di un catalogo professionale e agli showcooking.

«La gestione temporanea è stata fondamentale anzitutto per confermare gli interessi intorno agli obiettivi prefissati: l’aspetto culturale legato al luogo; l’attenzione ai bambini; la concessione dello spazio ai freelance e ai lavoratori; la possibilità di gestire mostre ed eventi culturali di alto livello. Per il futuro ci auguriamo si parta sempre dalla comunità che deve vivere questo luogo per strutturarlo in modo “orizzontale” perché non sia abbandonato a sé stesso. Andrebbero poi riviste alcune limitazioni legate ai costi di gestione e alla natura stessa delle realtà cui il bene sarà affidato, ma la strada che abbiamo tracciato la troviamo straordinaria».

Proviamo a visitare brevemente i tesori della Masseria Tagliatelle. La struttura deve il suo nome al fatto di essere una piccola cava di tufo urbana, dunque poco profonda: in genere le tagghiate sono le strisce verticali che si formano sulle pareti per l’attività del taglio di quella pietra leccese che ha dato lustro al rinomato barocco cittadino. Essendo una cava di piccole dimensioni, tali segni sono meno evidenti, più piccoli, dunque tagghiateddhre, da cui l’impropria traduzione italiana di “tagliatelle”. Prima dell’acquisizione del Comune, la masseria era di proprietà della famiglia Papaleo, nome con cui è segnalata sulla rivista “Fede” dallo studioso Francesco Tummarello nel 1925.

L’autore menziona anche l’adiacente Ninfeo delle Fate, struttura ipogea dal rilevante interesse storico-architettonico, risalente al Cinquecento (datazione disputata), anticamera di un complesso termale. Vi si accede da una piccola scalinata all’interno della corte della masseria, per ritrovarsi in due ambienti dialoganti. Nel primo vi sono dodici nicchie che raffigurano alternativamente sei figure femminili, tre per ciascuna parete, e sei nicchie vuote con un semicerchio in alto, raffigurante delle grandi conchiglie. Le sei figure femminili, raffigurate senza braccia, indossano abiti eleganti e, come per tutte le anticamere delle terme, rappresentano delle ninfe. La tradizione popolare le ha trasformate in fate e alcuni racconti popolari narrano che queste di notte si rianimassero per recuperare e nascondere la cosiddetta acchiatura, ovvero il tesoro nascosto e magico delle fate. Più prosaicamente, il secondo ambiente ha una forma circolare, quasi cinque metri di diametro, usata per i bagni, con un bordo per le sedute e un foro sul tetto che permetteva la circolazione dell’aria calda.

*Pubblicato su Salento Review, estate 2019

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