Andrew O’Hagan




Il cliché sulla cronaca è che la gente ‘comune’ non vuole che si invada la sua privacy. Ma non è vero. La gente vuole parlare di chi è vivo e di chi è morto e di cosa è cambiato più di ogni altra cosa. Ma a chi appartiene la storia di una vita? Ognuno possiede la propria? E quella dei propri figli? O queste storie fanno solo parte di ciò che la vita ha manifestato nel corso del tempo, senza un tutore, un proprietario, un custode che detenga i diritti e conservi le chiavi? Di fronte alla legge abbiamo tutti diritti e doveri, ma siamo noi i proprietari di ciò che siamo e di ciò che abbiamo fatto? E la privacy è un pio desiderio o un diritto acquisito? Oppure non esistono diritti d’autore sulla nostra esperienza, ma solo la capacità degli altri di ricordare o dimenticare?

(Andrew O’Hagan,
La vita segreta, Adelphi,
trad. di Svevo D’Onofrio)

Joseph Pulitzer

pulitzer

Un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema.
Perché ad essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare o gli errori del governo; o
una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello.

(Joseph Pulitzer,
trad. S. Garavelli
per Bollati Boringhieri)

David Randall

(…) Questi limiti del processo giornalistico — quelli endemici della raccolta di informazioni e quelli imposti dalle priorità dei padroni, dalla cultura redazionale e dai gusti dei lettori — significano che forse la clausola di esonero consigliata alla maggior parte dei giornali all’inizio di questo capitolo dovrebbe essere un po’ più lunga:

Questo giornale e le centinaia di migliaia di parole che contiene, sono stati prodotti in circa 15 ore da un gruppo di persone non infallibili, che lavorano in uffici angusti e cercano di scoprire quello che è successo nel mondo da persone che sono a volte riluttanti a parlare, e altre volte oppongono un deciso ostruzionismo. Il suo contenuto è stato determinato da una serie di giudizi soggettivi dei cronisti e dei capiservizio, temperati da quelli che sanno essere i pregiudizi del direttore, del proprietario e dei lettori. Alcune notizie appaiono avulse dal loro contesto essenziale perché altrimenti risulterebbero meno sensazionali o coerenti e in alcuni casi il linguaggio usato è stato deliberatamente scelto per il suo impatto emotivo, piuttosto che per la sua precisione. Alcuni articoli sono stati pubblicati per attirare gli inserzionisti.

(David Randall)

Anton Čechov

Anton  Čechov
Anton Čechov

Per lungo tempo, scrivendo, sentivo di non aver azzeccato il verso, e infine ho pescato quel che c’era di falso. Il falso consisteva appunto in ciò, che sembrava quasi ch’io volessi, col mio Sachalin, dare una lezione a qualcuno, e nello stesso tempo pareva ch’io nascondessi qualcosa, che mi trattenessi. Ma appena mi son messo a descrivere come mi sentivo spaesato in quel di Sachalin, e che razza di porcaccioni ci sono laggiù, tutto divenne facile (…)

Anton Čechov

Mariusz Szczygieł

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(Il mio mestiere mi ha insegnato che talvolta è meglio evitare domande dirette. Tanto per dire, a una donna che, prossima a un intervento chirurgico, ha scritto una lettera d’addio alla sua famiglia, non chiederei mai: “Che cosa ha scritto in quella lettera?”
All’interlocutore deve essere concessa l’opportunità di  eludere la risposta. “Chissà cosa si potrebbe scrivere in
una lettera d’addio?” La domanda formulata in questo modo offre alla malata diverse possibilità. Se non vuole, non è obbligata a parlare di sé stessa).                                                                                                    Mariusz Szczygieł

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