Le lacrime di Bellanova non lavano le nostre coscienze sull’immigrazione

Le lacrime della ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, lavano bene la coscienza di un’Italia che ha messo solo una pezza temporanea a una situazione vergognosa e tornerà presto a sprofondare nei suoi soliti problemi riguardo alle politiche migratorie.

Perché? Sebbene il lavoro del governo sulla regolarizzazione  e l’emersione del lavoro nero sia uno dei migliori momenti della legislatura, realizzato peraltro in contrasto con le opinioni dei “soci di maggioranza” dell’esecutivo, vedi Vito Crimi e i Cinquestelle, il nocciolo della questione sta proprio nella frase che ha suscitato la commozione nella ministra che la pronunciava:  «gli invisibili saranno meno invisibili». Tradotto: gli immigrati in Italia restano braccia e non persone, e soltanto, a quanto sembra, se si tratta di agricoltori, colf, badanti, baby-sitter. Che non diventeranno cittadini e cittadine, con i diritti che ne conseguirebbero, e che potranno godere temporaneamente di alcuni di questi diritti solo se sono impiegati o se sono in cerca di lavoro, per un tempo limitato dai tre ai sei mesi.

Che succede quando i “riflettori” della regolarizzazione e della sanatoria sono spenti? I migranti non avrebbero titolo per restare sul territorio nazionale. Ma ci rimangono, perché dove altro potrebbero andare? E perché comunque le risorse e la filiera per mandarli altrove è inceppata tanto per ragioni economiche, logistiche e politiche interne che per motivi esterni.

Quella che resta sempre ben visibile e chiarissima è la propaganda. Basti considerare le parole di Salvini e Meloni, che non presentano nemmeno un minuto di rispetto per le lacrime di Bellanova, da campioni del benaltrismo quali essi sono. Si regolarizzano (temporaneamente) circa duecentomila migranti, ma le famiglie italiane continuano a piangere. Argomento discutibilissimo, dato che le misure economiche, e persino quelle sociali, prendono in considerazione gli italiani solo in quanto parte di nuclei famigliari, a quanto sembra.

È chiaro che in tale contesto questa sanatoria striminzita è accolta trionfalmente, ma solo se i limiti sono quelli del sovranismo ottuso. Altrettanto si dovrebbe dire di fronte alle critiche dei liberisti di Forza Italia, come si capisce dal commento eloquente della capogruppo alla Camera, Mariastella Gelmini, che si oppone «a mini o maxi sanatorie, a tempo determinato o indeterminato per i migranti. L’agricoltura non si aiuta con la regolarizzazione degli stranieri, ma con i voucher, con contratti flessibili, con risorse a fondo perduto per le aziende in difficoltà».

Insomma, non è un problema di diritti e di persone, ma solo e sempre un problema economico, anche in mezzo alla tragedia. Soprattutto in mezzo alla tragedia.

*Pubblicato da Daily Muslim

Nessun posto è sicuro per gli ultimi in Italia

«Salvare le vite nel Mediterraneo è un obbligo morale. Non è accettabile la strumentalizzazione di chi cavalca la paura per prendere qualche voto in più». Lo diceva Roberto Speranza, aprile 2017. Oggi, nelle vesti di ministro della Salute, ammanta della condizione di “necessario” il decreto che trasforma l’Italia in porto non sicuro per via della pandemia. Sembra sia questione di ore, ma il decreto non è ancora ufficiale e magari si nutre la …speranza…che un raggio di lucidità illumini la mente del ministro e degli altri firmatari. Anzitutto perché in Italia abbiamo un problema serio di gestione delle politiche migratorie. Le trattiamo come “emergenze” quando sono fatti strutturati. Le trattiamo come mero argomento di consenso politico, al punto che come si vede, non c’è bisogno di avere Salvini al governo per ottenere risposte sbagliate in questo campo.

E questo provvedimento è sbagliato e controverso: anzitutto perché è il solito specchietto per le allodole. Almeno per la forma con la quale il decreto è circolato, Non mette fine agli sbarchi, semplicemente impedisce alle navi straniere che operano fuori dalla zona di competenza italiana di approdare nei porti nazionali.

Non mette fine agli sbarchi, perché restano comunque i presidi di competenza italiana.

Non mette fine agli sbarchi, perché rende ancora più disperati i tentativi di approdo delle carrette del mare, aumentando dunque la possibilità di arrivi clandestini piuttosto che in sicurezza, come le navi delle ong avrebbero potuto garantire.

A proposito, come si impediranno gli approdi clandestini? Con i respingimenti, si presume, che tecnicamente sarebbero vietati. Di nuovo, in una situazione di pandemia, porremo i servitori dello Stato nella condizione di dover cacciare verso un destino ignoto frotte di disperati.

Non ha senso neanche pensare che siano le ong il vero obiettivo del decreto: nel Mediterraneo, proprio a causa della pandemia, è rimasta solo la tedesca Alan Kurdi a fare da baluardo di umanità. Sembra sin troppo semplice concludere che sia il consenso, il vero obiettivo. Una forma di tampone antipanico in mancanza dei tamponi antivirus.

È questo, ma non è solo questo: immaginate un momento in cui l’Europa intera, e magari tutti i paesi che affacciano sul Mediterraneo, cominciano a collaborare spinti da un senso di fratellanza e contribuiscono alla creazione di corridoi sanitari, al massimo di hotspot in mare per il monitoraggio dei migranti, la gestione umana dei sani e il trasporto in sicurezza dei malati verso le strutture sanitarie adibite. Sarebbe il minimo e le spinte perché questo si realizzi ci sono e non hanno abbastanza voce. Quello che ci consegna la realtà è un puzzle di decisioni differenti e autonome, senza neanche un accenno di dialogo.

Il consenso. Pensate che tutto questo non ci tocchi? Che i migranti in mare siano una parte sfortunata della storia sulla quale non possiamo concentrarci? Che il rumore della nostra disperazione vada ascoltato per primo, vero? Ecco, quella disperazione è la leva sulla quale le lobbies industriali di questo paese stanno spingendo per fare in modo che la produzione riprenda in piena emergenza. Oggi i giornali degli industriali sono ricchi di titoli che ci rassicurano su come sia necessario che l’Italia riparta. Dal Nord. Che è sotto il mirino. Di come sia pacifico che le misure di sicurezza e di protezione individuale saranno rispettate per tutti i venerati operai. Chiudiamo un occhio sul fatto che dopo due mesi di emergenza, determinati dispositivi non siano ancora sufficienti nemmeno per i medici in prima linea. Agli industriali fanno eco i proprietari che fanno presente come a breve cominceranno a scarseggiare la frutta e la verdura perché nessuno le raccoglie. E chi dovrebbe raccoglierle? Ma gli immigrati, e una quota di disperati italiani. Bisogna autorizzarli con provvedimenti “straordinari” perché questa è un’ “emergenza”, oppure tutti continueranno come si è fatto finora, infischiandosene dei diritti e permettendo lo sfruttamento di gente poverissima, che si accampa nei ghetti dove ahivoglia a rispettare il distanziamento fisico e le norme di contenimento del contagio. Ovviamente provvedimento straordinario non fa rima con regolarizzazione. Non siamo mica il Portogallo, non pensiamo mica che dare diritti di cittadinanza agli immigrati possa salvare tutti dal contagio, dalla paura, dalla disperazione. No. Perché tutto è lontano da noi, non ci tocca, finché non ci tossisce sul muso.

*Pubblicato da Daily Muslim

La guerra del petrolio tra Russia e Arabia Saudita

Continua la battaglia dei prezzi al ribasso sui bidoni di petrolio tra i più grandi produttori rimasti al mondo, Russia e Arabia Saudita.

L’ultima mossa di Riad è stata quella di aumentare il più possibile la produzione di petrolio in modo da ribassarne i costi e mettere in crisi i mercati, già in ginocchio per gli effetti del CoVid-19.

Non potevano restare indifferenti gli Stati Uniti, a questo punto, dato che il prezzo al barile è sceso al minimo storico dal 1991, anno della prima Guerra del Golfo, più basso del prezzo shock toccato all’indomani dell’11 settembre 2001 e del crollo della Lehman Brothers: 30 dollari al barile.

Insomma, una situazione di rischio mondiale che si palesa quando l’offerta supera di gran lunga la domanda, con l’avanzata delle fonti alternative, ma soprattutto con l’inutilizzo di grandi consumatori come gli aerei, che restano a terra per la chiusura degli aeroporti.

Questa situazione ha decretato di fatto il fallimento del vertice della scorsa settimana dell’Opec Plus (composto dai membri Opec più gli 11 paesi esterni al cartello) a Vienna. In questa sede, Mosca si è rifiutata di avallare il maxi-taglio complessivo di 1,5 milioni di barili al giorno che le era stato chiesto come sacrifico per risolvere la situazione.

La risposta dell’Aramco, la compagnia nazionale saudita di idrocarburi, è stata quella che ha determinato la situazione attuale: un incredibile ribasso dei prezzi sulle forniture di greggio.

Con uno dei suoi proverbiali tweet, è intervenuto Trump a fare la voce grossa: “L’Arabia Saudita e la Russia stanno discutendo sul prezzo e sul flusso di petrolio. Questa, insieme alle fake news, sono la ragione del crollo dei mercati”. In effetti “il cadavere squisito” di questi giochi al ribasso potrebbe proprio essere il potere economico delle compagnie petrolifere nordamericane, ma intanto tutto il mercato è in fibrillazione.

Secondo un’analisi dell’Ispi, il braccio di ferro tra le due potenze petrolifere potrebbe favorire Mosca, che “sembra nella posizione migliore per superare la tempesta. Mosca ha bisogno di un prezzo di 42 dollari al barile per far quadrare il proprio bilancio, mentre l’Arabia Saudita ha bisogno che i prezzi superino almeno il doppio di tale importo”. A questo vanno aggiunte le più ampie riserve di valuta estera di Mosca rispetto a Riad, costringendola nel medio-lungo periodo a non poter sostenere i costi di produzione.

*Pubblicato su Daily Muslim

La pandemia sveglia l’Europa

La Commissione Europea farà “tutto quello che può per sostenere” gli italiani e gli Stati Membri messi in ginocchio dal virus, ricorrendo agli strumenti della flessibilità contemplata dal patto di stabilità e agevolando l’erogazione di aiuti di Stato alle imprese, insieme a quanto gli Stati potranno fare per risollevare la propria situazione. Come nel caso del decreto atteso oggi in Italia proprio riguardo alle misure economiche per far fronte alla crisi sanitaria.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dunque diffuso in un videomessaggio i contenuti che ci si aspettava di ascoltare almeno un mese fa. Ci sono voluti i numeri da pandemia sciorinati dall’Oms.

Il nuovo strumento finanziario mobiliterà 25 miliardi di euro “per far arrivare rapidamente liquidità dove serve”. Di questi, 7,5 miliardi saranno presi dal bilancio dell’Ue, attraverso i fondi strutturali e dovranno fare da leva agli altri investimenti. Il fondo si propone di promuovere misure “a sostegno del sistema sanitario, delle Pmi, del mercato del lavoro e delle parti più vulnerabili dell’economia”, ha dichiarato von der Leyen.

Anche i deprecatissimi aiuti di Stato verranno dunque considerati utili dall’Ue, e “un ampio uso della flessibilità”, per quanto riguarda i conti pubblici. Lunedì 16 marzo ci sarà l’incontro dell’Eurogruppo e sarà possibile conoscere meglio i dettagli di tale dispositivo. La presidente von der Leyen ricorda che “saranno utilizzati tutti gli strumenti possibili per assicurarsi che l’Europa possa navigare questa crisi” e, dopo averlo detto in inglese, ripete la stessa frase in tedesco perché “è importante che questo messaggio arrivi ovunque”.

Non c’è solo la pur auspicabilissima Europa del portafogli, l’unione metterà presto in campo una sorta di dream team di epidemiologi e virologi con il compito di elaborare guide comuni europee, perché la risposta all’ormai pandemia deve essere rigorosa e quanto più possibile uniforme, almeno nei territori dell’Unione. Continua l’impegno sulla ricerca con lo stanziamento di fondi e bandi per lo sviluppo di un vaccino.

Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha sottolineato che la priorità principale dell’Unione e di tutti gli Stati Membri è “quella di proteggere la salute dei cittadini e di limitare l’espandersi del virus”, per questo sono state implementate le misure di coordinamento a livello Ue e ci saranno aggiornamenti giornalieri tra le istituzioni Ue e i ministri della salute e dell’interno europei.

Sulla delicata questione dei dispositivi medici, la Commissione è stata incaricata di proporre iniziative per fronteggiarne la carenza, e questo sembra il ruolo più importante di dialogo e coordinamento di cui si dovrà occupare, per l’Italia, il super commissario Arcuri. Ha continuato Michel: “non può essere tollerata nessuna limitazione al mercato interno”, significa che nessuno Stato può rifiutarsi di esportare il materiale necessario come respiratori e mascherine, per i quali è previsto un bando d’acquisto imponente.

*Articolo pubblicato su Daily Muslim

La tragedia dei migranti, il ricatto di Erdogan

Sono oltre diecimila i profughi provenienti dalla Siria e da tutto il corno d’Africa a cercare di raggiungere l’Europa dopo che la Turchia ha sbloccato le frontiere. Ed Europa per loro significa Grecia, tra Lesbo e le altre isole vicine. Una catastrofe umanitaria imminente, che ha provocato la rivolta degli abitanti delle isole, che appena tre mesi fa si erano distinti per la loro accoglienza. Questa volta i poliziotti che erano arrivati con le escavatrici da Atene per costruire o allargare i centri di accoglienza sono dovuti tornare indietro dopo una notte di scontri con i locali. Sulle rive dell’Egeo gli abitanti sono andati a mani nude a ricacciare indietro i disperati sui barconi.

“Da quando abbiamo aperto i nostri confini, il numero di migranti diretti in Europa è di centinaia di migliaia. Presto sarà nell’ordine di milioni”. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in un discorso a membri del suo Akp ad Ankara. “Il nostro consiglio di sicurezza nazionale ha deciso di innalzare a massimo il livello di protezione alle frontiere”, ha dovuto capitolare, invece, il premier Kyriakos Mitsotakis al termine di una riunione di governo.

Dov’è l’Europa quando non si tratta di affari? Prova a mobilitarsi: nei prossimi giorni i ministri degli Esteri dell’Unione hanno indetto una riunione straordinaria del Consiglio convocata dall’Alto rappresentante Josep Borrell.

I migranti che Ankara sta facendo transitare sulla sua frontiera sarebbero circa 15 mila, che si sommano ai 10mila già respinti che tenteranno di rientrare.

Perché Erdogan fa tutto questo? Da un lato esige una nuova riscossione oltre ai 6 miliardi già sborsati dall’Unione Europea nel 2016. La sua richiesta è di 3 miliardi, che l’Europa dovrà decidere entro fine mese se sborsare. Secondo il sito #truenumbers sarebbero ben 15 i miliardi che il vecchio continente ha regalato alla Turchia dal 2002.

Dall’altro lato Erdogan vuole sbloccare la situazione in Siria, chiedendo a Mosca e ai suoi seguaci europei di non difendere più Assad, quanto meno a Idlib, dove è in atto in queste ultime settimane una feroce escalation e dove sostiene altrettanti criminali di guerra che non si sa bene quale beneficio potrebbero portare a Damasco se non quello di realizzare una Siria accondiscendente e ancillare nei confronti di Ankara.

I migranti fanno così paura all’Europa da lasciare che Erdogan porti a compimento il suo piano?

* Articolo pubblicato su Daily Muslim

Noury (Amnesty): Egitto liberi subito Patrick Zaky

Amnesty International segue da vicino la vicenda di Patrick George Zaki, arrestato venerdì 7 febbraio all’aeroporto del Cairo, appena sbarcato da Bologna, dove frequenta come ricercatore i Master GEMMA sui diritti delle donne e sulle questioni di genere, per far visita ai genitori.
Sparito per oltre 30 ore, Zaki è stato condotto nella procura della sua città natale, Mansoura, dove si trova in stato di detenzione preventiva con l’accusa di aver cospirato contro il regime di Abdel Fattah al-Sisi.
Il ventisettenne deve restare in carcere almeno fino al 22 febbraio, quando ci sarà l’udienza in seguito alla quale si apriranno tre scenari: il rinnovo della detenzione per altri quindici giorni (più volte rinnovabili) in attesa di prove ulteriori – che è la prassi più consolidata -, l’improbabile rilascio, e l’ipotesi peggiore, quella di un rinvio a giudizio diretto che in caso di condanna potrebbe portare all’ergastolo, pena che in Egitto è commutata automaticamente a 25 anni.
Le notizie che giungono dagli avvocati della Ong di cui Zaki fa parte, Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), danno per certo che il giovane sia stato torturato nelle 30 ore in cui si è persa traccia di lui. Alcuni giornali italiani riportano inoltre la notizia che gli siano state fatte domande circa i suoi rapporti con Giulio Regeni e i genitori del ricercatore friulano, ucciso proprio quattro anni fa dopo una prolungata sofferenza e numerose torture e senza ancora una spiegazione ufficiale.
Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty, ha rilasciato un’intervista a Daily Muslim per provare a chiarire alcuni aspetti della vicenda.
«Conosco Zaki indirettamente per la sua attività, ma non di persona. Non darei troppo peso alle dichiarazioni che collegano il suo attivismo a quello di Regeni, perché un conto è qualcosa che ti viene chiesto in un regolare interrogatorio e altro è ciò che ti viene urlato in faccia per spaventarti in modalità non convenzionali. Quello che è certo è che Patrick è stato ritenuto colpevole di cospirare contro il regime per aver dato sostegno alla manifestazione in piazza voluta dal costruttore Alì, in esilio in Spagna».
Mohamed Alì, imprenditore edile, si è opposto al regime di al-Sisi ed è dovuto scappare a Barcellona, aprendo l’account su Twitter @MohamedSecrets, dal quale ha raccontato molti segreti imbarazzanti del regime e chiedendo via internet ai suoi connazionali di manifestare in piazza il proprio dissenso. Così facendo ha ottenuto una risposta tale da far vacillare il governo, il 20 settembre 2019. Ne sono seguite dure reprimende, con almeno 150 arresti nell’immediato e un’attività di spionaggio per chi ha fomentato le proteste fuori dall’Egitto.
Non è un caso se il mandato di arresto contro Zaki risale proprio allo scorso settembre, intorno al 24. E qui troviamo uno dei punti più oscuri della vicenda, come nota Noury: «Fonti istituzionali italiane mi hanno detto in maniera informale che l’Italia non ha voce in capitolo. D’altronde l’appello di Amnesty, accompagnato dall’hashtag #freepatrick qui non ha avuto alcuna risposta, e nemmeno dall’ambasciata».
Il ragazzo, però, si trovava in Italia già da fine agosto per seguire il master a Bologna. Com’è possibile che le istituzioni si giudichino fuori da questa storia?
«Anzitutto non siamo nell’Ottocento, per cui disinteressarsi ai diritti umani che non sono rispettati in Egitto come in Turchia, Brasile o Venezuela per motivi diplomatici non può più essere considerata una scusa. Nello specifico, uno studente che vive in Italia, tra l’altro con un regolare visto di studio per il suo ruolo di ricercatore, dovrebbe essere tutelato dal dispositivo che gli inglesi definiscono ‘duty of care’, letteralmente un dovere di protezione».
Ma se il mandato di arresto è stato spiccato a settembre inoltrato, a insaputa del ragazzo e della sua famiglia, com’è stata monitorata la sua presunta attività sovversiva, sia online che offline? «Non ho prove, ma preoccupazioni sulle analogie con il comportamento del Cairo in altre vicende che coinvolgono egiziani della diaspora e lo stesso Ali, come documentato negli ultimi anni anche da giornali italiani».

Ci fosse l’interesse della politica nostrana a tutelare questa situazione sarebbe necessario fare luce su queste modalità, ma l’ottimismo sembra essere smorzato anche da quanto hanno dichiarato i genitori di Giulio Regeni circa gli affari che il governo italiano sta conducendo con gli egiziani. Nello specifico si parla di affari complessivi intorno ai nove miliardi per fornire mezzi militari a un paese che appoggia il generale Haftar in Libia, cioè colui che si oppone al governo di Sarraji, ufficialmente sostenuto dall’Ue, Italia compresa.
«Al di là della specifica situazione, è innegabile che Italia ed Egitto intrattengano da sempre ottimi rapporti bilaterali, per cui quando mi sento dire che è un momento poco opportuno per mettersi di punta, posso obiettare che c’è sempre qualche legittimo affare in ballo, ma questo non può mettere in secondo piano il rispetto dei diritti umani».
Intanto sul caso si sono accesi anche i riflettori del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), l’organismo che gestisce le relazioni diplomatiche dell’Ue con altri Paesi al di fuori dell’Unione: «Le dichiarazioni di attenzione sono ben accette – commenta Noury -, ma sia dall’Italia che dall’Unione Europea mi aspetto una presenza fisica quantomeno all’udienza del 22 febbraio, affinché si tutelino le garanzie procedurali per il ragazzo».
Noury rimarca, inoltre, un giudizio complessivo sulla fase politica attraversata dal Delta del Nilo: «Zaki fa parte della generazione di ricercatori, pensatori, imprenditori e poi anche attivisti che cercano di aprire un dibattito sulla società e la politica egiziana e il loro Paese non si apre al pluralismo, sacrificando quelle che sono le personalità migliori e pregiudicando di conseguenza il suo futuro».

*Articolo pubblicato da Daily Mulsim

Trump, o la percezione del grande pacificatore

“The Great American comeback” è lo slogan già pronto per dare seguito a quel “Make America Great Again” che aveva fatto trionfare Donald Trump contro ogni pronostico alle presidenziali del 2016. Ed è stato anche il mantra che il tycoon ha ripetuto con cadenza ipnotica al suo discorso sullo Stato dell’Unione del 4 febbraio, riscuotendo un consenso granitico che lo pone concretamente in vantaggio su chiunque possa essere il suo sfidante interno nei Repubblicani – onore al merito del kamikaze Romney per il suo voto a favore dell’impeachment – ed esterno nei Democratici.

Gli applausi scroscianti ottenuti parlando della bandiera americana presto conficcata sull’aspro suolo di Marte, mentre tentavano di raggiungerlo le urla e il pianto del parente di una vittima delle tante sparatorie da far west, che si verificano anche grazie all’eccesso liberale sul possesso delle armi negli Usa, resta un’immagine cinica e agghiacciante della china intrapresa dalla massima potenza occidentale, che sembra qui davvero esibirsi in un terribile canto del cigno.

Perché la settimana appena conclusa è stata ricca di simboli e fatti che anticipano una quasi ineluttabile riconferma del presidente il prossimo novembre, a dispetto di una rappresentazione mediatica italiana ed europea che lo dipingono come inadatto a guidare gli Usa. E in parte questo risultato è stato ottenuto con una radicalizzazione dello spirito americano che lascerà una totale devastazione, ma finché il suo attuale interprete sarà in scena, il suo popolo si godrà lo spettacolo.

Senza contare che, al pari del fumo negli occhi dei fruitori gettato dai media senza un reale costrutto, resterà l’altra proiezione, quella di un’opposizione imbarazzante.

L’impeachment per fatti gravissimi (abuso di potere e ostruzione nei confronti del Congresso) atti, tra l’altro, a subordinare la bandiera a stelle e strisce a quella dei rivali storici della Russia, con il riflesso dell’Ucrainagate, si è svolto senza la possibilità di far parlare testimoni chiave e si è concluso molto in fretta e in sordina con l’assoluzione del presidente.

La trionfale decantazione dei suoi successi, il 4 febbraio, ha raccolto un fermo immagine strepitoso: quello della dem Nancy Pelosi, rispettata speaker della Camera, che strappa la copia del discorso del presidente. Un gesto di dignità che è stato letto, però, come il riottoso capriccio di chi non ha altri argomenti degni.

Che dire, poi, delle primarie dei dem? Sono iniziate con il clamoroso fiasco del sistema elettorale al caucus dell’Iowa, generando un clima di rassegnata umiliazione. Forse peggio di quel che è accaduto, poi, con i risultati, perché il più “istituzionale” Joe Biden ha preso un’imbarcata in favore dell’outsider Pete Buttigieg e del radicale Bernie Sanders, ritenuto troppo “di sinistra” per poter ingaggiare l’elettorato. Ma era estremo anche Trump, si potrebbe obiettare. Certo, con grosse differenze sulla “percezione” della ricchezza possibile di ciascun individuo. Ciascuno, ovviamente, a scapito del prosssimo.

Abbiamo conosciuto Trump per i presunti disastri diplomatici, ma vediamone qualcuno alla lente.

L’amicizia con Putin. I due giocano a un ruolo delle parti che lascia di fatto la Russia libera di battere strike su alcuni settori geopolitici ed economici molto interessanti: dalla Siria al petrolio, al gas e alle rinnovabili, con un assetto interno che andrebbe analizzato nello specifico. I battibecchi tra i due vanno letti né più né meno come gli scambi al vetriolo di Peppone e Don Camillo.

La Corea del Nord. Trump ha blaterato e cinguettato tantissimo contro il folle Kim Jong-un, ricambiato dal dittatore. Ma l’americano resta il miglior antidoto alle follie del coreano, sempre che l’alleanza di Cina e Russia non riesca a trovare gli argomenti giusti per spostare questo equilibrio. Lo stesso Kim, però, sa bene che contrattare con gli americani gli lascia maggiore spazio di manovra.

L’Iran. L’uccisione di Solemaini doveva scatenare l’esplosione della polveriera mediorientale. Eppure il sanguinario pasdaran sembrava essere diventato un po’ troppo ingombrante per l’ayatollah e per i paesi che dialogano con l’Iran, che hanno scelto il basso profilo, come, inaspettatamente, i nemici del paese sciita, creando un insolito clima non ostile nell’area.

Israele. La più grande operazione diplomatica, diciamo così, di Trump è stata la presentazione del “Deal of the century”, che offrirebbe una soluzione a suo avviso duratura alla questione arabo-israeliana. Una spartizione territoriale che avvantaggia gli isrealiani, ma che non ha provocato le reazioni dure che ci si sarebbe aspettati dai nemici dei sionisti e dagli antiamericani. L’Iran sembrerebbe essere il sacrifico più grande per il silenzio sulla Palestina.

Insomma la polveriera mediorientale sembra avere le polveri bagnate, anche se il presidente Usa piuttosto che eliminare il barile potrebbe avergliene affiancati diversi e ben asciutti.

Cina. Con scarso tempismo sull’esplosione del nuovo coronavirus, gli Usa hanno siglato di recente gli accordi che dovrebbero calmare la guerra dei dazi con il Sol Levante. I critici hanno ritenuto che il contenuto fosse un po’ povero, ma l’attesa fase 2 potrebbe dare agli americani un largo vantaggio su un’economia messa in ginocchio dai devastanti effetti economici dell’epidemia.

Unione Europea. Trump ha dato fin troppo l’idea di come intende gestire i suoi rapporti con l’Europa: a suon di ricatti, perché questa è una regione ampiamente ricattabile, in preda a paure spesso infondate che stanno decretando l’ascesa dei sovranismi populisti. Il suo “divide et impera” con il Regno Unito ha portato alla Brexit, con la conseguenza di avvicinare molto di più gli inglesi ai cugini oltreoceano. Dazi minacciati, virtuali ed effettivi sono il principale argomento di discussione, invece, con l’Unione Europea: hanno lamentato la situazione alcuni europarlamentari messi alle strette per far saltare gli accordi sul nucleare iraniano; più o meno quanto accaduto su ferro e alluminio e soprattutto sui diritti delle big corporations che depredano i diritti intellettuali europei lasciando le briciole sulle royalties. Un modus operandi che sembra dare i suoi frutti senza troppa rappresaglia.

Economia interna. Come spesso accade negli States, però, i motivi che lasciano presagire una rielezione quasi scontata sono soprattutto interni, e troppo poco indagati dalla nostra stampa.

La Federazione usciva da un periodo di recessione che richiedeva soprattutto una decisa crescita in economia, perché con Obama questa aveva risposto in modo efficiente alla grande crisi del 2008, riassorbendo la disoccupazione generata, ma come le storiche dinamiche Usa pretendono, occorreva dare un forte impulso alla locomotiva.

Tutto questo è successo sotto Trump? Sì, rielezione vicina. Perché? Un difficoltoso lavoro di relazioni diplomatiche (molto spinose) ha portato a una sostanziale rinegoziazione dei rapporti di commercio internazionale. Per farlo è stato necessario incarnare la maschera che meglio gli riesce: quella del toro che forza i limiti senza guardare in faccia a nessuno e per l’esclusivo interesse del popolo americano. I frutti saranno raccolti nel breve periodo, lasciando aperta l’ipotesi di manovre militari che come sempre danno impulso alla motrice a stelle e strisce, sebbene tradirebbero in questo modo l’assunto di fondo del neutralismo trumpiano. Di facciata, se rileggiamo quanto detto e anche in base ai nuovi accordi firmati dal presidente, che hanno poi portato a effetti come un aumento sostanziale di bombe sganciate, soprattutto in Afghanistan, e attacchi di droni.

Gli altri aspetti di maggior successo in economia interna sono senz’altro l’alleggerimento fiscale e la deregolamentazione del dirigismo economico, che hanno fatto lievitare il sistema americano, in particolare nell’incremento deciso della produttività. Insieme con la Federal Reserve, Trump ha lasciato intendere che il piano per i prossimi quattro anni sia quello di lasciare i tassi sotto zero, finanziare la liquidità e rimonetizzare il debito.

Il migliore acquisto, insomma, nel breve periodo, per gli americani dal reddito medio-alto, con conseguenze non troppo rosee per il resto del mondo.

*Articolo pubblicato su Daily Muslim

Regionali 2020 Emilia Romagna e Calabria, analisi del voto

Potrebbe essere una vittoria di Pirro, ma intanto la coalizione di centrosinistra ha tenuto nella sua storica roccaforte, l’Emilia Romagna, nonostante i risultati delle scorse europee e la crescente deriva sovrano-populista guidata da Matteo Salvini, nel contesto di un’affluenza arrivata quasi al doppio delle regionali precedenti.

Discorso diverso per la Calabria, e con tinte più inquietanti, dove la candidata di centrodestra, Jole Santelli, ottiene una vittoria schiacciante.

Andiamo con ordine: il candidato della coalizione di centrosinistra, Stefano Bonaccini, viene da un quinquennio positivo sempre alla guida della Regione, in un contesto in cui tutto il sistema economico è retto dal modello delle cooperative rosse. Modello che ha cominciato a scricchiolare insieme alla crisi italiana prima e globale poi, ma che ancora rappresenta il più grande attrattore economico del Centronord Italia, e non solo. Ne derivano diverse riflessioni, prima su tutte quella sul malcontento per la stagnazione, dal clientelismo e da tutto ciò che comporta una governance di così lungo periodo.

Al punto che, come rivendicato dalla rivale di Bonaccini, Lucia Borgonzoni, per la prima volta nella storia della repubblica, la leadership emiliana è stata realmente disputabile. E lo è stato sopratutto per il voto in Emilia, cosa che dovrebbe far riflettere più di qualcuno.

Guardiamo i numeri: l’intera coalizione di centrosinistra si attesta intorno al 51,42%: il Pd è il partito più votato in assoluto, con il 34,68%. Se guardiamo alla coalizione avversaria, ferma al 43,63%, scorgiamo una Lega al 31,95%, corroborata però, dall’ottima performance di Fratelli d’Italia, all’8.59%. Se aggiungiamo anche il deludente 2.56% di Forza Italia otteniamo un discreto 43,1%, a fronte del faticoso 38,16% che avrebbero raccolto i partiti nazionali di centrosinistra (Pd, Europa Verde, +Europa) se non ci fosse stato il valore aggiunto di Emilia Romagna Coraggiosa (3,77%) e soprattutto la lista Bonaccini (5,76%), che in questo ha dimostrato il suo peso contro le liste d’appoggio di Borgonzoni, davvero irrilevanti numericamente. Un po’ come i tre partiti di “sinistra sinistra” che si sono presentati come duri e puri.

Ha pagato da un lato l’assenza del segretario Zingaretti, che ha lasciato spazio d’azione ai contenuti e ai fatti di Bonaccini, evitando così quella foto stile Frankenstein dell’intera coalizione di governo giallo-rossa che aveva ulteriormente affossato il “povero” Bianconi in Umbria.

Hanno portato numeri anche i Verdi e +Europa, ma il vero elefante nella stanza è il binomio Sardine/Cinquestelle: le prime hanno evidentemente motivato al voto antileghista, i secondi hanno liberato i votanti nelle opposte direzioni. Solo il 34,8% per il candidato pentastellato Benini.

Per la Lega la sconfitta è bruciante, però, perché al netto della scelta errata di candidare Lucia Borgonzoni, il modello dolcevita e giacca di Salvini che ci ha messo la faccia, oscurando la sua candidata, tentando di riciclarsi come “rosso friendly”, cavalcando l’attacco demagogico sui fatti di Bibbiano (esempio di bolla mediatica inutile se si leggono i fatti e se poi si va al conteggio dei voti: un pesante 56,70% per Bonaccini), senza dimenticare quell’orrendo tentativo di esecuzione mediatica al citofono di un cittadino italiano di origini tunisine, minorenne per giunta.

Chissà che non sia un monito per risalire la china della decenza? Ne dubitiamo fortemente.

Anche perché c’è il tasto dolente della Calabria: anche qui l’affluenza è lievemente migliorata e i dati non sono ancora definitivi, purtroppo, ma una residente a Roma, Jole Santelli, candidata del centrodestra, si è imposta con il 55,41% delle preferenze sull’avversario del centrosinistra, il noto imprenditore Pippo Callipo (30,06%).

La depressione sociale ed economica, nonché la storica presenza della ‘ndrangheta sul cui rapporto con la politica indaga da tempo il procuratore Nicola Gratteri, non sono fattori dei quali si può fare a meno nella lettura del voto.

Osservando le percentuali a sostegno di Santelli, risulta all’occhio quella che si potrebbe definire una scientifica ripartizione delle preferenze, che porta oltre il 12% sia per la Lega che per Forza Italia, e lascia giusto un passetto indietro, al 10.8%, Fratelli d’Italia.

Decisamente più povero il bottino di Callipo, che porta il Pd al 15,19%, mentre restano a meno della metà le liste di appoggio. Naufraga dunque il progetto “Io resto in Calabria”, ma è difficile ignorare una situazione in cui le sole elezioni politiche possano risolvere qualcosa.

* Articolo pubblicato su Daily Muslim

Prima del buio, le tre vite di Nathaniel che sta diventando cieco

La sezione pugliese del Gus – Gruppo Umana Solidarietà e il percorso innovativo progettato per un migrante colpito da un glaucoma. E tanti stereotipi smontanti intorno alla cosiddetta “seconda accoglienza”.

 

Ci conosciamo da meno di cinque minuti e Nathaniel già mi mostra le foto della sua famiglia, in Nigeria. Ce n’è una in cui abbraccia tutti con tenerezza: la moglie Juliana, la primogenita Precious, la piccola Joy e i due figli maschi Prince e Divine. Nathaniel fissa per istanti lunghissimi le foto, le accarezza tenendo il suo smartphone in obliquo davanti a sé. Da pochi giorni ha chiesto a parenti e amici di inviargli le foto che li ritraggono nei posti in cui hanno condiviso quotidianità ed esperienze: vuole imprimere nella memoria volti, luoghi e dettagli per non scordarli mai più, perché presto sarà capace di disegnare con le mani i volti che ama. Vuole farlo perché la sua vista potrà solo peggiorare. Alcuni mesi fa gli hanno diagnosticato un glaucoma a uno stadio molto avanzato e adesso la sua acutezza visiva non supera il 30 per cento.

Quando cerca di parlarmi del suo problema, Nathaniel non lo nomina mai, si emoziona e ripete la stessa formula: «Se dio vuole non sarò cieco, o lo sarò il più tardi possibile, e finalmente potrò rivedere mia moglie e i miei figli, e loro saranno fieri di me».

Al suo fianco ci sono gli operatori dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) Gruppo Umana Solidarietà (Gus) di Castrì di Lecce e l’accuratezza del programma della società 3T Service (Turismo, territorio e tutela), guidata da Alessandro Napoli con Sonia Gioia. Interpellati dal Gus, i due hanno sviluppato un percorso specifico per Nathaniel, basato sulla loro esperienza personale: Alessandro è diventato cieco da bambino, sempre per un glaucoma, e Sonia è ipovedente.

Le tre vite di Nathaniel

Inventarsi una nuova vita, per Nathaniel, a 46 anni e a più di cinquemila chilometri da casa, era di per sé una sfida, ma data la sua tempra queste difficoltà non bastavano. Si è aggiunta la crescente ipovisione a mettere a rischio i suoi progetti. Mi racconta tutto con il suo ottimo inglese, come se fosse nel bel mezzo dell’azione, e la cosa mi stupisce perché fino a quel momento mi ha dato l’impressione di essere una persona di poche parole. Fino al 2013 la sua sarebbe stata la storia di un piccolo commerciante anglicano del villaggio igbo di Umubochi, a poco più di cento chilometri dall’oceano Atlantico. Viveva con i suoi famigliari nella casa dei fratelli e aveva un emporio con pezzi di ricambio per auto, accessori per l’abbigliamento, prodotti per l’igiene intima e per la casa, cellulari e alimenti in scatola.

Un giorno scoppia una violenta lite con i fratelli per l’eredità di un parente. «La vita da noi ha meno valore di alcune cose», mi dice con amarezza. Il pensiero va alla vicenda del padre, arrestato per aver sparato alla pecora di un vicino perché gli aveva devastato il raccolto: in carcere ha contratto qualche infezione che al suo rilascio gli ha concesso solo un mese di vita. «Ho avuto paura, così ho portato mia moglie e i miei figli nella casa di mia madre e siccome nel mio villaggio non potevo più lavorare sono andato in Libia con un amico».

I due salgono così sul primo dei tanti bus scassati che trovano e arrivano a Tripoli, dove si sistemano in un ghetto gestito da un piccolo boss, dal quale ricevono il permesso di avere un posto dove dormire in cambio di soldi: «Una sweet life che doveva essere pagata con grande attenzione. Bisognava portare sempre tutto con sé e non appoggiare mai niente sui tavoli o sui catini, perché subivamo furti anche mentre ci lavavamo la faccia». Per due volte gli rubano tutti i risparmi e l’ultima decide di andare via. All’autolavaggio dove lavora comincia ad avere qualche problema, gli occhi gli fanno brutti scherzi. Viene visitato da un dottore arabo che trova un occhio compromesso, gli consiglia un’operazione e gli scrive un referto. Nathaniel non capisce la lingua e non segue il consiglio: «Non potevo andare in ospedale perché non avevo documenti e mi avrebbero arrestato, ho molta paura della polizia libica». Intanto nelle sue condizioni viene allontanato dal lavoro e non può mandare soldi a casa, dove cominciano a pensare che stia cercando di sparire.

«Il mio problema in Nigeria non è preso sul serio, è una cosa culturale, finché abbiamo gli occhi dovremmo vederci».

Gli chiedo se di fronte ai dubbi della sua famiglia si sia sentito perso: «No, era nel disegno di dio». Così come dice sia stato dio a fargli avere l’intuizione di potersi imbarcare per arrivare in Italia: «Sentivo che qui avrei potuto almeno capire cosa mi è successo». Così spende i suoi ultimi 950 dinari, circa 600 euro, e convince il suo amico Christian ad accompagnarlo nella traversata. La notte dell’imbarco ha una specie di paralisi, non riesce a muoversi, forse solo per la paura. Il suo amico lo trascina sul barcone, dove sono stipate altre quarantaquattro persone. Dopo diciotto ore di viaggio il mare si agita e cominciano a esserci i primi problemi per la mancanza di aria e di spazio. Anche per questo motivo Nathaniel è immerso per metà in acqua e una donna lo tiene stretto per impedirgli di cadere. Un elicottero della guardia di finanza individua i profughi e invia una motovedetta. Dalla barca delle fiamme gialle gli tirano una corda, lui la vede e vorrebbe afferrarla, ma non ce la fa. Gli altri compagni di avventura ancora sul barcone se ne accorgono e insieme lo issano fino a fargliela afferrare. Nessuno quella notte si è fatto male. Dopo un’altra notte di viaggio, il 16 febbraio 2015 i migranti arrivano a Lampedusa.

Nathaniel è ancora semicosciente. Un uomo di nome Mahmoud lo preleva dalla lunga fila dove si trova per aspettare cibo e cure e lo porta in cima. Quando riceve acqua e cibo scompaiono la rigidità e i dolori. A Lampedusa, e così nel centro di accoglienza in Sicilia dove lo trattengono pochi giorni, riceve un trattamento standard.

Un po’ più gravi sono le responsabilità di chi lo accoglie in un albergo per i rifugiati del Nord Italia, mi racconta, dove è costretto a vivere per alcuni mesi senza potersi muovere né fare nulla. In quella sede consegna il referto del medico arabo e così ottiene due visite mediche senza che il glaucoma sia riconosciuto in tutta la sua gravità.

Di quei sette mesi ricorda l’assenza di luce: la camera in penombra, il bisogno compulsivo di dormire, il cielo di una luce spenta che non aveva mai visto. Ha paura per i suoi occhi, ma non riesce a comunicarlo.

Viene infine registrato come portatore di un disturbo lieve e assegnato alla sede centrale del Gus, a Macerata. Peccato che lo lascino senza guida, così resta nel treno di partenza, perde il cambio, si ritrova a Bari e viene rocambolescamente recuperato dagli operatori di Macerata.  Il Gus lo fa arrivare al centro specializzato per i soggetti vulnerabili a Castrì di Lecce, dove grazie all’Unione italiana ciechi ottiene il bastone bianco. È un nuovo inizio.

«Ho trovato degli angeli»

«Qui ho trovato degli angeli» dice, asciutto, Nathaniel. Il suo cuore è colmo di gratitudine per i gestori del centro. Un’intuizione di un assessore comunale, Diomede Stabile, anche lui disabile, porta Divina Della Giorgia, coordinatrice del progetto per il Gus di Castrì, a contattare gli “specialisti” Alessandro e Sonia. Nathaniel può ora contare su alcune attività che gli permettono di non abbassare la qualità della sua vita e di sfruttare al meglio la vista che gli rimane: passa dalle lezioni di Braille all’uso della tecnologia senza scordare la capacità di risposta alle attività al buio. Riceve, inoltre, una formazione da canestraio, che può garantirgli un inserimento come artigiano nella realizzazione di cesti in vimini con un maestro d’eccezione come l’artigiano Raffaele De Giorgi e frequenta le lezioni di italiano: «La mia testa non vuole memorizzare» si schernisce sull’argomento, ma parla molto bene del suo insegnante, dotato di grande pazienza.

«Siamo i primi a sperimentare un percorso di questo tipo –   esordisce Alessandro Napoli –, non avevamo un modello da seguire, ma principi cui ispirarci. A dieci anni dalla sua approvazione, in Italia non è stato esplicitato il pensiero espresso dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili per cui non si decide “Nulla su di noi senza di noi”. Non ci sono disability manager essi stessi disabili come invece è accettato in tutta Europa».

 

Alla lacuna hanno sopperito relazioni e competenza: «Siamo intervenuti come agenzia turistica dedicata all’accessibilità, perché i servizi e i principi di questa pratica erano assimilabili ai bisogni e alle responsabilità di Nathaniel come cittadino».

In un centinaio di ore Nathaniel apprende a scrivere e leggere in Braille, a usare i supporti tecnologici per disabili della vista con lo smartphone e con il computer, a sbrigare con una benda sugli occhi le faccende di casa e le proprie necessità igieniche senza dover ricorrere all’aiuto di altri. In particolare, ricorda Sonia «è stato un momento importante quando ha rovesciato un secchio d’acqua a terra e ha usato gli altri sensi, come il tatto con il piede, per capire dove si era formata la pozza per poi asciugarla del tutto». Anche Nathaniel parla dell’episodio come di un momento in cui ha capito che non sarebbe diventato «inutile». Questa consapevolezza è stata molto importante, perché, spiega Divina, «anche se gli altri otto coinquilini dei nostri appartamenti lo hanno accolto e un po’ coccolato, adesso lui comincia a fare la sua parte».

Non è finita qui, però, perché un pezzo difficile del suo adattamento sarà il cosiddetto terzo livello, come spiega Alessandro: «Deve prendere coscienza degli spazi dove vive, per questo abbiamo sviluppato percorsi di orienteering nel centro storico di Lecce e in altri piccoli centri come ad Alliste, che è la sede della 3T Service. In questo, è ovvio, Nathaniel ha più difficoltà e deve reggere l’impatto con la vita sociale».

Quando un migrante non è una risorsa, ma solo un uomo

Alessandro ha accennato a diritti e doveri di Nathaniel come cittadino: «Ha un’educazione e una responsabilità esemplari e con lui non ci poniamo da “teacher” come ci chiama scherzando. Abbiamo scelto un rapporto amichevole, orizzontale. L’unico timore che abbiamo è che una volta uscito dal Gus possa risentire dei tre potenziali fattori discriminanti della sua esperienza. Il fatto di non essere un rifugiato, ma “solo” un titolare di protezione umanitaria; la vecchia solfa che ancora tira tanto della discriminazione etnico-razziale e la discriminazione forse più pesante che subiamo anche noi tutti i giorni, quella di essere un disabile».

La domanda istintiva di un cittadino sottoposto al bombardamento mediatico delle dichiarazioni di Matteo Salvini è: «Chi glielo fa fare al Gus e alla 3T Service di seguire un migrante in queste condizioni?». Il cittadino in questione ignorerà che gli immigrati presenti regolarmente in Italia pagano le pensioni di 620mila italiani, per dirne una che tocca il portafoglio. La risposta economica non può essere esaustiva, dunque, stando anche alle ultime rilevazioni. I dati diffusi dal ministero dell’Interno e dall’European Migration Network (Emn), risalenti al 2011, raccontano dell’Italia come del secondo Paese europeo scelto dai rifugiati (40.355 richieste d’asilo) e del terzo per spesa annuale complessiva e pro capite (860 milioni di euro in totale, 21.311 euro a testa). L’ultimo rapporto della fondazione Leone Moressa riporta la spesa stimata dall’Interno per il 2015: 1 miliardo e 162 milioni, cioè lo 0,1 per cento della spesa pubblica italiana complessiva. Costi che non salgono troppo rispetto al 2011, nonostante l’allarmismo da invasione. Anche la spesa pro capite giornaliera sfata un mito della retorica razzista: è vero che questa ammonta a circa 35 euro, ma un terzo è da ripartire per il personale impiegato.

Tolti gli altri costi restano le spese destinate per intero ai migranti, come sottolinea Andrea Pignataro, responsabile nazionale Volontariato, Politiche giovanili e Servizio civile nazionale del Gus e coordinatore dei progetti in Puglia:

«Il cosiddetto pocket money ammonta a circa 3 euro, più 3,5 euro per le spese alimentari. Un aspetto che la retorica non coglie mai è che queste somme rappresentano un valore economico che ritorna al territorio, come gli stipendi ai nostri operatori, che spesso e volentieri sono laureati e altamente qualificati; i servizi, che non sono gestiti da società con sede legale sulla luna; il rapporto che si crea con i commercianti locali, che per esempio ricominciano a vendere alcune schede telefoniche o, in modo meno salubre, alcune marche di sigarette».

«Bisogna contare il contributo per l’affitto dell’alloggio per un massimo di sei mesi, se serve, quando i migranti escono dai nostri progetti – aggiunge Giancarlo Quaranta, operatore legale e sociale del gruppo –, anche quelli sono soldi che ricadono sull’economia del territorio».

Divina Della Giorgia parla del progetto, che ospita nove persone provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal, Siria, Bangladesh, Marocco e anche un curdo iracheno. Le persone vulnerabili che sono ospitate qui sono portatrici di diverse disabilità, patologie e handicap visibili e non visibili. Dei nove ospiti attuali, otto godono di protezione per motivi umanitari e solo uno è un beneficiario di diritto d’asilo. Dalla sua apertura nel 2014 sono state ospitate una ventina di persone. Il centro pratica l’accoglienza integrata come filosofia volta alla piena autonomia dei migranti. Molto positivi i risultati raggiunti finora: a menadito e con grande tenerezza Divina, Andrea e Giancarlo mi parlano di un caso di ritorno, con un cittadino afghano che ha deciso di tornare in patria dopo un’operazione delicata. E poi il pakistano che ha aperto un ristorane etnico a Roma, ma anche i due ragazzi assunti dalla pizzeria della piazzetta che si trova vicino agli appartamenti.

Colpisce la normalità nella quale tutto ciò si svolge, una normalità di cui persone ferite nel corpo e nello spirito hanno un grande bisogno. Forse è questa possibile normalità che spaventa alcuni politicanti. Certo al Sud certe cose sembrano più facili, come conferma Pignataro: «Qui l’accoglienza per i nostri progetti è un dato di fatto, non uno stereotipo. I territori dove c’era meno presenza di stranieri li hanno accolti meglio perché magari sono meno saturi. Ma il dato speciale è l’attenzione del Gus alle specificità del territorio che permette un inserimento dolce e questo approccio paga sempre».

Divina chiude il cerchio: «L’Altro. L’incontro e l’esperienza dell’Altro sono la risposta».

Uno sguardo al futuro, contro le politiche emergenziali

La chiusura delle frontiere dei Balcani e la pressione su Turchia e Grecia pongono interrogativi sull’ emergenza che potrebbe colpire di qui a breve proprio la Puglia, includendo anche il possibile intervento militare in Libia. Nel 2015 il tacco d’Italia si è piazzato al nono posto per la presenza di immigrati (dati del ministero degli Interni). Pignataro è nella posizione di poter fare delle previsioni: «Sono reduce da un po’ di tempo passato dalla nostra consorella Gus Albania dove ho incontrato il capo della polizia albanese, la direttrice dell’Unhcr del Paese, la responsabile della commissione Asilo, la responsabile del dipartimento Immigrazione del loro ministero degli Interni e l’ambasciatore italiano. Abbiamo svolto un’analisi sui luoghi dove si vorrebbero accogliere i migranti, Corizza e Argirocastro. L’idea che ci siamo fatti è che la frontiera sia aperta solo al Sud: si entra solo se si richiede asilo politico altrimenti si viene riaccompagnati indietro e non espulsi per andare dove si vuole. Non c’è nessun influsso pericoloso per la Puglia al momento».

«Considero l’accordo che l’Unione europea ha preso con la Turchia molto doloroso, un barattare morti con vivi con un’operazione contraria al rispetto dei diritti umani e della vita. Migrazione politica ed economica in questo senso hanno pari dignità e non si possono mettere quote, occorre una riforma vera. In questo caso esiste solo la distinzione tra umanità e disumanità».

«Per quanto riguarda la Libia, non posso fare stime: in quanto nonviolenti e pacifisti siamo preoccupati per tutto ciò che comporta fare una guerra. Ma se il problema è la cosiddetta invasione, l’Unione europea ha 500 milioni di abitanti. A partire dalla primavera araba a oggi sono arrivate un milione di persone. Penso che un’invasione debba avere numeri differenti, stando ai libri di storia».

Contro l’indifferenza

Ho chiesto a Nathaniel come pensa sarà il suo futuro, visto che i primi sei mesi di permanenza negli alloggi del Gus scadono a maggio. Saranno prorogati quasi con certezza, ma tra un anno cosa farà?

«Vorrei stare con la mia famiglia il più vicino possibile ad Alessandro e Sonia. Vorrei rivedere con i miei occhi la mia famiglia e vivere al massimo delle mie possibilità con un lavoro dignitoso».

Un’umanità condivisa dall’impegno quotidiano del Gus e della 3T Service. Ho conosciuto Nathaniel in occasione della lettura al buio del romanzo Cecità di José Saramago. Mi viene in mente che questa umanità sia la risposta alla domanda di relazione con l’Altro. L’impegno è quello di smentire una considerazione al centro del romanzo: «È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria». Contro tutto questo evitare l’indifferenza.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2016 sulla Gazzetta del Mezzogiorno on line.

Turismo accessibile nel Salento: luci e ombre

Il Gigante di Felline (Lecce), a pochi chilometri dalla costa ionica, sembra aspettarti da secoli. La sua maestosità respira e trasuda. Grazie alla percezione tattile, tutto il tuo corpo è coinvolto, e nonostante i 14 metri di chioma, i 10 d’altezza e i 12 di circonferenza, ti sembra di stringere tra le braccia una vita fragilissima. Ti sembra di abbracciarlo e che lui ricambi. Colpito dal batterio xylella fastidiosa, questo pezzo di duemila anni di storia del Salento ha reagito positivamente grazie a un innesto di leccino che sembra averlo salvato. Grazie alla larghezza della sua base, ci puoi entrare dentro e sentirti protetto, ma anche suonare la chitarra e fare un piccolo spuntino in compagnia. Con grande generosità, il proprietario del terreno lascia entrare i turisti e coloro che vogliono provare l’esperienza. Una questione di cuore, come quello che sorregge il grado di accessibilità del turismo salentino.

Questa e altre esperienze mozzafiato e multisensoriali nel Salento, Samuele Frasson, 30 anni, consigliere dell’Unione ciechi di Varese, le ha vissute nell’agosto del 2014. La sua associazione ha portato per due settimane 17 persone a godersi l’estate con pacchetti chiari, ma anche piacevoli fuoriprogramma. La loro fortuna è stata quella di entrare in contatto con imprenditori sociali e disabili al tempo stesso come Diomede Stabile (accessalento.it) e Alessandro Napoli (3tservices.it). Grazie alle loro capacità e all’esperienza del territorio, i due hanno imparato a rendere magica un’esperienza che deve ancora esprimere tutto il suo potenziale. «Loro sono la marcia in più dell’accessibilità per il vostro turismo», dice Samuele.

I pionieri del turismo accessibile  

«Diomede è un pioniere del settore – lo presenta Alessandro –, nel 2008 ha vinto il bando regionale Principi Attivi con la sua Anyway Accessalento per realizzare la “Prima guida sul turismo accessibile del Salento”». «Con la loro 3T Service (dove le tre “t” stanno per turismo, territorio e tutela, ndr), dalla piccola Alliste Alessandro e sua moglie Sonia offrono una gamma di servizi e intuizioni importanti per l’accessibilità del territorio», li presenta Diomede, portatore della malattia di Charcot-Marie-Tooth. Sandro e Sonia, cieco totale lui e ipovedente lei, proseguono: «Dopo la nostra esperienza fuori dalla Puglia per vicissitudini private abbiamo deciso di investire su noi stessi improntando la nostra azione verso l’accessibilità nei rispettivi codici». Alessandro è specializzato nel Braille e Sonia nel Malossi. Il loro network comprende alcune delle realtà più attive, come i circuiti Turismetica e Open Blind. Tra le attività principali la collaborazione al progetto No Barrier della Provincia di Lecce, per la quale hanno realizzato delle miniguide in braille e lo sviluppo di materiale tattile a uso mappa in 3d per il network Cittàtralemani.


Dopo lo sviluppo della guida, per la quale sono stati coinvolti 1500 esercizi, con 300 riscontri e un’ulteriore selezione finale, Anyway ha invece ottenuto un passaggio alla Bit di Milano, ha ispirato evoluzioni del progetto in Italia e all’estero e poi, continua Diomede: «offriamo consulenza e formazione alle imprese pubbliche e private e organizziamo corsi di formazione per “Operatori del Turismo Accessibile”». Diomede è intanto diventato consigliere del suo Comune, Castrì di Lecce, e socio del parco turistico-culturale «G. Palmieri» di Martignano, diretto da Leo Rielli.

La mediazione offerta da Anyway e 3TService serve a coprire le carenze di un territorio non sempre all’altezza dei numeri che attrae e a volte culturalmente disattento alle necessità dei disabili. Oltre a individuare i posti giusti per tutte le esigenze, Diomede e Alessandro organizzano visite guidate coinvolgenti, offrendo esperienze tattili nella fruizione di monumenti e altri aspetti della cultura del territorio, dalle doverose visite nel cuore del barocco leccese, ma anche Otranto, Gallipoli e nei posti mozzafiato come Castro oppure nel cuore di eventi come il cartellone della Notte della taranta, vissuta in piena sicurezza. E poi trekking rurali e memorabili fuoriprogramma. Un esempio è quello del picnic sotto il Gigante di Felline, ma anche l’escursione al frantoio ipogeo di Castrì, con degli accompagnatori speciali, cioè il sindaco e gli assessori del Comune. Il trekking rurale per disabili, in particolare, spiega Alessandro, «è stato trascurato in passato, ma le nostre campagne, con piccoli accorgimenti nei percorsi si prestano alla grande sia per disabili della vista che per disabili motori. Offrono paesaggi unici, esperienze straordinarie di conoscenza e di autocoscienza, arricchiscono il potenziale turistico del nostro territorio e non sono legate a una stagione in particolare». «I nostri gruppi per le escursioni non sono mai “chiusi”, ma eterogenei – puntualizza Diomede – perché preferisco che ci sia coinvolgimento anche con i normodotati e che anzi ogni esperienza sia progettata per tutti».

Un Salento da 8 in pagella

La ricaduta di questo impegno? Samuele Frasson: «Assegno un bell’8 in pagella al fantastico Salento, ci tornerò senz’altro, ma è grazie all’impegno di operatori sensibili che le difficoltà sono sembrate più lontane». Giovanni Leoni, 65 anni, presidente dell’associazione La Goccia, di Lecco, è stato in vacanza nel 2011 per una settimana con 40 persone, metà disabili della vista, psichici e motori, e metà accompagnatori. «Il mio voto è di 8/10. Grazie a Diomede abbiamo goduto al meglio di tutti i posti (Castro e Otranto resteranno nel mio cuore), abbiamo vissuto a pieno la vostra Lecce e vissuto tanti bei momenti. Quando hai la possibilità di gestire queste cose al meglio, curare i dettagli della logistica, allora non hai tempi morti e valorizzi il tempo a disposizione. E apprezzi». Fabrizio Marta, 45 anni, disabile motorio, responsabile delle risorse umane al Consorzio servizi sociali di Verbania e autore del blog Rotellando per Vanity Fair: «Sono stato molte volte nel Salento e assegno un 7 complessivo, ma quando nel 2013 Diomede si è occupato delle mie vacanze, è stata l’unica volta che ho trovato una casa privata completamente accessibile e anche vicina al mare come desideravo».

Samuele e Giovanni hanno scelto la grande struttura Residenza Torre Rinalda (torrerinaldaresidenza.it). A dire il vero Giovanni aveva scelto un altro albergo. Il proprietario era molto gentile e cercava di venire incontro al meglio alle esigenze dei clienti. Ma alla fine del secondo sopralluogo della Goccia, quando gli operatori erano già era sul treno del ritorno, costernato il proprietario li chiama dicendo che si tirava indietro perché la moglie gli aveva fatto notare che i clienti affezionati avrebbero forse provato fastidio ad avere così tanti disabili intorno. Il lato oscuro del Salento.

A distanza di tre anni da ciascuna visita i due gruppi di ospiti hanno trovato squisita l’accoglienza del residence, che ha via via curato particolari e attenzioni. Il pranzo, per esempio, oltre ad essere ricco e vario, e permettere dunque ampia e ottima scelta agli ospiti con diverse esigenze alimentari, non è più solo un buffet, che rende necessario l’accompagnamento, ma è servito ai tavoli se è il caso. Ed è migliorata anche la possibilità di fruire di tutte le aree della grande struttura, comprese le due piscine per adulti e bambini. Le stanze sono ampie e attrezzate per la disabilità motoria, ma c’è anche una buona assistenza per i disabili sensoriali. I cani guida possono sostare e usare anche il piccolo cortile di cui è dotata ogni stanza. La distanza tra i vari locali e il mare è minima e sempre pianeggiante: un bar, un bazar un’edicola, l’anfiteatro, il centro estetico. Distanza zero tra le stanze e il mare. In spiaggia gli ombrelloni sono in prima fila e dotati di sedie job. Quest’ultimo accessorio è molto presente sulle spiagge salentine. Fabrizio: «Non esisteva neanche in molte spiagge di Rimini o della Liguria e mi ha fatto piacere trovarlo praticamente in tutti i lidi che ho visitato».

Le zone d’ombra

Per tornare al lato oscuro. Oltre alla disavventura con la prima struttura scelta, Gianni è abbastanza netto: «non torneremmo nel Salento perché il viaggio è lungo circa 1200 chilometri e in treno è un calvario per la lentezza e per i disservizi», non può scegliere l’aereo, «e in pullman nelle autostrade è una sofferenza che non vorrei più infliggere al gruppo». Per non parlare del trasporto pubblico locale. Samuele: «Senza la mediazione di Diomede che ci ha trovato una soluzione su misura affittando un pulmino, sarebbe stato impossibile spostarsi». Con i mezzi non è andata bene neanche a Fabrizio: «Tutte le volte che sono venuto ho evitato di guidare io perché ero con amici. Quando ho provato a venire da solo, ho dovuto rinunciare. Anzitutto perché ho capito che senza auto nel Salento non vai da nessuna parte, sembra essere un fatto culturale, e poi perché non si trovava nessuna auto a noleggio attrezzata per me. Tranne qualcosa di molto complicato nei pressi di Bari. Insomma, niente da fare. Eppure io viaggio tantissimo».  C’è anche altro, per Fabrizio, che ha esplorato quasi tutto il litorale salentino: «Il mio 7 è per la costa adriatica. Va detto che le condizioni morfologiche, la pianura, l’aerosità e persino la pietra dei basolati dei vostri centri storici aiutano molto, oltre alla naturale inclinazione per l’accoglienza. Ma il mio voto si trasforma in 4 se parliamo dello Ionio, eccetto le “Maldive” (il litorale di Pescoluse, ndr). Da quel versante sono chiaramente interessati ad altro ed è difficile rendere accessibile il sistema».

Dieci milioni di potenziali clienti

La Puglia deve fare molto per tentare di presentarsi come regione accessibile e non solo dal punto di vista delle strutture di accoglienza. I numeri sembrano interessanti: secondo un’indagine di Europcar-Doxa nel 2015 questo turismo riguarda circa dieci milioni di persone, oltre il 16% delle famiglie guardando solo all’Italia, che se solo trovassero servizi adeguati varrebbe 27,8 miliardi di euro. L’1,75% del PIL nazionale. Secondo il Libro bianco sul settore, pubblicato nel 2012, la risposta della Puglia è stata di soli cinque progetti completi attivi. Il Libro bianco, prevede azioni di monitoraggio e di responsabilità politica, economica e sociale.

Puglia For All

 La Regione ha attivato il primo tassello, con il progetto di monitoraggio e censimento Puglia For All. Promosso dall’agenzia regionale del Turismo PugliaPromozione, in attuazione degli obiettivi strategici dell’assessorato regionale, è stata condotta una rilevazione delle informazioni relative all’accessibilità delle strutture ricettive pugliesi, affidandone il servizio alla società specializzata Village4All, che ha vinto l’apposito bando pubblico. “Da progetto, – si legge nella relazione di Puglia Promozione – il numero di strutture ricettive da monitorare è 400, di cui 100 nel Gargano e Daunia e 300 divise tra Puglia Imperiale, Bari e la Costa, Valle d’Itria, Magna Grecia Murgia e Gravine e Salento. Hanno risposto alla call Puglia For All, lanciata dall’Agenzia da aprile 2015, per la selezione delle strutture da rilevare, circa 300 strutture alberghiere ed extralberghiere.  Sono state monitorate effettivamente, alla data del 31 dicembre 2015, 250 strutture ricettive tra alberghi, affittacamere, agriturismi, campeggi, case e appartamenti per vacanze, case per ferie, motel, ostelli, residence, villaggi albergo”.  Il monitoraggio, non ancora completo, è stato poi aggregato da seminari professionalizzanti per il settore e affiancato da altri progetti di sensibilizzazione come il già citato No Barrier della Provincia di Lecce. “Il risultato delle rilevazioni permetterà di restituire alle strutture visitate anzitutto una scheda tecnica e un testo descrittivo con tutte le informazioni sull’accessibilità e l’eventuale piano di miglioramento.

Territorialità e problem solving

 Gli operatori presenti sul territorio non nascondono le loro preoccupazioni: «Siamo ancora in una fase di monitoraggio?» si domanda Alessandro Napoli, che auspica misure vincolanti per adeguare il tpl e attrezzare le stazioni, ad oggi prive di ascensori, elevatori con le batterie scariche se presenti, e rampe. Diomede Stabile: «Se in qualche modo, grazie al territorio pianeggiante, i disabili motori se la cavano, non è possibile al momento usufruire autonomamente della cultura, ma anche della vivibilità cittadina per i disabili motori. Non ci sono mappe tattili, o quelle superstiti non si trovano in punti uniformi dei comuni, tipo vicino al Municipio». Molto si sta lavorando nel settore della ristorazione, con l’impegno di 3TService, che ha realizzato menù in braille e organizzato cene al buio per sensibilizzare alla tematica; e Anyway opera nella formazione degli attori che animano il comparto.

Il nodo scorsoio dei trasporti

 È evidente che il vero nodo critico riguarda il sistema trasportistico. L’aereo non è sempre possibile per i grandi gruppi, per esempio. E qualora lo diventasse, bisognerebbe adeguare il servizio navetta dagli aeroporti più vicini fino alle località di interesse. Il muro del pianto è rappresentato dai treni. Le promesse sul Frecciarossa fino a Lecce dovrebbero concretizzarsi a breve, ma resta l’incognita del tratto Termoli-Lesina, vera spada di Damocle sugli audaci che tentano di guadagnare l’ingresso in regione. E poi taxi e noleggio auto: costi contenuti e comodità di tutti, se non proprio piena autonomia, sarebbero dietro l’angolo. Basterebbe farlo capire agli operatori. Altrimenti, come tutti gli intervistati dicono, si continua a guardare alla Danimarca e alla Spagna per l’estero; al Piemonte, all’Emilia Romagna e alla Toscana in Italia.

Proprio per tutti

«Un peccato!», dicono all’unisono Alessandro e Diomede, perché riprogettare la vivibilità delle città e del turismo includendo tutti porterebbe molti benefici. Anzitutto la destagionalizzazione, perché non tutti amano il caos antropico dei mesi caldi, senza contare la possibilità di realizzare eventi imperdibili come il Carnevale di Martignano proposto dal Parco “Palmieri”: carri che proponevano uno sguardo positivo sulla disabilità e sul riuso dell’ausilio, strade messe in sicurezza e postazioni che permettono di far godere la festa anche ai malati di sla. E poi la comodità: una rampa è apprezzata anche dalle madri con i passeggini o dagli anziani. E la tecnologia può far molto, nelle smart cities, per i disabili sensoriali. Un nuovo modo di guardare. Multisensoriale, appunto. 

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