Biliardino, la svolta di Alessio Spataro

«Sono contento di tornare qui perché ho trovato grande ospitalità e mi sono trovato bene. Non so se una mia prossima storia parlerà della Puglia, ma di sicuro mi piacerà tornarci». Alessio Spataro abbraccia così i suoi stimatori pugliesi, apprestandosi a fare il tour di presentazione del suo Biliardino. Sarà a Taranto il 6 novembre, il 7 a Bari, l’8 a Lecce e il 9 a Foggia.

Biliardino (BAO Publishing) è il primo libro a fumetti che Alessio Spataro ha realizzato da solo. È un libro importante, che segna una svolta nel lavoro dell’autore classe 1977, catanese emigrato a Roma. Prima ci sono
stati sette libri satirici e alcuni albi a fumetti. Alcuni titoli: Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza italiana (Minimum fax, 2009) sulla morte di Federico Aldrovandi, scritto a quattro mani con Checchino Antonini; Heil Beppe!1! (Altrinformazione, 2014) con Carlo Gubitosa e la trilogia La Ministronza (i primi due albi pubblicati nel 2009 e nel 2011 da Grrrzetic e il terzo nel 2012 da Pick a Book). Alessio ha collaborato dal 1999 con riviste satiriche e altre testate giornalistiche, come Cuore, Left, e Frigidaire, poi Bile, Mamma! e il Male di Vauro e Vincino.

Il libro è l’epopea di Alexandre Campos Ramírez (1919 – 2007), originario di Fisterra, in Galizia. Poeta, scrittore e (non) inventore del popolare gioco di calcio da tavolo, il biliardino. Ramírez ha avuto una storia rocambolesca e oscura, intessuta di persecuzioni sotto il regime franchista e di amicizie importanti come quella con Pablo Neruda e Albert Camus. Ha cambiato molti nomi: per i nemici era Alejàndro Finisterre. Nel 1936 è ferito alla gamba durante il bombardamento di Madrid. Trasferito a Montserrat, in Catalogna, prende spunto dal tennis da tavolo per realizzare un gioco che permetta ai bambini storpi e mutilati dalla guerra di emozionarsi ancora al gioco del calcio.

Alessio Spataro
Alessio Spataro

La vera nascita del biliardino e delle sue innumerevoli varianti è incerta e contesa almeno da quattro nazioni europee: Inghilterra, Francia, Germania e Spagna. Spataro sceglie quest’ultima perché è il luogo «più distante da facili tifoserie nazionaliste». Il libro è avvincente, domina il grottesco, è colorato in rosso e in blu come le divise dei giocatori di legno; i capitoli riprendono diverse situazioni tipiche del gioco; la trama è lineare fino a un certo punto, poi diviene cubista e astratta, lasciando aperto il finale.

Alessio Spataro prova a guidarci nel suo capolavoro:

«Quando è morto de Fisterra (un altro dei nomi con i quali era conosciuto Ramírez – ndr), sono stato attratto dalla sua vita. Che però è piena di lacune e di zone d’ombra. Esiste anche una biografia che non ha mai visto la luce. Sullo sfondo, molti e lunghi esili che fanno della vita del personaggio uno dei tre protagonisti del libro, oltre alla storia del gioco e a quella del Novecento. Il finale, dunque è interpretabile e aperto perché i tre protagonisti non sono esauriti, non finiscono davvero. Abbiamo detto della biografia del personaggio, possiamo dire lo stesso del gioco e di tutte le dinamiche messe in moto dagli eventi del secolo scorso».

La prospettiva storica è alla base della scelta narrativa di Spataro, che solo in apparenza ha abbandonato l’impegno civile assunto con i suoi lavori di satira: «Nel Novecento si sono messe in moto molte cose belle, ma anche e, per me, soprattutto quello che odio e che mi fanno paura. E che oggi vedo ritornare a proporsi: l’impunità ai fascisti e l’indifferenza nei confronti delle stragi politiche, per esempio».

La cattiveria sottile di alcuni ritratti, e in fondo una ricerca del sorriso beffardo con lo stile grottesco sono evidenti nel libro come lo erano in molti lavori precedenti. Ci sono una rabbia minore o modulata e una maggiore volontà di racconto: «Meno rabbia, per forza, perché guerre e persecuzioni non le ho vissute da contemporaneo e le ho dovute rendere con uno studio e una documentazione approfondite.  Provengo da una grossa produzione satirica e il tratto cattivo e il cinismo si ritrovano nelle fattezze esteriori che ho voluto rappresentare. Non ho disegnato, però, curandomi troppo  delle esigenze del lettore, ma cercando di esprimere ciò che ho dentro e che questa storia mi ha stimolato. Certo, mettendomi nei panni del lettore trovo sicuramente divertenti molte cose».

IL BILIARDINO p12
La metafora del biliardino, già usata in precedenza, ha un significato preciso, intuibile nel prologo di questo libro: «C’è già il biliardino come passione in alcuni miei fumetti. In Zona del silenzio ha la funzione di uno stimolo ad andare avanti, a cercare la verità. Questo gioco è un po’ una metafora della mia vita, non sono mai stato molto bravo, vincere resta un mistero. Spesso ho perso anche nei tornei di presentazione del libro. Infatti all’inizio avevo pensato di regalare un libro a chi mi batteva, poi sono sceso solo a uno per presentazione. Poi non sempre!».

Con Biliardino perdiamo un satiro potente, in un’epoca che sembra fatta apposta per la satira, e acquistiamo un narratore attento ai particolari? È un addio all’impegno politico? «Biliardino è una pausa, perché mi sono stufato di rimestare nella spazzatura di partiti razzisti e filonazisti. Ma non è una vera e propria pausa. Nel libro si legge un: “Meno male che Franco c’è!”. Di sicuro oggi la satira viene più facile che in passato, nessuno si sottrae perché abbiamo i politici più ridicoli e vergognosi di sempre.  Non ho visto mai tanta ipocrisia e mai così diffusa».

Se non avesse scritto Heil, Beppe!1! si intravedrebbe un accenno di grillismo nelle sue parole: «Io sono un comunista convinto, non sono un militante o un attivista, anche se aiuto molto i centri sociali. Rifiuto le categorie attuali di sinistra, destra e centro, non in favore del qualunquismo, ma perché credo non siano ben definite. E trovo i tradimenti delle promesse elettorali della sinistra molto peggio di quelle degli avversari politici. Sono più critico e cattivo con i “miei”».

«Al momento – dice – non lavoro su altri grandi progetti, ma su tre o quattro storie che ho da tempo nel cassetto e che sento di fare uscire come Biliardino. Certo, potrebbero non essere importanti come questo, che per me è stato un vero punto di svolta narrativo, ci tengo molto».

Roma sembra essere un’isola felice per la fortuna dei fumettisti, in questo momento.  Cerco di far concludere l’intervista con una cattiveria gratuita o almeno uno sfottò per Zerocalcare e Natangelo, ma resto spiazzato: «Non c’è rivalità tra noi, ma stima reciproca, credo. Di recente Nat ha anche preso le mie parti per gli attacchi che ho ricevuto dal Movimento 5 Stelle e domenica 1 novembre abbiamo fatto una presentazione insieme al Lucca Comics. Tra i tre, però, io sono quello che viene perculato di più, sempre e soprattutto da Nat, perché purtroppo sono goloso di Kinder Cereali come il suo leggendario personaggio, Dibla. Comunque, per quanto possiamo frequentarci e prenderci in giro a vicenda,  non raggiungeremo mai il livello di ispirazione che ci forniscono  le nostre muse esterne, i bersagli della nostra satira».

Il corpo come frontiera

Per ragioni di opportunità, il «Sun», secondo quotidiano inglese più venduto nel mondo, sembrava aver sospeso le pubblicazioni di «Page 3». Si potrebbe dire che con la crisi non esistono pagine intoccabili. Ogni giorno, dal 1970, seni scoperti o nudi integrali di bellissime modelle, sconosciute al grande pubblico, irrompevano in quella che è la seconda pagina più letta di un quotidiano: pagina tre, appunto. Il 19 gennaio sulle pagine dell’altro tabloid campione di vendite, il «Times», si leggeva che qualcuno aveva dato una sbirciatina sulle pagine dei rivali, rimanendo deluso. Niente più signorine da capogiro. In tutto il mondo si è celebrato il funerale di «Page 3», tra elegie e sermoni. Quando è arrivato anche il commento della ministra dell’Istruzione del governo di David Cameron, Nicky Morgan, gli attivisti hanno festeggiato.

nicolesunGià il 22 gennaio «Page 3» è tornata. Con un ampio spazio anche in prima pagina, la bella e sconosciuta modella Nicole da Bournemouth, 22 anni, ammicca ai lettori con un occhiolino che si potrebbe leggere così: «Piaciuto lo scherzetto?». La didascalia riprende con sarcasmo le tipiche formule delle smentite e delle rettifiche: «Chiarimenti e correzioni. Precisiamo che questa è “Page 3” e che la modella di oggi è Nicole». Prosegue la nota: «Ci scusiamo con la stampa e le televisioni di mezzo mondo che hanno impiegato molto tempo a parlare di noi». La bellezza nordica concede un topless con naturalezza, lasciando sciolti i suoi lunghi capelli biondi.

La ragazza offre il particolare di una collanina rossa molto hippy, a cercare forse un richiamo alle origini della rubrica. Durante la rivoluzione dei costumi degli anni Settanta, il tabloid popolare cercò strategie di rilancio. La punta di diamante di quel misto tra gossip pruriginoso e informazione generalista fu l’istituzione della foto grande formato di ragazze disposte a togliere i veli davanti all’obiettivo. Una decisione controversa, letta come una provocazione al passo coi tempi da qualcuno e un gesto reazionario e sessista da molti altri. Un paragone irriverente con l’invenzione italiana della terza pagina, dedicata alla cultura e alla mondanità, ma in forte declino. Lo sdoganamento del corpo nudo delle donne sembrò la massima espressione dello spirito dei tempi.

Resta il dubbio che il giornale abbia messo in atto un’efficace strategia di marketing. Il Sun e il Times appartengono entrambi alla News International di Rupert Murdoch. La società è nata dalle ceneri della News Corporation e un caso del genere, voluto e costruito, sarebbe uno scherzo per la società responsabile dello scandalo delle intercettazioni, che nel 2011 implose creando un buco da 46 milioni di dollari.

femenCon la crisi, economica o di idee, non esistono pagine intoccabili. Nell’era della sovraesposizione alla pornografia «Page 3» è però già cambiata, coprendo sempre di più le sue modelle: potrebbe esplorare altre visioni del corpo come frontiera. L’occidente snobba le Femen, perché la forza dirompente di un nudo non attecchisce e anzi appare banale. Ma da molto tempo ormai abbiamo capito di non essere soli in questo campo. E allora le Femen.

miakhalifa

E allora il pedagogico esempio di Mia Khalifa. La pornostar nata a Beirut nel ‘93, ma ormai residente a Miami, hapornhub-mia-khalifa-proportional-searches scalato in tre giorni la classifica delle pornostar più «cliccate» su Pornhub. Il trono apparteneva alla celebre Lisa Ann, ma la pubblicazione di un video in cui la libanese fa sesso a tre con l’hijab (il velo che copre capo e spalle) ha eccitato e scandalizzato il suo paese d’origine. Molto interessanti le infografiche di Pornhub sulle visite al video. La donna ha dei tatuaggi che non possono essere nascosti, dato che nei video non nasconde proprio nulla: una frase dell’inno e la croce simbolo del partito cristiano conservatore del Libano. Questo ha fatto infuriare qualche estremista, che le ha inviato delle cortesi minacce di morte. La pornoattrice ha commentato così l’episodio su Twitter:«Spero si riferissero solo alla testa, perché le tette mi sono costate troppo!».

imagesC’è poi un esempio che preferisco: Amina Sboui, classe 1994. Quando ha scritto sul suo seno «Fanculo la vostra morale» e poi «Il mio corpo mi appartiene», le Femen l’hanno adottata. Ben presto Amina ha abbandonato il gruppo definendolo islamofobo. Amina non respinge la sua religione, ma rifiuta l’idea che lo Stato possa definirsi padrone del corpo di qualcuno. Un anno più piccola di Mia Khalifa, Amina rifiuta lo sfruttamento del corpo per fini commerciali, ma rivendica l’idea che chiunque possa scegliere il suo destino. Non è finita la battaglia di civiltà sulla frontiera della carne.

*In copertina una foto di JeongMee Yoon. L’artista realizza il Pink&Blue Project sul condizionamento dei generi. 
 http://www.jeongmeeyoon.com/aw_pinkblue.htm

 

Le note della memoria

Francesco Lotoro
Francesco Lotoro

Andrea Aufieri. In quinta elementare scrissi una tesina finale per gli esami sulla Seconda guerra mondiale. Per l’italiano c’era il commento di una poesia di Salvatore Quasimodo, la celeberrima Alle fronde dei salici. Il poeta ermetico lamenta l’impossibilità dei poeti di cantare sotto l’orrore dei bombardamenti e di fronte al sangue dei fratelli, all’urlo nero delle madri.

Proprio Quasimodo giustificò il senso di quel componimento presentandolo come ispirato al salmo 137:

«La poesia è stata scritta alla fine dell’inverno del 1944 nel periodo più credule della nostra storia. Nasce da un richiamo a un salmo della Bibbia, precisamente il 137°, che parla del popolo ebreo trascinato in schiavitù a Babilonia. È un riferimento culturale. Il poeta non canta, dico io nel primo verso; e questo lo dicevano gli ebrei perché il canto è la rivelazione più profonda del sentimento dell’uomo. “Al lamento / d’agnello dei fanciulli” , da questo sterminio non è stata risparmiata nemmeno l’infanzia. Basta ricordare l’episodio di Marzabotto dove sono stati fucilati e bruciati 1800 italiani. Fra questi, anche bambini di due anni»

Crescendo non ho più condiviso quel punto di vista. Non ho neanche più condiviso le scelte del poeta, soprattutto sotto il fascismo,perché sembravano sconfessare quell’opera di cui mi ero innamorato. A meno che non mettessero il poeta sotto la luce cruda del collaborazionismo, ma dubito che ci fosse tanta autocritica in quel testo.

In questi giorni si parla, invece, di qualcuno che ha dimostrato che le «cetre» non venivano appese nemmeno nel momento estremo. E proprio dagli ebrei, che componevano musica che fosse loro da sollievo, cura, espiazione, lamento, condanna e preghiera.

Francesco Lotoro è un pianista concertista nato nel 1964 a Barletta, ma la sua storia l’ha raccontata per primo il quotidiano francese Le Monde. Eppure Lotoro, anche essendosi formato a Budapest, non ha mai lasciato né la città né l’accento. Nessuno è profeta in patria, évidemment.

Francesco e la sua compagna, Grazia, hanno abbracciato l’ebraismo, e nel 1990, in occasione di un concerto a Tel Aviv, scoppiò la scintilla tra il pianista e la musica di Gideon Klein. La sonata che Lotoro eseguì in quell’occasione fu composta a Terezin. Klein fu trasferito poi ad Auschwitz ed eliminato. Il suo corpo non fu mai ritrovato, Francesco volle ritrovarne la musica. La bibliotecaria della Comunale di Praga, oltre ad accompagnarlo nella sua ricerca, gli suggerì di ampliarla a tutti gli uomini vittime della follia dei loro fratelli.

Da quel momento nacque il progetto dell’Istituto internazionale di Letteratura musicale concentrazionaria, che ha una sede temporanea proprio a Barletta. Il nucleo del progetto è quello di raccogliere ogni spartito musicale o bozza che abbia a che fare con la partenza o la detenzione nei campi di concentramento da Dachau a Praga, per arrivare all’India, al Giappone e ai gulag. Le opere riscoperte dal pianista sono pubblicate dall’etichetta KzMusik.

È emblematico il caso di Rudolf Karel, ucciso a Terezin, che non aveva diritto alla carta perché musicista ebreo, ma soffriva di dissenteria e per questo scrisse la sua musica sulla carta igienica. Un lavoro a metà tra l’investigatore, lo storico e l’artista è la missione di Francesco, qualcosa che ha del sacro. O comunque ragiona sul rapporto tra la spiritualità dell’arte e la volontà umana di opporsi all’oblio. Le Monde, ad esempio, racconta della sua come di una corsa contro il tempo.

Una ricerca che forse non porterà la musica a salvarci, come gli ho chiesto su Facebook, ma che «intanto-risponde- abbiamo salvato noi, da un bug temporale di ben 70 anni».

http://www.youtube.com/watch?v=KSoTRmfU_JE

Fontane

 

Forestiero sorpreso dalla fontana chiusa sulla Passeggiata di Otranto

Di Andrea Aufieri. Se l’incanto non è acqua: del triste destino delle fontanelle nelle marine del Salento.

Dello Ionio ho già detto. Ma l’Adriatico è più vicino al mio modo d’intendere una sortita balneare: per uno strano fenomeno fisico è più facile trovare l’ombra, e quasi sempre un vento tenue accarezza la testa, e il sole non ha bisogno di fare il dittatore, finito il turno delle diciotto può farti godere anche in un pomeriggio di afa mozzafiato. Lascio volentieri il desiderio di farsi frustare dopo quell’orario ai pervertiti dello Ionio.

Sempre grazie all’intenso week-end dei coinquilini ho rivisitato posti incantevoli, veri e propri scorci artistici come Roca Vecchia, frazione di Melendugno che precede d’un soffio l’inflazionatissima Torre dell’Orso, e che quest’anno è poco frequentata anche ad agosto, un po’ per la crisi, ma, credo, soprattutto per una questione di moda.

E poi la magia di Otranto: Luna Otrantina, non a caso, è una delle canzoni della tradizione più affascinanti e dense di significato, il cui testo è stato partorito dalla mente di Rina Durante.  Tra i teschi degli ottocento martiri e i vicoli in cui sembra ancora di inseguire Idrusa, rischiando uno schiaffo per l’insolenza, e l’ardere delle carni dalla pianta dei piedi fino alla testa fondente. Emozioni che necessiterebbero di essere bevute alla sorgente. E in effetti la sete viene sia a Roca che a Otranto, e anche la necessità di lavare via il sale dalla pelle.

E così si parte alla ricerca di una fontana, che in entrambi i posti troviamo, insieme a una brutta sorpresa. Le fontane sono chiuse. Ed è facile fare due più due se vicino a quelle fontane ci sono bar e chioschi pronti a vendere una bottiglietta del prezioso liquido incolore a peso d’oro.

Persino nelle piccole cose, non solo nelle leggi, il trasporto popolare che ha portato al referendum per la ripubblicizzazione dei servizi idrici è stato tradito:” gusteremo acqua libera!” era uno degli slogan, e lo vedi tradito nella quotidianità. Una piccola cosa, una cosa pessima.

 

*Si ringraziano Marco e Nicola, il primo per essersi reso ridicolo al mondo, il secondo per averlo reso possibile. 🙂

WikiLeaks e la teoria del Caos

  pubblicato il 12 dicembre 2011 su duea.splinder.com

Un nuovo concetto di cittadinanza?
Esperti dei media e il caso Wikileaks: commedia delle maschere e connivenze con l’Ancien Régime mediatico, verso un nuovo paradigma?
Il problema serio di queste storie è sempre l’inerzia.
Che Wikileaks stesse facendo un trambusto colossale lo si sapeva ormai da circa tre anni.  Il mondo non è venuto giù.
Eppure con il Cablegate abbiamo ascoltato di tutto. Si è parlato addirittura di un’epocale destabilizzazione dei rapporti diplomatici sull’intero globo. Che sarebbe come dire che l’Italia dovrebbe venire giù a ogni inchiesta di Report o a ogni battuta di Berlusconi.
All’edizione appena conclusa del Public Camp 2010 non si è affrontato questo argomento in un seminario a sé, ma la questione ha tenuto banco in molti interventi, come si converrebbe a un convegno di comunicatori. Ho ascoltato Derrick De Kerckhove definire Wikileaks “la nuova commedia”, contrapposta alla tragedia di Ground Zero, come l’ascesa e la caduta mid-term di Obama. Stefano Cristante, che discuteva con il prof canadese, ha tirato fuori la teoria delle maschere di Goffman e Carlo Formenti ha chiuso il cerchio in maniera più esplicita leggendo il network come una lobby di altri poteri, non di contropoteri. I controllati restano sempre i cittadini boccaloni, nessuno dal basso gestisce niente, figurarsi la Rete.
Solo Nichi Vendola in quell’occasione si è dimostrato del tutto convinto del lavoro di Assange&Co.: lui, che negli anni Settanta è vissuto con l’idea di un Grande Fratello che dalle stanze del potere calava il suo occhio nella vita degli oppressi cittadini, ha potuto tirare un sospiro di sollievo vedendo che questo occhio è reversibile.
Ma alla fiera dello “sputtanamento” nessuno è democraticamente propenso a partecipare.
Ecco che mentre il giornalista Rai Pino Bruno propone un inquietante parallelo tra la vicenda Assange/Wikileaks e il capolavoro di Stieg Larsson, la trilogia tessuta intorno alla testata “Millennium”, al Tg3 Linea Notte Vittorio Zucconi insiste sull’oscurità dei finanziamenti percepiti dal network, e su Facebook Carlo Gubitosa fa notare che se certe informazioni non restassero clandestine, assisteremmo a una normalizzazione non rivoluzionaraia di Wikileaks.
Stefano Rodotà
plaude alla creazione di un nuovo paradigma per il potere digitale, non senza scandagliare le azioni del network, e fa notare come l’Ancien Régime mediatico sia andato comunque di pari passo con la diffusione dei cablogrammi, impedendo una vera e propria destabilizzazione che avrebbe certamente mietuto vittime:”Pure le rivoluzioni, lo sappiamo, hanno bisogno di una certa continuità”.
Intanto accadono cose concrete che non sono poste molto in risalto dalla stampa tradizionale: alcuni paesi liberalizzano un certo tipo di informazione, qualcun altro studia programmi più blindati. Solo in Italia il ministro degli Esteri si permette di fare intimidazione pubblica, diffidando i media dal commentare i cables, e prontamente i “cani da guardia del potere” hanno eseguito.

In attesa delle rivelazioni (edulcorate?) sulla Federal Reserve, le cui quotazioni hanno subito intanto un vertiginoso tracollo, Assange viene arrestato con procedimenti da farsa colossale. Ma tutto questo fa parte di una possibile rivoluzione soffocata: il sistema informativo, la diplomazia degli stati e l’intelligence hanno unghie bene affilate. Risulta però difficile credere che l’interesse ultimo delle fondazioni che finanziano Wikileaks, proprio quelle criptate dalla Wau Holland Foundation, blindata dalle leggi tedesche, sia di liberare le menti ed estendere i diritti grazie all’informazione. Perché diversamente la rivoluzione sarebbe di rottura, e forse fallirebbe miseramente.
La possibilità di mettere in scacco gli stati è una prodigiosa prova di forza da parte di una lobby di corporation che mostrano di poter avere un forte tornaconto da uno stato potenziale di disordine mondiale.
Un po’ come certi aerei nel 2001.
Sarebbe forse più produttivo investire e credere in un giornalismo di servizio che faccia un paziente lavoro, sostenuto dai cittadini, come può essere quello di ProPublica, premio Pulitzer 2010, perché l’alternativa sembra troppo vicina alla profezia del film “Network-Quinto potere”: stati dissolti in corporation, cittadini trasformati in sudditi il cui unico diritto è quello di consumare e di consumarsi.Per evitare questo sbilanciamento falsamente rivoluzionario occorrerebbe una vera rivoluzione: bisognerebbe che i fruitori del flusso informativo si mangino Wikileaks, che lo comprendano, che lo costringano a “trattare” informazione con loro, che rendano umano ciò che le relazioni internazionali, i media tradizionali, il mercato hanno volutamente allontanato, che gli e-citizens in primis e i giornalisti stessi, quelli che un tantino di deontologia ce l’hanno ancora (non quella deontologia spacciata per tale che è in realtà un guinzaglio) contribuiscano al battito d’ali della farfalla che regge la teoretica del caos. E che tutti prendano parte al nuovo paradigma che ne dovrà scaturire.

150 occasioni di farsi stato

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Pubblicato su DueA martedì 15 marzo 2011

Ma io non conto, eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola. Noi credevamo… (Anna Banti, Noi credevamo, Mondadori 1967)Il link è alla scena finale di “Noi credevamo”,  adattamento cinematografico del libro di Anna Banti per la regia di Mario Martone (2010).

Quello che poteva essere e non è Stato, per le colpe diffuse che ormai ci portiamo dietro da un secolo e mezzo.
Ho riportato la frase conclusiva del romanzo di Anna Banti, ripresa per intero dal film apocrifo Noi credevamo di Mario Martone, che se ne è discostato tantissimo, ma che ha mantenuto intatta la forza dirompente del discorso conclusivo.
Ho scelto proprio quel libro perché, come scrisse Enzo Siciliano su “L’Espresso” del 23 aprile ’67, qui si legge con sanguigna tensione un “Risorgimento raccontato con rabbia”.
E la rabbia, l’inquietudine, l’incertezza sembrano essere state le tremende compagne di viaggio di un percorso unitario sbagliato. Perché lontano dal popolo, che pure con tattiche differenti, come rimugina il protagonista del libro Domenico, avrebbero potuto essere al seguito della causa, quella giusta, quella garibaldina e repubblicana.
E invece fu guerra civile, la più odiosa possibile, che arrivò a far dire a Garibaldi di voler maledire il suo sbarco, perché fu sinonimo di carneficina, trasformò il re borbone Franceschiello in un martire e Murat nell’ultimo eroe romantico di cappa e spada.
E poi i briganti: un capomafia in carcere dice a Domenico che i garibaldini avrebbero dovuto affidarsi alla loro rispettabilità per coinvolgere la gente del Sud. Parole verissime, ma pericolose altrettanto.
In tutto questo spariglia e vince il bottino l’invasore VIttorio Emanuele, che con una grande Anschluss conquista l’Italia, fa voltare un attimo Napoleone III, prende Roma e…diventa il re di Sardegna con appendice italiana.
Una radice malpiantata, malnata eppure ormai nel terreno. Ma a quale costo?
E che cosa è possibile festeggiare oggi?
Forse, l’italianità d’averla fatta franca, dal monarchismo poco illuminato dei Savoia, dagli scherani neri del Ventennio, dalla minaccia comunista, dagli anni di piombo? Ma stiamo sicuri che in qualche modo ci saremmo arrangiati, adattati infine.
E allora, in barba ai mala tempora che corrono, questo vuole essere un omaggio a gente come Giovanni Falcone da Palermo, per esempio, e a tutti quelli che hanno creduto in qualche modo nella possibilità di un gioco democratico, pulito. In un posto felice che potesse avere nome Italia e vantarsi di essere uno Stato formato da un’idea.
E un pensiero al futuro, in cui spero che possano cadere responsabilmente tutte le bandiere, fuori dai regionalismi pseudoidentitari che non portano da nessuna parte.

La peggio gioventù*

pubblicato su duea.splinder.com il 15 novembre 2010
Nel suo “Manifesto per un nuovo teatro”, Pier Paolo Pasolini proponeva di far godere gratuitamente gli spettacoli ai fascisti al di sotto dei 25 anni. Sai mai che li ripigli.

La vicenda umana di Ezra Pound, prima ancora che del suo vitalismo poetico, e l’esperienza futurista, paradigmatica, violenta, inaspettata. Italiana. Questi sono i riferimenti culturali di Casa Pound Italia. E poi c’è la vita del Cutty Sark pub di Roma, ritrovo dei giovani della destra, e l’esperienza musicale degli Zetazeroalfa, il primo gruppo musicale non di sinistra ad aver suonato in un carcere, che con la sua “cinghiamattanza” non rappresenta certo un inno all’amore universale. Il loro leader, Gianluca Iannone, è anche presidente dell’associazione che su Wikipedia è definita senza smentita come “neofascista” e tra i punti del suo programma enuncia la realizzazione di uno stato etico, che nella storia è stato sinonimo di “totalitario” perché pensa al posto dei suoi cittadini, e di un’Europa autarchica.

Sul sito nazionale fa bella mostra di sé la citazione scelta dal gruppo di Lecce, una frase del soldato

Rasczak, tra i protagonisti di “Fanteria dello spazio”, pietra miliare di un genere che funziona soprattutto al cinema, quello spazialmilitaresco: “Una cosa regalata non ha alcun valore. Ma quando votate, esercitate un’autorità politica, una forza. E la forza è violenza, l’autorità suprema da cui deriva ogni altra autorità”.

La vita come lotta, inni alla violenza, virile goliardia.

Iannone, con le sue provocazioni a mezzo stampa si è anche costruito un’aura epica tra i suoi amici e i suoi nemici. Personalmente ricordo la proposta di sostituire l’ora di religione con quella di mistica fascista. O l’allegria perché “l’italietta democristiana” (anacronismo voluto, per il 2011?) ha scelto di rappresentare “Bella Ciao” nella sua più alta manifestazione “popolare” (con prime file e biglietti esorbitanti): Sanremo. Ecco a cosa è ridotto l’inno della resistenza, simbolo di una scelta e di un sacrificio che, malgrado sforzi revisionistici molto potenti, mai sarà possibile assimilare alle scelte di Mussolini e dei repubblichini.

Ma su queste cose gli associati di Casa Pound non potranno che farsi quattro risate.

Sebbene sia comprensibile evitare di avere a che fare con chi porta avanti idee e valori di questo genere, allo stesso modo in cui i comunisti, nonviolenti, terzomondisti, altromondisti e pacifisti mettono comunque paura, come tutti quelli che in Italia compiono scelte nette, voglio portare alcune riflessioni alla stessa sinistra.

Le dichiarazioni di Iannone su “Bella Ciao” hanno un taglio ben preciso. Il titolo del pezzo in cui argomenta prosaicamente è:”Bella ciao? Brano adatto a italietta che delocalizza”. Della visione dell’italietta abbiamo detto. La riflessione è sulla delocalizzazione, dalla Fiat a Lecce:”Quanto a Gianni Morandi-scrive Iannone-, potrebbe festeggiare devolvendo il suo compenso e quello dei cosiddetti vip ai 420 operai delocalizzati della Bat di Lecce: questa sì sarebbe vera rivoluzione e continuità ideale col Risorgimento, altro che teatrini e burattini”.

Sulla bufera leccese ho letto solo dichiarazioni poco convincenti. Mi ha colpito solo un comunicato di Saverio Congedo, che rimprovera il Pd (le Fabbriche di Nichi era scontato che protestassero e da “certa” sinistra non ci si può aspettare nient’altro, nevvero sonnacchiosi leccesi?): quando persino l’oscurantista Birmania libera la San Suu Kyi, il centrosinistra leccese fa una cosa anacronistica che riporta il clima agli anni Settanta. E ricorda dell’appello firmato a maggio 2010 da Sansonetti, Colombo e “Gli Altri”: “Manifestare è un diritto. Anche per il Blocco. Da Sansonetti a Colombo, l’appello della sinistra”, che così scrivevano: “Il diritto di manifestare liberamente e pacificamente è una pietra angolare della democrazia: deve essere difeso e garantito sempre, indipendentemente dal giudizio che si dà sui contenuti o sui promotori delle singole manifestazioni. Pertanto riteniamo grave e ingiustificato l’aver vietato il corteo del Blocco studentesco del 7 maggio, nonostante la distanza che ci separa da quella organizzazione e chiediamo che quel divieto venga tempestivamente revocato”.

Questa cosa è stata maldigerita da tutti, anche per via della violenza sui manifestanti di sinistra a opera di alcuni esponenti di Casa Pound. Sansonetti è stato accusato di seguire interessi editoriali e, in sostanza, di essere un “rafaniello”,per usare il gergo dei 99 Posse, uno rosso fuori e bianco dentro.

La mia domanda è: ma la sinistra le ha trovate le famose “nuove parole”?
Come l’intervento di Sansonetti & Co. dimostra, c’è scarsa compattezza nelle opinioni. Forse è meglio così. Però leghisti, fascisti, futuristi, tutti riescono a parlare agli operai. Tutti tornano in piazza a parlare alla gente, a “educare” i giovani con la scuola allo sfascio e le famiglie implose.

Le Fabbriche non rischiano di farsi ghetto? Si può smettere di nascondersi dietro la panacea dell’incostituzionalità dell’apologia del fascismo e affrontare questa gente sul piano dei contenuti, della cultura, del lessico, del metodo? L’incostituzionalità è una cosa gravissima, ma abbiamo visto quanto sia stato difficile impedire che si ritornasse a parlare di fascismo a più di mezzo secolo dalla sua caduta. E poi, loro lo dichiarano apertamente di essere fascisti, mentre molti esponenti politici di primo piano agiscono subdolamente e con opportunismo: è l’esempio del regalone che il ministro della Gioventù Giorgia Meloni stava per fare proprio a Casa Pound quest’estate, il finanziamento ai suoi circoli, bloccato per un pelo con tanto di botte al deputato Idv Francesco Barbato. E poi la “Festa del Popolo di Roma”, che sancisce il connubio di aspiranti e nostalgici fascisti del Pdl e dei circoli della nuova Italia.

Un modo di fare critica, a mio avviso, che arriva a tutti, senza barbe e in modo anche convincente potrebbe essere quello delle pesantissime metafore a fumetti di Alessio Spataro, che proprio la Meloni ha preso di mira con la sua “Ministronza”, o le invenzioni del programma web Tolleranza Zoro, che rappresenta invece un modo per portare argomenti a sinistra: magistrale la puntata in cui Zoro va fisicamente incontro al Paese, una cosa impensabile col Pd che ci si ritrovava. Cattivo gusto o critica di costume, e informazione?

Di sicuro si eviterebbe il grottesco “anacronismo”, sotto il quale gli ingenerosi quotidiani hanno fatto passare la manifestazione del 13 novembre, superando del tutto il nodo della questione, portato avanti dal Pd e da Sel, quello, appunto, del divieto costituzionale. Dialogare con queste realtà significa soltanto legittimarle? E poi, una Costituzione che sancisce la libertà di pensiero e di manifestazione può impedire che un pensiero torni a circolare o si ammanti di modernità? Cos’è stato da sempre con il Msi?  Se Sansonetti, Colombo, ma anche Michele Placido e altri hanno ritenuto di confrontarvisi, sono da ritenere dei pericolosi avanguardisti che sbagliano strategia o dai loro comportamenti possiamo apprendere qualcosa?
È vero anche in politica, o meglio tra gli elettori, che poli opposti si attraggono. Sarà forse questo l’intimo terrore della sinistra di schiacciare ogni manifestazione cromatica cupa invece di lasciarla crogiolare nella sua utopia?

Io credo che difficilmente ignorare o sciogliere queste realtà possa portare a risultati positivi. Anzitutto perché, per una mera questione di sicurezza e individuabilità, è meglio che siano in un gruppo definito. E poi perché la società italiana saprebbe accogliere le loro istanze migliori solo se queste concorressero al bene comune. Se così accadesse, sarebbe chiaro a tutti che tali istanze potrebbero essere raggiunte senza diffondere una cultura della violenza, della quale i neofascisti purtroppo non sono gli unici propalatori. Sarebbero anche uno stimolo al governo per la realizzazione di una “buona politica”, perché possa vedere apertamente in che modo può soccombere una nazione che ha avuto in seno importanti costruttori di pace, che bisognerebbe tornare a studiare. Prima di avvincere i giovani a slogan putrescenti.

  *La Peggio Gioventù è il nome di un altro gruppo musicale legato agli ambienti dell’estrema destra italiana

Gli italiani

“sono radicalmente cambiati, i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernista di tipo americano. L’Italia contadina e paleoindustriale è crollata, al suo posto c’è un vuoto che aspetta di essere colmato da una completa borghesizzazione americaneggiante falsamente tollerante”   
Pier Paolo Pasolini _10 giugno 1974 .”Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia”_in Scritti corsari_Garzanti

All’indomani del referendum che respingeva l’abrogazione della legge sul divorzio, primo gradino di una rivoluzione mica tanto silenziosa dei costumi italiani che di lì a poco sarebbero approdati all’aborto volontario, Pasolini realizzava l’ennesima pagina corsara, ancora estremamente attuale, a più di trent’anni dalla sua formulazione: tra i pochi intellettuali di sinistra schierati contro quel cambiamento epocale, ebbe l’onestà di leggere nel modo più sensato quel risultato che il Pc interpretava come una grande vittoria dell’ideologia di partito sul clericalismo della Dc fanfaniana.

I valori degli italiani stavano decisamente sfumando nel riflusso, ripiegandosi sull’edonismo consumista.
L’idea dell’estensione del benessere, dunque dei diritti personali, stava assomigliando sempre più ad un tritacarne relativista. Relativista nel modo meno intelligente, portando in seno la dissoluta  “libertà del sé”, che altro non è che  l’asservimento  al feticcio, l’affronto diretto del tabù, che genera superficiali conclusioni.
Così ora il divorzio è doveroso, guai se no, e  la 194 è necessaria, è una pietra miliare dell’emanicpazione.
Emancipazione di una società da sé stessa.
E guai se così non fosse, perché dinamiche complesse all’orizzonte designano la sua eventuale abrogazione come una china dalla quale non si risalirebbe più.
Giusto difenderla, dunque.

Perché ancora una volta la strumentalizzazione è politica, ammicca al Vaticano che governerà con Veltrusconi, mira ad ottenere i consensi di una lobby sempre più radicale e potente.
Non se ne discute nemmeno di tarare la bilancia del dibattito su qualcosa lontanamente simile a quanto scritto da Pasolini 34 anni fa.
Come dire: ormai al largo, si resti a galla.

Andrea Aufieri,
mercoledì 26 marzo 2008 9.56

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