Green jobs: tra riconversione e rivoluzione

 

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Andrea Aufieri, 7 giugno 2012

 

Alla vigilia della Giornata mondiale dell’Ambiente, tenutasi il 5 giugno 2012, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil oppure Ilo, nel suo più conosciuto acronimo inglese) ha pubblicato un importante dossier che dovrebbe prevenire lo svuotamento di senso del termine green economy. Il titolo è Lavorare per uno sviluppo sostenibile. Opportunità di lavoro dignitoso e inclusione sociale nell’era dell’economia verde.

Una corretta applicazione delle politiche pubbliche porterebbe all’acquisizione di una forbice tra i 15 e i 65 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo nel settore della green economy, nel giro di vent’anni. Cioè, non è che uno salti proprio di gioia alla notizia. Questo è teoricamente quel che basta per lasciare le cose come stanno e andare verso un incremento della crescita senza una vera soluzione di continuità. Il direttore generale dell’Oil, Juan Somavia, ha dichiarato che l’attuale modello di sviluppo si è dimostrato inefficace e insostenibile per l’ambiente, per le economie e per le società e che è giunto dunque il momento di muoversi al più presto verso un percorso di uno sviluppo sostenibile attraverso un insieme coerente di politiche che riconosca alle persone e al pianeta un posto centrale.

Ma è questo il modello giusto? Secondo il rapporto, questa transizione avrà una ricaduta sensibile su circa la metà della manodopera mondiale, stimata intorno al miliardo e mezzo di individui negli otto principali comparti dell’economia: l’agricoltura, l’industria forestale, la pesca, il settore dell’energia, l’industria manifatturiera ad alta intensità di manodopera, il riciclaggio dei rifiuti, le costruzioni e i trasporti. Pare che già nel 2012 il settore delle rinnovabili occupi cinque milioni di lavoratori, il doppio rispetto al quinquennio precedente e i benefici netti in termini di occupazione totale globale possano raggiungere il 2 per cento, con un valore molto più alto nei paesi emergenti come il Brasile.

La ricetta dell’Oil: occorre rivedere il ciclo produttivo nella sua interezza e renderlo completamente sostenibile, non bisognerebbe operare né tagli né sprechi sulla protezione sociale, il sostegno al reddito e la formazione, regolare gli aspetti della prevenzione primaria grazie alla mediazione sindacale e al rispetto della dignità dei lavoratori.

Fin qui il menù delle Nazioni Unite, che non dice niente sull’eccessiva mobilità delle merci, ad esempio. Movimenti come quello della Decrescita felice insistono sulle filiere corte e utili, sull’aumento di valore del lavoro e sulla completa riduzione di sprechi e ridondanze. E prendono gli applausi della gente, come è accaduto a Serge Latouche al Festival dell’Economia di Trento pochi giorni fa.

La verità non è definibile, non sta neanche nel mezzo, e dipende da molti fattori. Abbiamo già ragionato sulla centralità della crisi ecologica nell’ottica di crisi generale del mondo(finanziaria, alimentare ed energetica), e abbiamo detto che solo la soluzione di quella ecologica porterebbe cambiamenti reali. Ma non abbiamo valutato il negativo: se il crac per una delle quattro crisi dovesse arrivare, dobbiamo sperare che non arrivi per quella ecologica. Se così sarà, allora sono benvenuti i piccoli passi ventennali dell’Oil e dell’andamento generale della politica economica mondiale. Diversamente dovremmo ricordare, a dodici anni di distanza dal loro exploit, che ben poche ragioni dei No global sono state inevase dal tempo e dall’economia. E dovremmo pure ricordarci qual era il loro slogan, another world is possible.

Ottima chiusura di un pezzo eh? Però ragionerei anche sul portato di certe istanze dei movimenti e in parte dell’economia politica dell’European Left, finora più sensibile dei risorsisti alle sfide climatiche e ambientali, che passano necessariamente da tre verbi riformatori del ciclo produttivo: ridurre, riqualificare, rilocalizzare le merci rinunciando alla moda e allo spreco pianificato.

Una cultura realmente impostata sulla pace, sulla riduzione del traffico di merci e persone, sul cambio del modello alimentare completerebbero una rivoluzione che avrebbe un portato più ampio dello spettro valutato dall’Oil perché cambierebbe gli aspetti della vita di ciascun essere umano sulla Terra.

Lo spread ecologico

 

 

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Andrea Aufieri-6 giugno 2012

In numerose interviste Vandana Shiva forma il numero quattro con le dita della mano destra, per dire che da anni il mondo è in una quadruplice crisi: alimentare, ambientale, energetica e finanziaria. Secondo lei, esponente dell’ecofemminismo antiantropocentrista, il cambiamento deve essere radicale e non può prescindere da una revisione delle politiche glocali dell’ambiente. La filosofa indiana non è la sola a sostenere che il centro nevralgico delle quattro crisi è quella ecologica, molti sono anzi d’accordo sul fatto che questa sia l’unica crisi che, riducendo lo spread con gli altri fattori, cambierebbe radicalmente l’andamento delle altre. Nessuna politica internazionale sembra però aver fatto tesoro delle tesi degli analisti, altrimenti non si spiegherebbe come mai il deficit ecologico si verifica ogni anno più presto, quasi senza soluzione di continuità.

A questo punto i cittadini del mondo intero si dividono tra speranza e disillusione, ma comunque ripongono aspettative forse eccessive per il summit di Rio. Nel 1992, infatti, l’incontro ebbe un grande successo e diede vita ad alcuni accordi importanti: la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB), la Convenzione Onu sul Cambiamento Climatico (UNFCC), la Convenzione per Combattere la Desertificazione (PACD). Il risultato però è che la crisi alimentare è acuita, le emissioni non accennano a diminuire se non con l’inganno della cessione di mercato delle quote verdi, gli ecomigranti aumentano esponenzialmente per via della siccità e della conseguente desertificazione che li costringe ad abbandonare le loro terre.Un “però ci hanno provato” sembrerebbe inopportuno, visto che a fronte di tutto ciò è stato inventato il termine green economy,che nasconde l’ultima bolla speculativa su un settore che avrebbe potenzialità forse meno allettanti se basate invece su qualcosa di più razionale. Come per esempio la “regola delle tre r”: riduzione, riuso, riciclo. Può un’economia globalizzata sposare il verbo ridurre? La risposta è implicita nella connotazione negativa del termine green washing. Per fare un esempio innocuo prendiamo il carbone, un combustibile fossile residuato dell’industrializzazione ottocentesca, il cui picco di utilizzo come per il petrolio, è di là da venire. Visto che c’entra l’energia elettrica, nella testa di qualcuno si è illuminata una lampadina e il risultato è che procedimenti di dubbio impatto ecologico portano a risparmiare quantitativi minimi di anidride carbonica. Green washing in poche parole è pulire il carbone, ma si trattava solo di un esempio a caso.Per tornare al Rio+20, proprio il tema maggiormente in evidenza è quello della green economy, in tandem con il concetto di sviluppo sostenibile. Due termini che ormai difficilmente trovano un connubio con un’effettiva riduzione dei consumi, e neanche con un tentativo di contenerli. Se a Durban il concetto di fondo è stato: “continuiamo a produrre a ritmi elevati infischiandocene delle emissioni” cosa ne potrà venir fuori da una conferenza meno vincolante? Molta ipocrisia, forse, ed è per questo che in tutto il mondo le organizzazioni non governative e le associazioni ecologiste hanno cercato di fare un fronte comune per mettere al centro i reali temi che potrebbero dare risposte concrete contro la crisi ecologica.

Da noi è nata la Rete italiana per la giustizia ambientale e sociale (Rigas), formata da circa sessanta movimenti e associazioni, che coglie in pieno la questione: i temi nodali di una nuova e radicale politica ambientale passano da un vero lavaggio in chiave ambientale dell’economia, e quindi da una green economy più in sintonia con la natura. Il primo passo sarebbe la liberazione dal signoraggio del dollaro, poi la riaffermazione antiglobalista delle sovranità energetica e alimentare, la conversione ecologica dell’intera economia mondiale, che segnerebbe una nuova rivoluzione del capitalismo, il disarmo, nodo fondamentale, insieme con l’incentivazione del trasporto pubblico e dolce, l’accesso pubblico alle risorse fondamentali come l’acqua, strategia auto conclusiva del ciclo a rifiuti zero, un passo indietro rispetto all’erosione del suolo e all’accaparramento della terra da parte delle multinazionali.

Proprio a quest’ultimo punto, insieme con l’assunzione delle responsabilità dei danni ambientali e della prevenzione, risponde un’altra ong italiana, l’International court of environmental foundation (Icef) che già vent’anni fa aveva elaborato il primo prototipo di un tribunale internazionale per l’ambiente. Ci riproverà quest’anno, proponendo un ente e un coordinamento trasversali tra tutte le corti già esistente, con più potere di queste e con la capacità di richiamare a responsabilità ed effetti reali governi e multinazionali.

Questo è il mondo che i cittadini desiderano, chissà che non sentano il vento anche i governi.

Pensiero verde

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Andrea Aufieri-5 giugno 2012

Qual è la strada migliore per Rio? Non quella più breve, perché questo 2012 non simboleggia soltanto i vent’anni dal primo incontro in Brasile, ma anche, almeno, cinquant’anni di pensiero ecologista.

Per raccontare l’evoluzione dell’ecologia politica si dovrebbero fare delle premesse. Le parole chiave di queste premesse sarebbero, in sequenza (ma la cronologia è la storia degli imbecilli diceva Balzac e gli credo): industrializzazione, iperindustrializzazione, crisi, transizione, postmodernità, globalizzazione, crisi. Ogni passaggio è segnato da un notevole contrapporsi di correnti di pensiero, ma due sono quelle che più hanno segnato questa storia: la corrente antropocentrista, che vuole l’uomo al centro di ogni cosa, e quella antiantropocentrista che gli affianca la ragion d’essere degli altri esseri viventi del pianeta, il pianeta stesso e ancora i suoi ecosistemi.

Una tappa fondamentale è segnata da una domanda di una semplicità tale che nella testa sbagliata avrebbe potuto racchiudere in sé tutta una stagione di pubblicità di prodotti da forno per le famiglie: “perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d’America?”. Fu la domanda che si pose Rachel Carson, nel suo libro Silent spring (Primavera silenziosa) edito nel 1962: grazie al suo contributo il presidente John F. Kennedy istituì una commissione d’inchiesta che mise al bando molti pesticidi tra cui il noto Ddt. Poi scoppiò la crisi petrolifera e nel giro di dieci anni fiorirono le pubblicazioni ecologiste di ogni genere: dalle riflessioni filosofiche di ecologia sociale ad opera di Murray Bookchin alle tesi catastrofistiche del primo rapporto “Meadows”, edito dal Club di Roma nel 1972, che introduceva il concetto di limite allo sviluppo, un sacrilegio che la comunità internazionale avrebbe impiegato vent’anni a digerire.

Il ’72 è lo stesso anno della Conferenza di Stoccolma sull’Ambiente Umano: per la prima volta si sente il bisogno di regolare lo sfruttamento delle risorse naturali e l’inquinamento da parte dell’uomo. È di quell’anno il famoso slogan Think globally, act locally ed è a questo punto che il dibattito filosofico e accademico fa un salto sul piano giuridico internazionale.

Prima di allora cos’è stato? Non sempre è facile comprendere che il rapporto uomo-natura è sempre stato visto, almeno in occidente, come un continuo tentativo di sopraffazione dell’uno sull’altra, e che solo quando la tecnologia ha permesso di dominare grosso modo la natura, questa ha assunto i toni più piacevoli e positivi che ora ci viene così spontaneo attribuirle. Vigeva il cosiddetto antropocentrismo forte, quello basato sul cosiddetto cow-boy code, l’etica della frontiera, che consiste nello sfruttare nell’immediato quante più risorse possibili per trarne il maggior profitto. Da una posizione così radicale si è passati all’etica conservazionista, che evita il consumo immediato delle risorse ma le concepisce solo in funzione della sopravvivenza umana. L’etica della responsabilità teorizzata da Hans Jonas è la capacità di amministrazione delle risorse da parte dell’uomo tesa a evitare la distruzione della vita sul pianeta.

Le tesi antiantropocentriche si sono dibattute in aperto contrasto con lo sviluppismo risorsista e tra le correnti principali si possono accomodare senz’altro il preservazionismo, che al contrario del conservazionismo non vede le risorse naturali nella sola ottica funzionale di sfruttamento da parte dell’uomo, il biocentrismo, che affianca all’uomo tutti gli altri esseri viventi della Terra, e la sua falange estrema, l’ecocentrismo, che dilata la messa a fuoco inserendoci anche gli elementi e gli ecosistemi.

A questo punto uno potrebbe anche scegliere per chi tifare, tenendo conto dell’estrema rilevanza della ricaduta di ciascuna corrente dell’ecologia politica sul diritto. Le cose però non sono così semplici e le stesse conferenze, carte e dichiarazioni venute fuori dai summit internazionali sembrano avere un andamento schizofrenico anche se in fin dei conti individuabile. Infatti, a parte l’approccio antiantropocentrico della Carta mondiale della natura, approvata dall’Onu nel 1982, della Carta della Terra del 2000, fortemente voluta dall’ong Earth Charter International e della Dichiarazione dei diritti fondamentali della Madre Terra, redatta al termine della Conferenza dei popoli di Cochabamba nel 2010, tutti gli altri documenti preferiscono la strada di un antropocentrismo debole.

Secondo le visioni portate avanti, tra gli altri, da Rifkin e Sachs, l’uomo è un amministratore delegato dalla natura per preservare tutto il globo dalla distruzione, rispettando i cicli e i tempi naturali e prendendo per sé e per le generazioni future solo quello che è necessario alla vita. Con quest’ottica sono stati realizzati gli accordi internazionali più importanti, da Stoccolma a Kyoto. Ma se le Carte antiantropocentriche non sono state quasi ignorate dalla comunità, ancora più ipocrisia sembra aver colpito gli altri accordi, e sebbene il linguaggio universale dei diritti umani sembra non accogliere la possibilità di veicolare universalmente i diritti deumanizzati, che Norberto Bobbio catalogava come quelli di “terza generazione”, auspicandone la realizzazione come un impegno che avrebbe messo l’umanità sotto la luce dei suoi momenti migliori, non sembrano esserci strade più allettanti. Un ulteriore tentativo lo ha fatto Sarah Whatmore, docente di politica pubblica e ambientale a Oxford, evitando di parlare di antiantropocentrismo e di deumanizzazione dei diritti, bensì reimpiegando il termine superumanesimo, probabilmente nella reale accezione nietzschiana e togliendo il negativo a “postumanesimo”. L’affermazione del concetto dipenderà dall’impiego del pensiero attivo di Deleuze: quanto ci metteremo a partecipare e spostare le questioni politiche dall’asse nel quale sembrano piantate?

Per terminare questo racconto potrei spostare il punto di vista su qualcosa di non propriamente umano, tipo un cucciolo, o un fantastico pino che fa ombra e tante altre belle cose. Scelgo invece un punto di vista scomodo, quello di un animale selezionato per fare la cavia da laboratorio. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato nel 2007 dalla Lav, potremmo sostituire gli animali con altre cose (cellule e processori, soprattutto) per tante ricerche ma non per tutte: la posizione degli animali da laboratorio è come quella del petrolio nei confronti delle alternative, ci vogliono ricerca e volontà politica per rendere stabile il sistema differente. Seguendo il principio di Whatmore, basato sulla possibilità che anche gli esseri non umani sviluppino una coscienza, chiederei al nostro amico cosa ne pensa dello slogan di Rio+20, The world we want. Avrebbe poco tempo per rispondere, però.
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/deep-ecology/pensiero-verde#ixzz2T0Emm441

Un bon ton ecologista

Più o meno tutte le mie ricerche ruotano intorno a un sospetto ricorrente: che il modello di sviluppo occidentale sia fondamentalmente in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli del mondo quanto con l’aspirazione di riconciliare l’umanità con la natura.

Così Wolfgang Sachs riassumeva il proprio pensiero in Ambiente e giustizia sociale. Non è difficile dargli torto. Il protrarsi del dominio dell’uomo sulla natura senza alcun freno ha portato alle crisi molteplici che stiamo vivendo, e l’ultracapitalismo ha accelerato il processo di disgregazione dell’uomo dalla natura, estendendo il modello distruttivo ben oltre l’occidente.

A vent’anni dal vertice mondiale di Rio de Janeiro le nazioni si ritroveranno ancora a discutere di ambiente, ma con una precisa convinzione: quanto più impegnativi sono gli obiettivi fissati in meeting come quello del ’92 tanto più clamorosi saranno i fallimenti. L’Agenda21 che vagiva nel ’92 ha portato ai grandi assenti di Kyoto e infine al disastro di Durban. Proprio alla conferenza di Durban è emerso il nodo della questione: perché i paesi in ascesa devono sacrificare la loro crescita per rimediare agli errori dell’occidente, che per quasi tre secoli ha prosperato indisturbato? Dal canto loro, gli stati iperindustrializzati sembrano muovere all’unisono una questione speculare: perché sacrificarsi al punto da essere superati dai paesi in ascesa economica?

Se il Canada ha risposto con eloquenza ritirandosi dal consesso dei firmatari del Protocollo di Kyoto, si guarda con speranza alla ragionevolezza di nazioni come India e Brasile. Ma proprio il Brasile, che nel ’92 era la speranza dei sostenitori del “capitalismo dal volto umano”, non ha ancora una legislazione ambientale adeguata, procede con il deforestamento intensivo dell’Amazzonia (l’ultimo picco però è avvenuto nel quinquennio 2001-2006, al ritmo di circa 28mila chilometri quadrati all’anno) e mostra pericolose oscillazioni dopo il veto del governo Roussoff alla moratoria per i reati ambientali.

Riconoscendo l’aspetto finanziario deludente nell’approccio alle tematiche ambientali, la comunità internazionale prova ad affrontare la questione del rispetto delle regole in ambito universale. L’istanza è semplice: se le multinazionali possono comportarsi seguendo un diverso manuale di bon ton a seconda del tavolo in cui siedono, può il diritto provare a uniformare quel manuale? La risposta è confusa e poco concreta, persa nell’ipocrisia che normalmente vige nelle dichiarazioni ufficiali dei summit internazionali. Ma tanto in salute non sta neanche il metodo. Esiste una sola branca universale del diritto, quella dei cosiddetti diritti umani. Sarà quella giusta in cui far confluire i problemi dell’ecologia politica e quelli posti dalla gravità della situazione?

Al dibattito filosofico e giuridico montato dagli anni sessanta a oggi, alle istanze più urgenti in vista di Rio+20 e al caso Italia saranno dedicati i prossimi post.

Ecco a voi Deep Ecology!

http://www.linkiesta.it/blogs/deep-ecology/

 

Carissm* utenti,

ho deciso di partecipare al blog contest del sito d’informazione Linkiesta. Lo farò con tematiche relative all’ecologia politica e al giornalismo ambientale.

Spero vogliate seguirmi anche su questo blog e condividere nonché partecipare.

Qui di seguito il link al blog, che sarà attivo sicuramente fino alla mezzanotte del 10 giugno:

http://www.linkiesta.it/blogs/deep-ecology

Cordialmente,

Andrea

 

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