Nessun posto è sicuro per gli ultimi in Italia

«Salvare le vite nel Mediterraneo è un obbligo morale. Non è accettabile la strumentalizzazione di chi cavalca la paura per prendere qualche voto in più». Lo diceva Roberto Speranza, aprile 2017. Oggi, nelle vesti di ministro della Salute, ammanta della condizione di “necessario” il decreto che trasforma l’Italia in porto non sicuro per via della pandemia. Sembra sia questione di ore, ma il decreto non è ancora ufficiale e magari si nutre la …speranza…che un raggio di lucidità illumini la mente del ministro e degli altri firmatari. Anzitutto perché in Italia abbiamo un problema serio di gestione delle politiche migratorie. Le trattiamo come “emergenze” quando sono fatti strutturati. Le trattiamo come mero argomento di consenso politico, al punto che come si vede, non c’è bisogno di avere Salvini al governo per ottenere risposte sbagliate in questo campo.

E questo provvedimento è sbagliato e controverso: anzitutto perché è il solito specchietto per le allodole. Almeno per la forma con la quale il decreto è circolato, Non mette fine agli sbarchi, semplicemente impedisce alle navi straniere che operano fuori dalla zona di competenza italiana di approdare nei porti nazionali.

Non mette fine agli sbarchi, perché restano comunque i presidi di competenza italiana.

Non mette fine agli sbarchi, perché rende ancora più disperati i tentativi di approdo delle carrette del mare, aumentando dunque la possibilità di arrivi clandestini piuttosto che in sicurezza, come le navi delle ong avrebbero potuto garantire.

A proposito, come si impediranno gli approdi clandestini? Con i respingimenti, si presume, che tecnicamente sarebbero vietati. Di nuovo, in una situazione di pandemia, porremo i servitori dello Stato nella condizione di dover cacciare verso un destino ignoto frotte di disperati.

Non ha senso neanche pensare che siano le ong il vero obiettivo del decreto: nel Mediterraneo, proprio a causa della pandemia, è rimasta solo la tedesca Alan Kurdi a fare da baluardo di umanità. Sembra sin troppo semplice concludere che sia il consenso, il vero obiettivo. Una forma di tampone antipanico in mancanza dei tamponi antivirus.

È questo, ma non è solo questo: immaginate un momento in cui l’Europa intera, e magari tutti i paesi che affacciano sul Mediterraneo, cominciano a collaborare spinti da un senso di fratellanza e contribuiscono alla creazione di corridoi sanitari, al massimo di hotspot in mare per il monitoraggio dei migranti, la gestione umana dei sani e il trasporto in sicurezza dei malati verso le strutture sanitarie adibite. Sarebbe il minimo e le spinte perché questo si realizzi ci sono e non hanno abbastanza voce. Quello che ci consegna la realtà è un puzzle di decisioni differenti e autonome, senza neanche un accenno di dialogo.

Il consenso. Pensate che tutto questo non ci tocchi? Che i migranti in mare siano una parte sfortunata della storia sulla quale non possiamo concentrarci? Che il rumore della nostra disperazione vada ascoltato per primo, vero? Ecco, quella disperazione è la leva sulla quale le lobbies industriali di questo paese stanno spingendo per fare in modo che la produzione riprenda in piena emergenza. Oggi i giornali degli industriali sono ricchi di titoli che ci rassicurano su come sia necessario che l’Italia riparta. Dal Nord. Che è sotto il mirino. Di come sia pacifico che le misure di sicurezza e di protezione individuale saranno rispettate per tutti i venerati operai. Chiudiamo un occhio sul fatto che dopo due mesi di emergenza, determinati dispositivi non siano ancora sufficienti nemmeno per i medici in prima linea. Agli industriali fanno eco i proprietari che fanno presente come a breve cominceranno a scarseggiare la frutta e la verdura perché nessuno le raccoglie. E chi dovrebbe raccoglierle? Ma gli immigrati, e una quota di disperati italiani. Bisogna autorizzarli con provvedimenti “straordinari” perché questa è un’ “emergenza”, oppure tutti continueranno come si è fatto finora, infischiandosene dei diritti e permettendo lo sfruttamento di gente poverissima, che si accampa nei ghetti dove ahivoglia a rispettare il distanziamento fisico e le norme di contenimento del contagio. Ovviamente provvedimento straordinario non fa rima con regolarizzazione. Non siamo mica il Portogallo, non pensiamo mica che dare diritti di cittadinanza agli immigrati possa salvare tutti dal contagio, dalla paura, dalla disperazione. No. Perché tutto è lontano da noi, non ci tocca, finché non ci tossisce sul muso.

*Pubblicato da Daily Muslim

Regionali 2020 Emilia Romagna e Calabria, analisi del voto

Potrebbe essere una vittoria di Pirro, ma intanto la coalizione di centrosinistra ha tenuto nella sua storica roccaforte, l’Emilia Romagna, nonostante i risultati delle scorse europee e la crescente deriva sovrano-populista guidata da Matteo Salvini, nel contesto di un’affluenza arrivata quasi al doppio delle regionali precedenti.

Discorso diverso per la Calabria, e con tinte più inquietanti, dove la candidata di centrodestra, Jole Santelli, ottiene una vittoria schiacciante.

Andiamo con ordine: il candidato della coalizione di centrosinistra, Stefano Bonaccini, viene da un quinquennio positivo sempre alla guida della Regione, in un contesto in cui tutto il sistema economico è retto dal modello delle cooperative rosse. Modello che ha cominciato a scricchiolare insieme alla crisi italiana prima e globale poi, ma che ancora rappresenta il più grande attrattore economico del Centronord Italia, e non solo. Ne derivano diverse riflessioni, prima su tutte quella sul malcontento per la stagnazione, dal clientelismo e da tutto ciò che comporta una governance di così lungo periodo.

Al punto che, come rivendicato dalla rivale di Bonaccini, Lucia Borgonzoni, per la prima volta nella storia della repubblica, la leadership emiliana è stata realmente disputabile. E lo è stato sopratutto per il voto in Emilia, cosa che dovrebbe far riflettere più di qualcuno.

Guardiamo i numeri: l’intera coalizione di centrosinistra si attesta intorno al 51,42%: il Pd è il partito più votato in assoluto, con il 34,68%. Se guardiamo alla coalizione avversaria, ferma al 43,63%, scorgiamo una Lega al 31,95%, corroborata però, dall’ottima performance di Fratelli d’Italia, all’8.59%. Se aggiungiamo anche il deludente 2.56% di Forza Italia otteniamo un discreto 43,1%, a fronte del faticoso 38,16% che avrebbero raccolto i partiti nazionali di centrosinistra (Pd, Europa Verde, +Europa) se non ci fosse stato il valore aggiunto di Emilia Romagna Coraggiosa (3,77%) e soprattutto la lista Bonaccini (5,76%), che in questo ha dimostrato il suo peso contro le liste d’appoggio di Borgonzoni, davvero irrilevanti numericamente. Un po’ come i tre partiti di “sinistra sinistra” che si sono presentati come duri e puri.

Ha pagato da un lato l’assenza del segretario Zingaretti, che ha lasciato spazio d’azione ai contenuti e ai fatti di Bonaccini, evitando così quella foto stile Frankenstein dell’intera coalizione di governo giallo-rossa che aveva ulteriormente affossato il “povero” Bianconi in Umbria.

Hanno portato numeri anche i Verdi e +Europa, ma il vero elefante nella stanza è il binomio Sardine/Cinquestelle: le prime hanno evidentemente motivato al voto antileghista, i secondi hanno liberato i votanti nelle opposte direzioni. Solo il 34,8% per il candidato pentastellato Benini.

Per la Lega la sconfitta è bruciante, però, perché al netto della scelta errata di candidare Lucia Borgonzoni, il modello dolcevita e giacca di Salvini che ci ha messo la faccia, oscurando la sua candidata, tentando di riciclarsi come “rosso friendly”, cavalcando l’attacco demagogico sui fatti di Bibbiano (esempio di bolla mediatica inutile se si leggono i fatti e se poi si va al conteggio dei voti: un pesante 56,70% per Bonaccini), senza dimenticare quell’orrendo tentativo di esecuzione mediatica al citofono di un cittadino italiano di origini tunisine, minorenne per giunta.

Chissà che non sia un monito per risalire la china della decenza? Ne dubitiamo fortemente.

Anche perché c’è il tasto dolente della Calabria: anche qui l’affluenza è lievemente migliorata e i dati non sono ancora definitivi, purtroppo, ma una residente a Roma, Jole Santelli, candidata del centrodestra, si è imposta con il 55,41% delle preferenze sull’avversario del centrosinistra, il noto imprenditore Pippo Callipo (30,06%).

La depressione sociale ed economica, nonché la storica presenza della ‘ndrangheta sul cui rapporto con la politica indaga da tempo il procuratore Nicola Gratteri, non sono fattori dei quali si può fare a meno nella lettura del voto.

Osservando le percentuali a sostegno di Santelli, risulta all’occhio quella che si potrebbe definire una scientifica ripartizione delle preferenze, che porta oltre il 12% sia per la Lega che per Forza Italia, e lascia giusto un passetto indietro, al 10.8%, Fratelli d’Italia.

Decisamente più povero il bottino di Callipo, che porta il Pd al 15,19%, mentre restano a meno della metà le liste di appoggio. Naufraga dunque il progetto “Io resto in Calabria”, ma è difficile ignorare una situazione in cui le sole elezioni politiche possano risolvere qualcosa.

* Articolo pubblicato su Daily Muslim

Attentato a Roma e suicidi: il Primo maggio dell’Italia disperata

«Uno di noi, guai a voi!». Lo slogan ha accompagnato l’immagine dell’attentatore di Palazzo Chigi, Luigi Preiti, sugli striscioni di molti manifestanti. Il contesto, quello del concerto del Primo maggio a Napoli, annullato per motivi di ordine pubblico. La rabbia domina le piazze reali e quelle virtuali, non da ieri. In molti hanno sperato che i sei colpi dell’ex muratore Preiti, esplosi dalla sua pistola con matricola abrasa, avessero colpito altri obiettivi. Non il brigadiere Giangrande o il carabiniere scelto Negri. Lo stesso Preiti ha detto che avrebbe voluto colpire uno della «casta».

Mentre la nuova legislatura ha preso tempi non ragionevoli, tutta l’Italia ha continuato a sprofondare nel suo dramma. In questi giorni la disoccupazione generale è salita al 38 per cento, al Sud quella giovanile oscilla tra il 30 e il 40 per cento. E se si guarda ai laureati, si arriva al 50 per cento. Il terremoto di fallimenti, licenziamenti e suicidi ha riguardato tutti. Dal ricco Nordest all’assuefatto Mezzogiorno.

Le storie sembrano costruite in maniera industriale. C’è il disperato che perde anche i lavori da niente; l’imprenditore corroso dai debiti che non può più far fronte alle esigenze famigliari. C’è il disoccupato che a Perugia si è visto rifiutare un finanziamento decisivo. E ha fatto fuoco su una dipendente precaria della Provincia. A Bari un anziano, dopo aver perso anche la sua casa, ha tentato di darsi fuoco di fronte al sindaco.

Di fronte al numero crescente di suicidi, lo stesso ex premier Mario Monti dichiarò, lo scorso anno, che si trattava di una percentuale tollerabile nell’ambito di una generale ripresa. Di tutt’altro segno i commenti politici all’attentato di Roma. Dal nuovo esecutivo si sono scagliati contro chi, sotto elezioni, ha alimentato la rabbia sociale riversando in politica un gergo violento. Si rivolgono al Movimento 5 stelle, ma è una strumentalizzazione, perché le campagne sono sempre accese, dal 1948.

Tutt’altra connessione potrebbero stabilire i nostri politici, se si soffermassero meglio sulla figura di Preiti, in base a quello che sappiamo oggi. Un’inchiesta di La7, ieri sera, ha dimostrato in che modo chi non ha più un lavoro, come Preiti-che ha anche dovuto lasciare la sua famiglia a Torino per tornare dai suoi a Rosarno-, può rovinarsi del tutto in modo legale. I videopoker e le slot machine hanno prosciugato gli ultimi risparmi del quarantanovenne calabrese e di milioni di italiani. Le aziende che le producono agiscono fuori dal sistema fiscale, eppure l’Eurispes l’anno scorso ne ha elogiato gli ottimi ricavi. Specificando che quei ricavi rientrano nelle politiche sociali. Curando, per esempio, chi sviluppa dipendenza dal gioco. Effetti collaterali, come i proiettili sul parlamento, esclusi.

Il Sole (24 Ore) scioglie la crisi?

I dati dell’associazione Accertamenti diffusione stampa, Ads, sono eloquenti: il quotidiano on line più letto a gennaio 2013 è stato Il Sole 24 ore, con più di 46mila copie vendute. Roberto Napoletano, direttore del quotidiano di Confindustria, ha analizzato il successo del giornale all’ateneo barese. In controtendenza perfino con il titolo dell’incontro, «Il giornalismo al tempo della crisi», sebbene questo fosse ispirato al libro «Promemoria italiano», raccolta dei memorandum domenicali del giornalista di La Spezia.

La discussione, a tratti davvero appassionata, non ha potuto certo fugare i dubbi sul futuro della stampa in Italia. E non sono poche le obiezioni accoglibili sulla possibilità reale che un quotidiano, finanziato dalla grande industria privata, possa restare sempre fedele alla visione classica del giornalismo come cane da guardia della democrazia.

Il Sole prosciuga la crisi. L’introduzione di Giuseppe De Tomaso, direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, ha permesso a Napoletano di ricordare un periodo importante della sua carriera. La Gazzetta dell’allora direttore Lino Patruno lo ha chiamato a collaborare quando, nonostante le importanti inchieste realizzate per Il Mattino, si è ritrovato disoccupato. Una posizione che gli ha fatto imparare cosa significhi essere una specie di appestato, perché intorno a lui si è fatto il deserto. Da cui è uscito bluffando, perché apparire forte, nel suo caso, lo ha aiutato a convincersene e a indurre gli altri a pensarlo.
L’approdo al Sole gli ha fatto invece capire come un giornale può costruirsi un avvenire solido. In questo modo Napoletano ha compiuto uno slalom sull’argomento della crisi del giornalismo. «Contro la crisi – esclama perentorio -, occorre offrire informazione tecnica, specialistica e autorevole!». È l’elogio della specializzazione: cronisti e analisti che da trent’anni scrivono su argomenti specifici rappresentano una sicurezza in termini di affidabilità, e ciò ha permesso al quotidiano di rinnovarsi puntando sempre sul suo passato. «Questo è un fatto riscontrabile subito sul sito – spiega – perché nella correlazione degli articoli a un determinato fatto, è possibile ricostruirne la storia senza contorno, senza le chiacchiere». D’altronde, il faro intorno al quale si muove la sua esperienza lavorativa, è «l’ancoraggio fortissimo al giornalismo comparativo compilativo, quanto mai documentato, correndo anche il rischio di sbagliare, tornando allora a studiare e documentarsi».

«FATE PRESTO». Ha titolato così in apertura il Sole il 10 novembre 2011. Un titolo a caratteri cubitali insolito per il quotidiano economico. Preso in prestito dal celebre: «FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla», che il 23 novembre 1980 Roberto Ciuni del Mattino di Napoli titolava a tre giorni dal terremoto in Irpinia.
Cos’è successo? Gli analisti del quotidiano hanno riscontrato, sempre ancorati a quello che il direttore ha chiamato «semplice rigore algebrico», che i titoli di Stato a brevissima scadenza hanno cominciato a essere scambiati sul mercato secondario a un valore superiore di quelli a lungo termine. E che lo spread Btb-Bund è arrivato a 550 punti.
In parole semplici, la credibilità dello Stato italiano stava scomparendo in un grosso buco finanziario. Quindi la riflessione che ha portato a chiedere un governo tecnico con una credibilità internazionale e, poi, la pubblicazione del libro.
Perché il rischio corso è stato rimosso solo per il fatto che il governo Monti è riuscito a modificare le cose.
Contro la proverbiale memoria corta degli italiani, il memorandum:«Memorandum è un pro-memoria, per aiutare la buona memoria. Nessun paese ha un futuro se non conosce la propria storia».

La domanda. Il libro ripercorre la storia italiana, attraverso l’esempio e la testimonianza di «uomini di Stato e uomini del fare».
Essi rappresentano il lato luminoso di un’Italia produttiva e ne sono il faro che dovrebbe alimentare i valori da rimettere al centro per riprendere la buona strada. Alcuni nomi su tutti: Donato Menichella, Gabriele Pescatore, Giuseppe Di Vittorio, Angelo Costa, Ezio Vanoni. Erano i tempi della ricostruzione umana, civile e industriale del Paese, e l’Economist poteva scrivere della «lepre della Cassa del Mezzogiorno», che poteva fare del Sud quello che la Germania ha fatto poi con l’Est, dopo la riunificazione. Non è stato così.
Bisogna riprendere da dove è stato lasciato il discorso, ma con uno sguardo glocale sulle cose. Riprendere il discorso sulla cultura, sul lavoro, sulla cultura del lavoro e sull’indice di esportazione della cultura.
La chiusura del direttore è un tiro a effetto:«Sono solo “noccioline vergognose” gli sprechi della politica e i suoi costi, sui quali ci scagliamo con l’onda dell’antipolitica. Valutiamo invece l’esplosione della spesa pubblica italiana, senza che questo possa aver portato benefici». Napoletano si riferisce all’aumento in pochi anni di più del 50 per cento della tassazione regionale, che non è coincisa con una diminuzione delle tasse a livello centrale. Queste sono aumentate, anzi, del 30 per cento. Il risultato del pallottoliere segna una cifra impressionante: 150 miliardi di euro di tasse destinate alla spesa pubblica produttiva.
Dove sono andati a finire questi soldi? Prima che l’effetto della chiusura porti il pallone in curva, e dunque provando a centrare lo specchio della porta con una deviazione opportuna, si può girare la stessa domanda al quotidiano economico. Il Sole 24 ore monitora attentamente l’andamento dell’economia italiana, fungendo quasi da osservatorio privilegiato della spesa pubblica e privata, degli investimenti e della finanza.
Dunque, secondo la massima alla base del giornalismo: «follow the money!» sembra quasi obbligatorio chiedere dove è più opportuno volgere lo sguardo.
Contattato tre volte per email in sei giorni, il direttore ha risposto chiedendo di rinviare la risposta per via degli attuali «giorni duri», politicamente ed economicamente parlando. Riceverà altri promemoria.

Tra Beppe e Silvio: se le elezioni le vince chi sa comunicare

Telespettatori e fruitori del web hanno fatto la fortuna dei due personaggi  border-line alle ultime elezioni politiche, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Solo due mesi fa nessuno avrebbe detto che il finale di partita sarebbe stato loro, che hanno saputo attrarre la metà delle preferenze degli italiani.

L’estate scorsa si è fatto un gran parlare della Casaleggio associati, l’azienda di Gianroberto Casaleggio specializzata in marketing di rete, che ha reso stabile il successo del comico genovese. Dal guru italiano del web sono nate le idee di costruire i Meetup, la base del Movimento 5 stelle, i «day» di vario tipo messi su dal movimento e un nuovo concetto di democrazia digitale diretta.

Non si parlerà mai abbastanza, invece, dello specialista per eccellenza di questo tipo di comunicazione. Eppure Berlusconi ha provato a mettere in guardia tutti, l’anno scorso, scrivendo la prefazione del libro dei suoi collaboratori ed esperti di comunicazione più fidati. Antonio Palmieri, Gianni Comolli, Cesare Priori e Massimo Piana hanno realizzato l’analisi delle strategie comunicative dei partiti del cavaliere dal 1994 al 2012.

L’esperto comunicatore Berlusconi ha toccato la pancia e il portafogli dei suoi interlocutori, ha detto loro quello che speravano di sentirsi dire. E lo ha fatto attraverso un mezzo di comunicazione dalla portata fenomenale: il 98 per cento della popolazione italiana, 58 milioni di persone, possiede un televisore. Berlusconi ha evitato le piazze. Ogni comizio pubblico, al chiuso, è stato preparato e studiato fin nei minimi dettagli, al punto che ci si chiede quanti voti in più gli avrebbe fruttato realizzare l’ultimo incontro a Napoli, saltato per indisposizione. Sono diventati celebri i suoi slogan, ripresi e amplificati anche in rete, «Paghi Bersani, Prendi Monti» o le varie proposte-shock e le restituzioni.

Quasi come se avesse pattuito una spartizione dei campi d’influenza, Grillo ha consolidato la sua presenza su internet con milioni di visite sul suo sito (il dato più recente, proveniente però dallo stesso blogger genovese, è quello di oltre cinque milioni di visitatori unici giornalieri). Da sette anni il suo è il blog più visitato in Italia. Dei 39 milioni di italiani che hanno accesso al web, gran parte di loro ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Con l’aggiunta di una laurea, proprio questa fascia d’età è l’utenza privilegiata del sito del genovese, che ha ottenuto un totale di 16 milioni di voti tra Camera e Senato, come se avesse spostato i suoi utenti dal sito all’urna elettorale. All’esatto opposto di Berlusconi, Grillo ha evitato i giornalisti e riempito le piazze. Da dove ha urlato anche lui slogan e proposte: «Tutti a casa!» e «Apriremo il parlamento come una scatoletta!» racchiudono tanto l’elemento di novità del movimento-far entrare la società civile nell’emiciclo-, quanto il voto di protesta.

Lo sconfitto, cioè il partito che è arrivato primo senza vincere, per citare il suo leader, è il Pd. La campagna elettorale del Partito democratico è stata trasparente nel senso dell’assenza, quando i suoi video «virali» non hanno irritato la base; non ha forgiato slogan significativi e ha tenuto un profilo basso che gli ha fatto dilapidare un vantaggio di 15 punti percentuali. Che gli italiani abbiano ancora bisogno di slogan e di parole urlate, questo è un dato di fatto e insieme un nodo che per ora non può essere sciolto.

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