Prima del buio, le tre vite di Nathaniel che sta diventando cieco

La sezione pugliese del Gus – Gruppo Umana Solidarietà e il percorso innovativo progettato per un migrante colpito da un glaucoma. E tanti stereotipi smontanti intorno alla cosiddetta “seconda accoglienza”.

 

Ci conosciamo da meno di cinque minuti e Nathaniel già mi mostra le foto della sua famiglia, in Nigeria. Ce n’è una in cui abbraccia tutti con tenerezza: la moglie Juliana, la primogenita Precious, la piccola Joy e i due figli maschi Prince e Divine. Nathaniel fissa per istanti lunghissimi le foto, le accarezza tenendo il suo smartphone in obliquo davanti a sé. Da pochi giorni ha chiesto a parenti e amici di inviargli le foto che li ritraggono nei posti in cui hanno condiviso quotidianità ed esperienze: vuole imprimere nella memoria volti, luoghi e dettagli per non scordarli mai più, perché presto sarà capace di disegnare con le mani i volti che ama. Vuole farlo perché la sua vista potrà solo peggiorare. Alcuni mesi fa gli hanno diagnosticato un glaucoma a uno stadio molto avanzato e adesso la sua acutezza visiva non supera il 30 per cento.

Quando cerca di parlarmi del suo problema, Nathaniel non lo nomina mai, si emoziona e ripete la stessa formula: «Se dio vuole non sarò cieco, o lo sarò il più tardi possibile, e finalmente potrò rivedere mia moglie e i miei figli, e loro saranno fieri di me».

Al suo fianco ci sono gli operatori dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) Gruppo Umana Solidarietà (Gus) di Castrì di Lecce e l’accuratezza del programma della società 3T Service (Turismo, territorio e tutela), guidata da Alessandro Napoli con Sonia Gioia. Interpellati dal Gus, i due hanno sviluppato un percorso specifico per Nathaniel, basato sulla loro esperienza personale: Alessandro è diventato cieco da bambino, sempre per un glaucoma, e Sonia è ipovedente.

Le tre vite di Nathaniel

Inventarsi una nuova vita, per Nathaniel, a 46 anni e a più di cinquemila chilometri da casa, era di per sé una sfida, ma data la sua tempra queste difficoltà non bastavano. Si è aggiunta la crescente ipovisione a mettere a rischio i suoi progetti. Mi racconta tutto con il suo ottimo inglese, come se fosse nel bel mezzo dell’azione, e la cosa mi stupisce perché fino a quel momento mi ha dato l’impressione di essere una persona di poche parole. Fino al 2013 la sua sarebbe stata la storia di un piccolo commerciante anglicano del villaggio igbo di Umubochi, a poco più di cento chilometri dall’oceano Atlantico. Viveva con i suoi famigliari nella casa dei fratelli e aveva un emporio con pezzi di ricambio per auto, accessori per l’abbigliamento, prodotti per l’igiene intima e per la casa, cellulari e alimenti in scatola.

Un giorno scoppia una violenta lite con i fratelli per l’eredità di un parente. «La vita da noi ha meno valore di alcune cose», mi dice con amarezza. Il pensiero va alla vicenda del padre, arrestato per aver sparato alla pecora di un vicino perché gli aveva devastato il raccolto: in carcere ha contratto qualche infezione che al suo rilascio gli ha concesso solo un mese di vita. «Ho avuto paura, così ho portato mia moglie e i miei figli nella casa di mia madre e siccome nel mio villaggio non potevo più lavorare sono andato in Libia con un amico».

I due salgono così sul primo dei tanti bus scassati che trovano e arrivano a Tripoli, dove si sistemano in un ghetto gestito da un piccolo boss, dal quale ricevono il permesso di avere un posto dove dormire in cambio di soldi: «Una sweet life che doveva essere pagata con grande attenzione. Bisognava portare sempre tutto con sé e non appoggiare mai niente sui tavoli o sui catini, perché subivamo furti anche mentre ci lavavamo la faccia». Per due volte gli rubano tutti i risparmi e l’ultima decide di andare via. All’autolavaggio dove lavora comincia ad avere qualche problema, gli occhi gli fanno brutti scherzi. Viene visitato da un dottore arabo che trova un occhio compromesso, gli consiglia un’operazione e gli scrive un referto. Nathaniel non capisce la lingua e non segue il consiglio: «Non potevo andare in ospedale perché non avevo documenti e mi avrebbero arrestato, ho molta paura della polizia libica». Intanto nelle sue condizioni viene allontanato dal lavoro e non può mandare soldi a casa, dove cominciano a pensare che stia cercando di sparire.

«Il mio problema in Nigeria non è preso sul serio, è una cosa culturale, finché abbiamo gli occhi dovremmo vederci».

Gli chiedo se di fronte ai dubbi della sua famiglia si sia sentito perso: «No, era nel disegno di dio». Così come dice sia stato dio a fargli avere l’intuizione di potersi imbarcare per arrivare in Italia: «Sentivo che qui avrei potuto almeno capire cosa mi è successo». Così spende i suoi ultimi 950 dinari, circa 600 euro, e convince il suo amico Christian ad accompagnarlo nella traversata. La notte dell’imbarco ha una specie di paralisi, non riesce a muoversi, forse solo per la paura. Il suo amico lo trascina sul barcone, dove sono stipate altre quarantaquattro persone. Dopo diciotto ore di viaggio il mare si agita e cominciano a esserci i primi problemi per la mancanza di aria e di spazio. Anche per questo motivo Nathaniel è immerso per metà in acqua e una donna lo tiene stretto per impedirgli di cadere. Un elicottero della guardia di finanza individua i profughi e invia una motovedetta. Dalla barca delle fiamme gialle gli tirano una corda, lui la vede e vorrebbe afferrarla, ma non ce la fa. Gli altri compagni di avventura ancora sul barcone se ne accorgono e insieme lo issano fino a fargliela afferrare. Nessuno quella notte si è fatto male. Dopo un’altra notte di viaggio, il 16 febbraio 2015 i migranti arrivano a Lampedusa.

Nathaniel è ancora semicosciente. Un uomo di nome Mahmoud lo preleva dalla lunga fila dove si trova per aspettare cibo e cure e lo porta in cima. Quando riceve acqua e cibo scompaiono la rigidità e i dolori. A Lampedusa, e così nel centro di accoglienza in Sicilia dove lo trattengono pochi giorni, riceve un trattamento standard.

Un po’ più gravi sono le responsabilità di chi lo accoglie in un albergo per i rifugiati del Nord Italia, mi racconta, dove è costretto a vivere per alcuni mesi senza potersi muovere né fare nulla. In quella sede consegna il referto del medico arabo e così ottiene due visite mediche senza che il glaucoma sia riconosciuto in tutta la sua gravità.

Di quei sette mesi ricorda l’assenza di luce: la camera in penombra, il bisogno compulsivo di dormire, il cielo di una luce spenta che non aveva mai visto. Ha paura per i suoi occhi, ma non riesce a comunicarlo.

Viene infine registrato come portatore di un disturbo lieve e assegnato alla sede centrale del Gus, a Macerata. Peccato che lo lascino senza guida, così resta nel treno di partenza, perde il cambio, si ritrova a Bari e viene rocambolescamente recuperato dagli operatori di Macerata.  Il Gus lo fa arrivare al centro specializzato per i soggetti vulnerabili a Castrì di Lecce, dove grazie all’Unione italiana ciechi ottiene il bastone bianco. È un nuovo inizio.

«Ho trovato degli angeli»

«Qui ho trovato degli angeli» dice, asciutto, Nathaniel. Il suo cuore è colmo di gratitudine per i gestori del centro. Un’intuizione di un assessore comunale, Diomede Stabile, anche lui disabile, porta Divina Della Giorgia, coordinatrice del progetto per il Gus di Castrì, a contattare gli “specialisti” Alessandro e Sonia. Nathaniel può ora contare su alcune attività che gli permettono di non abbassare la qualità della sua vita e di sfruttare al meglio la vista che gli rimane: passa dalle lezioni di Braille all’uso della tecnologia senza scordare la capacità di risposta alle attività al buio. Riceve, inoltre, una formazione da canestraio, che può garantirgli un inserimento come artigiano nella realizzazione di cesti in vimini con un maestro d’eccezione come l’artigiano Raffaele De Giorgi e frequenta le lezioni di italiano: «La mia testa non vuole memorizzare» si schernisce sull’argomento, ma parla molto bene del suo insegnante, dotato di grande pazienza.

«Siamo i primi a sperimentare un percorso di questo tipo –   esordisce Alessandro Napoli –, non avevamo un modello da seguire, ma principi cui ispirarci. A dieci anni dalla sua approvazione, in Italia non è stato esplicitato il pensiero espresso dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili per cui non si decide “Nulla su di noi senza di noi”. Non ci sono disability manager essi stessi disabili come invece è accettato in tutta Europa».

 

Alla lacuna hanno sopperito relazioni e competenza: «Siamo intervenuti come agenzia turistica dedicata all’accessibilità, perché i servizi e i principi di questa pratica erano assimilabili ai bisogni e alle responsabilità di Nathaniel come cittadino».

In un centinaio di ore Nathaniel apprende a scrivere e leggere in Braille, a usare i supporti tecnologici per disabili della vista con lo smartphone e con il computer, a sbrigare con una benda sugli occhi le faccende di casa e le proprie necessità igieniche senza dover ricorrere all’aiuto di altri. In particolare, ricorda Sonia «è stato un momento importante quando ha rovesciato un secchio d’acqua a terra e ha usato gli altri sensi, come il tatto con il piede, per capire dove si era formata la pozza per poi asciugarla del tutto». Anche Nathaniel parla dell’episodio come di un momento in cui ha capito che non sarebbe diventato «inutile». Questa consapevolezza è stata molto importante, perché, spiega Divina, «anche se gli altri otto coinquilini dei nostri appartamenti lo hanno accolto e un po’ coccolato, adesso lui comincia a fare la sua parte».

Non è finita qui, però, perché un pezzo difficile del suo adattamento sarà il cosiddetto terzo livello, come spiega Alessandro: «Deve prendere coscienza degli spazi dove vive, per questo abbiamo sviluppato percorsi di orienteering nel centro storico di Lecce e in altri piccoli centri come ad Alliste, che è la sede della 3T Service. In questo, è ovvio, Nathaniel ha più difficoltà e deve reggere l’impatto con la vita sociale».

Quando un migrante non è una risorsa, ma solo un uomo

Alessandro ha accennato a diritti e doveri di Nathaniel come cittadino: «Ha un’educazione e una responsabilità esemplari e con lui non ci poniamo da “teacher” come ci chiama scherzando. Abbiamo scelto un rapporto amichevole, orizzontale. L’unico timore che abbiamo è che una volta uscito dal Gus possa risentire dei tre potenziali fattori discriminanti della sua esperienza. Il fatto di non essere un rifugiato, ma “solo” un titolare di protezione umanitaria; la vecchia solfa che ancora tira tanto della discriminazione etnico-razziale e la discriminazione forse più pesante che subiamo anche noi tutti i giorni, quella di essere un disabile».

La domanda istintiva di un cittadino sottoposto al bombardamento mediatico delle dichiarazioni di Matteo Salvini è: «Chi glielo fa fare al Gus e alla 3T Service di seguire un migrante in queste condizioni?». Il cittadino in questione ignorerà che gli immigrati presenti regolarmente in Italia pagano le pensioni di 620mila italiani, per dirne una che tocca il portafoglio. La risposta economica non può essere esaustiva, dunque, stando anche alle ultime rilevazioni. I dati diffusi dal ministero dell’Interno e dall’European Migration Network (Emn), risalenti al 2011, raccontano dell’Italia come del secondo Paese europeo scelto dai rifugiati (40.355 richieste d’asilo) e del terzo per spesa annuale complessiva e pro capite (860 milioni di euro in totale, 21.311 euro a testa). L’ultimo rapporto della fondazione Leone Moressa riporta la spesa stimata dall’Interno per il 2015: 1 miliardo e 162 milioni, cioè lo 0,1 per cento della spesa pubblica italiana complessiva. Costi che non salgono troppo rispetto al 2011, nonostante l’allarmismo da invasione. Anche la spesa pro capite giornaliera sfata un mito della retorica razzista: è vero che questa ammonta a circa 35 euro, ma un terzo è da ripartire per il personale impiegato.

Tolti gli altri costi restano le spese destinate per intero ai migranti, come sottolinea Andrea Pignataro, responsabile nazionale Volontariato, Politiche giovanili e Servizio civile nazionale del Gus e coordinatore dei progetti in Puglia:

«Il cosiddetto pocket money ammonta a circa 3 euro, più 3,5 euro per le spese alimentari. Un aspetto che la retorica non coglie mai è che queste somme rappresentano un valore economico che ritorna al territorio, come gli stipendi ai nostri operatori, che spesso e volentieri sono laureati e altamente qualificati; i servizi, che non sono gestiti da società con sede legale sulla luna; il rapporto che si crea con i commercianti locali, che per esempio ricominciano a vendere alcune schede telefoniche o, in modo meno salubre, alcune marche di sigarette».

«Bisogna contare il contributo per l’affitto dell’alloggio per un massimo di sei mesi, se serve, quando i migranti escono dai nostri progetti – aggiunge Giancarlo Quaranta, operatore legale e sociale del gruppo –, anche quelli sono soldi che ricadono sull’economia del territorio».

Divina Della Giorgia parla del progetto, che ospita nove persone provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal, Siria, Bangladesh, Marocco e anche un curdo iracheno. Le persone vulnerabili che sono ospitate qui sono portatrici di diverse disabilità, patologie e handicap visibili e non visibili. Dei nove ospiti attuali, otto godono di protezione per motivi umanitari e solo uno è un beneficiario di diritto d’asilo. Dalla sua apertura nel 2014 sono state ospitate una ventina di persone. Il centro pratica l’accoglienza integrata come filosofia volta alla piena autonomia dei migranti. Molto positivi i risultati raggiunti finora: a menadito e con grande tenerezza Divina, Andrea e Giancarlo mi parlano di un caso di ritorno, con un cittadino afghano che ha deciso di tornare in patria dopo un’operazione delicata. E poi il pakistano che ha aperto un ristorane etnico a Roma, ma anche i due ragazzi assunti dalla pizzeria della piazzetta che si trova vicino agli appartamenti.

Colpisce la normalità nella quale tutto ciò si svolge, una normalità di cui persone ferite nel corpo e nello spirito hanno un grande bisogno. Forse è questa possibile normalità che spaventa alcuni politicanti. Certo al Sud certe cose sembrano più facili, come conferma Pignataro: «Qui l’accoglienza per i nostri progetti è un dato di fatto, non uno stereotipo. I territori dove c’era meno presenza di stranieri li hanno accolti meglio perché magari sono meno saturi. Ma il dato speciale è l’attenzione del Gus alle specificità del territorio che permette un inserimento dolce e questo approccio paga sempre».

Divina chiude il cerchio: «L’Altro. L’incontro e l’esperienza dell’Altro sono la risposta».

Uno sguardo al futuro, contro le politiche emergenziali

La chiusura delle frontiere dei Balcani e la pressione su Turchia e Grecia pongono interrogativi sull’ emergenza che potrebbe colpire di qui a breve proprio la Puglia, includendo anche il possibile intervento militare in Libia. Nel 2015 il tacco d’Italia si è piazzato al nono posto per la presenza di immigrati (dati del ministero degli Interni). Pignataro è nella posizione di poter fare delle previsioni: «Sono reduce da un po’ di tempo passato dalla nostra consorella Gus Albania dove ho incontrato il capo della polizia albanese, la direttrice dell’Unhcr del Paese, la responsabile della commissione Asilo, la responsabile del dipartimento Immigrazione del loro ministero degli Interni e l’ambasciatore italiano. Abbiamo svolto un’analisi sui luoghi dove si vorrebbero accogliere i migranti, Corizza e Argirocastro. L’idea che ci siamo fatti è che la frontiera sia aperta solo al Sud: si entra solo se si richiede asilo politico altrimenti si viene riaccompagnati indietro e non espulsi per andare dove si vuole. Non c’è nessun influsso pericoloso per la Puglia al momento».

«Considero l’accordo che l’Unione europea ha preso con la Turchia molto doloroso, un barattare morti con vivi con un’operazione contraria al rispetto dei diritti umani e della vita. Migrazione politica ed economica in questo senso hanno pari dignità e non si possono mettere quote, occorre una riforma vera. In questo caso esiste solo la distinzione tra umanità e disumanità».

«Per quanto riguarda la Libia, non posso fare stime: in quanto nonviolenti e pacifisti siamo preoccupati per tutto ciò che comporta fare una guerra. Ma se il problema è la cosiddetta invasione, l’Unione europea ha 500 milioni di abitanti. A partire dalla primavera araba a oggi sono arrivate un milione di persone. Penso che un’invasione debba avere numeri differenti, stando ai libri di storia».

Contro l’indifferenza

Ho chiesto a Nathaniel come pensa sarà il suo futuro, visto che i primi sei mesi di permanenza negli alloggi del Gus scadono a maggio. Saranno prorogati quasi con certezza, ma tra un anno cosa farà?

«Vorrei stare con la mia famiglia il più vicino possibile ad Alessandro e Sonia. Vorrei rivedere con i miei occhi la mia famiglia e vivere al massimo delle mie possibilità con un lavoro dignitoso».

Un’umanità condivisa dall’impegno quotidiano del Gus e della 3T Service. Ho conosciuto Nathaniel in occasione della lettura al buio del romanzo Cecità di José Saramago. Mi viene in mente che questa umanità sia la risposta alla domanda di relazione con l’Altro. L’impegno è quello di smentire una considerazione al centro del romanzo: «È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria». Contro tutto questo evitare l’indifferenza.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2016 sulla Gazzetta del Mezzogiorno on line.

Turismo accessibile nel Salento: luci e ombre

Il Gigante di Felline (Lecce), a pochi chilometri dalla costa ionica, sembra aspettarti da secoli. La sua maestosità respira e trasuda. Grazie alla percezione tattile, tutto il tuo corpo è coinvolto, e nonostante i 14 metri di chioma, i 10 d’altezza e i 12 di circonferenza, ti sembra di stringere tra le braccia una vita fragilissima. Ti sembra di abbracciarlo e che lui ricambi. Colpito dal batterio xylella fastidiosa, questo pezzo di duemila anni di storia del Salento ha reagito positivamente grazie a un innesto di leccino che sembra averlo salvato. Grazie alla larghezza della sua base, ci puoi entrare dentro e sentirti protetto, ma anche suonare la chitarra e fare un piccolo spuntino in compagnia. Con grande generosità, il proprietario del terreno lascia entrare i turisti e coloro che vogliono provare l’esperienza. Una questione di cuore, come quello che sorregge il grado di accessibilità del turismo salentino.

Questa e altre esperienze mozzafiato e multisensoriali nel Salento, Samuele Frasson, 30 anni, consigliere dell’Unione ciechi di Varese, le ha vissute nell’agosto del 2014. La sua associazione ha portato per due settimane 17 persone a godersi l’estate con pacchetti chiari, ma anche piacevoli fuoriprogramma. La loro fortuna è stata quella di entrare in contatto con imprenditori sociali e disabili al tempo stesso come Diomede Stabile (accessalento.it) e Alessandro Napoli (3tservices.it). Grazie alle loro capacità e all’esperienza del territorio, i due hanno imparato a rendere magica un’esperienza che deve ancora esprimere tutto il suo potenziale. «Loro sono la marcia in più dell’accessibilità per il vostro turismo», dice Samuele.

I pionieri del turismo accessibile  

«Diomede è un pioniere del settore – lo presenta Alessandro –, nel 2008 ha vinto il bando regionale Principi Attivi con la sua Anyway Accessalento per realizzare la “Prima guida sul turismo accessibile del Salento”». «Con la loro 3T Service (dove le tre “t” stanno per turismo, territorio e tutela, ndr), dalla piccola Alliste Alessandro e sua moglie Sonia offrono una gamma di servizi e intuizioni importanti per l’accessibilità del territorio», li presenta Diomede, portatore della malattia di Charcot-Marie-Tooth. Sandro e Sonia, cieco totale lui e ipovedente lei, proseguono: «Dopo la nostra esperienza fuori dalla Puglia per vicissitudini private abbiamo deciso di investire su noi stessi improntando la nostra azione verso l’accessibilità nei rispettivi codici». Alessandro è specializzato nel Braille e Sonia nel Malossi. Il loro network comprende alcune delle realtà più attive, come i circuiti Turismetica e Open Blind. Tra le attività principali la collaborazione al progetto No Barrier della Provincia di Lecce, per la quale hanno realizzato delle miniguide in braille e lo sviluppo di materiale tattile a uso mappa in 3d per il network Cittàtralemani.


Dopo lo sviluppo della guida, per la quale sono stati coinvolti 1500 esercizi, con 300 riscontri e un’ulteriore selezione finale, Anyway ha invece ottenuto un passaggio alla Bit di Milano, ha ispirato evoluzioni del progetto in Italia e all’estero e poi, continua Diomede: «offriamo consulenza e formazione alle imprese pubbliche e private e organizziamo corsi di formazione per “Operatori del Turismo Accessibile”». Diomede è intanto diventato consigliere del suo Comune, Castrì di Lecce, e socio del parco turistico-culturale «G. Palmieri» di Martignano, diretto da Leo Rielli.

La mediazione offerta da Anyway e 3TService serve a coprire le carenze di un territorio non sempre all’altezza dei numeri che attrae e a volte culturalmente disattento alle necessità dei disabili. Oltre a individuare i posti giusti per tutte le esigenze, Diomede e Alessandro organizzano visite guidate coinvolgenti, offrendo esperienze tattili nella fruizione di monumenti e altri aspetti della cultura del territorio, dalle doverose visite nel cuore del barocco leccese, ma anche Otranto, Gallipoli e nei posti mozzafiato come Castro oppure nel cuore di eventi come il cartellone della Notte della taranta, vissuta in piena sicurezza. E poi trekking rurali e memorabili fuoriprogramma. Un esempio è quello del picnic sotto il Gigante di Felline, ma anche l’escursione al frantoio ipogeo di Castrì, con degli accompagnatori speciali, cioè il sindaco e gli assessori del Comune. Il trekking rurale per disabili, in particolare, spiega Alessandro, «è stato trascurato in passato, ma le nostre campagne, con piccoli accorgimenti nei percorsi si prestano alla grande sia per disabili della vista che per disabili motori. Offrono paesaggi unici, esperienze straordinarie di conoscenza e di autocoscienza, arricchiscono il potenziale turistico del nostro territorio e non sono legate a una stagione in particolare». «I nostri gruppi per le escursioni non sono mai “chiusi”, ma eterogenei – puntualizza Diomede – perché preferisco che ci sia coinvolgimento anche con i normodotati e che anzi ogni esperienza sia progettata per tutti».

Un Salento da 8 in pagella

La ricaduta di questo impegno? Samuele Frasson: «Assegno un bell’8 in pagella al fantastico Salento, ci tornerò senz’altro, ma è grazie all’impegno di operatori sensibili che le difficoltà sono sembrate più lontane». Giovanni Leoni, 65 anni, presidente dell’associazione La Goccia, di Lecco, è stato in vacanza nel 2011 per una settimana con 40 persone, metà disabili della vista, psichici e motori, e metà accompagnatori. «Il mio voto è di 8/10. Grazie a Diomede abbiamo goduto al meglio di tutti i posti (Castro e Otranto resteranno nel mio cuore), abbiamo vissuto a pieno la vostra Lecce e vissuto tanti bei momenti. Quando hai la possibilità di gestire queste cose al meglio, curare i dettagli della logistica, allora non hai tempi morti e valorizzi il tempo a disposizione. E apprezzi». Fabrizio Marta, 45 anni, disabile motorio, responsabile delle risorse umane al Consorzio servizi sociali di Verbania e autore del blog Rotellando per Vanity Fair: «Sono stato molte volte nel Salento e assegno un 7 complessivo, ma quando nel 2013 Diomede si è occupato delle mie vacanze, è stata l’unica volta che ho trovato una casa privata completamente accessibile e anche vicina al mare come desideravo».

Samuele e Giovanni hanno scelto la grande struttura Residenza Torre Rinalda (torrerinaldaresidenza.it). A dire il vero Giovanni aveva scelto un altro albergo. Il proprietario era molto gentile e cercava di venire incontro al meglio alle esigenze dei clienti. Ma alla fine del secondo sopralluogo della Goccia, quando gli operatori erano già era sul treno del ritorno, costernato il proprietario li chiama dicendo che si tirava indietro perché la moglie gli aveva fatto notare che i clienti affezionati avrebbero forse provato fastidio ad avere così tanti disabili intorno. Il lato oscuro del Salento.

A distanza di tre anni da ciascuna visita i due gruppi di ospiti hanno trovato squisita l’accoglienza del residence, che ha via via curato particolari e attenzioni. Il pranzo, per esempio, oltre ad essere ricco e vario, e permettere dunque ampia e ottima scelta agli ospiti con diverse esigenze alimentari, non è più solo un buffet, che rende necessario l’accompagnamento, ma è servito ai tavoli se è il caso. Ed è migliorata anche la possibilità di fruire di tutte le aree della grande struttura, comprese le due piscine per adulti e bambini. Le stanze sono ampie e attrezzate per la disabilità motoria, ma c’è anche una buona assistenza per i disabili sensoriali. I cani guida possono sostare e usare anche il piccolo cortile di cui è dotata ogni stanza. La distanza tra i vari locali e il mare è minima e sempre pianeggiante: un bar, un bazar un’edicola, l’anfiteatro, il centro estetico. Distanza zero tra le stanze e il mare. In spiaggia gli ombrelloni sono in prima fila e dotati di sedie job. Quest’ultimo accessorio è molto presente sulle spiagge salentine. Fabrizio: «Non esisteva neanche in molte spiagge di Rimini o della Liguria e mi ha fatto piacere trovarlo praticamente in tutti i lidi che ho visitato».

Le zone d’ombra

Per tornare al lato oscuro. Oltre alla disavventura con la prima struttura scelta, Gianni è abbastanza netto: «non torneremmo nel Salento perché il viaggio è lungo circa 1200 chilometri e in treno è un calvario per la lentezza e per i disservizi», non può scegliere l’aereo, «e in pullman nelle autostrade è una sofferenza che non vorrei più infliggere al gruppo». Per non parlare del trasporto pubblico locale. Samuele: «Senza la mediazione di Diomede che ci ha trovato una soluzione su misura affittando un pulmino, sarebbe stato impossibile spostarsi». Con i mezzi non è andata bene neanche a Fabrizio: «Tutte le volte che sono venuto ho evitato di guidare io perché ero con amici. Quando ho provato a venire da solo, ho dovuto rinunciare. Anzitutto perché ho capito che senza auto nel Salento non vai da nessuna parte, sembra essere un fatto culturale, e poi perché non si trovava nessuna auto a noleggio attrezzata per me. Tranne qualcosa di molto complicato nei pressi di Bari. Insomma, niente da fare. Eppure io viaggio tantissimo».  C’è anche altro, per Fabrizio, che ha esplorato quasi tutto il litorale salentino: «Il mio 7 è per la costa adriatica. Va detto che le condizioni morfologiche, la pianura, l’aerosità e persino la pietra dei basolati dei vostri centri storici aiutano molto, oltre alla naturale inclinazione per l’accoglienza. Ma il mio voto si trasforma in 4 se parliamo dello Ionio, eccetto le “Maldive” (il litorale di Pescoluse, ndr). Da quel versante sono chiaramente interessati ad altro ed è difficile rendere accessibile il sistema».

Dieci milioni di potenziali clienti

La Puglia deve fare molto per tentare di presentarsi come regione accessibile e non solo dal punto di vista delle strutture di accoglienza. I numeri sembrano interessanti: secondo un’indagine di Europcar-Doxa nel 2015 questo turismo riguarda circa dieci milioni di persone, oltre il 16% delle famiglie guardando solo all’Italia, che se solo trovassero servizi adeguati varrebbe 27,8 miliardi di euro. L’1,75% del PIL nazionale. Secondo il Libro bianco sul settore, pubblicato nel 2012, la risposta della Puglia è stata di soli cinque progetti completi attivi. Il Libro bianco, prevede azioni di monitoraggio e di responsabilità politica, economica e sociale.

Puglia For All

 La Regione ha attivato il primo tassello, con il progetto di monitoraggio e censimento Puglia For All. Promosso dall’agenzia regionale del Turismo PugliaPromozione, in attuazione degli obiettivi strategici dell’assessorato regionale, è stata condotta una rilevazione delle informazioni relative all’accessibilità delle strutture ricettive pugliesi, affidandone il servizio alla società specializzata Village4All, che ha vinto l’apposito bando pubblico. “Da progetto, – si legge nella relazione di Puglia Promozione – il numero di strutture ricettive da monitorare è 400, di cui 100 nel Gargano e Daunia e 300 divise tra Puglia Imperiale, Bari e la Costa, Valle d’Itria, Magna Grecia Murgia e Gravine e Salento. Hanno risposto alla call Puglia For All, lanciata dall’Agenzia da aprile 2015, per la selezione delle strutture da rilevare, circa 300 strutture alberghiere ed extralberghiere.  Sono state monitorate effettivamente, alla data del 31 dicembre 2015, 250 strutture ricettive tra alberghi, affittacamere, agriturismi, campeggi, case e appartamenti per vacanze, case per ferie, motel, ostelli, residence, villaggi albergo”.  Il monitoraggio, non ancora completo, è stato poi aggregato da seminari professionalizzanti per il settore e affiancato da altri progetti di sensibilizzazione come il già citato No Barrier della Provincia di Lecce. “Il risultato delle rilevazioni permetterà di restituire alle strutture visitate anzitutto una scheda tecnica e un testo descrittivo con tutte le informazioni sull’accessibilità e l’eventuale piano di miglioramento.

Territorialità e problem solving

 Gli operatori presenti sul territorio non nascondono le loro preoccupazioni: «Siamo ancora in una fase di monitoraggio?» si domanda Alessandro Napoli, che auspica misure vincolanti per adeguare il tpl e attrezzare le stazioni, ad oggi prive di ascensori, elevatori con le batterie scariche se presenti, e rampe. Diomede Stabile: «Se in qualche modo, grazie al territorio pianeggiante, i disabili motori se la cavano, non è possibile al momento usufruire autonomamente della cultura, ma anche della vivibilità cittadina per i disabili motori. Non ci sono mappe tattili, o quelle superstiti non si trovano in punti uniformi dei comuni, tipo vicino al Municipio». Molto si sta lavorando nel settore della ristorazione, con l’impegno di 3TService, che ha realizzato menù in braille e organizzato cene al buio per sensibilizzare alla tematica; e Anyway opera nella formazione degli attori che animano il comparto.

Il nodo scorsoio dei trasporti

 È evidente che il vero nodo critico riguarda il sistema trasportistico. L’aereo non è sempre possibile per i grandi gruppi, per esempio. E qualora lo diventasse, bisognerebbe adeguare il servizio navetta dagli aeroporti più vicini fino alle località di interesse. Il muro del pianto è rappresentato dai treni. Le promesse sul Frecciarossa fino a Lecce dovrebbero concretizzarsi a breve, ma resta l’incognita del tratto Termoli-Lesina, vera spada di Damocle sugli audaci che tentano di guadagnare l’ingresso in regione. E poi taxi e noleggio auto: costi contenuti e comodità di tutti, se non proprio piena autonomia, sarebbero dietro l’angolo. Basterebbe farlo capire agli operatori. Altrimenti, come tutti gli intervistati dicono, si continua a guardare alla Danimarca e alla Spagna per l’estero; al Piemonte, all’Emilia Romagna e alla Toscana in Italia.

Proprio per tutti

«Un peccato!», dicono all’unisono Alessandro e Diomede, perché riprogettare la vivibilità delle città e del turismo includendo tutti porterebbe molti benefici. Anzitutto la destagionalizzazione, perché non tutti amano il caos antropico dei mesi caldi, senza contare la possibilità di realizzare eventi imperdibili come il Carnevale di Martignano proposto dal Parco “Palmieri”: carri che proponevano uno sguardo positivo sulla disabilità e sul riuso dell’ausilio, strade messe in sicurezza e postazioni che permettono di far godere la festa anche ai malati di sla. E poi la comodità: una rampa è apprezzata anche dalle madri con i passeggini o dagli anziani. E la tecnologia può far molto, nelle smart cities, per i disabili sensoriali. Un nuovo modo di guardare. Multisensoriale, appunto. 

Salento e balkan, nozze d’argento

Coste dell'Albania viste da Otranto- Foto di Roberto Rocca
*Coste dell’Albania viste da Otranto- Foto di Roberto Rocca

«Siamo stati costretti a ferirci per capire che avevamo tutti il sangue dello stesso colore». Claudio Prima chiude così la canzone Larg. Lontano, nel cd Contagio. La strofa indica il cambio di prospettiva tra Italia e Albania all’inizio del nuovo millennio: musica come primo contraccettivo contro ogni stereotipo. Dopo un lungo flirt, la musica popolare salentina e quella balcanica provano a fondersi. È un traguardo difficile, anche se molto vicino. Come le cinquantacinque miglia marine che racchiudono il Canale d’Otranto.

Bandadriatica – Larg. Lontano – Contagio

Marco Leopizzi, critico musicale, definisce l’incontro come «musica adriatica» e ne ha raccontato tre anni fa la storia in un saggio pubblicato sul periodico Palascìa_l’informazione migrante, dal titolo Il balkan nel Salento e la riscoperta dell’Est Europa-Storia di incontri, contagi e tempi dispari. «Buona parte della musica balcanica ha assorbito caratteristiche di quella araba, a causa della dominazione dell’Impero ottomano – ha scritto-, il regime comunista di Enver Hoxha è stato assai attento alla formazione musicale: dal secondo dopoguerra sono fiorite scuole di musica e danza, orchestre, cori, ensemble professionistici e amatoriali». Grande attenzione alla tradizione, dunque: «Canti monodici ed epici, musiche pastorali dei Gheghi del Nord, i Toschi e i Lab del Sud (canto corale oggi patrimonio dell’Unesco); la musica urbana, specie al Nord è eseguita con llautë (liuto) o çifteli (liuto a manico lungo con due corde) – sostituiti oggi da fisarmonica – gërnetë (clarinetto), violino e def (tamburo a cornice)».

 Nessuno spazio, però, per tutto il nuovo venuto da Ovest come jazz, rock e pop, tranne che nei primi anni settanta, quando sembrò esserci un’apertura tale da arrivare a trasmettere il festival di Sanremo in televisione. Hoxha fece subito marcia indietro e a pagare fu il direttore Todi Lubonja, spedito in un gulag insieme al figlio Fatos, che ha poi raccontato tutta la storia in Intervista sull’Albania. In quel periodo esplose la voce cristallina e duttile della Mina d’Albania, al secolo Vaçe Zela,  icona pop scomparsa a febbraio 2014. La sua prima affermazione risale al 1962, anno in cui vince la prima edizione del Festivali i Këngës, il Sanremo albanese. Il trionfo si ripete altre nove volte.

Vace Zela – Lemza – Kenget E Vendit Tim

Ecco il clima da cui provengono nei primi anni novanta Admir Shkurtaj e Adnan Hozic, albanese il primo e bosniaco il secondo. Ai due vanno aggiunti i fratelli Ekland e Redi Hasa. Un quartetto che fungerà da agente provocatore in vari gruppi salentini di riproposta o di innovazione. Un contagio, appunto. Hozic conosce i salentini Antongiulio Galeandro e Cesare dell’Anna, che formano gli Opa Cupa nel ‘98. Il gruppo partecipa subito all’album dei baresi Folkabbestia, Breve saggio filosofico sul senso della vita. Sullo stesso solco arrivano l’anno seguente le melodie delle Faraualla, che incidono l’omonimo album d’esordio. Ancora nel ’99 Shkurtaj è fautore dell’espansione a Levante dei Ghetonìa di Mari e lune a Est del SudIl gruppo è da sempre attento alla contaminazione mediterranea del grìko e con un grande seguito in Grecia.

I Folkabbestia – Ju flet Tirane – Breve saggio filosofico sul senso della vita

Faraualla – Rumelaj – Faraualla

Dopo l’album Live in contrada Tangano del 2000, gli Opa Cupa accolgono il pianista Ekland Hasa, che ha una parte importante nel secondo exploit balkan jazz del gruppo nel 2005, con Hotel Albania. L’anno prima il fratello Redi è approdato nei progetti di Claudio Prima: Adria, etnojazz dal sapore adriatico, e Bandadriatica, al limite del bandistico con un forte innesto di fanfara balcanica. Dal secondo germogliano Contagio e Maremoto (2007 e 2009), frutti di un intenso lavoro di ricerca e armonia. Gli Adria tentano invece un delicato incontro tra canzone d’autore e architetture complesse con un forte influsso slavo.

Nel suo saggio, Leopizzi sembra tracciare il punto di non ritorno nel 2005, anno di uscita di Hotel Albania degli Opa Cupa: «Tra le migliori produzioni del world beat italiano, il disco mostra l’evoluzione della band verso un balkan progressive maturo, che si (con)fonde con il jazz, la musica per banda e i ritmi maghrebini».

Opa Cupa – Lijepa Haijeria – Hotel Albania

Il 2002 battezza un altro progetto di Admir Shkurtaj, i Talea, che nella prima formazione vedono anche Hozic, e Distante. Il progetto è un felice incontro tra strumentale moderna, jazz e tradizioni adriatiche. Leopizzi definisce come «imprescindibile»l’album Jarinà Jarinanè del 2006. Il sapere musicale dell’occidente sposa le arie balcaniche con effetti sorprendenti e un tessuto melodico coinvolgente.

Talea – Fratello balcanico pt 1 – Jarinà Jarinanè

Il saggio si ferma qui, ma la ricerca e le produzioni sono andate avanti. Il 2014 ha visto la pubblicazione dell’ultimo lavoro di Shkurtaj, Feksìn, secondo lavoro di piano-solo dopo Mesìmer del 2012, e di un nuovo progetto che vede impegnato Redi Hasa con Maria Mazzotta, già voce degli Adria e di gruppi di riproposta, per l’album Ura. I Ghetonìa hanno ristampato tre cd che hanno fatto la storia: Mara l’acqua/Agapiso/Malìa. E ci sono anche i Kerkim, ai primi vagiti, autori di mezcla tra musica albanese, turca e andalusa. I Kerkim sono un progetto di Manuela Salinaro e  tra gli altri del quintetto ospitano Vincenzo Grasso, già clarinettista della Bandadriatica. Anche il gruppo di Claudio Prima ha compiuto nel 2014 un complesso e interessante studio musicale sulle origini della musica adriatica Il progetto si chiama Floating Art e si è tradotto in una serie di concerti live.

Admir Shkurtaj – Aira de lu trainu – Feksìn

Leopizzi sintetizza i primi venticinque anni dall’incontro tra Puglia e Albania: «La misura della penetrazione della cultura balcanica nel Salento la offre bene un curioso fenomeno. Il ritmo della rumba balcanica è oramai presente in molti arrangiamenti dei gruppi di medio livello, ma anche in quelli di alcuni big della musica popolare salentina». I ritmi balkan come riflessi incondizionati sono entrati nel dna dei musicisti come repertorio abituale. Piccolo miracolo interculturale a suon di musica.

 Adnan Hozic in un video di Daniele Sepe

Un amore lungo quarant’anni

L’amore esploso negli anni novanta tra Puglia e Albania è solo l’apice di una relazione che vedeva i primi flirt già nei primi anni settanta. I primi a farsi influenzare dal grecale sono gli Area. La prima formazione del gruppo, attiva tra il 1972 e il 1983, è composta da Demetrio Stratos (voce e organo), Victor Edouard Busnello (fiati); Patrick Djivas (basso), Gaetano Leandro (tastiere), Johnny Lambizi (chitarra) e Giulio Capiozzo (batteria). Il gruppo si propone di organizzare l’incontro tra l’elettronica e il Mediterraneo. E così, a un anno dalla nascita, viene inciso Luglio, agosto, settembre nero (’73) e l’anno successivo Cometa rossa (’74).

Vent’anni dopo è proprio Adnan Hozic ad avviare uno studio più approfondito della musica balcanica. Hozic conosce a Napoli Daniele Sepe, Carmine Guarracino e Lello di Fenza, con i quali fonda Balkanija e incide due album e una raccolta, tutti e tre editi da Il Manifesto: Balkanija (1997), Miracolo (2004) e Trasmigrazioni (1996). Già dal 1992 il gruppo  frequenta i campi rom,  dialoga con gli zingari, si lascia contaminare dalla loro musica e prova a fonderla con le tarantelle. Un connubio che alla morte del musicista bosniaco prosegue con il gruppo dall’eloquente nome di ‘O Rom.

*Articolo pubblicato sul numero monografico di Mediaterraneo News a novembre 2014, nell’ambito del progetto europeo “Beams” contro gli stereotipi legati all’Albania

Cerano, il nerofumo delle responsabilità


Dalle indagini dell’Enel risulta che non c’è nessun nesso scientifico di causalità tra la presenza della Centrale “Federico II” a Cerano e l’inquinamento atmosferico presente a Torchiarolo.

La centrale Enel “Federico II” di Cerano (Br) – la prima in Italia per emissioni di anidride carbonica – copre oltre un terzo del totale nazionale e accosta, ai continui allarmi per un futuro nero, una storia di occasioni perdute: dal biomonitoraggio mancato, alla metanizzazione mai avvenuta, fino alla messa in sicurezza del carbonile con undici anni di ritardo! L’Arpa pubblica i dati che confermano l’aumento di tumori ai polmoni nel Grande Salento e, nelle aree interessate, comincia la conta dei morti. Enel si discolpa, ma promette grossi cambiamenti per il futuro mentre gli ambientalisti sospirano: “Chi promette mantenga”.

Non si sa per quanto tempo ancora il Salento dovrà sopportare gli sfregi continuamente rivolti al suo territorio e le tragiche conseguenze riservate ai suoi abitanti. La centrale Enel “Federico II” di Cerano è una ferita sanguinante ormai da venticinque anni.
L’ultimo colpo in ordine cronologico risale alla fi ne di maggio, con la pubblicazione di “Dirty Thirty”, la “sporca trentina”, il rapporto sulle trenta centrali più inquinanti d’Europa realizzato dal Wwf. Nell’ultima classifica, la “Federico II” occupa il posto numero 25, grazie ai 15,8 milioni di tonnellate annue di anidride carbonica (Co2) riversate nell’atmosfera, oltre un terzo dei veleni scaricati in tutta Italia.

Essa occupa una superficie di ben 270 ettari. Si compone di quattro sezioni per la produzione di energia elettrica, compresi un parco combustibili liquidi e uno per il carbone, evaporatori e impianti di trattamento delle acque reflue. Oltre ad un nastro trasportatore scoperto lungo 13 km in grado di trasportare 2000 tonnellate di combustibile dal porto di Costa Morena.

Questo l’identikit del megamostro che rappresenta la sconfi tta più cocente nella storia dell’ambientalismo pugliese. Qualcosa si è mosso ad aprile, quando il Registro tumori ionico-salentino ha pubblicato i dati relativi all’incidenza di neoplasie alle vie respiratorie, che vede un trio degli orrori capeggiato, con inattesa sorpresa, da Lecce (11,8%), seguita dalle scontate città di Brindisi (9,3%) e Taranto (8,3%).

Le province e i comuni di Brindisi e Lecce hanno convocato un tavolo tecnico pretendendo garanzie da Enel. Dal canto suo, l’azienda si dichiara attenta alla questione ambientale, come si legge in un comunicato del 2 maggio scorso: “La nostra azienda è impegnata a raggiungere standard ambientali e di effi cienza sempre migliori e confermare la nostra leadership nelle fonti rinnovabili. Nei prossimi 5 anni – continua il fi rmatario del comunicato, Franco Deramo – Enel svilupperà un grande programma di investimenti, per oltre 4 miliardi di euro, di cui una parte importante destinata allo sviluppo delle fonti rinnovabili”.

Tutto ciò non è bastato agli enti locali, se persino le dichiarazioni EPER/INES(European Pollutant Emission Register/Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti), per il biennio ‘03-’05 evidenziano numerosi sforamenti della soglia annua consentita in aria e in acqua.
Su tali dati ha lavorato l’ingegnere ambientale dell’Università della Basilicata Angelo Semerano per la sua ricerca “Il polo industriale di Brindisi”. Lo studio ha vinto il premio “Carlo De Carlo” come migliore tesi dell’area ambientale e su Cerano si legge: “Se guardiamo soprattutto i dati riferiti alla centrale (…), notiamo che le emissioni totali (di mercurio e arsenico) risultano superare i valori soglia fissati all’UE”(salutepubblica.org).

Tra i principali impegni fatti assumere al colosso dell’energia in seguito al tavolo tecnico, spiccano le riduzioni delle emissioni di zolfo (So2), di ossido d’azoto (NOx) e di polveri sottili. Più delicata la questione del Co2, visto che la promessa dell’Enel riguardava l’esigua riduzione del 10%, mentre i parametri regionali prevedono riduzioni fino al 25%. Brindisi e Lecce sono andate oltre, uniformandosi alle tabelle ministeriali e alle pressioni dell’UE che, in linea con il Protocollo di Kyoto, prevedono per Cerano una riduzione del 33%.

Una dura contrattazione che rischiava di mettere in secondo piano questioni molto importanti come la ricerca sulla cattura di Co2 e la costruzione di un molo combustibili nel porto esterno per la movimentazione degli stessi. Molto importante, come vedremo in seguito nel caso Torchiarolo, l’impegno di affidare ad una rete pubblica il monitoraggio delle emissioni, mentre qualcosa già si è fatto per la copertura del carbonile, finora lasciato esposto ai venti ed alla dispersione delle polveri.  Si intravede il sereno sui cieli di Cerano?

Le reazioni

Un quadretto a tinte fosche appena attenuato, questo il pensiero che riassume le reazioni di due storici rappresentanti di Legambiente, alla quale si deve la pubblicazione del prezioso dossier “Stop al carbone!”, che mette in fila i mostri carboniferi italiani.

Mario Fiorella, presidente della sezione leccese dell’associazione, è guardingo con pessimismo: “Ci sono ampi precedenti che dimostrano come l’Enel non rispetti gli impegni assunti: la Convenzione del ’96 prevedeva la metanizzazione e la chiusura della centrale Edipower di Brindisi nord e la graduale riconversione al metano della “Federico II”.

“Chi promette, mantenga – prosegue il magistrato – ma certo stavolta istituzioni e movimenti, questi ultimi mai considerati da Enel, sono vigili e forse la pressione servirà almeno a tenere in piedi l’attenzione al problema”.

Doretto Marinazzo, consigliere nazionale di Legambiente, è più categorico: “La copertura del carbonile, per come è andata, può sembrare una conquista, ma in realtà tutto ciò avviene con grande ritardo, essendo la questione in gioco sin dal 1996.

SO2 da 10.500 milioni di tonnellate annue a 8.500:
-19%;
NOx da 8.600 a 7.500
tonnellate annue: -13%;
polveri sottili da 1000 a 610
tonnellate annue: -39%
CO2 da 15,8 milioni di tonnellate
l’anno a 10, 59 – 33%

“Se poi si guarda a quanto scritto in quella famosa convenzione, non siamo proprio a posto. Ad oggi Enel nemmeno parla di metano. Questo è anche comprensibile, poiché tecnicamente la riconversione è difficile e costosa. Se ne deduce – spiega Marinazzo – che lo scopo reale dell’azienda nel ’96 era quello di ripartire e di sciogliere l’ordinanza sindacale che l’aveva bloccata.”.

Ancora più dura la Uil, che denuncia la decisione di Enel di basarsi sui dati del 2004, quando fi no al 2006 la produzione di energia è raddoppiata in ragione del consumo di carbone aumentato del triplo: fatti che non giustificano il licenziamento del 30% del personale diretto impiegato in centrale. Il territorio, secondo la Uil, non guadagna niente dalla presenza dell’azienda a Brindisi, perché Cerano è stata “ridotta ad una succursale di ditte esterne che si dividono gli appalti”.

Le risposte dell’Enel lasciano insoddisfatti soprattutto gli autori di alcuni dei numerosi studi che si sono susseguiti nel corso degli anni. È il caso delle analisi effettuate dalla Direzione qualità della vita del ministero dell’Ambiente e validate dall’Arpa, che hanno rilevato la presenza di pesticidi e metalli pesanti oltre i limiti consentiti nelle coltivazioni di ortaggi destinati alla vendita, nel sottosuolo e nella falda profonda del territorio compreso tra Brindisi e Cerano.

Franco Caiulo
è il coordinatore dell’associazione “Vittime del petrolchimico”: a partire dal 2000 ha raccolto le cartelle cliniche di 231 colleghi di lavoro deceduti per mali ascrivibili al loro impiego nel settore chimico di Brindisi.  Durante la sua ricerca ha avuto contatti anche con gli agricoltori della zona colpita dai fumi di Cerano: “Conosciamo i contadini che hanno terre da quelle parti e non possono coltivare piante dal fusto esile come piselli e pomodori, che si colorano di nero e non sono più buone. L’Enel porta i bambini in centrale per far vedere come sono lucidi i tubi e come funziona il processo di produzione, ma nessuno ha mai spiegato ai bambini come si anneriscono le foglie dei peschi e dei limoni”.

“Io – prosegue – ho portato quelle foglie ai giornali perché le vedessero: i contadini sono costretti a piantare barbabietole e carciofi , insomma piante dal gambo robusto, ma non so quanto queste siano buone. Eppure nessuno si muove, i contadini stessi non denunciano, anche perché quando si sapeva delle foglie annerite qualcuno faceva dei dispetti, come andare a bruciare o tagliare le piante contaminate”.

Tra gli studi effettuati sull’area sono importanti quelli eseguiti da Agenda21 nel 2003 e dal Comitato consultivo tecnico per il rispetto degli accordi della Convenzione del ’96. A entrambi ha partecipato l’oncologo Claudio Pagliara, che snocciola un lungo elenco derivante di suggerimenti indirizzato agli attori istituzionali.
“Stabilita l’emissione di sostanze nocive – esordisce il dottore – bisognava valutare l’entità dei loro effetti sulla salute. Per realizzare un calcolo realistico del rapporto tra costi e benefici del polo energetico brindisino, si suggerì di realizzare un registro mortalità-tumori. In relazione alla possibilità che tali inquinanti potessero combinarsi e produrre effetti sconosciuti si suggerì anche un biomonitoraggio”.

Quest’ultimo avrebbe riguardato anche il controllo della qualità dei combustibili utilizzati, rilevando anche il rischio di un’eventuale radioattività. Nessuna delle possibilità è mai stata valutata.

Molto noti gli studi epidemiologici svolti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), riguardanti anche i comuni di Carovigno, S. Pietro Vernotico e Torchiarolo, nel quinquennio 1990-1994. Gli Standardized mortality ratio (Smr), rapporti decessi osservati /decessi attesi rispetto al trend pugliese, registrava preoccupanti eccedenze nella mortalità generale (+7%) e nella mortalità per cause tumorali (+13,6%).
Si notò come i dati risultassero sproporzionati per gli uomini,  maggiormente impiegati nel polo energetico e chimico brindisino.

Uno dei fattori fondamentali della salvaguardia ambientale è la prevenzione, che non va di pari passo con il progresso scientifico, necessitando di tempi più lunghi per confermare o ridimensionare la percezione del rischio avvertita dalla popolazione. Ciò di cui più si avverte la mancanza nell’area brindisina è l’esistenza di studi integrati, completi e indipendenti.

Il caso Torchiarolo
“Abbiamo conosciuto la gente di Torchiarolo: un paese castigato dai tumori”: la constatazione di Franco Caiulo introduce un aspetto recente delle tematiche connesse al problema Cerano.

La vicenda assume contorni vaghi, assumendo toni nerofumo se parliamo di responsabilità: un paese è ammalato e la colpa non è di nessuno. Per fortuna un gruppo di ragazzi ha deciso di denunciare questa situazione, giocandosi la carta del movimento, nella speranza che l’unione possa fare la forza. Giovanni Lettera, Vincenzo De Rinaldis e Giuseppe Perruccio stanno lavorando alla realizzazione di un comitato “No Coke”, contro il carbone, appunto, sulla falsariga dei successi ottenuti dall’omonima rete laziale. I rilevamenti dell’Agenzia per la protezione ambientale (Arpa) effettuati tra dicembre e febbraio scorsi rilevavano un aumento del pm10 e del monossido di carbonio nelle aree a sud di Brindisi, “evidente conseguenza delle attività degli impianti” brindisini.

L’Enel si è affrettata a smentire questa correlazione dimostrando di aver rispettato l’ambiente avvalendosi dei dati del monitoraggio effettuato dal Centro elettrotecnico sperimentale italiano (Cesi) di Milano.

L’inquinamento sarebbe dovuto ad una non meglio identifi cata “altra natura”, come si legge nel comunicato diramato il 18 maggio. La prima azione dei ragazzi del “No Coke” è stata quella di andare a controllare sul sito del Cesi chi fossero i soci azionari.

Sorpresa: gli azionisti di maggioranza dell’istituto di rilevamento sono Enel e Terna, produttore e distributore della rete elettrica nazionale. Tra i soci minoritari figura anche Edipower. Resta ancora il dubbio se dar retta al monitoraggio istituzionale o a quello indipendente.

STUDIO DELL’OMS

Per i dati dello studio OMS si ringrazia il prof. Emilio Gianicolo, Medicina Democratica, per averci fornito in anteprima il numero della rivista online SalutePubblica  (www.salutepubblica.org)

“L’eccesso delle malattie tumorali è spiegato in parte dal tumore polmonare (+18,8%). Si registrano valori in eccesso per il gruppo di cause del sistema linfoemopoietico”.  Questi tumori del sangue si presentano globalmente in eccesso statisticamente significativo: +32,8%, al loro interno i linfomi non Hodgkin in eccesso dell’84,6% mentre le leucemie mostrano un eccesso non significativo statisticamente del 30,7%. Quote percentuali in ordine decrescente *

*I dati sono aggiornati al mese di Maggio 2007

Il CESI è composto da:
ENEL S.p.A.
TERNA S.p.A.
Ansaldo Trasmissione & Distribuzione S.p.A.
Edipower S.p.A
ABB S.p.A
Endesa Italia S.p.A.
Siemens S.p.A.
Prysmian Cavi e Sistemi Energia S.r.l.
Nuova Magrini Galileo S.p.A.
Tirreno Power S.p.A.
SOGIN S.p.A.
AEM S.p.A. – Az. Energetica Municipale – MI
Edison S.p.A.
Bticino S.p.A.
Iride Energia S.p.A.
ITALCEMENTI S.p.A.
Passoni e Villa S.p.A.
Areva T&D S.p.A.
Seves S.p.A.
O-I Manufacturing Italy S.p.A.
IMQ S.p.A.

Andrea Aufieri, L’impaziente n.15 giugno/luglio 2007

Brindisi, processo al petrolchimico

Sono 231, di cui soltanto 14 ancora in vita. Sono le vittime del Petrolchimico di Brindisi. Il 19 ottobre è prevista quella che potrebbe essere l’ultima tappa della decennale odissea giuridica attraversata dai familiari e da quello sparuto numero di ex operai, i quali oramai si possono considerare solo dei “sopravvissuti”. Sarà quella l’ultima udienza preliminare, prima di un procedimento penale che può anche non aver luogo, vista la richiesta di archiviazione del pubblico ministero Giuseppe De Nozza. Le ipotesi di reato contestate a 68 dirigenti sono di strage, lesioni personali, disastro doloso, rimozione od omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro. Le accuse più gravi si basano su ipotesi che la comunità scientifica non ha unanimemente confermato, per motivi non sempre legati alla scienza, almeno a vedere i committenti di alcuni di questi studi.

Una storia troppo lunga

“Il processo è ormai antico, parliamo di preistoria”. L’avvocato Stefano Palmisano, 38enne di Fasano, si occupa di diritto penale del lavoro, dell’ambiente e di colpa medica. Segue il procedimento da quando è cominciato, essendo il rappresentante di numerose vittime e familiari. Ed è lui stesso ad illustrarci le tappe salienti.
“Era il 1996 – racconta – quando Luigi Caretto, ex operaio di Brindisi e di Porto Marghera, inviò un esposto a Felice Casson, il magistrato veneziano che istituì il primo maxi processo al Petrolchimico di Porto Marghera. Casson dovette rinviare a Brindisi la causa di Caretto, che lì aveva lavorato per gran parte degli anni. Il processo venne dunque istruito da Nicola Piacente e, nel 2000, passò a Stefano Bargero e De Nozza. I due pm disposero il sequestro degli impianti di Brindisi nel novembre dello stesso anno”.

“Nel 2002 – prosegue Palmisano – in seguito al trasferimento di Bargero e all’affi damento dell’intero corpus delle indagini all’attuale pm, venimmo a sapere, tramite indiscrezioni di stampa, che De Nozza avrebbe chiesto l’archiviazione”. Il motivo che sta alla base della richiesta è “un nervo scoperto di gran parte del diritto penale del lavoro”, ovvero la mancanza di prove del nesso causale tra esposizione al cancerogeno principale, il pvm/pvc (monovinilcloruro o polivinilcloruro, secondo la fase di produzione in cui si trova), e l’insorgenza delle malattie, relazione dimostrata solo nel caso del rarissimo angiosarcoma epatico. A Brindisi, però, non si è registrato nemmeno un caso di questa malattia, cosa che motiverebbe la richiesta di archiviazione. È partendo da ciò dunque che Palmisano muove le critiche alle scelte ed ai metodi del pm. “Tra le falle delle indagini preliminari – spiega il legale – c’è l’attribuzione di un ruolo marginale a tutte le altre cause di tumore, viene cioè ignorata la circostanza palese che il Petrolchimico fosse un ricettacolo di nocività tra le più micidiali, cancerogene e tossiche. E questo non perché non vengano riconosciute la pericolosità e la dannosità, ad esempio, dell’amianto. Al contrario: siccome l’amianto lo si ritrova dappertutto a Brindisi, non si può provare che il mesotelioma che ha ucciso gli operai derivi dall’esposizione professionale”.

Pertanto, secondo Palmisano, “la Procura della Repubblica di Brindisi non ha fatto quanto avrebbe dovuto nell’assolvimento di alcuni fondamentali passaggi processuali. Siamo riusciti ad opporci – sottolinea l’avvocato – all’archiviazione solo un anno e otto mesi dopo averlo saputo dai giornali, e soltanto dopo che il comitato Vittime del Petrolchimico aveva fatto il diavolo in quattro, con sit-in, convegni e appelli alla cittadinanza”.

La presunta indimostrabilità

Un’altra forte critica mossa dal legale è che per “individuare il vero scoglio di questo processo, basta vedere come si relaziona il pm con la comunità scientifi ca”. Il rinvio del processo dal 15 giugno al 19 ottobre è motivato dall’esito di certi studi che dovrebbero essere resi pubblici a Lione, al Congresso dello Iarc, l’International agency for research on cancer. Tuttavia, sull’esito del processo, è in dubbio la rilevanza ed effi cacia di tali rilievi. De Nozza, infatti, ritiene che non si possa arrivare ad una condanna per omicidio colposo in quanto la comunità scientifica non è unanime sulla questione del nesso causale. “Il punto è – precisa Palmisano – che la stessa è fatta di uomini. Con ciò voglio dire che certi luminari non sono immuni dalle lusinghe del vil danaro, del potere e delle gratificazioni che non siano prettamente scientifiche.Spesso questi uomini hanno rapporti strettissimi con le imprese”.

A questo punto il legale fa un esempio: “Nella requisitoria Casson citò il caso dell’epidemiologo Richard Doll, che aveva dimostrato l’unico nesso ammissibile tra esposizione a cvm e angiosarcoma. Nel corso della  requisitoria finale di Casson, durata nel complesso 40 ore e riportata sul libro pubblicato a settembre da Sperling & Kupfer La fabbrica dei veleni, si fece presente che Doll aveva sempre lavorato per i produttori di cvm, ma in alcuni suoi studi del 1988, riconosceva, oltre al rischio di angiosarcoma, anche quello del tumore ai polmoni e i rischi per la popolazione, assunti negati successivamente, come il pm di Venezia riuscì a dimostrare citando un documento acquisito per rogatoria internazionale dall’Inghilterra. Da questo risultava che Doll era sul libro paga dell’Enichem con il preciso mandato di confutare l’esistenza del nesso causale”.

“Secondo De Nozza – contesta Palmisano – il dottor Doll è soggetto al di sopra di ogni sospetto”. Ed a marzo il pm ha portato dodici nuovi studi scientifici in materia di esposizione al cvm/pvc, che sembrano rafforzare la non unanimità della comunità scientifi ca. “Pm e consulenti sono arrivati a conclusione basandosi unicamente sugli abstracts, cioè il riassunto del contenuto integrale di tali studi”. “A giugno – annota ancora Palmisano – grazie alla competenza di Medicina democratica, ho ottenuto gli studi integrali e ho constatato che, tra questi, solo cinque negavano il nesso tra esposizione al cvm e l’insorgenza di tumori ai polmoni”. Da quanto emerso dagli approfondimenti fatti dall’avvocato, in quattro casi su cinque tali studi esaminerebbero situazioni del tutto dissimili da quella di Brindisi, come quella di Baltimora, dove il cvm era marginale nel ciclo di produzione. Inoltre, sono stati considerati anche due studi commissionati proprio dalle industrie della plastica: è il caso del lavoro dell’eminente epidemiologo Gary Marsh e altri suoi colleghi, sulla cui intestazione si legge a chiare lettere che il committente è l’Iisrp, l’International institute of synthetic rubber producers, un’associazione commerciale internazionale non profit, formata da 39 corporation situate in 21 Paesi, che producono il 95 per cento della plastica mondiale. Tra le compagnie affiliate c’è anche l’italiana Polimeri Europa srl, un’istituzione scientifica di proprietà dei produttori di plastiche i cui studi sono da prendere quantomeno con le molle.

Questa non è un’eccezione: la dubbia credibilità di certe analisi, anche se condotte da luminari della scienza, è stata addirittura teorizzata. Valerio Gennaro, di Medicina democratica, e Renzo Tomatis, direttore per un decennio dell’International agency for research on cancer, con lo studio Business bias, distorsioni nel mondo degli affari Come gli studi epidemiologici possano sottostimare o fallire nell’individuare accresciuti rischi di cancro e altre malattie (International journal occupational and environmental healt, 2005) hanno analizzato 15 fattispecie. Gli autori spiegano come “malgrado dichiarino la prevenzione primaria come loro scopo, gli studi di potenziali fattori di rischio occupazionale ed ambientale per la salute finanziati, sia direttamente che indirettamente, dall’industria, è probabile che abbiano risultati negativi”.

Sempre dell’autorevole Iarc è uno studio del ’91, condotto dal professor Lorenzo Limonato, liquidato perché “per diverse cause, la mortalità è stata significativamente inferiore alle attese”. Eppure lo stesso studio rimarca “l’incremento di mortalità per tumore del polmone tra gli addetti alla produzione di cvm”. L’aggiornamento del 2001, operato dal dottor Jerry Ward, conferma il dato, attribuendone le cause sia al cvm che al pvc. “La teoria Gennaro–Tomatis – conclude Palmisano – contrasta con l’assunto giuridico seguito da De Nozza, in base al quale nella comunità scientifi ca non esiste unanimità tale per cui si possa affermare la responsabilità piena degli imputati. Questo assunto segnerebbe la morte di un pezzo del diritto del lavoro. L’autore di tale assunto, però, è Federico Stella, coordinatore della difesa degli imputati al processo di Venezia, ulteriore evidenza che prima di applicare le teorie dovremmo conoscere i loro autori”.

Un “sopravvissuto”

“Produrre, consumare, morire! È questo che bisogna fare qui”. Con queste parole i superiori avrebbero schernito gli operai del petrolchimico di Brindisi, che denunciavano le scarse condizioni di sicurezza e l’inesistente attenzione alla loro salute. Tra quegli operai c’era anche Franco Caiulo, coordinatore del comitato Vittime del Petrolchimico.

Lo abbiamo incontrato a Torre Rinalda, dove il suo primogenito Antonio, 33 anni, può giocare e socializzare con i ragazzini: “Io, mia moglie Anna e la sorella minore ci prodighiamo per non fargli pesare la vita”.  Le crisi epilettiche e il ritardo mentale di Toti sono state per l’ex operaio una prova che gli è costata molto sul piano umano ed economico, e che lo ha posto in condizione di accettare sempre ciò che gli veniva proposto in fabbrica.

“Quando nel 1973 mi ha assunto l’Eni – Enichem – osserva Caiulo – pensavo di continuare a fare il mio mestiere, l’elettricista montatore. Invece mi hanno mandato a fare la pulizia di autoclavi nel reparto P18A, dove si polimerizzava il cvm per la plastica bianca. Ogni sei o sette ore bisognava pulire, scendendo dentro, perché spesso quella roba si incrostava. Quando andava bene, bisognava eliminarla con un martello, altrimenti si lavorava anche otto ore per le fasi di scrostamento. Tutto quel tempo inalando cvm poteva dare diversi effetti: in una mezzora ci si sentiva su di giri, un po’ di tempo in più per l’effetto taurina, ancora un po’ e si sveniva. Svenire era una seccatura anche per i colleghi che si calavano nelle autoclavi con le corde e tiravano su i malcapitati”.

Nel 1978 Caiulo riuscì ad ottenere l’incarico sperato sin dall’inizio. Tuttavia “in questo modo – rimarca l’uomo – giravo continuamente per tutti i reparti ad operare controlli, manutenzione e riparazioni, esponendomi ad ogni tipo di sostanze”.

Interrotto un attimo il racconto, sospirando, Caiulo mostra le macchie che ha per tutto il corpo, dovute alla chemio. “Lo stesso anno – riprende – durante una delle visite mediche trimestrali, mi riscontrarono tracce di sangue nelle urine. Per vent’anni è andata avanti così, con quelle perdite, fi nché nel 1998, con una visita medica fuori dalla fabbrica, ho scoperto di avere un tumore grande 2,5 cm alla vescica”.

Oggi Caiulo non si arrende, continuando l’opera di Luigi Caretto, morto nel 2002. L’ex operaio del Petrolchimico ha messo su il comitato, composto dai parenti delle 231 vittime, compresi quei pochi rimasti ancora in vita, col quale ha intrapreso il procedimento penale. E adesso, se il processo non dovesse aver luogo, “tutta la fatica – afferma tristemente Caiulo – sarà inutile, vorrà dire che non contiamo niente per nessuno”. E chiude: “L’opinione pubblica se ne infischia, moriremo in silenzio”. Intanto però per ora c’è un numero, il 231, che parla da sé.

 

Andrea Aufieri L’imPaziente n.16, ottobre/novembre 2007

È già passata l’università del futuro

 

Il governo Prodi bis, caduto dopo soli due anni, aveva raggiunto l’obiettivo di far approvare lo statuto degli studenti, anticamera dell’approvazione dell’agognata Legge sul diritto allo studio. Il racconto di uno splendido fallimento nell’intervista al sottosegretario al Miur Nando Dalla Chiesa lo potete leggere qui.

Grind House. Questo potrebbe essere il titolo dell’operazione “università del fu­turo” che viene delineandosi con il Berlu­sconi-quater. Come nel film di Quentin Tarantino, omaggio ai capannoni improvvisati che proietta­vano b-movies negli Usa dei 70’s: caos, sangue e carne di porco di certi punti fermi che abbiamo, leggi concetto di università, appunto, che diverrà davvero una roba di serie b.

Si possono fare due obiezioni a questa conside­razione: non c’è molta differenza con il passato, anzitutto, e poi i film del virtuoso del Tennessee sono pure belli.

A contestare la prima obiezione è dedicato que­sto approfondimento. Per quanto riguarda la se­conda, a parte il detto de gustibus eccetera, non si può obiettare: sarà molto bello soprattutto per chi ci guadagnerà su. E con la neoministra alla Pubblica istruzione, all’università ed alla ricerca scientifica (Mipiur la nuova sigla) Maristella Gel­mini, nipote dei controversi fratelli ecclesiastici Pierino ed Egidio, non è tanto difficile capire chi godrà della festa splatter.

Il giovane avvocato di Leno (Brescia) è apparsa inesperta ai più, ma non è così se si considera­no la sua vicinanza agli ambienti storicamente schierati per l’istruzione privata, e soprattutto la sua proposta di legge presentata in parlamento lo scorso 5 febbraio, che di fatto determinerà  il programma del Popolo delle libertà per il prossimo lustro.

Principio cardine del programma è la pie­na applicazione dell’autonomia scolastica e universitaria attraverso il rafforzamento dei poteri organizzativi e disciplinari di presidi e rettori, la distribuzione di “voucher formati­vi”, cioè bonus alle famiglie da spendere nelle scuole pubbliche o private.

Se questo non bastasse, si prevedono la li­beralizzazione della professione di docente attraverso la convocazione da parte de­gli istituti (scuole e università) e la conseguente possibilità,per ogni istituto, di stipulare con i singoli docenti contrat­ti integrativi di tipo privatistico a compensare l’abolizionedi contratti a tempo indeterminato, ma rinnovabili ogni trien­nio a seguito di un test.

I fuoricorso pagheranno una sorta di morosità per il tempo che perdono e saranno introdotti i prestiti d’onore per i meri­tevoli. Il tutto nel contesto della privatizzazione di tutti gli isti­tuti pubblici di ricerca e la soppressione degli enti pubblici ina­deguati e nella “libera, graduale e progressiva trasformazione delle università in fondazioni associative, aperte ai contributi dei territori, della società civile e delle imprese” ed il rafforza­mento della competizione tra atenei.

Lo statuto degli studenti. Rimpianto o resistenza?

È troppo presto per valutare tutti gli effetti di tali proposte e soprattutto per discernere tra possibilità e fantasie. Quello che è certo è che gli studenti non vogliono tutto questo e che il Gelmini-pensiero contrasta con il lavoro svolto finora. A partire dall’approvazione dello Statuto degli universitari.

È dagli anni Ottanta, quelli della Pantera, che si cerca di racco­gliere l’eredità delle lotte studentesche cercando di organiz­zare dal basso quei diritti che l’articolo 34 della Costituzione sancisce come fondamentali. Dopo quasi trent’anni il dibattito è giudicato maturo dalle istituzioni: l’ex ministro Fabio Mussi prende atto della discussione in seno al Consiglio nazionale degli studenti (Cnsu) ed incarica il sottosegretario Nando dalla Chiesa di redigere lo statuto attenendosi alle proposte degli studenti. Nel giugno 2007 è tutto pronto per le sperimentazio­ni pilota, anche se il sottosegretario è molto criticato: “Spesso i rappresentanti non rappresentano veramente – commenta intervistato da L’imPaziente prima di analizzare lo statuto – se è vero che tutti gli studenti cui ho enunciato i contenuti dello statuto si sono sempre dichiarati soddisfatti”.

Federica Musetta, coordinatrice nazionale per l’Unione degli studenti universitari (Udu), sottolinea il ruolo importante as­sunto dalla sua associazione nel dibattito: “L’Udu si è sempre battuta per i diritti degli studenti, è comunque positivo che si cominci un percorso concreto. Ci aspettavamo l’approvazione per legge, ma il governo è caduto”. Alla luce delle elezioni po­litiche le critiche si ammorbidiscono in confronto alle vacche magre che arriveranno, “ma le divergenze maggiori -continua Federica, confermando quanto dichiara Dalla Chiesa- riguarda­vano soprattutto oneri economici che lo Stato ancora non ha il coraggio di assumere”.

Abbandonando la diplomazia la studentessa di Matematica a Pisa prosegue: “lo scenario non è idilliaco, stando ai pro­grammi. L’università dovrebbe essere impostata in modo diverso da quanto da noi previsto. Non condividiamo anzitut­to la competizione tra atenei/imprese e nemmeno la promessa assegnazione di un bonus per far scegliere alle fami­glie tra scuola pubblica e scuola privata quando sarebbe stato utile destinare quei fondi ad altro impiego. Le urgenze sono tante”.

Intanto ora c’è un testo composto di 58 articoli organizzato in 11 titoli dal qua­le partire per porre un freno, o quanto meno un controllo, alle riforme del nuovo governo. In teoria ogni matricola dovreb­be riceverne copia, staremo a vedere se ognuno ne farà uno strumento di resi­stenza o dovremo intenderlo come qual­cosa che poteva essere e non è stato”.

Laboratorio Puglia

Al termine del periodo di sperimentazione pilota, lo statuto è proposto agli atenei di ogni regione: dopo una prima fase di discus­sione anche l’Università del Salento adotta integralmente il testo.

Bastian contrari sempre di targa Udu. Fran­cesco Mignogna, coordinatore locale, ci spiega perché: “Siamo stati tra i primi ad adottare integralmente lo statuto, ma si può migliorare tanto la sezione che riguarda gli studenti lavoratori in quanto non è garantita la possibilità di se­guire lezioni on-line e dovrebbe essere più chiara quella sul carico didattico, ma nel nuovo regolamento di ateneo, di futura anche se non scontata adozione, tutto ciò dovrebbe essere appianato, anche grazie al risultato delle elezioni studentesche che ci hanno premiato, dandoci l’opportunità di spingere per queste riforme”.

Proprio la Puglia, colpita da scandali che sottolineano l’illegalità di certe pratiche cui ricorrono docenti e discenti, si è dimo­strata capace di inventarsi laboratorio di diritti, con l’approva­zione recente del Codice etico, che tu­telerà gli studenti dal palese nepotismo che ha portato il caso Bari sulla scrivania di Mussi. Proprio nel codice di compor­tamento approvato a Bari si sottolinea che la comunità universitaria riconosce il lavoro dei propri docenti, considerando la dignità, l’integrità e l’onore dei profes­sori come “patrimonio istituzionale, da salvaguardare e promuovere ispirandosi ai valori, universali per loro natura e fina­lità, custoditi nella Costituzione della Re­pubblica italiana e perseguiti anche nelle istituzioni comunitarie, europee ed inter­nazionali, con particolare riferimento alla promozione dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica e alla libertà dell’arte, della scienza e dell’inse­gnamento”.

Al di là delle pur essenziali dichiarazioni di principio, comunque, Mignogna ci ricorda la desolante situazione: “A livello regionale i fondi che dovrebbero garantire il diritto allo studio sono troppo pochi e male impiegati”.

Si naviga a vista, insomma, e certo non nelle condizioni ideali per affrontare una tempesta.

 

Andrea Aufieri, L’imPaziente n.19, maggio-giugno 2008

Green jobs: tra riconversione e rivoluzione

 

green_ecologyMirror del blog Deep Ecology su Linkiesta

Andrea Aufieri, 7 giugno 2012

 

Alla vigilia della Giornata mondiale dell’Ambiente, tenutasi il 5 giugno 2012, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil oppure Ilo, nel suo più conosciuto acronimo inglese) ha pubblicato un importante dossier che dovrebbe prevenire lo svuotamento di senso del termine green economy. Il titolo è Lavorare per uno sviluppo sostenibile. Opportunità di lavoro dignitoso e inclusione sociale nell’era dell’economia verde.

Una corretta applicazione delle politiche pubbliche porterebbe all’acquisizione di una forbice tra i 15 e i 65 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo nel settore della green economy, nel giro di vent’anni. Cioè, non è che uno salti proprio di gioia alla notizia. Questo è teoricamente quel che basta per lasciare le cose come stanno e andare verso un incremento della crescita senza una vera soluzione di continuità. Il direttore generale dell’Oil, Juan Somavia, ha dichiarato che l’attuale modello di sviluppo si è dimostrato inefficace e insostenibile per l’ambiente, per le economie e per le società e che è giunto dunque il momento di muoversi al più presto verso un percorso di uno sviluppo sostenibile attraverso un insieme coerente di politiche che riconosca alle persone e al pianeta un posto centrale.

Ma è questo il modello giusto? Secondo il rapporto, questa transizione avrà una ricaduta sensibile su circa la metà della manodopera mondiale, stimata intorno al miliardo e mezzo di individui negli otto principali comparti dell’economia: l’agricoltura, l’industria forestale, la pesca, il settore dell’energia, l’industria manifatturiera ad alta intensità di manodopera, il riciclaggio dei rifiuti, le costruzioni e i trasporti. Pare che già nel 2012 il settore delle rinnovabili occupi cinque milioni di lavoratori, il doppio rispetto al quinquennio precedente e i benefici netti in termini di occupazione totale globale possano raggiungere il 2 per cento, con un valore molto più alto nei paesi emergenti come il Brasile.

La ricetta dell’Oil: occorre rivedere il ciclo produttivo nella sua interezza e renderlo completamente sostenibile, non bisognerebbe operare né tagli né sprechi sulla protezione sociale, il sostegno al reddito e la formazione, regolare gli aspetti della prevenzione primaria grazie alla mediazione sindacale e al rispetto della dignità dei lavoratori.

Fin qui il menù delle Nazioni Unite, che non dice niente sull’eccessiva mobilità delle merci, ad esempio. Movimenti come quello della Decrescita felice insistono sulle filiere corte e utili, sull’aumento di valore del lavoro e sulla completa riduzione di sprechi e ridondanze. E prendono gli applausi della gente, come è accaduto a Serge Latouche al Festival dell’Economia di Trento pochi giorni fa.

La verità non è definibile, non sta neanche nel mezzo, e dipende da molti fattori. Abbiamo già ragionato sulla centralità della crisi ecologica nell’ottica di crisi generale del mondo(finanziaria, alimentare ed energetica), e abbiamo detto che solo la soluzione di quella ecologica porterebbe cambiamenti reali. Ma non abbiamo valutato il negativo: se il crac per una delle quattro crisi dovesse arrivare, dobbiamo sperare che non arrivi per quella ecologica. Se così sarà, allora sono benvenuti i piccoli passi ventennali dell’Oil e dell’andamento generale della politica economica mondiale. Diversamente dovremmo ricordare, a dodici anni di distanza dal loro exploit, che ben poche ragioni dei No global sono state inevase dal tempo e dall’economia. E dovremmo pure ricordarci qual era il loro slogan, another world is possible.

Ottima chiusura di un pezzo eh? Però ragionerei anche sul portato di certe istanze dei movimenti e in parte dell’economia politica dell’European Left, finora più sensibile dei risorsisti alle sfide climatiche e ambientali, che passano necessariamente da tre verbi riformatori del ciclo produttivo: ridurre, riqualificare, rilocalizzare le merci rinunciando alla moda e allo spreco pianificato.

Una cultura realmente impostata sulla pace, sulla riduzione del traffico di merci e persone, sul cambio del modello alimentare completerebbero una rivoluzione che avrebbe un portato più ampio dello spettro valutato dall’Oil perché cambierebbe gli aspetti della vita di ciascun essere umano sulla Terra.

Lo spread ecologico

 

 

Mirror del blog Deep Ecology su Linkiesta
Andrea Aufieri-6 giugno 2012

In numerose interviste Vandana Shiva forma il numero quattro con le dita della mano destra, per dire che da anni il mondo è in una quadruplice crisi: alimentare, ambientale, energetica e finanziaria. Secondo lei, esponente dell’ecofemminismo antiantropocentrista, il cambiamento deve essere radicale e non può prescindere da una revisione delle politiche glocali dell’ambiente. La filosofa indiana non è la sola a sostenere che il centro nevralgico delle quattro crisi è quella ecologica, molti sono anzi d’accordo sul fatto che questa sia l’unica crisi che, riducendo lo spread con gli altri fattori, cambierebbe radicalmente l’andamento delle altre. Nessuna politica internazionale sembra però aver fatto tesoro delle tesi degli analisti, altrimenti non si spiegherebbe come mai il deficit ecologico si verifica ogni anno più presto, quasi senza soluzione di continuità.

A questo punto i cittadini del mondo intero si dividono tra speranza e disillusione, ma comunque ripongono aspettative forse eccessive per il summit di Rio. Nel 1992, infatti, l’incontro ebbe un grande successo e diede vita ad alcuni accordi importanti: la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB), la Convenzione Onu sul Cambiamento Climatico (UNFCC), la Convenzione per Combattere la Desertificazione (PACD). Il risultato però è che la crisi alimentare è acuita, le emissioni non accennano a diminuire se non con l’inganno della cessione di mercato delle quote verdi, gli ecomigranti aumentano esponenzialmente per via della siccità e della conseguente desertificazione che li costringe ad abbandonare le loro terre.Un “però ci hanno provato” sembrerebbe inopportuno, visto che a fronte di tutto ciò è stato inventato il termine green economy,che nasconde l’ultima bolla speculativa su un settore che avrebbe potenzialità forse meno allettanti se basate invece su qualcosa di più razionale. Come per esempio la “regola delle tre r”: riduzione, riuso, riciclo. Può un’economia globalizzata sposare il verbo ridurre? La risposta è implicita nella connotazione negativa del termine green washing. Per fare un esempio innocuo prendiamo il carbone, un combustibile fossile residuato dell’industrializzazione ottocentesca, il cui picco di utilizzo come per il petrolio, è di là da venire. Visto che c’entra l’energia elettrica, nella testa di qualcuno si è illuminata una lampadina e il risultato è che procedimenti di dubbio impatto ecologico portano a risparmiare quantitativi minimi di anidride carbonica. Green washing in poche parole è pulire il carbone, ma si trattava solo di un esempio a caso.Per tornare al Rio+20, proprio il tema maggiormente in evidenza è quello della green economy, in tandem con il concetto di sviluppo sostenibile. Due termini che ormai difficilmente trovano un connubio con un’effettiva riduzione dei consumi, e neanche con un tentativo di contenerli. Se a Durban il concetto di fondo è stato: “continuiamo a produrre a ritmi elevati infischiandocene delle emissioni” cosa ne potrà venir fuori da una conferenza meno vincolante? Molta ipocrisia, forse, ed è per questo che in tutto il mondo le organizzazioni non governative e le associazioni ecologiste hanno cercato di fare un fronte comune per mettere al centro i reali temi che potrebbero dare risposte concrete contro la crisi ecologica.

Da noi è nata la Rete italiana per la giustizia ambientale e sociale (Rigas), formata da circa sessanta movimenti e associazioni, che coglie in pieno la questione: i temi nodali di una nuova e radicale politica ambientale passano da un vero lavaggio in chiave ambientale dell’economia, e quindi da una green economy più in sintonia con la natura. Il primo passo sarebbe la liberazione dal signoraggio del dollaro, poi la riaffermazione antiglobalista delle sovranità energetica e alimentare, la conversione ecologica dell’intera economia mondiale, che segnerebbe una nuova rivoluzione del capitalismo, il disarmo, nodo fondamentale, insieme con l’incentivazione del trasporto pubblico e dolce, l’accesso pubblico alle risorse fondamentali come l’acqua, strategia auto conclusiva del ciclo a rifiuti zero, un passo indietro rispetto all’erosione del suolo e all’accaparramento della terra da parte delle multinazionali.

Proprio a quest’ultimo punto, insieme con l’assunzione delle responsabilità dei danni ambientali e della prevenzione, risponde un’altra ong italiana, l’International court of environmental foundation (Icef) che già vent’anni fa aveva elaborato il primo prototipo di un tribunale internazionale per l’ambiente. Ci riproverà quest’anno, proponendo un ente e un coordinamento trasversali tra tutte le corti già esistente, con più potere di queste e con la capacità di richiamare a responsabilità ed effetti reali governi e multinazionali.

Questo è il mondo che i cittadini desiderano, chissà che non sentano il vento anche i governi.

Pensiero verde

Mirror del blog Deep Ecology su Linkiesta

Andrea Aufieri-5 giugno 2012

Qual è la strada migliore per Rio? Non quella più breve, perché questo 2012 non simboleggia soltanto i vent’anni dal primo incontro in Brasile, ma anche, almeno, cinquant’anni di pensiero ecologista.

Per raccontare l’evoluzione dell’ecologia politica si dovrebbero fare delle premesse. Le parole chiave di queste premesse sarebbero, in sequenza (ma la cronologia è la storia degli imbecilli diceva Balzac e gli credo): industrializzazione, iperindustrializzazione, crisi, transizione, postmodernità, globalizzazione, crisi. Ogni passaggio è segnato da un notevole contrapporsi di correnti di pensiero, ma due sono quelle che più hanno segnato questa storia: la corrente antropocentrista, che vuole l’uomo al centro di ogni cosa, e quella antiantropocentrista che gli affianca la ragion d’essere degli altri esseri viventi del pianeta, il pianeta stesso e ancora i suoi ecosistemi.

Una tappa fondamentale è segnata da una domanda di una semplicità tale che nella testa sbagliata avrebbe potuto racchiudere in sé tutta una stagione di pubblicità di prodotti da forno per le famiglie: “perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d’America?”. Fu la domanda che si pose Rachel Carson, nel suo libro Silent spring (Primavera silenziosa) edito nel 1962: grazie al suo contributo il presidente John F. Kennedy istituì una commissione d’inchiesta che mise al bando molti pesticidi tra cui il noto Ddt. Poi scoppiò la crisi petrolifera e nel giro di dieci anni fiorirono le pubblicazioni ecologiste di ogni genere: dalle riflessioni filosofiche di ecologia sociale ad opera di Murray Bookchin alle tesi catastrofistiche del primo rapporto “Meadows”, edito dal Club di Roma nel 1972, che introduceva il concetto di limite allo sviluppo, un sacrilegio che la comunità internazionale avrebbe impiegato vent’anni a digerire.

Il ’72 è lo stesso anno della Conferenza di Stoccolma sull’Ambiente Umano: per la prima volta si sente il bisogno di regolare lo sfruttamento delle risorse naturali e l’inquinamento da parte dell’uomo. È di quell’anno il famoso slogan Think globally, act locally ed è a questo punto che il dibattito filosofico e accademico fa un salto sul piano giuridico internazionale.

Prima di allora cos’è stato? Non sempre è facile comprendere che il rapporto uomo-natura è sempre stato visto, almeno in occidente, come un continuo tentativo di sopraffazione dell’uno sull’altra, e che solo quando la tecnologia ha permesso di dominare grosso modo la natura, questa ha assunto i toni più piacevoli e positivi che ora ci viene così spontaneo attribuirle. Vigeva il cosiddetto antropocentrismo forte, quello basato sul cosiddetto cow-boy code, l’etica della frontiera, che consiste nello sfruttare nell’immediato quante più risorse possibili per trarne il maggior profitto. Da una posizione così radicale si è passati all’etica conservazionista, che evita il consumo immediato delle risorse ma le concepisce solo in funzione della sopravvivenza umana. L’etica della responsabilità teorizzata da Hans Jonas è la capacità di amministrazione delle risorse da parte dell’uomo tesa a evitare la distruzione della vita sul pianeta.

Le tesi antiantropocentriche si sono dibattute in aperto contrasto con lo sviluppismo risorsista e tra le correnti principali si possono accomodare senz’altro il preservazionismo, che al contrario del conservazionismo non vede le risorse naturali nella sola ottica funzionale di sfruttamento da parte dell’uomo, il biocentrismo, che affianca all’uomo tutti gli altri esseri viventi della Terra, e la sua falange estrema, l’ecocentrismo, che dilata la messa a fuoco inserendoci anche gli elementi e gli ecosistemi.

A questo punto uno potrebbe anche scegliere per chi tifare, tenendo conto dell’estrema rilevanza della ricaduta di ciascuna corrente dell’ecologia politica sul diritto. Le cose però non sono così semplici e le stesse conferenze, carte e dichiarazioni venute fuori dai summit internazionali sembrano avere un andamento schizofrenico anche se in fin dei conti individuabile. Infatti, a parte l’approccio antiantropocentrico della Carta mondiale della natura, approvata dall’Onu nel 1982, della Carta della Terra del 2000, fortemente voluta dall’ong Earth Charter International e della Dichiarazione dei diritti fondamentali della Madre Terra, redatta al termine della Conferenza dei popoli di Cochabamba nel 2010, tutti gli altri documenti preferiscono la strada di un antropocentrismo debole.

Secondo le visioni portate avanti, tra gli altri, da Rifkin e Sachs, l’uomo è un amministratore delegato dalla natura per preservare tutto il globo dalla distruzione, rispettando i cicli e i tempi naturali e prendendo per sé e per le generazioni future solo quello che è necessario alla vita. Con quest’ottica sono stati realizzati gli accordi internazionali più importanti, da Stoccolma a Kyoto. Ma se le Carte antiantropocentriche non sono state quasi ignorate dalla comunità, ancora più ipocrisia sembra aver colpito gli altri accordi, e sebbene il linguaggio universale dei diritti umani sembra non accogliere la possibilità di veicolare universalmente i diritti deumanizzati, che Norberto Bobbio catalogava come quelli di “terza generazione”, auspicandone la realizzazione come un impegno che avrebbe messo l’umanità sotto la luce dei suoi momenti migliori, non sembrano esserci strade più allettanti. Un ulteriore tentativo lo ha fatto Sarah Whatmore, docente di politica pubblica e ambientale a Oxford, evitando di parlare di antiantropocentrismo e di deumanizzazione dei diritti, bensì reimpiegando il termine superumanesimo, probabilmente nella reale accezione nietzschiana e togliendo il negativo a “postumanesimo”. L’affermazione del concetto dipenderà dall’impiego del pensiero attivo di Deleuze: quanto ci metteremo a partecipare e spostare le questioni politiche dall’asse nel quale sembrano piantate?

Per terminare questo racconto potrei spostare il punto di vista su qualcosa di non propriamente umano, tipo un cucciolo, o un fantastico pino che fa ombra e tante altre belle cose. Scelgo invece un punto di vista scomodo, quello di un animale selezionato per fare la cavia da laboratorio. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato nel 2007 dalla Lav, potremmo sostituire gli animali con altre cose (cellule e processori, soprattutto) per tante ricerche ma non per tutte: la posizione degli animali da laboratorio è come quella del petrolio nei confronti delle alternative, ci vogliono ricerca e volontà politica per rendere stabile il sistema differente. Seguendo il principio di Whatmore, basato sulla possibilità che anche gli esseri non umani sviluppino una coscienza, chiederei al nostro amico cosa ne pensa dello slogan di Rio+20, The world we want. Avrebbe poco tempo per rispondere, però.
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/deep-ecology/pensiero-verde#ixzz2T0Emm441

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