Salento e balkan, nozze d’argento

Coste dell'Albania viste da Otranto- Foto di Roberto Rocca
*Coste dell’Albania viste da Otranto- Foto di Roberto Rocca

«Siamo stati costretti a ferirci per capire che avevamo tutti il sangue dello stesso colore». Claudio Prima chiude così la canzone Larg. Lontano, nel cd Contagio. La strofa indica il cambio di prospettiva tra Italia e Albania all’inizio del nuovo millennio: musica come primo contraccettivo contro ogni stereotipo. Dopo un lungo flirt, la musica popolare salentina e quella balcanica provano a fondersi. È un traguardo difficile, anche se molto vicino. Come le cinquantacinque miglia marine che racchiudono il Canale d’Otranto.

Bandadriatica – Larg. Lontano – Contagio

Marco Leopizzi, critico musicale, definisce l’incontro come «musica adriatica» e ne ha raccontato tre anni fa la storia in un saggio pubblicato sul periodico Palascìa_l’informazione migrante, dal titolo Il balkan nel Salento e la riscoperta dell’Est Europa-Storia di incontri, contagi e tempi dispari. «Buona parte della musica balcanica ha assorbito caratteristiche di quella araba, a causa della dominazione dell’Impero ottomano – ha scritto-, il regime comunista di Enver Hoxha è stato assai attento alla formazione musicale: dal secondo dopoguerra sono fiorite scuole di musica e danza, orchestre, cori, ensemble professionistici e amatoriali». Grande attenzione alla tradizione, dunque: «Canti monodici ed epici, musiche pastorali dei Gheghi del Nord, i Toschi e i Lab del Sud (canto corale oggi patrimonio dell’Unesco); la musica urbana, specie al Nord è eseguita con llautë (liuto) o çifteli (liuto a manico lungo con due corde) – sostituiti oggi da fisarmonica – gërnetë (clarinetto), violino e def (tamburo a cornice)».

 Nessuno spazio, però, per tutto il nuovo venuto da Ovest come jazz, rock e pop, tranne che nei primi anni settanta, quando sembrò esserci un’apertura tale da arrivare a trasmettere il festival di Sanremo in televisione. Hoxha fece subito marcia indietro e a pagare fu il direttore Todi Lubonja, spedito in un gulag insieme al figlio Fatos, che ha poi raccontato tutta la storia in Intervista sull’Albania. In quel periodo esplose la voce cristallina e duttile della Mina d’Albania, al secolo Vaçe Zela,  icona pop scomparsa a febbraio 2014. La sua prima affermazione risale al 1962, anno in cui vince la prima edizione del Festivali i Këngës, il Sanremo albanese. Il trionfo si ripete altre nove volte.

Vace Zela – Lemza – Kenget E Vendit Tim

Ecco il clima da cui provengono nei primi anni novanta Admir Shkurtaj e Adnan Hozic, albanese il primo e bosniaco il secondo. Ai due vanno aggiunti i fratelli Ekland e Redi Hasa. Un quartetto che fungerà da agente provocatore in vari gruppi salentini di riproposta o di innovazione. Un contagio, appunto. Hozic conosce i salentini Antongiulio Galeandro e Cesare dell’Anna, che formano gli Opa Cupa nel ‘98. Il gruppo partecipa subito all’album dei baresi Folkabbestia, Breve saggio filosofico sul senso della vita. Sullo stesso solco arrivano l’anno seguente le melodie delle Faraualla, che incidono l’omonimo album d’esordio. Ancora nel ’99 Shkurtaj è fautore dell’espansione a Levante dei Ghetonìa di Mari e lune a Est del SudIl gruppo è da sempre attento alla contaminazione mediterranea del grìko e con un grande seguito in Grecia.

I Folkabbestia – Ju flet Tirane – Breve saggio filosofico sul senso della vita

Faraualla – Rumelaj – Faraualla

Dopo l’album Live in contrada Tangano del 2000, gli Opa Cupa accolgono il pianista Ekland Hasa, che ha una parte importante nel secondo exploit balkan jazz del gruppo nel 2005, con Hotel Albania. L’anno prima il fratello Redi è approdato nei progetti di Claudio Prima: Adria, etnojazz dal sapore adriatico, e Bandadriatica, al limite del bandistico con un forte innesto di fanfara balcanica. Dal secondo germogliano Contagio e Maremoto (2007 e 2009), frutti di un intenso lavoro di ricerca e armonia. Gli Adria tentano invece un delicato incontro tra canzone d’autore e architetture complesse con un forte influsso slavo.

Nel suo saggio, Leopizzi sembra tracciare il punto di non ritorno nel 2005, anno di uscita di Hotel Albania degli Opa Cupa: «Tra le migliori produzioni del world beat italiano, il disco mostra l’evoluzione della band verso un balkan progressive maturo, che si (con)fonde con il jazz, la musica per banda e i ritmi maghrebini».

Opa Cupa – Lijepa Haijeria – Hotel Albania

Il 2002 battezza un altro progetto di Admir Shkurtaj, i Talea, che nella prima formazione vedono anche Hozic, e Distante. Il progetto è un felice incontro tra strumentale moderna, jazz e tradizioni adriatiche. Leopizzi definisce come «imprescindibile»l’album Jarinà Jarinanè del 2006. Il sapere musicale dell’occidente sposa le arie balcaniche con effetti sorprendenti e un tessuto melodico coinvolgente.

Talea – Fratello balcanico pt 1 – Jarinà Jarinanè

Il saggio si ferma qui, ma la ricerca e le produzioni sono andate avanti. Il 2014 ha visto la pubblicazione dell’ultimo lavoro di Shkurtaj, Feksìn, secondo lavoro di piano-solo dopo Mesìmer del 2012, e di un nuovo progetto che vede impegnato Redi Hasa con Maria Mazzotta, già voce degli Adria e di gruppi di riproposta, per l’album Ura. I Ghetonìa hanno ristampato tre cd che hanno fatto la storia: Mara l’acqua/Agapiso/Malìa. E ci sono anche i Kerkim, ai primi vagiti, autori di mezcla tra musica albanese, turca e andalusa. I Kerkim sono un progetto di Manuela Salinaro e  tra gli altri del quintetto ospitano Vincenzo Grasso, già clarinettista della Bandadriatica. Anche il gruppo di Claudio Prima ha compiuto nel 2014 un complesso e interessante studio musicale sulle origini della musica adriatica Il progetto si chiama Floating Art e si è tradotto in una serie di concerti live.

Admir Shkurtaj – Aira de lu trainu – Feksìn

Leopizzi sintetizza i primi venticinque anni dall’incontro tra Puglia e Albania: «La misura della penetrazione della cultura balcanica nel Salento la offre bene un curioso fenomeno. Il ritmo della rumba balcanica è oramai presente in molti arrangiamenti dei gruppi di medio livello, ma anche in quelli di alcuni big della musica popolare salentina». I ritmi balkan come riflessi incondizionati sono entrati nel dna dei musicisti come repertorio abituale. Piccolo miracolo interculturale a suon di musica.

 Adnan Hozic in un video di Daniele Sepe

Un amore lungo quarant’anni

L’amore esploso negli anni novanta tra Puglia e Albania è solo l’apice di una relazione che vedeva i primi flirt già nei primi anni settanta. I primi a farsi influenzare dal grecale sono gli Area. La prima formazione del gruppo, attiva tra il 1972 e il 1983, è composta da Demetrio Stratos (voce e organo), Victor Edouard Busnello (fiati); Patrick Djivas (basso), Gaetano Leandro (tastiere), Johnny Lambizi (chitarra) e Giulio Capiozzo (batteria). Il gruppo si propone di organizzare l’incontro tra l’elettronica e il Mediterraneo. E così, a un anno dalla nascita, viene inciso Luglio, agosto, settembre nero (’73) e l’anno successivo Cometa rossa (’74).

Vent’anni dopo è proprio Adnan Hozic ad avviare uno studio più approfondito della musica balcanica. Hozic conosce a Napoli Daniele Sepe, Carmine Guarracino e Lello di Fenza, con i quali fonda Balkanija e incide due album e una raccolta, tutti e tre editi da Il Manifesto: Balkanija (1997), Miracolo (2004) e Trasmigrazioni (1996). Già dal 1992 il gruppo  frequenta i campi rom,  dialoga con gli zingari, si lascia contaminare dalla loro musica e prova a fonderla con le tarantelle. Un connubio che alla morte del musicista bosniaco prosegue con il gruppo dall’eloquente nome di ‘O Rom.

*Articolo pubblicato sul numero monografico di Mediaterraneo News a novembre 2014, nell’ambito del progetto europeo “Beams” contro gli stereotipi legati all’Albania

Lecce senza Capitale o senza Cultura? L’intervista ad Airan Berg

airanberg

Nel giorno della raccomandazione di Matera a rappresentare la nazione come Capitale europea della Cultura per il 2019 da parte del governo italiano, ripubblico qui l’intervista al direttore artistico di Lecce2019, Airan Berg. L’intervista è stata pubblicata su Mediaterraneo News.  Sono particolarmente affezionato alla risposta che Berg mi ha dato sul possibile proseguimento dell’impegno della città a prescindere dal risultato. Sono curioso di capire se questa città farà davvero passi in avanti. Come quelle squadre chiamate a giocare campionati da gregarie, senza impegni oltre al campionato. Serenità, progetti, maturità da dimostrare.

Lecce è tra le sei città italiane ancora in corsa per la candidatura a Capitale europea della Cultura per il 2019. E se il potenziale del capoluogo salentino sarà valorizzato a dovere, dopo la consegna del dossier definitivo a luglio, un ruolo importante andrà riconosciuto ad Airan Berg, direttore artistico della candidatura leccese.

Nato a Tel Aviv il 18 luglio 1961, maturato a Broadway e direttore artistico di diverse compagnie teatrali austriache, Berg ha casa a Istanbul con sua moglie e un bambino, è stato nel team creativo di Linz, Capitale del 2009. Tutte le attività che si svolgono in città e le proposte d’innovazione si reggono su un concetto che ha coniato lui: Reinventare Eutopia.

Edutopia; profitopia; artopia; ecotopia; talentopia; polistopia; democratopia; esperientopia sono i petali della margherita da sfogliare interrogandosi sulla possibilità di rappresentare l’Italia e l’Europa sotto il segno della cultura. Otto campi che raccolgono l’esperienza, i talenti, gli artisti, la ricchezza culturale e sociale, l’innovazione amministrativa e la trasparenza che la città è in grado di produrre. Ecco da vicino i suoi piani per fare di Lecce l’avanguardia culturale europea.

Quali sono i punti di forza che la città deve valorizzare per ambire al titolo di Capitale europea della cultura?

«Anzitutto questa città ha una fantastica tradizione culturale. La forza di questo territorio sta poi nella varietà straordinaria dei saperi della società civile. E poi ci sono artisti meravigliosi. E il cibo, che è una parte molto importante della vostra cultura».

Come nascono le sfide di «Eutopia»? E perché «reinventarla»?

«Il concetto del “reinventare” non è mio, l’ho sentito spesso dalle persone che ho incontrato: “Dobbiamo reinventarci ogni giorno per poter vivere”, mi hanno detto. C’è bisogno di un cambiamento sostanziale, lo sappiamo, per tutto il Sud: non basta un cerotto e via per sistemare le cose. E siccome nel progetto esiste anche una dimensione europea, c’è bisogno di reinventare un po’ anche il nostro essere cittadini europei e abbiamo creato un’eutopia, un’idea cui aspirare per migliorare».

Lecce2019 propone una visione differente della cittadinanza: come cambia il rapporto con la pubblica amministrazione?

«Un elemento importate è la mancanza di fiducia, sul territorio, tra la cittadinanza e gli amministratori, ma questo è un territorio pieno di potenziale umano, cosa che sfortunatamente gli umani sanno distruggere facilmente. Dobbiamo essere più meticolosi nell’usare di più questa conoscenza collettiva e questo processo può essere affrontato solo partendo dal basso. Responsabilizzando i cittadini per ottenere maggiore responsabilità (capacità di risposta) da parte dell’amministrazione».

Il progetto in sé, a prescindere dal risultato, cosa lascerà a Lecce?

«Il risultato che rimarrà sul territorio dipende da quanto le persone coinvolte vorranno e sapranno investire sul territorio. Se l’esito di ottobre sarà negativo, starà comunque alla cittadinanza premere per attivare i progetti, anche se in modo più umile-bisognerà ridimensionare tutto-, ma cercheremo di attivare un cambiamento tale per cui non si potrà più tornare indietro».

I muscoli della sfida si sono basati sulle Curiosity Zone-punti informativi, ma anche di discussione e di proposta- e i Laboratori urbani aperti creativi (Luac)-promotori di innovazioni e attività di ogni tipo. Che risposta avete avuto?

«Un grande feedback, molte idee, la gente si è divertita, ha compreso, ha esplorato e impiegato la piattaforma che noi abbiamo messo a disposizione. Tante piccole associazioni che prima pensavano di lottare da sole per una causa o progetto li hanno messi insieme nei Luac e gli diciamo: vi creiamo una piattaforma per creare più dialogo ma dovete prendere in carico voi la riuscita del progetto, con responsabilità. La dimensione europea, inoltre, è fondamentale. Il lavoro deve essere svolto dalla popolazione, ma bisogna cercare di sviluppare una popolazione europea. Questo non è il momento di mangiare la torta, ma si investe, la si fa insieme con gli ingredienti giusti e bisogna anche aspettare e non mangiarla troppo presto. Ci sarà infatti una sorta di collo di bottiglia nel quale bisognerà selezionare le idee per portarle avanti».

Lei si considera un globetrotter, ma cosa potrebbe spingerla a rimanere a vivere a Lecce?

«In questi mesi sono ingrassato parecchio! Una delle attrattive maggiori è il cibo, ma mi piace la gente, mi piace che appena vai fuori dalla città trovi subito dei bei posti, e gli uliveti, mi piace vivere tra due mari. Io sono nato a Tel Aviv e in generale ho il Mediterraneo nel cuore. Posso ben immaginare di poter vivere qui, ma poi mi piace essere spontaneo con quello che viene, le opportunità che si presentano, e devo ascoltare i bisogni della mia famiglia. È facile sentirsi cittadini del mondo se non si resta nello stesso posto in cui si è nati per molto tempo. A 11 anni io ero a Vienna, poi in America. È più facile non sviluppare radici profonde. E mi sento sicuramente legato al Mediterranneo, il mio cordone ombelicale è lì».

Joseph Grima porta in trionfo Matera2019

Grima

 

 

Matera sarà la prima città del Sud Italia a essere nominata Capitale della Cultura per il 2019. Ho scambiato qualche scambio di tweet con  il direttore artistico che l’ha portata al trionfo, Joseph Grima, nel giorno del suo insediamento.

Un curriculum di tutto rispetto, l’attitudine alla creatività, dal respiro cosmopolita, e con un programma per il 2014 già ricco di eventi. Anche Matera ha il suo direttore artistico, presentato stamattina: è Joseph Grima, 37 anni, nato ad Avignone, di nazionalità inglese e naturalizzato italiano, con uno studio d’architetto a New York.

«Un progetto bellissimo e ambizioso»: Joseph Grima esprime con un tweet la sua gioia per la nomina a direttore artistico per Matera 2019. La città dei sassi è tra le sei città della short-list che correranno per ottenere lo status di Città europea della cultura tra cinque anni. Sulle città in lizza con Matera, in rigoroso ordine alfabetico Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena, il verdetto dell’apposita commissione europea sarà entro novembre di quest’anno. Per vincere la sfida d’internazionalizzazione che si pone al Comitato per Matera 2019, il presidente Salvatore Audace e il segretario Paolo Verri calano il loro asso: Joseph Grima, appunto. Architetto, scrittore, ricercatore, direttore della Storefront for Art and Architecture, galleria d’avanguardia e spazio eventi a New York, messa su anche per incentivare la promozione di posizioni innovative in architettura, arte, design e pratiche territoriali. È stato anche redattore e corrispondente internazionale per la rivista Domus di Milano, autore di «Instant Asia» (Skira, 2007), una rassegna critica dei recenti esiti di pratiche architettoniche nuove e d’avanguardia in tutto il continente asiatico, e tra i curatori di «Shift» (Lars Mueller, 2008), oltre a numerosi contributi scientifici per libri e altre pubblicazioni di settore come AD, Tank, Volume e Urban China. Attualmente è inviato speciale della rivista di architettura Abitare .

Grima è stato nominato direttore artistico questa mattina, durante la conferenza stampa di presentazione del programma 2014 del comitato e per tracciare un bilancio dell’attività svolta nel 2013 che è stata incentrata su diciannove eventi. Il nome del creativo cosmopolita, nato ad Avignone, con cittadinanza inglese, ma naturalizzato in Italia e residente a Milano, l’ha spuntata sulle nove candidature finali selezionate tra le novantasette presentate. Il neodirettore sarà a Matera agli inizi di marzo e sarà impegnato nell’attuazione di programmi e nei percorsi che porteranno gli organismi europei alla scelta finale. «Il programma del comitato per il 2014 sarà incentrato su tre tappe – hanno detto Adduce e Verri -, riguardanti il coinvolgimento di cittadini e centri della Basilicata sulla candidatura, in vista dell’arrivo della commissione di valutazione; un grande lavoro nazionale di rete con città come Torino, Milano, Pisa e altre, di promozione e interscambio internazionale; il concerto omaggio a Giuseppe Verdi registrato a Matera e che sarà trasmesso dalla televisione bulgara, un grande evento sul cinema promosso dalla Camera di commercio legato alla European Film Accademy che si terrà in marzo a Matera, eventi sportivi, come “Un canestro per Matera 2019” e artistici cadenzati nel corso dei prossimi mesi».

Sugo e libertà, il progetto Netzanet

 Al via Netzanet, progetto di autoproduzione della salsa di pomodoro tra precari e migranti. 

Da settembre a Bari u’sug, la salsa di pomodoro, avrà un gusto nuovo: quello della libertà. Schiere di nonne, sagge depositarie della tradizione, sovrintenderanno con severità le fasi di trasformazione dell’oro rosso in conserve. Autoprodotte, tra gli altri, dai migranti che occupano l’ex liceo «Socrate».

Alfia Di Marzo, poco più che trentenne, è responsabile, per l’associazione «Solidaria» del progetto «Netzanet»: un ambizioso programma di autoproduzioni a sfruttamento zero che coinvolge migranti e precari di tutta la città. «L’idea è venuta al collettivo “Rivoltiamo la precarietà” – spiega – durante una delle cene di sostegno per i migranti che vivono nella “Casa del Rifugiato” e nel “Socrate”. I migranti, per lo più eritrei, preparano un ottimo zigni (stufato a base di manzo o pollo, con cipolle rosse, aglio, pomodori e spezie varie, servito su una specie di piadina, l’injera), che va sempre a ruba. Sanno scegliere gli ingredienti migliori e sanno come trasformarli».

Allo stesso modo i ragazzi del collettivo hanno pensato di poter fare con le conserve, coinvolgendo però persone diverse per esperienza, età e cultura, basti pensare alle condizioni di precarietà che contraddistinguono tanto gli immigrati quanto i giovani che prenderanno parte al progetto. L’idea lega tra loro anche tradizione, filosofia di vita (quella del diy, acronimo di do it yourself, l’autoproduzione appunto) e pratiche innovative. Prima fra tutte quella del crowdfunding(la ricerca di finanziamenti) proposto online, sul sito produzionidalbasso.com. Obiettivo: l’acquisto di 10 quintali di pomodori da trasformare. Ma non solo: Netzanet significa libertà in tigrigno, ma contiene ben due volte la parola net, rete in inglese. Mettere in rete la solidarietà è dunque lo slogan del progetto.

Le consereve presenteranno l’etichetta «Sfruttazero» sia perché l’autoproduzione offrirà possibilità di lavoro agli inquilini del «Socrate», sia perché seguirà l’etica della filiera corta e del contrasto al caporalato, premiando i produttori dei gruppi di acquisto solidale e delle reti diFuorimercato e Genuino Clandestino. Fenomeni cresciuti come alternativa alle logiche di sviluppo e di sfruttamento alle quali sempre più italiani cominciano a rivolgersi. Le fasi della lavorazione dei pomodori si svolgeranno al «Socrate», che all’inizio di maggio ha firmato un protocollo d’intesa per l’autorecupero, gestito dalla stessa comunità eritrea e da Ingegneria senza frontiere Bari. La struttura sarà resa agibile con alcuni interventi e con l’autoimpiego degli inquilini, che in questo modo saranno anche formati. Nello stesso stabile saranno avviati diversi progetti che lo renderanno vivibile, aperto e fruibile da tutta la cittadinanza.

Netzanet potrebbe essere il fiore all’occhiello di tutto il network, una volta risolti i nodi igienici e legali. «A 60 giorni dalla chiusura della richiesta di fondi online abbiamo ottenuto circa 700 euro – dice Alfia Di Marzo – e l’ideale sarebbe arrivare a 3-4mila, anche per poter garantire la paga ai quattro migranti che produrranno con noi le riserve». Il carattere interculturale dell’iniziativa è sigillato dai vasetti scelti: bottiglie di Peroni. Vuoto a rendere.

Pubblicato da Andrea Aufieri su Mediaterraneo news del 27 giugno 2014

Veleni nel Salento, Motta: Difficile trovare un colpevole

Un altro ritrovamento di rifiuti speciali nel Sud Salento. La prima uscita pubblica sull’argomento da parte del procuratore Cataldo Motta, mentre infuriano le polemiche sui veleni nel tracciato della nuova strada 275.

«Si dovrà procedere con la massima cautela perché quello ambientale è un settore particolarmente difficile, per la scarsità delle norme del codice e per l’avvicendarsi di leggi in materia che rende difficile l’accertamento dei reati e lo sviluppo delle indagini». Non si sbilancia Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, durante il suo primo intervento pubblico per fare il punto a seguito degli ormai numerosi rinvenimenti di veleni interrati che si susseguono da più di un mese. Solo ieri, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno individuato un altro sito, il quarto, in contrada «Orie» nei pressi di Scorrano. Nel sottosuolo di parte dei quindicimila ettari analizzati sono stati ritrovati per ora lastre rotte di eternit, pezzi di tufo e altri scarti da costruzione. Il terreno è stato acquistato cinque anni fa da un’impresa immobiliare, che non è responsabile degli interramenti.

È ancora presto per stabilire se anche il sito di Scorrano presenti scorie che possano ricollegare il ritrovamento alle inchieste sui veleni scaricati dalle industrie dell’ex indotto del «tac». Laconico il commento di Motta: «In questa particolare indagine non abbiamo indicazioni che riportino ad attività della criminalità organizzata». I ritrovamenti dunque si devono discostare, per il momento, dalle inchieste sulla connivenza tra imprese, camorra e scu che tengono banco da novembre. Durante l’exploit economico degli anni novanta, infatti, le aziende che operavano nei settori del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero (da cui l’acronimo «tac») avrebbero raggiunto accordi con i boss della Sacra corona unita per disfarsi dei rifiuti senza costi eccessivi.

Le prime indagini della procura guidata da Motta, ma seguita dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, hanno evidenziato che i conti di molte aziende non tornano: registri di carico e scarico fanno volatilizzare tonnellate di rifiuti speciali. I due filoni d’indagine già aperti nel solo Salento riguardano la contrada «Li Belli» tra Supersano e Cutrofiano, e le discariche rinvenute tra Patù, Alessano e Tricase, dove per altro i finanzieri hanno dovuto interrompere i lavori per i miasmi emanati dai resti chimici. I ritrovamenti hanno sconcertato perfino gli inquirenti, che avevano seguito le indicazioni del camorrista Carmine Schiavone, e del pentito della Scu Silvano Galati rese nel 1997 e desecretate soltanto lo scorso autunno. Galati aveva descritto il sistema, ma si era riferito con certezza soltanto alla contrada «Li Belli». A diciassette anni di distanza proprio Motta ha dichiarato di non voler «rincorrere fantasmi», lasciando così che ad aprire l’inchiesta fosse solo la procura di Bari con il pool guidato da Pasquale Drago. Le denunce della stampa e delle amministrazioni salentine che ne sono seguite hanno fatto costretto la procura al dietrofront.

È così che adesso è scoppiata anche una questione spinosa. Parte dei rinvenimenti si trova sotto il tracciato della strada statale in costruzione più discussa del territorio, la 275. Pensata ventotto anni fa proprio per rendere fluidi i traffici con le aziende del tac, la strada è stata al centro di furiose polemiche con gli ambientalisti e non solo, che ne contestano tuttora l’invasività e l’opportunità. «Le attività d’indagine-ha dichiarato Motta in merito alla polemica che si è aperta-non comprendono anche valutazioni sulla legittimità del tracciato della 275», ma subito dopo ha aggiunto: «Non si può costruire una strada sulle discariche portate alla luce con le indagini della procura». Dopo ventott’anni e 288 milioni spesi il progetto della strada dovrà restare ancora al palo. Le connivenze tra mercato e malavita vengono troppo lentamente fuori dall’ombra del barocco.

Veleni interrati nel Salento. Motta: difficile trovare i colpevoli

LECCE – Un altro ritrovamento di rifiuti speciali nel Sud Salento. La prima uscita pubblica sull’argomento da parte del procuratore Cataldo Motta, mentre infuriano le polemiche sui veleni nel tracciato della nuova strada 275.

«Si dovrà procedere con la massima cautela perché quello ambientale è un settore particolarmente difficile, per la scarsità delle norme del codice e per l’avvicendarsi di leggi in materia che rende difficile l’accertamento dei reati e lo sviluppo delle indagini». Non si sbilancia Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, durante il suo primo intervento pubblico per fare il punto a seguito degli ormai numerosi rinvenimenti di veleni interrati che si susseguono da più di un mese. Solo ieri, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno individuato un altro sito, il quarto, in contrada «Orie» nei pressi di Scorrano. Nel sottosuolo di parte dei quindicimila ettari analizzati sono stati ritrovati per ora lastre rotte di eternit, pezzi di tufo e altri scarti da costruzione. Il terreno è stato acquistato cinque anni fa da un’impresa immobiliare, che non è responsabile degli interramenti.

È ancora presto per stabilire se anche il sito di Scorrano presenti scorie che possano ricollegare il ritrovamento alle inchieste sui veleni scaricati dalle industrie dell’ex indotto del «tac». Laconico il commento di Motta: «In questa particolare indagine non abbiamo indicazioni che riportino ad attività della criminalità organizzata». I ritrovamenti dunque si devono discostare, per il momento, dalle inchieste sulla connivenza tra imprese, camorra e scu che tengono banco da novembre. Durante l’exploit economico degli anni novanta, infatti, le aziende che operavano nei settori del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero (da cui l’acronimo «tac») avrebbero raggiunto accordi con i boss della Sacra corona unita per disfarsi dei rifiuti senza costi eccessivi.

Le prime indagini della procura guidata da Motta, ma seguita dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, hanno evidenziato che i conti di molte aziende non tornano: registri di carico e scarico fanno volatilizzare tonnellate di rifiuti speciali. I due filoni d’indagine già aperti nel solo Salento riguardano la contrada «Li Belli» tra Supersano e Cutrofiano, e le discariche rinvenute tra Patù, Alessano e Tricase, dove per altro i finanzieri hanno dovuto interrompere i lavori per i miasmi emanati dai resti chimici. I ritrovamenti hanno sconcertato perfino gli inquirenti, che avevano seguito le indicazioni del camorrista Carmine Schiavone, e del pentito della Scu Silvano Galati rese nel 1997 e desecretate soltanto lo scorso autunno. Galati aveva descritto il sistema, ma si era riferito con certezza soltanto alla contrada «Li Belli». A diciassette anni di distanza proprio Motta ha dichiarato di non voler «rincorrere fantasmi», lasciando così che ad aprire l’inchiesta fosse solo la procura di Bari con il pool guidato da Pasquale Drago. Le denunce della stampa e delle amministrazioni salentine che ne sono seguite hanno fatto costretto la procura al dietrofront.

È così che adesso è scoppiata anche una questione spinosa. Parte dei rinvenimenti si trova sotto il tracciato della strada statale in costruzione più discussa del territorio, la 275. Pensata ventotto anni fa proprio per rendere fluidi i traffici con le aziende del tac, la strada è stata al centro di furiose polemiche con gli ambientalisti e non solo, che ne contestano tuttora l’invasività e l’opportunità. «Le attività d’indagine-ha dichiarato Motta in merito alla polemica che si è aperta-non comprendono anche valutazioni sulla legittimità del tracciato della 275», ma subito dopo ha aggiunto: «Non si può costruire una strada sulle discariche portate alla luce con le indagini della procura». Dopo ventott’anni e 288 milioni spesi il progetto della strada dovrà restare ancora al palo. Le connivenze tra mercato e malavita vengono troppo lentamente fuori dall’ombra del barocco.

Andrea Aufieri per Medi@terraneo News

Il corpo di Pennac incanta Bari

In un mondo dominato dal pressappochismo e dalla ridondanza, la chiarezza e la sensibilità potente della parola scritta e detta da Daniel Pennac suonano così confortanti da far gridare al miracolo. Un miracolo di umanità, senza dover stupire con effetti speciali o, per dirla con Raymond Carver, senza «trucchi da quattro soldi».

«Journal d’un corps» («Storia di un corpo») nella forma del romanzo edito in Italia da Feltrinelli nel 2012, ha avuto un grande successo, tanto da confermare la formula alchemica che permette ai grandi scrittori di soffiare dolcemente sul cuore dei lettori.

L’intimità, la tenerezza e la complicità raggiunte da Pennac con la sua ultima fatica si sono rivelate tali da permetterne una messa in scena convincente. Una sceneggiatura minimalista: uno scrittoio, uno schermo dai toni caldi,che riproduce la calligrafia dell’autore come su un vero diario, e lo stesso scrittore che dona ai suoi ammiratori la sua capacità di lettura, così tanto assaporata in opere come la serie di Benjamin Malaussène, che in Italia ha superato i cinque milioni di copie vendute.

In ossequio ai «diritti imprescrittibili di ogni lettore», che proprio lui ha enunciato nel suo «Come un romanzo», Pennac seleziona dal libro i momenti più «densi di energia», espressione che torna spesso nel «Journal», donando la potenza e la dolcezza della sua voce. Un incantesimo che ha tenuto in ostaggio per poco meno di due ore un Petruzzelli pieno, eccezionalmente, di giovani orecchie e di portatori sani di quello che Gianni Rodari, collega nostrano di Pennac, non meno illustre, definiva «orecchio acerbo». Un particolare anatomico che riesce a far restare un po’ bambino ogni adulto. E che ha permesso, per una sera, di assistere a una rigenerante e appunto confortante onda emotiva percepibile a occhio nudo, che ha attraversato l’emiciclo dello storico teatro tra tensione, lacrime di gioia e risate di gusto.

Aver già letto sulla pagina della scoperta di un corpo, e degli altri corpi che lo circondano come fossero un unico corpo, attraversato da gioia e dolore, ma sempre accettato con amore e curiosità per sé stesso e per gli altri, non restituisce l’esperienza di ascoltare la stessa avventura dalla voce del suo autore, e nel suo francese, per giunta, così limato e lavorato al punto da risultare naturale e diretto. Una freccia, scoccata dritta al cuore dello spettatore.

Cosa accade accettando l’invito a questo banchetto intimo? Lison, rientrata dal funerale del padre, riceve da lui un ultimo e singolare dono: il diario che ha deciso di tenere riguardo al suo corpo. E sulla storia dei corpi con cui è entrato in contatto, per le carezze, da bambino, con la tata Violette come per la passione con Mona, sua moglie, o per un semplice viaggio in autobus.

Descrivere cosa accade al corpo rende automatica l’onestà, non si può mentire: e così allo spettatore non si risparmia nulla, dalla prostatite alle flatulenze, passando per le polluzioni notturne. E alle sensazioni che scuotono la carne, come il piacere fisico, la bellezza della prima volta o presunta tale; il dolore per l’assenza ormai irrimediabile di corpi amati: il padre, la tata Violette, il nipote Grégoire.

Allo spettatore il banchetto è offerto tutto, fino in fondo, fino a quando, dal punto di vista del corpo, la morte si rivela nella sua drammatica semplicità: cessazione, assenza. Il diario s’interrompe, dopo essersi «regalato» anche la minuziosa annotazione dell’agonia, per poi semplicemente non essere più. O proseguire, forse, nel sangue e nel cuore di chi ha amato quel corpo come rappresentazione e frontiera dell’essere e dell’esistere per donare amore a una figlia.

Due città che sono una: Bari

baripanoramica
*foto di Andrea Aufieri, disponibile su Licenza Creative Commons 3.0 Attribuzione – Non Commerciale – Non Opere Derivate

 

Propongo qui il mio editoriale sull’edizione di febbraio 2014 di Mediaterraneo News. Su Calaméo l’intera edizione sfogliabile.

«Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi»: l’incipit del celebre racconto di Charles Dickens, «Le due città», si addice alla perfezione al momento che sta vivendo la città di Bari. Soprattutto nel richiamo allo stimolante incontro tra saggezza e follia, tra speranza e disperazione. Un’epoca, accompagnando ancora Dickens, di cui si può «parlare soltanto al superlativo».
E in effetti, secondo i dati Istat, è il momento in cui gli abitanti hanno la più bassa capacità di spesa da sempre, il reddito famigliare è al quart’ultimo posto in Italia, poco meno di mille euro al mese.
La disoccupazione giovanile tocca il 18 per cento, con diecimila ragazzi altamente qualificati a spasso, donne più della metà di loro, e quattromila emigrati. Buona parte di loro, inoltre, ingrassa le file della parola che andrà di moda nei prossimi anni: neet, ragazzi che non studiano e non lavorano.
Al quadro davvero poco edificante si aggiungono il crollo del prezzo degli affitti e dei costi delle case, in calo da quattro semestri, il numero degli sfratti che diventeranno esecutivi nei prossimi mesi, circa 1400, e l’emergenza sicurezza, con i furti aumentati in Puglia del 35 per cento, con il capoluogo che ha viaggiato per due settimane al ritmo di una rapina al giorno e in cui i furti in appartamento sono addirittura raddoppiati.
Se la situazione diventa insostenibile, e le istituzioni faticano a rispondere in maniera tempestiva, si diffonde così l’idea che se c’è un’esigenza, questa deve essere soddisfatta travalicando le regole della convivenza civile. La faccia più colorata e utile di questa riflessione, sintetizzabile nello slogan: do it yourself (fallo da solo), è rappresentato da coloro che occupano stabili pubblici abbandonati, come nel caso dell’ex caserma Rossani, «liberata» dagli occupanti sgomberati da Villa Roth. Un episodio che ha portato alla luce la ferita dell’incuria di luoghi che potrebbero riportare un dialogo e uno scambio che in città sembrano restare tappati in casa, per paura.
Ma ci sono anche le abitazioni occupate da abusivi in una commistione velenosa di indigenza, malavita e assenza delle istituzioni. E c’è il lavoro difeso con le unghie e con i denti appena un anno fa alla Bridgestone, che ora torna in cronaca per i casi di morte da esposizione all’amianto che vi si sarebbero verificati.
Se rimanesse ferma a tali questioni, Bari andrebbe dritta nel barato, e invece qualcuno la riprogetta con un nuovo parco, una prospettiva più smart, eco-friendly, senza barriere architettoniche e con una maggiore alfabetizzazione informatica.
Belle idee, e coraggiose anche, che devono trovare un senso nel vettore della politica. Le amministrative quest’anno saranno l’occasione per presentare il conto delle gestioni positive, ma anche degli errori e del silenzio delle istituzioni.
Con le elezioni la città si guarda allo specchio, e non deve spaventarsi di quello che vede, piuttosto rimboccarsi le maniche ed esercitare il proprio diritto alla bellezza.

Bari, emergenza sfratti. E il racket ringrazia

A dire: «casa», a Bari,il rischio è di rievocare un filone cinehorror in salsa eighties. È piacevole sapere che presto arriveranno più di cinque milioni dalla Regione per adeguare e ristrutturare gli alloggi dello Iacp di Bari. Non lo è che la stessa Regione abbia l’impegno della riforma dello Iacp e dell’Edilizia residenziale pubblica (Erp). È bello sapere che c’è l’impegno del sindaco per affrontare i casi di morosità incolpevole ed evitare che gli sfratti diventino esecutivi, ma non lo è che dopo un mese non è cambiato nulla. Ci sarà presto la nuova graduatoria di assegnazione degli alloggi, ma la situazione reale apre a una violenza sottile e mortificante.

«Non possiamo parlare di un aumento del fenomeno-spiega il colonnello della polizia locale Stefano Donati-, ma la percezione è che sia una presenza costante». Il colonnello racconta il fenomeno delle occupazioni abusive «pilotate» di alloggi popolari: «Avvengono un po’ ovunque in città, ma sono concentrate soprattutto al San Paolo e a San Girolamo. Secondo le nostre indagini è prematuro dire che esiste una rete sistematica, ma andando a controllare tra le parentele dei soliti noti, usati come “teste di ponte” per entrare negli appartamenti-in genere donne o disabili- è possibile risalire all’infiltrazione o all’interesse dei clan».

Le conseguenze sono amare: «A queste condizioni avviene spesso che gli aventi diritto rinuncino per paura». L’unica soluzione possibile, a parte quella di rimpolpare l’organico della polizia locale, che conta su 570 agenti, oppure realizzare un presidio di polizia a Japigia, come chiesto dai cittadini, è quella di un deciso intervento della legalità. Per contrastare il record delle ingiunzioni di sfratto che diventeranno esecutive nei prossimi mesi, circa 1500, il sindaco Emiliano ha chiesto a inizio mese al prefetto Nunziante di bloccare le esecuzioni per la categoria dei «morosi incolpevoli», coloro, cioè, che non possono pagare l’affitto per ragioni di salute o di crollo improvviso del reddito.

È passato un mese e nulla si è mosso: «La situazione è drammatica- dice il sindaco-, ma non so perché non sia cambiata. Io ho chiesto al prefetto di esercitare i suoi poteri e aspetto una sua risposta, ma intanto, e da anni, sono venute meno le necessarie sinergie tra le istituzioni locali e nazionali Laddove queste mancano la malavita prospera e accresce il suo potere».

«Andiamo verso il collasso-replica Nicola Zambetta, segretario provinciale del Sunia, il sindacato dei coinquilini che afferisce alla Cgil-perché abbiamo richieste disperate e 2200 persone che attendono un alloggio, molte più di quanti se ne possano liberare».

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