La retorica cattolica della sofferenza e l’eutanasia come atto di pietà

Scherzando o no, spesso si nomina Jorge Bergoglio – papa Francesco – come possibile leader o ideologo della resurrezione della sinistra italiana, o in generale come un possibile attore politico.

Di certo hanno contribuito le sue condivisibili posizioni sui migranti e sull’ambiente. E sia beninteso che non si criticano qui le sue decisioni circa l’amministrazione del Vaticano e altre iniziative tese a rendere le cose più trasparenti.

Non è un caso se c’è grande attesa per la sua prossima enciclica, “Fratelli Tutti”, sebbene lo scrittore Giuseppe Genna abbia fornito uno spunto di riflessione importante: riuscirà il papa a segnare un punto sull’aspetto spirituale e della fede e non solo nel campo dei diritti umani? Insomma, riuscirà a fare quello per cui esiste e persiste la sua figura? E pensare che più di un vaticanista nostrano taccia Bergoglio di essere troppo spirituale.

In attesa di scoprirlo, dobbiamo annotare l’ennesimo punto basso raggiunto dall’ideologia e dalla dottrina cattolica nel danneggiare la vita delle persone.

Non basta la solita invadente presenza sotto le nostre lenzuola, come testimonia il battage di Avvenire (altro giornale apprezzatissimo a sinistra) contro la legge sull’omotransfobia; non bastano le terribili parole di un anno fa del papa sull’aborto; non basta la volontà di distruzione del sistema scolastico, con lo spostamento dell’asse sulle “scuole paritarie”, altro tema onnipresente sul giornale della Conferenza episcopale.

A centocinquant’anni dalla Breccia di Porta Pia l’Italia non si è ancora liberata dal «giogo pretesco», come fa giustamente notare Piergiorgio Odifreddi sulle colonne di Domani, citando a sua volta Benedetto Croce.

Il giogo pretesco del 2020 è quello di fornire uno strumento ideologico che giustifica obiezioni di coscienza e il peggioramento della qualità della vita per milioni di persone, sancendo l’ennesima divisione tra ricchi e poveri riguardo all’eutanasia.

Il Vaticano compie così l’ennesima prevaricazione alla libertà degli individui, danneggiandone la comunità e pubblicando la cosiddetta lettera del Samaritanus bonus di martedì 22 settembre.

Il tema principale della lettera può essere riconosciuto nella parola “sofferenza”, che compare nel testo ben 39 volte. Non c’è una sola occasione in cui la parola sia usata in termini realistici. Lasciare il malato in uno stato acuto di sofferenza, soprattutto nelle fasi terminali della vita, è il più grande segno della mancanza di compassione tra umani.

Per la Congregazione per la Dottrina della fede la sofferenza è la chiave di volta della fede cattolica. Sembra il paradosso di madre Teresa contro il quale si è battuto per anni il giornalista inglese Christopher Hitchens, alfiere dell’ateismo contro ogni aspetto umiliante delle credenze religiose, in un’inchiesta molto lucida dal titolo dissacrante (“La posizione della missionaria”).

Il grande insegnamento della sofferenza, il “dono” del dolore, è impartito quasi sempre da chi sta bene a chi sta peggio. La questione di fondo è la stessa: si lascia soffrire chi non ha altra scelta. In genere, i più poveri.

In Italia ciò accade perché si impedisce al legislatore di fare il suo dovere, nell’ottica della pietà e non in quella della sublimazione della sofferenza.

A provare a mettere un freno a questo orgasmo per Comunione e Liberazione (organizzazione fin troppo presente nei nostri ospedali) esiste il gruppo d’interesse dell’associazione “Luca Coscioni”, rappresentata da Marco Cappato, che ha saputo rispondere agli aspetti più inquietanti della lettera, non quelli ideologici e di propaganda, ma quelli in cui il Vaticano tenta di invadere la Camera.

“Con le loro parole, la Congregazione e il papa, favoriscono l’aggravarsi delle azioni -quelle sì criminali- che sono concretamente perpetrate ai danni di malati terminali costretti a scegliere tra la violenza di una condizione di sofferenza nella quale non vorrebbero vivere e i rischi dell’eutanasia clandestina”.

Al buon senso e alla laicità dello stato non sembra credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha nominato l’arcivescovo Vincenzo Paglia a presiedere la “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”. «Un obbrobrio» secondo Paolo Flores d’Arcais su Micromega.

*La foto della Pietà di Michelangelo è di Grant Whitty su Unsplash

L’articolo è un mio editoriale sulla rivista di divulgazione scientifica Sinapsimag.it.

Il Patto Ue sull’immigrazione

Per qualche giorno, dopo il discorso sullo stato dell’Unione da parte di Ursula von der Leyen, abbiamo sperato davvero che le cose cambiassero.

L’Unione Europea, invece, delude ancora una volta sulla governance delle politiche migratorie.

Eppure, a differenza di molti demagoghi italiani, la questione è stata ben compresa e analizzata. Consideriamo le parole di Ylva Johansson, commissaria agli Affari Interni: «La migrazione è sempre stata e sempre sarà parte delle nostre società. Quello che proponiamo è una politica a lungo termine che possa tradurre i valori europei in una gestione pratica. Questo significherà una migrazione europea chiara e giusta».

Alla faccia di chi blatera di invasioni e di emergenze, insomma. Le novità, però, finiscono qui. Perché di fatto le trecento pagine del nuovo Patto sulla migrazione non risolvono molto, rivolgendosi soprattutto ai salvataggi in mare, cioè al 20 per cento degli arrivi di migranti, dato che il restante 80 per cento arriva sulle nostre coste in modo autonomo.

Resta preponderante il ruolo del paese “di primo approdo”, come sancito dal Regolamento di Dublino. Il nocciolo del problema non è sciolto, ma corretto senza obbligatorietà particolari per gli stati membri, che di conseguenza continueranno a fare quello che meglio credono.

Le lacrime di Bellanova non lavano le nostre coscienze sull’immigrazione

Le lacrime della ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, lavano bene la coscienza di un’Italia che ha messo solo una pezza temporanea a una situazione vergognosa e tornerà presto a sprofondare nei suoi soliti problemi riguardo alle politiche migratorie.

Perché? Sebbene il lavoro del governo sulla regolarizzazione  e l’emersione del lavoro nero sia uno dei migliori momenti della legislatura, realizzato peraltro in contrasto con le opinioni dei “soci di maggioranza” dell’esecutivo, vedi Vito Crimi e i Cinquestelle, il nocciolo della questione sta proprio nella frase che ha suscitato la commozione nella ministra che la pronunciava:  «gli invisibili saranno meno invisibili». Tradotto: gli immigrati in Italia restano braccia e non persone, e soltanto, a quanto sembra, se si tratta di agricoltori, colf, badanti, baby-sitter. Che non diventeranno cittadini e cittadine, con i diritti che ne conseguirebbero, e che potranno godere temporaneamente di alcuni di questi diritti solo se sono impiegati o se sono in cerca di lavoro, per un tempo limitato dai tre ai sei mesi.

Che succede quando i “riflettori” della regolarizzazione e della sanatoria sono spenti? I migranti non avrebbero titolo per restare sul territorio nazionale. Ma ci rimangono, perché dove altro potrebbero andare? E perché comunque le risorse e la filiera per mandarli altrove è inceppata tanto per ragioni economiche, logistiche e politiche interne che per motivi esterni.

Quella che resta sempre ben visibile e chiarissima è la propaganda. Basti considerare le parole di Salvini e Meloni, che non presentano nemmeno un minuto di rispetto per le lacrime di Bellanova, da campioni del benaltrismo quali essi sono. Si regolarizzano (temporaneamente) circa duecentomila migranti, ma le famiglie italiane continuano a piangere. Argomento discutibilissimo, dato che le misure economiche, e persino quelle sociali, prendono in considerazione gli italiani solo in quanto parte di nuclei famigliari, a quanto sembra.

È chiaro che in tale contesto questa sanatoria striminzita è accolta trionfalmente, ma solo se i limiti sono quelli del sovranismo ottuso. Altrettanto si dovrebbe dire di fronte alle critiche dei liberisti di Forza Italia, come si capisce dal commento eloquente della capogruppo alla Camera, Mariastella Gelmini, che si oppone «a mini o maxi sanatorie, a tempo determinato o indeterminato per i migranti. L’agricoltura non si aiuta con la regolarizzazione degli stranieri, ma con i voucher, con contratti flessibili, con risorse a fondo perduto per le aziende in difficoltà».

Insomma, non è un problema di diritti e di persone, ma solo e sempre un problema economico, anche in mezzo alla tragedia. Soprattutto in mezzo alla tragedia.

*Pubblicato da Daily Muslim

Nessun posto è sicuro per gli ultimi in Italia

«Salvare le vite nel Mediterraneo è un obbligo morale. Non è accettabile la strumentalizzazione di chi cavalca la paura per prendere qualche voto in più». Lo diceva Roberto Speranza, aprile 2017. Oggi, nelle vesti di ministro della Salute, ammanta della condizione di “necessario” il decreto che trasforma l’Italia in porto non sicuro per via della pandemia. Sembra sia questione di ore, ma il decreto non è ancora ufficiale e magari si nutre la …speranza…che un raggio di lucidità illumini la mente del ministro e degli altri firmatari. Anzitutto perché in Italia abbiamo un problema serio di gestione delle politiche migratorie. Le trattiamo come “emergenze” quando sono fatti strutturati. Le trattiamo come mero argomento di consenso politico, al punto che come si vede, non c’è bisogno di avere Salvini al governo per ottenere risposte sbagliate in questo campo.

E questo provvedimento è sbagliato e controverso: anzitutto perché è il solito specchietto per le allodole. Almeno per la forma con la quale il decreto è circolato, Non mette fine agli sbarchi, semplicemente impedisce alle navi straniere che operano fuori dalla zona di competenza italiana di approdare nei porti nazionali.

Non mette fine agli sbarchi, perché restano comunque i presidi di competenza italiana.

Non mette fine agli sbarchi, perché rende ancora più disperati i tentativi di approdo delle carrette del mare, aumentando dunque la possibilità di arrivi clandestini piuttosto che in sicurezza, come le navi delle ong avrebbero potuto garantire.

A proposito, come si impediranno gli approdi clandestini? Con i respingimenti, si presume, che tecnicamente sarebbero vietati. Di nuovo, in una situazione di pandemia, porremo i servitori dello Stato nella condizione di dover cacciare verso un destino ignoto frotte di disperati.

Non ha senso neanche pensare che siano le ong il vero obiettivo del decreto: nel Mediterraneo, proprio a causa della pandemia, è rimasta solo la tedesca Alan Kurdi a fare da baluardo di umanità. Sembra sin troppo semplice concludere che sia il consenso, il vero obiettivo. Una forma di tampone antipanico in mancanza dei tamponi antivirus.

È questo, ma non è solo questo: immaginate un momento in cui l’Europa intera, e magari tutti i paesi che affacciano sul Mediterraneo, cominciano a collaborare spinti da un senso di fratellanza e contribuiscono alla creazione di corridoi sanitari, al massimo di hotspot in mare per il monitoraggio dei migranti, la gestione umana dei sani e il trasporto in sicurezza dei malati verso le strutture sanitarie adibite. Sarebbe il minimo e le spinte perché questo si realizzi ci sono e non hanno abbastanza voce. Quello che ci consegna la realtà è un puzzle di decisioni differenti e autonome, senza neanche un accenno di dialogo.

Il consenso. Pensate che tutto questo non ci tocchi? Che i migranti in mare siano una parte sfortunata della storia sulla quale non possiamo concentrarci? Che il rumore della nostra disperazione vada ascoltato per primo, vero? Ecco, quella disperazione è la leva sulla quale le lobbies industriali di questo paese stanno spingendo per fare in modo che la produzione riprenda in piena emergenza. Oggi i giornali degli industriali sono ricchi di titoli che ci rassicurano su come sia necessario che l’Italia riparta. Dal Nord. Che è sotto il mirino. Di come sia pacifico che le misure di sicurezza e di protezione individuale saranno rispettate per tutti i venerati operai. Chiudiamo un occhio sul fatto che dopo due mesi di emergenza, determinati dispositivi non siano ancora sufficienti nemmeno per i medici in prima linea. Agli industriali fanno eco i proprietari che fanno presente come a breve cominceranno a scarseggiare la frutta e la verdura perché nessuno le raccoglie. E chi dovrebbe raccoglierle? Ma gli immigrati, e una quota di disperati italiani. Bisogna autorizzarli con provvedimenti “straordinari” perché questa è un’ “emergenza”, oppure tutti continueranno come si è fatto finora, infischiandosene dei diritti e permettendo lo sfruttamento di gente poverissima, che si accampa nei ghetti dove ahivoglia a rispettare il distanziamento fisico e le norme di contenimento del contagio. Ovviamente provvedimento straordinario non fa rima con regolarizzazione. Non siamo mica il Portogallo, non pensiamo mica che dare diritti di cittadinanza agli immigrati possa salvare tutti dal contagio, dalla paura, dalla disperazione. No. Perché tutto è lontano da noi, non ci tocca, finché non ci tossisce sul muso.

*Pubblicato da Daily Muslim

La guerra del petrolio tra Russia e Arabia Saudita

Continua la battaglia dei prezzi al ribasso sui bidoni di petrolio tra i più grandi produttori rimasti al mondo, Russia e Arabia Saudita.

L’ultima mossa di Riad è stata quella di aumentare il più possibile la produzione di petrolio in modo da ribassarne i costi e mettere in crisi i mercati, già in ginocchio per gli effetti del CoVid-19.

Non potevano restare indifferenti gli Stati Uniti, a questo punto, dato che il prezzo al barile è sceso al minimo storico dal 1991, anno della prima Guerra del Golfo, più basso del prezzo shock toccato all’indomani dell’11 settembre 2001 e del crollo della Lehman Brothers: 30 dollari al barile.

Insomma, una situazione di rischio mondiale che si palesa quando l’offerta supera di gran lunga la domanda, con l’avanzata delle fonti alternative, ma soprattutto con l’inutilizzo di grandi consumatori come gli aerei, che restano a terra per la chiusura degli aeroporti.

Questa situazione ha decretato di fatto il fallimento del vertice della scorsa settimana dell’Opec Plus (composto dai membri Opec più gli 11 paesi esterni al cartello) a Vienna. In questa sede, Mosca si è rifiutata di avallare il maxi-taglio complessivo di 1,5 milioni di barili al giorno che le era stato chiesto come sacrifico per risolvere la situazione.

La risposta dell’Aramco, la compagnia nazionale saudita di idrocarburi, è stata quella che ha determinato la situazione attuale: un incredibile ribasso dei prezzi sulle forniture di greggio.

Con uno dei suoi proverbiali tweet, è intervenuto Trump a fare la voce grossa: “L’Arabia Saudita e la Russia stanno discutendo sul prezzo e sul flusso di petrolio. Questa, insieme alle fake news, sono la ragione del crollo dei mercati”. In effetti “il cadavere squisito” di questi giochi al ribasso potrebbe proprio essere il potere economico delle compagnie petrolifere nordamericane, ma intanto tutto il mercato è in fibrillazione.

Secondo un’analisi dell’Ispi, il braccio di ferro tra le due potenze petrolifere potrebbe favorire Mosca, che “sembra nella posizione migliore per superare la tempesta. Mosca ha bisogno di un prezzo di 42 dollari al barile per far quadrare il proprio bilancio, mentre l’Arabia Saudita ha bisogno che i prezzi superino almeno il doppio di tale importo”. A questo vanno aggiunte le più ampie riserve di valuta estera di Mosca rispetto a Riad, costringendola nel medio-lungo periodo a non poter sostenere i costi di produzione.

*Pubblicato su Daily Muslim

La pandemia sveglia l’Europa

La Commissione Europea farà “tutto quello che può per sostenere” gli italiani e gli Stati Membri messi in ginocchio dal virus, ricorrendo agli strumenti della flessibilità contemplata dal patto di stabilità e agevolando l’erogazione di aiuti di Stato alle imprese, insieme a quanto gli Stati potranno fare per risollevare la propria situazione. Come nel caso del decreto atteso oggi in Italia proprio riguardo alle misure economiche per far fronte alla crisi sanitaria.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dunque diffuso in un videomessaggio i contenuti che ci si aspettava di ascoltare almeno un mese fa. Ci sono voluti i numeri da pandemia sciorinati dall’Oms.

Il nuovo strumento finanziario mobiliterà 25 miliardi di euro “per far arrivare rapidamente liquidità dove serve”. Di questi, 7,5 miliardi saranno presi dal bilancio dell’Ue, attraverso i fondi strutturali e dovranno fare da leva agli altri investimenti. Il fondo si propone di promuovere misure “a sostegno del sistema sanitario, delle Pmi, del mercato del lavoro e delle parti più vulnerabili dell’economia”, ha dichiarato von der Leyen.

Anche i deprecatissimi aiuti di Stato verranno dunque considerati utili dall’Ue, e “un ampio uso della flessibilità”, per quanto riguarda i conti pubblici. Lunedì 16 marzo ci sarà l’incontro dell’Eurogruppo e sarà possibile conoscere meglio i dettagli di tale dispositivo. La presidente von der Leyen ricorda che “saranno utilizzati tutti gli strumenti possibili per assicurarsi che l’Europa possa navigare questa crisi” e, dopo averlo detto in inglese, ripete la stessa frase in tedesco perché “è importante che questo messaggio arrivi ovunque”.

Non c’è solo la pur auspicabilissima Europa del portafogli, l’unione metterà presto in campo una sorta di dream team di epidemiologi e virologi con il compito di elaborare guide comuni europee, perché la risposta all’ormai pandemia deve essere rigorosa e quanto più possibile uniforme, almeno nei territori dell’Unione. Continua l’impegno sulla ricerca con lo stanziamento di fondi e bandi per lo sviluppo di un vaccino.

Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha sottolineato che la priorità principale dell’Unione e di tutti gli Stati Membri è “quella di proteggere la salute dei cittadini e di limitare l’espandersi del virus”, per questo sono state implementate le misure di coordinamento a livello Ue e ci saranno aggiornamenti giornalieri tra le istituzioni Ue e i ministri della salute e dell’interno europei.

Sulla delicata questione dei dispositivi medici, la Commissione è stata incaricata di proporre iniziative per fronteggiarne la carenza, e questo sembra il ruolo più importante di dialogo e coordinamento di cui si dovrà occupare, per l’Italia, il super commissario Arcuri. Ha continuato Michel: “non può essere tollerata nessuna limitazione al mercato interno”, significa che nessuno Stato può rifiutarsi di esportare il materiale necessario come respiratori e mascherine, per i quali è previsto un bando d’acquisto imponente.

*Articolo pubblicato su Daily Muslim

La tragedia dei migranti, il ricatto di Erdogan

Sono oltre diecimila i profughi provenienti dalla Siria e da tutto il corno d’Africa a cercare di raggiungere l’Europa dopo che la Turchia ha sbloccato le frontiere. Ed Europa per loro significa Grecia, tra Lesbo e le altre isole vicine. Una catastrofe umanitaria imminente, che ha provocato la rivolta degli abitanti delle isole, che appena tre mesi fa si erano distinti per la loro accoglienza. Questa volta i poliziotti che erano arrivati con le escavatrici da Atene per costruire o allargare i centri di accoglienza sono dovuti tornare indietro dopo una notte di scontri con i locali. Sulle rive dell’Egeo gli abitanti sono andati a mani nude a ricacciare indietro i disperati sui barconi.

“Da quando abbiamo aperto i nostri confini, il numero di migranti diretti in Europa è di centinaia di migliaia. Presto sarà nell’ordine di milioni”. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in un discorso a membri del suo Akp ad Ankara. “Il nostro consiglio di sicurezza nazionale ha deciso di innalzare a massimo il livello di protezione alle frontiere”, ha dovuto capitolare, invece, il premier Kyriakos Mitsotakis al termine di una riunione di governo.

Dov’è l’Europa quando non si tratta di affari? Prova a mobilitarsi: nei prossimi giorni i ministri degli Esteri dell’Unione hanno indetto una riunione straordinaria del Consiglio convocata dall’Alto rappresentante Josep Borrell.

I migranti che Ankara sta facendo transitare sulla sua frontiera sarebbero circa 15 mila, che si sommano ai 10mila già respinti che tenteranno di rientrare.

Perché Erdogan fa tutto questo? Da un lato esige una nuova riscossione oltre ai 6 miliardi già sborsati dall’Unione Europea nel 2016. La sua richiesta è di 3 miliardi, che l’Europa dovrà decidere entro fine mese se sborsare. Secondo il sito #truenumbers sarebbero ben 15 i miliardi che il vecchio continente ha regalato alla Turchia dal 2002.

Dall’altro lato Erdogan vuole sbloccare la situazione in Siria, chiedendo a Mosca e ai suoi seguaci europei di non difendere più Assad, quanto meno a Idlib, dove è in atto in queste ultime settimane una feroce escalation e dove sostiene altrettanti criminali di guerra che non si sa bene quale beneficio potrebbero portare a Damasco se non quello di realizzare una Siria accondiscendente e ancillare nei confronti di Ankara.

I migranti fanno così paura all’Europa da lasciare che Erdogan porti a compimento il suo piano?

* Articolo pubblicato su Daily Muslim

Trump, o la percezione del grande pacificatore

“The Great American comeback” è lo slogan già pronto per dare seguito a quel “Make America Great Again” che aveva fatto trionfare Donald Trump contro ogni pronostico alle presidenziali del 2016. Ed è stato anche il mantra che il tycoon ha ripetuto con cadenza ipnotica al suo discorso sullo Stato dell’Unione del 4 febbraio, riscuotendo un consenso granitico che lo pone concretamente in vantaggio su chiunque possa essere il suo sfidante interno nei Repubblicani – onore al merito del kamikaze Romney per il suo voto a favore dell’impeachment – ed esterno nei Democratici.

Gli applausi scroscianti ottenuti parlando della bandiera americana presto conficcata sull’aspro suolo di Marte, mentre tentavano di raggiungerlo le urla e il pianto del parente di una vittima delle tante sparatorie da far west, che si verificano anche grazie all’eccesso liberale sul possesso delle armi negli Usa, resta un’immagine cinica e agghiacciante della china intrapresa dalla massima potenza occidentale, che sembra qui davvero esibirsi in un terribile canto del cigno.

Perché la settimana appena conclusa è stata ricca di simboli e fatti che anticipano una quasi ineluttabile riconferma del presidente il prossimo novembre, a dispetto di una rappresentazione mediatica italiana ed europea che lo dipingono come inadatto a guidare gli Usa. E in parte questo risultato è stato ottenuto con una radicalizzazione dello spirito americano che lascerà una totale devastazione, ma finché il suo attuale interprete sarà in scena, il suo popolo si godrà lo spettacolo.

Senza contare che, al pari del fumo negli occhi dei fruitori gettato dai media senza un reale costrutto, resterà l’altra proiezione, quella di un’opposizione imbarazzante.

L’impeachment per fatti gravissimi (abuso di potere e ostruzione nei confronti del Congresso) atti, tra l’altro, a subordinare la bandiera a stelle e strisce a quella dei rivali storici della Russia, con il riflesso dell’Ucrainagate, si è svolto senza la possibilità di far parlare testimoni chiave e si è concluso molto in fretta e in sordina con l’assoluzione del presidente.

La trionfale decantazione dei suoi successi, il 4 febbraio, ha raccolto un fermo immagine strepitoso: quello della dem Nancy Pelosi, rispettata speaker della Camera, che strappa la copia del discorso del presidente. Un gesto di dignità che è stato letto, però, come il riottoso capriccio di chi non ha altri argomenti degni.

Che dire, poi, delle primarie dei dem? Sono iniziate con il clamoroso fiasco del sistema elettorale al caucus dell’Iowa, generando un clima di rassegnata umiliazione. Forse peggio di quel che è accaduto, poi, con i risultati, perché il più “istituzionale” Joe Biden ha preso un’imbarcata in favore dell’outsider Pete Buttigieg e del radicale Bernie Sanders, ritenuto troppo “di sinistra” per poter ingaggiare l’elettorato. Ma era estremo anche Trump, si potrebbe obiettare. Certo, con grosse differenze sulla “percezione” della ricchezza possibile di ciascun individuo. Ciascuno, ovviamente, a scapito del prosssimo.

Abbiamo conosciuto Trump per i presunti disastri diplomatici, ma vediamone qualcuno alla lente.

L’amicizia con Putin. I due giocano a un ruolo delle parti che lascia di fatto la Russia libera di battere strike su alcuni settori geopolitici ed economici molto interessanti: dalla Siria al petrolio, al gas e alle rinnovabili, con un assetto interno che andrebbe analizzato nello specifico. I battibecchi tra i due vanno letti né più né meno come gli scambi al vetriolo di Peppone e Don Camillo.

La Corea del Nord. Trump ha blaterato e cinguettato tantissimo contro il folle Kim Jong-un, ricambiato dal dittatore. Ma l’americano resta il miglior antidoto alle follie del coreano, sempre che l’alleanza di Cina e Russia non riesca a trovare gli argomenti giusti per spostare questo equilibrio. Lo stesso Kim, però, sa bene che contrattare con gli americani gli lascia maggiore spazio di manovra.

L’Iran. L’uccisione di Solemaini doveva scatenare l’esplosione della polveriera mediorientale. Eppure il sanguinario pasdaran sembrava essere diventato un po’ troppo ingombrante per l’ayatollah e per i paesi che dialogano con l’Iran, che hanno scelto il basso profilo, come, inaspettatamente, i nemici del paese sciita, creando un insolito clima non ostile nell’area.

Israele. La più grande operazione diplomatica, diciamo così, di Trump è stata la presentazione del “Deal of the century”, che offrirebbe una soluzione a suo avviso duratura alla questione arabo-israeliana. Una spartizione territoriale che avvantaggia gli isrealiani, ma che non ha provocato le reazioni dure che ci si sarebbe aspettati dai nemici dei sionisti e dagli antiamericani. L’Iran sembrerebbe essere il sacrifico più grande per il silenzio sulla Palestina.

Insomma la polveriera mediorientale sembra avere le polveri bagnate, anche se il presidente Usa piuttosto che eliminare il barile potrebbe avergliene affiancati diversi e ben asciutti.

Cina. Con scarso tempismo sull’esplosione del nuovo coronavirus, gli Usa hanno siglato di recente gli accordi che dovrebbero calmare la guerra dei dazi con il Sol Levante. I critici hanno ritenuto che il contenuto fosse un po’ povero, ma l’attesa fase 2 potrebbe dare agli americani un largo vantaggio su un’economia messa in ginocchio dai devastanti effetti economici dell’epidemia.

Unione Europea. Trump ha dato fin troppo l’idea di come intende gestire i suoi rapporti con l’Europa: a suon di ricatti, perché questa è una regione ampiamente ricattabile, in preda a paure spesso infondate che stanno decretando l’ascesa dei sovranismi populisti. Il suo “divide et impera” con il Regno Unito ha portato alla Brexit, con la conseguenza di avvicinare molto di più gli inglesi ai cugini oltreoceano. Dazi minacciati, virtuali ed effettivi sono il principale argomento di discussione, invece, con l’Unione Europea: hanno lamentato la situazione alcuni europarlamentari messi alle strette per far saltare gli accordi sul nucleare iraniano; più o meno quanto accaduto su ferro e alluminio e soprattutto sui diritti delle big corporations che depredano i diritti intellettuali europei lasciando le briciole sulle royalties. Un modus operandi che sembra dare i suoi frutti senza troppa rappresaglia.

Economia interna. Come spesso accade negli States, però, i motivi che lasciano presagire una rielezione quasi scontata sono soprattutto interni, e troppo poco indagati dalla nostra stampa.

La Federazione usciva da un periodo di recessione che richiedeva soprattutto una decisa crescita in economia, perché con Obama questa aveva risposto in modo efficiente alla grande crisi del 2008, riassorbendo la disoccupazione generata, ma come le storiche dinamiche Usa pretendono, occorreva dare un forte impulso alla locomotiva.

Tutto questo è successo sotto Trump? Sì, rielezione vicina. Perché? Un difficoltoso lavoro di relazioni diplomatiche (molto spinose) ha portato a una sostanziale rinegoziazione dei rapporti di commercio internazionale. Per farlo è stato necessario incarnare la maschera che meglio gli riesce: quella del toro che forza i limiti senza guardare in faccia a nessuno e per l’esclusivo interesse del popolo americano. I frutti saranno raccolti nel breve periodo, lasciando aperta l’ipotesi di manovre militari che come sempre danno impulso alla motrice a stelle e strisce, sebbene tradirebbero in questo modo l’assunto di fondo del neutralismo trumpiano. Di facciata, se rileggiamo quanto detto e anche in base ai nuovi accordi firmati dal presidente, che hanno poi portato a effetti come un aumento sostanziale di bombe sganciate, soprattutto in Afghanistan, e attacchi di droni.

Gli altri aspetti di maggior successo in economia interna sono senz’altro l’alleggerimento fiscale e la deregolamentazione del dirigismo economico, che hanno fatto lievitare il sistema americano, in particolare nell’incremento deciso della produttività. Insieme con la Federal Reserve, Trump ha lasciato intendere che il piano per i prossimi quattro anni sia quello di lasciare i tassi sotto zero, finanziare la liquidità e rimonetizzare il debito.

Il migliore acquisto, insomma, nel breve periodo, per gli americani dal reddito medio-alto, con conseguenze non troppo rosee per il resto del mondo.

*Articolo pubblicato su Daily Muslim

Sanremo e la percezione nazionalpopolare dell’islam

Era già successo lo scorso anno, quando la canzone “Soldi” del trapper Mahmood, dal nome che appariva eloquente e con versi che rimandavano al Ramadan, nonché con una strofa in arabo, faceva andare di traverso la cena all’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, vincendo l’edizione 69 del Festival di Sanremo. Quando poi il ragazzo andò a rappresentare l’Italia all’Eurosong Vision Contest, organizzato lo scorso anno in Israele, vennero fuori diverse polemiche legate al fatto che lui dichiarasse di essere cristiano, oltreché italiano, come la madre, e non egiziano come il padre, perché l’Egitto non l’ha mai visto.

Aggiungiamo, per inciso, che Soldi è stato il brano più ascoltato di sempre sulla piattaforma Spotify, raggiungendo un successo e una notorietà fuori dal comune.

Per mesi Mahmood ha subito critiche più o meno nel merito della canzone, più o meno nel merito della sua presunta provenienza, più o meno nel merito del suo credo religioso. E prima che fosse costretto a dire di sentirsi italiano e di essere cristiano, nel 2019 – ripetiamo – e  in un paese europeo, il problema che lui rappresentava era quello di lasciare aperti spiragli anche solo a un’idea di multiculturalismo. Questione che purtroppo l’assenza di una giurisprudenza adeguata contribuisce a rendere attuale e dolorosa, nonostante la realtà dei fatti sia andata già molto oltre.

Questa volta il settantesimo festival neanche è cominciato, ma il punto dell’ombelico in cui guarda la maggior parte degli italiani è rimasto lo stesso. Persino il governo è andato avanti, ma la subcultura diffusa, vuoi perché numerosa, vuoi perché rumorosa, tutt’al più è arretrata. Non un sussulto per guardare avanti. Soggetto dello scandalo, stavolta, la giornalista Rula Jebreal.

La questione del suo ingaggio per il festival, che prenderà il via stasera, ha tenuto banco per oltre due mesi, rinfocolato dapprima dalle sacche di resistenza della dirigenza rai fedele all’ex ministro, poi per l’incredibile (e magari montata ad arte) débacle del direttore artistico e conduttore, Amedeo Umberto Rita Sebastiani, al secolo semplicemente Amadeus, in una delle più imbarazzanti conferenze stampa di presentazione di sempre.

Rula Jebreal è colpevole, a prescindere, di un sacco di cose: sarebbe musulmana, non è bianca, è una giornalista, ha opinioni molto critiche rispetto alla politica italiana e poi, cosa più grave di tutte, in un paese europeo, nel 2020, è una donna. Orrore.

Che sia o no musulmana, cosa che non è ancora stata “costretta” a chiarire, non cambia nulla. Nella percezione degli italiani lei è una minaccia: “È sorprendente che possa partecipare ad un Festival che rappresenta la cultura popolare del nostro paese chi fino a poco tempo fa definiva gli italiani razzisti e l’Italia un paese fascista su giornali stranieri come The Gaurdian”, aveva commentato all’AdnKronos il consigliere Rai Giampaolo Rossi. “Aspettatevi un Sanremo pro clandestini, pro islam, pro lgbt, pro utero in affitto, pro sardine, pro investitori d’auto (purché con suv)”, la dichiarazione ignorante di Marco Gervasoni, professore dell’Università del Molise. I “professoroni” danneggiano sempre Salvini, anche quando stanno dalla sua parte, è incredibile.

Anche in questo caso la tempesta di fango si è abbattuta sulla giornalista tramite i social. Così è, fotografia di un paese ignorante di tutto, anche di sé stesso.

Vero, sono stati lanciati gli hashtag per boicottare il festival: #boicottasanremo, oppure #iononguardosanremo. Ma c’è una considerazione da fare: finché questa manifestazione avrà la forza dei numeri e dei contratti pubblicitari che le si offrono, resterà una delle più potenti espressioni del sentimento nazional-popolare. Una roba molto difficile da fare adesso per la televisione; una roba che in Italia è sempre un ibrido piuttosto indigesto di cose rese morbide e friabili, idee rassicuranti, zone di confort dove coltivare il sentimento d’orgoglio verso un’idea di paese che non si sa bene dove appoggi, ma risponde sempre con ottimi numeri.  Non sta a me nominare il concetto di “audience development”, e di tentativi di guidare gli ascoltatori verso una maggiore crescita e una direzione culturale più impegnata e complessa. Ma boicottare senza dibattere, senza tenere alte l’attenzione e il confronto sarebbe produttivo? O si andrebbe sempre più verso l’assenza di momenti collettivi tali da far arrivare qualche questione fondamentale in cima all’agenda del Paese? Potreste obiettare che non è quello del festival il giusto terreno di confronto. Sebbene mi piacerebbe concordare con questa obiezione, risponderei di rivedere un po’ la storia della nazione, almeno dal dualismo Coppi-Bartali in poi.

*Articolo pubblicato su Daily Muslim

Regionali 2020 Emilia Romagna e Calabria, analisi del voto

Potrebbe essere una vittoria di Pirro, ma intanto la coalizione di centrosinistra ha tenuto nella sua storica roccaforte, l’Emilia Romagna, nonostante i risultati delle scorse europee e la crescente deriva sovrano-populista guidata da Matteo Salvini, nel contesto di un’affluenza arrivata quasi al doppio delle regionali precedenti.

Discorso diverso per la Calabria, e con tinte più inquietanti, dove la candidata di centrodestra, Jole Santelli, ottiene una vittoria schiacciante.

Andiamo con ordine: il candidato della coalizione di centrosinistra, Stefano Bonaccini, viene da un quinquennio positivo sempre alla guida della Regione, in un contesto in cui tutto il sistema economico è retto dal modello delle cooperative rosse. Modello che ha cominciato a scricchiolare insieme alla crisi italiana prima e globale poi, ma che ancora rappresenta il più grande attrattore economico del Centronord Italia, e non solo. Ne derivano diverse riflessioni, prima su tutte quella sul malcontento per la stagnazione, dal clientelismo e da tutto ciò che comporta una governance di così lungo periodo.

Al punto che, come rivendicato dalla rivale di Bonaccini, Lucia Borgonzoni, per la prima volta nella storia della repubblica, la leadership emiliana è stata realmente disputabile. E lo è stato sopratutto per il voto in Emilia, cosa che dovrebbe far riflettere più di qualcuno.

Guardiamo i numeri: l’intera coalizione di centrosinistra si attesta intorno al 51,42%: il Pd è il partito più votato in assoluto, con il 34,68%. Se guardiamo alla coalizione avversaria, ferma al 43,63%, scorgiamo una Lega al 31,95%, corroborata però, dall’ottima performance di Fratelli d’Italia, all’8.59%. Se aggiungiamo anche il deludente 2.56% di Forza Italia otteniamo un discreto 43,1%, a fronte del faticoso 38,16% che avrebbero raccolto i partiti nazionali di centrosinistra (Pd, Europa Verde, +Europa) se non ci fosse stato il valore aggiunto di Emilia Romagna Coraggiosa (3,77%) e soprattutto la lista Bonaccini (5,76%), che in questo ha dimostrato il suo peso contro le liste d’appoggio di Borgonzoni, davvero irrilevanti numericamente. Un po’ come i tre partiti di “sinistra sinistra” che si sono presentati come duri e puri.

Ha pagato da un lato l’assenza del segretario Zingaretti, che ha lasciato spazio d’azione ai contenuti e ai fatti di Bonaccini, evitando così quella foto stile Frankenstein dell’intera coalizione di governo giallo-rossa che aveva ulteriormente affossato il “povero” Bianconi in Umbria.

Hanno portato numeri anche i Verdi e +Europa, ma il vero elefante nella stanza è il binomio Sardine/Cinquestelle: le prime hanno evidentemente motivato al voto antileghista, i secondi hanno liberato i votanti nelle opposte direzioni. Solo il 34,8% per il candidato pentastellato Benini.

Per la Lega la sconfitta è bruciante, però, perché al netto della scelta errata di candidare Lucia Borgonzoni, il modello dolcevita e giacca di Salvini che ci ha messo la faccia, oscurando la sua candidata, tentando di riciclarsi come “rosso friendly”, cavalcando l’attacco demagogico sui fatti di Bibbiano (esempio di bolla mediatica inutile se si leggono i fatti e se poi si va al conteggio dei voti: un pesante 56,70% per Bonaccini), senza dimenticare quell’orrendo tentativo di esecuzione mediatica al citofono di un cittadino italiano di origini tunisine, minorenne per giunta.

Chissà che non sia un monito per risalire la china della decenza? Ne dubitiamo fortemente.

Anche perché c’è il tasto dolente della Calabria: anche qui l’affluenza è lievemente migliorata e i dati non sono ancora definitivi, purtroppo, ma una residente a Roma, Jole Santelli, candidata del centrodestra, si è imposta con il 55,41% delle preferenze sull’avversario del centrosinistra, il noto imprenditore Pippo Callipo (30,06%).

La depressione sociale ed economica, nonché la storica presenza della ‘ndrangheta sul cui rapporto con la politica indaga da tempo il procuratore Nicola Gratteri, non sono fattori dei quali si può fare a meno nella lettura del voto.

Osservando le percentuali a sostegno di Santelli, risulta all’occhio quella che si potrebbe definire una scientifica ripartizione delle preferenze, che porta oltre il 12% sia per la Lega che per Forza Italia, e lascia giusto un passetto indietro, al 10.8%, Fratelli d’Italia.

Decisamente più povero il bottino di Callipo, che porta il Pd al 15,19%, mentre restano a meno della metà le liste di appoggio. Naufraga dunque il progetto “Io resto in Calabria”, ma è difficile ignorare una situazione in cui le sole elezioni politiche possano risolvere qualcosa.

* Articolo pubblicato su Daily Muslim

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