Due città che sono una: Bari

baripanoramica
*foto di Andrea Aufieri, disponibile su Licenza Creative Commons 3.0 Attribuzione – Non Commerciale – Non Opere Derivate

 

Propongo qui il mio editoriale sull’edizione di febbraio 2014 di Mediaterraneo News. Su Calaméo l’intera edizione sfogliabile.

«Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi»: l’incipit del celebre racconto di Charles Dickens, «Le due città», si addice alla perfezione al momento che sta vivendo la città di Bari. Soprattutto nel richiamo allo stimolante incontro tra saggezza e follia, tra speranza e disperazione. Un’epoca, accompagnando ancora Dickens, di cui si può «parlare soltanto al superlativo».
E in effetti, secondo i dati Istat, è il momento in cui gli abitanti hanno la più bassa capacità di spesa da sempre, il reddito famigliare è al quart’ultimo posto in Italia, poco meno di mille euro al mese.
La disoccupazione giovanile tocca il 18 per cento, con diecimila ragazzi altamente qualificati a spasso, donne più della metà di loro, e quattromila emigrati. Buona parte di loro, inoltre, ingrassa le file della parola che andrà di moda nei prossimi anni: neet, ragazzi che non studiano e non lavorano.
Al quadro davvero poco edificante si aggiungono il crollo del prezzo degli affitti e dei costi delle case, in calo da quattro semestri, il numero degli sfratti che diventeranno esecutivi nei prossimi mesi, circa 1400, e l’emergenza sicurezza, con i furti aumentati in Puglia del 35 per cento, con il capoluogo che ha viaggiato per due settimane al ritmo di una rapina al giorno e in cui i furti in appartamento sono addirittura raddoppiati.
Se la situazione diventa insostenibile, e le istituzioni faticano a rispondere in maniera tempestiva, si diffonde così l’idea che se c’è un’esigenza, questa deve essere soddisfatta travalicando le regole della convivenza civile. La faccia più colorata e utile di questa riflessione, sintetizzabile nello slogan: do it yourself (fallo da solo), è rappresentato da coloro che occupano stabili pubblici abbandonati, come nel caso dell’ex caserma Rossani, «liberata» dagli occupanti sgomberati da Villa Roth. Un episodio che ha portato alla luce la ferita dell’incuria di luoghi che potrebbero riportare un dialogo e uno scambio che in città sembrano restare tappati in casa, per paura.
Ma ci sono anche le abitazioni occupate da abusivi in una commistione velenosa di indigenza, malavita e assenza delle istituzioni. E c’è il lavoro difeso con le unghie e con i denti appena un anno fa alla Bridgestone, che ora torna in cronaca per i casi di morte da esposizione all’amianto che vi si sarebbero verificati.
Se rimanesse ferma a tali questioni, Bari andrebbe dritta nel barato, e invece qualcuno la riprogetta con un nuovo parco, una prospettiva più smart, eco-friendly, senza barriere architettoniche e con una maggiore alfabetizzazione informatica.
Belle idee, e coraggiose anche, che devono trovare un senso nel vettore della politica. Le amministrative quest’anno saranno l’occasione per presentare il conto delle gestioni positive, ma anche degli errori e del silenzio delle istituzioni.
Con le elezioni la città si guarda allo specchio, e non deve spaventarsi di quello che vede, piuttosto rimboccarsi le maniche ed esercitare il proprio diritto alla bellezza.

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La democrazia ferita dai Forconi

No, ma voi ve lo ricordate com’è nata la protesta dei Forconi?

Era uno sciopero degli autotrasportatori in Sicilia. E il furore popolare che generarono oscurò quasi completamente il fatto che gli accordi sindacali furono rispettati, come è accaduto anche quest’anno. Così come si è perso di vista chi «impugna» i Forconi.

Poi uno posa gli occhi distrattamente sulla tv e vede gli alalà deli manifestanti, e pensa che il simbolo scelto non sia proprio una bella cosa. Poi a uno capita sott’occhio una cartina pubblicata ieri, 10 dicembre 2013, dal Sole24Ore, e che ti legge? Il fatto ormai risaputo che sono i movimenti di estrema destra a dare sostegno agli scioperanti: Forza Nuova, Forza D’urto, Militia, Casa Pound, per esempio; gli Skinheads a Verona. L’unica eccezione è il Piemonte, che con il centro sociale Askatasuna racconta per l’ennesima volta del fallimento dello Stato, che ha fatto incancrenire una situazione facilmente gestibile nel territorio dei No Tav.

Ma scorrendo ancora a Sud, in Sicilia, dove il movimento è nato, si legge, con una leggerezza allucinante e senza alcun commento a sostegno, che la cosca della famiglia Ercolano appoggia il Movimento.

La famiglia Ercolano. Questo video di Antonio Condorelli per il Corriere racconta della prima protesta in Sicilia, dove brilla per la sua presenza Enzo Ercolano. Enzo è nipote del boss Nitto Santapaola. Enzo è fratello di Aldo, quello che ha ammazzato il giornalista Pippo Fava, e che ora è al 41 bis. Enzo è figlio di Pippo, con il quale è stato implicato in diverse vicende di infiltrazione nella gestione dei mercati ortofrutticoli.

Enzo è cugino di Angelo, già presidente della Federazione autotrasportatori (Fai) di Catania. Una coincidenza, come il fatto che la protesta è guidata da persone che Mariella Magazù su Left aveva definitio come gattopardi che organizzano una rivolta per tenere il controllo. E il suo fondatore, Martino Morsello, ha chiuso per fallimento un’azienda di prodotti ittici nella quale sono scoppiati ripetutamente incendi dolosi.

Dunque è un caso che Grillo appoggi il Movimento, magari anche che goda di un ampio consenso in Sicilia, forse è solo una conseguenza dovuta alla semplice osservazione della realtà delle cose, però lascia pensare.

Come lascia pensare anche il vuoto di informazione del Sole.

Cinquanta sfumature di…

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Questa non è una recensione della trilogia pornografica di Erika Leonard James, ma solo una riflessione annotata sul Taccuino rispetto a ciò che ho visto in questi giorni e un po’ per fare quattro chiacchiere di fronte a una cioccolata calda, se volete.

Non può essere una recensione perché non ho letto nessuno dei tre libri dell’autrice inglese che stanno scalando le classifiche dei libri più venduti in Italia per il duemiladodici insieme alle ricette della Parodi e a qualche libro sulla fede. Per una recensione critica e commentata parola per parola vi lascio la chicca in fondo a questo post, a firma di gente più eminentemente edotta di me.

Mi sono interessato al fenomeno quando ho cominciato a occuparmi delle simpatiche classifiche italiane: purtroppo, per dirla disturbando il Foscolo, lo spirto guerrier ch’entro mi rugge mi fa storcere il naso di fronte ai bestseller che raggiungono anche le edicole: Gomorra lo acquistai prima che se ne parlasse troppo e riuscii ad apprezzarlo sebbene avrei preferito un’appendice con tutti i riferimenti alla cronaca; su Tre metri sopra il cielo mi taccio, ma non biasimo il suo autore; e Dan Brown, grazie al Santo Graal, non sono mai stato condannato a leggerlo, al contrario di giornaliste cui va tutta la mia solidarietà, anche perché potrebbe sempre capitarmi una pena di questo tipo.

L’articolo di Caterina Soffici basterebbe a spiegare il fenomeno, ma quando ho letto l’articolo pro-Sfumature di una divertitissima Laurie Penny mi sono posto un’altra domanda: ok, beninteso che qui parliamo di pornografia senza pretese letterarie e che quindi è inutile fare critica letteraria su un fenomeno che preseneta ben altre “sfumature”, posso arricciare il naso di fronte a una normalissima affermazione della libertà individuale?

Sì, assolutamente! Anche questo è il bello della libertà. Uno può fare allusioni pornografiche senza aver paura di ritorsioni settarie, cosa ben diversa accaduta a un altro, discutibile, “prodotto culturale”.Bene, detto questo, vedendo le orde, sul serio intendo davvero numeri sterminati di ragazzine, che si rifugiano negli angoli non troppo in vista, ma neanche troppo nascosti, delle principali librerie di Bari e di Lecce, afferrano una, due o tre copie del libro in questione per farne una lettura solitaria, di coppia o proprio collettiva, inizialmente mi ha emozionato. Poi mi sono ricordato del contenuto del libro. E mi sono anche detto: ma non c’è internet per questo? E. L. James-Internet tre a zero?

Mah, sarà per l’eccedenza di prodotti digitali non italiani, che magari coinvologno meno, ma non è ancora questo che mi turba. Mi è tornata in mente una vecchia discussione tra coinquilini rispetto ai racconti dei bunga bunga party di Nicole Minetti &Co.: tutta una sfilata di suore, infermiere e poliziotte. Ci si diceva, tra coinquilini, che ‘ste fantasie erotiche fossero un po’ scontate, squallide e scadenti.

Il nocciolo è questo: siete potenti, siete estremamente pervertiti (pare) ma il marchese de Sade avrebbe saputo fare molto meglio in quanto a immaginario erotico conscio o inconscio. Mah! Un esempio: qualcuno di noi disse che avrebbe voluto far l’amore con una riproposizione di Madame Bovary, bontà sua. Di mio, a dieci anni avevo un sogno ricorrente con una sacerdotessa pagana di provenienza imprecisata, capelli rossochiari, lentiggini, occhi azzurri e incensi e altri profumi. Cioè, questi qui sembrano aver scritto loro le sceneggiature dei b-movies con Edwige Fenech o Barbara Bouchet, fiera della scontatezza sciatta. Il tutto per dire che da un punto di partenza per me è stato poi più piacevole trovare una strada mia, personale, intima (e infatti la pianto qui, amante del vedo-non-vedo).

Ecco, a giudicare da quello che generosamente ci legge qui sotto l’eminenza Barbie Xanax, non sembra che i libri in questione si discostino tanto dall’alimentare questo tipo di immaginario così aderente alla lettera da risultare bidimensionale e obbligatorio. Certo, sono duemila anni che il mondo va avanti lo stesso, ma possiamo consolarci con quella massima di Gibran per cui “l’oblio è una forma di libertà”.

E famose du’ risate!

«Come se»

Un omaggio a un pensatore libero, un giornalista, un “bastian contrario” del diritto di critica morto un anno fa: Christopher Hitchens. Un omaggio, non per il tentativo malsano di farne un’agiografia (il personaggio è controverso e ha preso posizioni molto divergenti dal mio pensiero, soprattutto nella fase finale della sua vita), piuttosto perché a suo tempo mi colpirono molto due suoi lavori: anzitutto la sbalorditiva e criticatissima inchiesta sulla figura di Madre Teresa di Calcutta, lei si “agiografata” e tutto, nell’immagine collettiva,  e ingiustamente considerata non ambigua, nella memoria collettiva.

Hell’s Angel è su YouTube (in tre parti il lavoro completo, qui il libro La posizione della missionaria, teoria e pratica di madre Teresa), che nei giorni in cui il retwittatissimo Benedetto XVI esce fuori con le ennesime idiozie sull’umanità sarebbe come bere acqua sorgiva, per usare un immagine biblica.

Poi c’ è un opuscoletto dedicato a chi volesse percorrere la strada della divergenza, o più precisamente della critica. La capacità cioè di pensare con la propria testa e di poter prontamente ribattere le posizioni di tutti i poteri. La capacità di schierarsi per i più deboli, o semplicemente dalla parte della propria coscienza. Una coscienza critica, appunto:

Guardati dall’irrazionale, per quanto seduttivo. Diffida della compassione; preferisci la dignità per te e per gli altri. Non aver paura di essere considerato arrogante o egoista. Non essere mai spettatore dell’ingiustizia o della stupidità. Cerca la discussione e la disputa per il piacere che ti dànno; la tomba ti offrirà un sacco di tempo per tacere.

Si tratta di Consigli a un giovane ribelle , un opuscoletto epistolare indirizzato a un giovane studente immaginario, che è una vera e propria iniziazione per menti critiche, e anche una preziosa bibliografia di base—per gli inglesi, visto che cita molti autori cardine della letteratura “contro” anglosassone.

Ma questo articolo si chiama “Come se”. È preso dal tema principale della Lettera V, versetti…no, no scherzavo, sta sempre dentro i Consigli a un giovane ribelle. Voglio riproporla:

Adesso mi chiedi a cosa vada consacrata una vita del genere. In un certo senso, non hai colto il mio modo di vedere, poiché credo (…) che una simile vita valga di per se stessa la pena di essere vissuta.
(…) «Non esistono più cause buone ed eroiche» [lamenta in uno sfogo efficace Jimmy Porter, protagonista di Ricorda con rabbia di John Osborne-ndr]. Questo sfogo colpì nel segno la coscienza della metà degli anni Cinquanta, un’epoca in cui l’anomia esistenzialistica si vendeva a prezzi gonfiati.
Nel giro di alcuni anni (…)  milioni di giovani avevano abbandonato l’Assurdo per impegnarsi in buone cause, se non sempre eroiche, come il movimento per i diritti civili, la lotta contro lo Stato termonucleare e per la fine di una guerra ingiusta in Indocina.
(…) Ma è importante ricordare i molti anni cupi nei quali la prospettiva della vittoria appariva irraggiungibile. In ciascun giorno di quegli anni, bisognava continuare a esercitare l’atteggiamento del «come se», finché non se ne fosse sentito l’effetto cumulativo. Molti dei maggiori praticanti del «come se» (…) non sono vissuti abbastanza a lungo per vedere il grandioso spettacolo per il quale avevano continuato a fare le prove, con ottimismo ma con pazienza.
(…) In un giorno medio, potrai facilmente trovarti di fronte a qualche esempio di prepotenza o di fanatismo, o a qualche goffo appello alla volontà generale, o a qualche meschino abuso di autorità. Se hai una fedeltà politica, ti si potrà fornire una dubbia ragione per dare il tuo consenso a una bugia o a una mezza verità utile a qualche obiettivo di medio termine. Ognuno di noi escogita la propria tattica per affrontare simili situazioni; cerca di comportarti «come se» non potessero essere tollerate e vedrai che non sono insuperabili.

Hitchens cita gli esempi di Rosa Parks, Oscar Wilde, Aleksandr Solženicyn. Che portavano avanti questo stile, «come se» il paese in cui vivevano rendesse normale a chiunque sedersi su qualsiasi posto di un autobus, «come se» l’ipocrisia morale della società non esistesse, «come se» uno studioso potesse pubblicare senza problemi i risultati delle sue ricerche.

Come se. Come se vivessimo, noi tutti, in un mondo realmente egualitario, come se la nostra società non dovesse pagare un dazio pesante allo sclerotizzarsi di qualsiasi potere, come se fosse normale provare il desiderio di elevare la propria cultura.

Come se avessimo il diritto di farci un’opinione libera e costruttiva su tutto quello che vogliamo.

Buon compleanno, Taccuino

Sentite il tappo del brachetto volare via? Sì? Alla salute, la vostra, la mia e del Taccuino! Cos’è che dite: «Discorso!» No, non sono fatto per i…vabbé se proprio ci tenete due parole le voglio scrivere.

Un anno fa la diaspora dall’implodente Splinder mi dava la possibilità di rimettere mano al blog secondo i dettami dell’ottimo Cms di WordPress, che già usavo da parecchio tempo. Il vecchio DueA su Splinder eseguiva uno stile preciso: una foto asciutta con un eventuale link di rimando all’autore o al sito da cui era presa, e un testo sobrio e giustificato. Il template di WordPress che ho deciso di usare, invece, Linuit Types, mi permette delle vere e proprie copertine e una maggiore interazione con i video. Due cose sui video, visto che il 60 per cento del tempo dei fruitori di internet è occupato dalla visione di un video: preferisco la parola scritta, ma questo non significa che voglio arroccarmi dietro queste scuse. Ho anche un canale su You Tube, ma ho deciso di aggiornarlo solo se e quando ci saranno produzioni mie, non mi piace creare ridondanza.

Dicevo, un anno fa succedevano tante cose, in Italia, nel mondo e anche nella mia vita: accudire un blog, nell’era digitale, deve sembrare una cosa da niente, automatica quasi quanto il respiro. Accudire il blog nell’era digitale e nell’età dell’abbandono, poi in tempi di crisi può essere un po’ più complesso, come un complesso, o conflitto, possono essere l’abbandono, certo, e la crisi, ma forse anche il digitale.

Qui sto rassettando qualche cosa: noterete molte differenze nei nomi delle pagine e nei loro contenuti. Già, perché ogni tanto, quando si rassetta qua e là, si immaginano disposizioni nuove e costruzioni alternative. Un work in progress, due parole in linea, l’appunto che descrive un volo, uno sguardo, una sensazione o un desiderio. Come un taccuino, appunto.

La rubrica Come se, ve l’ho già presentata e sarà attiva già tra due giorni, per il resto buona navigazione e tante belle cose!

Che? Ah già, i dati: senza troppo rumore, milletrecentocinquanta visite, strapotere dei pezzi scritti appositamente per il blog rispetto alle pubblicazioni già avvenute, che però hanno goduto di una rilettura importante e di numerose condivisioni.

La top five a partire dal quinto posto, anzi dal sesto, che però merita una menzione speciale:

6. Siamo tutti coinvolti non rientra per pochissimo nella lista dei più visitati, ma a una notevole attività di condivisione si è aggiunta anche la pubblicazione posteriore del quotidiano leccese Il Paese Nuovo. Finora è l’unico contenuto pubblicato sulla carta stampata dopo la versione digitale. Si tratta di una riflessione dopo l’attentato di Brindisi del maggio scorso.

5. L’Occidente e lo scoglio della razza. Storia di quattro tragedie: l’incidente della Concordia e, appunto, lo Spiegel che torna a insultare l’Italia, il Giornale che ne prende le difese. Ultimo sfacelo: tedeschi e italiani riescono nell’impresa di rispolverare l’inutile mito della razza.

ph: paolomargari.it CC: NC_BY_SA

4. Lecce, tempo di semina. L’editoriale del secondo numero di XNews, esperimento di giornalismo sociale. Una riflessione sul capoluogo salentino che risultava quasi nuovo per la scarsa visibilità ricevuta e per il tempo di elezioni amministrative.

KeepCalm3. E dàje! Qui andiamo sul personale, ma di brutto. Tra gli articoli più condivisi.

prof. Roberto Martucci

2. Lezione di storia. In una monumentale riflessione sui centocinquant’anni della nazione, l’illustre storico costituzionalista Roberto Martucci affronta i nervi scoperti della nostra storia e i tabù degli studiosi italiani.

And the winner is…

dark grunge twitt1.Canarini mannari/Is Twitter the better? Stracondiviso, commentato, via twitter, facebook e persino via mail, questa riflessione sul cinguettio più lungo del mondo sta superando ogni aspettativa mi potessi porre.

Vi ringrazio tutti per quest’anno insieme, spero ci si frequenti di più, anche grazie alle belle trovate social di WordPress. Se vi va continuate a fare un giro per il blog, troverete diverse novità soprattutto tra le Pagine, oggi e soprattutto il 15 dicembre.

Con simpatia

firma

La bellezza è migrante

Di Andrea Aufieri. Editoriale di Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

Prima di lasciarvi con gli eventi dal mondo, le parole del cuoco-poeta Biso, i tratti sarcastici del satiro Biani, prima di tutto questo, l’ultimo contenuto a pagina intera che Palascìa registra al termine di una folle corsa durata un anno, è il pensiero di Orodè sulla Bellezza, questo canto aperto all’universo: “(…) è la voce di colui o colei che per davvero fanno il massimo per essere veri” ci dice l’artista salentino, prima di sbatterci in faccia l’egoismo che ci siamo scelti per cui ha senso solo una rivoluzione personale. Potremmo aprire, discutere, scardinare questa cruda verità con le parole di Gandhi, che Vandana Shiva ha ripetuto, ridonato a tutti, nella distrazione della calda estate salentina e che Alba Monti, con il suo orecchio acerbo, non ha dimenticato di citare: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. E chi ancora ci crede potrà obiettare che Orodè non ha parafrasato Gandhi ma Guevara: “La prima rivoluzione è dentro di noi”.

In questo numero ci scontriamo con delle montagne, visibili a occhio nudo o invisibili ai lettori che per un momento condivideranno storie, interviste, pensieri con noi. Ci sono la fame nera del Congo, del Kenya, del Senegal. Le pareti asfissianti dei Cie e quelle sognate di un tetto nella terra per cui si è affrontata una vera odissea, la stessa terra che a volte
non stimiamo nemmeno un cent. C’è la distruzione dell’Aquila, la prostituzione a Torino, i mostri dell’ignoranza, del razzismo e della violazione di dignità negli stadi come per chi cerca casa, quanto per chi lavora nelle campagne. C’è il Moloch del precariato nella vita di chiunque e di qualsiasi cosa, anche di un progetto come quello che avete tra le mani in questo momento. Cibo per alimentare quello che Laura Boldrini descrive come l’imprenditoria della paura, l’impianto politico e mediatico che attanaglia la vita fatta di relazioni fragili e di passioni tristi che stanno segnando la nostra società.

Qui non c’è il limbo della non scelta: occorre scegliere, e in fretta.
E l’altra faccia delle storie che abbiamo scelto di proporvi racconta proprio di chi ha deciso che sì, la rivoluzione è personale, ma il suo prodotto, o meglio la sua ricerca, ovvero ancora la Bellezza non può restare nei cuori piccoli e secchi degli egoisti.
La Bellezza gira, è dappertutto, migrava prima ancora che l’uomo ne cogliesse la categoria. Bisogna saper guardare, bisogna saper ascoltare, a volte bisogna proprio volerla.  Non troverei altre parole per definire l’altra faccia delle storie che vi raccontiamo, in ordine sparso: Chiara, i braccianti di Nardò e di Cerignola, Bastri, Amadou, Robert, Ibrahim, Andrea, Salima, Carlo, Massimiliano, Longinos, Joy.

È alle loro storie, per l’alterità di cui sono portatori sani, che dedichiamo la sezione culturale e ci interroghiamo sulla possibilità di un’Italia che sappia affrontare il cambiamento. Ed è per i loro sorrisi e la possibilità di costruire insieme.
E gira gira, finisce che la soluzione è sempre la stessa: è tutto in mano a noi i cittadini, svegliarsi dal torpore, affrontare le esplosioni interiori. Condividere la Bellezza.

SperanzeRespinte

 

Andrea Aufieri, dossier del n.2 di Palascia_l’informazione migrante
http://www.metissagecoop.org

Se l’immigrazione diventa reato.

Alla libera circolazione di beni e merci non corrisponde il diritto delle persone a spostarsi alla ricerca di una vita dignitosa. Almeno non fuori da certi organismi internazionali, chiusi nonostante siano inseriti nel sistema del libero mercato. È su queste basi che la logica dell’accoglienza dello straniero involve sempre più nella caccia al clandestino. Noncuranti della millenaria costituzione etnoantropologica dell’Italia, una sequela di leggi e provvedimenti, di pari passo con un mercato culturale scellerato, ha ingurgitato in fretta il nostro passato di migranti e fomentato paure e derive securitarie, favorendo una dialettica deviata sull’immigrazione, basata sull’ipocrita dicotomia “regolare/irregolare”.

Questo a sua volta alimenta intolleranze persino da parte dei “bravi” immigrati, quelli regolari, per non parlare di sinistre e movimenti “civili”. Si va verso l’inesorabile clandestinizzazione degli immigrati e verso la criminalizzazione dell’atto stesso della migrazione. Eppure quello della migrazione è considerato un atto quasi endemico della natura umana, tanto da essere favorito all’interno dei circuiti comunitari europei, per esempio. In attesa che il centro del dibattito possa mirare a scardinare queste semenze di odio, prima di argomentare sulla questione dei richiedenti asilo, riteniamo opportuno quanto meno menzionare tutti quei migranti ritenuti clandestini, o peggio irregolari.

Quelli che per effetto di leggi, “illegali” in uno stato di diritto, si ritrovano a essere semplicemente invisibili, 650 mila secondo la fondazione Ismu, ma è ovvio che si tratta di un dato aleatorio. Quelli che tentano di arrivare e muoiono in mare, circa 15 mila dal 1988 secondo Fortress Europe. Quelli che senza poter esercitare i loro diritti sono semplicemente ributtati indietro, magari in territori dove non esiste alcuna garanzia per la loro incolumità (circa 1400 in sei mesi dall’Italia alla Libia). Quelli che attendono la loro sorte potendo permanere al massimo sei mesi nei 1806 posti disponibili nei tredici Centri di identificazione ed espulsione (Cie), e che magari fino a ieri producevano reddito e accudivano un’intera famiglia, quella sì “regolare”.

Se una notte di primavera sei “viaggiatori”…

La notte del 5 aprile approda al molo “Giovanni Bausan” el porto di San Giovanni a Teduccio (Napoli) la nave cargo “Vera D”. Bandiera liberiana, armatore tedesco, committente israeliano, comandante russo, manovali e marinai filippini. In questa babele devono essersi accorti davvero molto tardi che tra i container trasportati si erano accampate clandestinamente nove persone, tre ghanesi e sei nigeriane.

Con l’aiuto di Cristian Valle, avvocato di Soccorso legale a Napoli, cerchiamo di capire cosa è successo: «Solo in Italia, nell’atto delle operazioni di scarico, i marinai si sarebbero accorti dei clandestini, che logica farebbe pensare possano essersi imbarcati al porto ivoriano di Abidjan. A quel punto il comandante informa la questura di Napoli, ritenendo di non poter più ripartire per il venir meno del numero legale».
«Il fermo della nave produce vari problemi, quello principale è il blocco delle attività portuali, le cui conseguenze sono la perdita di circa mezzo milione di euro per la compagnia tedesca e soprattutto lo sciopero dell’11 aprile a opera dei marittimi. Intanto la questura, senza aver accertato l’età dei clandestini e dell’eventuale status di richiedenti asilo, ha emesso in fretta un decreto di respingimento».

Prima che il respingimento sia effettivo, però, è già scoppiata la protesta del movimento antirazzista campano e della Cgil, perché lo sciopero del porto ha fatto sì che i motivi del blocco divenissero di dominio pubblico. Scatta il presidio della nave e il sindacato si offre da intermediario, incaricando l’avvocato Valle di occuparsi dei diritti dei clandestini. Si avviano così trattative su più fronti: con l’armatore, il sindacato tedesco e la polizia di frontiera perché la nave non sia allontanata e per avere l’autorizzazione a salire a bordo.  Solo dall’avvocato Valle i migranti vengono a conoscenza dei loro diritti: tutti e nove si dichiarano rifugiati, e sei di loro anche minorenni non accompagnati.

«A questo punto formalizzo la mia nomina e invio le richieste d’asilo con un esposto formale alla questura e alla capitaneria. Intanto solo tre dei sei dichiaratisi minorenni sono sottoposti all’esame biometrico del polso all’ospedale Santobono, che assegna loro un’età di circa 19 anni. Siccome questo tipo di esame ha una fallibilità di due anni circa ed è in uso solo in Italia, quando sarebbe magari più opportuno sostituirlo con quello dell’arcata dentaria, ci aspettavamo almeno la presunzione di minore età, ma la questura non era di questo avviso e ha agito come se fosse stata scartata la fallibilità. A questo punto abbiamo denunciato la cosa e l’ufficio stranieri ha accolto la formalizzazione della richiesta di protezione. Gli immigrati hanno lasciato la nave e si è cominciata a valutare l’ipotesi di portare tutti presso uno Sprarr. Improvvisamente, forse per ordine diretto del Viminiale, dalla questura un passo indietro: tutti e nove i richiedenti avrebbero dovuto attendere la decisione della Commissione rifugiati in condizione di trattamento al Centro di identificazione ed espulsione di Brindisi-Restinco». È la notte del 16 aprile: la gente che presidia l’ufficio stranieri si accorge che qualcosa non va. Appena il blindato diretto a Restinco arriva in strada, i picchetti tentano di non farlo partire. Sono momenti di tensione, il missionario comboniano Alex Zanotelli dichiara che per deportare i migranti la polizia sarebbe dovuta passare sul suo corpo, e subito viene spinto, e si procura delle ferite lievi.

Il mezzo arriva a Restinco, dove di primo mattino la Cgil improvvisa un sit-in ricevendo la solidarietà di diverse delegazioni della rete antirazzista salentina e dei partiti di Sinistra e libertà e Rifondazione comunista. L’avvocato Valle chiede immediatamente udienza dal giudice di pace del Cie, Mario Gatti, cui espone una serie di violazioni di cui bisogna tener conto: la mancata presunzione di minore età e lo spostamento presso un Cie, entro le cui mura non possono restare minorenni e la violazione del respingimento “preventivo”, prima cioè di informarsi sulla volontà dei migranti di chiedere protezione. Il giudice riconosce la minore età per tutti e sei coloro che l’hanno dichiarata, decretandone l’immediato trasferimento presso le strutture preposte in Italia, ma non accetta le altre motivazioni per concedere la protezione ai restanti tre adulti, che restano all’interno del Cie e per i quali Valle ha fatto ricorso al Tar, nonostante il costo della procedura (1500 euro), e al tribunale di Bari perché la commissione per la valutazione della richiesta d’asilo ha intervistato i suoi assistiti in sua assenza.
Questa storia si sarebbe chiusa nel più assoluto silenzio nel giro di pochi giorni, e ciò denota come le cose possono essere fatte in fretta e senza nessun controllo da parte dei cittadini. Soltanto l’attivismo pone un baluardo di resistenza. Ora sei ragazzi cesseranno di essere numeri per poter raccontare una storia. Un privilegio negato a molti come loro.

In Italia si naviga a vista

In Italia non esiste una legge organica che possa facilitare e comprendere, magari con umanità, tutte le dinamiche legate al settore dell’immigrazione, e questo porta a effetti e dispositivi kafkiani. Come l’istituzione dei Cie. O peggio, a valutazioni superficiali, come è possibile leggere nel report dell’Istituto affari internazionali (Iai) per il Senato nel gennaio 2009 sul Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato con la Libia: la Libia ha le sue impostazioni culturali, mica può firmare una convenzione internazionale a garanzia dei migranti. E poi non è un problema italiano, ben altri sono i contenuti preponderanti del trattato. Di avviso opposto, tanto Amnesty International, che ritiene l’Italia responsabile della sorte dei migranti respinti, quanto la Commissione per la prevenzione della tortura (il cui acronimo, purtroppo, è Cpt) del Consiglio d’Europa (Coe), che ha espresso notevoli preoccupazioni a riguardo e cui l’Italia ha replicato asserendo che nessun migrante preso a bordo delle navi italiane ha fatto richiesta d’asilo. In merito a questa asserzione potremmo obiettare che se il metodo è quello della “Vera D” ben poca voce in capitolo possono avere i migranti. E a sostegno di questa impressione possono venire l’inchiesta di Riccardo Iacona “Respinti” andata in onda nel programma “Presadiretta” del 6 settembre 2009 (dove si afferma che i migranti respinti il 30 agosto, molti dei quali ricorrenti presso la Corte europea, non sapevano nemmeno di essere stati riportati indietro), e che qualcosa di anomalo possa essere avvenuto lo conferma la citazione in giudizio da parte della Procura della Repubblica di Siracusa di Rodolfo Ronconi della Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del ministero dell’Interno, e di Vincenzo Carrarini, generale della Guardia di finanza con mansioni di Capo ufficio economia e sicurezza del terzo Reparto operazioni del Comando generale della Guardia di finanza.

E non è tardata a venire nemmeno una dichiarazione di Laurens Jolles, rappresentante per il Sud Europa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), a commento della replica italiana al Coe: «Preoccupa l`affermazione secondo la quale nessuno tra i migranti respinti in Libia abbia avuto l’intenzione di fare una domanda d’asilo e che, quando ciò è accaduto, la domanda è stata esaminata dalle autorità italiane», perché pare che dal presidio dell’Unhcr in Libia siano arrivate ben altre voci. E proprio dalle carceri libiche provengono le testimonianze giornalistiche di Gabriele Del Grande (“Il mare di mezzo”) e di Laura Boldrini (“Tutti indietro”), a spegnere certe speranze.

Al largo della speranza

Secondo l’Unhcr nel 2008 nel mondo si sono registrate 839 mila domande di richiedenti protezione internazionale, ed è salito a 10,5 milioni il numero di rifugiati e a 26 milioni quello degli sfollati interni. Sono 34,4 i milioni di rifugiati sotto la protezione dell’Unhcr e 4,7 quelli sotto la responsabilità dell’Agenzia per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi (Unrwa). Contrariamente a quanto si possa pensare, il problema dei profughi riguarda per l’80% migrazioni interne ai paesi in via di sviluppo (pvs), che scappano principalmente da problemi di matrice occidentale (Afghanistan e Iraq) per rifugiarsi soprattutto in Pakistan, Siria e Iran. A 51 paesi industrializzati, invece, il compito di provvedere a 383 mila domande di protezione. Negli Usa sono 49 mila, mentre in Italia, quinta nella classifica delle destinazioni nei paesi industrializzati nel 2008, sono 30 mila. Il totale degli ingressi di immigrati in Italia registra solo un 10% per vie marittime, ma di questa percentuale fa parte il 70% dei richiedenti asilo, 36 mila persone. Di queste, due su tre hanno richiesto protezione sul posto o successivamente.

Al 50% dei richiedenti è stata riconosciuta una qualsiasi forma di protezione. Possiamo dunque concludere che un terzo degli arrivi via mare è stato riconosciuto bisognoso di protezione. I paesi di provenienza, nel caso dell’Italia, sono: Nigeria,  Somalia, Eritrea, Afghanistan, Costa d’Avorio, Ghana. Agli arrivi l’Unhcr fa fronte con ben 496 associazioni partner italiane, dal 2006 con il progetto “Praesidium”, finanziato dall’Ue e dal Ministero dell’interno, operativo dal 2008 anche in Puglia, e dal 2007 è stato anche indetto il premio “Per mare” per quelle imbarcazioni private che hanno il coraggio di salvare vite umane, in barba anche alle pericolose leggi statali in materia.

Come evidenzia l’ultimo rapporto Frontex, nel corso del 2009, a partire dall’entrata in vigore degli accordi con la Libia, in Italia si è registrato un vistoso calo degli arrivi per mare, che l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione  internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Ue ha stimato intorno al 33% in meno rispetto al 2008. Di fronte a questo allarme il ministro Roberto Maroni non ha trovato di meglio che polemizzare sul bilancio di Frontex. Comunque, solo pochissime persone sono riuscite a far valere i propri diritti: dei 1409 respinti presso la Libia, solo 24 sono potuti ricorrere alla Corte europea. Eppure la storia delle tutele internazionali per i migranti, accetta un principio fondamentale della legge del mare, quello del non refoulement, il divieto di respingimento, che secondo Amnesty “non implica nessuna limitazione geografica, si applica a tutti gli agenti statali operanti all’esterno o all’interno del proprio territorio. Non si deve respingere né verso il luogo di temuta persecuzione né verso paesi senza guarentigie”.

A parte quanto detto nella rubrica ospitata su questo numero, il docente di Diritto internazionale presso l’Università del Salento Giuseppe Gioffredi precisa che: «Il Trattato sul funzionamento dell’Ue (TfUe) prevede lo sviluppo di una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino e a garantire il rispetto del principio di non respingimento, il‘sistema europeo comune di asilo’. Un sistema comune volto alla garanzia per tutte le tutele e le protezioni previste del diritto, procedure e criteri comuni anche per gli accordi di partenariato e cooperazione con paesi terzi per gestire i flussi migratori speciali». Inoltre: «Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro interessato». Un ultimo proposito che deve destare l’attenzione degli organismi internazionali e dei cittadini, perché sembrano essere al via accordi tra Ue e Libia da monitorare con attenzione.

Fabbricare ponti per la “Fortezza Europa”_Intervista a Gabriele Del Grande

Il giornalista Gabriele Del Grande ha fondato l’osservatorio sulle vittime delle emigrazioni Fortress Europe, e ha condotto inchieste importanti, poi pubblicate per Infinito edizioni, come “Mamadou va a morire”(2007) e “Il mare di mezzo”(2010).

Come nasce la riflessione sul Mediterraneo, la “culla della civiltà”, come immenso cimitero nel quale dal 1988 hanno perso la vita circa 15 mila immigrati?

“Il mare di mezzo” nasce a metà del 2005, quando per Redattore Sociale conduco una ricerca sulla stampa internazionale sui morti delle carrette del mare nel Canale di Sicilia. Nel 2006 nasce Fortress Europe e nell’autunno dello stesso anno mi sono dedicato alla storia di Mamadou, una vittima del mare, poi pubblicata nel libro del 2007. “Il mare di mezzo” è un viaggio lungo le frontiere estere e in quelle interne all’Italia, poi nei Cie e nei Cara. I respingimenti sono un dramma soprattutto se avvengono verso la Libia. Come ha documentato Amnesty International, nelle carceri libiche c’è gente non libica che avrebbe titolo per chiedere asilo politico, ma è stata respinta e posta sotto il controllo e gli abusi della polizia del paese di Gheddafi. Restano spesso abbandonati lì nigeriani e piuttosto eritrei e somali.

Ma gli accordi tra Italia e Libia si fermano alle coste? Se Amnesty riconosce l’Italia come responsabile di ciò che accade ai respinti in Libia, perché il governo non ha previsto delle garanzie per i respinti?

La tua è una domanda legittima di chi crede di essere in uno Stato di diritto. Come è possibile leggere sul Rapporto 2009 di Amnesty, l’attuale trattato di amicizia, cooperazione e partenariato sussistente tra Italia e Libia è il risultato di un processo avviato dal primo governo Prodi, e c’è stato tutto il tempo di compiere visite in Libia da parte dei diversi schieramenti che si sono alternati a Palazzo Chigi. E che sappiano delle condizioni delle carceri libiche è certo perché ci sono testimoni oculari e perché c’è l’agenzia europea per il controllo della costa mediterranea (Frontex), che esprime preoccupazione per quegli accordi. Poi ci sono la legge italiana, che vieta il respingimento a chi vuol fare domanda di asilo e tanto meno il “respingimento preventivo”, e quella libica, che non prevede alcuna garanzia per i rifugiati e nessuna ratifica della Convenzione del 1951.

In tale contesto, come è possibile avere una minima conoscenza delle storie e delle persone che tentano di arrivare qui?

Adesso è possibile solo visionare i comunicati del Ministero dell’Interno, che riportano le cifre sui respingimenti, senza poter conoscere nemmeno nomi e nazionalità. Il 30 agosto 2009, 75 persone, tra cui donne, bambini e minorenni non accompagnati, sono stati respinti senza alcuna identificazione. Eppure le espulsioni collettive sono vietate dal quarto protocollo aggiuntivo della Carta europea dei diritti umani. Solo 24 di loro hanno potuto fare ricorso alla Corte europea, ma questa è più una sconfitta per coloro che non sono riusciti a ricorrere piuttosto che una vittoria del diritto, solo una minoranza vi è acceduta. Ogni tanto la giustizia batte un colpo, come è accaduto per le citazioni in giudizio emessa dalla Procura di Siracusa proprio per i fatti di agosto. Ma è una goccia nel mare, quella stessa citazione non è una condanna e potrà finire in archivio.

 E ci sono storie di opposizione a una “legge illegale” come la definisci tu.

Sì, è il caso dei salvataggi a opera di numerosi pescherecci italiani al largo di Mazara del Vallo. Per effetto della legge sull’immigrazione del’98 siamo arrivati a una situazione di assurdo conflitto: il divieto di portare a terra clandestini, passibile di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, contro l’obbligo di prestare sempre soccorso sancito dalla Convenzione Sar (Search and rescue) del ‘79. Una legge variamente interpretata dalla guardia costiera: può andare andare bene ai pescatori italiani, malissimo ai sette tunisini che nel 2007 soccorsero alcuni naufraghi. Furono arrestati e le loro navi poste per mesi sotto sequestro a Lampedusa, dimezzate così del loro valore, provocando infine licenziamento e disoccupazione dei malcapitati. E ci sono poi storie che non vorremmo mai sentire, quando nemmeno la legge del mare può nulla contro il terrore instaurato dalla legge reale: è il caso del peschereccio di Mola di Bari, il cui capitano ributtò a mare un naufrago che dopo poche bracciate annegò sfinito. Era il gennaio del 2008. Al di là di questi casi limite, penso che non ci sia solo un problema di legge, ma proprio di comunicazione. La gente non conosce i propri diritti ed è trattata come se ogni vita avesse un peso o un valore differente.

Come è possibile sviluppare una resistenza a questo stato di cose, come fare che la “fortezza Europa” stenda i suoi ponti e diventi una piazza?

Anzitutto bisogna prendere coscienza che l’immigrazione è solo una “parete” di questa fortezza. Tuteliamo da sempre la libertà di circolazione dei beni e delle merci, non lo facciamo allo stesso modo per le persone. Eppure i ponti si costituiscono con l’apertura. Il futuro è in un’altra finanza, in cui la vecchia Europa non giocherà più un ruolo di primo piano: l’interesse si sposterà sempre più sull’Africa e sul resto del mondo. Il rischio per l’Europa è quello della crisi e del collasso. Altri paesi crescono velocemente. Si può ancora trovare un equilibrio: è il caso dei gemellaggi tra i porti di Genova e Tangeri. La redistribuzione della ricchezza dovrà avvenire e passerà anche grazie al ruolo degli immigrati.

(R)esistere!

Bansky in Boston
Bansky in Boston

Di Andrea Aufieri. Editoriale di Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
http://www.metissagecoop.org

Il secondo numero di Palascìa ha preso corpo tra il 25 aprile e il 2 giugno, passando per la marcia per la pace del 16 maggio, ed è per questo che è possibile leggervi un fil rouge legato alle molteplici forme di “resistenza”, perché continui a esistere una nazione capace di civiltà e di pace, in una parola di futuro. Il nostro Stivale sembra sempre più improntato a tirare calci in faccia alla dignità di chi arriva o tenta di arrivare sulle sue coste per una nuova opportunità, se non per chiedere rifugio. E allora abbiamo provato a chiederci, nei giorni del mondiale di calcio, cosa può renderci uniti. Un nuovo sapore dato al calcio stesso, come succede un po’ in tutta Europa con le NoRacism Cup. L’istanza figlia del movimento antirazzista, come tutto ciò che è venuto e verrà fuori dal Primo marzo. La rabbia, la sofferenza, la voglia di legalità che sale da Rosarno. La dignità del lavoro, la parità dei trattamenti e delle opportunità, il diritto alla casa e alla salute sono istanze che i cittadini stranieri rivendicano a ragione e con molteplici voci. Proviamo ad ascoltarli e a capire come fare perché si possa dar loro una risposta.

Ma una resistenza che si rispetti rappresenta la volontà di camminare sulle proprie gambe. È così che abbiamo ascoltato le immense parole di un giovane senegalese, che non vuole essere un peso in più in un tempo di crisi. È così che a Bari i somali hanno riportato alla vita il Ferrhotel abbandonato. È così che vogliamo unire la resistenza di Rom1995, in Calabria, a quella degli ospiti “in sosta” da vent’anni al campo di Lecce. È così che dall’Aifo e dall’Inmp, che hanno collaborato alla nostra rivista insieme a Libera informazione, arriva il lungo grido degli ultimi, di chi lotta ancora con le epidemie che per secoli hanno falcidiato la vecchia Europa, tentando di scuotere i cordoni delle multinazionali farmaceutiche, di chi tenta di strappare un metro di ossigeno alla desertificazione. Una battaglia che unisce anche gli italiani alle lotte mondiali: la resistenza alla privatizzazione dell’acqua, con il referendum alle porte e gli esempi di chi dalla resistenza incomincia la sua rivoluzione. E mentre un governo completamente avulso dal paese reale disfa le istituzioni di garanzia che lo fondano, la Regione Puglia, pur tra giuste critiche e richieste di partecipazione, lancia il suo assalto a difesa della legge sull’immigrazione, impugnata per conflitto di competenza, ma con l’esortazione a “disobbedire” pervenuta anche dall’Unione europea e dall’Ilo. E mentre il governo annuncia tagli alla cultura e al welfare, oscurando la questione delle ingenti spese militari, qualcuno se ne infischia e organizza reali missioni di pace: navi cariche di aiuti e di know how solcano il “mare di mezzo”, laddove 15 mila persone hanno trovato la morte in vent’anni di disperati tentativi di approdo. Nel clima ferino creatosi all’indomani di un’applicazione perversa della par condicio, durante la trasmissione”Rai per una notte”, Mario Monicelli dichiarava la necessità di una rivoluzione.

Nella sezione della cultura abbiamo intervistato il filosofo Mario Signore, che ripudia i tempi imposti dalle rivoluzioni per non perdere la strada già conquistata e guardare avanti consapevoli di forze, debolezze ed errori. Le passioni popolari sono sopite, ma le reti civiche si fanno portatrici di una nuova stagione di semina, di quella speranza che don Tonino Bello chiamava “convivialità delle differenze”, risvegliando i costruttori di pace perché la Puglia ne divenisse l’arca foriera. Cercando di mettere quotidianamente in opera questo insegnamento, Palascìa dedica questo numero ai migranti , e non solo a loro, che bagneranno di sudore le campagne della Puglia quando noi ci rinfrescheremo a mare, perché qualcuno si accorga per davvero di loro, perché lo Stivale serva per camminare insieme e arrivare alla meta di una pacifica interculturalità, magari indicando il sentiero a chi è più indietro.

Informazione interculturale in Puglia

Editoriale di Andrea Aufieri, Palascìa_l’informazione migrante, Anno I, numero 1, gennaio-aprile 2010
http://www.metissagecoop.org

 

Perché una rivista d’intercultura e perché da Lecce?

La vittoria del bando regionale “Principi attivi_giovani idee per una Puglia migliore” ci ha dato una grande opportunità per operare in un contesto, quello leccese, in cui in meno di un lustro le presenze immigrate sono raddoppiate. Succede che dovremo abituarci al dialogo, e quale mezzo migliore per esercitarlo se non una rivista? Magari, come faremo, redatta e raccontata tanto da italiani quanto da immigrati. I lavori sono in corso, nell’ottica di una prossimità sempre più defi nita nei confronti dei nostri lettori, che consideriamo come cittadini, tutti, che consideriamo per i loro diritti, i loro doveri e le loro storie, perché tutti possiedono un patrimonio sociale che l’appiattimento dell’integrazione potrebbe cancellare.

“Non dimentichiamo di essere un popolo di migranti”: così diceva Napolitano a ottobre 2009, e sembra sia passato un secolo (a ritroso), invece è appena l’inizio dell’anno quando scoppiano i fatti di Rosarno. In mezzo un mare di cronaca. Nera o grottesca, avente come leitmotiv la caccia istituzionalizzata all’immigrato. Come a San Martino dall’Argine, provincia di Mantova, regione Lombardia, o al “White Christmas” di Coccaglio, Brescia, regione Lombardia. La Lombardia è una delle regioni più ricche d’Italia, contribuiscono alla sua ricchezza un milione circa di immigrati e un numero non quantificabile di terroni. E da Varese, regione Lombardia, proviene Maroni, che dopo Rosarno ripete di voler calcare la mano sugli immigrati, perché il nostro paese è stato fi nora troppo permissivo con loro.

Permissivo, forse, nel senso di “permesso di soggiorno”, quel pezzo di carta per avere il quale quote sottostimate di lavoratori immigrati sono disposti ad accettare qualsiasi condizione. A Rosarno si sono stufati; molto presto, il 1 marzo, si stuferanno gli immigrati di tutta Italia e di tutta la Francia, in modo più pacifico, ma questo al giorno d’oggi non sembra più scontato.

Noi intanto siamo in Puglia: abbiamo avuto il “Black Christmas”, ma siamo al centro del primo processo moderno in Europa per riduzione in schiavitù di persone immigrate. Una terra di contraddizioni, non una meta preferita dagli stranieri se non per i lavori stagionali più rilevanti (i pomodori in Capitanata, le angurie salentine). Ma da sempre crocevia di cui il Faro della Palascìa, a Otranto, il punto più a oriente d’Italia, è insieme simbolo, testimonianza, prometeo di un nuovo umanesimo che i suoi studiosi hanno teorizzato negli anni passati e che i suoi abitanti hanno messo in pratica ogni giorno. Ignorare gli “altri” signifi cherebbe creare le condizioni per una nuova Rosarno. Ciò che differenzia la Puglia dalla Calabria e dalla Lombardia, oltre alla ricchezza di certi piatti, sta nell’aver evitato di istituzionalizzare il razzismo e le derive segregazioniste e securitarie.

Ne sono esempi la recente approvazione delle norme di accoglienza varate dalla Regione, vittoria di una politica inclusiva, e ne sono esempio le politiche giovanili portate avanti secondo un pensiero semplice, ma devastante: “Siete voi il nostro futuro” , come ci suggerisce Guglielmo Minervini, nessuno spettatore, tutti protagonisti. Rifiutando un concetto stretto di integrazione, porremo attenzione al lessico impiegato, che troppo spesso i media tradiscono nell’obiettività cedendo ad un sensazionalismo pruriginoso (ogni immigrato è un clandestino, il delinquente lo è di più se è un immigrato).

Vogliamo parlare di interazione, un concetto ancora lontano dalla società italiana, che è certamente una realtà storicamente multiculturale, ma il passaggio all’interculturalità presuppone una maturazione nel dialogo e nel confronto, come ripetono certi pionieri come Tonio dell’Olio, Franco Cassano e Luigi Perrone, che hanno arricchito il nostro sapere in questa terra. Un piccolo passo per l’uomo un grande passo per l’umanità, quello che sapremo condurre dalla tolleranza verso l’alterità.

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