Veleni interrati nel Salento. Motta: difficile trovare i colpevoli

LECCE – Un altro ritrovamento di rifiuti speciali nel Sud Salento. La prima uscita pubblica sull’argomento da parte del procuratore Cataldo Motta, mentre infuriano le polemiche sui veleni nel tracciato della nuova strada 275.

«Si dovrà procedere con la massima cautela perché quello ambientale è un settore particolarmente difficile, per la scarsità delle norme del codice e per l’avvicendarsi di leggi in materia che rende difficile l’accertamento dei reati e lo sviluppo delle indagini». Non si sbilancia Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, durante il suo primo intervento pubblico per fare il punto a seguito degli ormai numerosi rinvenimenti di veleni interrati che si susseguono da più di un mese. Solo ieri, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno individuato un altro sito, il quarto, in contrada «Orie» nei pressi di Scorrano. Nel sottosuolo di parte dei quindicimila ettari analizzati sono stati ritrovati per ora lastre rotte di eternit, pezzi di tufo e altri scarti da costruzione. Il terreno è stato acquistato cinque anni fa da un’impresa immobiliare, che non è responsabile degli interramenti.

È ancora presto per stabilire se anche il sito di Scorrano presenti scorie che possano ricollegare il ritrovamento alle inchieste sui veleni scaricati dalle industrie dell’ex indotto del «tac». Laconico il commento di Motta: «In questa particolare indagine non abbiamo indicazioni che riportino ad attività della criminalità organizzata». I ritrovamenti dunque si devono discostare, per il momento, dalle inchieste sulla connivenza tra imprese, camorra e scu che tengono banco da novembre. Durante l’exploit economico degli anni novanta, infatti, le aziende che operavano nei settori del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero (da cui l’acronimo «tac») avrebbero raggiunto accordi con i boss della Sacra corona unita per disfarsi dei rifiuti senza costi eccessivi.

Le prime indagini della procura guidata da Motta, ma seguita dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, hanno evidenziato che i conti di molte aziende non tornano: registri di carico e scarico fanno volatilizzare tonnellate di rifiuti speciali. I due filoni d’indagine già aperti nel solo Salento riguardano la contrada «Li Belli» tra Supersano e Cutrofiano, e le discariche rinvenute tra Patù, Alessano e Tricase, dove per altro i finanzieri hanno dovuto interrompere i lavori per i miasmi emanati dai resti chimici. I ritrovamenti hanno sconcertato perfino gli inquirenti, che avevano seguito le indicazioni del camorrista Carmine Schiavone, e del pentito della Scu Silvano Galati rese nel 1997 e desecretate soltanto lo scorso autunno. Galati aveva descritto il sistema, ma si era riferito con certezza soltanto alla contrada «Li Belli». A diciassette anni di distanza proprio Motta ha dichiarato di non voler «rincorrere fantasmi», lasciando così che ad aprire l’inchiesta fosse solo la procura di Bari con il pool guidato da Pasquale Drago. Le denunce della stampa e delle amministrazioni salentine che ne sono seguite hanno fatto costretto la procura al dietrofront.

È così che adesso è scoppiata anche una questione spinosa. Parte dei rinvenimenti si trova sotto il tracciato della strada statale in costruzione più discussa del territorio, la 275. Pensata ventotto anni fa proprio per rendere fluidi i traffici con le aziende del tac, la strada è stata al centro di furiose polemiche con gli ambientalisti e non solo, che ne contestano tuttora l’invasività e l’opportunità. «Le attività d’indagine-ha dichiarato Motta in merito alla polemica che si è aperta-non comprendono anche valutazioni sulla legittimità del tracciato della 275», ma subito dopo ha aggiunto: «Non si può costruire una strada sulle discariche portate alla luce con le indagini della procura». Dopo ventott’anni e 288 milioni spesi il progetto della strada dovrà restare ancora al palo. Le connivenze tra mercato e malavita vengono troppo lentamente fuori dall’ombra del barocco.

Andrea Aufieri per Medi@terraneo News

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Cerano, il nerofumo delle responsabilità


Dalle indagini dell’Enel risulta che non c’è nessun nesso scientifico di causalità tra la presenza della Centrale “Federico II” a Cerano e l’inquinamento atmosferico presente a Torchiarolo.

La centrale Enel “Federico II” di Cerano (Br) – la prima in Italia per emissioni di anidride carbonica – copre oltre un terzo del totale nazionale e accosta, ai continui allarmi per un futuro nero, una storia di occasioni perdute: dal biomonitoraggio mancato, alla metanizzazione mai avvenuta, fino alla messa in sicurezza del carbonile con undici anni di ritardo! L’Arpa pubblica i dati che confermano l’aumento di tumori ai polmoni nel Grande Salento e, nelle aree interessate, comincia la conta dei morti. Enel si discolpa, ma promette grossi cambiamenti per il futuro mentre gli ambientalisti sospirano: “Chi promette mantenga”.

Non si sa per quanto tempo ancora il Salento dovrà sopportare gli sfregi continuamente rivolti al suo territorio e le tragiche conseguenze riservate ai suoi abitanti. La centrale Enel “Federico II” di Cerano è una ferita sanguinante ormai da venticinque anni.
L’ultimo colpo in ordine cronologico risale alla fi ne di maggio, con la pubblicazione di “Dirty Thirty”, la “sporca trentina”, il rapporto sulle trenta centrali più inquinanti d’Europa realizzato dal Wwf. Nell’ultima classifica, la “Federico II” occupa il posto numero 25, grazie ai 15,8 milioni di tonnellate annue di anidride carbonica (Co2) riversate nell’atmosfera, oltre un terzo dei veleni scaricati in tutta Italia.

Essa occupa una superficie di ben 270 ettari. Si compone di quattro sezioni per la produzione di energia elettrica, compresi un parco combustibili liquidi e uno per il carbone, evaporatori e impianti di trattamento delle acque reflue. Oltre ad un nastro trasportatore scoperto lungo 13 km in grado di trasportare 2000 tonnellate di combustibile dal porto di Costa Morena.

Questo l’identikit del megamostro che rappresenta la sconfi tta più cocente nella storia dell’ambientalismo pugliese. Qualcosa si è mosso ad aprile, quando il Registro tumori ionico-salentino ha pubblicato i dati relativi all’incidenza di neoplasie alle vie respiratorie, che vede un trio degli orrori capeggiato, con inattesa sorpresa, da Lecce (11,8%), seguita dalle scontate città di Brindisi (9,3%) e Taranto (8,3%).

Le province e i comuni di Brindisi e Lecce hanno convocato un tavolo tecnico pretendendo garanzie da Enel. Dal canto suo, l’azienda si dichiara attenta alla questione ambientale, come si legge in un comunicato del 2 maggio scorso: “La nostra azienda è impegnata a raggiungere standard ambientali e di effi cienza sempre migliori e confermare la nostra leadership nelle fonti rinnovabili. Nei prossimi 5 anni – continua il fi rmatario del comunicato, Franco Deramo – Enel svilupperà un grande programma di investimenti, per oltre 4 miliardi di euro, di cui una parte importante destinata allo sviluppo delle fonti rinnovabili”.

Tutto ciò non è bastato agli enti locali, se persino le dichiarazioni EPER/INES(European Pollutant Emission Register/Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti), per il biennio ‘03-’05 evidenziano numerosi sforamenti della soglia annua consentita in aria e in acqua.
Su tali dati ha lavorato l’ingegnere ambientale dell’Università della Basilicata Angelo Semerano per la sua ricerca “Il polo industriale di Brindisi”. Lo studio ha vinto il premio “Carlo De Carlo” come migliore tesi dell’area ambientale e su Cerano si legge: “Se guardiamo soprattutto i dati riferiti alla centrale (…), notiamo che le emissioni totali (di mercurio e arsenico) risultano superare i valori soglia fissati all’UE”(salutepubblica.org).

Tra i principali impegni fatti assumere al colosso dell’energia in seguito al tavolo tecnico, spiccano le riduzioni delle emissioni di zolfo (So2), di ossido d’azoto (NOx) e di polveri sottili. Più delicata la questione del Co2, visto che la promessa dell’Enel riguardava l’esigua riduzione del 10%, mentre i parametri regionali prevedono riduzioni fino al 25%. Brindisi e Lecce sono andate oltre, uniformandosi alle tabelle ministeriali e alle pressioni dell’UE che, in linea con il Protocollo di Kyoto, prevedono per Cerano una riduzione del 33%.

Una dura contrattazione che rischiava di mettere in secondo piano questioni molto importanti come la ricerca sulla cattura di Co2 e la costruzione di un molo combustibili nel porto esterno per la movimentazione degli stessi. Molto importante, come vedremo in seguito nel caso Torchiarolo, l’impegno di affidare ad una rete pubblica il monitoraggio delle emissioni, mentre qualcosa già si è fatto per la copertura del carbonile, finora lasciato esposto ai venti ed alla dispersione delle polveri.  Si intravede il sereno sui cieli di Cerano?

Le reazioni

Un quadretto a tinte fosche appena attenuato, questo il pensiero che riassume le reazioni di due storici rappresentanti di Legambiente, alla quale si deve la pubblicazione del prezioso dossier “Stop al carbone!”, che mette in fila i mostri carboniferi italiani.

Mario Fiorella, presidente della sezione leccese dell’associazione, è guardingo con pessimismo: “Ci sono ampi precedenti che dimostrano come l’Enel non rispetti gli impegni assunti: la Convenzione del ’96 prevedeva la metanizzazione e la chiusura della centrale Edipower di Brindisi nord e la graduale riconversione al metano della “Federico II”.

“Chi promette, mantenga – prosegue il magistrato – ma certo stavolta istituzioni e movimenti, questi ultimi mai considerati da Enel, sono vigili e forse la pressione servirà almeno a tenere in piedi l’attenzione al problema”.

Doretto Marinazzo, consigliere nazionale di Legambiente, è più categorico: “La copertura del carbonile, per come è andata, può sembrare una conquista, ma in realtà tutto ciò avviene con grande ritardo, essendo la questione in gioco sin dal 1996.

SO2 da 10.500 milioni di tonnellate annue a 8.500:
-19%;
NOx da 8.600 a 7.500
tonnellate annue: -13%;
polveri sottili da 1000 a 610
tonnellate annue: -39%
CO2 da 15,8 milioni di tonnellate
l’anno a 10, 59 – 33%

“Se poi si guarda a quanto scritto in quella famosa convenzione, non siamo proprio a posto. Ad oggi Enel nemmeno parla di metano. Questo è anche comprensibile, poiché tecnicamente la riconversione è difficile e costosa. Se ne deduce – spiega Marinazzo – che lo scopo reale dell’azienda nel ’96 era quello di ripartire e di sciogliere l’ordinanza sindacale che l’aveva bloccata.”.

Ancora più dura la Uil, che denuncia la decisione di Enel di basarsi sui dati del 2004, quando fi no al 2006 la produzione di energia è raddoppiata in ragione del consumo di carbone aumentato del triplo: fatti che non giustificano il licenziamento del 30% del personale diretto impiegato in centrale. Il territorio, secondo la Uil, non guadagna niente dalla presenza dell’azienda a Brindisi, perché Cerano è stata “ridotta ad una succursale di ditte esterne che si dividono gli appalti”.

Le risposte dell’Enel lasciano insoddisfatti soprattutto gli autori di alcuni dei numerosi studi che si sono susseguiti nel corso degli anni. È il caso delle analisi effettuate dalla Direzione qualità della vita del ministero dell’Ambiente e validate dall’Arpa, che hanno rilevato la presenza di pesticidi e metalli pesanti oltre i limiti consentiti nelle coltivazioni di ortaggi destinati alla vendita, nel sottosuolo e nella falda profonda del territorio compreso tra Brindisi e Cerano.

Franco Caiulo
è il coordinatore dell’associazione “Vittime del petrolchimico”: a partire dal 2000 ha raccolto le cartelle cliniche di 231 colleghi di lavoro deceduti per mali ascrivibili al loro impiego nel settore chimico di Brindisi.  Durante la sua ricerca ha avuto contatti anche con gli agricoltori della zona colpita dai fumi di Cerano: “Conosciamo i contadini che hanno terre da quelle parti e non possono coltivare piante dal fusto esile come piselli e pomodori, che si colorano di nero e non sono più buone. L’Enel porta i bambini in centrale per far vedere come sono lucidi i tubi e come funziona il processo di produzione, ma nessuno ha mai spiegato ai bambini come si anneriscono le foglie dei peschi e dei limoni”.

“Io – prosegue – ho portato quelle foglie ai giornali perché le vedessero: i contadini sono costretti a piantare barbabietole e carciofi , insomma piante dal gambo robusto, ma non so quanto queste siano buone. Eppure nessuno si muove, i contadini stessi non denunciano, anche perché quando si sapeva delle foglie annerite qualcuno faceva dei dispetti, come andare a bruciare o tagliare le piante contaminate”.

Tra gli studi effettuati sull’area sono importanti quelli eseguiti da Agenda21 nel 2003 e dal Comitato consultivo tecnico per il rispetto degli accordi della Convenzione del ’96. A entrambi ha partecipato l’oncologo Claudio Pagliara, che snocciola un lungo elenco derivante di suggerimenti indirizzato agli attori istituzionali.
“Stabilita l’emissione di sostanze nocive – esordisce il dottore – bisognava valutare l’entità dei loro effetti sulla salute. Per realizzare un calcolo realistico del rapporto tra costi e benefici del polo energetico brindisino, si suggerì di realizzare un registro mortalità-tumori. In relazione alla possibilità che tali inquinanti potessero combinarsi e produrre effetti sconosciuti si suggerì anche un biomonitoraggio”.

Quest’ultimo avrebbe riguardato anche il controllo della qualità dei combustibili utilizzati, rilevando anche il rischio di un’eventuale radioattività. Nessuna delle possibilità è mai stata valutata.

Molto noti gli studi epidemiologici svolti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), riguardanti anche i comuni di Carovigno, S. Pietro Vernotico e Torchiarolo, nel quinquennio 1990-1994. Gli Standardized mortality ratio (Smr), rapporti decessi osservati /decessi attesi rispetto al trend pugliese, registrava preoccupanti eccedenze nella mortalità generale (+7%) e nella mortalità per cause tumorali (+13,6%).
Si notò come i dati risultassero sproporzionati per gli uomini,  maggiormente impiegati nel polo energetico e chimico brindisino.

Uno dei fattori fondamentali della salvaguardia ambientale è la prevenzione, che non va di pari passo con il progresso scientifico, necessitando di tempi più lunghi per confermare o ridimensionare la percezione del rischio avvertita dalla popolazione. Ciò di cui più si avverte la mancanza nell’area brindisina è l’esistenza di studi integrati, completi e indipendenti.

Il caso Torchiarolo
“Abbiamo conosciuto la gente di Torchiarolo: un paese castigato dai tumori”: la constatazione di Franco Caiulo introduce un aspetto recente delle tematiche connesse al problema Cerano.

La vicenda assume contorni vaghi, assumendo toni nerofumo se parliamo di responsabilità: un paese è ammalato e la colpa non è di nessuno. Per fortuna un gruppo di ragazzi ha deciso di denunciare questa situazione, giocandosi la carta del movimento, nella speranza che l’unione possa fare la forza. Giovanni Lettera, Vincenzo De Rinaldis e Giuseppe Perruccio stanno lavorando alla realizzazione di un comitato “No Coke”, contro il carbone, appunto, sulla falsariga dei successi ottenuti dall’omonima rete laziale. I rilevamenti dell’Agenzia per la protezione ambientale (Arpa) effettuati tra dicembre e febbraio scorsi rilevavano un aumento del pm10 e del monossido di carbonio nelle aree a sud di Brindisi, “evidente conseguenza delle attività degli impianti” brindisini.

L’Enel si è affrettata a smentire questa correlazione dimostrando di aver rispettato l’ambiente avvalendosi dei dati del monitoraggio effettuato dal Centro elettrotecnico sperimentale italiano (Cesi) di Milano.

L’inquinamento sarebbe dovuto ad una non meglio identifi cata “altra natura”, come si legge nel comunicato diramato il 18 maggio. La prima azione dei ragazzi del “No Coke” è stata quella di andare a controllare sul sito del Cesi chi fossero i soci azionari.

Sorpresa: gli azionisti di maggioranza dell’istituto di rilevamento sono Enel e Terna, produttore e distributore della rete elettrica nazionale. Tra i soci minoritari figura anche Edipower. Resta ancora il dubbio se dar retta al monitoraggio istituzionale o a quello indipendente.

STUDIO DELL’OMS

Per i dati dello studio OMS si ringrazia il prof. Emilio Gianicolo, Medicina Democratica, per averci fornito in anteprima il numero della rivista online SalutePubblica  (www.salutepubblica.org)

“L’eccesso delle malattie tumorali è spiegato in parte dal tumore polmonare (+18,8%). Si registrano valori in eccesso per il gruppo di cause del sistema linfoemopoietico”.  Questi tumori del sangue si presentano globalmente in eccesso statisticamente significativo: +32,8%, al loro interno i linfomi non Hodgkin in eccesso dell’84,6% mentre le leucemie mostrano un eccesso non significativo statisticamente del 30,7%. Quote percentuali in ordine decrescente *

*I dati sono aggiornati al mese di Maggio 2007

Il CESI è composto da:
ENEL S.p.A.
TERNA S.p.A.
Ansaldo Trasmissione & Distribuzione S.p.A.
Edipower S.p.A
ABB S.p.A
Endesa Italia S.p.A.
Siemens S.p.A.
Prysmian Cavi e Sistemi Energia S.r.l.
Nuova Magrini Galileo S.p.A.
Tirreno Power S.p.A.
SOGIN S.p.A.
AEM S.p.A. – Az. Energetica Municipale – MI
Edison S.p.A.
Bticino S.p.A.
Iride Energia S.p.A.
ITALCEMENTI S.p.A.
Passoni e Villa S.p.A.
Areva T&D S.p.A.
Seves S.p.A.
O-I Manufacturing Italy S.p.A.
IMQ S.p.A.

Andrea Aufieri, L’impaziente n.15 giugno/luglio 2007

La casa dov’è?

Foto: Gabriele Spedicato

 

 

Più piccole, affollate, vetuste e senza servizi: le case dei migranti

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

È una fresca sera di fine agosto: un vento impietoso spazza via ogni ricordo dell’estate che molti turisti hanno trascorso a Torre Dell’Orso, marina del comune di Melendugno (Le). Con fare mesto mi accingo a prendere il bus che mi riporterà a Lecce, ma non so da quale lato della strada arriverà. Scorgo alcuni ambulanti seduti contro la rete di una struttura privata, mi danno le informazioni che mi servono, poi uno di loro mi viene incontro. Prenderà il mio stesso autobus: «Robert Njeri», si presenta, tremando letteralmente di freddo, mentre cerco di capire se è il mio corpo a darmi informazioni errate sulla temperatura. «Ho fatto pochi soldi  oggi-prosegue Robert-e devo tornare a dormire se no chiudono il centro».
Gli chiedo dove dorme:«A Casa Emmaus, centro Caritas-risponde-ma tra pochi giorni non potrò più andarci e cerco casa».

Robert cerca casa

Santa Maria dell’Idria, la parrocchia che ospita il centro di accoglienza, ha venduto i locali e chiuderà presto, così Robert deve intensificare gli sforzi per trovare un alloggio: «Anche un posto letto, che non superi i 150€». L’impresa si fa complicata da subito visto il budget, ma insieme attuiamo un piano d’azione: gli dico di informarsi dai fratelli neri, poi giornale e web a portata di mano stiliamo una lista dei posti che potrebbero andare, e pare siano tanti. Ma prima di qualsiasi passo gli parlo del centro Asia, per l’intermediazione abitativa. Bob è ottimista:«Ho preso anelli, orecchini e bracciali, un po’ all’ingrosso dai cinesi e un bel po’di qualità dal Kenya, dove stanno i miei. L’estate ho lavorato tanto, spero anche in questi giorni, e poi provo in centro a Lecce».

I primi approcci con i fratelli vanno malissimo:«Io sono un kikuyu (l’etnia dominante e più numerosa in Kenya-ndr), sono solo e qui a Lecce ci sono tanti luhya e qualche luo e diciamo che non sto troppo simpatico. Qualcuno se mi vede per strada mi chiama Kibaki (Mwai Kibaki è il presidente attuale del Kenya, inviso alle fazioni opposte-ndr), non sono riuscito a legare con i senegalesi, e comunque nessuno ha un posto da consigliarmi».

La sua famiglia vive a Dandora, a est di Nairobi, una delle zone più inquinate del pianeta, dove si può immaginare che le condizioni di vita siano al limite della sussistenza. Lì aspettano con ansia sue notizie la mamma e sua moglie Elizabeth, madre di Michael e Jenny. Sua madre gli ha chiesto una foto da farle vedere, lui dice di dimenticarsi sempre di farsela, è molto più smunto ed emaciato di quando è partito e anche i 2€ per la foto è meglio che li mangi.

Sul fronte del lavoro le cose precipitano:«In questi giorni piove e da quando il bus non passa più pago 20€ un fratello per andare in spiaggia in macchina». Da quando è in Italia ha lavorato regolarmente solo come badante, poi a Otranto, Cavallino e Lecce come ambulante, adesso farebbe volentieri il cameriere. Robert è venuto qui con un visto turistico, poi sua sorella ha chiesto il ricongiungimento familiare che scadrà nel 2012: «Devo cercare un lavoro e un tetto perché così sono tranquillo, con un contratto». E intanto gli si prospettano altre notti a Emmaus: «Di là è difficile perché ci dormono una ventina di persone, ho paura anche a dormire lì per i documenti, è pericoloso. Poi se facciamo tardi per vendere da ambulanti non ci fanno entrare».

Dai mediatori di Asia non è andata bene:«Il massimo che potevano fare era mettermi con altre quattro persone, ma avrei pagato comunque troppo, e non avendo lavoro sarebbe comunque stato difficilissimo». A questo punto gli tocca ricaricare il telefono e chiamare un po’in giro: «Ho provato come tutti a chiamare, ma molto spesso non mi vogliono, e altre volte c’è una richiesta di anticipo che non posso dare, o cercano solo studentesse. Se uno lavora con pochi soldi al giorno trovare casa è difficile».

Facciamo un giro di chiamate nel centro storico Se sentono una parlata differente non rispondono un’altra volta, oppure dicono: “Adesso stranieri no”. Lo stesso in via Monteroni. Riusciamo a convincere un ragazzo a Santa Rosa. Dopo poco declina dicendo che c’era un tipo in bilico che finalmente aveva accettato. Lo faccio richiamare da un amico, e gli conferma che l’appartamento è ancora in affitto.

«Senza un frigo-mi dice-spendo anche di più al giorno per mangiare, e non mangio cose sane, ora ho male allo stomaco». Nei giorni successivi si fa visitare dalla Caritas, lo spavento gli passa: deve bere più acqua. Prende una giacca e un buon paio di scarpe. Rifiuta di dormire con altre persone in un appartamento, gli rubano dei soldi per dormire in una casa che non esiste, infine si adatta in stazione. Ha preso la decisione di partire. Dopo aver scartato Roma e Vicenza, alcuni amici lo hanno invitato a lavorare a Bruxelles. Ci sta facendo un pensierino, intanto torna a dormire in stazione.

Una prima mano d’intonaco

Il Testo unico sull’immigrazione del ‘98 esclude l’accoglienza per cittadini immigrati in situazioni di forte indigenza, se non finalizzati all’accoglienza temporanea nei Cpa e in sostanza in previsione del rimpatrio. Esclude anche un contributo, previsto invece dalla Turco-Napolitano, agli enti pubblici per le ristrutturazioni igienico-sanitarie per immigrati regolari presenti a vario titolo sul territorio nazionale. La Bossi-Fini ha poi apportato ulteriori modifiche non recepite da molte regioni, che peraltro hanno risposto legiferando in autonomia sulla questione immigrazione.

Gli stranieri residenti in Italia nel 2008 erano 3.891.295, più 862.453. Pochi al Sud, 352.434, ma in costante aumento. Come, ma soprattutto, dove vivono? Secondo il Sindacato unitario nazionale degli inquilini e degli assegnatari (Sunia), il mercato degli affitti in Italia vede aumenti di canone significativi, essendo salito dal 130% al 145% nel decennio 1998-2008. Almeno per le metropoli. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) puntualizza che al nord si affittano case a stranieri che sono al di sotto degli standard degli autoctoni, mentre man mano che si scende le distanze si assottigliano. Il Censis nel 2005 ha evidenziato due problemi gravi, uno al nord e uno al sud. I costi degli affitti troppo alti costringono gli stranieri ad abitare in periferia, incidendo sulle spese per i trasporti e sulla socializzazione, mentre al sud il problema è la discriminazione relativa a pregiudizi di carattere igienico e di assenza di garanzie.

Una ricerca nel Mezzogiorno, Sotto la soglia, evidenzia che le agenzie immobiliari non affittano case a non comunitari su richiesta dei proprietari. Molti autoctoni dichiarano di non volere stranieri come vicini. Scenari immobiliari fissa a 78mila gli acquisti di case da parte dei lavoratori immigrati nel 2009, e nel 2010 pare si siano arrestati a 53mila, la metà esatta della media dell’ultimo lustro, durante il quale sono stati acquistati 600mila alloggi per una spesa complessiva di 70 miliardi. Nel VII rapporto 2010, il Cnel gira poi il dito nella piaga insostenibile dei mutui e degli affitti per coloro che perdono il lavoro o che guadagnano meno per via della crisi. Questa strada porta diritto a morosità e aumento trasversale degli sfratti. Condizioni di questa gravità non erano in previsione, visto che ancora il Censis, nel 2006, rilevava condizioni abitative stabili per l’84% degli immigrati regolari e condizioni di disagio per il 36%.

La casa degli orrori e quella dei sogni

Da denunciare la vita dell’1%,dei regolari, stipata in “altro tipo di alloggio”, che per caratteristiche non può essere definito abitazione: 4.852 persone. Abitano invece edifici costruiti prima del 1962 il 52,8% degli immigrati, in costruzioni moderne solo il 13,6%. Il Censis ha ricostruito le case standard degli immigrati: più piccole, con meno stanze, sovraffollate, vetuste e con peggiore dotazione di servizi rispetto alla media italiana. Con un divario di condizioni che comunque si assottiglia sempre più al Sud.

Demolendo per un minuto questa foto desolante, il dossier Caritas/Migrantes ha effettuato un focus sulle politiche abitative: il top è l’Emilia Romagna, dove sono state da tempo costituite agenzie per la casa con finalità sociali, utilizzo e recupero del patrimonio edilizio già esistente, interventi di facilitazione alla locazione, credito per l’acquisto, equa ripartizione del fondo per l’affitto in sostegno alla domanda.

Ma la realtà italiana è un intonaco disfatto: sta scomparendo il sostegno all’edilizia sociale agevolata, idem per i sistemi di contributi per il sussidio casa, assenza di parità di accesso, e il tutto è complicato da quote, bonus punti per gli anni di residenza, separazione delle graduatorie tra italiani e stranieri, e altri complicati intrecci di calcoli. Cosa fare per rinfrescare in attesa di tempi migliori e poi ricostruire? Il Cnel fotografa la situazione attuale e anticipa le misure in cantiere. Arriveranno 200 milioni per le emergenze alle Regioni (ma ne erano previsti 550), il Piano di sostegno all’edilizia è dato in coma, come misura inadeguata rispetto alla situazione. Il Piano di edilizia abitativa che si fonda essenzialmente su un sistema di Fondi d’investimento immobiliare, nazionali e regionali,e un allegato di quest’ultimo ripartito per 377 milioni tra le Regioni.

L’analisi conclusiva del Cnel: “Da questo quadro emerge chiaramente che nei tempi brevi sarà molto difficile poter dare risposte adeguate alla crescente domanda. Questo anche considerando la riduzione del trasferimento delle risorse alle Regioni e agli enti locali previsto con la recente manovra finanziaria del Governo. In ogni caso ci vorranno anni per tradurre i finanziamenti (…) in case abitabili”. Tra le proposte del Consiglio, quella di attivare politiche di sostegno per i redditi più bassi (fino a 14mila€ netti l’anno), perché queste persone  destinano ora dal 63% al 94% del loro reddito per le spese abitative, e mantenersi invece entro il 30%. Offrire nuovi spazi all’housing sociale, implementato da un potenziamento dei Fondi immobiliari per valorizzare periferie e aree degradate. Proprio l’housing sociale è al centro della proposta di legge presentata dal Cnel in Parlamento e che dovrebbe essere oggetto di valutazione, in tempi in cui si parla troppo di una sola casa, per altro fuori dei confini nazionali.

Puglia chiama Casa

Un recente report di ricerca dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi), presentato a dicembre 2009 e in attesa di pubblicazione, ricostruisce l’iter legislativo riguardo al diritto alla casa e analizza i principali regolamenti comunali. In attesa che la Corte costituzionale dia una risposta definitiva all’impugnazione da parte del governo della legge regionale della Puglia n. 32 del 2009, valgono in regione le disposizioni della 54/84, che ammette come unico requisito la cittadinanza e la reciprocità stanti trattati e accordi internazionali. L’Opi ha inoltre analizzato i regolamenti comunali con presenze significative di immigrati, evidenziando che criteri e disposizioni alimentano gravi disparità di accesso e concludendo che: “Per esperienza presso gli enti locali, sappiamo che nella maggior parte dei bandi comunali per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, il fatto di non avere un’attività lavorativa stabile, o di essere disoccupato, permette al cittadino italiano di aver attribuito un permesso maggiore, mentre (…) per il cittadino straniero non comunitario, rappresenta un motivo di esclusione dal bando”. In altre parole, per poter rivendicare qualsiasi diritto lo straniero deve anzitutto dare garanzie economiche stabili.

La situazione cambierà con il progetto Puglia aperta e solidale. Diritto alla casa, diritto di cittadinanza, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dall’assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia in partenariato con le Province pugliesi. Attivato a febbraio 2009, ha il proposito di favorire l’housing sociale in favore dei migranti e delle loro famiglie, attraverso la costituzione di un’ Agenzia sociale di intermediazione abitativa (Asia) in ogni provincia. Ogni agenzia prevede servizi per l’immigrato e per il proprietario.

All’immigrato sono forniti servizi di accompagnamento e intermediazione circa l’orientamento, l’informazione e il completamento delle operazioni di ricerca e di definizione del contratto. Il requisito loro richiesto è quello di essere “regolare”. Il proprietario dell’abitazione, che sia a norma, usufruisce di contratti concordati e di una serie di servizi nella gestione tecnico amministrativa, quali la contrattazione del canone, la stipula dei contratti, registrazione, indicizzazione, suddivisione delle spese condominiali, dichiarazioni alla questura. Oltre a questo aspetto, le agenzie Asia supportano anche quei migranti che, in condizione di temporanea difficoltà, chiedano di essere ospitati presso le strutture ricettive convenzionate.

Le abitazioni occupate in Puglia da soli stranieri o anche da stranieri sono circa un milione e mezzo, mentre abitano in “altri tipi di alloggi” altre 286 persone. Sotto la soglia, lo studio realizzato con il patrocinio dell’Ue, del Ministero dell’Interno e del Ministero della Solidarietà sociale, sottolinea che in Puglia “il quadro  complessivo del disagio si presenta con molti chiaroscuri; se infatti una “qualche” sistemazione abitativa risulta essere alla portata della maggior parte degli immigrati nell’intero territorio; il percorso di accesso all’alloggio resta (…) difficile ed alta è la domanda che si registra per il pur degradato patrimonio immobiliare in offerta”.

Sono molto alti i tassi d’ insoddisfazione abitativa in particolare nei centri urbani, dove c’è sia tensione che densità, una sola eccezione: Lecce.

Nella città barocca

Nelle 13 aree del Sud analizzate da Sotto la soglia, Lecce rappresenta una piccola eccezione, perché asperità sociali sono mitigate dall’attitudine all’accoglienza. Tuttavia il mercato degli affitti è per tutti una giungla. Le statistiche dello studio citato delineano un primo approccio alla questione. Delle oltre 13mila presenze registrate in provincia, circa un terzo sono residenti considerati stabili. Per il 47% di loro, il primo alloggio non è stato come potremmo immaginare in un centro di accoglienza, ma presso parenti e amici, quasi sempre in una casa o in una stanza e per fortuna quasi mai in “altri tipi di abitazione”.

La spesa è spesso pari a zero finché non si trova una sistemazione migliore, o comunque contenuta entro i 100€. Un dato significativo è che entro i primi cinque anni di permanenza, il 68,8% di loro ha cambiato casa tre volte: il motivo principale è l’aumento dei costi. Lecce è tra le aree dove i prezzi degli affitti per gli stranieri sono aumentati visibilmente, attestandosi sui 356€ mensili più le utenze. Il quadro delle coabitazioni propende nettamente per quelle con i propri famigliari (60,9%), in una zona semicentrale delle periferie, e il grado di soddisfazione è tra quelli più convinti dell’intero meridione, anche se in prospettiva futura il 37,2% cambierebbe alloggio per uno spazio in condizioni migliori. Abbiamo già detto dei risultati generali della ricerca riguardo ai rapporti di vicinato, ma possiamo rimarcare che a Lecce il 48,7% dei residenti stranieri li giudica “discreti”.

Come in tutta la nazione anche Lecce soffre delle rigidità di accesso ai mutui e ai finanziamenti per via delle scarse garanzie possedute. Ce lo conferma Sergio Brocchi, della filiale leccese della Banca popolare pugliese: «Difficilmente i cittadini extracomunitari superano positivamente il credit scoring (la valutazione della solvibilità dei potenziali clienti, ndr), perché bisogna garantire il domicilio in Italia, in quanto risulterebbe costoso e improponibile un recupero forzoso del debito in patria, e non fa fede nemmeno un lavoro con un contratto regolare, bisogna vedere quale tipo di contratto, di che durata e con quali introiti. Difficilmente si arriva al minimo dei 14mila€ di reddito richiesti. E questa è l’esperienza di una banca che pure in passato ha avviato progetti embrionali di microcredito con cooperative di extracomunitari per finanziare piccole operazioni. Ma la congiuntura attuale non ci permette di prendere certi rischi».

Un’idea più omogenea di quanto avviene sul territorio comincia a darla l’Asia della provincia di Lecce. Lo sportello è situato in viale Marche, presso la sede del Servizio immigrazione della Provincia, e annovera nel suo staff alcune precise figure professionali: la coordinatrice del progetto, Klodiana Çuka, due mediatori interculturali, un consulente immobiliare, un legale e un’assistente sociale. Per quanto riguarda l’emergenza, si cerca di fronteggiarla con sette strutture convenzionate (due a Lecce, una in chiusura e in sostituzione e una in fase di ristrutturazione, e le altre a Maglie, Giorgilorio, Cavallino, Surbo e Tiggiano), per un impegno economico di 141mila€ e un totale di 94 posti utilizzati a rotazione dai migranti, spesso incoraggiati a presentarsi allo sportello da amici e famigliari.

Si possono quantificare a oggi circa 100 contatti ricevuti. Ogni utente, ospite presso uno dei centri convenzionati, dovrebbe pagare un ticket di 3€ a notte che molto spesso non è stato corrisposto a causa delle difficoltà economiche degli utenti stessi. Sono invece oltre 200 i contatti avvenuti per il servizio d’intermediazione abitativa, che hanno riguardato per lo più la città di Lecce. Si tratta, in prevalenza, di uomini di una fascia di età tra i 25 e i 35 anni, quasi tutti provenienti dall’area del continente africano, in particolare da Senegal e Ghana, e da quello asiatico, indiani e srilankesi.

Molti di loro avanzano richieste di base poco esaudibili per l’attuale contesto leccese: un bilocale arredato per una sola persona o nucleo famigliare che non superi il costo mensile di 350€. Spesso gli operatori hanno dovuto accorpare più richieste per la locazione in case molto più ampie che potessero ospitare anche quattro o cinque persone per un affitto complessivo di circa 500-600€ mensili. La lingua batte dove il dente duole: potenzialità ancora inespressa dal progetto è l’attivazione del microcredito in favore dei migranti. La Regione ha da poco stipulato la convenzione con Banca Etica, proprio per consentire ai migranti di accedere a piccoli prestiti del totale massimo di 2500€, da restituire in tempi lunghi e a condizioni agevolate. Un peccato, perché questi finanziamenti avrebbero potuto riguardare un buon 70% dei contatti effettuati dall’Asia: «Ecco perché la prosecuzione del progetto-ci dicono dal centro-sarebbe particolarmente utile a tutti quei migranti che, difficilmente bancabili in condizioni ordinarie, potrebbero fruire dell’accesso a fonti di finanziamento seppur minime, necessarie per avviare piccole attività di commercio ambulante, come pure per il pagamento delle cauzioni relative alle abitazioni prese in locazione».

C’è da rimarcare che dalla sua piena operatività ad aprile, il progetto Asia a Lecce avrebbe dovuto chiudere i battenti a fine settembre, ma va registrata la volontà politica di proseguire reperendo fondi locali o mediante la partecipazione a bandi nazionali.

Ibrahim Faye: Le Savoir guide!

Ibrahim è molto chiaro, da subito:« Ho 37 anni, essendo nato il 9 dicembre ’72, vengo da Guédiawaye, Senegal». È un dipartimento della regione di Dakar, a nordest della capitale, e guarda negli occhi l’Oceano Atlantico «Sono venuto in Italia il 28 novembre del 2008, dopo aver viaggiato in aereo, con visto turistico per la Spagna e poi per la città di Parigi».

Sceglie di seguire a Lecce il fratello Amadou, più grande di lui (potete conoscere la sua storia nel foto racconto), che giudica come il più tranquillo e accogliente dei posti finora visitati. Ha avuto molti problemi di discriminazione, a suo dire, che lui bolla come problemi di “ignoranza” di certe persone, «ma se dovessi mettere le cose belle e le cose brutte che mi sono capitate qui su una bilancia, le prime peserebbero molto di più».

È la prima volta che deve cambiare due volte casa: ha appena lasciato quella del centro storico, nelle cosiddette giravolte che servivano a far perdere i conquistatori stranieri e ora “accolgono” i nuovi cittadini. Ha dovuto lasciarla per l’umidità e perché il proprietario deve ristrutturarla per venderla. La sua ricerca è durata circa tre settimane: a parte la miriade di no ricevuti perché non è né uno studente né soprattutto una studentessa, ha anche ricevuto delle risposte esilaranti al telefono, non fossero discriminatorie. A parte qualche secco “Non vogliamo immigrati”, qualcuno si è avventurato nel paradosso: “No, no, non affittiamo”,«Ma se questo sul biglietto è il vostro numero», era la semplice osservazione di Ibrahim, che per tutta risposta riceveva un “Non è vero” e la chiamata si perdeva.

Dopo un lungo pellegrinaggio per via Leuca, il quartiere di Santa Rosa, il centro ormai off limits (lì i soldi degli immigrati sono stati la base per lussuose ristrutturazioni o nascite di b&b), una San Pio che dovrebbe chiedere un incentivo all’Ente per il diritto allo studio e a quello per le pari opportunità vista la dedizione con la quale sistema esclusivamente quote rosa di studentesse.

Dopo tante esperienze degne del Rocambole di Terrail, Ibrahim conclude il trottolio su viale Taranto, con quattro suoi fratelli. Gli chiedo se oggi saprebbe dirmi se a partire ha fatto bene: «In parte sì e in parte no. Posso apprendere idee economiche e culturali per la mia terra, per il pane e per il suo sviluppo. Tra gli insegnamenti del profeta Muhammad (Maometto, ndr) c’è l’esortazione ad andare a cercare il sapere Jusqu’à la Chine (fino in Cina), ma se non torni è male. E lo stesso diceva Baye Niass, che pure ha fatto molti viaggi ed è morto a Londra: niente è più bello di Medina».

E dopo le citazioni la conclusione: «Credo che il mondo è difficile, ma lavoro per entrare in relazione, ottenere confidenza e il rispetto dalle persone. Cerco sempre di essere un po’ “speciale”, per provare a dialogare, poi nessuno è perfetto. Ed è importante questo: capire che siamo vulnerabili, e darci una mano, tutti». E ci prova anche con me: «è importantissimo per esempio il lavoro di giornalisti come te che lavorano per la conoscenza, la quotidianità e la memoria. Le savoir guide!. Il sapere guida». Non è un francese impeccabile, ma si fa capire. S’è guadagnato un tè e un pacco di gomme.

Sulla stessa barca

Di Andrea Aufieri, pubblicato su Palascìa, l’informazione migrante, Anno I Numero I, gennaio-aprile 2010. http://www.metissagecoop.org

Storie e numeri da una Repubblica affondata sul lavoro

In quest’anno di crisi le cose non sono andate mediocremente, ma proprio molto male, e a rischio di essere tacciato come catastrofista e antitaliano dal punto di vista di chi governa, mi rifaccio alla nostra Costituzione proprio per domandarmi chi sia più antitaliano. I primi due articoli sanciscono che quella in cui viviamo è una repubblica democratica fondata sul lavoro, che la sovranità è del popolo e che diritti inviolabili sono riconosciuti a tutti gli uomini. Nel 2008 ricorreva il sessantesimo anniversario del nostro testo fondante e il Governo ne faceva pubblicare una versione multilingue dedicata agli immigrati, i prossimi nuovi cittadini. Nemmeno tolti i festoni che già sulle acque territoriali picchiamo i possibili rifugiati provenienti dalla Libia, esponendoci al biasimo internazionale.
Dignità, diritti e lavoro sono una trinità che andrebbe rispettata anzitutto dallo stato, dalle sue istituzioni e poi, se almeno una delle due cose ha funzionato, dalla società civile. Sarebbe difficile capire, se non fossimo in Italia, per quale motivo centinaia di lavoratori, da Termini Imerese (Pa) a Tricase (Le) siano saliti disperati sui tetti delle loro fabbriche. E perché in provincia di Macerata la piccola Anni Ye, undici anni, sia morta per le esalazioni in un calzaturificio abusivo, un segmento produttivo per cui il nostro paese è rinomato. E perché a Biella Ibrahim M’Bodi pare abbia usato il coltello per farsi dare i soldi per il lavoro in nero che gli spettavano dal suo capo italiano, che l’ha ucciso. Questo solo per citare due episodi signifi cativi quanto recenti. Questo dossier non ha l’ambizione di rispondere a domande così, che in realtà non sono enigmi ancestrali, ma piuttosto banali, cui la maggioranza silenziosa sa già rispondere, perché non è certo impotente, ma di sicuro poco consapevole di sé. Cercherò di fare il punto e presentare una situazione glocale, avendo l’opportunità impareggiabile di conoscere qualche entità “straniera” vagante per il contesto in cui Palascìa è redatta, quello leccese, pugliese, in provincia del mondo.

Questione di princìpi

Il 17 dicembre 2009, pochi giorni dopo le morti di Anni e di Ibrahim, il mondo celebrava la Giornata del migrante. Pregevoli le iniziative dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che ha ripubblicato e commentato le storiche fasi dei protocolli e delle intese che hanno impreziosito il cinquantennio dal 1949 al 2005: gli accordi di Ginevra del ‘75, ad esempio, stabiliscono in primis che i lavoratori migranti in condizioni abusive hanno diritto al rispetto dei diritti fondamentali. Diritti estesi anche alle famiglie di questi lavoratori nel 1990 e nel 2005. “Se tali convenzioni sono state ratificate-leggiamo nell’Agenda per il lavoro dignitoso-, dovrebbero essere pienamente rispettate”. La stessa Agenda promuove l’accesso per tutti ad un impiego liberamente scelto, il riconoscimento dei diritti fondamentali sul lavoro, un reddito che metta le persone in condizione di rispondere ai propri bisogni e responsabilità economiche, familiari e sociali di base, e un adeguato livello di protezione sociale per i lavoratori e i membri delle loro famiglie. Bellissimi principi disattesi però dall’andamento dell’economia globale, cui si è deciso di dare il primato rispetto alla guida della politica. Ibrahim Awad, direttore del Programma internazionale per le migrazioni dell’Ilo, è pessimista nel suo studio La crisi economica mondiale e i lavoratori migranti: impatto e risposte. Nel mondo ci sono 100 milioni di lavoratori migranti e la crisi ha diminuito le possibilità di emigrazione per trovare lavoro, così come sono peggiorate le condizioni di vita e sono aumentati gli atti di discriminazione.

Quel che è peggio sono diminuiti i risparmi e i redditi dei migranti, che si orienteranno probabilmente verso nuovi centri della produttività finché non potranno tornare nei loro paesi per volontà, necessità o impoverimento dell’Occidente.

Gli immigrati ci rubano il lavoro?

In controtendenza con quanto affermato da Awad, il XIX rapporto Caritas/Migrantes pone in evidenza come nonostante la crisi, in Italia siano stati assunti regolarmente 200 mila nuovi lavoratori, che incidono per un decimo sul totale dei regolarizzati, ma producono di più (un tasso di attività del 73,3% contro una media del 62,3%), esponendosi però a maggiori rischi: circa 144mila infortuni, di cui 176 mortali solo nel 2008. Una duplice interpretazione per tutto questo: da una parte la spinta a riuscire perché l’emigrazione ha una forte base emozionale, la disposizione a svolgere molti lavori e una concentrazione per quei settori che agli italiani non piacciono. Il tutto condito però da scarsa gratifi cazione, perché non sono riconosciuti studi e qualifiche, e dalla necessità di mantenere famiglie in patria. D’altra parte tutti questi motivi rendono estremamente vantaggioso per i datori di lavoro affi darsi a unità poco coese e ricattabili. Il redattore nazionale del rapporto Caritas 2009 Luca Di Sciullo spiega:«Se dovessimo chiederci se gli immigrati rubano il lavoro degli italiani dovremmo rispondere “nì” perché occupano comunque segmenti non coperti per volontà degli italiani, e perché in questo campo la disposizione alla mobilità è una discriminante cruciale». Angela Martiradonna, redattrice regionale, però, corregge il tiro:«Se c’è una legge che costringe a far corrispondere un permesso di soggiorno a un posto di lavoro, allora gli immigrati accettano qualsiasi condizione pur di restare».

Per Guglielmo Forges Davanzati, docente di Economia politica presso l’Università del Salento e membro del comitato scientifi co sull’economia sommersa per la Regione Puglia (Ores), la questione è più complessa:

«In via generale gli immigrati rappresentano un’offerta sostitutiva e non complementare ai nativi. La complementarietà esiste solo nei casi di elevata competenza, che si applica in genere alla ricerca e alle grandi imprese, cioè a quello che in Italia non esiste. Il nanismo imprenditoriale italiano (le nostre pmi di norma hanno meno di nove dipendenti), la low-tech impiegata, non rendono necessaria un’alta qualifi cazione che permetterebbe una selezione sulle competenze, così ci si butta sulla “convenienza”: gli immigrati sono altamente qualificati o non qualificati; i nativi, di norma, subiscono la sottoccupazione intellettuale e ci sono abituati al punto da offrirsi ormai per lavori per i quali non è necessaria una qualifica. Dunque gli immigrati offrono condizioni più vantaggiose, salari più bassi, scarsa coesione, ricattabilità maggiore, con il risultato che le imprese impiegano forza-lavoro immigrata in tre quarti dei casi. Il successo della Lega nord è basato sulla rilevanza politica e sociale di tale questione, e un’altra conseguenza di questo sistema è la creazione di divisioni e contrasti orizzontali tra lavoratori nativi e immigrati, insider contro outsider, per la vittoria dei capitani di impresa, che in periodi di pessima congiuntura hanno maggior potere contrattuale e impongono qualsiasi condizione anche ai sindacati».

Vieni a lavorare in Puglia

L’ultimo decreto-flussi, ad aprile 2009, ha stabilito 80 mila nuovi ingressi, 6500 in Puglia, 700 a Lecce: una presenza che per alcuni è il minimo indispensabile e per altri una vera invasione. Luigi Perrone, professore di Sociologia delle migrazioni e direttore scientifico dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi) della Provincia di Lecce, rileva la necessità di aprire dalla tolleranza all’alterità senza ipocrisie:

«Una grande ipocrisia è quella del decreto-flussi, che in combinato disposto con la Bossi-Fini (189/2002) e con la legge attribuita a Biagi (30/2003), è la sanzione del sistema di sfruttamento cui sottoponiamo gli immigrati (e non solo), ai quali poi chiediamo di non entrare nel sommerso. È evidente che le quote stabilite siano all’estremo ribasso, e questo crea un doppio sistema di sfruttamento, per i nativi e per gli stranieri, che sono condannati all’irregolarità».

Martiradonna aggiunge:«Dobbiamo guardare anche agli esempi positivi. Con la regolarizzazione delle badanti a settembre lo stato avrà gli introiti versati per circa 295 mila badanti. Inoltre molti stranieri stanno diventando imprenditori e questa è un’opportunità anche per gli italiani, perché si aprono nuove esigenze e nuovi mercati». Sono più di 187 mila i cittadini stranieri titolari di impresa, che danno lavoro a circa 200 mila persone e ne movimentano mezzo milione. Sono mille gli imprenditori in Puglia, per un totale di 1612 imprese. Dal rapporto Caritas apprendiamo inoltre che molto è stato fatto sul piano della coesione tra lavoratori: dei due milioni di stranieri regolari che si sono potuti censire in Italia, circa la metà è iscritta a un sindacato, quasi 4 mila in Puglia, con un’incidenza del 4% sui lavoratori totali della regione. Le preferenze occupazionali del territorio sono organizzate in modo signifi cativo: l’81% è equamente diviso tra industria, agricoltura e pesca; il 12% per i servizi, il commercio, i settori alberghiero e della ristorazione, il restante 6,4% tra informatica e servizi alle imprese. Una risorsa che incide sulla ricchezza del territorio: l’esempio di punta è senza dubbio quello della raccolta dei pomodori in Capitanata, dove 15 mila braccianti all’anno raccolgono circa un terzo dei 50 milioni di quintali prodotti in Italia. Un contributo del quale ricordarsi in un panorama imprenditoriale che, secondo i rapporti sull’economia regionale della Banca d’Italia, “presenta forti elementi di negatività”. Ma la Puglia resta un territorio di contraddizioni, nonostante la discriminazione non sia un fattore istituzionalizzato come succede in alcuni territori del Settentrione. Riguarda un caso pugliese il primo processo europeo moderno per la riduzione in schiavitù di lavoratori stagionali (condanne per sedici persone emesse anche in Appello il 26 marzo 2009), così come crea confusione la gestione da parte dell’Agenzia trasporti pubblici di Foggia (Ataf) nel caso dell’autobus “riservato agli immigrati”.

Strategie glocali di intercultura e alterità

Ancora una volta, di fronte ai casi esposti, il governo regionale ha saputo dimostrare quanto la volontà politica sia importante nella gestione economica e sociale del fenomeno: per esempio il Dossier tematico sull’immigrazione, che ha rappresentato una base programmatica condivisa fondamentale per la realizzazione di successivi dispositivi come le leggi “Barbieri” (28/2006) e “Gentile” (32/2009). Quest’ultima ha predisposto una serie di interventi fondamentali per i lavoratori immigrati, come gli “alberghi diffusi” e le cure sanitarie garantite.
Sulla legge 28 il commento del professor Forges:

«Basti pensare che la 28/2006 è stata premiata dall’Unione europea come miglior legge regionale d’Europa:è un accurato dispositivo che blocca l’accesso ai fi nanziamenti pubblici a quelle imprese che non rispettano precisi indici di congruità e che dunque sono sospettate di alimentare l’economia sommersa. Purtroppo questo gioiello è stato sterilizzato dall’attuale governo, che con il ministro Sacconi ha operato una deregulation che permette alle imprese di aggirare il sistema. Come panacea il ministro del Lavoro ha proposto il profit sharing, la compartecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, che diventano la parte variabile del loro salario. Peccato che questo sistema non sia un esperimento di cogestione e che avvenga in recessione, quando cioè gli utili calano in maniera vorticosa».

La volontà politica è il nodo della questione: la cultura della legalità, l’incentivo all’emersione, sono percorsi lunghi e difficili. Ancora Forges, che illustra la strategia complicata ma necessaria indicata dall’European Left:«La Sinistra europea ha elaborato una duplice soluzione, che prevede di fi ssare il cosiddetto Labour standard, un pacchetto minimo di salari e di diritti per ogni lavoratore in ogni impresa, e soprattutto i limiti all’internazionalizzazione di capitali per favorire l’occupazione interna e regolare l’emersione. Una strada opposta a quella intrapresa dall’Italia».

Un altro fattore di maturazione di un paese sulla via dell’interculturalità e dell’alterità è fornito da Esoh Elamé, autore e ricercatore per l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che propone di instaurare da subito nelle coscienze dei nuovi arrivati la consapevolezza dei diritti e dei doveri, in modo da abituare da subito gli immigrati a camminare con le proprie gambe, smembrando un apparato assistenzialista confusionario, ma garantendo l’alterità statale, nel rispetto delle buone prassi portate fi nora in Italia dagli immigrati e consentendo un avanzamento della fi gura del mediatore interculturale come facilitatore di relazioni. Qualcosa di diverso dai Cie, per intenderci.

How to get a job in Lecce

I 14 mila lavoratori stranieri di Lecce (l’1,7% del totale) e i 14.820 occupati netti, che ne fanno la meta più ambita delle migrazioni in Puglia, e tutti coloro che seguiranno l’esempio, potranno trovare sul sito del Comune delle istruzioni molto semplici: sei qui, iscriviti al nostro Cpi, rivolgiti allo sportello immigrazione “Lecce Accoglie”. Così si esauriscono le politiche istituzionali. Ne deriva una forte propensione alla clientela e all’economia sommersa, documentate dal dossier 2008 della Commissione provinciale per l’emersione dal lavoro non regolare. L’esperienza statistica arriva al nocciolo del problema, individuando le questioni che ruotano attorno al concetto di “identità”: condizioni di labour intensive, scarsa conoscenza e consapevolezza dei propri diritti, difficoltà linguistiche, diritti e garanzie sindacali negate si mescolano al problema del background, cioè di quelle caratteristiche di diversa adattabilità che portano dalla migrazione, insieme all’ansia dell’integrazione, del dover scongiurare stereotipi e pregiudizi, il problema dell’esclusione dalle proprie preferenze e dell’ assegnazione indebita di identità, per dirla con Baumann, “stigmatizzanti, disumanizzanti, umilianti, stereotipanti”. Un primo giro per Lecce ce ne dà una prova.

Bledar Torozi.

«Sono arrivato nel ‘91, consapevole delle diffi coltà che avrei incontrato, ma la mia storia dipende dal mio carattere». La fuga è legata alla caduta di Hoxha:«Non sono mai stato perseguitato, pur essendo un oppositore, perché mio padre ha progettato e costruito una buona parte delle ferrovie albanesi, è stato anche premiato. E poi la mia era una famiglia di partigiani  antifascisti dunque non eravamo malvisti Ma questo non ci vietava di pensare che vivessimo in gabbia». La contestazione: «Ero laureato in architettura e lavoravo nel settore urbanistico a Tirana. Però è chiaro che quando vedi la sofferenza degli altri, quella diviene anche tua. Non tutti i nostri comportamenti sono collegati a fattori personali, ma anche al contesto. Il movimento studentesco ha portato alla nascita del partito democratico nel ’91 e alla caduta del regime. Abbiamo lottato per un anno e mezzo con gli scioperi, ma il regime teneva ancora, allora siamo andati in 25 mila tra dirigenti, insegnanti, direttori di banca, e questo ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica e ha paralizzato lo stato, preparando le elezioni anticipate e la defi nitiva caduta». Da Brindisi alla Caritas di Campi Salentina, dove Bledar poi mette radici, sposando un’italiana:«Con questo pensiero per la mia patria dovevo subito darmi da fare, perché il permesso imponeva di trovare lavoro entro un anno, dovevo trovare casa, avere un comportamento dignitoso e tutto il necessario per restare». La sua esperienza lavorativa assomiglia all’Amerika di Kafka, quando il giovane Karl vorrebbe trovare lavoro come ingegnere per il misterioso teatro naturale di Oklahoma, ma essendo, in ordine di colpa, europeo, straniero e senza documenti, è assunto come un generico “operaio tecnico”:«Sul mio libretto di lavoro come su quello di tutti i miei connazionali mi avevano qualificato come “manovale”, che è una cosa diversa da quello che io so fare, perciò è stata una questione di principio quella di chiedere di cambiare dicitura in “architetto” non appena sono andato a rinnovare i documenti all’ufficio di collocamento di Campi. Poi la mia laurea è equivalente, ma siccome Italia e Albania non hanno convenzioni su queste cose, anche se l’Ue ha premuto molto con varie direttive per l’equipollenza, sono da tredici anni cittadino italiano, ma dal punto di vista lavorativo sono extracomunitario, dunque la mia professionalità è riconosciuta, ma non posso aderire agli ordini e quindi lavoro come dipendente in uno studio e non posso esercitare liberamente e autonomamente, anche se so di essere stato fortunato e bravo a lavorare per quelle che sono le mie competenze. Da poco però ho potuto aprire la partita iva e questa anche è stata una soddisfazione importante ».Oltre al lavoro come architetto ha anche fondato”Cul-ture”, una piccola azienda di mediazione interculturale e di creazione di eventi e, come in patria, non ha scordato l’attivismo: è il presidente dell’associazione culturale “Vellazerimi”(“fratellanza”), del centro multiculturale “Etnos” di Campi e dell’associazione “Cittadini del mondo” di Mesagne, nonché membro dell’esecutivo della fondazione “Città del libro” e della Uisp provinciale di Lecce. «Grazie a queste realtà-conclude- ho avuto modo di conoscere bene la cultura italiana, molto ricca. Ho contribuito a far conoscere quella albanese, anch’essa molto ricca, e ho avuto l’opportunità di essere d’aiuto a molti miei connazionali».

Amanda Kastrati.

Dieci anni dopo l’arrivo di Bledar, nel 2002 arriva Amanda, ed è molto interessante capire quali motivazioni l’hanno spinta a venire qui e raffrontare il tutto con l’esperienza del presidente di Vellazerimi: «Son venuta qui da sola con l’aereo, per studio, facendo richiesta da Skutari. Ho scelto l’Italia per amicizie e per caso, ho cominciato a studiare un po’ per la necessità di fare qualcosa in un altro posto, ma poi ho assunto coscienza di quello che volevo fare». Le motivazioni dell’emigrazione: «Trovo un po’ stretta la cultura del mio paese, soprattutto per una molto attiva come me. Ho sempre lavorato, part-time e full-time, mai in maniera regolare però, tranne che al tribunale, dove ho avuto un impiego come interprete, prima di lasciare tutto e fare l’Erasmus in Germania». Il suo impatto con il lavoro è stato dominato anzitutto dal timore, un periodo per riaffrontare il quale scrocca una sigaretta, uno studio della posa che per lei, appassionata di cinema, è molto importante. Prosegue dopo essersi procurata il tabacco: «Ero timorosa con i datori di lavoro e nelle relazioni, anche perché pareva venissi da un altro mondo, e poi a vent’anni se sei nei casini nel tuo paese, ci sono i tuoi genitori, ma qui da sola non ero per niente fiduciosa nelle persone. E mi sentivo una vittima, anche se sapevo che la scelta era stata mia, e cominciavo a deprimermi». L’università è un altro tasto dolente: «Su questo c’è tanto da dire. Ho perso borse di studio perché non mi davano informazioni adeguate e se devo fare il confronto con la Germania è meglio stendere un velo pietoso». Non ha voluto né ritornare a casa né rivolgersi ai suoi connazionali: «La comunità albanese non mi ha accolto anzitutto perché non l’ho cercata, non ho mai partecipato alle feste e poi se sono andata via dalla mia città per una certa mentalità non volevo ritrovarla qui. Le energie per proseguire le ho avute dalla gente che ho conosciuto e dal ragazzo con cui sono stata per cinque anni». Non è portata per l’attivismo:«Credo di essere molto anarchica, ma proprio di natura, e poi vivendo in un altro paese ho imparato ad essere individualista». Il suo futuro è incerto: «Quello di Brema è stato il periodo migliore della mia vita, non credo che resterò qui».

Papa.

È arrivato dal Senegal nel 2007, si è inserito perfettamente nella comunità d’origine e conosce tutti i giovani leccesi, soprattutto le ragazze, che lo salutano più volte anche nel giro di pochi secondi. Preferisce mantenere l’anonimato perché la sua storia per intero la conoscono solo la sua moglie italiana e due amici. Prevedendo un discorso frammentato per i saluti, cerco di portarlo in un bar e offrirgli un caffé, ma lui rifiuta: «Roba per occidentali-contesta, in un italiano ancora francofono- noi non ne abbiamo bisogno, vieni con me in Africa e vedi se sotto quel sole dopo una settimana non torni forte come un leone». Valuterò la proposta. Così come molti connazionali, “Papa “ ha una laurea di tutto rispetto, ma è costretto a macinare chilometri ogni giorno con il suo paio di comode scarpe da passeggio in tela. Vende oggetti da ambulante, per arrotondare lo stipendio della moglie, grazie alla quale può restare in Italia e pensare a un futuro più roseo. Basilicata a parte, è stato in tutto il sud:«Sono sbarcato a Lampedusa, dopo un viaggio del quale non ricordo nulla perché era la prima volta che bevevo e mi sono ubriacato, con del rum. Ho vomitato tanto da essere minacciato di essere buttato in mare da alcune madri furiose. Non mi sono mai vergognato tanto». Parrebbe una storiella adolescenziale, ma riderci su sarebbe fuori luogo, perché il problema di coscienza per lui, musulmano, non è da poco, è come se avesse affrontato un rito di passaggio e corruzione in un nuovo mondo. A seguito della sosta nel Cpt di Isola Capo Rizzuto, particolare sul quale non vuole soffermarsi, “Papa” raggiunge alcuni lontani parenti presso il famoso centro “Fernandes” di Castel Volturno (Ce), ed entra in contatto con alcune associazioni di immigrati, che gli insegnano a evitare contatti con i camorristi, per i quali sarebbe diventato un oggetto di cui potevano sentirsi proprietari. Allora si sottomette a meno pretenziosi caporali per la raccolta delle pesche. Dopo un anno in queste condizioni, si dirige in Calabria, dove non riesce a sopportare i ritmi della raccolta delle arance, che neanche gli piacciono:«Ogni volta non sapevo se mi prendevano e non avevo i soldi per pagarmi il trasporto in campagna, poi i miei “colleghi” furbi mi dissero che dovevo pagare pure per farmi scegliere. Per un po’non sono più andato a lavoro, poi ho  scoperto la bugia e sono andato via». Altre tappe della via crucis di questo cristo moderno i pomodori foggiani, le angurie a Nardò, ma per fortuna una sera incontra una donna che lo strega e se lo sposa subito. «L’ho portata al mio villaggio e l’hanno amata tutti subito, e lei ha amato tutti dal primo momento, sono troppo innamorato». Da allora è venuto a Lecce, ha provato a iscriversi al Centro per l’impiego, senza risultato, ed è poi andato a fare un “colloquio” presso il vero centro di collocamento per i nordafricani a Lecce, in “via Dakar”(alias via Duca degli Abruzzi), dove non è stato assunto, ma alla meno peggio indirizzato da un italiano che gli fornisce il materiale da rivendere, in un regime lavorativo piuttosto fumoso e “grigio” come minimo. Perché non ha mai provato a far valere i suoi diritti, soprattutto ora che si avvia all’ottenimento della cittadinanza? La risposta abbraccia ben quattro cliché menzionati in tutti i manuali:«Prima mi avrebbero espulso, ora non mi conviene perché mi inguaierei da solo, poi è complicato e comunque non credo proprio cambi niente ». Come sarà il tuo futuro, gli domando in ultimo, lui riacquista il sorriso:«Senza frutta!»

Benfi k Toska.

Il rappresentante della comunità rom della zona di masseria “Panareo”, mi riceve nel grande spiazzo all’ingresso del campo, in un pomeriggio di novembre che ha molto di primaverile. Intorno a noi non so quanti bambini si mettono a giocare a pallone, dopo aver trattenuto curiosità e domande per il gagé. Il sole mette a nudo il contrasto tra alcune case più vissute, una quindicina costruite nei mesi successivi alla sistemazione presso quest’area, e quelle nuove costruite e assegnate un paio d’anni fa, che ospitano 250 persone. “Beni” è venuto a Lecce a metà degli anni Ottanta, lui e la sua comunità sono rom shqiptare, albanesi, di Podgorica, capitale del Montenegro da cui fuggirono per il crollo della creazione di Tito. Lui ha fatto in tempo ad abitare in roulotte al terzo chilometro tra Lecce e Torre Chianca, su un fondo privato, poi nelle “Case minime” nei pressi del cimitero, una condizione decisamente più confortevole, che ha dato modo ai rom di esercitare la cultura del riuso e l’arte di arrangiarsi. Un’altra proprietà pubblica, l’ostello di San Cataldo, è stata la sua nuova casa, dopo lo sgombero forzato da Lecce, un’altra zona degradata tornata in vita. Dal ‘95 al ‘98, dopo l’ennesima cacciata da un fantomatico eden, è la volta dell’ex camping Solicara, che rappresenta il punto più teso dei “rapporti” tra istituzioni, cittadini e comunità rom. Infi ne il Comune assegna loro la masseria Panareo, un’area anche questa volta pensata per la “sosta”, che ancora una volta viene umanizzata e resa vivibile dalla comunità, in barba alle disposizioni amministrative. Dopo alcuni anni la città prende coscienza della stanzialità che solo essa ignorava e avvia la costruzione di case. Benfik è stato anche impegnato in molti dei lavori nei quali in genere si specializzano singole famiglie, dalla raccolta del ferro alla vendita delle piante, che lo impegna tuttora. Le altre attività che contraddistinguono la vivacità del campo sono la compravendita delle auto usate, di vestiario e calzature con le altre comunità rom d’Italia e la questua. Le donne hanno partecipato al progetto “Working rom”, proposto dal circolo Arci “Zei” di Lecce, che ha ampliato le capacità di piccolo lavoro artigianale, spiragli che però non permettono un guadagno continuo, ma hanno cambiato notevolmente i rapporti tra i cittadini, quanto meno i più giovani, e questa sconosciuta comunità. Chiedo a Beni se ritornerebbe in Montenegro, ci pensa un po’:«Se avessi la sicurezza di una vita agiata forse lo farei, quanto meno ci tornerei più spesso, ma la mia vita e il mio mondo sono qui e ora».

Szylvia

 

Una bella donna, il cui nome è fi ttizio, mi chiede l’anonimato come prezzo per il pudore verso certe debolezze che ha avuto, che ha superato ma che ripudia ancora al punto da vergognarsene. Come molte altre sue connazionali, anche lei è venuta in Italia dalla Polonia più per avventura che per necessità, a ventidue anni, nel ‘94. Dell’Italia ama molto la cucina e gli uomini, e proprio per amore ha scelto di trasferirsi da Milano a Lecce. La capitale economica era per lei l’occasione della vita:«Appena arrivata ho trovato subito lavoro regolare come badante, intanto cercavo di fare qualche piccolo lavoro come indossatrice. Sai mai che diventavo modella!» Mi mostra le foto del suo book di presentazione, e sorge subito il dubbio sul perché andar via da Milano:«I signori per cui lavoravo come assistente sanitaria insistevano molto perché restassi con loro a tempo pieno, così mi hanno reso impossibile la vita, io stavo iniziando a bere molto. E la prima conseguenza è che non avevo più né il fisico dell’indossatrice né la pazienza della colf. Così sono scesa a compromessi con troppe persone». Poi la scelta di andare a Sesto San Giovanni, dove ha smesso di bere e ha trovato lavoro come commessa in un negozio di calzature, in regola ma retribuita un po’meno di quanto dichiarava la sua busta paga:«Proprio come in Cenerentola, ma al contrario, ho incontrato l’amore della mia vita a ventisette anni, porgendo una scarpa al mio “principe”, che quella sera stessa ha cominciato a corteggiarmi». Mi aspetto di vederla arrossire, ma non succede: l’osservazione empirica mi suggerirebbe di generalizzare ed estendere  questo atteggiamento a tutti i polacchi, ma non mi pronuncio. Un uomo all’antica, il suo amore, che la porta nel Salento, d’estate, anche per farle conoscere i familiari. Lei era stata tutt’al più in Liguria, e nonostante le pesanti scottature si innamora subito del sole e della luce del Salento, e del mare Adriatico, del quale conosce ogni anfratto. «Mi piace molto la pesca subacquea-dice, spiazzandomi ancora-, e mi piace prendere i ricci e aprirli. Andiamo spesso a San Foca, dove mio marito prende quasi sempre triglie e orate». Le domando: «Adesso fai romanticamente la mantenuta?», non l’avessi mai fatto, il suo volto si fa rigido e orgoglioso. «No, qui ho lavorato presso alcuni pub della movida, poi in una pizzeria piuttosto fuori Lecce, infi ne sto lavorando a una mia impresa personale, della quale non ti dico niente perché sono molto superstiziosa, ma riguarderà i preziosi». Sembra scontato chiederle come sia stata accolta qui, vista la sua affabilità, ma, mi confessa:«Con lui stavamo insieme da tre anni, quando abbiamo deciso, diciamo, di lasciarci. Sono stata malissimo, ci mancava poco perché mi attaccassi alla bottiglia, non avevo e non ho molti amici, soprattutto tra i miei connazionali. Poi sono ritornata per alcuni mesi a fare la badante presso una signora impossibile, ma ho sempre creduto in dio e nella provvidenza ed eccomi qua con due bei bambini e il mio amore e voglio vivere per sempre qua. Viaggiando spesso, però!»

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