Biliardino, la svolta di Alessio Spataro

«Sono contento di tornare qui perché ho trovato grande ospitalità e mi sono trovato bene. Non so se una mia prossima storia parlerà della Puglia, ma di sicuro mi piacerà tornarci». Alessio Spataro abbraccia così i suoi stimatori pugliesi, apprestandosi a fare il tour di presentazione del suo Biliardino. Sarà a Taranto il 6 novembre, il 7 a Bari, l’8 a Lecce e il 9 a Foggia.

Biliardino (BAO Publishing) è il primo libro a fumetti che Alessio Spataro ha realizzato da solo. È un libro importante, che segna una svolta nel lavoro dell’autore classe 1977, catanese emigrato a Roma. Prima ci sono
stati sette libri satirici e alcuni albi a fumetti. Alcuni titoli: Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza italiana (Minimum fax, 2009) sulla morte di Federico Aldrovandi, scritto a quattro mani con Checchino Antonini; Heil Beppe!1! (Altrinformazione, 2014) con Carlo Gubitosa e la trilogia La Ministronza (i primi due albi pubblicati nel 2009 e nel 2011 da Grrrzetic e il terzo nel 2012 da Pick a Book). Alessio ha collaborato dal 1999 con riviste satiriche e altre testate giornalistiche, come Cuore, Left, e Frigidaire, poi Bile, Mamma! e il Male di Vauro e Vincino.

Il libro è l’epopea di Alexandre Campos Ramírez (1919 – 2007), originario di Fisterra, in Galizia. Poeta, scrittore e (non) inventore del popolare gioco di calcio da tavolo, il biliardino. Ramírez ha avuto una storia rocambolesca e oscura, intessuta di persecuzioni sotto il regime franchista e di amicizie importanti come quella con Pablo Neruda e Albert Camus. Ha cambiato molti nomi: per i nemici era Alejàndro Finisterre. Nel 1936 è ferito alla gamba durante il bombardamento di Madrid. Trasferito a Montserrat, in Catalogna, prende spunto dal tennis da tavolo per realizzare un gioco che permetta ai bambini storpi e mutilati dalla guerra di emozionarsi ancora al gioco del calcio.

Alessio Spataro
Alessio Spataro

La vera nascita del biliardino e delle sue innumerevoli varianti è incerta e contesa almeno da quattro nazioni europee: Inghilterra, Francia, Germania e Spagna. Spataro sceglie quest’ultima perché è il luogo «più distante da facili tifoserie nazionaliste». Il libro è avvincente, domina il grottesco, è colorato in rosso e in blu come le divise dei giocatori di legno; i capitoli riprendono diverse situazioni tipiche del gioco; la trama è lineare fino a un certo punto, poi diviene cubista e astratta, lasciando aperto il finale.

Alessio Spataro prova a guidarci nel suo capolavoro:

«Quando è morto de Fisterra (un altro dei nomi con i quali era conosciuto Ramírez – ndr), sono stato attratto dalla sua vita. Che però è piena di lacune e di zone d’ombra. Esiste anche una biografia che non ha mai visto la luce. Sullo sfondo, molti e lunghi esili che fanno della vita del personaggio uno dei tre protagonisti del libro, oltre alla storia del gioco e a quella del Novecento. Il finale, dunque è interpretabile e aperto perché i tre protagonisti non sono esauriti, non finiscono davvero. Abbiamo detto della biografia del personaggio, possiamo dire lo stesso del gioco e di tutte le dinamiche messe in moto dagli eventi del secolo scorso».

La prospettiva storica è alla base della scelta narrativa di Spataro, che solo in apparenza ha abbandonato l’impegno civile assunto con i suoi lavori di satira: «Nel Novecento si sono messe in moto molte cose belle, ma anche e, per me, soprattutto quello che odio e che mi fanno paura. E che oggi vedo ritornare a proporsi: l’impunità ai fascisti e l’indifferenza nei confronti delle stragi politiche, per esempio».

La cattiveria sottile di alcuni ritratti, e in fondo una ricerca del sorriso beffardo con lo stile grottesco sono evidenti nel libro come lo erano in molti lavori precedenti. Ci sono una rabbia minore o modulata e una maggiore volontà di racconto: «Meno rabbia, per forza, perché guerre e persecuzioni non le ho vissute da contemporaneo e le ho dovute rendere con uno studio e una documentazione approfondite.  Provengo da una grossa produzione satirica e il tratto cattivo e il cinismo si ritrovano nelle fattezze esteriori che ho voluto rappresentare. Non ho disegnato, però, curandomi troppo  delle esigenze del lettore, ma cercando di esprimere ciò che ho dentro e che questa storia mi ha stimolato. Certo, mettendomi nei panni del lettore trovo sicuramente divertenti molte cose».

IL BILIARDINO p12
La metafora del biliardino, già usata in precedenza, ha un significato preciso, intuibile nel prologo di questo libro: «C’è già il biliardino come passione in alcuni miei fumetti. In Zona del silenzio ha la funzione di uno stimolo ad andare avanti, a cercare la verità. Questo gioco è un po’ una metafora della mia vita, non sono mai stato molto bravo, vincere resta un mistero. Spesso ho perso anche nei tornei di presentazione del libro. Infatti all’inizio avevo pensato di regalare un libro a chi mi batteva, poi sono sceso solo a uno per presentazione. Poi non sempre!».

Con Biliardino perdiamo un satiro potente, in un’epoca che sembra fatta apposta per la satira, e acquistiamo un narratore attento ai particolari? È un addio all’impegno politico? «Biliardino è una pausa, perché mi sono stufato di rimestare nella spazzatura di partiti razzisti e filonazisti. Ma non è una vera e propria pausa. Nel libro si legge un: “Meno male che Franco c’è!”. Di sicuro oggi la satira viene più facile che in passato, nessuno si sottrae perché abbiamo i politici più ridicoli e vergognosi di sempre.  Non ho visto mai tanta ipocrisia e mai così diffusa».

Se non avesse scritto Heil, Beppe!1! si intravedrebbe un accenno di grillismo nelle sue parole: «Io sono un comunista convinto, non sono un militante o un attivista, anche se aiuto molto i centri sociali. Rifiuto le categorie attuali di sinistra, destra e centro, non in favore del qualunquismo, ma perché credo non siano ben definite. E trovo i tradimenti delle promesse elettorali della sinistra molto peggio di quelle degli avversari politici. Sono più critico e cattivo con i “miei”».

«Al momento – dice – non lavoro su altri grandi progetti, ma su tre o quattro storie che ho da tempo nel cassetto e che sento di fare uscire come Biliardino. Certo, potrebbero non essere importanti come questo, che per me è stato un vero punto di svolta narrativo, ci tengo molto».

Roma sembra essere un’isola felice per la fortuna dei fumettisti, in questo momento.  Cerco di far concludere l’intervista con una cattiveria gratuita o almeno uno sfottò per Zerocalcare e Natangelo, ma resto spiazzato: «Non c’è rivalità tra noi, ma stima reciproca, credo. Di recente Nat ha anche preso le mie parti per gli attacchi che ho ricevuto dal Movimento 5 Stelle e domenica 1 novembre abbiamo fatto una presentazione insieme al Lucca Comics. Tra i tre, però, io sono quello che viene perculato di più, sempre e soprattutto da Nat, perché purtroppo sono goloso di Kinder Cereali come il suo leggendario personaggio, Dibla. Comunque, per quanto possiamo frequentarci e prenderci in giro a vicenda,  non raggiungeremo mai il livello di ispirazione che ci forniscono  le nostre muse esterne, i bersagli della nostra satira».

Lecce senza Capitale o senza Cultura? L’intervista ad Airan Berg

airanberg

Nel giorno della raccomandazione di Matera a rappresentare la nazione come Capitale europea della Cultura per il 2019 da parte del governo italiano, ripubblico qui l’intervista al direttore artistico di Lecce2019, Airan Berg. L’intervista è stata pubblicata su Mediaterraneo News.  Sono particolarmente affezionato alla risposta che Berg mi ha dato sul possibile proseguimento dell’impegno della città a prescindere dal risultato. Sono curioso di capire se questa città farà davvero passi in avanti. Come quelle squadre chiamate a giocare campionati da gregarie, senza impegni oltre al campionato. Serenità, progetti, maturità da dimostrare.

Lecce è tra le sei città italiane ancora in corsa per la candidatura a Capitale europea della Cultura per il 2019. E se il potenziale del capoluogo salentino sarà valorizzato a dovere, dopo la consegna del dossier definitivo a luglio, un ruolo importante andrà riconosciuto ad Airan Berg, direttore artistico della candidatura leccese.

Nato a Tel Aviv il 18 luglio 1961, maturato a Broadway e direttore artistico di diverse compagnie teatrali austriache, Berg ha casa a Istanbul con sua moglie e un bambino, è stato nel team creativo di Linz, Capitale del 2009. Tutte le attività che si svolgono in città e le proposte d’innovazione si reggono su un concetto che ha coniato lui: Reinventare Eutopia.

Edutopia; profitopia; artopia; ecotopia; talentopia; polistopia; democratopia; esperientopia sono i petali della margherita da sfogliare interrogandosi sulla possibilità di rappresentare l’Italia e l’Europa sotto il segno della cultura. Otto campi che raccolgono l’esperienza, i talenti, gli artisti, la ricchezza culturale e sociale, l’innovazione amministrativa e la trasparenza che la città è in grado di produrre. Ecco da vicino i suoi piani per fare di Lecce l’avanguardia culturale europea.

Quali sono i punti di forza che la città deve valorizzare per ambire al titolo di Capitale europea della cultura?

«Anzitutto questa città ha una fantastica tradizione culturale. La forza di questo territorio sta poi nella varietà straordinaria dei saperi della società civile. E poi ci sono artisti meravigliosi. E il cibo, che è una parte molto importante della vostra cultura».

Come nascono le sfide di «Eutopia»? E perché «reinventarla»?

«Il concetto del “reinventare” non è mio, l’ho sentito spesso dalle persone che ho incontrato: “Dobbiamo reinventarci ogni giorno per poter vivere”, mi hanno detto. C’è bisogno di un cambiamento sostanziale, lo sappiamo, per tutto il Sud: non basta un cerotto e via per sistemare le cose. E siccome nel progetto esiste anche una dimensione europea, c’è bisogno di reinventare un po’ anche il nostro essere cittadini europei e abbiamo creato un’eutopia, un’idea cui aspirare per migliorare».

Lecce2019 propone una visione differente della cittadinanza: come cambia il rapporto con la pubblica amministrazione?

«Un elemento importate è la mancanza di fiducia, sul territorio, tra la cittadinanza e gli amministratori, ma questo è un territorio pieno di potenziale umano, cosa che sfortunatamente gli umani sanno distruggere facilmente. Dobbiamo essere più meticolosi nell’usare di più questa conoscenza collettiva e questo processo può essere affrontato solo partendo dal basso. Responsabilizzando i cittadini per ottenere maggiore responsabilità (capacità di risposta) da parte dell’amministrazione».

Il progetto in sé, a prescindere dal risultato, cosa lascerà a Lecce?

«Il risultato che rimarrà sul territorio dipende da quanto le persone coinvolte vorranno e sapranno investire sul territorio. Se l’esito di ottobre sarà negativo, starà comunque alla cittadinanza premere per attivare i progetti, anche se in modo più umile-bisognerà ridimensionare tutto-, ma cercheremo di attivare un cambiamento tale per cui non si potrà più tornare indietro».

I muscoli della sfida si sono basati sulle Curiosity Zone-punti informativi, ma anche di discussione e di proposta- e i Laboratori urbani aperti creativi (Luac)-promotori di innovazioni e attività di ogni tipo. Che risposta avete avuto?

«Un grande feedback, molte idee, la gente si è divertita, ha compreso, ha esplorato e impiegato la piattaforma che noi abbiamo messo a disposizione. Tante piccole associazioni che prima pensavano di lottare da sole per una causa o progetto li hanno messi insieme nei Luac e gli diciamo: vi creiamo una piattaforma per creare più dialogo ma dovete prendere in carico voi la riuscita del progetto, con responsabilità. La dimensione europea, inoltre, è fondamentale. Il lavoro deve essere svolto dalla popolazione, ma bisogna cercare di sviluppare una popolazione europea. Questo non è il momento di mangiare la torta, ma si investe, la si fa insieme con gli ingredienti giusti e bisogna anche aspettare e non mangiarla troppo presto. Ci sarà infatti una sorta di collo di bottiglia nel quale bisognerà selezionare le idee per portarle avanti».

Lei si considera un globetrotter, ma cosa potrebbe spingerla a rimanere a vivere a Lecce?

«In questi mesi sono ingrassato parecchio! Una delle attrattive maggiori è il cibo, ma mi piace la gente, mi piace che appena vai fuori dalla città trovi subito dei bei posti, e gli uliveti, mi piace vivere tra due mari. Io sono nato a Tel Aviv e in generale ho il Mediterraneo nel cuore. Posso ben immaginare di poter vivere qui, ma poi mi piace essere spontaneo con quello che viene, le opportunità che si presentano, e devo ascoltare i bisogni della mia famiglia. È facile sentirsi cittadini del mondo se non si resta nello stesso posto in cui si è nati per molto tempo. A 11 anni io ero a Vienna, poi in America. È più facile non sviluppare radici profonde. E mi sento sicuramente legato al Mediterranneo, il mio cordone ombelicale è lì».

Joseph Grima porta in trionfo Matera2019

Grima

 

 

Matera sarà la prima città del Sud Italia a essere nominata Capitale della Cultura per il 2019. Ho scambiato qualche scambio di tweet con  il direttore artistico che l’ha portata al trionfo, Joseph Grima, nel giorno del suo insediamento.

Un curriculum di tutto rispetto, l’attitudine alla creatività, dal respiro cosmopolita, e con un programma per il 2014 già ricco di eventi. Anche Matera ha il suo direttore artistico, presentato stamattina: è Joseph Grima, 37 anni, nato ad Avignone, di nazionalità inglese e naturalizzato italiano, con uno studio d’architetto a New York.

«Un progetto bellissimo e ambizioso»: Joseph Grima esprime con un tweet la sua gioia per la nomina a direttore artistico per Matera 2019. La città dei sassi è tra le sei città della short-list che correranno per ottenere lo status di Città europea della cultura tra cinque anni. Sulle città in lizza con Matera, in rigoroso ordine alfabetico Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena, il verdetto dell’apposita commissione europea sarà entro novembre di quest’anno. Per vincere la sfida d’internazionalizzazione che si pone al Comitato per Matera 2019, il presidente Salvatore Audace e il segretario Paolo Verri calano il loro asso: Joseph Grima, appunto. Architetto, scrittore, ricercatore, direttore della Storefront for Art and Architecture, galleria d’avanguardia e spazio eventi a New York, messa su anche per incentivare la promozione di posizioni innovative in architettura, arte, design e pratiche territoriali. È stato anche redattore e corrispondente internazionale per la rivista Domus di Milano, autore di «Instant Asia» (Skira, 2007), una rassegna critica dei recenti esiti di pratiche architettoniche nuove e d’avanguardia in tutto il continente asiatico, e tra i curatori di «Shift» (Lars Mueller, 2008), oltre a numerosi contributi scientifici per libri e altre pubblicazioni di settore come AD, Tank, Volume e Urban China. Attualmente è inviato speciale della rivista di architettura Abitare .

Grima è stato nominato direttore artistico questa mattina, durante la conferenza stampa di presentazione del programma 2014 del comitato e per tracciare un bilancio dell’attività svolta nel 2013 che è stata incentrata su diciannove eventi. Il nome del creativo cosmopolita, nato ad Avignone, con cittadinanza inglese, ma naturalizzato in Italia e residente a Milano, l’ha spuntata sulle nove candidature finali selezionate tra le novantasette presentate. Il neodirettore sarà a Matera agli inizi di marzo e sarà impegnato nell’attuazione di programmi e nei percorsi che porteranno gli organismi europei alla scelta finale. «Il programma del comitato per il 2014 sarà incentrato su tre tappe – hanno detto Adduce e Verri -, riguardanti il coinvolgimento di cittadini e centri della Basilicata sulla candidatura, in vista dell’arrivo della commissione di valutazione; un grande lavoro nazionale di rete con città come Torino, Milano, Pisa e altre, di promozione e interscambio internazionale; il concerto omaggio a Giuseppe Verdi registrato a Matera e che sarà trasmesso dalla televisione bulgara, un grande evento sul cinema promosso dalla Camera di commercio legato alla European Film Accademy che si terrà in marzo a Matera, eventi sportivi, come “Un canestro per Matera 2019” e artistici cadenzati nel corso dei prossimi mesi».

Veleni interrati nel Salento. Motta: difficile trovare i colpevoli

LECCE – Un altro ritrovamento di rifiuti speciali nel Sud Salento. La prima uscita pubblica sull’argomento da parte del procuratore Cataldo Motta, mentre infuriano le polemiche sui veleni nel tracciato della nuova strada 275.

«Si dovrà procedere con la massima cautela perché quello ambientale è un settore particolarmente difficile, per la scarsità delle norme del codice e per l’avvicendarsi di leggi in materia che rende difficile l’accertamento dei reati e lo sviluppo delle indagini». Non si sbilancia Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, durante il suo primo intervento pubblico per fare il punto a seguito degli ormai numerosi rinvenimenti di veleni interrati che si susseguono da più di un mese. Solo ieri, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno individuato un altro sito, il quarto, in contrada «Orie» nei pressi di Scorrano. Nel sottosuolo di parte dei quindicimila ettari analizzati sono stati ritrovati per ora lastre rotte di eternit, pezzi di tufo e altri scarti da costruzione. Il terreno è stato acquistato cinque anni fa da un’impresa immobiliare, che non è responsabile degli interramenti.

È ancora presto per stabilire se anche il sito di Scorrano presenti scorie che possano ricollegare il ritrovamento alle inchieste sui veleni scaricati dalle industrie dell’ex indotto del «tac». Laconico il commento di Motta: «In questa particolare indagine non abbiamo indicazioni che riportino ad attività della criminalità organizzata». I ritrovamenti dunque si devono discostare, per il momento, dalle inchieste sulla connivenza tra imprese, camorra e scu che tengono banco da novembre. Durante l’exploit economico degli anni novanta, infatti, le aziende che operavano nei settori del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero (da cui l’acronimo «tac») avrebbero raggiunto accordi con i boss della Sacra corona unita per disfarsi dei rifiuti senza costi eccessivi.

Le prime indagini della procura guidata da Motta, ma seguita dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, hanno evidenziato che i conti di molte aziende non tornano: registri di carico e scarico fanno volatilizzare tonnellate di rifiuti speciali. I due filoni d’indagine già aperti nel solo Salento riguardano la contrada «Li Belli» tra Supersano e Cutrofiano, e le discariche rinvenute tra Patù, Alessano e Tricase, dove per altro i finanzieri hanno dovuto interrompere i lavori per i miasmi emanati dai resti chimici. I ritrovamenti hanno sconcertato perfino gli inquirenti, che avevano seguito le indicazioni del camorrista Carmine Schiavone, e del pentito della Scu Silvano Galati rese nel 1997 e desecretate soltanto lo scorso autunno. Galati aveva descritto il sistema, ma si era riferito con certezza soltanto alla contrada «Li Belli». A diciassette anni di distanza proprio Motta ha dichiarato di non voler «rincorrere fantasmi», lasciando così che ad aprire l’inchiesta fosse solo la procura di Bari con il pool guidato da Pasquale Drago. Le denunce della stampa e delle amministrazioni salentine che ne sono seguite hanno fatto costretto la procura al dietrofront.

È così che adesso è scoppiata anche una questione spinosa. Parte dei rinvenimenti si trova sotto il tracciato della strada statale in costruzione più discussa del territorio, la 275. Pensata ventotto anni fa proprio per rendere fluidi i traffici con le aziende del tac, la strada è stata al centro di furiose polemiche con gli ambientalisti e non solo, che ne contestano tuttora l’invasività e l’opportunità. «Le attività d’indagine-ha dichiarato Motta in merito alla polemica che si è aperta-non comprendono anche valutazioni sulla legittimità del tracciato della 275», ma subito dopo ha aggiunto: «Non si può costruire una strada sulle discariche portate alla luce con le indagini della procura». Dopo ventott’anni e 288 milioni spesi il progetto della strada dovrà restare ancora al palo. Le connivenze tra mercato e malavita vengono troppo lentamente fuori dall’ombra del barocco.

Andrea Aufieri per Medi@terraneo News

Brindisi, processo al petrolchimico

Sono 231, di cui soltanto 14 ancora in vita. Sono le vittime del Petrolchimico di Brindisi. Il 19 ottobre è prevista quella che potrebbe essere l’ultima tappa della decennale odissea giuridica attraversata dai familiari e da quello sparuto numero di ex operai, i quali oramai si possono considerare solo dei “sopravvissuti”. Sarà quella l’ultima udienza preliminare, prima di un procedimento penale che può anche non aver luogo, vista la richiesta di archiviazione del pubblico ministero Giuseppe De Nozza. Le ipotesi di reato contestate a 68 dirigenti sono di strage, lesioni personali, disastro doloso, rimozione od omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro. Le accuse più gravi si basano su ipotesi che la comunità scientifica non ha unanimemente confermato, per motivi non sempre legati alla scienza, almeno a vedere i committenti di alcuni di questi studi.

Una storia troppo lunga

“Il processo è ormai antico, parliamo di preistoria”. L’avvocato Stefano Palmisano, 38enne di Fasano, si occupa di diritto penale del lavoro, dell’ambiente e di colpa medica. Segue il procedimento da quando è cominciato, essendo il rappresentante di numerose vittime e familiari. Ed è lui stesso ad illustrarci le tappe salienti.
“Era il 1996 – racconta – quando Luigi Caretto, ex operaio di Brindisi e di Porto Marghera, inviò un esposto a Felice Casson, il magistrato veneziano che istituì il primo maxi processo al Petrolchimico di Porto Marghera. Casson dovette rinviare a Brindisi la causa di Caretto, che lì aveva lavorato per gran parte degli anni. Il processo venne dunque istruito da Nicola Piacente e, nel 2000, passò a Stefano Bargero e De Nozza. I due pm disposero il sequestro degli impianti di Brindisi nel novembre dello stesso anno”.

“Nel 2002 – prosegue Palmisano – in seguito al trasferimento di Bargero e all’affi damento dell’intero corpus delle indagini all’attuale pm, venimmo a sapere, tramite indiscrezioni di stampa, che De Nozza avrebbe chiesto l’archiviazione”. Il motivo che sta alla base della richiesta è “un nervo scoperto di gran parte del diritto penale del lavoro”, ovvero la mancanza di prove del nesso causale tra esposizione al cancerogeno principale, il pvm/pvc (monovinilcloruro o polivinilcloruro, secondo la fase di produzione in cui si trova), e l’insorgenza delle malattie, relazione dimostrata solo nel caso del rarissimo angiosarcoma epatico. A Brindisi, però, non si è registrato nemmeno un caso di questa malattia, cosa che motiverebbe la richiesta di archiviazione. È partendo da ciò dunque che Palmisano muove le critiche alle scelte ed ai metodi del pm. “Tra le falle delle indagini preliminari – spiega il legale – c’è l’attribuzione di un ruolo marginale a tutte le altre cause di tumore, viene cioè ignorata la circostanza palese che il Petrolchimico fosse un ricettacolo di nocività tra le più micidiali, cancerogene e tossiche. E questo non perché non vengano riconosciute la pericolosità e la dannosità, ad esempio, dell’amianto. Al contrario: siccome l’amianto lo si ritrova dappertutto a Brindisi, non si può provare che il mesotelioma che ha ucciso gli operai derivi dall’esposizione professionale”.

Pertanto, secondo Palmisano, “la Procura della Repubblica di Brindisi non ha fatto quanto avrebbe dovuto nell’assolvimento di alcuni fondamentali passaggi processuali. Siamo riusciti ad opporci – sottolinea l’avvocato – all’archiviazione solo un anno e otto mesi dopo averlo saputo dai giornali, e soltanto dopo che il comitato Vittime del Petrolchimico aveva fatto il diavolo in quattro, con sit-in, convegni e appelli alla cittadinanza”.

La presunta indimostrabilità

Un’altra forte critica mossa dal legale è che per “individuare il vero scoglio di questo processo, basta vedere come si relaziona il pm con la comunità scientifi ca”. Il rinvio del processo dal 15 giugno al 19 ottobre è motivato dall’esito di certi studi che dovrebbero essere resi pubblici a Lione, al Congresso dello Iarc, l’International agency for research on cancer. Tuttavia, sull’esito del processo, è in dubbio la rilevanza ed effi cacia di tali rilievi. De Nozza, infatti, ritiene che non si possa arrivare ad una condanna per omicidio colposo in quanto la comunità scientifica non è unanime sulla questione del nesso causale. “Il punto è – precisa Palmisano – che la stessa è fatta di uomini. Con ciò voglio dire che certi luminari non sono immuni dalle lusinghe del vil danaro, del potere e delle gratificazioni che non siano prettamente scientifiche.Spesso questi uomini hanno rapporti strettissimi con le imprese”.

A questo punto il legale fa un esempio: “Nella requisitoria Casson citò il caso dell’epidemiologo Richard Doll, che aveva dimostrato l’unico nesso ammissibile tra esposizione a cvm e angiosarcoma. Nel corso della  requisitoria finale di Casson, durata nel complesso 40 ore e riportata sul libro pubblicato a settembre da Sperling & Kupfer La fabbrica dei veleni, si fece presente che Doll aveva sempre lavorato per i produttori di cvm, ma in alcuni suoi studi del 1988, riconosceva, oltre al rischio di angiosarcoma, anche quello del tumore ai polmoni e i rischi per la popolazione, assunti negati successivamente, come il pm di Venezia riuscì a dimostrare citando un documento acquisito per rogatoria internazionale dall’Inghilterra. Da questo risultava che Doll era sul libro paga dell’Enichem con il preciso mandato di confutare l’esistenza del nesso causale”.

“Secondo De Nozza – contesta Palmisano – il dottor Doll è soggetto al di sopra di ogni sospetto”. Ed a marzo il pm ha portato dodici nuovi studi scientifici in materia di esposizione al cvm/pvc, che sembrano rafforzare la non unanimità della comunità scientifi ca. “Pm e consulenti sono arrivati a conclusione basandosi unicamente sugli abstracts, cioè il riassunto del contenuto integrale di tali studi”. “A giugno – annota ancora Palmisano – grazie alla competenza di Medicina democratica, ho ottenuto gli studi integrali e ho constatato che, tra questi, solo cinque negavano il nesso tra esposizione al cvm e l’insorgenza di tumori ai polmoni”. Da quanto emerso dagli approfondimenti fatti dall’avvocato, in quattro casi su cinque tali studi esaminerebbero situazioni del tutto dissimili da quella di Brindisi, come quella di Baltimora, dove il cvm era marginale nel ciclo di produzione. Inoltre, sono stati considerati anche due studi commissionati proprio dalle industrie della plastica: è il caso del lavoro dell’eminente epidemiologo Gary Marsh e altri suoi colleghi, sulla cui intestazione si legge a chiare lettere che il committente è l’Iisrp, l’International institute of synthetic rubber producers, un’associazione commerciale internazionale non profit, formata da 39 corporation situate in 21 Paesi, che producono il 95 per cento della plastica mondiale. Tra le compagnie affiliate c’è anche l’italiana Polimeri Europa srl, un’istituzione scientifica di proprietà dei produttori di plastiche i cui studi sono da prendere quantomeno con le molle.

Questa non è un’eccezione: la dubbia credibilità di certe analisi, anche se condotte da luminari della scienza, è stata addirittura teorizzata. Valerio Gennaro, di Medicina democratica, e Renzo Tomatis, direttore per un decennio dell’International agency for research on cancer, con lo studio Business bias, distorsioni nel mondo degli affari Come gli studi epidemiologici possano sottostimare o fallire nell’individuare accresciuti rischi di cancro e altre malattie (International journal occupational and environmental healt, 2005) hanno analizzato 15 fattispecie. Gli autori spiegano come “malgrado dichiarino la prevenzione primaria come loro scopo, gli studi di potenziali fattori di rischio occupazionale ed ambientale per la salute finanziati, sia direttamente che indirettamente, dall’industria, è probabile che abbiano risultati negativi”.

Sempre dell’autorevole Iarc è uno studio del ’91, condotto dal professor Lorenzo Limonato, liquidato perché “per diverse cause, la mortalità è stata significativamente inferiore alle attese”. Eppure lo stesso studio rimarca “l’incremento di mortalità per tumore del polmone tra gli addetti alla produzione di cvm”. L’aggiornamento del 2001, operato dal dottor Jerry Ward, conferma il dato, attribuendone le cause sia al cvm che al pvc. “La teoria Gennaro–Tomatis – conclude Palmisano – contrasta con l’assunto giuridico seguito da De Nozza, in base al quale nella comunità scientifi ca non esiste unanimità tale per cui si possa affermare la responsabilità piena degli imputati. Questo assunto segnerebbe la morte di un pezzo del diritto del lavoro. L’autore di tale assunto, però, è Federico Stella, coordinatore della difesa degli imputati al processo di Venezia, ulteriore evidenza che prima di applicare le teorie dovremmo conoscere i loro autori”.

Un “sopravvissuto”

“Produrre, consumare, morire! È questo che bisogna fare qui”. Con queste parole i superiori avrebbero schernito gli operai del petrolchimico di Brindisi, che denunciavano le scarse condizioni di sicurezza e l’inesistente attenzione alla loro salute. Tra quegli operai c’era anche Franco Caiulo, coordinatore del comitato Vittime del Petrolchimico.

Lo abbiamo incontrato a Torre Rinalda, dove il suo primogenito Antonio, 33 anni, può giocare e socializzare con i ragazzini: “Io, mia moglie Anna e la sorella minore ci prodighiamo per non fargli pesare la vita”.  Le crisi epilettiche e il ritardo mentale di Toti sono state per l’ex operaio una prova che gli è costata molto sul piano umano ed economico, e che lo ha posto in condizione di accettare sempre ciò che gli veniva proposto in fabbrica.

“Quando nel 1973 mi ha assunto l’Eni – Enichem – osserva Caiulo – pensavo di continuare a fare il mio mestiere, l’elettricista montatore. Invece mi hanno mandato a fare la pulizia di autoclavi nel reparto P18A, dove si polimerizzava il cvm per la plastica bianca. Ogni sei o sette ore bisognava pulire, scendendo dentro, perché spesso quella roba si incrostava. Quando andava bene, bisognava eliminarla con un martello, altrimenti si lavorava anche otto ore per le fasi di scrostamento. Tutto quel tempo inalando cvm poteva dare diversi effetti: in una mezzora ci si sentiva su di giri, un po’ di tempo in più per l’effetto taurina, ancora un po’ e si sveniva. Svenire era una seccatura anche per i colleghi che si calavano nelle autoclavi con le corde e tiravano su i malcapitati”.

Nel 1978 Caiulo riuscì ad ottenere l’incarico sperato sin dall’inizio. Tuttavia “in questo modo – rimarca l’uomo – giravo continuamente per tutti i reparti ad operare controlli, manutenzione e riparazioni, esponendomi ad ogni tipo di sostanze”.

Interrotto un attimo il racconto, sospirando, Caiulo mostra le macchie che ha per tutto il corpo, dovute alla chemio. “Lo stesso anno – riprende – durante una delle visite mediche trimestrali, mi riscontrarono tracce di sangue nelle urine. Per vent’anni è andata avanti così, con quelle perdite, fi nché nel 1998, con una visita medica fuori dalla fabbrica, ho scoperto di avere un tumore grande 2,5 cm alla vescica”.

Oggi Caiulo non si arrende, continuando l’opera di Luigi Caretto, morto nel 2002. L’ex operaio del Petrolchimico ha messo su il comitato, composto dai parenti delle 231 vittime, compresi quei pochi rimasti ancora in vita, col quale ha intrapreso il procedimento penale. E adesso, se il processo non dovesse aver luogo, “tutta la fatica – afferma tristemente Caiulo – sarà inutile, vorrà dire che non contiamo niente per nessuno”. E chiude: “L’opinione pubblica se ne infischia, moriremo in silenzio”. Intanto però per ora c’è un numero, il 231, che parla da sé.

 

Andrea Aufieri L’imPaziente n.16, ottobre/novembre 2007

Teatro Astràgali, fisiologia mitralica

Terza e momentaneamente ultima puntata del viaggio tra le realtà che hanno fatto la storia del teatro a Lecce. 

“L’attore è un’atleta del cuore” scriveva Antonin Artaud, a sottolineare il doppio sforzo di ogni uomo di teatro, tutto teso a conoscere e senti­re attraverso il corpo, un corpo senza fronzoli, decostruito ed essenziale. Da questo pensiero prende le mosse “Il corpo minimo”, workshop inter­nazionale a cura di Astràgali Teatro, che si terrà in tre tranches tra ottobre e dicembre (dal 20 al 24 ottobre, dal 10 al 14 novembre e dall’1 al 5 dicembre).

Ma l’attenzione ed il lavoro rigoroso sul corpo sono ormai al centro della ricerca artistica, ed il contributo personalissimo di Astràgali è evidente in ogni spetta­colo e se ne potrà leggere anche sull’ultimo numero del “Melissi” di Besa, significativamente intitolato “Il corpo in azione: dall’antropologia al teatro”.

Intervistiamo Fabio Tolledi, regista e direttore artisti­co della storica compagnia.

Tolledi
Fabio Tolledi

Direttore, perché una riflessione sul corpo minimo?

“Il lavoro organico che svolgiamo ruota attorno al con­cetto del “corpo dell’arte”: affronteremo con le basi della nostra esperienza le tecniche fondamentali del teatro contemporaneo, dove il corpo assurge a ruolo centrale, senza che questo possa definirsi una moda. Perché la poesia di questo inizio di secolo, nella sua relazione con la contemporaneità più spinta, si espri­me attraverso il corpo. L’attore è un corpo danzante, sente e vive corporeamente. E per questo, perché la vita dell’attore è nell’apprendere attraverso il corpo, è necessario lavorare con impegno costante e l’ausi­lio di tecniche dell’estremo oriente, ma anche, direi, dell’estremo occidente. Un processo duro e rigoroso per arrivare ad una concreta conoscenza della pratica teatrale. Si lavora molto, ma ci si diverte anche”.

Quale indirizzo di ricerca segue Astràgali?

“Qualcuno dice che siamo off o underground, ma con coerenza lavoriamo sulla decostruzione applicata al teatro: molti citano Artaud e noi cerchiamo di lavorare a partire da lui.  La nostra riflessione trova applicazione sul terreno di confine che sta tra teatro e poesia, che non dà luogo ad un teatro di parola ma di immagini. Seguendo questo corso abbiamo cercato di capire quale possa essere una linea meridiana del teatro, incontrando il pensiero di Franco Cassano, che è anche un frequentatore del nostro teatro”.

Cosa caratterizza la linea meridiana del teatro?

“Anzitutto noi non ci dimettiamo dal sud, ma rilanciamo una nuova soggettività, che è meridiana e questo parte dalla costruzione di una rete comune che non serve a fare progetti per guadagnare qualche soldo, ma è una linea coerente e organica di lavoro. La tragedia, ad esempio, è una forma di poesia, non fa male ricordare questo, ed è anche una delle radici comuni del mediterraneo come lo è la comicità, non cabarettistica, ma corporea al limite dell’osceni­tà. In questa linea comune al patri­monio del mediterraneo offriamo il nostro percorso”.

Dalle pagine di questa rubrica cerchiamo di far dialogare gli attori, in senso lato, della scena leccese. Qual è la sua opinione ri­guardo alla “rete comune”?

“Tutte le strutture hanno traiet­torie diverse: Astràgali fa ricerca teatrale, scrittura, produzione, ricerca visiva e sonora. Abbiamo poco interesse a dirci unica real­tà esistente sul territorio come altri fanno. Questo territorio ha costantemente bisogno di atten­zione, di relazioni, e il teatro vive con la capacità di relazione. Ad esempio, con la residenza teatra­le che realizzeremo tra Calmiera e Zollino, progetto speciale del Teatro pubblico pugliese, cerche­remo di fornire passaggi struttu­rali in un territorio significativo. Vogliamo contribuire alla crescita dell’animazione territoriale, per­ché riconoscere l’altro è vitale nelle pratiche culturali. Le realtà grandi e piccole del territorio con­tribuiscono a rendere organico il sistema: un griot canta che anche i rami secchi fanno una foresta, ma l’approccio ministeriale dice di tagliarli, e a volte chi ha fatto il nostro stesso percorso dimentica che il teatro ha bisogno di capaci­tà relazionale e non di concorren­za economica”.

 Luoghi_Astràgali, il gioco del teatro vivo

Astràgali, il cui nome rievoca l’antesignano del gioco dei dadi, è il più longevo gruppo teatrale leccese, fondato nel 1981 da Marcello Primi­ceri e Carla Petrachi, riconosciuto dal Ministero per i Beni e le attività culturali come compagnia teatrale d’innovazione, ed è anche membro cooperante dell’International theatre institute dell’Unesco. Nonostan­te tutto ciò non beneficia di contributi stabili da parte degli enti pubbli­ci, men che meno dal Comune di Lecce.

Di strada ne ha fatta tanta solo a livello artistico, perché in 27 anni ha cambiato sede solo una volta, trasferendosi da via Dogali, presso via Leuca, nell’attuale sede di via Candido. Un trasloco che Primiceri fece appena in tempo a festeggiare, prima di morire nel dicembre ’87, di ritorno dai pellegrinaggi baresi per il riconoscimento della compagnia che ancora oggi sono una piaga della programmazione e della pro­gettualità pugliese. Il primo progetto di Astràgali, realizzato nel 1984, è “Rito Tragedia Rito”, un incipit del dialogo sulle pratiche teatrali che riesce a fare arrivare a Lecce anche l’equipe “L’Avventura” di Jerzy Grotowski. Un’importante attività del teatro è stata quella di rivisita­re i luoghi architettonici più affascinanti del Salento rendendoli par­te integrante della scommessa del teatro vivo, come la realizzazione dello spettacolo “Sulle tracce di Dioniso – i porti del mediterraneo”, realizzato con allestimenti speciali a Marina Serra di Tricase e nei porti vecchi di Zakynthos (Grecia) e di Limassol (Cipro). Dal 2002 parte il progetto “Il corpo dell’ar­te”, che esplora le relazioni tra teatro e live art performance, nell’ambito del pro­gramma dell’Unione europea Cultura 2000 in collaborazione con teatri, università, musei, gallerie di Italia, Grecia, Belgio. Nel 2003 comincia un percorso tra le culture che attraversano il Mediterraneo, iniziato con lo spettacolo “Antigone- anatomia del­la resistenza dell’amore” e culminato ne “Le rotte di Ulisse – per una critica della violenza” che coinvolge Grecia, Cipro, Malta, Turchia, e vede rappresentati diversi episodi dell’Odissea e dell’ Ulisse di Joyce, per arrivare allo spettacolo finale di sei ore “Ulysses’gramophone – the Wake”.

Oggi è in corso il progetto “Fronte/frontiera-dinamiche dell’inclusione dell’altro nel teatro”, sostenuto dal programma dell’Unio­ne europea Cultura 2007, in cui la possibilità di un teatro multilinguistico, che emer­ge dall’incontro di lingue ed esperienze diverse, si pone contro l’idea di frontiera e separazione, come principi di conflitto.

Andrea Aufieri, L’impaziente n.20, ottobre/novembre 2008.

Le altre due puntate della rubrica sul teatro ospitata dall’imPaziente:

Puntata 1 – Fondo Verri
Puntata 2 – Cantieri Teatrali Koreja

 

Koreja, il teatro con la “k” maiuscola

Passo dopo passo. Il teatro secondo Franco Ungaro, direttore organizzativo dei Cantieri Teatrali Koreja.

Ungaro
Franco Ungaro

Dal 19 al 28 giugno il Teatro romano di Lecce ospita la nuova edizione di Ecumenes (Eredità culturali del Mediter­raneo nelle eccellenze storico-architettoniche), cui dedi­chiamo spazio in questa rubrica. Il 24 e il 25 giugno i Can­tieri teatrali Koreja presenteranno La passione delle Troiane, uno spettacolo di Antonio Pizzicato e Salvatore Tramacere tratto dal dramma di Euripide. Così come per altre opere che hanno segnato la storia della compagnia, da Dovevamo vincere a Brecht’s dance e Acido fenico, la ricerca si concen­tra nelle possibilità espressive del corpo e nel legame tra teatralità, musica e tradizione del territorio. A raccontarci questi felici intrecci è Franco Ungaro, storico direttore or­ganizzativo del gruppo.

Direttore, dove si concentra l’attuale ricerca ar­tistica di Koreja?

“Lavoriamo sul teatro musicale, con cantanti e musicisti in scena: le origini della tragedia greca sono proprio musicali, essa era movimento, danza, coralità. Questo lavoro è intri­so fortemente del patrimonio musicale e culturale dell’area grecanica, tanto che vedrà protagonista Ninfa Giannuzzi, pre­senza fissa della Notte della Taranta”.

A maggio si è tenuto un corso avanzato di for­mazione: quanto conta saper fare il secondo passo per un attore?

“La tipologia prevalente di formazione che offre il Salento è quella di base: lavoro su voce, corpo, dizione. Non c’erano occasioni di formazione specialistiche. Quest’anno abbiamo sposato il progetto Interreg “Nuovo attore nuovo”, che ri­guarda esperti e laureati. Era un progetto pilota per la Puglia e la risposta è stata eccezionale per il numero di partecipan­ti, ma anche per la qualità dello spettacolo messo in scena, senza contare le relazioni create con addetti ai lavori di fama e competenza”.

Quale caratteristica un attore ed uno spettacolo devono possedere assolutamente?

“La risposta effettivamente è unica: il segreto dell’attore e del teatro è soprattutto nella capacità di emozionare gli spetta­tori. Solo quando la bravura tecnica è orientata alla ricerca di questo impatto ha senso avere una presenza scenica”.

È vero che “Il teatro fuori dal comune” è molto più di uno slogan?

È noto che Koreja in questi anni non ha potuto avere una relazione con l’amministrazione, caso unico di man­cato sostegno ad una compagnia stabile riconosciuta dal governo.  Anche la nuova giunta a parole dimo­stra una sentita adesione al nostro la­voro, ma nei fatti non succede nulla, visto che i nostri progetti non sono mai approvati.

Qual è il difetto che distingue la realtà leccese?

L’opinione diffusa per cui i progetti teatrali che producono cultura deb­bano dialogare: nel mondo dell’arte la competizione non economica è vitale. L’originalità delle idee e delle poetiche non può che essere positiva. Il giudizio sulla qualità del lavoro delle compa­gnie salentine lo faccia il pubblico.

Eppure quella leccese è una realtà viva ed in fermento, non crede?

Molto fermento e molte attività, ma tutto è limitato al territorio: solo po­chi entrano nei cartelloni di altre città. Questa è un’evidenza della qualità dei lavori, poi c’è anche una debolezza or­ganizzativa che non consente a queste compagnie di curare il mercato oltre il Salento.

Luoghi_Teatro con la “k”maiuscola

Korelja è il griko per la fanciulla, il coro in greco: dalla purezza e dall’azione corale e non sottoposta a leader nasce Koreja, l’idea di teatro di quattro ragazzi di Aradeo, Franco Ungaro, Stefano Bove, Franca Carallo, Sal­vatore Tramacere, che nel 1983 prendono in affitto alcune stanze del castello Tre masserie per incominciare il duro training che li porterà a proporsi nelle estati salentine prima e in giro per l’Italia poi.

L’esperienza, raccontata dallo stesso Ungaro nel libro Dimettersi dal Sud(Laterza edizioni della Libreria, 2006), è così singolare da attirare artisti e curiosi da ogni dove. Lasciano un segno indelebile Iben Nagel Rasmussen e Cesar Brie, oltre ai maestri Ferdinando Taviani, Nicola Savarese ed Eugenio Barba. Le influenze arrivano anzitutto dal mondo della musica e del cinema: Brian Eno, Philip Glass, Stanley Kubrik e David Lynch per fare qualche esempio, ma non si può prescindere dal pioniere Carmelo Bene.

È del 1985 il debutto con lo spettacolo Dovevamo vincere, subito invitato a concorsi di alto livello, ma è solo l’inizio perché poi ci sono l’organizzazione di tredici edizioni della rassegna estiva “Aradeo e i teatri” frequentata dalla crema degli attori, dei critici e dei produttori e, nel ’94, la “Notte del rimor­so”, che anticipa il marketing tarantolato. Si forma così l’idea della relazionali­tà e della convivialità che precedono e seguono ogni rappresentazione e che arriverà anche a trasformarsi in rave. Del ’96 la costruzione in senso letterale che oggi ospita i Cantieri a Lecce, una vecchia fabbrica di mattoni abbandona­ta da 25 anni. Del 2000 il primo tentativo che porta i cantanti ad essere attori di una ricerca che trova la giusta alchimia tra sperimentazione e territorio: è l’Acido fenico che vede i Sud Sound System calcare il palcoscenico. L’esperimento del teatro musicale sarà ripreso e compiuto con maggior successo in un paio d’anni con Brecht’s Dance con gli Almamegretta e Molto rumore per nulla.

Oggi i Koreja sono in grado di formare ad alto livello, sono presenti in numerosi progetti Interreg che mirano alla reciprocità delle esperienze, in particolare tra le aree del Mediterra­neo (Factory ed Ecumenes su tutte), senza scordare l’attenzione alla crescita dei bambini e dei ragazzi con il Teatro scuola, una rassegna dedicata ai più giovani.

Andrea Aufieri L’imPaziente n. 19 maggio/giugno 2008

Le altre due puntate della rubrica sul teatro ospitata dall’imPaziente: 

Puntata 1 – Fondo Verri
Puntata 3 – Teatro Astràgali

Dalla Chiesa e il rimpianto di una scuola diversa

Nando Dalla Chiesa, sottosegreta­rio al Miur per La Margherita nella XV legislatura, ci racconta il lavoro intenso per il disegno di legge sul diritto allo studio vanificato dalla caduta del governo Prodi e dall’avvento di Berlusconi, come racconto qui. Forte rammarico per gli studenti, ma non manca il monito a tenere viva l’attenzio­ne. Ripartendo proprio dallo statuto e dai concetti chiave “comunità”, “didattica” e dicotomia “diritti/doveri”.

Onorevole, quale valore assegna allo statuto dei diritti e dei dove­ri degli studenti?

Lo valuto con grande considerazione per­ché ritengo giusto affermare un “diritto di cittadinanza” degli studenti nell’università. È una costituzione per gli studenti, i desti­natari del sistema universitario.

Mi sembra interessante rendere una domanda il primo enuncia­to dello Statuto: “l’università è una comunità umana” prima e “scientifica, di insegnamento e di ricerca” poi?

Nando Dalla Chiesa
Nando Dalla Chiesa

Non credo che l’università di oggi espri­ma esattamente quei concetti: anzitutto non è considerata una comunità umana, e questo indebolisce la responsabilità dei docenti verso gli studenti. L’università non è solo l’anticamera dei concorsi, eppure ha di fatto espulso gli studenti: non c’è attenzione al processo di trasmissione del sapere. La qualità di un ateneo deve dipendere anche dalla didattica. È d’obbligo sottolineare la cen­tralità dei rapporti tra gli attori di questa comunità.

Lo statuto rappresentava l’anti­pasto per la bramata Legge sul diritto allo studio: quanto tempo mancava per il suo avvento?

Uno governa sperando di avere qualche anno a disposizione. Lo statuto era stato presentato a giugno alle Università per la sperimentazione, tra luglio e novembre è stata concordata con le Regioni la fonda­mentale Legge sul diritto allo studio, com­preso il tavolo tecnico. A gennaio questa legge doveva essere approvata, ma il go­verno è caduto. Avevamo pensato anche all’iter successivo, coinvolgendo l’Agenzia nazionale di valutazione che avrebbe in­serito tra i criteri di disamina degli ate­nei quello del rispetto dello statuto. In un anno questo lavoro si sarebbe completa­to con coerenza.

Lo statuto resterà un rimpianto?

Intanto lo abbiamo proposto e gli atenei lo hanno assunto, dunque si potrà partire da lì. Non ci può essere un decreto attua­tivo perché bisogna passare da una legge in parlamento, e questo significa massa­crarne il contenuto, anche se adesso ci sono meno partiti.

Bisogna tenere alta l’attenzione, dunque. Anche in Puglia, dove il diritto allo studio raccoglie in sé l’istanza di tutela della legalità?

Il baronaggio e il nepotismo sono forti nelle università poco aperte. Alcune re­gole aiuterebbero: nessuno dovrebbe in­segnare dove esercita già un suo parente, è così anche per magistrati e carabinieri. Si tratta di tutelare la credibilità della fun­zione pubblica.

Andrea Aufieri, L’imPaziente n.18, maggio-giugno 2008.

Uranio, intervista al senatore Bulgarelli

Nella nuova commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito ci sono diversi senatori da tempo impegnati sul problema, e validi ricercatori. L’intervista al senatore Mauro Bulgarelli (Verdi).

Leggi l’articolo sull’uranio impoverito in Italia e sui timori a Torre Veneri,  zona militare in provincia di Lecce.

Senatore, si conoscono i risultati dei rilevamenti effettuati a Torre Veneri nel corso dell’ispezione della Commissione uranio impoverito?  Si era parlato di dicembre per un’analisi definitiva.

“Non siamo ancora in possesso di quei dati perché l’esperto balistico è in missione in Libano per conto nostro, ma per gennaio sapremo qualcosa di più preciso”.

È da considerarsi una semplice coincidenza il breve lasso di tempo tra la visita della commissione e l’outing di Luca Giovanni Cimino?

Sen. Mauro Bulgarelli
Mauro Bulgarelli

“Eravamo a Torre Veneri perché uno dei filoni d’indagine comprende casi di malattie contratte dai militari che hanno prestato servizio nei poligoni. Accade spesso che in seguito ad una nostra visita qualcuno trovi coraggio e denunci la sua situazione: la valuteremo insieme ai numerosi casi che stiamo studiando”.

Quali sono le peculiarità che contraddistinguono il vostro lavoro da quello della commissione precedente?

“Un fatto casuale ma importantissimo è che oggi si ritrovano in commissione dei senatori che hanno condotto molte battaglie sull’argomento. Ci avvaliamo poi dell’ausilio di tre consulenti di livello e senza alcun interesse a nascondere nulla: l’epidemiologo Valerio Gennaro, la dottoressa Maria Antonietta Gatti, una delle persone più avanti nella ricerca sulle polveri sottili, ed il professore Massimo Zucchetti che ha condotto studi fondamentali sulle radiazioni ionizzanti. E, altro fatto da non sottovalutare, abbiamo anche un ministero maggiormente disposto a collaborare”.

Quali sono le novità in questo senso?

“È notizia del 6 dicembre quella della costituzione, in seno al Ministero della difesa, di un Comitato per la prevenzione e il controllo delle malattie (Cpcm) con compiti di studio e di ricerca. Per quanto riguarda la legge finanziaria, incrociando le dita, dovrebbe essere approvata una proposta, della quale sono primo firmatario, che permette lo stanziamento di dieci milioni di euro per tre anni, fino al 2010,  che consentirà alle vittime ed ai famigliari di affrontare le spese per farsi riconoscere la causa di servizio.”

Lavorate nelle migliori condizioni possibili, dunque?

“Trattiamo di temi spinosi per affrontare i quali dobbiamo collaborare con i vertici militari che purtroppo non brillano per trasparenza e informazione e si sentono sempre come fossero in tribunale. Non si comprende che noi cerchiamo di risolvere un problema, dunque spesso dobbiamo ricorrere all’intervento dell’autorità giudiziaria per poter entrare nei poligoni e sequestrare ciò che possiamo, visto che spesso non ci sono nemmeno gli archivi”.

Il vostro è un lavoro che mira anche a dare anche un segnale alla politica estera italiana e alle sue intraprese militari in particolare?

“Lascio a voi la risposta a questa riflessione. In commissione molti di noi hanno sicuramente una certa ideologia, ma sono rappresentati tutti i colori, dunque tutto dipende dalle storie soggettive”.

Andrea Aufieri, L’imPaziente n.17, dicembre 2007-gennaio 2008.

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