Prima del buio, le tre vite di Nathaniel che sta diventando cieco

La sezione pugliese del Gus – Gruppo Umana Solidarietà e il percorso innovativo progettato per un migrante colpito da un glaucoma. E tanti stereotipi smontanti intorno alla cosiddetta “seconda accoglienza”.

 

Ci conosciamo da meno di cinque minuti e Nathaniel già mi mostra le foto della sua famiglia, in Nigeria. Ce n’è una in cui abbraccia tutti con tenerezza: la moglie Juliana, la primogenita Precious, la piccola Joy e i due figli maschi Prince e Divine. Nathaniel fissa per istanti lunghissimi le foto, le accarezza tenendo il suo smartphone in obliquo davanti a sé. Da pochi giorni ha chiesto a parenti e amici di inviargli le foto che li ritraggono nei posti in cui hanno condiviso quotidianità ed esperienze: vuole imprimere nella memoria volti, luoghi e dettagli per non scordarli mai più, perché presto sarà capace di disegnare con le mani i volti che ama. Vuole farlo perché la sua vista potrà solo peggiorare. Alcuni mesi fa gli hanno diagnosticato un glaucoma a uno stadio molto avanzato e adesso la sua acutezza visiva non supera il 30 per cento.

Quando cerca di parlarmi del suo problema, Nathaniel non lo nomina mai, si emoziona e ripete la stessa formula: «Se dio vuole non sarò cieco, o lo sarò il più tardi possibile, e finalmente potrò rivedere mia moglie e i miei figli, e loro saranno fieri di me».

Al suo fianco ci sono gli operatori dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) Gruppo Umana Solidarietà (Gus) di Castrì di Lecce e l’accuratezza del programma della società 3T Service (Turismo, territorio e tutela), guidata da Alessandro Napoli con Sonia Gioia. Interpellati dal Gus, i due hanno sviluppato un percorso specifico per Nathaniel, basato sulla loro esperienza personale: Alessandro è diventato cieco da bambino, sempre per un glaucoma, e Sonia è ipovedente.

Le tre vite di Nathaniel

Inventarsi una nuova vita, per Nathaniel, a 46 anni e a più di cinquemila chilometri da casa, era di per sé una sfida, ma data la sua tempra queste difficoltà non bastavano. Si è aggiunta la crescente ipovisione a mettere a rischio i suoi progetti. Mi racconta tutto con il suo ottimo inglese, come se fosse nel bel mezzo dell’azione, e la cosa mi stupisce perché fino a quel momento mi ha dato l’impressione di essere una persona di poche parole. Fino al 2013 la sua sarebbe stata la storia di un piccolo commerciante anglicano del villaggio igbo di Umubochi, a poco più di cento chilometri dall’oceano Atlantico. Viveva con i suoi famigliari nella casa dei fratelli e aveva un emporio con pezzi di ricambio per auto, accessori per l’abbigliamento, prodotti per l’igiene intima e per la casa, cellulari e alimenti in scatola.

Un giorno scoppia una violenta lite con i fratelli per l’eredità di un parente. «La vita da noi ha meno valore di alcune cose», mi dice con amarezza. Il pensiero va alla vicenda del padre, arrestato per aver sparato alla pecora di un vicino perché gli aveva devastato il raccolto: in carcere ha contratto qualche infezione che al suo rilascio gli ha concesso solo un mese di vita. «Ho avuto paura, così ho portato mia moglie e i miei figli nella casa di mia madre e siccome nel mio villaggio non potevo più lavorare sono andato in Libia con un amico».

I due salgono così sul primo dei tanti bus scassati che trovano e arrivano a Tripoli, dove si sistemano in un ghetto gestito da un piccolo boss, dal quale ricevono il permesso di avere un posto dove dormire in cambio di soldi: «Una sweet life che doveva essere pagata con grande attenzione. Bisognava portare sempre tutto con sé e non appoggiare mai niente sui tavoli o sui catini, perché subivamo furti anche mentre ci lavavamo la faccia». Per due volte gli rubano tutti i risparmi e l’ultima decide di andare via. All’autolavaggio dove lavora comincia ad avere qualche problema, gli occhi gli fanno brutti scherzi. Viene visitato da un dottore arabo che trova un occhio compromesso, gli consiglia un’operazione e gli scrive un referto. Nathaniel non capisce la lingua e non segue il consiglio: «Non potevo andare in ospedale perché non avevo documenti e mi avrebbero arrestato, ho molta paura della polizia libica». Intanto nelle sue condizioni viene allontanato dal lavoro e non può mandare soldi a casa, dove cominciano a pensare che stia cercando di sparire.

«Il mio problema in Nigeria non è preso sul serio, è una cosa culturale, finché abbiamo gli occhi dovremmo vederci».

Gli chiedo se di fronte ai dubbi della sua famiglia si sia sentito perso: «No, era nel disegno di dio». Così come dice sia stato dio a fargli avere l’intuizione di potersi imbarcare per arrivare in Italia: «Sentivo che qui avrei potuto almeno capire cosa mi è successo». Così spende i suoi ultimi 950 dinari, circa 600 euro, e convince il suo amico Christian ad accompagnarlo nella traversata. La notte dell’imbarco ha una specie di paralisi, non riesce a muoversi, forse solo per la paura. Il suo amico lo trascina sul barcone, dove sono stipate altre quarantaquattro persone. Dopo diciotto ore di viaggio il mare si agita e cominciano a esserci i primi problemi per la mancanza di aria e di spazio. Anche per questo motivo Nathaniel è immerso per metà in acqua e una donna lo tiene stretto per impedirgli di cadere. Un elicottero della guardia di finanza individua i profughi e invia una motovedetta. Dalla barca delle fiamme gialle gli tirano una corda, lui la vede e vorrebbe afferrarla, ma non ce la fa. Gli altri compagni di avventura ancora sul barcone se ne accorgono e insieme lo issano fino a fargliela afferrare. Nessuno quella notte si è fatto male. Dopo un’altra notte di viaggio, il 16 febbraio 2015 i migranti arrivano a Lampedusa.

Nathaniel è ancora semicosciente. Un uomo di nome Mahmoud lo preleva dalla lunga fila dove si trova per aspettare cibo e cure e lo porta in cima. Quando riceve acqua e cibo scompaiono la rigidità e i dolori. A Lampedusa, e così nel centro di accoglienza in Sicilia dove lo trattengono pochi giorni, riceve un trattamento standard.

Un po’ più gravi sono le responsabilità di chi lo accoglie in un albergo per i rifugiati del Nord Italia, mi racconta, dove è costretto a vivere per alcuni mesi senza potersi muovere né fare nulla. In quella sede consegna il referto del medico arabo e così ottiene due visite mediche senza che il glaucoma sia riconosciuto in tutta la sua gravità.

Di quei sette mesi ricorda l’assenza di luce: la camera in penombra, il bisogno compulsivo di dormire, il cielo di una luce spenta che non aveva mai visto. Ha paura per i suoi occhi, ma non riesce a comunicarlo.

Viene infine registrato come portatore di un disturbo lieve e assegnato alla sede centrale del Gus, a Macerata. Peccato che lo lascino senza guida, così resta nel treno di partenza, perde il cambio, si ritrova a Bari e viene rocambolescamente recuperato dagli operatori di Macerata.  Il Gus lo fa arrivare al centro specializzato per i soggetti vulnerabili a Castrì di Lecce, dove grazie all’Unione italiana ciechi ottiene il bastone bianco. È un nuovo inizio.

«Ho trovato degli angeli»

«Qui ho trovato degli angeli» dice, asciutto, Nathaniel. Il suo cuore è colmo di gratitudine per i gestori del centro. Un’intuizione di un assessore comunale, Diomede Stabile, anche lui disabile, porta Divina Della Giorgia, coordinatrice del progetto per il Gus di Castrì, a contattare gli “specialisti” Alessandro e Sonia. Nathaniel può ora contare su alcune attività che gli permettono di non abbassare la qualità della sua vita e di sfruttare al meglio la vista che gli rimane: passa dalle lezioni di Braille all’uso della tecnologia senza scordare la capacità di risposta alle attività al buio. Riceve, inoltre, una formazione da canestraio, che può garantirgli un inserimento come artigiano nella realizzazione di cesti in vimini con un maestro d’eccezione come l’artigiano Raffaele De Giorgi e frequenta le lezioni di italiano: «La mia testa non vuole memorizzare» si schernisce sull’argomento, ma parla molto bene del suo insegnante, dotato di grande pazienza.

«Siamo i primi a sperimentare un percorso di questo tipo –   esordisce Alessandro Napoli –, non avevamo un modello da seguire, ma principi cui ispirarci. A dieci anni dalla sua approvazione, in Italia non è stato esplicitato il pensiero espresso dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili per cui non si decide “Nulla su di noi senza di noi”. Non ci sono disability manager essi stessi disabili come invece è accettato in tutta Europa».

 

Alla lacuna hanno sopperito relazioni e competenza: «Siamo intervenuti come agenzia turistica dedicata all’accessibilità, perché i servizi e i principi di questa pratica erano assimilabili ai bisogni e alle responsabilità di Nathaniel come cittadino».

In un centinaio di ore Nathaniel apprende a scrivere e leggere in Braille, a usare i supporti tecnologici per disabili della vista con lo smartphone e con il computer, a sbrigare con una benda sugli occhi le faccende di casa e le proprie necessità igieniche senza dover ricorrere all’aiuto di altri. In particolare, ricorda Sonia «è stato un momento importante quando ha rovesciato un secchio d’acqua a terra e ha usato gli altri sensi, come il tatto con il piede, per capire dove si era formata la pozza per poi asciugarla del tutto». Anche Nathaniel parla dell’episodio come di un momento in cui ha capito che non sarebbe diventato «inutile». Questa consapevolezza è stata molto importante, perché, spiega Divina, «anche se gli altri otto coinquilini dei nostri appartamenti lo hanno accolto e un po’ coccolato, adesso lui comincia a fare la sua parte».

Non è finita qui, però, perché un pezzo difficile del suo adattamento sarà il cosiddetto terzo livello, come spiega Alessandro: «Deve prendere coscienza degli spazi dove vive, per questo abbiamo sviluppato percorsi di orienteering nel centro storico di Lecce e in altri piccoli centri come ad Alliste, che è la sede della 3T Service. In questo, è ovvio, Nathaniel ha più difficoltà e deve reggere l’impatto con la vita sociale».

Quando un migrante non è una risorsa, ma solo un uomo

Alessandro ha accennato a diritti e doveri di Nathaniel come cittadino: «Ha un’educazione e una responsabilità esemplari e con lui non ci poniamo da “teacher” come ci chiama scherzando. Abbiamo scelto un rapporto amichevole, orizzontale. L’unico timore che abbiamo è che una volta uscito dal Gus possa risentire dei tre potenziali fattori discriminanti della sua esperienza. Il fatto di non essere un rifugiato, ma “solo” un titolare di protezione umanitaria; la vecchia solfa che ancora tira tanto della discriminazione etnico-razziale e la discriminazione forse più pesante che subiamo anche noi tutti i giorni, quella di essere un disabile».

La domanda istintiva di un cittadino sottoposto al bombardamento mediatico delle dichiarazioni di Matteo Salvini è: «Chi glielo fa fare al Gus e alla 3T Service di seguire un migrante in queste condizioni?». Il cittadino in questione ignorerà che gli immigrati presenti regolarmente in Italia pagano le pensioni di 620mila italiani, per dirne una che tocca il portafoglio. La risposta economica non può essere esaustiva, dunque, stando anche alle ultime rilevazioni. I dati diffusi dal ministero dell’Interno e dall’European Migration Network (Emn), risalenti al 2011, raccontano dell’Italia come del secondo Paese europeo scelto dai rifugiati (40.355 richieste d’asilo) e del terzo per spesa annuale complessiva e pro capite (860 milioni di euro in totale, 21.311 euro a testa). L’ultimo rapporto della fondazione Leone Moressa riporta la spesa stimata dall’Interno per il 2015: 1 miliardo e 162 milioni, cioè lo 0,1 per cento della spesa pubblica italiana complessiva. Costi che non salgono troppo rispetto al 2011, nonostante l’allarmismo da invasione. Anche la spesa pro capite giornaliera sfata un mito della retorica razzista: è vero che questa ammonta a circa 35 euro, ma un terzo è da ripartire per il personale impiegato.

Tolti gli altri costi restano le spese destinate per intero ai migranti, come sottolinea Andrea Pignataro, responsabile nazionale Volontariato, Politiche giovanili e Servizio civile nazionale del Gus e coordinatore dei progetti in Puglia:

«Il cosiddetto pocket money ammonta a circa 3 euro, più 3,5 euro per le spese alimentari. Un aspetto che la retorica non coglie mai è che queste somme rappresentano un valore economico che ritorna al territorio, come gli stipendi ai nostri operatori, che spesso e volentieri sono laureati e altamente qualificati; i servizi, che non sono gestiti da società con sede legale sulla luna; il rapporto che si crea con i commercianti locali, che per esempio ricominciano a vendere alcune schede telefoniche o, in modo meno salubre, alcune marche di sigarette».

«Bisogna contare il contributo per l’affitto dell’alloggio per un massimo di sei mesi, se serve, quando i migranti escono dai nostri progetti – aggiunge Giancarlo Quaranta, operatore legale e sociale del gruppo –, anche quelli sono soldi che ricadono sull’economia del territorio».

Divina Della Giorgia parla del progetto, che ospita nove persone provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal, Siria, Bangladesh, Marocco e anche un curdo iracheno. Le persone vulnerabili che sono ospitate qui sono portatrici di diverse disabilità, patologie e handicap visibili e non visibili. Dei nove ospiti attuali, otto godono di protezione per motivi umanitari e solo uno è un beneficiario di diritto d’asilo. Dalla sua apertura nel 2014 sono state ospitate una ventina di persone. Il centro pratica l’accoglienza integrata come filosofia volta alla piena autonomia dei migranti. Molto positivi i risultati raggiunti finora: a menadito e con grande tenerezza Divina, Andrea e Giancarlo mi parlano di un caso di ritorno, con un cittadino afghano che ha deciso di tornare in patria dopo un’operazione delicata. E poi il pakistano che ha aperto un ristorane etnico a Roma, ma anche i due ragazzi assunti dalla pizzeria della piazzetta che si trova vicino agli appartamenti.

Colpisce la normalità nella quale tutto ciò si svolge, una normalità di cui persone ferite nel corpo e nello spirito hanno un grande bisogno. Forse è questa possibile normalità che spaventa alcuni politicanti. Certo al Sud certe cose sembrano più facili, come conferma Pignataro: «Qui l’accoglienza per i nostri progetti è un dato di fatto, non uno stereotipo. I territori dove c’era meno presenza di stranieri li hanno accolti meglio perché magari sono meno saturi. Ma il dato speciale è l’attenzione del Gus alle specificità del territorio che permette un inserimento dolce e questo approccio paga sempre».

Divina chiude il cerchio: «L’Altro. L’incontro e l’esperienza dell’Altro sono la risposta».

Uno sguardo al futuro, contro le politiche emergenziali

La chiusura delle frontiere dei Balcani e la pressione su Turchia e Grecia pongono interrogativi sull’ emergenza che potrebbe colpire di qui a breve proprio la Puglia, includendo anche il possibile intervento militare in Libia. Nel 2015 il tacco d’Italia si è piazzato al nono posto per la presenza di immigrati (dati del ministero degli Interni). Pignataro è nella posizione di poter fare delle previsioni: «Sono reduce da un po’ di tempo passato dalla nostra consorella Gus Albania dove ho incontrato il capo della polizia albanese, la direttrice dell’Unhcr del Paese, la responsabile della commissione Asilo, la responsabile del dipartimento Immigrazione del loro ministero degli Interni e l’ambasciatore italiano. Abbiamo svolto un’analisi sui luoghi dove si vorrebbero accogliere i migranti, Corizza e Argirocastro. L’idea che ci siamo fatti è che la frontiera sia aperta solo al Sud: si entra solo se si richiede asilo politico altrimenti si viene riaccompagnati indietro e non espulsi per andare dove si vuole. Non c’è nessun influsso pericoloso per la Puglia al momento».

«Considero l’accordo che l’Unione europea ha preso con la Turchia molto doloroso, un barattare morti con vivi con un’operazione contraria al rispetto dei diritti umani e della vita. Migrazione politica ed economica in questo senso hanno pari dignità e non si possono mettere quote, occorre una riforma vera. In questo caso esiste solo la distinzione tra umanità e disumanità».

«Per quanto riguarda la Libia, non posso fare stime: in quanto nonviolenti e pacifisti siamo preoccupati per tutto ciò che comporta fare una guerra. Ma se il problema è la cosiddetta invasione, l’Unione europea ha 500 milioni di abitanti. A partire dalla primavera araba a oggi sono arrivate un milione di persone. Penso che un’invasione debba avere numeri differenti, stando ai libri di storia».

Contro l’indifferenza

Ho chiesto a Nathaniel come pensa sarà il suo futuro, visto che i primi sei mesi di permanenza negli alloggi del Gus scadono a maggio. Saranno prorogati quasi con certezza, ma tra un anno cosa farà?

«Vorrei stare con la mia famiglia il più vicino possibile ad Alessandro e Sonia. Vorrei rivedere con i miei occhi la mia famiglia e vivere al massimo delle mie possibilità con un lavoro dignitoso».

Un’umanità condivisa dall’impegno quotidiano del Gus e della 3T Service. Ho conosciuto Nathaniel in occasione della lettura al buio del romanzo Cecità di José Saramago. Mi viene in mente che questa umanità sia la risposta alla domanda di relazione con l’Altro. L’impegno è quello di smentire una considerazione al centro del romanzo: «È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria». Contro tutto questo evitare l’indifferenza.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2016 sulla Gazzetta del Mezzogiorno on line.

Turismo accessibile nel Salento: luci e ombre

Il Gigante di Felline (Lecce), a pochi chilometri dalla costa ionica, sembra aspettarti da secoli. La sua maestosità respira e trasuda. Grazie alla percezione tattile, tutto il tuo corpo è coinvolto, e nonostante i 14 metri di chioma, i 10 d’altezza e i 12 di circonferenza, ti sembra di stringere tra le braccia una vita fragilissima. Ti sembra di abbracciarlo e che lui ricambi. Colpito dal batterio xylella fastidiosa, questo pezzo di duemila anni di storia del Salento ha reagito positivamente grazie a un innesto di leccino che sembra averlo salvato. Grazie alla larghezza della sua base, ci puoi entrare dentro e sentirti protetto, ma anche suonare la chitarra e fare un piccolo spuntino in compagnia. Con grande generosità, il proprietario del terreno lascia entrare i turisti e coloro che vogliono provare l’esperienza. Una questione di cuore, come quello che sorregge il grado di accessibilità del turismo salentino.

Questa e altre esperienze mozzafiato e multisensoriali nel Salento, Samuele Frasson, 30 anni, consigliere dell’Unione ciechi di Varese, le ha vissute nell’agosto del 2014. La sua associazione ha portato per due settimane 17 persone a godersi l’estate con pacchetti chiari, ma anche piacevoli fuoriprogramma. La loro fortuna è stata quella di entrare in contatto con imprenditori sociali e disabili al tempo stesso come Diomede Stabile (accessalento.it) e Alessandro Napoli (3tservices.it). Grazie alle loro capacità e all’esperienza del territorio, i due hanno imparato a rendere magica un’esperienza che deve ancora esprimere tutto il suo potenziale. «Loro sono la marcia in più dell’accessibilità per il vostro turismo», dice Samuele.

I pionieri del turismo accessibile  

«Diomede è un pioniere del settore – lo presenta Alessandro –, nel 2008 ha vinto il bando regionale Principi Attivi con la sua Anyway Accessalento per realizzare la “Prima guida sul turismo accessibile del Salento”». «Con la loro 3T Service (dove le tre “t” stanno per turismo, territorio e tutela, ndr), dalla piccola Alliste Alessandro e sua moglie Sonia offrono una gamma di servizi e intuizioni importanti per l’accessibilità del territorio», li presenta Diomede, portatore della malattia di Charcot-Marie-Tooth. Sandro e Sonia, cieco totale lui e ipovedente lei, proseguono: «Dopo la nostra esperienza fuori dalla Puglia per vicissitudini private abbiamo deciso di investire su noi stessi improntando la nostra azione verso l’accessibilità nei rispettivi codici». Alessandro è specializzato nel Braille e Sonia nel Malossi. Il loro network comprende alcune delle realtà più attive, come i circuiti Turismetica e Open Blind. Tra le attività principali la collaborazione al progetto No Barrier della Provincia di Lecce, per la quale hanno realizzato delle miniguide in braille e lo sviluppo di materiale tattile a uso mappa in 3d per il network Cittàtralemani.


Dopo lo sviluppo della guida, per la quale sono stati coinvolti 1500 esercizi, con 300 riscontri e un’ulteriore selezione finale, Anyway ha invece ottenuto un passaggio alla Bit di Milano, ha ispirato evoluzioni del progetto in Italia e all’estero e poi, continua Diomede: «offriamo consulenza e formazione alle imprese pubbliche e private e organizziamo corsi di formazione per “Operatori del Turismo Accessibile”». Diomede è intanto diventato consigliere del suo Comune, Castrì di Lecce, e socio del parco turistico-culturale «G. Palmieri» di Martignano, diretto da Leo Rielli.

La mediazione offerta da Anyway e 3TService serve a coprire le carenze di un territorio non sempre all’altezza dei numeri che attrae e a volte culturalmente disattento alle necessità dei disabili. Oltre a individuare i posti giusti per tutte le esigenze, Diomede e Alessandro organizzano visite guidate coinvolgenti, offrendo esperienze tattili nella fruizione di monumenti e altri aspetti della cultura del territorio, dalle doverose visite nel cuore del barocco leccese, ma anche Otranto, Gallipoli e nei posti mozzafiato come Castro oppure nel cuore di eventi come il cartellone della Notte della taranta, vissuta in piena sicurezza. E poi trekking rurali e memorabili fuoriprogramma. Un esempio è quello del picnic sotto il Gigante di Felline, ma anche l’escursione al frantoio ipogeo di Castrì, con degli accompagnatori speciali, cioè il sindaco e gli assessori del Comune. Il trekking rurale per disabili, in particolare, spiega Alessandro, «è stato trascurato in passato, ma le nostre campagne, con piccoli accorgimenti nei percorsi si prestano alla grande sia per disabili della vista che per disabili motori. Offrono paesaggi unici, esperienze straordinarie di conoscenza e di autocoscienza, arricchiscono il potenziale turistico del nostro territorio e non sono legate a una stagione in particolare». «I nostri gruppi per le escursioni non sono mai “chiusi”, ma eterogenei – puntualizza Diomede – perché preferisco che ci sia coinvolgimento anche con i normodotati e che anzi ogni esperienza sia progettata per tutti».

Un Salento da 8 in pagella

La ricaduta di questo impegno? Samuele Frasson: «Assegno un bell’8 in pagella al fantastico Salento, ci tornerò senz’altro, ma è grazie all’impegno di operatori sensibili che le difficoltà sono sembrate più lontane». Giovanni Leoni, 65 anni, presidente dell’associazione La Goccia, di Lecco, è stato in vacanza nel 2011 per una settimana con 40 persone, metà disabili della vista, psichici e motori, e metà accompagnatori. «Il mio voto è di 8/10. Grazie a Diomede abbiamo goduto al meglio di tutti i posti (Castro e Otranto resteranno nel mio cuore), abbiamo vissuto a pieno la vostra Lecce e vissuto tanti bei momenti. Quando hai la possibilità di gestire queste cose al meglio, curare i dettagli della logistica, allora non hai tempi morti e valorizzi il tempo a disposizione. E apprezzi». Fabrizio Marta, 45 anni, disabile motorio, responsabile delle risorse umane al Consorzio servizi sociali di Verbania e autore del blog Rotellando per Vanity Fair: «Sono stato molte volte nel Salento e assegno un 7 complessivo, ma quando nel 2013 Diomede si è occupato delle mie vacanze, è stata l’unica volta che ho trovato una casa privata completamente accessibile e anche vicina al mare come desideravo».

Samuele e Giovanni hanno scelto la grande struttura Residenza Torre Rinalda (torrerinaldaresidenza.it). A dire il vero Giovanni aveva scelto un altro albergo. Il proprietario era molto gentile e cercava di venire incontro al meglio alle esigenze dei clienti. Ma alla fine del secondo sopralluogo della Goccia, quando gli operatori erano già era sul treno del ritorno, costernato il proprietario li chiama dicendo che si tirava indietro perché la moglie gli aveva fatto notare che i clienti affezionati avrebbero forse provato fastidio ad avere così tanti disabili intorno. Il lato oscuro del Salento.

A distanza di tre anni da ciascuna visita i due gruppi di ospiti hanno trovato squisita l’accoglienza del residence, che ha via via curato particolari e attenzioni. Il pranzo, per esempio, oltre ad essere ricco e vario, e permettere dunque ampia e ottima scelta agli ospiti con diverse esigenze alimentari, non è più solo un buffet, che rende necessario l’accompagnamento, ma è servito ai tavoli se è il caso. Ed è migliorata anche la possibilità di fruire di tutte le aree della grande struttura, comprese le due piscine per adulti e bambini. Le stanze sono ampie e attrezzate per la disabilità motoria, ma c’è anche una buona assistenza per i disabili sensoriali. I cani guida possono sostare e usare anche il piccolo cortile di cui è dotata ogni stanza. La distanza tra i vari locali e il mare è minima e sempre pianeggiante: un bar, un bazar un’edicola, l’anfiteatro, il centro estetico. Distanza zero tra le stanze e il mare. In spiaggia gli ombrelloni sono in prima fila e dotati di sedie job. Quest’ultimo accessorio è molto presente sulle spiagge salentine. Fabrizio: «Non esisteva neanche in molte spiagge di Rimini o della Liguria e mi ha fatto piacere trovarlo praticamente in tutti i lidi che ho visitato».

Le zone d’ombra

Per tornare al lato oscuro. Oltre alla disavventura con la prima struttura scelta, Gianni è abbastanza netto: «non torneremmo nel Salento perché il viaggio è lungo circa 1200 chilometri e in treno è un calvario per la lentezza e per i disservizi», non può scegliere l’aereo, «e in pullman nelle autostrade è una sofferenza che non vorrei più infliggere al gruppo». Per non parlare del trasporto pubblico locale. Samuele: «Senza la mediazione di Diomede che ci ha trovato una soluzione su misura affittando un pulmino, sarebbe stato impossibile spostarsi». Con i mezzi non è andata bene neanche a Fabrizio: «Tutte le volte che sono venuto ho evitato di guidare io perché ero con amici. Quando ho provato a venire da solo, ho dovuto rinunciare. Anzitutto perché ho capito che senza auto nel Salento non vai da nessuna parte, sembra essere un fatto culturale, e poi perché non si trovava nessuna auto a noleggio attrezzata per me. Tranne qualcosa di molto complicato nei pressi di Bari. Insomma, niente da fare. Eppure io viaggio tantissimo».  C’è anche altro, per Fabrizio, che ha esplorato quasi tutto il litorale salentino: «Il mio 7 è per la costa adriatica. Va detto che le condizioni morfologiche, la pianura, l’aerosità e persino la pietra dei basolati dei vostri centri storici aiutano molto, oltre alla naturale inclinazione per l’accoglienza. Ma il mio voto si trasforma in 4 se parliamo dello Ionio, eccetto le “Maldive” (il litorale di Pescoluse, ndr). Da quel versante sono chiaramente interessati ad altro ed è difficile rendere accessibile il sistema».

Dieci milioni di potenziali clienti

La Puglia deve fare molto per tentare di presentarsi come regione accessibile e non solo dal punto di vista delle strutture di accoglienza. I numeri sembrano interessanti: secondo un’indagine di Europcar-Doxa nel 2015 questo turismo riguarda circa dieci milioni di persone, oltre il 16% delle famiglie guardando solo all’Italia, che se solo trovassero servizi adeguati varrebbe 27,8 miliardi di euro. L’1,75% del PIL nazionale. Secondo il Libro bianco sul settore, pubblicato nel 2012, la risposta della Puglia è stata di soli cinque progetti completi attivi. Il Libro bianco, prevede azioni di monitoraggio e di responsabilità politica, economica e sociale.

Puglia For All

 La Regione ha attivato il primo tassello, con il progetto di monitoraggio e censimento Puglia For All. Promosso dall’agenzia regionale del Turismo PugliaPromozione, in attuazione degli obiettivi strategici dell’assessorato regionale, è stata condotta una rilevazione delle informazioni relative all’accessibilità delle strutture ricettive pugliesi, affidandone il servizio alla società specializzata Village4All, che ha vinto l’apposito bando pubblico. “Da progetto, – si legge nella relazione di Puglia Promozione – il numero di strutture ricettive da monitorare è 400, di cui 100 nel Gargano e Daunia e 300 divise tra Puglia Imperiale, Bari e la Costa, Valle d’Itria, Magna Grecia Murgia e Gravine e Salento. Hanno risposto alla call Puglia For All, lanciata dall’Agenzia da aprile 2015, per la selezione delle strutture da rilevare, circa 300 strutture alberghiere ed extralberghiere.  Sono state monitorate effettivamente, alla data del 31 dicembre 2015, 250 strutture ricettive tra alberghi, affittacamere, agriturismi, campeggi, case e appartamenti per vacanze, case per ferie, motel, ostelli, residence, villaggi albergo”.  Il monitoraggio, non ancora completo, è stato poi aggregato da seminari professionalizzanti per il settore e affiancato da altri progetti di sensibilizzazione come il già citato No Barrier della Provincia di Lecce. “Il risultato delle rilevazioni permetterà di restituire alle strutture visitate anzitutto una scheda tecnica e un testo descrittivo con tutte le informazioni sull’accessibilità e l’eventuale piano di miglioramento.

Territorialità e problem solving

 Gli operatori presenti sul territorio non nascondono le loro preoccupazioni: «Siamo ancora in una fase di monitoraggio?» si domanda Alessandro Napoli, che auspica misure vincolanti per adeguare il tpl e attrezzare le stazioni, ad oggi prive di ascensori, elevatori con le batterie scariche se presenti, e rampe. Diomede Stabile: «Se in qualche modo, grazie al territorio pianeggiante, i disabili motori se la cavano, non è possibile al momento usufruire autonomamente della cultura, ma anche della vivibilità cittadina per i disabili motori. Non ci sono mappe tattili, o quelle superstiti non si trovano in punti uniformi dei comuni, tipo vicino al Municipio». Molto si sta lavorando nel settore della ristorazione, con l’impegno di 3TService, che ha realizzato menù in braille e organizzato cene al buio per sensibilizzare alla tematica; e Anyway opera nella formazione degli attori che animano il comparto.

Il nodo scorsoio dei trasporti

 È evidente che il vero nodo critico riguarda il sistema trasportistico. L’aereo non è sempre possibile per i grandi gruppi, per esempio. E qualora lo diventasse, bisognerebbe adeguare il servizio navetta dagli aeroporti più vicini fino alle località di interesse. Il muro del pianto è rappresentato dai treni. Le promesse sul Frecciarossa fino a Lecce dovrebbero concretizzarsi a breve, ma resta l’incognita del tratto Termoli-Lesina, vera spada di Damocle sugli audaci che tentano di guadagnare l’ingresso in regione. E poi taxi e noleggio auto: costi contenuti e comodità di tutti, se non proprio piena autonomia, sarebbero dietro l’angolo. Basterebbe farlo capire agli operatori. Altrimenti, come tutti gli intervistati dicono, si continua a guardare alla Danimarca e alla Spagna per l’estero; al Piemonte, all’Emilia Romagna e alla Toscana in Italia.

Proprio per tutti

«Un peccato!», dicono all’unisono Alessandro e Diomede, perché riprogettare la vivibilità delle città e del turismo includendo tutti porterebbe molti benefici. Anzitutto la destagionalizzazione, perché non tutti amano il caos antropico dei mesi caldi, senza contare la possibilità di realizzare eventi imperdibili come il Carnevale di Martignano proposto dal Parco “Palmieri”: carri che proponevano uno sguardo positivo sulla disabilità e sul riuso dell’ausilio, strade messe in sicurezza e postazioni che permettono di far godere la festa anche ai malati di sla. E poi la comodità: una rampa è apprezzata anche dalle madri con i passeggini o dagli anziani. E la tecnologia può far molto, nelle smart cities, per i disabili sensoriali. Un nuovo modo di guardare. Multisensoriale, appunto. 

Viaggio negli alloggi popolari a Milano

Come nascono le tensioni contro gli sgomberi degli alloggi occupati abusivamente a Milano? Come si alimenta l’esasperazione di italiani e immigrati? Come si strumentalizza il bisogno? Un ragionamento oltre le barricate

Andrea Aufieri, 31 ottobre 2014

Anatomia di uno sgombero

Quello di via Tracia 5, a Milano, è uno come tanti altri. Un edificio popolare di proprietà Aler (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale) nel quartiere Selinunte della zona 7. E quella del 14 ottobre è stata una giornata di ordinaria follia. Con Giulia Crippa, del Sindacato Unitario Nazionale degli Inquilini Assegnatari (Sunia), siamo arrivati poco dopo la partenza di una volante della polizia. Nella notte qualcuno ha sfondato una lastra che impediva l’ingresso in un alloggio sfitto al piano terra e ha fatto entrare una donna rumena con un bimbo. La mattina seguente, quasi a mezzogiorno, forse sempre le stesse persone hanno rotto gli infissi di un balcone al piano rialzato, poi la solita lastra, e fatto entrare ancora una volta una mamma incinta con i suoi tre bambini. Tra l’esasperazione degli altri inquilini “regolari”, la polizia ha potuto solo registrare l’effettiva appartenenza dei bambini alle loro madri. Ci vorrebbe un assistente sociale per accompagnare l’uscita delle donne, e anche una sistemazione alternativa per loro, ma da tempo le occupazioni “in flagranza” non permettono di recuperare l’alloggio perché figure come le loro costano e non coprono gli orari caldi come quelli notturni. Così non si è vista l’ombra di un assistente per tutta la giornata. Alcuni rom hanno portato fuori i detriti delle lastre rotte. Qualcun altro ha fatto arrivare una lavatrice nell’appartamento occupato per primo. Poco dopo un carrello con un materasso a due piazze ha fatto capolino dal cancello dell’edificio: in un primo momento il ragazzo che lo trasportava è tornato sui suoi passi, visto che gli abitanti contrariati stavano occupando il piazzale interno. Poi, però, ha deciso di entrare facendo spallucce. Gli inquilini protestano, ma sono quasi impotenti. Qualcuno, intanto, ha fatto le telefonate giuste. In poco tempo sono arrivati dei tecnici dalla Regione, il coordinatore regionale del Sunia, Francesco Di Gregorio, e il coordinatore degli ispettori di Aler, Ferdinando Greco. Con molto senso pratico, dopo aver scambiato con loro parole poco cordiali, Greco ha buttato fuori le occupanti. Fermi sul piazzale gli inquilini hanno applaudito. Gli occupanti hanno lanciato accuse gravi: dicono di aver subito grossi furti dalle forze dell’ordine che li hanno cacciati dai campi che occupavano e per questo non possono permettersi una casa. Nessuno si è curato più di loro e pian piano sono andati via. Torneranno. Ne sono sicuri gli inquilini, che intanto continuano a chiedere interventi nelle loro case e a fare presente che ci sono molti altri abusivi nel palazzo. Il 27 ottobre, due furgoni dei carabinieri hanno eseguito uno sgombero programmato, portando via altre due famiglie rom. Un inquilino regolare si concentra poi su altri problemi del palazzo, lamentandosi perché l’Asl non ha voluto mandare nessuno a ispezionare i danni dei piccioni sul tetto: «Ci hanno risposto che per Aler non escono, allora la prossima volta diremo che ci sembra di vedere un cadavere. Vedrete come arriveranno, dopo la storia del marocchino morto nella scuola abbandonata». Greco ha provato a tranquillizzare gli animi spiegando di avvisare direttamente il suo ente per questo tipo di problemi. Intanto sono arrivati anche gli agenti della polizia locale, che hanno verbalizzato l’episodio e hanno promesso di ripassare la sera per assicurarsi che le donne non tornino negli appartamenti. Difficile che occupino di nuovo gli stessi alloggi, perché intanto Greco ha fatto arrivare gli operai delle ditte convenzionate per richiudere tutto. A quel punto è ricomparsa la signora Sabina, portiere Aler dell’edificio. Non ha preso una posizione netta perché ha paura: dicono che il marito sia stato spesso minacciato da quelli che gestiscono il racket degli abusivi, così non denuncia le situazioni se non sono gravi. Non si può darle torto: sui quotidiani si legge troppo spesso di aggressioni ai custodi.

Poco dopo è cominciata la girandola dei comunicati: l’azienda elogia l’azione decisa ed efficace degli ispettori, senza però dire che è stato il coordinatore a gestire tutto; l’assessore regionale Bulbarelli ha elogiato l’intervento nonostante la colpevole assenza dei tecnici comunali e degli assistenti sociali. Il consigliere comunale Pdl Riccardo De Corato ha voluto sottolineare che un solo ispettore di Aler ha risolto problemi mai che i funzionari dello stato non hanno saputo gestire.

La moda dell’abusivismo

Nella nota del 24 ottobre, Aler dà conto del primo trimestre di attività della sua «task force anti-abusivi». L’azienda specifica che «in quanto proprietaria degli immobili non può autonomamente allontanare gli occupanti, poiché in molti casi è assolutamente indispensabile l’intervento delle forze dell’ordine e/o degli assistenti sociali». Non è quello che è accaduto in via Tracia. Nonostante questa puntualizzazione, infatti, sono stati 111 gli alloggi recuperati con il solo intervento della task force dal 30 giugno al 30 settembre. La task force è dovuta intervenire ben 943 volte e gli alloggi sono stati recuperati in 516 occasioni.  Per contro, ben 197 volte le occupazioni sono andate a buon fine per il mancato intervento delle forze dell’ordine e 148 volte per assenza di assistenti sociali. «A San Siro occupare è diventata quasi una moda – dice Giulia Crippa – e comunque sgomberare un alloggio può arrivare a costare anche diecimila euro:  ci vogliono l’assistente sociale se in presenza di donne e bambini, l’ispettorato Aler, la polizia, il veterinario se ci sono animali domestici, l’ambulanza per eventuale soccorso medico e poi fabbri e tecnici per aggiustare gli infissi e le serrature e rimontare le lastre. Magari con quei soldi si possono sistemare altri alloggi e gli impianti per la luce e il gas».

Gianni Belli, segretario del Comitato Inquilini Milano, fa notare che «anche se questi sono rom e stanno antipatici a tutti» l’emergenza sociale va vista anche dalla parte degli occupanti: «In zone come quella di Lorenteggio c’è un passaparola molto forte riguardo agli alloggi sfitti da occupare, perciò se uno vive nel campo di via San Dionigi preferirà sempre una casa malmessa a un posto che può essere paragonato alla fogna».

I ghetti di Lorenteggio

Non è un caso che siano San Siro, nella zona 7, e Lorenteggio e Giambellino, nella zona 6, a essere presi di mira più spesso dagli abusivi: vi si trovano i palazzi più antichi, realizzati nel ventennio tra il secondo dopoguerra e gli anni del boom. E ci sono anche numerosi alloggi sfitti e pericolanti che in pochi vorrebbero. In questo modo si creano veri e propri ghetti: dove ci sono i palazzi messi peggio, le famiglie rom si adeguano, e arrivano fino al delimitare dei giardini di via Odazio, all’incrocio con via Segneri. Pochi passi più avanti ci sono le attività sociali della Casetta Verde, organizzate dal comitato di quartiere, dove la situazione sembra più pacifica. Rom e italiani semplicemente si ignorano, almeno finché possono. Altre volte finisce a sassate. Proprio in via Segneri c’è uno stabile composto da novanta alloggi e occupato per intero da abusivi, contro i quali gli abitanti regolari hanno consegnato un esposto in procura. Via Segneri incrocia proprio con il civico 181 di via Giambellino. Lì due stabili del complesso, sessanta appartamenti, sono puntellati e inagibili da anni. Ma fino a quest’estate le occupazioni andavano avanti, fino almeno al crollo di un balcone ad agosto. Adesso s’intravedono ancora allacci elettrici esterni, qualche neon e le immancabili parabole. Si attraversa via Odazio e ci si trova in un altro mondo: gli alloggi popolari “a schiera” di Villaggio dei Fiori. Prima ancora, altri edifici fortunati mostrano una sistemazione strutturale, dall’intonaco ai comignoli non più in amianto. Poi c’è la serie b, con una mano di vernice che non copre muri ammuffiti e cadenti. E c’è la serie c, che non si “merita” neanche quella e che ha seri problemi con l’abitabilità e con l’amianto.

Continua Belli: «Una buona politica sociale non permette i “campi di concentramento” perché, o si vede la città come un complesso di segregazioni o bisogna affrontare adeguatamente i problemi, pianificando la seconda accoglienza per gli immigrati, favorendo l’inserimento lavorativo per tutti, facilitando la frequenza delle scuole e prevenendo la microcriminalità».

Francesco Di Gregorio, spiega: «Chi occupa un appartamento dovrebbe pagare una quota molto vicina a quella prevista dal normale mercato degli affitti, ma la stragrande maggioranza delle occupazioni è fatta da famiglie in condizioni critiche. Se la loro condizione viene in qualche modo ufficializzata con il pagamento dell’indennità di occupazione, gli occupanti perdono anche il diritto all’assegnazione di un alloggio per cinque anni».

«L’abusivismo si contrasta assegnando le case»

A Milano sono circa ottomila gli alloggi sfitti. Un “patrimonio” di questa portata attira molta gente: al Sunia stimano in circa quattromila le occupazioni in corso. Inoltre, le cifre che dovrebbero pagare gli occupanti pesano sul bilancio Aler: «Se il Comune scrive in bilancio cifre che deve riscuotere in teoria, come il canone e le utenze, e che in effetti non recupererà mai – continua Di Gregorio – si comprende come i gestori si facciano carico di costi enormi e di pochi ricavi».

Belli, però, aggiunge: «In questo modo Aler deve stare attenta a dove mettere queste cifre. Un credito esigibile va letto come passivo? La situazione è scottante e va in questo senso l’ingaggio di aziende di riscossione crediti da parte di Aler, che mira a recuperare circa il 20% del dovuto».

Giulia Crippa introduce quella che è la strada da seguire: «L’unico modo efficace per combattere le occupazioni abusive degli appartamenti è assegnarli». Cosa affatto semplice a Milano, anzitutto perché la città affronta una fase di transizione: dopo sei anni di gestione Aler, il Comune opererà in proprio, assegnando il compito alla municipalizzata Metropolitana milanese (Mm). Quest’anno le graduatorie cittadine hanno permesso di assorbire 1177 aventi diritto a fronte di 23388 domande. La situazione si è aggravata rispetto a due anni fa, perché nel 2013-2014 la Regione Lombardia ha reso indisponibile per il Comune il superamento della quota delle assegnazioni in deroga. Secondo i dati della direzione centrale Casa e Demanio, sul totale degli alloggi 997 sono stati assegnati attraverso la graduatoria normale, 180 sono stati impiegati per mobilità abitativa e 437 in deroga, per un rapporto tra deroghe e assegnazioni del 37,13%. Le assegnazioni in deroga colpiscono anche quelli che sono stati sfrattati e che dovrebbero vedersi facilitato il passaggio da casa a casa, per effetto del decreto Lupi: sono in attesa 263 aventi diritto, tra cui 149 sono nuclei famigliari con sfratto eseguito e 114 sono nuclei che vivono in condizioni improprie, antigieniche o di grave disagio sociale.

La fase è transitoria, si diceva, e deve tener conto del “Piano casa” del governo Renzi, che ha stanziato 450 milioni per ristrutturare alloggi sfitti in tutta Italia e ha assegnato alla Lombardia una quota che permette l’adeguamento di circa 600 alloggi. A questi si aggiungeranno entro fine anno i 180 alloggi promessi dalla Regione e i 700 promessi da Aler, per un totale di 1480 appartamenti disponibili entro il 2015.

Una nota del Sunia di Milano però afferma che: «I piani di ristrutturazione di appartamenti annunciati sia da Aler che dal Comune, oltre a essere in forte ritardo, sono molto insufficienti per il bisogno a cui debbono rispondere».

La piaga degli sfratti per morosità è un capitolo a parte e ha una geografia sempre più estesa in città: si stima che siano 12mila, eseguiti con una media di 7-8 al giorno con l’impiego della forza pubblica. Seicento famiglie hanno un’assegnazione di case popolari, di cui la metà già con sfratto eseguito, senza che sia avvenuto il passaggio da casa a casa. Gli sfratti eseguiti con l’intervento della forza pubblica, secondo i dati della prefettura di Milano, sono stati 1818 su 11525 richieste nel 2013. Quest’anno le richieste sono salite a 18mila, l’80% delle quali a causa di morosità. «La morosità – dice Di Gregorio – oscilla dal 30 al 40%, più bassa nelle case Aler e più alta in quelle di proprietà del Comune».

«Il decreto Lupi sulla morosità incolpevole – aggiunge Belli – permetterebbe di graduare gli sfratti e garantirebbe il passaggio da casa a casa, ma per adesso questa pratica è pura fantascienza».

La banda del buco

In questa situazione il Comune ha etichettato come fallimentare la gestione di Aler e proverà a far da sé. Ma con quali soldi? Le stime del Sunia dicono che se si dovesse intervenire seriamente sul patrimonio del Comune e di Aler ci vorrebbero circa tre miliardi. «Per salvaguardare il patrimonio complessivo servirebbero interventi strutturali anche per mettere a norma o abbattere condomini come quelli che si trovano al parco Lambro, costruiti quando l’industrializzazione dell’area aveva abbassato il livello del falda acquifera, che adesso è diventata una minaccia anche per l’assenza di un polo industriale».

Gravato da tasse e costi sociali, il bilancio di Aler si è fatto ingombrante anche per le pressioni della Regione, arrivando a 350 milioni. Secondo Di Gregorio «basta dare uno sguardo ai processi in corso. Dando vita a società come Asset, che si occupa della valorizzazione del patrimonio, e Csi, che si è occupata del sistema di riscaldamento, insieme ad altre partecipate, si è proceduto alla costruzione e alla gestione di immobili facendo investimenti che si sono rivelati sbagliati».

«Asset – prosegue Di Gregorio – gestisce la costruzione e la vendita, moderata e non, di edifici costruiti sotto varie pressioni, per esempio di enti come la fondazione Enpam (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e degli odontoiatri) e acquistati poi solo in parte, con grossi oneri per l’azienda, come avvenuto a Pieve Emanuele. Poi sono evidenti i problemi su quanto è stato costruito con tempi lunghi e costi elevati: è successo spesso che le ditte che dovevano costruire alloggi a canone moderato sono fallite, a scapito anche della qualità degli appartamenti».

Belli fa poi presente che la ristrutturazione degli appartamenti potrebbe avvenire con vecchie risorse come i fondi Gescal, fondi per la Gestione Case dei Lavoratori, «ma questi hanno avuto una storia travagliata e mi risulta che saranno piuttosto impiegati per pagare gli arretrati dei dipendenti Aler».

Con un buco ingombrante sono cominciate le assenze e le mancate manutenzioni. Un problema che poteva essere almeno in parte tamponato dalle autogestioni: il comitato del condominio chiama una ditta che può occuparsene e Aler poi paga.

Stefano Chiappelli, segretario provinciale del Sunia, spiega: «Il Sunia ha lavorato per favorire le autogestioni, infatti l’ultimo accordo è stato con Aler quello che determina i pagamenti alle imprese fino al settembre 2014, eliminando i forti ritardi e i problemi di liquidità delle imprese che hanno rischiato di licenziare il personale non ricevendo i soldi da Aler. C’è poi un ulteriore scoperto con tutte le imprese che lavorano a vario titolo con Aler e non ricevono i pagamenti della loro fatturazione. La Regione solo da poco ha stanziato 66 milioni per pagare i fornitori e avviare parte della manutenzione oltre che tenere in piedi l’azienda».

C’è però chi pur avendo realizzato progetti funzionali ha dovuto chiudere il comitato di autogestione. È il caso del Lope De Vega 1-27, presieduto da Romano Zeppilli, più volte finito nel mirino dei gestori del racket: «Un gioiellino. Il nostro complesso era diventato meglio di quando lo avevano costruito. Abbiamo chiuso per morosità, ma soprattutto per mancanza di fiducia da parte dei gestori. E oltre alla manutenzione ci siamo occupati anche di contrastare fortemente il racket dell’abusivismo e di ascoltare i coinquilini».

«Si stava meglio quando c’erano gli squali»

Qualcuno il comitato non ha neanche la possibilità di realizzarlo, come da legge regionale 27, ed è stanco di subire: le occupazioni, gli allacci abusivi, la perdita degli spazi comuni perché sono diventati presidio dei delinquenti, persino il furto di furgoni il cui pagamento rateizzato è ancora in corso. Un’aggiunta sensibile allo squallore degli edifici, all’umidità che sta rovinando tutto e agli scantinati cedevoli, dove qualche anno fa avevano anche realizzato una vera e propria coltura illegale di marijuana, con tanto di lampade che provocavano continui blackout e pesavano sulle utenze di chi l’affitto con difficoltà lo ha sempre pagato. È il caso di via Recoaro 4, ancora nella zona di Giambellino. Gran parte degli inquilini regolari stanno valutando con un avvocato le modalità per uno sciopero dell’affitto o del pagamento delle utenze. Vorrebbero che Aler effettuasse i servizi e le manutenzioni necessarie, che gestisse la delicata questione della sicurezza, tenendo fede agli impegni spesso dichiarati del raddoppio degli ispettori e della residenza fissa di uno o più custodi. Nello stabile la situazione è esplosiva. Ci abitano molti abusivi, gran parte dei quali hanno atteggiamenti intimidatori nei confronti delle altre persone. Ci sarebbero un capofamiglia rom che ha una certa influenza sugli altri e c’è anche un italiano che insieme a un marocchino organizzerebbe le «spaccate» per rimuovere le lastre dalle porte e permettere così agli abusivi di impossessarsi degli alloggi. La gente è terrorizzata da queste persone. La proposta di Matteo Salvini di impiegare l’esercito per liberare gli appartamenti li alletta molto e vorrebbero almeno parlare con lui. Così si alimenta il gioco dello scambio elettorale, dove una soluzione come quella prospettata dal leader leghista sembrerebbe più efficace di una soluzione sociale. «Si stava meglio quando qui abitavano gli squali, perché a casa loro si comportavano da signori» è l’epitaffio sulla morte civile del quartiere: un inquilino si riferisce al periodo in cui nello stesso edificio abitavano i boss della generazione di Renato Vallanzasca, che per altro era di casa al Giambellino.

Gianni Belli commenta a titolo personale l’ipotesi di protesta: «A parte la discutibile situazione strutturale dello stabile, che potrebbe far pensare a situazioni più drastiche come l’abbattimento e la ricostruzione di alloggi più dignitosi, è incredibile che in sei anni nessuno, dai proprietari fino alle forze dell’ordine e a ogni tipo di istituzione non si sia voluta curare della condizione di questi palazzi. Un paese civile piuttosto che pensare all’esercito dovrebbe provare la strada di una corretta funzione sociale, allontanando i soggetti pericolosi e ripristinando la legalità senza buttare in mezzo alla strada persone senza possibilità economiche».

Anche Chiappelli è piuttosto allarmato dalla situazione di via Recoaro: «In passato gli scioperi degli affitti hanno sempre funzionato, ma viviamo in tempi difficili e una protesta di questo tipo rischierebbe piuttosto di far passare il concetto di una casa intesa solo come qualcosa di dovuto per la quale non ci si assume alcuna responsabilità. Il Sunia ha proposto alla Regione una misura ulteriore per finanziare Aler, destinandole anche l’1% del bilancio, almeno per rendere la situazione più sostenibile. La Regione si è limitata a dire che entrerà nella dinamica».

Morosità e pagamenti parziali: come li conta l’Aler?

A cosa va incontro un inquilino che decide di non pagare l’affitto? Spiega Di Gregorio: «In teoria dopo il mancato pagamento del terzo bollettino consecutivo diventano morosi». Molte persone, un numero alto ma non quantificabile, decide invece sempre più spesso di pagare solo il canone, solo le utenze o una parte di entrambe le spese. Questo comporta molti problemi: «I pagamenti devono essere effettuati solo mediante avviso (Mav) – prosegue Di Gregorio – con un bollettino bancario. Questi comprendono ora sia il canone che le spese, che sono quindi diventate inscindibili. Sempre in teoria un inquilino non potrebbe dunque effettuare pagamenti parziali, ma siccome questo succede spesso per difficoltà economiche, dove inviare i soldi? Non ci sono numeri di conto corrente disponibili, quindi si invia denaro agli uffici Aler e in sostanza quando arrivano questi sono indirizzati a un fondo e Aler li incassa senza aver potuto specificare per quale motivo li ricevano». Il fondo cui fa riferimento Di Gregorio «non è ben definito e comunque non registra il versamento come pagamento di spese o canone, ma come entrata non specificata». Solo in un momento successivo, a fronte delle richieste di pagamenti da parte di Aler: «Se l’inquilino ha tenuto le pezze giustificative dei pagamenti potrà specificare i motivi per cui ha effettuato versamenti parziali».

Interpellata per avere dei chiarimenti riguardo al fondo, Aler ha risposto tramite il suo addetto stampa: «Il contratto di locazione prevede espressamente che il metodo di pagamento sia quello stabilito dall’azienda e non è prevista altra modalità». Aler si riferisce al Mav, appunto. Tuttavia, «i Mav possono essere oggetto di rateizzazione tramite una specifica funzione che le filiali possono gestire in relazione alle specifiche necessità dei clienti qualora gli stessi, non potendo per varie ragioni effettuare il pagamento di quanto richiesto alle scadenze previste, si rechino presso le stesse segnalando tale problematica». In tal modo, «i pagamenti parziali (rateizzati) degli utenti non corrono il rischio di non venire riconosciuti e non attribuiti agli estratti conto degli utenti», ma qualora gli inquilini usino uno strumento di pagamento diverso, «quindi una modalità che non consente l’aggancio in maniera automatica del pagamento effettuato dall’utente, in funzione dei dati identificativi dello stesso — come il codice dell’unità immobiliare o il codice del contratto — potrebbe capitare che il pagamento non venga attribuito immediatamente a colui che lo effettua. Ciò capita per esempio quando qualcuno effettua il pagamento di quanto richiesto con le fatture in misura parziale, tramite bollettini postali o bonifici bancari, e negli stessi non vengono indicati correttamente tutti i dati che consentono all’azienda di individuare il soggetto che sta effettuando il pagamento». Questo accadrebbe anche perché «sui bollettini postali spesso i riferimenti al contratto mancano e pertanto non è possibile attribuire all’estratto conto dell’utente il pagamento e anche il nome e cognome non sono spesso leggibili». Dunque, «solo quando un utente si presenta per effettuare le verifiche della propria posizione economica e vengono presentati anche i bollettini postali, da lì si può effettuare l’attribuzione all’estratto conto dell’utente delle somme pagate, ma non attribuite all’atto dell’incasso».
Le transazioni “parziali” sono effettuate  da alcuni utenti tramite «un conto corrente postale che Aler mantiene attivo in quanto, in passato, per alcune tipologie di addebito veniva emesso il bollettino postale» e  «i pagamenti “non attribuiti” vengono memorizzati utilizzando un codice utente apposito fin tanto che il pagamento non venga attribuito all’utente tramite un’operazione che viene definita “giro pagamento”». In definitiva dall’azienda fanno sapere che «non possiamo conoscere le motivazioni per le quali gli utenti decidono di effettuare un versamento parziale rispetto a quanto richiesto; se i pagamenti parziali non vengono attribuiti all’utente che ha effettuato il versamento si crea all’atto dell’incasso un movimento contabile che rileva l’incasso e il corrispettivo “debito nei confronti di inquilini diversi”».  Non è chiaro, dunque, di quanti soldi si tratti, né come o quando questi siano impiegati.

«Più che a Scampia siamo in uno slum»

«In tutto il nostro territorio ci sono almeno altre 400 costruzioni come quella del Giambellino 181, dov’è caduto il terrazzo. Più che a Scampia per l’insicurezza sembra di stare in uno slum: i nostri palazzi sono messi male e la gente si arrangia». Così racconta Gabriele Rabaiotti, presidente della zona 6. «La situazione è pesante ed è dovuta ad abbandono e isolamento, si soffre l’assenza delle istituzioni.  E credo che questa cosa dal punto della responsabilità pubblica sia molto grave».

«Il nostro bilancio — prosegue — è di circa 100mila euro, l’anno scorso è stato di 83mila. Siamo 155mila abitanti. È chiaro che non possiamo intervenire sulla questione della casa. Ma abbiamo concentrato tutte le attività ricreative nei quartieri popolari: la Festa dei vicini e il cineforum “Scendi, c’è il cinema”. Diamo un contributo per l’organizzazione delle feste nei giardini dei condomini. Due anni fa c’è stato un bando con uno stanziamento di 15mila euro al quale hanno partecipato le associazioni di quartiere». Tra i progetti sostenuti dalla zona: un laboratorio di quartiere al Giambellino-Lorenteggio che si tiene in un edificio popolare; i corsi di italiano per stranieri, di fotografia, di ascolto per le famiglie dove si può trovare un  sostegno per tutto, anche per la manutenzione. Gli interventi per il sostegno all’abitare sono stati differenti e provengono dal Comune, dalla Regione o dal Governo: 70mila euro destinati dall’assessorato alla Casa, che sono partiti da pochi giorni. In via Lope de Vega due ex insegnanti lavorano come volontarie per insegnare l’italiano agli stranieri. «In via Borsi – prosegue il presidente della zona – abbiamo attivato un progetto con i custodi sociali per un consultorio di sostegno e orientamento. In zone come via Santi proseguiamo la messa in sicurezza o lo smaltimento dell’amianto, quando il cantiere si era fermato da due anni. Abbiamo anche il progetto di prossimità per le famiglie del quadrilatero Aler intorno a via Solari. Qui si realizzano cantieri per la ristrutturazione interna, il monitoraggio dell’andamento dei lavori del cantiere edilizio e attività culturali dello Spazio Abitare Solari40». A stretto giro, alcune migliaia di euro dovranno essere spese per le ristrutturazioni di molti stabili in via Lorenteggio (60mila euro) e via Ovada 38-36 (40mila euro per 12 mesi). «Le attività in via Giambellino saranno orientate a definire con gli stessi abitanti il progetto di recupero e qualificazione integrata del quartiere. Abbiamo registrato l’impegno del Comune a metterci 15 milioni di euro solo a patto che Regione e Aler facciano lo stesso. Questo nonostante quegli stabili siano solo di Aler». Questa trattativa è realistica ed è ancora in corso.

Il terzo paradiso

Il Superstudiopiù è stato al centro della “Milano da bere” come studio fotografico di punta della moda anni Ottanta. Con il declino della centralità milanese è passato in secondo piano anche il palazzo,che resta ancora al centro delle attività culturali cittadine. L’edificio è nella Zona 6, e i quattro chilometri che lo separano da via Danusso potrebbero tradursi in una distanza ancora più grande da colmare dal punto di vista della qualità della vita. Eppure qualcuno ha pensato che per fare rivivere lo studio verso Expo ci volesse qualcosa che esprimesse concretamente la volontà di “coltivare la città”, come recita lo slogan del progetto Superortopiù. Gli apprezzati ortisti dei novantaquattro giardini di Barona, in particolare i pensionati di via Danusso, hanno curato quello che, dall’idea di un giardino artistico, si è poi trasformato in un vero orto sociale. Dallo scorso aprile, per due o tre volte a settimana, alle prime luci del mattino un piccolo gruppo di signore dei quartieri popolari arriva per prendersi cura dell’orto: annaffiare, potare,c sradicare l’erbaccia. E poi raccogliere i frutti rigogliosi che l’orto concede per portarlo alle famiglie dei loro complessi che più ne hanno bisogno. Tina Monaco, presidente dell’associazione Coaas (Comitati e Associazioni per l’Autorganizzazione Sociale), Lucia Giannattasio, dell’autogestione di via Franco Russoli e Annapaola Abatangelo, della Gestione Autonoma Cittadini di Barona, raccolgono melanzane, cetrioli, finocchi, ottimi broccoli, bellissime fragole, cardi, peperoni, peperoncini, verze, zucchine basilico e una quantità sorprendente di spezie (timo, maggiorana, sedano, origano, salvia), pomodori – dei quali sono parecchio ghiotti anche degli uccelli “strani”, dicono, che se colti in flagrante “rischiano lo spiedo”. Ogni giorno le donne, e ogni tanto qualche uomo – comunque un numero ristretto di persone accreditate – raccolgono diversi chili di frutta e verdura che poi ripartiscono in alcuni pacchetti di carta e trasportano fino in casa di chi gliene fa richiesta per necessità.

«Il Coaas si relazionerà con professori ed esperti di ecologia a tutti i livelli – spiega Lorenza Daverio, tra le responsabili del progetto – si creeranno sinergie tra esigenze concrete e teoria “green”, per discutere di come cambiare la città e migliorare la qualità della vita per tutti».

«Tutti gli iscritti lavorano anche nel proprio quartiere – dice Tina Monaco. Noi abbiamo fatto tante iniziative nei locali Aler, ma avremmo bisogno di una libreria per poter gestire la biblioteca, e magari di altri saloni che diversamente sono destinati al degrado. Certo se non ci costringessero a pagare l’affitto anche su quei locali sarebbe una cosa intelligente: il nostro lavoro poi si vede nei rapporti tra inquilini. Se fai un dispetto a una persona che non  conosci non ci stai pensare tanto. Se lo devi fare a qualcuno che hai imparato a conoscere e di cui ti fidi, ci pensi eccome».

Nei loro complessi le donne non denunciano problemi gravi di convivenza: anche loro hanno a che fare con persone di nazionalità diverse, abusivi, a volte anche con malviventi, eppure cambia molto il concetto di aggregazione, di fiducia, di cura degli spazi comuni. «Il segreto – dice Tina – è insistere ed essere presenti».

Al centro dell’orto c’è uno strano disegno che ricorda il simbolo dell’infinito, ma è formato da tre cerchi e non da due. È il simbolo del “terzo paradiso” così come l’ha concepito il maestro che ha sviluppato il progetto, Michelangelo Pistoletto. Il terzo paradiso è una fusione dei paradisi naturale e artificiale con i quali l’uomo si relaziona. Come si legge sul sito del progetto (terzoparadiso.org), il primo «è quello in cui gli esseri umani sono integrati nella natura». Il secondo è «il paradiso artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana attraverso un processo che ha raggiunto oggi proporzioni globalizzanti. Questo paradiso è fatto di bisogni artificiali, di prodotti artificiali, di comodità artificiali, di piaceri artificiali e di ogni altra forma di artificio. Si è formato un vero e proprio mondo artificiale che, con progressione esponenziale, ingenera, parallelamente agli effetti benefici, processi irreversibili di degrado a dimensione planetaria». Il rischio, annunciato in ogni modo, secondo l’artista, è quello «di una tragica collisione tra la sfera naturale e quella artificiale».
Il progetto del terzo paradiso consiste, dunque, «nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica a restituire vita alla Terra, congiuntamente all’impegno di rifondare i comuni principi e comportamenti etici, in quanto da questi dipende l’effettiva riuscita di tale obiettivo». Il terzo paradiso è «il passaggio a un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza».  Un concetto che mani sapienti possono rendere concreto.

*Tutte le foto di questo articolo sono di Andrea Aufieri. Licenza Creative Commons 3.0  Attribuzione – Non Commerciale – Non Opere Derivate 

 

Sorridere al Ferrhotel, storia di Abdi e dei rifugiati a Bari

Prima di raccontare l’esperienza degli occupanti del Ferrhotel, Abdi mostra le foto della sua famiglia. Le ha appese sul corridoio dove ha sistemato anche il tavolo con le carte. Ci sono anche le foto dei quattro «fratelli» che sono morti di recente, lontano dalla comunità che li ha accolti . Uno di loro se n’è andato pochi giorni fa, dopo molte ore di lavoro nei campi di pomodori a Foggia, stremato dalla fatica. Abdi si è occupato di inviare la richiesta per il rimpatrio delle salme alle autorità competenti . Qualcuno ha espresso il desiderio di rimanere in Italia: sarà seppellito nel cimitero islamico di Gioia del Colle.

Fh est
Muhammed Abdi Nasir è il rappresentante della comunità somala di Bari, che dall’ottobre del 2009 vive nella vecchia struttura dedicata ai ferrovieri . Di proprietà di Trenitalia, e abbandonato dal 2007, l’edificio di via Caduti di via Fani, di fianco alla stazione, è stato prima la dimora dei senzatetto, poi la seconda casa dei rifugiati somali . Perché il primo tetto è stato quello del Cara di Bari -Palese. Chi è uscito da lì con lo status di rifugiato politico, avrebbe poi avuto diritto alla cosiddetta «seconda accoglienza». In Italia si traduce nell’elemosina, nella strada e nelle mense della Caritas. Sotto la cappa del trattato di Dublino. Siccome il trattato impedisce ai rifugiati di risiedere per molto tempo al di fuori del Paese in cui hanno ottenuto lo status, quarantasei persone hanno tentato invano di trasferirsi in Svezia. Non riuscendoci, sono tornati nel capoluogo pugliese e hanno deciso di abitare quel luogo preda dell’abbandono.

«Qua dentro ci sono ventitré stanze – dice Abdi – ciascuna delle quali ha due inquilini. Tutte le stanze sono “riempite” da due materassi, un bagno e una cucina – cioè lo spazio per un for nel lo a gas -, ma siamo senza acqua ed elettricità». Un problema, quello dell’elettricità, che hanno provato a risolvere con un generatore a benzina. La mancanza di acqua è ancor a più grave. Il comune l’aveva riallacciata, ma quando una tubatura ha ceduto, creando infiltrazioni negli uffici delle Ferrovie, è stata staccata senza possibilità di ripristino.

«Chiediamo da tempo un incontro con l ‘assessore comunale ai Servizi sociali, Fabio Losito, chiedi amo che si risolva questo problema, ma finora non ci ha risposto», polemizza. «E allora chi di noi trova un lavoro, di una giornata a raccogliere i pomodori, di un mese o al massimo di sei mesi, può pagare la benzina per il generatore. Se no restiamo al buio».

La spazzatura è ammonticchiata nei sacchetti di plastica agli angoli di ogni corridoio; ci sono degli estintori in una specie di disimpegno; fili elettrici pendono dal soffitto e per le scale: bisogna fare un po’ di attenzione quando le si usa. «Non ci possono essere bambini qui: stanno meglio nel le strutture di accoglienza. Noi saremmo disposti a cambiare casa ogni tre mesi se ci fosse la possibilità».

Fh int
Due anni fa Reti Ferroviarie Italiane aveva messo in vendita l’immobile, e il Comune aveva ipotizzato l’impiego di fondi europei destinati alla sicurezza per farne un luogo di residenza temporanea e altri servizi per gli immigrati . Non se n’è fatto nulla. Il progetto, comunque, non includeva la permanenza dei somali.

Abdi ha una sola richiesta urgente: «Chiediamo che le istituzioni ci permettano di fare dei corsi di formazione. Per esempio, di un anno: per fare i giardinieri , gli elettricisti, gli aiutocuochi o i lavapiatti nei ristoranti. Potremmo tornare molto più utili». Lu i è in Italia da otto anni, dopo un viaggio attraverso il Sahara e il Mediterraneo. È sbarcato in Sicilia e ha lavorato come giardiniere da subito. Nel 2009, quando era già a Bari , è finito sui giornali per aver subito la rottura di denti e mascella da parte di un autista dell’azienda di trasporti locali Amtab. Aspetta ancora una sentenza. Nonostante questo, anche se avesse la possibilità di andar e via, la sua scelta sarebbe sicura: «Amo la gente di Bari . Sono felice qui : la gente risponde al saluto, il clima è buono. Magari ci fosse più lavoro! I miei amici stanno bene in Germania, dove anch’io ho lavorato come commesso. Ma lì si muore di freddo e nessuno ti saluta».

La casa dov’è?

Foto: Gabriele Spedicato

 

 

Più piccole, affollate, vetuste e senza servizi: le case dei migranti

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

È una fresca sera di fine agosto: un vento impietoso spazza via ogni ricordo dell’estate che molti turisti hanno trascorso a Torre Dell’Orso, marina del comune di Melendugno (Le). Con fare mesto mi accingo a prendere il bus che mi riporterà a Lecce, ma non so da quale lato della strada arriverà. Scorgo alcuni ambulanti seduti contro la rete di una struttura privata, mi danno le informazioni che mi servono, poi uno di loro mi viene incontro. Prenderà il mio stesso autobus: «Robert Njeri», si presenta, tremando letteralmente di freddo, mentre cerco di capire se è il mio corpo a darmi informazioni errate sulla temperatura. «Ho fatto pochi soldi  oggi-prosegue Robert-e devo tornare a dormire se no chiudono il centro».
Gli chiedo dove dorme:«A Casa Emmaus, centro Caritas-risponde-ma tra pochi giorni non potrò più andarci e cerco casa».

Robert cerca casa

Santa Maria dell’Idria, la parrocchia che ospita il centro di accoglienza, ha venduto i locali e chiuderà presto, così Robert deve intensificare gli sforzi per trovare un alloggio: «Anche un posto letto, che non superi i 150€». L’impresa si fa complicata da subito visto il budget, ma insieme attuiamo un piano d’azione: gli dico di informarsi dai fratelli neri, poi giornale e web a portata di mano stiliamo una lista dei posti che potrebbero andare, e pare siano tanti. Ma prima di qualsiasi passo gli parlo del centro Asia, per l’intermediazione abitativa. Bob è ottimista:«Ho preso anelli, orecchini e bracciali, un po’ all’ingrosso dai cinesi e un bel po’di qualità dal Kenya, dove stanno i miei. L’estate ho lavorato tanto, spero anche in questi giorni, e poi provo in centro a Lecce».

I primi approcci con i fratelli vanno malissimo:«Io sono un kikuyu (l’etnia dominante e più numerosa in Kenya-ndr), sono solo e qui a Lecce ci sono tanti luhya e qualche luo e diciamo che non sto troppo simpatico. Qualcuno se mi vede per strada mi chiama Kibaki (Mwai Kibaki è il presidente attuale del Kenya, inviso alle fazioni opposte-ndr), non sono riuscito a legare con i senegalesi, e comunque nessuno ha un posto da consigliarmi».

La sua famiglia vive a Dandora, a est di Nairobi, una delle zone più inquinate del pianeta, dove si può immaginare che le condizioni di vita siano al limite della sussistenza. Lì aspettano con ansia sue notizie la mamma e sua moglie Elizabeth, madre di Michael e Jenny. Sua madre gli ha chiesto una foto da farle vedere, lui dice di dimenticarsi sempre di farsela, è molto più smunto ed emaciato di quando è partito e anche i 2€ per la foto è meglio che li mangi.

Sul fronte del lavoro le cose precipitano:«In questi giorni piove e da quando il bus non passa più pago 20€ un fratello per andare in spiaggia in macchina». Da quando è in Italia ha lavorato regolarmente solo come badante, poi a Otranto, Cavallino e Lecce come ambulante, adesso farebbe volentieri il cameriere. Robert è venuto qui con un visto turistico, poi sua sorella ha chiesto il ricongiungimento familiare che scadrà nel 2012: «Devo cercare un lavoro e un tetto perché così sono tranquillo, con un contratto». E intanto gli si prospettano altre notti a Emmaus: «Di là è difficile perché ci dormono una ventina di persone, ho paura anche a dormire lì per i documenti, è pericoloso. Poi se facciamo tardi per vendere da ambulanti non ci fanno entrare».

Dai mediatori di Asia non è andata bene:«Il massimo che potevano fare era mettermi con altre quattro persone, ma avrei pagato comunque troppo, e non avendo lavoro sarebbe comunque stato difficilissimo». A questo punto gli tocca ricaricare il telefono e chiamare un po’in giro: «Ho provato come tutti a chiamare, ma molto spesso non mi vogliono, e altre volte c’è una richiesta di anticipo che non posso dare, o cercano solo studentesse. Se uno lavora con pochi soldi al giorno trovare casa è difficile».

Facciamo un giro di chiamate nel centro storico Se sentono una parlata differente non rispondono un’altra volta, oppure dicono: “Adesso stranieri no”. Lo stesso in via Monteroni. Riusciamo a convincere un ragazzo a Santa Rosa. Dopo poco declina dicendo che c’era un tipo in bilico che finalmente aveva accettato. Lo faccio richiamare da un amico, e gli conferma che l’appartamento è ancora in affitto.

«Senza un frigo-mi dice-spendo anche di più al giorno per mangiare, e non mangio cose sane, ora ho male allo stomaco». Nei giorni successivi si fa visitare dalla Caritas, lo spavento gli passa: deve bere più acqua. Prende una giacca e un buon paio di scarpe. Rifiuta di dormire con altre persone in un appartamento, gli rubano dei soldi per dormire in una casa che non esiste, infine si adatta in stazione. Ha preso la decisione di partire. Dopo aver scartato Roma e Vicenza, alcuni amici lo hanno invitato a lavorare a Bruxelles. Ci sta facendo un pensierino, intanto torna a dormire in stazione.

Una prima mano d’intonaco

Il Testo unico sull’immigrazione del ‘98 esclude l’accoglienza per cittadini immigrati in situazioni di forte indigenza, se non finalizzati all’accoglienza temporanea nei Cpa e in sostanza in previsione del rimpatrio. Esclude anche un contributo, previsto invece dalla Turco-Napolitano, agli enti pubblici per le ristrutturazioni igienico-sanitarie per immigrati regolari presenti a vario titolo sul territorio nazionale. La Bossi-Fini ha poi apportato ulteriori modifiche non recepite da molte regioni, che peraltro hanno risposto legiferando in autonomia sulla questione immigrazione.

Gli stranieri residenti in Italia nel 2008 erano 3.891.295, più 862.453. Pochi al Sud, 352.434, ma in costante aumento. Come, ma soprattutto, dove vivono? Secondo il Sindacato unitario nazionale degli inquilini e degli assegnatari (Sunia), il mercato degli affitti in Italia vede aumenti di canone significativi, essendo salito dal 130% al 145% nel decennio 1998-2008. Almeno per le metropoli. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) puntualizza che al nord si affittano case a stranieri che sono al di sotto degli standard degli autoctoni, mentre man mano che si scende le distanze si assottigliano. Il Censis nel 2005 ha evidenziato due problemi gravi, uno al nord e uno al sud. I costi degli affitti troppo alti costringono gli stranieri ad abitare in periferia, incidendo sulle spese per i trasporti e sulla socializzazione, mentre al sud il problema è la discriminazione relativa a pregiudizi di carattere igienico e di assenza di garanzie.

Una ricerca nel Mezzogiorno, Sotto la soglia, evidenzia che le agenzie immobiliari non affittano case a non comunitari su richiesta dei proprietari. Molti autoctoni dichiarano di non volere stranieri come vicini. Scenari immobiliari fissa a 78mila gli acquisti di case da parte dei lavoratori immigrati nel 2009, e nel 2010 pare si siano arrestati a 53mila, la metà esatta della media dell’ultimo lustro, durante il quale sono stati acquistati 600mila alloggi per una spesa complessiva di 70 miliardi. Nel VII rapporto 2010, il Cnel gira poi il dito nella piaga insostenibile dei mutui e degli affitti per coloro che perdono il lavoro o che guadagnano meno per via della crisi. Questa strada porta diritto a morosità e aumento trasversale degli sfratti. Condizioni di questa gravità non erano in previsione, visto che ancora il Censis, nel 2006, rilevava condizioni abitative stabili per l’84% degli immigrati regolari e condizioni di disagio per il 36%.

La casa degli orrori e quella dei sogni

Da denunciare la vita dell’1%,dei regolari, stipata in “altro tipo di alloggio”, che per caratteristiche non può essere definito abitazione: 4.852 persone. Abitano invece edifici costruiti prima del 1962 il 52,8% degli immigrati, in costruzioni moderne solo il 13,6%. Il Censis ha ricostruito le case standard degli immigrati: più piccole, con meno stanze, sovraffollate, vetuste e con peggiore dotazione di servizi rispetto alla media italiana. Con un divario di condizioni che comunque si assottiglia sempre più al Sud.

Demolendo per un minuto questa foto desolante, il dossier Caritas/Migrantes ha effettuato un focus sulle politiche abitative: il top è l’Emilia Romagna, dove sono state da tempo costituite agenzie per la casa con finalità sociali, utilizzo e recupero del patrimonio edilizio già esistente, interventi di facilitazione alla locazione, credito per l’acquisto, equa ripartizione del fondo per l’affitto in sostegno alla domanda.

Ma la realtà italiana è un intonaco disfatto: sta scomparendo il sostegno all’edilizia sociale agevolata, idem per i sistemi di contributi per il sussidio casa, assenza di parità di accesso, e il tutto è complicato da quote, bonus punti per gli anni di residenza, separazione delle graduatorie tra italiani e stranieri, e altri complicati intrecci di calcoli. Cosa fare per rinfrescare in attesa di tempi migliori e poi ricostruire? Il Cnel fotografa la situazione attuale e anticipa le misure in cantiere. Arriveranno 200 milioni per le emergenze alle Regioni (ma ne erano previsti 550), il Piano di sostegno all’edilizia è dato in coma, come misura inadeguata rispetto alla situazione. Il Piano di edilizia abitativa che si fonda essenzialmente su un sistema di Fondi d’investimento immobiliare, nazionali e regionali,e un allegato di quest’ultimo ripartito per 377 milioni tra le Regioni.

L’analisi conclusiva del Cnel: “Da questo quadro emerge chiaramente che nei tempi brevi sarà molto difficile poter dare risposte adeguate alla crescente domanda. Questo anche considerando la riduzione del trasferimento delle risorse alle Regioni e agli enti locali previsto con la recente manovra finanziaria del Governo. In ogni caso ci vorranno anni per tradurre i finanziamenti (…) in case abitabili”. Tra le proposte del Consiglio, quella di attivare politiche di sostegno per i redditi più bassi (fino a 14mila€ netti l’anno), perché queste persone  destinano ora dal 63% al 94% del loro reddito per le spese abitative, e mantenersi invece entro il 30%. Offrire nuovi spazi all’housing sociale, implementato da un potenziamento dei Fondi immobiliari per valorizzare periferie e aree degradate. Proprio l’housing sociale è al centro della proposta di legge presentata dal Cnel in Parlamento e che dovrebbe essere oggetto di valutazione, in tempi in cui si parla troppo di una sola casa, per altro fuori dei confini nazionali.

Puglia chiama Casa

Un recente report di ricerca dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi), presentato a dicembre 2009 e in attesa di pubblicazione, ricostruisce l’iter legislativo riguardo al diritto alla casa e analizza i principali regolamenti comunali. In attesa che la Corte costituzionale dia una risposta definitiva all’impugnazione da parte del governo della legge regionale della Puglia n. 32 del 2009, valgono in regione le disposizioni della 54/84, che ammette come unico requisito la cittadinanza e la reciprocità stanti trattati e accordi internazionali. L’Opi ha inoltre analizzato i regolamenti comunali con presenze significative di immigrati, evidenziando che criteri e disposizioni alimentano gravi disparità di accesso e concludendo che: “Per esperienza presso gli enti locali, sappiamo che nella maggior parte dei bandi comunali per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, il fatto di non avere un’attività lavorativa stabile, o di essere disoccupato, permette al cittadino italiano di aver attribuito un permesso maggiore, mentre (…) per il cittadino straniero non comunitario, rappresenta un motivo di esclusione dal bando”. In altre parole, per poter rivendicare qualsiasi diritto lo straniero deve anzitutto dare garanzie economiche stabili.

La situazione cambierà con il progetto Puglia aperta e solidale. Diritto alla casa, diritto di cittadinanza, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dall’assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia in partenariato con le Province pugliesi. Attivato a febbraio 2009, ha il proposito di favorire l’housing sociale in favore dei migranti e delle loro famiglie, attraverso la costituzione di un’ Agenzia sociale di intermediazione abitativa (Asia) in ogni provincia. Ogni agenzia prevede servizi per l’immigrato e per il proprietario.

All’immigrato sono forniti servizi di accompagnamento e intermediazione circa l’orientamento, l’informazione e il completamento delle operazioni di ricerca e di definizione del contratto. Il requisito loro richiesto è quello di essere “regolare”. Il proprietario dell’abitazione, che sia a norma, usufruisce di contratti concordati e di una serie di servizi nella gestione tecnico amministrativa, quali la contrattazione del canone, la stipula dei contratti, registrazione, indicizzazione, suddivisione delle spese condominiali, dichiarazioni alla questura. Oltre a questo aspetto, le agenzie Asia supportano anche quei migranti che, in condizione di temporanea difficoltà, chiedano di essere ospitati presso le strutture ricettive convenzionate.

Le abitazioni occupate in Puglia da soli stranieri o anche da stranieri sono circa un milione e mezzo, mentre abitano in “altri tipi di alloggi” altre 286 persone. Sotto la soglia, lo studio realizzato con il patrocinio dell’Ue, del Ministero dell’Interno e del Ministero della Solidarietà sociale, sottolinea che in Puglia “il quadro  complessivo del disagio si presenta con molti chiaroscuri; se infatti una “qualche” sistemazione abitativa risulta essere alla portata della maggior parte degli immigrati nell’intero territorio; il percorso di accesso all’alloggio resta (…) difficile ed alta è la domanda che si registra per il pur degradato patrimonio immobiliare in offerta”.

Sono molto alti i tassi d’ insoddisfazione abitativa in particolare nei centri urbani, dove c’è sia tensione che densità, una sola eccezione: Lecce.

Nella città barocca

Nelle 13 aree del Sud analizzate da Sotto la soglia, Lecce rappresenta una piccola eccezione, perché asperità sociali sono mitigate dall’attitudine all’accoglienza. Tuttavia il mercato degli affitti è per tutti una giungla. Le statistiche dello studio citato delineano un primo approccio alla questione. Delle oltre 13mila presenze registrate in provincia, circa un terzo sono residenti considerati stabili. Per il 47% di loro, il primo alloggio non è stato come potremmo immaginare in un centro di accoglienza, ma presso parenti e amici, quasi sempre in una casa o in una stanza e per fortuna quasi mai in “altri tipi di abitazione”.

La spesa è spesso pari a zero finché non si trova una sistemazione migliore, o comunque contenuta entro i 100€. Un dato significativo è che entro i primi cinque anni di permanenza, il 68,8% di loro ha cambiato casa tre volte: il motivo principale è l’aumento dei costi. Lecce è tra le aree dove i prezzi degli affitti per gli stranieri sono aumentati visibilmente, attestandosi sui 356€ mensili più le utenze. Il quadro delle coabitazioni propende nettamente per quelle con i propri famigliari (60,9%), in una zona semicentrale delle periferie, e il grado di soddisfazione è tra quelli più convinti dell’intero meridione, anche se in prospettiva futura il 37,2% cambierebbe alloggio per uno spazio in condizioni migliori. Abbiamo già detto dei risultati generali della ricerca riguardo ai rapporti di vicinato, ma possiamo rimarcare che a Lecce il 48,7% dei residenti stranieri li giudica “discreti”.

Come in tutta la nazione anche Lecce soffre delle rigidità di accesso ai mutui e ai finanziamenti per via delle scarse garanzie possedute. Ce lo conferma Sergio Brocchi, della filiale leccese della Banca popolare pugliese: «Difficilmente i cittadini extracomunitari superano positivamente il credit scoring (la valutazione della solvibilità dei potenziali clienti, ndr), perché bisogna garantire il domicilio in Italia, in quanto risulterebbe costoso e improponibile un recupero forzoso del debito in patria, e non fa fede nemmeno un lavoro con un contratto regolare, bisogna vedere quale tipo di contratto, di che durata e con quali introiti. Difficilmente si arriva al minimo dei 14mila€ di reddito richiesti. E questa è l’esperienza di una banca che pure in passato ha avviato progetti embrionali di microcredito con cooperative di extracomunitari per finanziare piccole operazioni. Ma la congiuntura attuale non ci permette di prendere certi rischi».

Un’idea più omogenea di quanto avviene sul territorio comincia a darla l’Asia della provincia di Lecce. Lo sportello è situato in viale Marche, presso la sede del Servizio immigrazione della Provincia, e annovera nel suo staff alcune precise figure professionali: la coordinatrice del progetto, Klodiana Çuka, due mediatori interculturali, un consulente immobiliare, un legale e un’assistente sociale. Per quanto riguarda l’emergenza, si cerca di fronteggiarla con sette strutture convenzionate (due a Lecce, una in chiusura e in sostituzione e una in fase di ristrutturazione, e le altre a Maglie, Giorgilorio, Cavallino, Surbo e Tiggiano), per un impegno economico di 141mila€ e un totale di 94 posti utilizzati a rotazione dai migranti, spesso incoraggiati a presentarsi allo sportello da amici e famigliari.

Si possono quantificare a oggi circa 100 contatti ricevuti. Ogni utente, ospite presso uno dei centri convenzionati, dovrebbe pagare un ticket di 3€ a notte che molto spesso non è stato corrisposto a causa delle difficoltà economiche degli utenti stessi. Sono invece oltre 200 i contatti avvenuti per il servizio d’intermediazione abitativa, che hanno riguardato per lo più la città di Lecce. Si tratta, in prevalenza, di uomini di una fascia di età tra i 25 e i 35 anni, quasi tutti provenienti dall’area del continente africano, in particolare da Senegal e Ghana, e da quello asiatico, indiani e srilankesi.

Molti di loro avanzano richieste di base poco esaudibili per l’attuale contesto leccese: un bilocale arredato per una sola persona o nucleo famigliare che non superi il costo mensile di 350€. Spesso gli operatori hanno dovuto accorpare più richieste per la locazione in case molto più ampie che potessero ospitare anche quattro o cinque persone per un affitto complessivo di circa 500-600€ mensili. La lingua batte dove il dente duole: potenzialità ancora inespressa dal progetto è l’attivazione del microcredito in favore dei migranti. La Regione ha da poco stipulato la convenzione con Banca Etica, proprio per consentire ai migranti di accedere a piccoli prestiti del totale massimo di 2500€, da restituire in tempi lunghi e a condizioni agevolate. Un peccato, perché questi finanziamenti avrebbero potuto riguardare un buon 70% dei contatti effettuati dall’Asia: «Ecco perché la prosecuzione del progetto-ci dicono dal centro-sarebbe particolarmente utile a tutti quei migranti che, difficilmente bancabili in condizioni ordinarie, potrebbero fruire dell’accesso a fonti di finanziamento seppur minime, necessarie per avviare piccole attività di commercio ambulante, come pure per il pagamento delle cauzioni relative alle abitazioni prese in locazione».

C’è da rimarcare che dalla sua piena operatività ad aprile, il progetto Asia a Lecce avrebbe dovuto chiudere i battenti a fine settembre, ma va registrata la volontà politica di proseguire reperendo fondi locali o mediante la partecipazione a bandi nazionali.

Ibrahim Faye: Le Savoir guide!

Ibrahim è molto chiaro, da subito:« Ho 37 anni, essendo nato il 9 dicembre ’72, vengo da Guédiawaye, Senegal». È un dipartimento della regione di Dakar, a nordest della capitale, e guarda negli occhi l’Oceano Atlantico «Sono venuto in Italia il 28 novembre del 2008, dopo aver viaggiato in aereo, con visto turistico per la Spagna e poi per la città di Parigi».

Sceglie di seguire a Lecce il fratello Amadou, più grande di lui (potete conoscere la sua storia nel foto racconto), che giudica come il più tranquillo e accogliente dei posti finora visitati. Ha avuto molti problemi di discriminazione, a suo dire, che lui bolla come problemi di “ignoranza” di certe persone, «ma se dovessi mettere le cose belle e le cose brutte che mi sono capitate qui su una bilancia, le prime peserebbero molto di più».

È la prima volta che deve cambiare due volte casa: ha appena lasciato quella del centro storico, nelle cosiddette giravolte che servivano a far perdere i conquistatori stranieri e ora “accolgono” i nuovi cittadini. Ha dovuto lasciarla per l’umidità e perché il proprietario deve ristrutturarla per venderla. La sua ricerca è durata circa tre settimane: a parte la miriade di no ricevuti perché non è né uno studente né soprattutto una studentessa, ha anche ricevuto delle risposte esilaranti al telefono, non fossero discriminatorie. A parte qualche secco “Non vogliamo immigrati”, qualcuno si è avventurato nel paradosso: “No, no, non affittiamo”,«Ma se questo sul biglietto è il vostro numero», era la semplice osservazione di Ibrahim, che per tutta risposta riceveva un “Non è vero” e la chiamata si perdeva.

Dopo un lungo pellegrinaggio per via Leuca, il quartiere di Santa Rosa, il centro ormai off limits (lì i soldi degli immigrati sono stati la base per lussuose ristrutturazioni o nascite di b&b), una San Pio che dovrebbe chiedere un incentivo all’Ente per il diritto allo studio e a quello per le pari opportunità vista la dedizione con la quale sistema esclusivamente quote rosa di studentesse.

Dopo tante esperienze degne del Rocambole di Terrail, Ibrahim conclude il trottolio su viale Taranto, con quattro suoi fratelli. Gli chiedo se oggi saprebbe dirmi se a partire ha fatto bene: «In parte sì e in parte no. Posso apprendere idee economiche e culturali per la mia terra, per il pane e per il suo sviluppo. Tra gli insegnamenti del profeta Muhammad (Maometto, ndr) c’è l’esortazione ad andare a cercare il sapere Jusqu’à la Chine (fino in Cina), ma se non torni è male. E lo stesso diceva Baye Niass, che pure ha fatto molti viaggi ed è morto a Londra: niente è più bello di Medina».

E dopo le citazioni la conclusione: «Credo che il mondo è difficile, ma lavoro per entrare in relazione, ottenere confidenza e il rispetto dalle persone. Cerco sempre di essere un po’ “speciale”, per provare a dialogare, poi nessuno è perfetto. Ed è importante questo: capire che siamo vulnerabili, e darci una mano, tutti». E ci prova anche con me: «è importantissimo per esempio il lavoro di giornalisti come te che lavorano per la conoscenza, la quotidianità e la memoria. Le savoir guide!. Il sapere guida». Non è un francese impeccabile, ma si fa capire. S’è guadagnato un tè e un pacco di gomme.

Sulla stessa barca

Di Andrea Aufieri, pubblicato su Palascìa, l’informazione migrante, Anno I Numero I, gennaio-aprile 2010. http://www.metissagecoop.org

Storie e numeri da una Repubblica affondata sul lavoro

In quest’anno di crisi le cose non sono andate mediocremente, ma proprio molto male, e a rischio di essere tacciato come catastrofista e antitaliano dal punto di vista di chi governa, mi rifaccio alla nostra Costituzione proprio per domandarmi chi sia più antitaliano. I primi due articoli sanciscono che quella in cui viviamo è una repubblica democratica fondata sul lavoro, che la sovranità è del popolo e che diritti inviolabili sono riconosciuti a tutti gli uomini. Nel 2008 ricorreva il sessantesimo anniversario del nostro testo fondante e il Governo ne faceva pubblicare una versione multilingue dedicata agli immigrati, i prossimi nuovi cittadini. Nemmeno tolti i festoni che già sulle acque territoriali picchiamo i possibili rifugiati provenienti dalla Libia, esponendoci al biasimo internazionale.
Dignità, diritti e lavoro sono una trinità che andrebbe rispettata anzitutto dallo stato, dalle sue istituzioni e poi, se almeno una delle due cose ha funzionato, dalla società civile. Sarebbe difficile capire, se non fossimo in Italia, per quale motivo centinaia di lavoratori, da Termini Imerese (Pa) a Tricase (Le) siano saliti disperati sui tetti delle loro fabbriche. E perché in provincia di Macerata la piccola Anni Ye, undici anni, sia morta per le esalazioni in un calzaturificio abusivo, un segmento produttivo per cui il nostro paese è rinomato. E perché a Biella Ibrahim M’Bodi pare abbia usato il coltello per farsi dare i soldi per il lavoro in nero che gli spettavano dal suo capo italiano, che l’ha ucciso. Questo solo per citare due episodi signifi cativi quanto recenti. Questo dossier non ha l’ambizione di rispondere a domande così, che in realtà non sono enigmi ancestrali, ma piuttosto banali, cui la maggioranza silenziosa sa già rispondere, perché non è certo impotente, ma di sicuro poco consapevole di sé. Cercherò di fare il punto e presentare una situazione glocale, avendo l’opportunità impareggiabile di conoscere qualche entità “straniera” vagante per il contesto in cui Palascìa è redatta, quello leccese, pugliese, in provincia del mondo.

Questione di princìpi

Il 17 dicembre 2009, pochi giorni dopo le morti di Anni e di Ibrahim, il mondo celebrava la Giornata del migrante. Pregevoli le iniziative dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che ha ripubblicato e commentato le storiche fasi dei protocolli e delle intese che hanno impreziosito il cinquantennio dal 1949 al 2005: gli accordi di Ginevra del ‘75, ad esempio, stabiliscono in primis che i lavoratori migranti in condizioni abusive hanno diritto al rispetto dei diritti fondamentali. Diritti estesi anche alle famiglie di questi lavoratori nel 1990 e nel 2005. “Se tali convenzioni sono state ratificate-leggiamo nell’Agenda per il lavoro dignitoso-, dovrebbero essere pienamente rispettate”. La stessa Agenda promuove l’accesso per tutti ad un impiego liberamente scelto, il riconoscimento dei diritti fondamentali sul lavoro, un reddito che metta le persone in condizione di rispondere ai propri bisogni e responsabilità economiche, familiari e sociali di base, e un adeguato livello di protezione sociale per i lavoratori e i membri delle loro famiglie. Bellissimi principi disattesi però dall’andamento dell’economia globale, cui si è deciso di dare il primato rispetto alla guida della politica. Ibrahim Awad, direttore del Programma internazionale per le migrazioni dell’Ilo, è pessimista nel suo studio La crisi economica mondiale e i lavoratori migranti: impatto e risposte. Nel mondo ci sono 100 milioni di lavoratori migranti e la crisi ha diminuito le possibilità di emigrazione per trovare lavoro, così come sono peggiorate le condizioni di vita e sono aumentati gli atti di discriminazione.

Quel che è peggio sono diminuiti i risparmi e i redditi dei migranti, che si orienteranno probabilmente verso nuovi centri della produttività finché non potranno tornare nei loro paesi per volontà, necessità o impoverimento dell’Occidente.

Gli immigrati ci rubano il lavoro?

In controtendenza con quanto affermato da Awad, il XIX rapporto Caritas/Migrantes pone in evidenza come nonostante la crisi, in Italia siano stati assunti regolarmente 200 mila nuovi lavoratori, che incidono per un decimo sul totale dei regolarizzati, ma producono di più (un tasso di attività del 73,3% contro una media del 62,3%), esponendosi però a maggiori rischi: circa 144mila infortuni, di cui 176 mortali solo nel 2008. Una duplice interpretazione per tutto questo: da una parte la spinta a riuscire perché l’emigrazione ha una forte base emozionale, la disposizione a svolgere molti lavori e una concentrazione per quei settori che agli italiani non piacciono. Il tutto condito però da scarsa gratifi cazione, perché non sono riconosciuti studi e qualifiche, e dalla necessità di mantenere famiglie in patria. D’altra parte tutti questi motivi rendono estremamente vantaggioso per i datori di lavoro affi darsi a unità poco coese e ricattabili. Il redattore nazionale del rapporto Caritas 2009 Luca Di Sciullo spiega:«Se dovessimo chiederci se gli immigrati rubano il lavoro degli italiani dovremmo rispondere “nì” perché occupano comunque segmenti non coperti per volontà degli italiani, e perché in questo campo la disposizione alla mobilità è una discriminante cruciale». Angela Martiradonna, redattrice regionale, però, corregge il tiro:«Se c’è una legge che costringe a far corrispondere un permesso di soggiorno a un posto di lavoro, allora gli immigrati accettano qualsiasi condizione pur di restare».

Per Guglielmo Forges Davanzati, docente di Economia politica presso l’Università del Salento e membro del comitato scientifi co sull’economia sommersa per la Regione Puglia (Ores), la questione è più complessa:

«In via generale gli immigrati rappresentano un’offerta sostitutiva e non complementare ai nativi. La complementarietà esiste solo nei casi di elevata competenza, che si applica in genere alla ricerca e alle grandi imprese, cioè a quello che in Italia non esiste. Il nanismo imprenditoriale italiano (le nostre pmi di norma hanno meno di nove dipendenti), la low-tech impiegata, non rendono necessaria un’alta qualifi cazione che permetterebbe una selezione sulle competenze, così ci si butta sulla “convenienza”: gli immigrati sono altamente qualificati o non qualificati; i nativi, di norma, subiscono la sottoccupazione intellettuale e ci sono abituati al punto da offrirsi ormai per lavori per i quali non è necessaria una qualifica. Dunque gli immigrati offrono condizioni più vantaggiose, salari più bassi, scarsa coesione, ricattabilità maggiore, con il risultato che le imprese impiegano forza-lavoro immigrata in tre quarti dei casi. Il successo della Lega nord è basato sulla rilevanza politica e sociale di tale questione, e un’altra conseguenza di questo sistema è la creazione di divisioni e contrasti orizzontali tra lavoratori nativi e immigrati, insider contro outsider, per la vittoria dei capitani di impresa, che in periodi di pessima congiuntura hanno maggior potere contrattuale e impongono qualsiasi condizione anche ai sindacati».

Vieni a lavorare in Puglia

L’ultimo decreto-flussi, ad aprile 2009, ha stabilito 80 mila nuovi ingressi, 6500 in Puglia, 700 a Lecce: una presenza che per alcuni è il minimo indispensabile e per altri una vera invasione. Luigi Perrone, professore di Sociologia delle migrazioni e direttore scientifico dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi) della Provincia di Lecce, rileva la necessità di aprire dalla tolleranza all’alterità senza ipocrisie:

«Una grande ipocrisia è quella del decreto-flussi, che in combinato disposto con la Bossi-Fini (189/2002) e con la legge attribuita a Biagi (30/2003), è la sanzione del sistema di sfruttamento cui sottoponiamo gli immigrati (e non solo), ai quali poi chiediamo di non entrare nel sommerso. È evidente che le quote stabilite siano all’estremo ribasso, e questo crea un doppio sistema di sfruttamento, per i nativi e per gli stranieri, che sono condannati all’irregolarità».

Martiradonna aggiunge:«Dobbiamo guardare anche agli esempi positivi. Con la regolarizzazione delle badanti a settembre lo stato avrà gli introiti versati per circa 295 mila badanti. Inoltre molti stranieri stanno diventando imprenditori e questa è un’opportunità anche per gli italiani, perché si aprono nuove esigenze e nuovi mercati». Sono più di 187 mila i cittadini stranieri titolari di impresa, che danno lavoro a circa 200 mila persone e ne movimentano mezzo milione. Sono mille gli imprenditori in Puglia, per un totale di 1612 imprese. Dal rapporto Caritas apprendiamo inoltre che molto è stato fatto sul piano della coesione tra lavoratori: dei due milioni di stranieri regolari che si sono potuti censire in Italia, circa la metà è iscritta a un sindacato, quasi 4 mila in Puglia, con un’incidenza del 4% sui lavoratori totali della regione. Le preferenze occupazionali del territorio sono organizzate in modo signifi cativo: l’81% è equamente diviso tra industria, agricoltura e pesca; il 12% per i servizi, il commercio, i settori alberghiero e della ristorazione, il restante 6,4% tra informatica e servizi alle imprese. Una risorsa che incide sulla ricchezza del territorio: l’esempio di punta è senza dubbio quello della raccolta dei pomodori in Capitanata, dove 15 mila braccianti all’anno raccolgono circa un terzo dei 50 milioni di quintali prodotti in Italia. Un contributo del quale ricordarsi in un panorama imprenditoriale che, secondo i rapporti sull’economia regionale della Banca d’Italia, “presenta forti elementi di negatività”. Ma la Puglia resta un territorio di contraddizioni, nonostante la discriminazione non sia un fattore istituzionalizzato come succede in alcuni territori del Settentrione. Riguarda un caso pugliese il primo processo europeo moderno per la riduzione in schiavitù di lavoratori stagionali (condanne per sedici persone emesse anche in Appello il 26 marzo 2009), così come crea confusione la gestione da parte dell’Agenzia trasporti pubblici di Foggia (Ataf) nel caso dell’autobus “riservato agli immigrati”.

Strategie glocali di intercultura e alterità

Ancora una volta, di fronte ai casi esposti, il governo regionale ha saputo dimostrare quanto la volontà politica sia importante nella gestione economica e sociale del fenomeno: per esempio il Dossier tematico sull’immigrazione, che ha rappresentato una base programmatica condivisa fondamentale per la realizzazione di successivi dispositivi come le leggi “Barbieri” (28/2006) e “Gentile” (32/2009). Quest’ultima ha predisposto una serie di interventi fondamentali per i lavoratori immigrati, come gli “alberghi diffusi” e le cure sanitarie garantite.
Sulla legge 28 il commento del professor Forges:

«Basti pensare che la 28/2006 è stata premiata dall’Unione europea come miglior legge regionale d’Europa:è un accurato dispositivo che blocca l’accesso ai fi nanziamenti pubblici a quelle imprese che non rispettano precisi indici di congruità e che dunque sono sospettate di alimentare l’economia sommersa. Purtroppo questo gioiello è stato sterilizzato dall’attuale governo, che con il ministro Sacconi ha operato una deregulation che permette alle imprese di aggirare il sistema. Come panacea il ministro del Lavoro ha proposto il profit sharing, la compartecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, che diventano la parte variabile del loro salario. Peccato che questo sistema non sia un esperimento di cogestione e che avvenga in recessione, quando cioè gli utili calano in maniera vorticosa».

La volontà politica è il nodo della questione: la cultura della legalità, l’incentivo all’emersione, sono percorsi lunghi e difficili. Ancora Forges, che illustra la strategia complicata ma necessaria indicata dall’European Left:«La Sinistra europea ha elaborato una duplice soluzione, che prevede di fi ssare il cosiddetto Labour standard, un pacchetto minimo di salari e di diritti per ogni lavoratore in ogni impresa, e soprattutto i limiti all’internazionalizzazione di capitali per favorire l’occupazione interna e regolare l’emersione. Una strada opposta a quella intrapresa dall’Italia».

Un altro fattore di maturazione di un paese sulla via dell’interculturalità e dell’alterità è fornito da Esoh Elamé, autore e ricercatore per l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che propone di instaurare da subito nelle coscienze dei nuovi arrivati la consapevolezza dei diritti e dei doveri, in modo da abituare da subito gli immigrati a camminare con le proprie gambe, smembrando un apparato assistenzialista confusionario, ma garantendo l’alterità statale, nel rispetto delle buone prassi portate fi nora in Italia dagli immigrati e consentendo un avanzamento della fi gura del mediatore interculturale come facilitatore di relazioni. Qualcosa di diverso dai Cie, per intenderci.

How to get a job in Lecce

I 14 mila lavoratori stranieri di Lecce (l’1,7% del totale) e i 14.820 occupati netti, che ne fanno la meta più ambita delle migrazioni in Puglia, e tutti coloro che seguiranno l’esempio, potranno trovare sul sito del Comune delle istruzioni molto semplici: sei qui, iscriviti al nostro Cpi, rivolgiti allo sportello immigrazione “Lecce Accoglie”. Così si esauriscono le politiche istituzionali. Ne deriva una forte propensione alla clientela e all’economia sommersa, documentate dal dossier 2008 della Commissione provinciale per l’emersione dal lavoro non regolare. L’esperienza statistica arriva al nocciolo del problema, individuando le questioni che ruotano attorno al concetto di “identità”: condizioni di labour intensive, scarsa conoscenza e consapevolezza dei propri diritti, difficoltà linguistiche, diritti e garanzie sindacali negate si mescolano al problema del background, cioè di quelle caratteristiche di diversa adattabilità che portano dalla migrazione, insieme all’ansia dell’integrazione, del dover scongiurare stereotipi e pregiudizi, il problema dell’esclusione dalle proprie preferenze e dell’ assegnazione indebita di identità, per dirla con Baumann, “stigmatizzanti, disumanizzanti, umilianti, stereotipanti”. Un primo giro per Lecce ce ne dà una prova.

Bledar Torozi.

«Sono arrivato nel ‘91, consapevole delle diffi coltà che avrei incontrato, ma la mia storia dipende dal mio carattere». La fuga è legata alla caduta di Hoxha:«Non sono mai stato perseguitato, pur essendo un oppositore, perché mio padre ha progettato e costruito una buona parte delle ferrovie albanesi, è stato anche premiato. E poi la mia era una famiglia di partigiani  antifascisti dunque non eravamo malvisti Ma questo non ci vietava di pensare che vivessimo in gabbia». La contestazione: «Ero laureato in architettura e lavoravo nel settore urbanistico a Tirana. Però è chiaro che quando vedi la sofferenza degli altri, quella diviene anche tua. Non tutti i nostri comportamenti sono collegati a fattori personali, ma anche al contesto. Il movimento studentesco ha portato alla nascita del partito democratico nel ’91 e alla caduta del regime. Abbiamo lottato per un anno e mezzo con gli scioperi, ma il regime teneva ancora, allora siamo andati in 25 mila tra dirigenti, insegnanti, direttori di banca, e questo ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica e ha paralizzato lo stato, preparando le elezioni anticipate e la defi nitiva caduta». Da Brindisi alla Caritas di Campi Salentina, dove Bledar poi mette radici, sposando un’italiana:«Con questo pensiero per la mia patria dovevo subito darmi da fare, perché il permesso imponeva di trovare lavoro entro un anno, dovevo trovare casa, avere un comportamento dignitoso e tutto il necessario per restare». La sua esperienza lavorativa assomiglia all’Amerika di Kafka, quando il giovane Karl vorrebbe trovare lavoro come ingegnere per il misterioso teatro naturale di Oklahoma, ma essendo, in ordine di colpa, europeo, straniero e senza documenti, è assunto come un generico “operaio tecnico”:«Sul mio libretto di lavoro come su quello di tutti i miei connazionali mi avevano qualificato come “manovale”, che è una cosa diversa da quello che io so fare, perciò è stata una questione di principio quella di chiedere di cambiare dicitura in “architetto” non appena sono andato a rinnovare i documenti all’ufficio di collocamento di Campi. Poi la mia laurea è equivalente, ma siccome Italia e Albania non hanno convenzioni su queste cose, anche se l’Ue ha premuto molto con varie direttive per l’equipollenza, sono da tredici anni cittadino italiano, ma dal punto di vista lavorativo sono extracomunitario, dunque la mia professionalità è riconosciuta, ma non posso aderire agli ordini e quindi lavoro come dipendente in uno studio e non posso esercitare liberamente e autonomamente, anche se so di essere stato fortunato e bravo a lavorare per quelle che sono le mie competenze. Da poco però ho potuto aprire la partita iva e questa anche è stata una soddisfazione importante ».Oltre al lavoro come architetto ha anche fondato”Cul-ture”, una piccola azienda di mediazione interculturale e di creazione di eventi e, come in patria, non ha scordato l’attivismo: è il presidente dell’associazione culturale “Vellazerimi”(“fratellanza”), del centro multiculturale “Etnos” di Campi e dell’associazione “Cittadini del mondo” di Mesagne, nonché membro dell’esecutivo della fondazione “Città del libro” e della Uisp provinciale di Lecce. «Grazie a queste realtà-conclude- ho avuto modo di conoscere bene la cultura italiana, molto ricca. Ho contribuito a far conoscere quella albanese, anch’essa molto ricca, e ho avuto l’opportunità di essere d’aiuto a molti miei connazionali».

Amanda Kastrati.

Dieci anni dopo l’arrivo di Bledar, nel 2002 arriva Amanda, ed è molto interessante capire quali motivazioni l’hanno spinta a venire qui e raffrontare il tutto con l’esperienza del presidente di Vellazerimi: «Son venuta qui da sola con l’aereo, per studio, facendo richiesta da Skutari. Ho scelto l’Italia per amicizie e per caso, ho cominciato a studiare un po’ per la necessità di fare qualcosa in un altro posto, ma poi ho assunto coscienza di quello che volevo fare». Le motivazioni dell’emigrazione: «Trovo un po’ stretta la cultura del mio paese, soprattutto per una molto attiva come me. Ho sempre lavorato, part-time e full-time, mai in maniera regolare però, tranne che al tribunale, dove ho avuto un impiego come interprete, prima di lasciare tutto e fare l’Erasmus in Germania». Il suo impatto con il lavoro è stato dominato anzitutto dal timore, un periodo per riaffrontare il quale scrocca una sigaretta, uno studio della posa che per lei, appassionata di cinema, è molto importante. Prosegue dopo essersi procurata il tabacco: «Ero timorosa con i datori di lavoro e nelle relazioni, anche perché pareva venissi da un altro mondo, e poi a vent’anni se sei nei casini nel tuo paese, ci sono i tuoi genitori, ma qui da sola non ero per niente fiduciosa nelle persone. E mi sentivo una vittima, anche se sapevo che la scelta era stata mia, e cominciavo a deprimermi». L’università è un altro tasto dolente: «Su questo c’è tanto da dire. Ho perso borse di studio perché non mi davano informazioni adeguate e se devo fare il confronto con la Germania è meglio stendere un velo pietoso». Non ha voluto né ritornare a casa né rivolgersi ai suoi connazionali: «La comunità albanese non mi ha accolto anzitutto perché non l’ho cercata, non ho mai partecipato alle feste e poi se sono andata via dalla mia città per una certa mentalità non volevo ritrovarla qui. Le energie per proseguire le ho avute dalla gente che ho conosciuto e dal ragazzo con cui sono stata per cinque anni». Non è portata per l’attivismo:«Credo di essere molto anarchica, ma proprio di natura, e poi vivendo in un altro paese ho imparato ad essere individualista». Il suo futuro è incerto: «Quello di Brema è stato il periodo migliore della mia vita, non credo che resterò qui».

Papa.

È arrivato dal Senegal nel 2007, si è inserito perfettamente nella comunità d’origine e conosce tutti i giovani leccesi, soprattutto le ragazze, che lo salutano più volte anche nel giro di pochi secondi. Preferisce mantenere l’anonimato perché la sua storia per intero la conoscono solo la sua moglie italiana e due amici. Prevedendo un discorso frammentato per i saluti, cerco di portarlo in un bar e offrirgli un caffé, ma lui rifiuta: «Roba per occidentali-contesta, in un italiano ancora francofono- noi non ne abbiamo bisogno, vieni con me in Africa e vedi se sotto quel sole dopo una settimana non torni forte come un leone». Valuterò la proposta. Così come molti connazionali, “Papa “ ha una laurea di tutto rispetto, ma è costretto a macinare chilometri ogni giorno con il suo paio di comode scarpe da passeggio in tela. Vende oggetti da ambulante, per arrotondare lo stipendio della moglie, grazie alla quale può restare in Italia e pensare a un futuro più roseo. Basilicata a parte, è stato in tutto il sud:«Sono sbarcato a Lampedusa, dopo un viaggio del quale non ricordo nulla perché era la prima volta che bevevo e mi sono ubriacato, con del rum. Ho vomitato tanto da essere minacciato di essere buttato in mare da alcune madri furiose. Non mi sono mai vergognato tanto». Parrebbe una storiella adolescenziale, ma riderci su sarebbe fuori luogo, perché il problema di coscienza per lui, musulmano, non è da poco, è come se avesse affrontato un rito di passaggio e corruzione in un nuovo mondo. A seguito della sosta nel Cpt di Isola Capo Rizzuto, particolare sul quale non vuole soffermarsi, “Papa” raggiunge alcuni lontani parenti presso il famoso centro “Fernandes” di Castel Volturno (Ce), ed entra in contatto con alcune associazioni di immigrati, che gli insegnano a evitare contatti con i camorristi, per i quali sarebbe diventato un oggetto di cui potevano sentirsi proprietari. Allora si sottomette a meno pretenziosi caporali per la raccolta delle pesche. Dopo un anno in queste condizioni, si dirige in Calabria, dove non riesce a sopportare i ritmi della raccolta delle arance, che neanche gli piacciono:«Ogni volta non sapevo se mi prendevano e non avevo i soldi per pagarmi il trasporto in campagna, poi i miei “colleghi” furbi mi dissero che dovevo pagare pure per farmi scegliere. Per un po’non sono più andato a lavoro, poi ho  scoperto la bugia e sono andato via». Altre tappe della via crucis di questo cristo moderno i pomodori foggiani, le angurie a Nardò, ma per fortuna una sera incontra una donna che lo strega e se lo sposa subito. «L’ho portata al mio villaggio e l’hanno amata tutti subito, e lei ha amato tutti dal primo momento, sono troppo innamorato». Da allora è venuto a Lecce, ha provato a iscriversi al Centro per l’impiego, senza risultato, ed è poi andato a fare un “colloquio” presso il vero centro di collocamento per i nordafricani a Lecce, in “via Dakar”(alias via Duca degli Abruzzi), dove non è stato assunto, ma alla meno peggio indirizzato da un italiano che gli fornisce il materiale da rivendere, in un regime lavorativo piuttosto fumoso e “grigio” come minimo. Perché non ha mai provato a far valere i suoi diritti, soprattutto ora che si avvia all’ottenimento della cittadinanza? La risposta abbraccia ben quattro cliché menzionati in tutti i manuali:«Prima mi avrebbero espulso, ora non mi conviene perché mi inguaierei da solo, poi è complicato e comunque non credo proprio cambi niente ». Come sarà il tuo futuro, gli domando in ultimo, lui riacquista il sorriso:«Senza frutta!»

Benfi k Toska.

Il rappresentante della comunità rom della zona di masseria “Panareo”, mi riceve nel grande spiazzo all’ingresso del campo, in un pomeriggio di novembre che ha molto di primaverile. Intorno a noi non so quanti bambini si mettono a giocare a pallone, dopo aver trattenuto curiosità e domande per il gagé. Il sole mette a nudo il contrasto tra alcune case più vissute, una quindicina costruite nei mesi successivi alla sistemazione presso quest’area, e quelle nuove costruite e assegnate un paio d’anni fa, che ospitano 250 persone. “Beni” è venuto a Lecce a metà degli anni Ottanta, lui e la sua comunità sono rom shqiptare, albanesi, di Podgorica, capitale del Montenegro da cui fuggirono per il crollo della creazione di Tito. Lui ha fatto in tempo ad abitare in roulotte al terzo chilometro tra Lecce e Torre Chianca, su un fondo privato, poi nelle “Case minime” nei pressi del cimitero, una condizione decisamente più confortevole, che ha dato modo ai rom di esercitare la cultura del riuso e l’arte di arrangiarsi. Un’altra proprietà pubblica, l’ostello di San Cataldo, è stata la sua nuova casa, dopo lo sgombero forzato da Lecce, un’altra zona degradata tornata in vita. Dal ‘95 al ‘98, dopo l’ennesima cacciata da un fantomatico eden, è la volta dell’ex camping Solicara, che rappresenta il punto più teso dei “rapporti” tra istituzioni, cittadini e comunità rom. Infi ne il Comune assegna loro la masseria Panareo, un’area anche questa volta pensata per la “sosta”, che ancora una volta viene umanizzata e resa vivibile dalla comunità, in barba alle disposizioni amministrative. Dopo alcuni anni la città prende coscienza della stanzialità che solo essa ignorava e avvia la costruzione di case. Benfik è stato anche impegnato in molti dei lavori nei quali in genere si specializzano singole famiglie, dalla raccolta del ferro alla vendita delle piante, che lo impegna tuttora. Le altre attività che contraddistinguono la vivacità del campo sono la compravendita delle auto usate, di vestiario e calzature con le altre comunità rom d’Italia e la questua. Le donne hanno partecipato al progetto “Working rom”, proposto dal circolo Arci “Zei” di Lecce, che ha ampliato le capacità di piccolo lavoro artigianale, spiragli che però non permettono un guadagno continuo, ma hanno cambiato notevolmente i rapporti tra i cittadini, quanto meno i più giovani, e questa sconosciuta comunità. Chiedo a Beni se ritornerebbe in Montenegro, ci pensa un po’:«Se avessi la sicurezza di una vita agiata forse lo farei, quanto meno ci tornerei più spesso, ma la mia vita e il mio mondo sono qui e ora».

Szylvia

 

Una bella donna, il cui nome è fi ttizio, mi chiede l’anonimato come prezzo per il pudore verso certe debolezze che ha avuto, che ha superato ma che ripudia ancora al punto da vergognarsene. Come molte altre sue connazionali, anche lei è venuta in Italia dalla Polonia più per avventura che per necessità, a ventidue anni, nel ‘94. Dell’Italia ama molto la cucina e gli uomini, e proprio per amore ha scelto di trasferirsi da Milano a Lecce. La capitale economica era per lei l’occasione della vita:«Appena arrivata ho trovato subito lavoro regolare come badante, intanto cercavo di fare qualche piccolo lavoro come indossatrice. Sai mai che diventavo modella!» Mi mostra le foto del suo book di presentazione, e sorge subito il dubbio sul perché andar via da Milano:«I signori per cui lavoravo come assistente sanitaria insistevano molto perché restassi con loro a tempo pieno, così mi hanno reso impossibile la vita, io stavo iniziando a bere molto. E la prima conseguenza è che non avevo più né il fisico dell’indossatrice né la pazienza della colf. Così sono scesa a compromessi con troppe persone». Poi la scelta di andare a Sesto San Giovanni, dove ha smesso di bere e ha trovato lavoro come commessa in un negozio di calzature, in regola ma retribuita un po’meno di quanto dichiarava la sua busta paga:«Proprio come in Cenerentola, ma al contrario, ho incontrato l’amore della mia vita a ventisette anni, porgendo una scarpa al mio “principe”, che quella sera stessa ha cominciato a corteggiarmi». Mi aspetto di vederla arrossire, ma non succede: l’osservazione empirica mi suggerirebbe di generalizzare ed estendere  questo atteggiamento a tutti i polacchi, ma non mi pronuncio. Un uomo all’antica, il suo amore, che la porta nel Salento, d’estate, anche per farle conoscere i familiari. Lei era stata tutt’al più in Liguria, e nonostante le pesanti scottature si innamora subito del sole e della luce del Salento, e del mare Adriatico, del quale conosce ogni anfratto. «Mi piace molto la pesca subacquea-dice, spiazzandomi ancora-, e mi piace prendere i ricci e aprirli. Andiamo spesso a San Foca, dove mio marito prende quasi sempre triglie e orate». Le domando: «Adesso fai romanticamente la mantenuta?», non l’avessi mai fatto, il suo volto si fa rigido e orgoglioso. «No, qui ho lavorato presso alcuni pub della movida, poi in una pizzeria piuttosto fuori Lecce, infi ne sto lavorando a una mia impresa personale, della quale non ti dico niente perché sono molto superstiziosa, ma riguarderà i preziosi». Sembra scontato chiederle come sia stata accolta qui, vista la sua affabilità, ma, mi confessa:«Con lui stavamo insieme da tre anni, quando abbiamo deciso, diciamo, di lasciarci. Sono stata malissimo, ci mancava poco perché mi attaccassi alla bottiglia, non avevo e non ho molti amici, soprattutto tra i miei connazionali. Poi sono ritornata per alcuni mesi a fare la badante presso una signora impossibile, ma ho sempre creduto in dio e nella provvidenza ed eccomi qua con due bei bambini e il mio amore e voglio vivere per sempre qua. Viaggiando spesso, però!»

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