Viaggio negli alloggi popolari a Milano

Come nascono le tensioni contro gli sgomberi degli alloggi occupati abusivamente a Milano? Come si alimenta l’esasperazione di italiani e immigrati? Come si strumentalizza il bisogno? Un ragionamento oltre le barricate

Andrea Aufieri, 31 ottobre 2014

Anatomia di uno sgombero

Quello di via Tracia 5, a Milano, è uno come tanti altri. Un edificio popolare di proprietà Aler (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale) nel quartiere Selinunte della zona 7. E quella del 14 ottobre è stata una giornata di ordinaria follia. Con Giulia Crippa, del Sindacato Unitario Nazionale degli Inquilini Assegnatari (Sunia), siamo arrivati poco dopo la partenza di una volante della polizia. Nella notte qualcuno ha sfondato una lastra che impediva l’ingresso in un alloggio sfitto al piano terra e ha fatto entrare una donna rumena con un bimbo. La mattina seguente, quasi a mezzogiorno, forse sempre le stesse persone hanno rotto gli infissi di un balcone al piano rialzato, poi la solita lastra, e fatto entrare ancora una volta una mamma incinta con i suoi tre bambini. Tra l’esasperazione degli altri inquilini “regolari”, la polizia ha potuto solo registrare l’effettiva appartenenza dei bambini alle loro madri. Ci vorrebbe un assistente sociale per accompagnare l’uscita delle donne, e anche una sistemazione alternativa per loro, ma da tempo le occupazioni “in flagranza” non permettono di recuperare l’alloggio perché figure come le loro costano e non coprono gli orari caldi come quelli notturni. Così non si è vista l’ombra di un assistente per tutta la giornata. Alcuni rom hanno portato fuori i detriti delle lastre rotte. Qualcun altro ha fatto arrivare una lavatrice nell’appartamento occupato per primo. Poco dopo un carrello con un materasso a due piazze ha fatto capolino dal cancello dell’edificio: in un primo momento il ragazzo che lo trasportava è tornato sui suoi passi, visto che gli abitanti contrariati stavano occupando il piazzale interno. Poi, però, ha deciso di entrare facendo spallucce. Gli inquilini protestano, ma sono quasi impotenti. Qualcuno, intanto, ha fatto le telefonate giuste. In poco tempo sono arrivati dei tecnici dalla Regione, il coordinatore regionale del Sunia, Francesco Di Gregorio, e il coordinatore degli ispettori di Aler, Ferdinando Greco. Con molto senso pratico, dopo aver scambiato con loro parole poco cordiali, Greco ha buttato fuori le occupanti. Fermi sul piazzale gli inquilini hanno applaudito. Gli occupanti hanno lanciato accuse gravi: dicono di aver subito grossi furti dalle forze dell’ordine che li hanno cacciati dai campi che occupavano e per questo non possono permettersi una casa. Nessuno si è curato più di loro e pian piano sono andati via. Torneranno. Ne sono sicuri gli inquilini, che intanto continuano a chiedere interventi nelle loro case e a fare presente che ci sono molti altri abusivi nel palazzo. Il 27 ottobre, due furgoni dei carabinieri hanno eseguito uno sgombero programmato, portando via altre due famiglie rom. Un inquilino regolare si concentra poi su altri problemi del palazzo, lamentandosi perché l’Asl non ha voluto mandare nessuno a ispezionare i danni dei piccioni sul tetto: «Ci hanno risposto che per Aler non escono, allora la prossima volta diremo che ci sembra di vedere un cadavere. Vedrete come arriveranno, dopo la storia del marocchino morto nella scuola abbandonata». Greco ha provato a tranquillizzare gli animi spiegando di avvisare direttamente il suo ente per questo tipo di problemi. Intanto sono arrivati anche gli agenti della polizia locale, che hanno verbalizzato l’episodio e hanno promesso di ripassare la sera per assicurarsi che le donne non tornino negli appartamenti. Difficile che occupino di nuovo gli stessi alloggi, perché intanto Greco ha fatto arrivare gli operai delle ditte convenzionate per richiudere tutto. A quel punto è ricomparsa la signora Sabina, portiere Aler dell’edificio. Non ha preso una posizione netta perché ha paura: dicono che il marito sia stato spesso minacciato da quelli che gestiscono il racket degli abusivi, così non denuncia le situazioni se non sono gravi. Non si può darle torto: sui quotidiani si legge troppo spesso di aggressioni ai custodi.

Poco dopo è cominciata la girandola dei comunicati: l’azienda elogia l’azione decisa ed efficace degli ispettori, senza però dire che è stato il coordinatore a gestire tutto; l’assessore regionale Bulbarelli ha elogiato l’intervento nonostante la colpevole assenza dei tecnici comunali e degli assistenti sociali. Il consigliere comunale Pdl Riccardo De Corato ha voluto sottolineare che un solo ispettore di Aler ha risolto problemi mai che i funzionari dello stato non hanno saputo gestire.

La moda dell’abusivismo

Nella nota del 24 ottobre, Aler dà conto del primo trimestre di attività della sua «task force anti-abusivi». L’azienda specifica che «in quanto proprietaria degli immobili non può autonomamente allontanare gli occupanti, poiché in molti casi è assolutamente indispensabile l’intervento delle forze dell’ordine e/o degli assistenti sociali». Non è quello che è accaduto in via Tracia. Nonostante questa puntualizzazione, infatti, sono stati 111 gli alloggi recuperati con il solo intervento della task force dal 30 giugno al 30 settembre. La task force è dovuta intervenire ben 943 volte e gli alloggi sono stati recuperati in 516 occasioni.  Per contro, ben 197 volte le occupazioni sono andate a buon fine per il mancato intervento delle forze dell’ordine e 148 volte per assenza di assistenti sociali. «A San Siro occupare è diventata quasi una moda – dice Giulia Crippa – e comunque sgomberare un alloggio può arrivare a costare anche diecimila euro:  ci vogliono l’assistente sociale se in presenza di donne e bambini, l’ispettorato Aler, la polizia, il veterinario se ci sono animali domestici, l’ambulanza per eventuale soccorso medico e poi fabbri e tecnici per aggiustare gli infissi e le serrature e rimontare le lastre. Magari con quei soldi si possono sistemare altri alloggi e gli impianti per la luce e il gas».

Gianni Belli, segretario del Comitato Inquilini Milano, fa notare che «anche se questi sono rom e stanno antipatici a tutti» l’emergenza sociale va vista anche dalla parte degli occupanti: «In zone come quella di Lorenteggio c’è un passaparola molto forte riguardo agli alloggi sfitti da occupare, perciò se uno vive nel campo di via San Dionigi preferirà sempre una casa malmessa a un posto che può essere paragonato alla fogna».

I ghetti di Lorenteggio

Non è un caso che siano San Siro, nella zona 7, e Lorenteggio e Giambellino, nella zona 6, a essere presi di mira più spesso dagli abusivi: vi si trovano i palazzi più antichi, realizzati nel ventennio tra il secondo dopoguerra e gli anni del boom. E ci sono anche numerosi alloggi sfitti e pericolanti che in pochi vorrebbero. In questo modo si creano veri e propri ghetti: dove ci sono i palazzi messi peggio, le famiglie rom si adeguano, e arrivano fino al delimitare dei giardini di via Odazio, all’incrocio con via Segneri. Pochi passi più avanti ci sono le attività sociali della Casetta Verde, organizzate dal comitato di quartiere, dove la situazione sembra più pacifica. Rom e italiani semplicemente si ignorano, almeno finché possono. Altre volte finisce a sassate. Proprio in via Segneri c’è uno stabile composto da novanta alloggi e occupato per intero da abusivi, contro i quali gli abitanti regolari hanno consegnato un esposto in procura. Via Segneri incrocia proprio con il civico 181 di via Giambellino. Lì due stabili del complesso, sessanta appartamenti, sono puntellati e inagibili da anni. Ma fino a quest’estate le occupazioni andavano avanti, fino almeno al crollo di un balcone ad agosto. Adesso s’intravedono ancora allacci elettrici esterni, qualche neon e le immancabili parabole. Si attraversa via Odazio e ci si trova in un altro mondo: gli alloggi popolari “a schiera” di Villaggio dei Fiori. Prima ancora, altri edifici fortunati mostrano una sistemazione strutturale, dall’intonaco ai comignoli non più in amianto. Poi c’è la serie b, con una mano di vernice che non copre muri ammuffiti e cadenti. E c’è la serie c, che non si “merita” neanche quella e che ha seri problemi con l’abitabilità e con l’amianto.

Continua Belli: «Una buona politica sociale non permette i “campi di concentramento” perché, o si vede la città come un complesso di segregazioni o bisogna affrontare adeguatamente i problemi, pianificando la seconda accoglienza per gli immigrati, favorendo l’inserimento lavorativo per tutti, facilitando la frequenza delle scuole e prevenendo la microcriminalità».

Francesco Di Gregorio, spiega: «Chi occupa un appartamento dovrebbe pagare una quota molto vicina a quella prevista dal normale mercato degli affitti, ma la stragrande maggioranza delle occupazioni è fatta da famiglie in condizioni critiche. Se la loro condizione viene in qualche modo ufficializzata con il pagamento dell’indennità di occupazione, gli occupanti perdono anche il diritto all’assegnazione di un alloggio per cinque anni».

«L’abusivismo si contrasta assegnando le case»

A Milano sono circa ottomila gli alloggi sfitti. Un “patrimonio” di questa portata attira molta gente: al Sunia stimano in circa quattromila le occupazioni in corso. Inoltre, le cifre che dovrebbero pagare gli occupanti pesano sul bilancio Aler: «Se il Comune scrive in bilancio cifre che deve riscuotere in teoria, come il canone e le utenze, e che in effetti non recupererà mai – continua Di Gregorio – si comprende come i gestori si facciano carico di costi enormi e di pochi ricavi».

Belli, però, aggiunge: «In questo modo Aler deve stare attenta a dove mettere queste cifre. Un credito esigibile va letto come passivo? La situazione è scottante e va in questo senso l’ingaggio di aziende di riscossione crediti da parte di Aler, che mira a recuperare circa il 20% del dovuto».

Giulia Crippa introduce quella che è la strada da seguire: «L’unico modo efficace per combattere le occupazioni abusive degli appartamenti è assegnarli». Cosa affatto semplice a Milano, anzitutto perché la città affronta una fase di transizione: dopo sei anni di gestione Aler, il Comune opererà in proprio, assegnando il compito alla municipalizzata Metropolitana milanese (Mm). Quest’anno le graduatorie cittadine hanno permesso di assorbire 1177 aventi diritto a fronte di 23388 domande. La situazione si è aggravata rispetto a due anni fa, perché nel 2013-2014 la Regione Lombardia ha reso indisponibile per il Comune il superamento della quota delle assegnazioni in deroga. Secondo i dati della direzione centrale Casa e Demanio, sul totale degli alloggi 997 sono stati assegnati attraverso la graduatoria normale, 180 sono stati impiegati per mobilità abitativa e 437 in deroga, per un rapporto tra deroghe e assegnazioni del 37,13%. Le assegnazioni in deroga colpiscono anche quelli che sono stati sfrattati e che dovrebbero vedersi facilitato il passaggio da casa a casa, per effetto del decreto Lupi: sono in attesa 263 aventi diritto, tra cui 149 sono nuclei famigliari con sfratto eseguito e 114 sono nuclei che vivono in condizioni improprie, antigieniche o di grave disagio sociale.

La fase è transitoria, si diceva, e deve tener conto del “Piano casa” del governo Renzi, che ha stanziato 450 milioni per ristrutturare alloggi sfitti in tutta Italia e ha assegnato alla Lombardia una quota che permette l’adeguamento di circa 600 alloggi. A questi si aggiungeranno entro fine anno i 180 alloggi promessi dalla Regione e i 700 promessi da Aler, per un totale di 1480 appartamenti disponibili entro il 2015.

Una nota del Sunia di Milano però afferma che: «I piani di ristrutturazione di appartamenti annunciati sia da Aler che dal Comune, oltre a essere in forte ritardo, sono molto insufficienti per il bisogno a cui debbono rispondere».

La piaga degli sfratti per morosità è un capitolo a parte e ha una geografia sempre più estesa in città: si stima che siano 12mila, eseguiti con una media di 7-8 al giorno con l’impiego della forza pubblica. Seicento famiglie hanno un’assegnazione di case popolari, di cui la metà già con sfratto eseguito, senza che sia avvenuto il passaggio da casa a casa. Gli sfratti eseguiti con l’intervento della forza pubblica, secondo i dati della prefettura di Milano, sono stati 1818 su 11525 richieste nel 2013. Quest’anno le richieste sono salite a 18mila, l’80% delle quali a causa di morosità. «La morosità – dice Di Gregorio – oscilla dal 30 al 40%, più bassa nelle case Aler e più alta in quelle di proprietà del Comune».

«Il decreto Lupi sulla morosità incolpevole – aggiunge Belli – permetterebbe di graduare gli sfratti e garantirebbe il passaggio da casa a casa, ma per adesso questa pratica è pura fantascienza».

La banda del buco

In questa situazione il Comune ha etichettato come fallimentare la gestione di Aler e proverà a far da sé. Ma con quali soldi? Le stime del Sunia dicono che se si dovesse intervenire seriamente sul patrimonio del Comune e di Aler ci vorrebbero circa tre miliardi. «Per salvaguardare il patrimonio complessivo servirebbero interventi strutturali anche per mettere a norma o abbattere condomini come quelli che si trovano al parco Lambro, costruiti quando l’industrializzazione dell’area aveva abbassato il livello del falda acquifera, che adesso è diventata una minaccia anche per l’assenza di un polo industriale».

Gravato da tasse e costi sociali, il bilancio di Aler si è fatto ingombrante anche per le pressioni della Regione, arrivando a 350 milioni. Secondo Di Gregorio «basta dare uno sguardo ai processi in corso. Dando vita a società come Asset, che si occupa della valorizzazione del patrimonio, e Csi, che si è occupata del sistema di riscaldamento, insieme ad altre partecipate, si è proceduto alla costruzione e alla gestione di immobili facendo investimenti che si sono rivelati sbagliati».

«Asset – prosegue Di Gregorio – gestisce la costruzione e la vendita, moderata e non, di edifici costruiti sotto varie pressioni, per esempio di enti come la fondazione Enpam (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e degli odontoiatri) e acquistati poi solo in parte, con grossi oneri per l’azienda, come avvenuto a Pieve Emanuele. Poi sono evidenti i problemi su quanto è stato costruito con tempi lunghi e costi elevati: è successo spesso che le ditte che dovevano costruire alloggi a canone moderato sono fallite, a scapito anche della qualità degli appartamenti».

Belli fa poi presente che la ristrutturazione degli appartamenti potrebbe avvenire con vecchie risorse come i fondi Gescal, fondi per la Gestione Case dei Lavoratori, «ma questi hanno avuto una storia travagliata e mi risulta che saranno piuttosto impiegati per pagare gli arretrati dei dipendenti Aler».

Con un buco ingombrante sono cominciate le assenze e le mancate manutenzioni. Un problema che poteva essere almeno in parte tamponato dalle autogestioni: il comitato del condominio chiama una ditta che può occuparsene e Aler poi paga.

Stefano Chiappelli, segretario provinciale del Sunia, spiega: «Il Sunia ha lavorato per favorire le autogestioni, infatti l’ultimo accordo è stato con Aler quello che determina i pagamenti alle imprese fino al settembre 2014, eliminando i forti ritardi e i problemi di liquidità delle imprese che hanno rischiato di licenziare il personale non ricevendo i soldi da Aler. C’è poi un ulteriore scoperto con tutte le imprese che lavorano a vario titolo con Aler e non ricevono i pagamenti della loro fatturazione. La Regione solo da poco ha stanziato 66 milioni per pagare i fornitori e avviare parte della manutenzione oltre che tenere in piedi l’azienda».

C’è però chi pur avendo realizzato progetti funzionali ha dovuto chiudere il comitato di autogestione. È il caso del Lope De Vega 1-27, presieduto da Romano Zeppilli, più volte finito nel mirino dei gestori del racket: «Un gioiellino. Il nostro complesso era diventato meglio di quando lo avevano costruito. Abbiamo chiuso per morosità, ma soprattutto per mancanza di fiducia da parte dei gestori. E oltre alla manutenzione ci siamo occupati anche di contrastare fortemente il racket dell’abusivismo e di ascoltare i coinquilini».

«Si stava meglio quando c’erano gli squali»

Qualcuno il comitato non ha neanche la possibilità di realizzarlo, come da legge regionale 27, ed è stanco di subire: le occupazioni, gli allacci abusivi, la perdita degli spazi comuni perché sono diventati presidio dei delinquenti, persino il furto di furgoni il cui pagamento rateizzato è ancora in corso. Un’aggiunta sensibile allo squallore degli edifici, all’umidità che sta rovinando tutto e agli scantinati cedevoli, dove qualche anno fa avevano anche realizzato una vera e propria coltura illegale di marijuana, con tanto di lampade che provocavano continui blackout e pesavano sulle utenze di chi l’affitto con difficoltà lo ha sempre pagato. È il caso di via Recoaro 4, ancora nella zona di Giambellino. Gran parte degli inquilini regolari stanno valutando con un avvocato le modalità per uno sciopero dell’affitto o del pagamento delle utenze. Vorrebbero che Aler effettuasse i servizi e le manutenzioni necessarie, che gestisse la delicata questione della sicurezza, tenendo fede agli impegni spesso dichiarati del raddoppio degli ispettori e della residenza fissa di uno o più custodi. Nello stabile la situazione è esplosiva. Ci abitano molti abusivi, gran parte dei quali hanno atteggiamenti intimidatori nei confronti delle altre persone. Ci sarebbero un capofamiglia rom che ha una certa influenza sugli altri e c’è anche un italiano che insieme a un marocchino organizzerebbe le «spaccate» per rimuovere le lastre dalle porte e permettere così agli abusivi di impossessarsi degli alloggi. La gente è terrorizzata da queste persone. La proposta di Matteo Salvini di impiegare l’esercito per liberare gli appartamenti li alletta molto e vorrebbero almeno parlare con lui. Così si alimenta il gioco dello scambio elettorale, dove una soluzione come quella prospettata dal leader leghista sembrerebbe più efficace di una soluzione sociale. «Si stava meglio quando qui abitavano gli squali, perché a casa loro si comportavano da signori» è l’epitaffio sulla morte civile del quartiere: un inquilino si riferisce al periodo in cui nello stesso edificio abitavano i boss della generazione di Renato Vallanzasca, che per altro era di casa al Giambellino.

Gianni Belli commenta a titolo personale l’ipotesi di protesta: «A parte la discutibile situazione strutturale dello stabile, che potrebbe far pensare a situazioni più drastiche come l’abbattimento e la ricostruzione di alloggi più dignitosi, è incredibile che in sei anni nessuno, dai proprietari fino alle forze dell’ordine e a ogni tipo di istituzione non si sia voluta curare della condizione di questi palazzi. Un paese civile piuttosto che pensare all’esercito dovrebbe provare la strada di una corretta funzione sociale, allontanando i soggetti pericolosi e ripristinando la legalità senza buttare in mezzo alla strada persone senza possibilità economiche».

Anche Chiappelli è piuttosto allarmato dalla situazione di via Recoaro: «In passato gli scioperi degli affitti hanno sempre funzionato, ma viviamo in tempi difficili e una protesta di questo tipo rischierebbe piuttosto di far passare il concetto di una casa intesa solo come qualcosa di dovuto per la quale non ci si assume alcuna responsabilità. Il Sunia ha proposto alla Regione una misura ulteriore per finanziare Aler, destinandole anche l’1% del bilancio, almeno per rendere la situazione più sostenibile. La Regione si è limitata a dire che entrerà nella dinamica».

Morosità e pagamenti parziali: come li conta l’Aler?

A cosa va incontro un inquilino che decide di non pagare l’affitto? Spiega Di Gregorio: «In teoria dopo il mancato pagamento del terzo bollettino consecutivo diventano morosi». Molte persone, un numero alto ma non quantificabile, decide invece sempre più spesso di pagare solo il canone, solo le utenze o una parte di entrambe le spese. Questo comporta molti problemi: «I pagamenti devono essere effettuati solo mediante avviso (Mav) – prosegue Di Gregorio – con un bollettino bancario. Questi comprendono ora sia il canone che le spese, che sono quindi diventate inscindibili. Sempre in teoria un inquilino non potrebbe dunque effettuare pagamenti parziali, ma siccome questo succede spesso per difficoltà economiche, dove inviare i soldi? Non ci sono numeri di conto corrente disponibili, quindi si invia denaro agli uffici Aler e in sostanza quando arrivano questi sono indirizzati a un fondo e Aler li incassa senza aver potuto specificare per quale motivo li ricevano». Il fondo cui fa riferimento Di Gregorio «non è ben definito e comunque non registra il versamento come pagamento di spese o canone, ma come entrata non specificata». Solo in un momento successivo, a fronte delle richieste di pagamenti da parte di Aler: «Se l’inquilino ha tenuto le pezze giustificative dei pagamenti potrà specificare i motivi per cui ha effettuato versamenti parziali».

Interpellata per avere dei chiarimenti riguardo al fondo, Aler ha risposto tramite il suo addetto stampa: «Il contratto di locazione prevede espressamente che il metodo di pagamento sia quello stabilito dall’azienda e non è prevista altra modalità». Aler si riferisce al Mav, appunto. Tuttavia, «i Mav possono essere oggetto di rateizzazione tramite una specifica funzione che le filiali possono gestire in relazione alle specifiche necessità dei clienti qualora gli stessi, non potendo per varie ragioni effettuare il pagamento di quanto richiesto alle scadenze previste, si rechino presso le stesse segnalando tale problematica». In tal modo, «i pagamenti parziali (rateizzati) degli utenti non corrono il rischio di non venire riconosciuti e non attribuiti agli estratti conto degli utenti», ma qualora gli inquilini usino uno strumento di pagamento diverso, «quindi una modalità che non consente l’aggancio in maniera automatica del pagamento effettuato dall’utente, in funzione dei dati identificativi dello stesso — come il codice dell’unità immobiliare o il codice del contratto — potrebbe capitare che il pagamento non venga attribuito immediatamente a colui che lo effettua. Ciò capita per esempio quando qualcuno effettua il pagamento di quanto richiesto con le fatture in misura parziale, tramite bollettini postali o bonifici bancari, e negli stessi non vengono indicati correttamente tutti i dati che consentono all’azienda di individuare il soggetto che sta effettuando il pagamento». Questo accadrebbe anche perché «sui bollettini postali spesso i riferimenti al contratto mancano e pertanto non è possibile attribuire all’estratto conto dell’utente il pagamento e anche il nome e cognome non sono spesso leggibili». Dunque, «solo quando un utente si presenta per effettuare le verifiche della propria posizione economica e vengono presentati anche i bollettini postali, da lì si può effettuare l’attribuzione all’estratto conto dell’utente delle somme pagate, ma non attribuite all’atto dell’incasso».
Le transazioni “parziali” sono effettuate  da alcuni utenti tramite «un conto corrente postale che Aler mantiene attivo in quanto, in passato, per alcune tipologie di addebito veniva emesso il bollettino postale» e  «i pagamenti “non attribuiti” vengono memorizzati utilizzando un codice utente apposito fin tanto che il pagamento non venga attribuito all’utente tramite un’operazione che viene definita “giro pagamento”». In definitiva dall’azienda fanno sapere che «non possiamo conoscere le motivazioni per le quali gli utenti decidono di effettuare un versamento parziale rispetto a quanto richiesto; se i pagamenti parziali non vengono attribuiti all’utente che ha effettuato il versamento si crea all’atto dell’incasso un movimento contabile che rileva l’incasso e il corrispettivo “debito nei confronti di inquilini diversi”».  Non è chiaro, dunque, di quanti soldi si tratti, né come o quando questi siano impiegati.

«Più che a Scampia siamo in uno slum»

«In tutto il nostro territorio ci sono almeno altre 400 costruzioni come quella del Giambellino 181, dov’è caduto il terrazzo. Più che a Scampia per l’insicurezza sembra di stare in uno slum: i nostri palazzi sono messi male e la gente si arrangia». Così racconta Gabriele Rabaiotti, presidente della zona 6. «La situazione è pesante ed è dovuta ad abbandono e isolamento, si soffre l’assenza delle istituzioni.  E credo che questa cosa dal punto della responsabilità pubblica sia molto grave».

«Il nostro bilancio — prosegue — è di circa 100mila euro, l’anno scorso è stato di 83mila. Siamo 155mila abitanti. È chiaro che non possiamo intervenire sulla questione della casa. Ma abbiamo concentrato tutte le attività ricreative nei quartieri popolari: la Festa dei vicini e il cineforum “Scendi, c’è il cinema”. Diamo un contributo per l’organizzazione delle feste nei giardini dei condomini. Due anni fa c’è stato un bando con uno stanziamento di 15mila euro al quale hanno partecipato le associazioni di quartiere». Tra i progetti sostenuti dalla zona: un laboratorio di quartiere al Giambellino-Lorenteggio che si tiene in un edificio popolare; i corsi di italiano per stranieri, di fotografia, di ascolto per le famiglie dove si può trovare un  sostegno per tutto, anche per la manutenzione. Gli interventi per il sostegno all’abitare sono stati differenti e provengono dal Comune, dalla Regione o dal Governo: 70mila euro destinati dall’assessorato alla Casa, che sono partiti da pochi giorni. In via Lope de Vega due ex insegnanti lavorano come volontarie per insegnare l’italiano agli stranieri. «In via Borsi – prosegue il presidente della zona – abbiamo attivato un progetto con i custodi sociali per un consultorio di sostegno e orientamento. In zone come via Santi proseguiamo la messa in sicurezza o lo smaltimento dell’amianto, quando il cantiere si era fermato da due anni. Abbiamo anche il progetto di prossimità per le famiglie del quadrilatero Aler intorno a via Solari. Qui si realizzano cantieri per la ristrutturazione interna, il monitoraggio dell’andamento dei lavori del cantiere edilizio e attività culturali dello Spazio Abitare Solari40». A stretto giro, alcune migliaia di euro dovranno essere spese per le ristrutturazioni di molti stabili in via Lorenteggio (60mila euro) e via Ovada 38-36 (40mila euro per 12 mesi). «Le attività in via Giambellino saranno orientate a definire con gli stessi abitanti il progetto di recupero e qualificazione integrata del quartiere. Abbiamo registrato l’impegno del Comune a metterci 15 milioni di euro solo a patto che Regione e Aler facciano lo stesso. Questo nonostante quegli stabili siano solo di Aler». Questa trattativa è realistica ed è ancora in corso.

Il terzo paradiso

Il Superstudiopiù è stato al centro della “Milano da bere” come studio fotografico di punta della moda anni Ottanta. Con il declino della centralità milanese è passato in secondo piano anche il palazzo,che resta ancora al centro delle attività culturali cittadine. L’edificio è nella Zona 6, e i quattro chilometri che lo separano da via Danusso potrebbero tradursi in una distanza ancora più grande da colmare dal punto di vista della qualità della vita. Eppure qualcuno ha pensato che per fare rivivere lo studio verso Expo ci volesse qualcosa che esprimesse concretamente la volontà di “coltivare la città”, come recita lo slogan del progetto Superortopiù. Gli apprezzati ortisti dei novantaquattro giardini di Barona, in particolare i pensionati di via Danusso, hanno curato quello che, dall’idea di un giardino artistico, si è poi trasformato in un vero orto sociale. Dallo scorso aprile, per due o tre volte a settimana, alle prime luci del mattino un piccolo gruppo di signore dei quartieri popolari arriva per prendersi cura dell’orto: annaffiare, potare,c sradicare l’erbaccia. E poi raccogliere i frutti rigogliosi che l’orto concede per portarlo alle famiglie dei loro complessi che più ne hanno bisogno. Tina Monaco, presidente dell’associazione Coaas (Comitati e Associazioni per l’Autorganizzazione Sociale), Lucia Giannattasio, dell’autogestione di via Franco Russoli e Annapaola Abatangelo, della Gestione Autonoma Cittadini di Barona, raccolgono melanzane, cetrioli, finocchi, ottimi broccoli, bellissime fragole, cardi, peperoni, peperoncini, verze, zucchine basilico e una quantità sorprendente di spezie (timo, maggiorana, sedano, origano, salvia), pomodori – dei quali sono parecchio ghiotti anche degli uccelli “strani”, dicono, che se colti in flagrante “rischiano lo spiedo”. Ogni giorno le donne, e ogni tanto qualche uomo – comunque un numero ristretto di persone accreditate – raccolgono diversi chili di frutta e verdura che poi ripartiscono in alcuni pacchetti di carta e trasportano fino in casa di chi gliene fa richiesta per necessità.

«Il Coaas si relazionerà con professori ed esperti di ecologia a tutti i livelli – spiega Lorenza Daverio, tra le responsabili del progetto – si creeranno sinergie tra esigenze concrete e teoria “green”, per discutere di come cambiare la città e migliorare la qualità della vita per tutti».

«Tutti gli iscritti lavorano anche nel proprio quartiere – dice Tina Monaco. Noi abbiamo fatto tante iniziative nei locali Aler, ma avremmo bisogno di una libreria per poter gestire la biblioteca, e magari di altri saloni che diversamente sono destinati al degrado. Certo se non ci costringessero a pagare l’affitto anche su quei locali sarebbe una cosa intelligente: il nostro lavoro poi si vede nei rapporti tra inquilini. Se fai un dispetto a una persona che non  conosci non ci stai pensare tanto. Se lo devi fare a qualcuno che hai imparato a conoscere e di cui ti fidi, ci pensi eccome».

Nei loro complessi le donne non denunciano problemi gravi di convivenza: anche loro hanno a che fare con persone di nazionalità diverse, abusivi, a volte anche con malviventi, eppure cambia molto il concetto di aggregazione, di fiducia, di cura degli spazi comuni. «Il segreto – dice Tina – è insistere ed essere presenti».

Al centro dell’orto c’è uno strano disegno che ricorda il simbolo dell’infinito, ma è formato da tre cerchi e non da due. È il simbolo del “terzo paradiso” così come l’ha concepito il maestro che ha sviluppato il progetto, Michelangelo Pistoletto. Il terzo paradiso è una fusione dei paradisi naturale e artificiale con i quali l’uomo si relaziona. Come si legge sul sito del progetto (terzoparadiso.org), il primo «è quello in cui gli esseri umani sono integrati nella natura». Il secondo è «il paradiso artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana attraverso un processo che ha raggiunto oggi proporzioni globalizzanti. Questo paradiso è fatto di bisogni artificiali, di prodotti artificiali, di comodità artificiali, di piaceri artificiali e di ogni altra forma di artificio. Si è formato un vero e proprio mondo artificiale che, con progressione esponenziale, ingenera, parallelamente agli effetti benefici, processi irreversibili di degrado a dimensione planetaria». Il rischio, annunciato in ogni modo, secondo l’artista, è quello «di una tragica collisione tra la sfera naturale e quella artificiale».
Il progetto del terzo paradiso consiste, dunque, «nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica a restituire vita alla Terra, congiuntamente all’impegno di rifondare i comuni principi e comportamenti etici, in quanto da questi dipende l’effettiva riuscita di tale obiettivo». Il terzo paradiso è «il passaggio a un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza».  Un concetto che mani sapienti possono rendere concreto.

*Tutte le foto di questo articolo sono di Andrea Aufieri. Licenza Creative Commons 3.0  Attribuzione – Non Commerciale – Non Opere Derivate 

 

Lecce senza Capitale o senza Cultura? L’intervista ad Airan Berg

airanberg

Nel giorno della raccomandazione di Matera a rappresentare la nazione come Capitale europea della Cultura per il 2019 da parte del governo italiano, ripubblico qui l’intervista al direttore artistico di Lecce2019, Airan Berg. L’intervista è stata pubblicata su Mediaterraneo News.  Sono particolarmente affezionato alla risposta che Berg mi ha dato sul possibile proseguimento dell’impegno della città a prescindere dal risultato. Sono curioso di capire se questa città farà davvero passi in avanti. Come quelle squadre chiamate a giocare campionati da gregarie, senza impegni oltre al campionato. Serenità, progetti, maturità da dimostrare.

Lecce è tra le sei città italiane ancora in corsa per la candidatura a Capitale europea della Cultura per il 2019. E se il potenziale del capoluogo salentino sarà valorizzato a dovere, dopo la consegna del dossier definitivo a luglio, un ruolo importante andrà riconosciuto ad Airan Berg, direttore artistico della candidatura leccese.

Nato a Tel Aviv il 18 luglio 1961, maturato a Broadway e direttore artistico di diverse compagnie teatrali austriache, Berg ha casa a Istanbul con sua moglie e un bambino, è stato nel team creativo di Linz, Capitale del 2009. Tutte le attività che si svolgono in città e le proposte d’innovazione si reggono su un concetto che ha coniato lui: Reinventare Eutopia.

Edutopia; profitopia; artopia; ecotopia; talentopia; polistopia; democratopia; esperientopia sono i petali della margherita da sfogliare interrogandosi sulla possibilità di rappresentare l’Italia e l’Europa sotto il segno della cultura. Otto campi che raccolgono l’esperienza, i talenti, gli artisti, la ricchezza culturale e sociale, l’innovazione amministrativa e la trasparenza che la città è in grado di produrre. Ecco da vicino i suoi piani per fare di Lecce l’avanguardia culturale europea.

Quali sono i punti di forza che la città deve valorizzare per ambire al titolo di Capitale europea della cultura?

«Anzitutto questa città ha una fantastica tradizione culturale. La forza di questo territorio sta poi nella varietà straordinaria dei saperi della società civile. E poi ci sono artisti meravigliosi. E il cibo, che è una parte molto importante della vostra cultura».

Come nascono le sfide di «Eutopia»? E perché «reinventarla»?

«Il concetto del “reinventare” non è mio, l’ho sentito spesso dalle persone che ho incontrato: “Dobbiamo reinventarci ogni giorno per poter vivere”, mi hanno detto. C’è bisogno di un cambiamento sostanziale, lo sappiamo, per tutto il Sud: non basta un cerotto e via per sistemare le cose. E siccome nel progetto esiste anche una dimensione europea, c’è bisogno di reinventare un po’ anche il nostro essere cittadini europei e abbiamo creato un’eutopia, un’idea cui aspirare per migliorare».

Lecce2019 propone una visione differente della cittadinanza: come cambia il rapporto con la pubblica amministrazione?

«Un elemento importate è la mancanza di fiducia, sul territorio, tra la cittadinanza e gli amministratori, ma questo è un territorio pieno di potenziale umano, cosa che sfortunatamente gli umani sanno distruggere facilmente. Dobbiamo essere più meticolosi nell’usare di più questa conoscenza collettiva e questo processo può essere affrontato solo partendo dal basso. Responsabilizzando i cittadini per ottenere maggiore responsabilità (capacità di risposta) da parte dell’amministrazione».

Il progetto in sé, a prescindere dal risultato, cosa lascerà a Lecce?

«Il risultato che rimarrà sul territorio dipende da quanto le persone coinvolte vorranno e sapranno investire sul territorio. Se l’esito di ottobre sarà negativo, starà comunque alla cittadinanza premere per attivare i progetti, anche se in modo più umile-bisognerà ridimensionare tutto-, ma cercheremo di attivare un cambiamento tale per cui non si potrà più tornare indietro».

I muscoli della sfida si sono basati sulle Curiosity Zone-punti informativi, ma anche di discussione e di proposta- e i Laboratori urbani aperti creativi (Luac)-promotori di innovazioni e attività di ogni tipo. Che risposta avete avuto?

«Un grande feedback, molte idee, la gente si è divertita, ha compreso, ha esplorato e impiegato la piattaforma che noi abbiamo messo a disposizione. Tante piccole associazioni che prima pensavano di lottare da sole per una causa o progetto li hanno messi insieme nei Luac e gli diciamo: vi creiamo una piattaforma per creare più dialogo ma dovete prendere in carico voi la riuscita del progetto, con responsabilità. La dimensione europea, inoltre, è fondamentale. Il lavoro deve essere svolto dalla popolazione, ma bisogna cercare di sviluppare una popolazione europea. Questo non è il momento di mangiare la torta, ma si investe, la si fa insieme con gli ingredienti giusti e bisogna anche aspettare e non mangiarla troppo presto. Ci sarà infatti una sorta di collo di bottiglia nel quale bisognerà selezionare le idee per portarle avanti».

Lei si considera un globetrotter, ma cosa potrebbe spingerla a rimanere a vivere a Lecce?

«In questi mesi sono ingrassato parecchio! Una delle attrattive maggiori è il cibo, ma mi piace la gente, mi piace che appena vai fuori dalla città trovi subito dei bei posti, e gli uliveti, mi piace vivere tra due mari. Io sono nato a Tel Aviv e in generale ho il Mediterraneo nel cuore. Posso ben immaginare di poter vivere qui, ma poi mi piace essere spontaneo con quello che viene, le opportunità che si presentano, e devo ascoltare i bisogni della mia famiglia. È facile sentirsi cittadini del mondo se non si resta nello stesso posto in cui si è nati per molto tempo. A 11 anni io ero a Vienna, poi in America. È più facile non sviluppare radici profonde. E mi sento sicuramente legato al Mediterranneo, il mio cordone ombelicale è lì».

Joseph Grima porta in trionfo Matera2019

Grima

 

 

Matera sarà la prima città del Sud Italia a essere nominata Capitale della Cultura per il 2019. Ho scambiato qualche scambio di tweet con  il direttore artistico che l’ha portata al trionfo, Joseph Grima, nel giorno del suo insediamento.

Un curriculum di tutto rispetto, l’attitudine alla creatività, dal respiro cosmopolita, e con un programma per il 2014 già ricco di eventi. Anche Matera ha il suo direttore artistico, presentato stamattina: è Joseph Grima, 37 anni, nato ad Avignone, di nazionalità inglese e naturalizzato italiano, con uno studio d’architetto a New York.

«Un progetto bellissimo e ambizioso»: Joseph Grima esprime con un tweet la sua gioia per la nomina a direttore artistico per Matera 2019. La città dei sassi è tra le sei città della short-list che correranno per ottenere lo status di Città europea della cultura tra cinque anni. Sulle città in lizza con Matera, in rigoroso ordine alfabetico Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena, il verdetto dell’apposita commissione europea sarà entro novembre di quest’anno. Per vincere la sfida d’internazionalizzazione che si pone al Comitato per Matera 2019, il presidente Salvatore Audace e il segretario Paolo Verri calano il loro asso: Joseph Grima, appunto. Architetto, scrittore, ricercatore, direttore della Storefront for Art and Architecture, galleria d’avanguardia e spazio eventi a New York, messa su anche per incentivare la promozione di posizioni innovative in architettura, arte, design e pratiche territoriali. È stato anche redattore e corrispondente internazionale per la rivista Domus di Milano, autore di «Instant Asia» (Skira, 2007), una rassegna critica dei recenti esiti di pratiche architettoniche nuove e d’avanguardia in tutto il continente asiatico, e tra i curatori di «Shift» (Lars Mueller, 2008), oltre a numerosi contributi scientifici per libri e altre pubblicazioni di settore come AD, Tank, Volume e Urban China. Attualmente è inviato speciale della rivista di architettura Abitare .

Grima è stato nominato direttore artistico questa mattina, durante la conferenza stampa di presentazione del programma 2014 del comitato e per tracciare un bilancio dell’attività svolta nel 2013 che è stata incentrata su diciannove eventi. Il nome del creativo cosmopolita, nato ad Avignone, con cittadinanza inglese, ma naturalizzato in Italia e residente a Milano, l’ha spuntata sulle nove candidature finali selezionate tra le novantasette presentate. Il neodirettore sarà a Matera agli inizi di marzo e sarà impegnato nell’attuazione di programmi e nei percorsi che porteranno gli organismi europei alla scelta finale. «Il programma del comitato per il 2014 sarà incentrato su tre tappe – hanno detto Adduce e Verri -, riguardanti il coinvolgimento di cittadini e centri della Basilicata sulla candidatura, in vista dell’arrivo della commissione di valutazione; un grande lavoro nazionale di rete con città come Torino, Milano, Pisa e altre, di promozione e interscambio internazionale; il concerto omaggio a Giuseppe Verdi registrato a Matera e che sarà trasmesso dalla televisione bulgara, un grande evento sul cinema promosso dalla Camera di commercio legato alla European Film Accademy che si terrà in marzo a Matera, eventi sportivi, come “Un canestro per Matera 2019” e artistici cadenzati nel corso dei prossimi mesi».

David Randall

(…) Questi limiti del processo giornalistico — quelli endemici della raccolta di informazioni e quelli imposti dalle priorità dei padroni, dalla cultura redazionale e dai gusti dei lettori — significano che forse la clausola di esonero consigliata alla maggior parte dei giornali all’inizio di questo capitolo dovrebbe essere un po’ più lunga:

Questo giornale e le centinaia di migliaia di parole che contiene, sono stati prodotti in circa 15 ore da un gruppo di persone non infallibili, che lavorano in uffici angusti e cercano di scoprire quello che è successo nel mondo da persone che sono a volte riluttanti a parlare, e altre volte oppongono un deciso ostruzionismo. Il suo contenuto è stato determinato da una serie di giudizi soggettivi dei cronisti e dei capiservizio, temperati da quelli che sanno essere i pregiudizi del direttore, del proprietario e dei lettori. Alcune notizie appaiono avulse dal loro contesto essenziale perché altrimenti risulterebbero meno sensazionali o coerenti e in alcuni casi il linguaggio usato è stato deliberatamente scelto per il suo impatto emotivo, piuttosto che per la sua precisione. Alcuni articoli sono stati pubblicati per attirare gli inserzionisti.

(David Randall)

Sugo e libertà, il progetto Netzanet

 Al via Netzanet, progetto di autoproduzione della salsa di pomodoro tra precari e migranti. 

Da settembre a Bari u’sug, la salsa di pomodoro, avrà un gusto nuovo: quello della libertà. Schiere di nonne, sagge depositarie della tradizione, sovrintenderanno con severità le fasi di trasformazione dell’oro rosso in conserve. Autoprodotte, tra gli altri, dai migranti che occupano l’ex liceo «Socrate».

Alfia Di Marzo, poco più che trentenne, è responsabile, per l’associazione «Solidaria» del progetto «Netzanet»: un ambizioso programma di autoproduzioni a sfruttamento zero che coinvolge migranti e precari di tutta la città. «L’idea è venuta al collettivo “Rivoltiamo la precarietà” – spiega – durante una delle cene di sostegno per i migranti che vivono nella “Casa del Rifugiato” e nel “Socrate”. I migranti, per lo più eritrei, preparano un ottimo zigni (stufato a base di manzo o pollo, con cipolle rosse, aglio, pomodori e spezie varie, servito su una specie di piadina, l’injera), che va sempre a ruba. Sanno scegliere gli ingredienti migliori e sanno come trasformarli».

Allo stesso modo i ragazzi del collettivo hanno pensato di poter fare con le conserve, coinvolgendo però persone diverse per esperienza, età e cultura, basti pensare alle condizioni di precarietà che contraddistinguono tanto gli immigrati quanto i giovani che prenderanno parte al progetto. L’idea lega tra loro anche tradizione, filosofia di vita (quella del diy, acronimo di do it yourself, l’autoproduzione appunto) e pratiche innovative. Prima fra tutte quella del crowdfunding(la ricerca di finanziamenti) proposto online, sul sito produzionidalbasso.com. Obiettivo: l’acquisto di 10 quintali di pomodori da trasformare. Ma non solo: Netzanet significa libertà in tigrigno, ma contiene ben due volte la parola net, rete in inglese. Mettere in rete la solidarietà è dunque lo slogan del progetto.

Le consereve presenteranno l’etichetta «Sfruttazero» sia perché l’autoproduzione offrirà possibilità di lavoro agli inquilini del «Socrate», sia perché seguirà l’etica della filiera corta e del contrasto al caporalato, premiando i produttori dei gruppi di acquisto solidale e delle reti diFuorimercato e Genuino Clandestino. Fenomeni cresciuti come alternativa alle logiche di sviluppo e di sfruttamento alle quali sempre più italiani cominciano a rivolgersi. Le fasi della lavorazione dei pomodori si svolgeranno al «Socrate», che all’inizio di maggio ha firmato un protocollo d’intesa per l’autorecupero, gestito dalla stessa comunità eritrea e da Ingegneria senza frontiere Bari. La struttura sarà resa agibile con alcuni interventi e con l’autoimpiego degli inquilini, che in questo modo saranno anche formati. Nello stesso stabile saranno avviati diversi progetti che lo renderanno vivibile, aperto e fruibile da tutta la cittadinanza.

Netzanet potrebbe essere il fiore all’occhiello di tutto il network, una volta risolti i nodi igienici e legali. «A 60 giorni dalla chiusura della richiesta di fondi online abbiamo ottenuto circa 700 euro – dice Alfia Di Marzo – e l’ideale sarebbe arrivare a 3-4mila, anche per poter garantire la paga ai quattro migranti che produrranno con noi le riserve». Il carattere interculturale dell’iniziativa è sigillato dai vasetti scelti: bottiglie di Peroni. Vuoto a rendere.

Pubblicato da Andrea Aufieri su Mediaterraneo news del 27 giugno 2014

Veleni nel Salento, Motta: Difficile trovare un colpevole

Un altro ritrovamento di rifiuti speciali nel Sud Salento. La prima uscita pubblica sull’argomento da parte del procuratore Cataldo Motta, mentre infuriano le polemiche sui veleni nel tracciato della nuova strada 275.

«Si dovrà procedere con la massima cautela perché quello ambientale è un settore particolarmente difficile, per la scarsità delle norme del codice e per l’avvicendarsi di leggi in materia che rende difficile l’accertamento dei reati e lo sviluppo delle indagini». Non si sbilancia Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, durante il suo primo intervento pubblico per fare il punto a seguito degli ormai numerosi rinvenimenti di veleni interrati che si susseguono da più di un mese. Solo ieri, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno individuato un altro sito, il quarto, in contrada «Orie» nei pressi di Scorrano. Nel sottosuolo di parte dei quindicimila ettari analizzati sono stati ritrovati per ora lastre rotte di eternit, pezzi di tufo e altri scarti da costruzione. Il terreno è stato acquistato cinque anni fa da un’impresa immobiliare, che non è responsabile degli interramenti.

È ancora presto per stabilire se anche il sito di Scorrano presenti scorie che possano ricollegare il ritrovamento alle inchieste sui veleni scaricati dalle industrie dell’ex indotto del «tac». Laconico il commento di Motta: «In questa particolare indagine non abbiamo indicazioni che riportino ad attività della criminalità organizzata». I ritrovamenti dunque si devono discostare, per il momento, dalle inchieste sulla connivenza tra imprese, camorra e scu che tengono banco da novembre. Durante l’exploit economico degli anni novanta, infatti, le aziende che operavano nei settori del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero (da cui l’acronimo «tac») avrebbero raggiunto accordi con i boss della Sacra corona unita per disfarsi dei rifiuti senza costi eccessivi.

Le prime indagini della procura guidata da Motta, ma seguita dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, hanno evidenziato che i conti di molte aziende non tornano: registri di carico e scarico fanno volatilizzare tonnellate di rifiuti speciali. I due filoni d’indagine già aperti nel solo Salento riguardano la contrada «Li Belli» tra Supersano e Cutrofiano, e le discariche rinvenute tra Patù, Alessano e Tricase, dove per altro i finanzieri hanno dovuto interrompere i lavori per i miasmi emanati dai resti chimici. I ritrovamenti hanno sconcertato perfino gli inquirenti, che avevano seguito le indicazioni del camorrista Carmine Schiavone, e del pentito della Scu Silvano Galati rese nel 1997 e desecretate soltanto lo scorso autunno. Galati aveva descritto il sistema, ma si era riferito con certezza soltanto alla contrada «Li Belli». A diciassette anni di distanza proprio Motta ha dichiarato di non voler «rincorrere fantasmi», lasciando così che ad aprire l’inchiesta fosse solo la procura di Bari con il pool guidato da Pasquale Drago. Le denunce della stampa e delle amministrazioni salentine che ne sono seguite hanno fatto costretto la procura al dietrofront.

È così che adesso è scoppiata anche una questione spinosa. Parte dei rinvenimenti si trova sotto il tracciato della strada statale in costruzione più discussa del territorio, la 275. Pensata ventotto anni fa proprio per rendere fluidi i traffici con le aziende del tac, la strada è stata al centro di furiose polemiche con gli ambientalisti e non solo, che ne contestano tuttora l’invasività e l’opportunità. «Le attività d’indagine-ha dichiarato Motta in merito alla polemica che si è aperta-non comprendono anche valutazioni sulla legittimità del tracciato della 275», ma subito dopo ha aggiunto: «Non si può costruire una strada sulle discariche portate alla luce con le indagini della procura». Dopo ventott’anni e 288 milioni spesi il progetto della strada dovrà restare ancora al palo. Le connivenze tra mercato e malavita vengono troppo lentamente fuori dall’ombra del barocco.

Veleni interrati nel Salento. Motta: difficile trovare i colpevoli

LECCE – Un altro ritrovamento di rifiuti speciali nel Sud Salento. La prima uscita pubblica sull’argomento da parte del procuratore Cataldo Motta, mentre infuriano le polemiche sui veleni nel tracciato della nuova strada 275.

«Si dovrà procedere con la massima cautela perché quello ambientale è un settore particolarmente difficile, per la scarsità delle norme del codice e per l’avvicendarsi di leggi in materia che rende difficile l’accertamento dei reati e lo sviluppo delle indagini». Non si sbilancia Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, durante il suo primo intervento pubblico per fare il punto a seguito degli ormai numerosi rinvenimenti di veleni interrati che si susseguono da più di un mese. Solo ieri, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno individuato un altro sito, il quarto, in contrada «Orie» nei pressi di Scorrano. Nel sottosuolo di parte dei quindicimila ettari analizzati sono stati ritrovati per ora lastre rotte di eternit, pezzi di tufo e altri scarti da costruzione. Il terreno è stato acquistato cinque anni fa da un’impresa immobiliare, che non è responsabile degli interramenti.

È ancora presto per stabilire se anche il sito di Scorrano presenti scorie che possano ricollegare il ritrovamento alle inchieste sui veleni scaricati dalle industrie dell’ex indotto del «tac». Laconico il commento di Motta: «In questa particolare indagine non abbiamo indicazioni che riportino ad attività della criminalità organizzata». I ritrovamenti dunque si devono discostare, per il momento, dalle inchieste sulla connivenza tra imprese, camorra e scu che tengono banco da novembre. Durante l’exploit economico degli anni novanta, infatti, le aziende che operavano nei settori del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero (da cui l’acronimo «tac») avrebbero raggiunto accordi con i boss della Sacra corona unita per disfarsi dei rifiuti senza costi eccessivi.

Le prime indagini della procura guidata da Motta, ma seguita dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, hanno evidenziato che i conti di molte aziende non tornano: registri di carico e scarico fanno volatilizzare tonnellate di rifiuti speciali. I due filoni d’indagine già aperti nel solo Salento riguardano la contrada «Li Belli» tra Supersano e Cutrofiano, e le discariche rinvenute tra Patù, Alessano e Tricase, dove per altro i finanzieri hanno dovuto interrompere i lavori per i miasmi emanati dai resti chimici. I ritrovamenti hanno sconcertato perfino gli inquirenti, che avevano seguito le indicazioni del camorrista Carmine Schiavone, e del pentito della Scu Silvano Galati rese nel 1997 e desecretate soltanto lo scorso autunno. Galati aveva descritto il sistema, ma si era riferito con certezza soltanto alla contrada «Li Belli». A diciassette anni di distanza proprio Motta ha dichiarato di non voler «rincorrere fantasmi», lasciando così che ad aprire l’inchiesta fosse solo la procura di Bari con il pool guidato da Pasquale Drago. Le denunce della stampa e delle amministrazioni salentine che ne sono seguite hanno fatto costretto la procura al dietrofront.

È così che adesso è scoppiata anche una questione spinosa. Parte dei rinvenimenti si trova sotto il tracciato della strada statale in costruzione più discussa del territorio, la 275. Pensata ventotto anni fa proprio per rendere fluidi i traffici con le aziende del tac, la strada è stata al centro di furiose polemiche con gli ambientalisti e non solo, che ne contestano tuttora l’invasività e l’opportunità. «Le attività d’indagine-ha dichiarato Motta in merito alla polemica che si è aperta-non comprendono anche valutazioni sulla legittimità del tracciato della 275», ma subito dopo ha aggiunto: «Non si può costruire una strada sulle discariche portate alla luce con le indagini della procura». Dopo ventott’anni e 288 milioni spesi il progetto della strada dovrà restare ancora al palo. Le connivenze tra mercato e malavita vengono troppo lentamente fuori dall’ombra del barocco.

Andrea Aufieri per Medi@terraneo News

Il caso Moro, una retrospettiva dal Bifest 2014

La proiezione del film di Ferrara, avvenuta nel contesto del Bifest 2014, era gratuita e giustificata nel contesto della retrospettiva su Gian Maria Volonté. Basta questo a spiegare la sala piena nel primo pomeriggio al Multisala Galleria di Bari?

Nel 1986, Il caso Moro incassò 60 milioni di lire nei primi tre giorni di proiezione. Alla fine dell’anno si piazzò al trentaduesimo posto nella classifica degli incassi. Per intenderci, quello era l’anno de Il nome della Rosa, Platoon, Top Gun, Highlander, Mr. Crocodile Dundee, Il colore dei soldi, ma anche di Yuppies 2, Sette chili in sette giorni e Ultimo tango a Parigi. E Ferrara aveva competitor nella stessa cerchia degli addetti ai lavori engagé: La famiglia di Ettore Scola si piazzò al 15esimo posto, Cronaca di una morte annunciata di Franco Rosi, ancora con Gian Maria Volonté al 29esimo e Il camorrista di Tornatore al 58esimo. Il lavoro del regista sopravanzò cult come Radio Days di Woody Allen, Morning After di Sidney Lumet e anche Alien- Scontro finale di James Cameron.

Il pubblico premiò il coraggio del regista, che fu il primo a realizzare un lungometraggio sui 55 giorni che passarono tra il rapimento dello statista Aldo Moro– avvenuto in via Fani a Roma il 16 marzo 1978–  e il ritrovamento del suo corpo in via Caetani il 9 maggio.Com’è noto via Caetani è a metà strada tra via delle Botteghe Oscure, dove si trovava la sede del Pci, e Piazza del Gesù, dov’era la sede della Dc. A differenza del lavoro dei registi successivi, il film usa una luce fredda, che contribuisce a rendere l’idea di un clima rigido nella politica e nella società. E che, soprattutto, riflette la volontà del regista di attenersi scrupolosamente ai materiali delle inchieste giudiziarie fino a quel momento disponibili.

Non si parla di P2, non si parla di banda della Magliana – ancora attiva nell’86– soprattutto non si parla delle connivenze dei servizi segreti. Sono però ben chiare le dinamiche della «politica della fermezza» e del contesto della società italiana, nella quale le Brigate rosse sembrano piuttosto esecutori materiali di un volere più forte. Quello degli americani nello specifico, che avevano il tramite di Giulio Andreotti, l’«intoccabile», come lo stesso Ferrara lo ha definito nelle numerose interviste che ha rilasciato riguardo alla sua opera. Nessun italiano senziente può dimenticare dov’era e cosa stava facendo quando è stato ritrovato il corpo di Moro. L’immaginario collettivo italiano, la cui coscienza voleva essere interpretata da una classe dirigente «pura» come la Democrazia cristiana voleva vendersi, colpito al cuore perse del tutto la sua innocenza, resettata con la Costituzione del 1948. Come nel libro «I giorni dell’ira. Il caso Moro senza censure» di Robert Katz, co-autore della sceneggiatura, non è solo Andreotti ad essere accusato, ma attraverso le lettere di Moro dal carcere del Popolo è tutto il suo partito a macchiarsi del suo sangue: Cossiga, Zaccagnini, Fanfani su tutti. E poi c’è la scelta di Enrico Berlinguer di aderire alla fermezza dei democristiani, per le ragioni contrarie a quelle degli americani: per non sabotare, cioè, quel «compromesso storico» che con molta fatica e altrettanta pazienza aveva costruito proprio con lo statista salentino. La scelta del leader Pci accelererà la caduta del suo partito -per Ferrara anche al vita del politico- in favore del Psi di Craxi, unico a opporsi alla rigidità dei suoi colleghi in parlamento, e a cui di lì a poco i poteri forti consegneranno le chiavi della transizione.

Affinché i giochi possano compiersi è necessario eliminare la «pietra d’inciampo», come Eleonora Moro definì suo marito in un processo, prima a notare che dall’auto dov’era stato prelevato il marito era stata successivamente rimossa una valigia di documenti (il sangue degli uomini della scorta aveva avuto il tempo di rapprendersi intorno a un oggetto rettangolare).

Nel film non si trascurano dettagli come quello appena citato, poi l’intensità del volto di Moro/Volonté e gli scambi con i suoi carcerieri fanno il resto fino al suo assassinio, reso con crudezza in tutto il suo squallore.

Ci sono due scelte narrative che non corrispondono alla realtà storica. Anzitutto l’assalto dei brigatisti alla scorta- la scena più dinamica e purtroppo più debole del film- è effettuato senza passamontagna, come invece accade nella realtà. Della dinamicità e delle fasi concitate dell’azione, nonché della sua preparazione rimane ben poco: tutto è coperto da un modo grottesco di rappresentare la morte, con i corpi che ballano in maniera molto vicina al ridicolo. Peccato.

Il secondo stratagemma narrativo è la visita di don Stefani, prete molto vicino alla famiglia Moro, al covo di via Gradoli. L’incontro, frutto di fantasia, è un artificio che introduce l’approccio a dir poco molle di papa Paolo VI alla vicenda. È anche un artificio che serve a raccontare retroscena e ipotesi collegabili alla vicenda, che fanno luce sulle vicende dello Ior e sugli interessi di Stati Uniti e Germania sulle politiche italiane, dal petrolio all’anticomunismo. L’impatto emotivo di questa scena è paragonabile a quello visto e apprezzato ne Il Divo di Paolo Sorrentino, allorquando il protagonista Giulio Andreotti/Toni Servillo fa un lungo monologo sull’uso del potere e delle sue responsabilità nella strategia della tensione: pensieri, parole, opere e omissioni a lui riconducibili. Monologo innescato tra l’altro proprio dalle parole contenute nelle lettere di Moro da via Gradoli, tese a squalificare la cupezza e i disegni reazionari del divo.

La prova d’attore di Gian Maria Volonté è eccelsa e gli valse l’Orso d’oro a Berlino. L’intensità del volto, il tormento e il dolore fisico e spirituale accompagnano un uomo valutato da principio soltanto come portatore di una carica istituzionale («Presidente», lo chiamano i suoi carcerieri, spiegando di non essere interessati a colpire l’involucro borghese, in altre parole la relazione di affetti che ne faceva anche un padre, un marito e in generale un uomo stimato) e pian piano portato alla sua destituzione e annullamento. Pur sapendo com’è finita, gli spettatori sperano con lui che qualcuno possa ascoltare i colpi sul soffitto, o che qualcuno si ravveda con le sue parole, e infine è difficile trattenere l’emozione riascoltando la sua lettera di commiato. La lettera non viene piazzata al termine del film come in molti hanno fatto, perché c’è lo smascheramento dei progetti dei brigatisti da affrontare, e infine il suo corpo esanime e straziato nell’auto in via Caetani.

Volonté riprova a rappresentare Aldo Moro dopo l’esperienza di Todo Modo, nel 1976, per la regia di Elio Petri. In mezzo è successo di tutto. Prove dure per la vita privata di Gian Maria: nel ‘77 muore suicida in carcere il fratello Claudio e poco dopo lo stesso attore deve affrontare un tumore. Gli eventi del 1978 fanno apparire quanto meno azzardato l’esperimento di Petri, sciolgono di fatto l’intesa artistica tra i due e pongono una lunga cesura tra i film impegnati politicamente. Nel film del ‘76 Aldo Moro non è nominato, ma Volonté ne impersona i tratti in maniera impressionante, realizzando però una dura satira contro di lui. E il film per intero, come del resto l’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia da cui è tratto, è una lunga invettiva satirica e grottesca contro il sistema di potere messo in piedi dalla Dc. L’interpretazione umana e dolorosa del Moro di dieci anni dopo ha uno spessore differente. Forse più facile e diretto a un pubblico ampio. Le polemiche politiche però non si sono sgonfiate e la presenza di Ferrara e di Volonté sui canali del servizio pubblico è fortemente ostacolata. E ventotto anni dopo, a Bari, il pubblico dimostra ancora il suo affetto e la sua rabbia per quegli eventi.

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