La pandemia sveglia l’Europa

La Commissione Europea farà “tutto quello che può per sostenere” gli italiani e gli Stati Membri messi in ginocchio dal virus, ricorrendo agli strumenti della flessibilità contemplata dal patto di stabilità e agevolando l’erogazione di aiuti di Stato alle imprese, insieme a quanto gli Stati potranno fare per risollevare la propria situazione. Come nel caso del decreto atteso oggi in Italia proprio riguardo alle misure economiche per far fronte alla crisi sanitaria.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dunque diffuso in un videomessaggio i contenuti che ci si aspettava di ascoltare almeno un mese fa. Ci sono voluti i numeri da pandemia sciorinati dall’Oms.

Il nuovo strumento finanziario mobiliterà 25 miliardi di euro “per far arrivare rapidamente liquidità dove serve”. Di questi, 7,5 miliardi saranno presi dal bilancio dell’Ue, attraverso i fondi strutturali e dovranno fare da leva agli altri investimenti. Il fondo si propone di promuovere misure “a sostegno del sistema sanitario, delle Pmi, del mercato del lavoro e delle parti più vulnerabili dell’economia”, ha dichiarato von der Leyen.

Anche i deprecatissimi aiuti di Stato verranno dunque considerati utili dall’Ue, e “un ampio uso della flessibilità”, per quanto riguarda i conti pubblici. Lunedì 16 marzo ci sarà l’incontro dell’Eurogruppo e sarà possibile conoscere meglio i dettagli di tale dispositivo. La presidente von der Leyen ricorda che “saranno utilizzati tutti gli strumenti possibili per assicurarsi che l’Europa possa navigare questa crisi” e, dopo averlo detto in inglese, ripete la stessa frase in tedesco perché “è importante che questo messaggio arrivi ovunque”.

Non c’è solo la pur auspicabilissima Europa del portafogli, l’unione metterà presto in campo una sorta di dream team di epidemiologi e virologi con il compito di elaborare guide comuni europee, perché la risposta all’ormai pandemia deve essere rigorosa e quanto più possibile uniforme, almeno nei territori dell’Unione. Continua l’impegno sulla ricerca con lo stanziamento di fondi e bandi per lo sviluppo di un vaccino.

Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha sottolineato che la priorità principale dell’Unione e di tutti gli Stati Membri è “quella di proteggere la salute dei cittadini e di limitare l’espandersi del virus”, per questo sono state implementate le misure di coordinamento a livello Ue e ci saranno aggiornamenti giornalieri tra le istituzioni Ue e i ministri della salute e dell’interno europei.

Sulla delicata questione dei dispositivi medici, la Commissione è stata incaricata di proporre iniziative per fronteggiarne la carenza, e questo sembra il ruolo più importante di dialogo e coordinamento di cui si dovrà occupare, per l’Italia, il super commissario Arcuri. Ha continuato Michel: “non può essere tollerata nessuna limitazione al mercato interno”, significa che nessuno Stato può rifiutarsi di esportare il materiale necessario come respiratori e mascherine, per i quali è previsto un bando d’acquisto imponente.

*Articolo pubblicato su Daily Muslim

La tragedia dei migranti, il ricatto di Erdogan

Sono oltre diecimila i profughi provenienti dalla Siria e da tutto il corno d’Africa a cercare di raggiungere l’Europa dopo che la Turchia ha sbloccato le frontiere. Ed Europa per loro significa Grecia, tra Lesbo e le altre isole vicine. Una catastrofe umanitaria imminente, che ha provocato la rivolta degli abitanti delle isole, che appena tre mesi fa si erano distinti per la loro accoglienza. Questa volta i poliziotti che erano arrivati con le escavatrici da Atene per costruire o allargare i centri di accoglienza sono dovuti tornare indietro dopo una notte di scontri con i locali. Sulle rive dell’Egeo gli abitanti sono andati a mani nude a ricacciare indietro i disperati sui barconi.

“Da quando abbiamo aperto i nostri confini, il numero di migranti diretti in Europa è di centinaia di migliaia. Presto sarà nell’ordine di milioni”. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in un discorso a membri del suo Akp ad Ankara. “Il nostro consiglio di sicurezza nazionale ha deciso di innalzare a massimo il livello di protezione alle frontiere”, ha dovuto capitolare, invece, il premier Kyriakos Mitsotakis al termine di una riunione di governo.

Dov’è l’Europa quando non si tratta di affari? Prova a mobilitarsi: nei prossimi giorni i ministri degli Esteri dell’Unione hanno indetto una riunione straordinaria del Consiglio convocata dall’Alto rappresentante Josep Borrell.

I migranti che Ankara sta facendo transitare sulla sua frontiera sarebbero circa 15 mila, che si sommano ai 10mila già respinti che tenteranno di rientrare.

Perché Erdogan fa tutto questo? Da un lato esige una nuova riscossione oltre ai 6 miliardi già sborsati dall’Unione Europea nel 2016. La sua richiesta è di 3 miliardi, che l’Europa dovrà decidere entro fine mese se sborsare. Secondo il sito #truenumbers sarebbero ben 15 i miliardi che il vecchio continente ha regalato alla Turchia dal 2002.

Dall’altro lato Erdogan vuole sbloccare la situazione in Siria, chiedendo a Mosca e ai suoi seguaci europei di non difendere più Assad, quanto meno a Idlib, dove è in atto in queste ultime settimane una feroce escalation e dove sostiene altrettanti criminali di guerra che non si sa bene quale beneficio potrebbero portare a Damasco se non quello di realizzare una Siria accondiscendente e ancillare nei confronti di Ankara.

I migranti fanno così paura all’Europa da lasciare che Erdogan porti a compimento il suo piano?

* Articolo pubblicato su Daily Muslim

Noury (Amnesty): Egitto liberi subito Patrick Zaky

Amnesty International segue da vicino la vicenda di Patrick George Zaki, arrestato venerdì 7 febbraio all’aeroporto del Cairo, appena sbarcato da Bologna, dove frequenta come ricercatore i Master GEMMA sui diritti delle donne e sulle questioni di genere, per far visita ai genitori.
Sparito per oltre 30 ore, Zaki è stato condotto nella procura della sua città natale, Mansoura, dove si trova in stato di detenzione preventiva con l’accusa di aver cospirato contro il regime di Abdel Fattah al-Sisi.
Il ventisettenne deve restare in carcere almeno fino al 22 febbraio, quando ci sarà l’udienza in seguito alla quale si apriranno tre scenari: il rinnovo della detenzione per altri quindici giorni (più volte rinnovabili) in attesa di prove ulteriori – che è la prassi più consolidata -, l’improbabile rilascio, e l’ipotesi peggiore, quella di un rinvio a giudizio diretto che in caso di condanna potrebbe portare all’ergastolo, pena che in Egitto è commutata automaticamente a 25 anni.
Le notizie che giungono dagli avvocati della Ong di cui Zaki fa parte, Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), danno per certo che il giovane sia stato torturato nelle 30 ore in cui si è persa traccia di lui. Alcuni giornali italiani riportano inoltre la notizia che gli siano state fatte domande circa i suoi rapporti con Giulio Regeni e i genitori del ricercatore friulano, ucciso proprio quattro anni fa dopo una prolungata sofferenza e numerose torture e senza ancora una spiegazione ufficiale.
Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty, ha rilasciato un’intervista a Daily Muslim per provare a chiarire alcuni aspetti della vicenda.
«Conosco Zaki indirettamente per la sua attività, ma non di persona. Non darei troppo peso alle dichiarazioni che collegano il suo attivismo a quello di Regeni, perché un conto è qualcosa che ti viene chiesto in un regolare interrogatorio e altro è ciò che ti viene urlato in faccia per spaventarti in modalità non convenzionali. Quello che è certo è che Patrick è stato ritenuto colpevole di cospirare contro il regime per aver dato sostegno alla manifestazione in piazza voluta dal costruttore Alì, in esilio in Spagna».
Mohamed Alì, imprenditore edile, si è opposto al regime di al-Sisi ed è dovuto scappare a Barcellona, aprendo l’account su Twitter @MohamedSecrets, dal quale ha raccontato molti segreti imbarazzanti del regime e chiedendo via internet ai suoi connazionali di manifestare in piazza il proprio dissenso. Così facendo ha ottenuto una risposta tale da far vacillare il governo, il 20 settembre 2019. Ne sono seguite dure reprimende, con almeno 150 arresti nell’immediato e un’attività di spionaggio per chi ha fomentato le proteste fuori dall’Egitto.
Non è un caso se il mandato di arresto contro Zaki risale proprio allo scorso settembre, intorno al 24. E qui troviamo uno dei punti più oscuri della vicenda, come nota Noury: «Fonti istituzionali italiane mi hanno detto in maniera informale che l’Italia non ha voce in capitolo. D’altronde l’appello di Amnesty, accompagnato dall’hashtag #freepatrick qui non ha avuto alcuna risposta, e nemmeno dall’ambasciata».
Il ragazzo, però, si trovava in Italia già da fine agosto per seguire il master a Bologna. Com’è possibile che le istituzioni si giudichino fuori da questa storia?
«Anzitutto non siamo nell’Ottocento, per cui disinteressarsi ai diritti umani che non sono rispettati in Egitto come in Turchia, Brasile o Venezuela per motivi diplomatici non può più essere considerata una scusa. Nello specifico, uno studente che vive in Italia, tra l’altro con un regolare visto di studio per il suo ruolo di ricercatore, dovrebbe essere tutelato dal dispositivo che gli inglesi definiscono ‘duty of care’, letteralmente un dovere di protezione».
Ma se il mandato di arresto è stato spiccato a settembre inoltrato, a insaputa del ragazzo e della sua famiglia, com’è stata monitorata la sua presunta attività sovversiva, sia online che offline? «Non ho prove, ma preoccupazioni sulle analogie con il comportamento del Cairo in altre vicende che coinvolgono egiziani della diaspora e lo stesso Ali, come documentato negli ultimi anni anche da giornali italiani».

Ci fosse l’interesse della politica nostrana a tutelare questa situazione sarebbe necessario fare luce su queste modalità, ma l’ottimismo sembra essere smorzato anche da quanto hanno dichiarato i genitori di Giulio Regeni circa gli affari che il governo italiano sta conducendo con gli egiziani. Nello specifico si parla di affari complessivi intorno ai nove miliardi per fornire mezzi militari a un paese che appoggia il generale Haftar in Libia, cioè colui che si oppone al governo di Sarraji, ufficialmente sostenuto dall’Ue, Italia compresa.
«Al di là della specifica situazione, è innegabile che Italia ed Egitto intrattengano da sempre ottimi rapporti bilaterali, per cui quando mi sento dire che è un momento poco opportuno per mettersi di punta, posso obiettare che c’è sempre qualche legittimo affare in ballo, ma questo non può mettere in secondo piano il rispetto dei diritti umani».
Intanto sul caso si sono accesi anche i riflettori del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), l’organismo che gestisce le relazioni diplomatiche dell’Ue con altri Paesi al di fuori dell’Unione: «Le dichiarazioni di attenzione sono ben accette – commenta Noury -, ma sia dall’Italia che dall’Unione Europea mi aspetto una presenza fisica quantomeno all’udienza del 22 febbraio, affinché si tutelino le garanzie procedurali per il ragazzo».
Noury rimarca, inoltre, un giudizio complessivo sulla fase politica attraversata dal Delta del Nilo: «Zaki fa parte della generazione di ricercatori, pensatori, imprenditori e poi anche attivisti che cercano di aprire un dibattito sulla società e la politica egiziana e il loro Paese non si apre al pluralismo, sacrificando quelle che sono le personalità migliori e pregiudicando di conseguenza il suo futuro».

*Articolo pubblicato da Daily Mulsim

Trump, o la percezione del grande pacificatore

“The Great American comeback” è lo slogan già pronto per dare seguito a quel “Make America Great Again” che aveva fatto trionfare Donald Trump contro ogni pronostico alle presidenziali del 2016. Ed è stato anche il mantra che il tycoon ha ripetuto con cadenza ipnotica al suo discorso sullo Stato dell’Unione del 4 febbraio, riscuotendo un consenso granitico che lo pone concretamente in vantaggio su chiunque possa essere il suo sfidante interno nei Repubblicani – onore al merito del kamikaze Romney per il suo voto a favore dell’impeachment – ed esterno nei Democratici.

Gli applausi scroscianti ottenuti parlando della bandiera americana presto conficcata sull’aspro suolo di Marte, mentre tentavano di raggiungerlo le urla e il pianto del parente di una vittima delle tante sparatorie da far west, che si verificano anche grazie all’eccesso liberale sul possesso delle armi negli Usa, resta un’immagine cinica e agghiacciante della china intrapresa dalla massima potenza occidentale, che sembra qui davvero esibirsi in un terribile canto del cigno.

Perché la settimana appena conclusa è stata ricca di simboli e fatti che anticipano una quasi ineluttabile riconferma del presidente il prossimo novembre, a dispetto di una rappresentazione mediatica italiana ed europea che lo dipingono come inadatto a guidare gli Usa. E in parte questo risultato è stato ottenuto con una radicalizzazione dello spirito americano che lascerà una totale devastazione, ma finché il suo attuale interprete sarà in scena, il suo popolo si godrà lo spettacolo.

Senza contare che, al pari del fumo negli occhi dei fruitori gettato dai media senza un reale costrutto, resterà l’altra proiezione, quella di un’opposizione imbarazzante.

L’impeachment per fatti gravissimi (abuso di potere e ostruzione nei confronti del Congresso) atti, tra l’altro, a subordinare la bandiera a stelle e strisce a quella dei rivali storici della Russia, con il riflesso dell’Ucrainagate, si è svolto senza la possibilità di far parlare testimoni chiave e si è concluso molto in fretta e in sordina con l’assoluzione del presidente.

La trionfale decantazione dei suoi successi, il 4 febbraio, ha raccolto un fermo immagine strepitoso: quello della dem Nancy Pelosi, rispettata speaker della Camera, che strappa la copia del discorso del presidente. Un gesto di dignità che è stato letto, però, come il riottoso capriccio di chi non ha altri argomenti degni.

Che dire, poi, delle primarie dei dem? Sono iniziate con il clamoroso fiasco del sistema elettorale al caucus dell’Iowa, generando un clima di rassegnata umiliazione. Forse peggio di quel che è accaduto, poi, con i risultati, perché il più “istituzionale” Joe Biden ha preso un’imbarcata in favore dell’outsider Pete Buttigieg e del radicale Bernie Sanders, ritenuto troppo “di sinistra” per poter ingaggiare l’elettorato. Ma era estremo anche Trump, si potrebbe obiettare. Certo, con grosse differenze sulla “percezione” della ricchezza possibile di ciascun individuo. Ciascuno, ovviamente, a scapito del prosssimo.

Abbiamo conosciuto Trump per i presunti disastri diplomatici, ma vediamone qualcuno alla lente.

L’amicizia con Putin. I due giocano a un ruolo delle parti che lascia di fatto la Russia libera di battere strike su alcuni settori geopolitici ed economici molto interessanti: dalla Siria al petrolio, al gas e alle rinnovabili, con un assetto interno che andrebbe analizzato nello specifico. I battibecchi tra i due vanno letti né più né meno come gli scambi al vetriolo di Peppone e Don Camillo.

La Corea del Nord. Trump ha blaterato e cinguettato tantissimo contro il folle Kim Jong-un, ricambiato dal dittatore. Ma l’americano resta il miglior antidoto alle follie del coreano, sempre che l’alleanza di Cina e Russia non riesca a trovare gli argomenti giusti per spostare questo equilibrio. Lo stesso Kim, però, sa bene che contrattare con gli americani gli lascia maggiore spazio di manovra.

L’Iran. L’uccisione di Solemaini doveva scatenare l’esplosione della polveriera mediorientale. Eppure il sanguinario pasdaran sembrava essere diventato un po’ troppo ingombrante per l’ayatollah e per i paesi che dialogano con l’Iran, che hanno scelto il basso profilo, come, inaspettatamente, i nemici del paese sciita, creando un insolito clima non ostile nell’area.

Israele. La più grande operazione diplomatica, diciamo così, di Trump è stata la presentazione del “Deal of the century”, che offrirebbe una soluzione a suo avviso duratura alla questione arabo-israeliana. Una spartizione territoriale che avvantaggia gli isrealiani, ma che non ha provocato le reazioni dure che ci si sarebbe aspettati dai nemici dei sionisti e dagli antiamericani. L’Iran sembrerebbe essere il sacrifico più grande per il silenzio sulla Palestina.

Insomma la polveriera mediorientale sembra avere le polveri bagnate, anche se il presidente Usa piuttosto che eliminare il barile potrebbe avergliene affiancati diversi e ben asciutti.

Cina. Con scarso tempismo sull’esplosione del nuovo coronavirus, gli Usa hanno siglato di recente gli accordi che dovrebbero calmare la guerra dei dazi con il Sol Levante. I critici hanno ritenuto che il contenuto fosse un po’ povero, ma l’attesa fase 2 potrebbe dare agli americani un largo vantaggio su un’economia messa in ginocchio dai devastanti effetti economici dell’epidemia.

Unione Europea. Trump ha dato fin troppo l’idea di come intende gestire i suoi rapporti con l’Europa: a suon di ricatti, perché questa è una regione ampiamente ricattabile, in preda a paure spesso infondate che stanno decretando l’ascesa dei sovranismi populisti. Il suo “divide et impera” con il Regno Unito ha portato alla Brexit, con la conseguenza di avvicinare molto di più gli inglesi ai cugini oltreoceano. Dazi minacciati, virtuali ed effettivi sono il principale argomento di discussione, invece, con l’Unione Europea: hanno lamentato la situazione alcuni europarlamentari messi alle strette per far saltare gli accordi sul nucleare iraniano; più o meno quanto accaduto su ferro e alluminio e soprattutto sui diritti delle big corporations che depredano i diritti intellettuali europei lasciando le briciole sulle royalties. Un modus operandi che sembra dare i suoi frutti senza troppa rappresaglia.

Economia interna. Come spesso accade negli States, però, i motivi che lasciano presagire una rielezione quasi scontata sono soprattutto interni, e troppo poco indagati dalla nostra stampa.

La Federazione usciva da un periodo di recessione che richiedeva soprattutto una decisa crescita in economia, perché con Obama questa aveva risposto in modo efficiente alla grande crisi del 2008, riassorbendo la disoccupazione generata, ma come le storiche dinamiche Usa pretendono, occorreva dare un forte impulso alla locomotiva.

Tutto questo è successo sotto Trump? Sì, rielezione vicina. Perché? Un difficoltoso lavoro di relazioni diplomatiche (molto spinose) ha portato a una sostanziale rinegoziazione dei rapporti di commercio internazionale. Per farlo è stato necessario incarnare la maschera che meglio gli riesce: quella del toro che forza i limiti senza guardare in faccia a nessuno e per l’esclusivo interesse del popolo americano. I frutti saranno raccolti nel breve periodo, lasciando aperta l’ipotesi di manovre militari che come sempre danno impulso alla motrice a stelle e strisce, sebbene tradirebbero in questo modo l’assunto di fondo del neutralismo trumpiano. Di facciata, se rileggiamo quanto detto e anche in base ai nuovi accordi firmati dal presidente, che hanno poi portato a effetti come un aumento sostanziale di bombe sganciate, soprattutto in Afghanistan, e attacchi di droni.

Gli altri aspetti di maggior successo in economia interna sono senz’altro l’alleggerimento fiscale e la deregolamentazione del dirigismo economico, che hanno fatto lievitare il sistema americano, in particolare nell’incremento deciso della produttività. Insieme con la Federal Reserve, Trump ha lasciato intendere che il piano per i prossimi quattro anni sia quello di lasciare i tassi sotto zero, finanziare la liquidità e rimonetizzare il debito.

Il migliore acquisto, insomma, nel breve periodo, per gli americani dal reddito medio-alto, con conseguenze non troppo rosee per il resto del mondo.

*Articolo pubblicato su Daily Muslim

Sanremo e la percezione nazionalpopolare dell’islam

Era già successo lo scorso anno, quando la canzone “Soldi” del trapper Mahmood, dal nome che appariva eloquente e con versi che rimandavano al Ramadan, nonché con una strofa in arabo, faceva andare di traverso la cena all’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, vincendo l’edizione 69 del Festival di Sanremo. Quando poi il ragazzo andò a rappresentare l’Italia all’Eurosong Vision Contest, organizzato lo scorso anno in Israele, vennero fuori diverse polemiche legate al fatto che lui dichiarasse di essere cristiano, oltreché italiano, come la madre, e non egiziano come il padre, perché l’Egitto non l’ha mai visto.

Aggiungiamo, per inciso, che Soldi è stato il brano più ascoltato di sempre sulla piattaforma Spotify, raggiungendo un successo e una notorietà fuori dal comune.

Per mesi Mahmood ha subito critiche più o meno nel merito della canzone, più o meno nel merito della sua presunta provenienza, più o meno nel merito del suo credo religioso. E prima che fosse costretto a dire di sentirsi italiano e di essere cristiano, nel 2019 – ripetiamo – e  in un paese europeo, il problema che lui rappresentava era quello di lasciare aperti spiragli anche solo a un’idea di multiculturalismo. Questione che purtroppo l’assenza di una giurisprudenza adeguata contribuisce a rendere attuale e dolorosa, nonostante la realtà dei fatti sia andata già molto oltre.

Questa volta il settantesimo festival neanche è cominciato, ma il punto dell’ombelico in cui guarda la maggior parte degli italiani è rimasto lo stesso. Persino il governo è andato avanti, ma la subcultura diffusa, vuoi perché numerosa, vuoi perché rumorosa, tutt’al più è arretrata. Non un sussulto per guardare avanti. Soggetto dello scandalo, stavolta, la giornalista Rula Jebreal.

La questione del suo ingaggio per il festival, che prenderà il via stasera, ha tenuto banco per oltre due mesi, rinfocolato dapprima dalle sacche di resistenza della dirigenza rai fedele all’ex ministro, poi per l’incredibile (e magari montata ad arte) débacle del direttore artistico e conduttore, Amedeo Umberto Rita Sebastiani, al secolo semplicemente Amadeus, in una delle più imbarazzanti conferenze stampa di presentazione di sempre.

Rula Jebreal è colpevole, a prescindere, di un sacco di cose: sarebbe musulmana, non è bianca, è una giornalista, ha opinioni molto critiche rispetto alla politica italiana e poi, cosa più grave di tutte, in un paese europeo, nel 2020, è una donna. Orrore.

Che sia o no musulmana, cosa che non è ancora stata “costretta” a chiarire, non cambia nulla. Nella percezione degli italiani lei è una minaccia: “È sorprendente che possa partecipare ad un Festival che rappresenta la cultura popolare del nostro paese chi fino a poco tempo fa definiva gli italiani razzisti e l’Italia un paese fascista su giornali stranieri come The Gaurdian”, aveva commentato all’AdnKronos il consigliere Rai Giampaolo Rossi. “Aspettatevi un Sanremo pro clandestini, pro islam, pro lgbt, pro utero in affitto, pro sardine, pro investitori d’auto (purché con suv)”, la dichiarazione ignorante di Marco Gervasoni, professore dell’Università del Molise. I “professoroni” danneggiano sempre Salvini, anche quando stanno dalla sua parte, è incredibile.

Anche in questo caso la tempesta di fango si è abbattuta sulla giornalista tramite i social. Così è, fotografia di un paese ignorante di tutto, anche di sé stesso.

Vero, sono stati lanciati gli hashtag per boicottare il festival: #boicottasanremo, oppure #iononguardosanremo. Ma c’è una considerazione da fare: finché questa manifestazione avrà la forza dei numeri e dei contratti pubblicitari che le si offrono, resterà una delle più potenti espressioni del sentimento nazional-popolare. Una roba molto difficile da fare adesso per la televisione; una roba che in Italia è sempre un ibrido piuttosto indigesto di cose rese morbide e friabili, idee rassicuranti, zone di confort dove coltivare il sentimento d’orgoglio verso un’idea di paese che non si sa bene dove appoggi, ma risponde sempre con ottimi numeri.  Non sta a me nominare il concetto di “audience development”, e di tentativi di guidare gli ascoltatori verso una maggiore crescita e una direzione culturale più impegnata e complessa. Ma boicottare senza dibattere, senza tenere alte l’attenzione e il confronto sarebbe produttivo? O si andrebbe sempre più verso l’assenza di momenti collettivi tali da far arrivare qualche questione fondamentale in cima all’agenda del Paese? Potreste obiettare che non è quello del festival il giusto terreno di confronto. Sebbene mi piacerebbe concordare con questa obiezione, risponderei di rivedere un po’ la storia della nazione, almeno dal dualismo Coppi-Bartali in poi.

*Articolo pubblicato su Daily Muslim

Regionali 2020 Emilia Romagna e Calabria, analisi del voto

Potrebbe essere una vittoria di Pirro, ma intanto la coalizione di centrosinistra ha tenuto nella sua storica roccaforte, l’Emilia Romagna, nonostante i risultati delle scorse europee e la crescente deriva sovrano-populista guidata da Matteo Salvini, nel contesto di un’affluenza arrivata quasi al doppio delle regionali precedenti.

Discorso diverso per la Calabria, e con tinte più inquietanti, dove la candidata di centrodestra, Jole Santelli, ottiene una vittoria schiacciante.

Andiamo con ordine: il candidato della coalizione di centrosinistra, Stefano Bonaccini, viene da un quinquennio positivo sempre alla guida della Regione, in un contesto in cui tutto il sistema economico è retto dal modello delle cooperative rosse. Modello che ha cominciato a scricchiolare insieme alla crisi italiana prima e globale poi, ma che ancora rappresenta il più grande attrattore economico del Centronord Italia, e non solo. Ne derivano diverse riflessioni, prima su tutte quella sul malcontento per la stagnazione, dal clientelismo e da tutto ciò che comporta una governance di così lungo periodo.

Al punto che, come rivendicato dalla rivale di Bonaccini, Lucia Borgonzoni, per la prima volta nella storia della repubblica, la leadership emiliana è stata realmente disputabile. E lo è stato sopratutto per il voto in Emilia, cosa che dovrebbe far riflettere più di qualcuno.

Guardiamo i numeri: l’intera coalizione di centrosinistra si attesta intorno al 51,42%: il Pd è il partito più votato in assoluto, con il 34,68%. Se guardiamo alla coalizione avversaria, ferma al 43,63%, scorgiamo una Lega al 31,95%, corroborata però, dall’ottima performance di Fratelli d’Italia, all’8.59%. Se aggiungiamo anche il deludente 2.56% di Forza Italia otteniamo un discreto 43,1%, a fronte del faticoso 38,16% che avrebbero raccolto i partiti nazionali di centrosinistra (Pd, Europa Verde, +Europa) se non ci fosse stato il valore aggiunto di Emilia Romagna Coraggiosa (3,77%) e soprattutto la lista Bonaccini (5,76%), che in questo ha dimostrato il suo peso contro le liste d’appoggio di Borgonzoni, davvero irrilevanti numericamente. Un po’ come i tre partiti di “sinistra sinistra” che si sono presentati come duri e puri.

Ha pagato da un lato l’assenza del segretario Zingaretti, che ha lasciato spazio d’azione ai contenuti e ai fatti di Bonaccini, evitando così quella foto stile Frankenstein dell’intera coalizione di governo giallo-rossa che aveva ulteriormente affossato il “povero” Bianconi in Umbria.

Hanno portato numeri anche i Verdi e +Europa, ma il vero elefante nella stanza è il binomio Sardine/Cinquestelle: le prime hanno evidentemente motivato al voto antileghista, i secondi hanno liberato i votanti nelle opposte direzioni. Solo il 34,8% per il candidato pentastellato Benini.

Per la Lega la sconfitta è bruciante, però, perché al netto della scelta errata di candidare Lucia Borgonzoni, il modello dolcevita e giacca di Salvini che ci ha messo la faccia, oscurando la sua candidata, tentando di riciclarsi come “rosso friendly”, cavalcando l’attacco demagogico sui fatti di Bibbiano (esempio di bolla mediatica inutile se si leggono i fatti e se poi si va al conteggio dei voti: un pesante 56,70% per Bonaccini), senza dimenticare quell’orrendo tentativo di esecuzione mediatica al citofono di un cittadino italiano di origini tunisine, minorenne per giunta.

Chissà che non sia un monito per risalire la china della decenza? Ne dubitiamo fortemente.

Anche perché c’è il tasto dolente della Calabria: anche qui l’affluenza è lievemente migliorata e i dati non sono ancora definitivi, purtroppo, ma una residente a Roma, Jole Santelli, candidata del centrodestra, si è imposta con il 55,41% delle preferenze sull’avversario del centrosinistra, il noto imprenditore Pippo Callipo (30,06%).

La depressione sociale ed economica, nonché la storica presenza della ‘ndrangheta sul cui rapporto con la politica indaga da tempo il procuratore Nicola Gratteri, non sono fattori dei quali si può fare a meno nella lettura del voto.

Osservando le percentuali a sostegno di Santelli, risulta all’occhio quella che si potrebbe definire una scientifica ripartizione delle preferenze, che porta oltre il 12% sia per la Lega che per Forza Italia, e lascia giusto un passetto indietro, al 10.8%, Fratelli d’Italia.

Decisamente più povero il bottino di Callipo, che porta il Pd al 15,19%, mentre restano a meno della metà le liste di appoggio. Naufraga dunque il progetto “Io resto in Calabria”, ma è difficile ignorare una situazione in cui le sole elezioni politiche possano risolvere qualcosa.

* Articolo pubblicato su Daily Muslim

Intolleranza o accoglienza, che paese ci raccontiamo?

Da diversi anni l’immancabile sondaggio dell’Ispi fotografa l’attitudine degli italiani rispetto agli argomenti che hanno segnato l’agenda politica internazionale dell’anno.

E per le vicissitudini interne, come anticipato in uno dei più lucidi rapporti del Censis di sempre, il 2019 è stato segnato dal sovranismo psichico.

Che cosa significa? Che per ragioni esclusivamente propagandistiche un partito come la Lega ha avuto bisogno di raccontarsi il mito di un’Italia autarchica e forte della terra, dei confini e del sangue. Prima gli italiani, per capirci.

Con una retorica semplicistica adatta agli spot televisivi sono stati buttati a terra anni di conquiste sociali, politiche, filosofiche. “Gli italiani mi seguono” è stato per tutto l’anno l’assunto del leader di quel partito, Matteo Salvini, con il risultato di ritrovarsi  nella proiezione di un’italietta grigia, micragnosa, malmostosa verso tutto quello che si muoveva al di là e oltre lo schermo del computer o della televisione degli italiani.

Potremmo discutere del suolo e dell’assoluta mancanza di rispetto dimostrato con la scarsa attenzione all’inquinamento e alla storia della nazione in quanto tale. Un problema di tutti i partiti che si sono succeduti al governo, ma la Lega in particolare ne aveva fatto una bandiera.

Potremmo discutere, e presto lo faremo, dell’economia ormai poco più che ancellare che conduce il Paese e che nessuno strappo all’Europa potrà rinsavire perché non è quella la direzione in cui bisogna guardare.

Discutiamo, invece, anche grazie all’Ispi, del sangue: le porte sbarrate agli immigrati di prima, seconda, terza generazione per motivi di propaganda. La rabbia e l’intolleranza con i porti chiusi a negare un’accoglienza che non vede certamente l’Italia in prima linea nei numeri reali. Questo fumo negli occhi ha prodotto un risultato eclatante alle scorse europee, almeno per coloro che si sono presi la briga di andare alle urne, perché il vero vincitore è stato l’astensionismo.

Ma la cosiddetta emergenza immigrazione occupa davvero gli incubi notturni degli italiani? Ragioneremo più in là sull’infamia di bollare ancora come “emergenza” un fenomeno strutturale come l’immigrazione, che dura in questo paese almeno da quarant’anni. Concentriamoci ora per un momento sulla “carbonella” che accende le velocissime e irragionevoli fiamme della propaganda sovranista: l’Altro, l’immigrato, colui che viene da fuori a insidiare una presunta cultura radicata.

Domanda dell’Ispi: “Quale è la minaccia più grave per l’Italia?”. Risposta del campione interrogato: la crisi economica preoccupa (giustamente!) i sogni del 56% degli italiani. L’immigrazione è una “minaccia” solo per il 12% di loro, dato in caduta libera dal 22% toccato nel 2015.

E per quanto riguarda l’accoglienza? L’84% degli italiani è favorevole alle dinamiche di integrazione, anche se solo il 19% aprirebbe a tutti i migranti. Anche qui occorrerebbe maggiore onestà da parte di media e politica nel “definire” chi arriva dall’estero.

Insomma, di fronte a questi numeri perché continuare a raccontare del complotto mondiale ai danni dell’inerme Italia? Non sarebbe più prolifico per certi partiti avviare ragionamenti tesi a risolvere per quanto possibile il problema occupazionale e salariale? Certo, rivolgere questa domanda a chi ha preferito dimettersi piuttosto che affrontare una dura manovra finanziaria suona grottesco.

Questo non significa parteggiare per qualcuno nello specifico e alimentare il tifo da stadio. L’auspicio è quello di una maggiore lucidità nell’affrontare i problemi del Paese, con onesta e senza lasciare indietro gli ultimi.

Per fare questo, checché se ne dica, non occorrono i soldi: servono scelte culturali e politiche più incisive. Un’Italia dilaniata da mille contraddizioni non avrà mai la forza per il balzo vitale.

* Articolo pubblicato da Daily Muslim

Music Platform, vibrazioni elettroniche nei luoghi della storia

Le caratteristiche del Castello di Carlo V di Lecce come non si sono mai sentite. Le ampie scalinate, i corridoi con le volte a botte, le sale interne che sorprendono per la capacità di attrarre l’illuminazione naturale.  Dal 14 agosto 2019 è possibile vivere un’esperienza virtuale immersiva tutta nuova negli ambienti della fortezza, sonorizzati con i beat e i frame della musica elettronica per il webdoc Music Platform.  Sempre disponibile sull’omonimo canale YouTube, un’ora per lasciarsi trasportare dall’immutata bellezza che attraversa i secoli in un insolito e riuscito connubio con un ritmo spesso associato alle suggestioni degli scenari metropolitani.  Proprio in questo dettaglio risiede la bravura degli autori del progetto, giunti con il capoluogo salentino alla diciassettesima puntata del loro indovinato format.

Music Platform è un progetto attivo in Puglia dal 2016. Narrazione territoriale, musica elettronica, live performance e paesaggio culturale rappresentano le anime di un percorso specializzato nella produzione di documentari. Music Platform invita artisti della scena nazionale e internazionale a interagire con paesaggi naturali e luoghi spesso inaccessibili al pubblico per creare nuove narrazioni, fruibili attraverso la rete. La sua comunità è soprattutto virtuale: corre sui social e sulle piattaforme digitali che accolgono l’archivio delle sue produzioni culturali. Oltre ai live set, ai corti e lungometraggi, Music Platform si esprime attraverso la fotografia e la comunicazione innovativa dei saperi storici. Il collettivo omonimo che ha ideato il progetto è composto da una decina di giovani professionisti provenienti dal mondo della musica e del club culture.

Daniele Marzano, presidente del collettivo che dà il nome al progetto,  ne racconta la genesi: «Siamo un gruppo di amici accomunati dalla passione per la musica elettronica. Abbiamo avuto le idee chiare fin da subito. Intendevamo creare un format che potesse essere uno strumento di scoperta e valorizzazione del paesaggio della Puglia in maniera innovativa, fuori dai luoghi comuni. Volevamo coinvolgere soprattutto un pubblico nuovo, mosso dalla passione per la musica elettronica, un target ben specifico che si avvicina alle nostre stesse esigenze. L’idea si è concretizzata nella realizzazione di video documentari a puntate sul web, in cui la musica elettronica potesse fare da padrona. Di volta in volta invitiamo artisti nazionali e internazionali a sonorizzare luoghi storici con l’obiettivo di creare la colonna sonora che accompagna una visione inedita del patrimonio storico e artistico. Una vera e propria connessione tra contemporaneità̀ e passato».

Il docufilm propone un’inedita visione del castello grazie al lavoro site specific firmato da Fragment Dimension, trio pugliese composto da Drafted, Kaelan e Unthone. La puntata è incentrata sui sotterranei, che hanno ospitato il set per la sonorizzazione, ma regalano momenti di grande emozione sorvolando i  fossati, le gallerie, le due torri senza dimenticare il Museo della Cartapesta e la piazza d’armi. L’indagine visiva del docufilm si sofferma sui dettagli della struttura architettonica restituendo al fruitore un’esperienza diversa dello spazio. I Fragment Dimension approntano tre diversi approcci in un live set onirico: suoni ambientali e naturali sono filtrati da sintetizzatori e strumenti dell’avanguardia techno per costruire sonorità ancestrali fortemente connesse con l’inconscio. Un lavoro personalizzato e unico, strutturato su sonorità ambient, che richiamano aspetti morfologici e architettonici dello spazio: in questo modo lo spettatore è spinto con la psiche in una dimensione onirica e può assistere online a un cortocircuito tra l’asetticità delle componenti hardware e l’emozionalità che è in grado di trasmettere la storia del luogo.

Il risultato, disponibile su YouTube, è frutto di un lavoro professionale e accorto, come racconta Marzano: «Abbiamo studiato  il Castello attraverso un tour diretto, analizzando personalmente la struttura con l’aiuto del personale molto preparato dell’infopoint gestito dalla cooperativa Theutra.  Le attività che precedono la realizzazione della puntata forse sono le più difficili e complesse, ma fin da subito siamo rimasti colpiti dall’imponenza della fortificazione e dalla storia che ancora oggi si respira nelle sue stanze.  Abbiamo subito creato un rapporto di collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Provincie di Lecce, Brindisi e Taranto, che si è dimostrata disponibilissima e di estremo supporto alla nostra iniziativa».

Un entusiasmo condiviso anche dalla soprintendente Maria Piccarreta: «Ancora una volta la Soprintendenza si fa promotrice di iniziative che dinamizzano il patrimonio culturale, collaborando con realtà indipendenti e declinando linguaggi e forme comunicative. Questa puntata propone un lavoro che coniuga perfettamente i linguaggi della musica elettronica e la fruizione tradizionale dei beni culturali. Immagini e sperimentazione musicale danno vita a un’inedita quanto efficace e intrigante narrazione del Castello Carlo V».

Il risultato? Daniele Marzano: «Abbiamo fluttuato senza nessun attrito nello spazio profondo della struttura insieme a centomila utenti raggiunti, creando un’esperienza digitale d’impatto per una vastissima comunità web, se consideriamo che degli utenti raggiunti circa quarantamila sono rimasti con noi per tutta la diretta su Facebook».

Un modo di vivere i luoghi storici delle città attraverso linguaggi che possano attrarre un pubblico giovane e uscire fuori dal luogo comune del museo impolverato e di una storia trita e ritrita. Dopo aver toccato alcuni dei punti più suggestivi e scolpiti nell’immaginario collettivo del Salento, come Porto Selvaggio, il faro di Punta Palascìa e il Castello Aragonese di Otranto, i faraglioni di Castro e la Grotta sulfurea di Santa Cesarea Terme solo per dirne alcuni, Music Platform si prepara a uscire dai confini del territorio in cui ha mosso i suoi primi passi, come spiega Marzano: «Il 2020 sarà un anno pieno di novità perché non vogliamo relegarci in un confine. Fino ad ora abbiamo realizzato le nostre puntate in Puglia per diverse ragioni, quali la celerità nei processi burocratici e la semplicità negli spostamenti, ma per la prossima stagione abbiamo in serbo nuove avventure che naturalmente non possiamo ancora svelare. Sarebbe entusiasmante valorizzare e scoprire luoghi e beni culturali in giro per il mondo lavorando con artisti del panorama nazionale ed internazionale.  Inoltre, chiunque volesse collaborare con noi in qualità di artista o proporre luoghi per le nostre performance può contattarci tramite i nostri profili social: siamo alla continua ricerca di artisti, realtà musicali e paesaggi mozzafiato». 

Music Platform

Facebook: facebook.com/music.platform.it

La puntata sul Carlo V: youtu.be/U1I3yd1T7VI

*Pubblicato su Salento Review, inverno 2019

Andrew O’Hagan




Il cliché sulla cronaca è che la gente ‘comune’ non vuole che si invada la sua privacy. Ma non è vero. La gente vuole parlare di chi è vivo e di chi è morto e di cosa è cambiato più di ogni altra cosa. Ma a chi appartiene la storia di una vita? Ognuno possiede la propria? E quella dei propri figli? O queste storie fanno solo parte di ciò che la vita ha manifestato nel corso del tempo, senza un tutore, un proprietario, un custode che detenga i diritti e conservi le chiavi? Di fronte alla legge abbiamo tutti diritti e doveri, ma siamo noi i proprietari di ciò che siamo e di ciò che abbiamo fatto? E la privacy è un pio desiderio o un diritto acquisito? Oppure non esistono diritti d’autore sulla nostra esperienza, ma solo la capacità degli altri di ricordare o dimenticare?

(Andrew O’Hagan,
La vita segreta, Adelphi,
trad. di Svevo D’Onofrio)

Riapre Casa Comi, si risveglia una Comunità

“Armonia: consonanza di voci o di strumenti” (Enciclopedia Treccani). Non poteva esistere una parola migliore per definire l’esperienza umana, artistica e spirituale di Girolamo Comi (Casamassella , Lecce, 1890; Lucugnano,  Lecce,  1968) e del suo lascito nella cultura contemporanea.  Il “Festival dell’Armonia” gli tributa la paternità ideale della manifestazione letteraria che si svolge soprattutto nel suo palazzo di Lucugnano, nel Basso Adriatico; “Spirito d’armonia” è il titolo di una mostra che gli è stata dedicata quest’anno, ma è anche il titolo della selezione delle sue poesie. E il termine ricorre molto spesso nelle sue opere, sebbene al barone di Lucugnano ne interessasse più la simbologia religiosa, mentre a noi preme valorizzare le vicende terrene e lo spirito armonioso di chi ne vuole perpetrare la memoria. Difficile non cogliere una consonanza tra la biografia del fondatore dell’Accademia Salentina e le vicissitudini del suo palazzo, oggi tornato a disposizione di curiosi, visitatori e assetati di cultura.

Già, perché superato il roseto con il suo mezzobusto che campeggia nella piazza che porta il suo nome a Lucugnano, solcato il portone e l’ampio atrio che ospita numerosi incontri pubblici, oggi possiamo ancora leggere la frase che accoglie i visitatori del suo palazzo, estratta da un messaggio che il poeta Alfonso Gatto lasciò al suo amico Girolamo: “In questa casa anche le ombre ti sono amiche”. E possiamo ancora immergerci in un’intensa visita guidata con Angela Caputo Lezzi perché l’associazione di cui fa parte, Tina Lambrini – Casa Comi, si è assunta l’impegno del dialogo con gli enti comproprietari dell’immobile, Provincia di Lecce e Regione Puglia, dopo aver persino occupato il palazzo, che rischiava d’esser ceduto in mano a privati.

Simone Coluccia, presidente di Tina Lambrini – Casa Comi, racconta di questo vero e proprio risveglio di coscienza culturale: «La riapertura del palazzo è stato il riaprirsi di un’intera comunità. È iniziato tutto con il Comitato Pro Palazzo Comi, sponsorizzato dalla Libera Università Popolare del Sud Salento, quando nell’estate del 2015 si seppe che la Provincia aveva emesso un bando per la cessione dell’immobile. L’esperienza dell’occupazione ha cambiato tutto. Una comunità si riavvicinava grazie a Comi. La Provincia revocava il bando e si apriva a una nuova stagione di opportunità e stimoli».

Provincia e Regione sono ora proprietari delle sale al piano terra, dove si trovavano le stalle, il frantoio e il palmento e che adesso ospitano una mostra permanente sulla lavorazione della terracotta e del ferro, tipicità lucugnanesi; la biblioteca dei bambini; parte delle migliaia di volumi che compongono il distaccamento del Polo bibliomuseale leccese, composto dal fondo Fuortes, dal fondo francese dello stesso Comi e dal fondo curato dall’emerito rettore dell’Università del Salento, Donato Valli, grande amico del barone. Completa il tutto il meraviglioso giardino che ospita ancora un alloro piantato dal poeta e una passiflora piantata da Tina, sua domestica, poi moglie e infine custode di Casa Comi e dei suoi tesori, figura da conoscere e amare, non solo per comprendere davvero la consonanza di Girolamo con l’amore, con l’arte e con la cittadinanza, ma degna di una sua traiettoria, tutta da scoprire, che si è meritata la compresenza nel nome dell’associazione che da lei ha ereditato la cura della Casa.

Al primo piano, di proprietà della Provincia, troviamo la biblioteca con i suoi appunti, i carteggi con altri grandi autori come Paul Valéry, le annotazioni sui libri, il celebre e bellissimo salotto in cui si riuniva l’Accademia Salentina, fondata nel 1948 e che vedeva protagonisti, tra gli altri, Maria Corti, Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, nucleo redazionale anche della rivista L’Albero, divenuta l’epicentro di una linea meridionale d’idee e scritture. Ai contenuti non sono da meno gli scenari: arazzi progettati dal barone e realizzati dalle celebri maestranze di Casamassella, Surano e Maglie; quadri di pregio; foto e stampe d’epoca, candelabri di legno dorato e ferro battuto; ceramiche artigianali esposte nella sala da pranzo e nella splendida cucina economica; le stanze da letto francescane; l’altarino votivo dedicato alla Natività.

Luigi De Luca, funzionario regionale e direttore del polo biblio-museale di Lecce delinea gli interventi futuri: «Insieme alla Provincia e alla Soprintendenza restaureremo gli interni, le opere d’arte e i libri. Palazzo Comi deve tornare uno spazio di discussione e comunione tra il mondo intellettuale e le comunità intorno ai temi della poesia, del sud e della fraternità. E per il futuro immaginiamo ulteriori progetti, magari residenze per poeti, scrittori e artisti. Abbiamo bisogno di poesia e questa Casa assolverà il suo compito, anche per la preziosa biblioteca che ogni giorno accoglie studiosi e studenti, che già si sentono una comunità».

Nonostante la riforma Del Rio, la Provincia conserva ancora un ruolo importante nella gestione di Palazzo Comi e il suo rilancio rientra nelle linee programmatiche dell’attuale gestione, che il presidente Stefano Minerva riassume in una nota: «La valorizzazione di Palazzo Comi riuscirà ad avere sempre più forza se in sinergia con Regione, Soprintendenza e Comune di Tricase riuscirà ad attrarre investimenti e risorse finalizzate alla promozione delle attività culturali, intensificando il “lavoro di squadra” che enti, associazioni e privati stanno già mettendo in atto».

La strada dell’armonia è quella del futuro per Casa Comi, casa di tutti i salentini e di tutti gli amanti della cultura nel mondo.

*Pubblicato su Salento Review, estate 2019

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: