Prima del buio, le tre vite di Nathaniel che sta diventando cieco

La sezione pugliese del Gus – Gruppo Umana Solidarietà e il percorso innovativo progettato per un migrante colpito da un glaucoma. E tanti stereotipi smontanti intorno alla cosiddetta “seconda accoglienza”.

 

Ci conosciamo da meno di cinque minuti e Nathaniel già mi mostra le foto della sua famiglia, in Nigeria. Ce n’è una in cui abbraccia tutti con tenerezza: la moglie Juliana, la primogenita Precious, la piccola Joy e i due figli maschi Prince e Divine. Nathaniel fissa per istanti lunghissimi le foto, le accarezza tenendo il suo smartphone in obliquo davanti a sé. Da pochi giorni ha chiesto a parenti e amici di inviargli le foto che li ritraggono nei posti in cui hanno condiviso quotidianità ed esperienze: vuole imprimere nella memoria volti, luoghi e dettagli per non scordarli mai più, perché presto sarà capace di disegnare con le mani i volti che ama. Vuole farlo perché la sua vista potrà solo peggiorare. Alcuni mesi fa gli hanno diagnosticato un glaucoma a uno stadio molto avanzato e adesso la sua acutezza visiva non supera il 30 per cento.

Quando cerca di parlarmi del suo problema, Nathaniel non lo nomina mai, si emoziona e ripete la stessa formula: «Se dio vuole non sarò cieco, o lo sarò il più tardi possibile, e finalmente potrò rivedere mia moglie e i miei figli, e loro saranno fieri di me».

Al suo fianco ci sono gli operatori dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) Gruppo Umana Solidarietà (Gus) di Castrì di Lecce e l’accuratezza del programma della società 3T Service (Turismo, territorio e tutela), guidata da Alessandro Napoli con Sonia Gioia. Interpellati dal Gus, i due hanno sviluppato un percorso specifico per Nathaniel, basato sulla loro esperienza personale: Alessandro è diventato cieco da bambino, sempre per un glaucoma, e Sonia è ipovedente.

Le tre vite di Nathaniel

Inventarsi una nuova vita, per Nathaniel, a 46 anni e a più di cinquemila chilometri da casa, era di per sé una sfida, ma data la sua tempra queste difficoltà non bastavano. Si è aggiunta la crescente ipovisione a mettere a rischio i suoi progetti. Mi racconta tutto con il suo ottimo inglese, come se fosse nel bel mezzo dell’azione, e la cosa mi stupisce perché fino a quel momento mi ha dato l’impressione di essere una persona di poche parole. Fino al 2013 la sua sarebbe stata la storia di un piccolo commerciante anglicano del villaggio igbo di Umubochi, a poco più di cento chilometri dall’oceano Atlantico. Viveva con i suoi famigliari nella casa dei fratelli e aveva un emporio con pezzi di ricambio per auto, accessori per l’abbigliamento, prodotti per l’igiene intima e per la casa, cellulari e alimenti in scatola.

Un giorno scoppia una violenta lite con i fratelli per l’eredità di un parente. «La vita da noi ha meno valore di alcune cose», mi dice con amarezza. Il pensiero va alla vicenda del padre, arrestato per aver sparato alla pecora di un vicino perché gli aveva devastato il raccolto: in carcere ha contratto qualche infezione che al suo rilascio gli ha concesso solo un mese di vita. «Ho avuto paura, così ho portato mia moglie e i miei figli nella casa di mia madre e siccome nel mio villaggio non potevo più lavorare sono andato in Libia con un amico».

I due salgono così sul primo dei tanti bus scassati che trovano e arrivano a Tripoli, dove si sistemano in un ghetto gestito da un piccolo boss, dal quale ricevono il permesso di avere un posto dove dormire in cambio di soldi: «Una sweet life che doveva essere pagata con grande attenzione. Bisognava portare sempre tutto con sé e non appoggiare mai niente sui tavoli o sui catini, perché subivamo furti anche mentre ci lavavamo la faccia». Per due volte gli rubano tutti i risparmi e l’ultima decide di andare via. All’autolavaggio dove lavora comincia ad avere qualche problema, gli occhi gli fanno brutti scherzi. Viene visitato da un dottore arabo che trova un occhio compromesso, gli consiglia un’operazione e gli scrive un referto. Nathaniel non capisce la lingua e non segue il consiglio: «Non potevo andare in ospedale perché non avevo documenti e mi avrebbero arrestato, ho molta paura della polizia libica». Intanto nelle sue condizioni viene allontanato dal lavoro e non può mandare soldi a casa, dove cominciano a pensare che stia cercando di sparire.

«Il mio problema in Nigeria non è preso sul serio, è una cosa culturale, finché abbiamo gli occhi dovremmo vederci».

Gli chiedo se di fronte ai dubbi della sua famiglia si sia sentito perso: «No, era nel disegno di dio». Così come dice sia stato dio a fargli avere l’intuizione di potersi imbarcare per arrivare in Italia: «Sentivo che qui avrei potuto almeno capire cosa mi è successo». Così spende i suoi ultimi 950 dinari, circa 600 euro, e convince il suo amico Christian ad accompagnarlo nella traversata. La notte dell’imbarco ha una specie di paralisi, non riesce a muoversi, forse solo per la paura. Il suo amico lo trascina sul barcone, dove sono stipate altre quarantaquattro persone. Dopo diciotto ore di viaggio il mare si agita e cominciano a esserci i primi problemi per la mancanza di aria e di spazio. Anche per questo motivo Nathaniel è immerso per metà in acqua e una donna lo tiene stretto per impedirgli di cadere. Un elicottero della guardia di finanza individua i profughi e invia una motovedetta. Dalla barca delle fiamme gialle gli tirano una corda, lui la vede e vorrebbe afferrarla, ma non ce la fa. Gli altri compagni di avventura ancora sul barcone se ne accorgono e insieme lo issano fino a fargliela afferrare. Nessuno quella notte si è fatto male. Dopo un’altra notte di viaggio, il 16 febbraio 2015 i migranti arrivano a Lampedusa.

Nathaniel è ancora semicosciente. Un uomo di nome Mahmoud lo preleva dalla lunga fila dove si trova per aspettare cibo e cure e lo porta in cima. Quando riceve acqua e cibo scompaiono la rigidità e i dolori. A Lampedusa, e così nel centro di accoglienza in Sicilia dove lo trattengono pochi giorni, riceve un trattamento standard.

Un po’ più gravi sono le responsabilità di chi lo accoglie in un albergo per i rifugiati del Nord Italia, mi racconta, dove è costretto a vivere per alcuni mesi senza potersi muovere né fare nulla. In quella sede consegna il referto del medico arabo e così ottiene due visite mediche senza che il glaucoma sia riconosciuto in tutta la sua gravità.

Di quei sette mesi ricorda l’assenza di luce: la camera in penombra, il bisogno compulsivo di dormire, il cielo di una luce spenta che non aveva mai visto. Ha paura per i suoi occhi, ma non riesce a comunicarlo.

Viene infine registrato come portatore di un disturbo lieve e assegnato alla sede centrale del Gus, a Macerata. Peccato che lo lascino senza guida, così resta nel treno di partenza, perde il cambio, si ritrova a Bari e viene rocambolescamente recuperato dagli operatori di Macerata.  Il Gus lo fa arrivare al centro specializzato per i soggetti vulnerabili a Castrì di Lecce, dove grazie all’Unione italiana ciechi ottiene il bastone bianco. È un nuovo inizio.

«Ho trovato degli angeli»

«Qui ho trovato degli angeli» dice, asciutto, Nathaniel. Il suo cuore è colmo di gratitudine per i gestori del centro. Un’intuizione di un assessore comunale, Diomede Stabile, anche lui disabile, porta Divina Della Giorgia, coordinatrice del progetto per il Gus di Castrì, a contattare gli “specialisti” Alessandro e Sonia. Nathaniel può ora contare su alcune attività che gli permettono di non abbassare la qualità della sua vita e di sfruttare al meglio la vista che gli rimane: passa dalle lezioni di Braille all’uso della tecnologia senza scordare la capacità di risposta alle attività al buio. Riceve, inoltre, una formazione da canestraio, che può garantirgli un inserimento come artigiano nella realizzazione di cesti in vimini con un maestro d’eccezione come l’artigiano Raffaele De Giorgi e frequenta le lezioni di italiano: «La mia testa non vuole memorizzare» si schernisce sull’argomento, ma parla molto bene del suo insegnante, dotato di grande pazienza.

«Siamo i primi a sperimentare un percorso di questo tipo –   esordisce Alessandro Napoli –, non avevamo un modello da seguire, ma principi cui ispirarci. A dieci anni dalla sua approvazione, in Italia non è stato esplicitato il pensiero espresso dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili per cui non si decide “Nulla su di noi senza di noi”. Non ci sono disability manager essi stessi disabili come invece è accettato in tutta Europa».

 

Alla lacuna hanno sopperito relazioni e competenza: «Siamo intervenuti come agenzia turistica dedicata all’accessibilità, perché i servizi e i principi di questa pratica erano assimilabili ai bisogni e alle responsabilità di Nathaniel come cittadino».

In un centinaio di ore Nathaniel apprende a scrivere e leggere in Braille, a usare i supporti tecnologici per disabili della vista con lo smartphone e con il computer, a sbrigare con una benda sugli occhi le faccende di casa e le proprie necessità igieniche senza dover ricorrere all’aiuto di altri. In particolare, ricorda Sonia «è stato un momento importante quando ha rovesciato un secchio d’acqua a terra e ha usato gli altri sensi, come il tatto con il piede, per capire dove si era formata la pozza per poi asciugarla del tutto». Anche Nathaniel parla dell’episodio come di un momento in cui ha capito che non sarebbe diventato «inutile». Questa consapevolezza è stata molto importante, perché, spiega Divina, «anche se gli altri otto coinquilini dei nostri appartamenti lo hanno accolto e un po’ coccolato, adesso lui comincia a fare la sua parte».

Non è finita qui, però, perché un pezzo difficile del suo adattamento sarà il cosiddetto terzo livello, come spiega Alessandro: «Deve prendere coscienza degli spazi dove vive, per questo abbiamo sviluppato percorsi di orienteering nel centro storico di Lecce e in altri piccoli centri come ad Alliste, che è la sede della 3T Service. In questo, è ovvio, Nathaniel ha più difficoltà e deve reggere l’impatto con la vita sociale».

Quando un migrante non è una risorsa, ma solo un uomo

Alessandro ha accennato a diritti e doveri di Nathaniel come cittadino: «Ha un’educazione e una responsabilità esemplari e con lui non ci poniamo da “teacher” come ci chiama scherzando. Abbiamo scelto un rapporto amichevole, orizzontale. L’unico timore che abbiamo è che una volta uscito dal Gus possa risentire dei tre potenziali fattori discriminanti della sua esperienza. Il fatto di non essere un rifugiato, ma “solo” un titolare di protezione umanitaria; la vecchia solfa che ancora tira tanto della discriminazione etnico-razziale e la discriminazione forse più pesante che subiamo anche noi tutti i giorni, quella di essere un disabile».

La domanda istintiva di un cittadino sottoposto al bombardamento mediatico delle dichiarazioni di Matteo Salvini è: «Chi glielo fa fare al Gus e alla 3T Service di seguire un migrante in queste condizioni?». Il cittadino in questione ignorerà che gli immigrati presenti regolarmente in Italia pagano le pensioni di 620mila italiani, per dirne una che tocca il portafoglio. La risposta economica non può essere esaustiva, dunque, stando anche alle ultime rilevazioni. I dati diffusi dal ministero dell’Interno e dall’European Migration Network (Emn), risalenti al 2011, raccontano dell’Italia come del secondo Paese europeo scelto dai rifugiati (40.355 richieste d’asilo) e del terzo per spesa annuale complessiva e pro capite (860 milioni di euro in totale, 21.311 euro a testa). L’ultimo rapporto della fondazione Leone Moressa riporta la spesa stimata dall’Interno per il 2015: 1 miliardo e 162 milioni, cioè lo 0,1 per cento della spesa pubblica italiana complessiva. Costi che non salgono troppo rispetto al 2011, nonostante l’allarmismo da invasione. Anche la spesa pro capite giornaliera sfata un mito della retorica razzista: è vero che questa ammonta a circa 35 euro, ma un terzo è da ripartire per il personale impiegato.

Tolti gli altri costi restano le spese destinate per intero ai migranti, come sottolinea Andrea Pignataro, responsabile nazionale Volontariato, Politiche giovanili e Servizio civile nazionale del Gus e coordinatore dei progetti in Puglia:

«Il cosiddetto pocket money ammonta a circa 3 euro, più 3,5 euro per le spese alimentari. Un aspetto che la retorica non coglie mai è che queste somme rappresentano un valore economico che ritorna al territorio, come gli stipendi ai nostri operatori, che spesso e volentieri sono laureati e altamente qualificati; i servizi, che non sono gestiti da società con sede legale sulla luna; il rapporto che si crea con i commercianti locali, che per esempio ricominciano a vendere alcune schede telefoniche o, in modo meno salubre, alcune marche di sigarette».

«Bisogna contare il contributo per l’affitto dell’alloggio per un massimo di sei mesi, se serve, quando i migranti escono dai nostri progetti – aggiunge Giancarlo Quaranta, operatore legale e sociale del gruppo –, anche quelli sono soldi che ricadono sull’economia del territorio».

Divina Della Giorgia parla del progetto, che ospita nove persone provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal, Siria, Bangladesh, Marocco e anche un curdo iracheno. Le persone vulnerabili che sono ospitate qui sono portatrici di diverse disabilità, patologie e handicap visibili e non visibili. Dei nove ospiti attuali, otto godono di protezione per motivi umanitari e solo uno è un beneficiario di diritto d’asilo. Dalla sua apertura nel 2014 sono state ospitate una ventina di persone. Il centro pratica l’accoglienza integrata come filosofia volta alla piena autonomia dei migranti. Molto positivi i risultati raggiunti finora: a menadito e con grande tenerezza Divina, Andrea e Giancarlo mi parlano di un caso di ritorno, con un cittadino afghano che ha deciso di tornare in patria dopo un’operazione delicata. E poi il pakistano che ha aperto un ristorane etnico a Roma, ma anche i due ragazzi assunti dalla pizzeria della piazzetta che si trova vicino agli appartamenti.

Colpisce la normalità nella quale tutto ciò si svolge, una normalità di cui persone ferite nel corpo e nello spirito hanno un grande bisogno. Forse è questa possibile normalità che spaventa alcuni politicanti. Certo al Sud certe cose sembrano più facili, come conferma Pignataro: «Qui l’accoglienza per i nostri progetti è un dato di fatto, non uno stereotipo. I territori dove c’era meno presenza di stranieri li hanno accolti meglio perché magari sono meno saturi. Ma il dato speciale è l’attenzione del Gus alle specificità del territorio che permette un inserimento dolce e questo approccio paga sempre».

Divina chiude il cerchio: «L’Altro. L’incontro e l’esperienza dell’Altro sono la risposta».

Uno sguardo al futuro, contro le politiche emergenziali

La chiusura delle frontiere dei Balcani e la pressione su Turchia e Grecia pongono interrogativi sull’ emergenza che potrebbe colpire di qui a breve proprio la Puglia, includendo anche il possibile intervento militare in Libia. Nel 2015 il tacco d’Italia si è piazzato al nono posto per la presenza di immigrati (dati del ministero degli Interni). Pignataro è nella posizione di poter fare delle previsioni: «Sono reduce da un po’ di tempo passato dalla nostra consorella Gus Albania dove ho incontrato il capo della polizia albanese, la direttrice dell’Unhcr del Paese, la responsabile della commissione Asilo, la responsabile del dipartimento Immigrazione del loro ministero degli Interni e l’ambasciatore italiano. Abbiamo svolto un’analisi sui luoghi dove si vorrebbero accogliere i migranti, Corizza e Argirocastro. L’idea che ci siamo fatti è che la frontiera sia aperta solo al Sud: si entra solo se si richiede asilo politico altrimenti si viene riaccompagnati indietro e non espulsi per andare dove si vuole. Non c’è nessun influsso pericoloso per la Puglia al momento».

«Considero l’accordo che l’Unione europea ha preso con la Turchia molto doloroso, un barattare morti con vivi con un’operazione contraria al rispetto dei diritti umani e della vita. Migrazione politica ed economica in questo senso hanno pari dignità e non si possono mettere quote, occorre una riforma vera. In questo caso esiste solo la distinzione tra umanità e disumanità».

«Per quanto riguarda la Libia, non posso fare stime: in quanto nonviolenti e pacifisti siamo preoccupati per tutto ciò che comporta fare una guerra. Ma se il problema è la cosiddetta invasione, l’Unione europea ha 500 milioni di abitanti. A partire dalla primavera araba a oggi sono arrivate un milione di persone. Penso che un’invasione debba avere numeri differenti, stando ai libri di storia».

Contro l’indifferenza

Ho chiesto a Nathaniel come pensa sarà il suo futuro, visto che i primi sei mesi di permanenza negli alloggi del Gus scadono a maggio. Saranno prorogati quasi con certezza, ma tra un anno cosa farà?

«Vorrei stare con la mia famiglia il più vicino possibile ad Alessandro e Sonia. Vorrei rivedere con i miei occhi la mia famiglia e vivere al massimo delle mie possibilità con un lavoro dignitoso».

Un’umanità condivisa dall’impegno quotidiano del Gus e della 3T Service. Ho conosciuto Nathaniel in occasione della lettura al buio del romanzo Cecità di José Saramago. Mi viene in mente che questa umanità sia la risposta alla domanda di relazione con l’Altro. L’impegno è quello di smentire una considerazione al centro del romanzo: «È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria». Contro tutto questo evitare l’indifferenza.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2016 sulla Gazzetta del Mezzogiorno on line.

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I mondiali dei migranti

 

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
http://www.metissagecoop.org

Qualcosa permette al calcio di essere ancora popolare, oltre il bombardamento mediatico.
Se è vero che gli scandali, le violenze e le misure di sicurezza hanno ridotto l’afflusso dei tifosi nelle gabbie cui sono stati ridotti gli stadi italiani, non si può dire lo stesso del fascino di tirare due calci a un pallone.

Sempre meno per strada, sempre più per i numerosi campi delle strutture sportive o degli oratori. Quasi mai in undici: troppi amici da conoscere e concertare, magari in cinque, e davvero su qualsiasi qualità di campo. Se va bene, come vedremo nel caso di “Calcio senza confini”, per un torneo si possono raggruppare otto persone e costringerle a scendere in campo una volta a settimana, ma questo denota passione e quello spirito così ben raccontato da Francesco De Gregori ne La leva calcistica della classe ‘68, che ha reso quella canzone un evergreen.

E poi. Non ci sono più le bandiere, sono tutti mercenari, e se esistono non spiccano per sportività e correttezza. Eppure, forse in competizione solo con la musica, è proprio il calcio ad aver globalizzato sul serio certe dinamiche culturali in ogni angolo del mondo. Se prima poteva far sorridere vedere uno straniero indossare la maglia dell’Inter, giocatori della squadra “multinazionale” a parte, oggi si vedono sempre più immigrati indossare le maglie delle proprie nazionali, sempre più competitive.
Proprio in quest’ottica la madre di tutte le manifestazioni calcistiche, il Mondiale di calcio Fifa, si gioca quest’anno in Sudafrica. E anche quest’anno ha il suo inno pop, cantato da Shakira: Time for Africa.

È davvero il momento dell’Africa? Ecco cosa ne pensano Billy e Ablaye, senegalesi, rispettivamente supporter e portiere part-time del team Afika Unite. Fanno quattro chiacchiere con me poco prima della delicata sfida contro le Kapu Vakanti, primi in classifica del girone di qualificazione A del torneo “Calcio senza confini”. Billy ha 32 anni e ne ha passati a Lecce quasi otto, fino ai 22 è stato un corridore velocista, appassionato di atletica leggera in genere. Tifa Senegal, che dopo i fasti dei mondiali nipponico-coreani ha vissuto un lento declino «ma abbiamo cambiato politica e ci stiamo riprendendo». Ha seguito comunque i mondiali e ha tifato Italia, credendo nel bis e perché «ormai l’Italia è la mia casa: nessun posto è ospitale come il Salento. A Dakar ho fatto altrettanti lavori che in Puglia: dal cameriere al meccanico, fino al bracciante per la raccolta di angurie e pomodori e l’estirpazione di erbacce. Anche se non ci sono soldi e se non ho un lavoro serio da due anni, anche se qualcuno appena sono arrivato ha approfittato della mia poca conoscenza dell’italiano per rubarmi soldi, ho conosciuto tante brave persone che mi hanno aiutato nei momenti difficili e mi hanno dato coraggio, mi hanno convinto a non disperare».

Ablaye ha 19 anni, studia come grafico presso l’istituto superiore “Antonietta de Pace”, lavora come assistente presso un anziano leccese, e ama molto il calcio, tanto da venire a parare quando può, anche subito prima o subito dopo alcune giornate un po’ troppo faticose, nelle quali il lavoro e lo studio coincidono. Il team dello Unite, appena lo vede, gli fa una grande festa, nonostante il primo portiere sia molto affidabile e spettacolare. È a Lecce da solo un anno e mezzo: «Qui ho trovato la pace. Sono arrivato su una barca in Spagna, poi sono stato a Milano e a Parma, ma qui ho trovato gente simpatica e conviviale, soprattutto presso l’ufficio Migrantes e lo sportello per l’immigrazione della Provincia, che mi hanno dato consigli e aiuto per la scuola, per i documenti, per il lavoro». Sul Senegal ha una sua precisa teoria: «Per passare le qualificazioni ci voleva il cuore, e quello da un po’ non ce l’abbiamo, siamo poco umili. Camerun e Ghana si vede che superano i problemi tecnici facendo squadra. Anche per questo ho tifato Camerun».

Mi dice di essere molto attivo nel sociale: qui a Lecce ha fondato l’associazione “Teranga-Associazione per l’integrazione partecipativa”: «In questo momento di grave crisi, noi che veniamo qua per quanto ci è possibile dobbiamo evitare di essere un peso per gli altri e per la società, è giusto che ci impegniamo». È venuto per fare gli auguri ai compagni, lui deve scappare al lavoro, ma prima di andare via dà un ultimo sguardo a quel pallone che rotola sul campo di un paese che sente finalmente suo e per il quale ha dato e continuerà a dare tanto. Già, la partita è terminata con una sconfitta di misura (1-0), poi la squadra è stata eliminata. Ma partecipare è importante.

 

Immigrazione Anno Uno

 

Il manifesto di Giuseppe Cassibba per il movimento Primo Marzo: 24h senza di noi

Articolo di Andrea Aufieri pubblicato su Il Paese Nuovo di martedì 1 marzo 2011

 

Il 2010 è stato l’anno della rivoluzione immigrata.
Nonostante gli ultimi vent’anni d’intensa attività migratoria, l’Italia comincia ora a capire che non sono solo gli autoctoni gli artefici del suo destino.
Scesi dalle gru, però, quanta strada dovranno fare gli immigrati per i diritti di tutti, cittadini al quarto sonno compresi?

È singolare che marzo 2011 per la Puglia non sarà segnato soltanto dal centocinquantenario della sanguinosa unità d’Italia. È singolare che lo stesso mese debba coincidere con il ventennale dei primi importanti sbarchi migratori a Otranto, quelli per cui qualcuno arrivò a chiedere di dedicare il Nobel per la Pace all’accoglienza dei pugliesi. E che istituzioni e sovrastrutture partitiche, ecclesiastiche e civili conniventi hanno poi gestito in modo tale da arrivare al paradosso di trattare la questione come un’emergenza, fino all’acme identitaria.

Il mese e l’anno della commemorazione identitaria di un paese coincidono con quello dell’invasione antidentitaria. Come se l’identità italiana fosse un blocco monolitico da contrapporre ai barbari venuti dal mare, invece di una realtà atomizzata nei particolarismi locali. Non per ultimo il capriccio baronale della Regione Salento. Come dire: pensiamo ancora ad ammazzarci tra noi con i nostri egoismi e la nostra ingordigia e poi gridiamo all’orgoglio patrio contro l’assalto dello straniero. Che, quando abbassiamo la guardia, penetra nella nostra comunità alterandone i valori, confondendone i connotati tradizionali, come se questo fosse per forza negativo.

L’interazione, a differenza della tanto ammirata e bipartisan integrazione, costituisce invece una vera possibilità dialettica di crescita di una comunità, di là dalla dialettica identitaria.  L’alterità permette agli autoctoni di riconoscere l’umanità di ogni uomo, e la novità è che ormai abbiamo capito da tempo che lo stesso può dire chi arriva, mettendosi nei nostri panni per fare esercizio di pazienza ed empatia, esattamente come noi di qua dal mare.

La cultura dell’alterità, l’educazione interculturale e l’accettazione della presenza di culture e non di una traballante egemonia, così come buona parte del paese reale, hanno fatto passi da gigante. Restano molto indietro la stampa generale, eccetto quella che non è un’emanazione diretta del potere, e il potere politico stesso. E lo fanno volutamente, con la rappresentazione mediatica dei più deboli come i nemici dello status quo. Forse in tutta Europa è rimasto solo Il Giornale a chiamare “negri” i braccianti, bel primato.

E proprio questo è il punto: abbiamo vissuto l’alba di Rosarno, abbiamo visto i blocchi delle strade per chiedere contratti dignitosi, abbiamo alzato la testa, anche noi, finalmente,ma solo per vedere chi occupava le gru, siamo saliti sui tetti e abbiamo provato la vertigine di chi vorrebbe costruire ed è costretto a difendersi, abbiamo manifestato con gli altri immigrati per il primo sciopero su scala europea, abbiamo fatto campagne per ingaggi agricoli regolari, un’eresia. Ma adesso?

Ogni singola iniziativa rischia di non strutturarsi, di morire dissanguata o per soffocamento. Perché ogni iniziativa è demandata a singoli organismi, grandi e piccoli, fautori di un ignobile ed evidente conflitto orizzontale che non consente di fare rete, di condividere le esperienze positive. Questo non corrisponde a fare di tutta l’erba un fascio, proprio perché sappiamo della solidarietà, degli specialisti che volontariamente si dedicano ai problemi delle minoranze e tutto quello cui ho già accennato.

Eppure gli immigrati sono tornati in piazza il Primo Marzo 2011 chiedendo ancora diritti basilari, cittadinanza, lavoro, addirittura cibo. E dedicano la manifestazione a un ventiduenne ambulante in possesso di licenza, Noureddine Adnane. Di dov’era? Non importa, era un uomo che, stufo di essere tartassato dai continui sequestri ingiustificati della sua merce, si è dato fuoco ed è morto.

Una storia che dovrebbe far riflettere tutti, anche i leccesi,che non manifesteranno nonostante le vicissitudini dei rom del campo “Panareo” e che solo pochi giorni fa hanno letto la cronaca della rocambolesca fuga di estorsori che ritirava regolarmente il pizzo dall’esercizio di una coppia di immigrati: un piccolo squarcio su di una realtà pesante, profonda, radicata nella comunità più della solidarietà e del mutualismo, della dignità del lavoro che caratterizzano la nostra Costituzione. Perché ha in sé un modello terribile e vincente: quella stessa paura che ancora ci blocca nel nostro esercizio di alterità verso gli immigrati.

Anno Uno: una cosa interessante, un passo avanti sembra essere il ruolo sempre più valido e istituzionalmente riconosciuto assunto dalle associazioni d’immigrati, sperando che non prendano le stesse cattive abitudini di chi finora ha deciso per loro. Ma questo non basta: bisognerebbe setacciare ogni singolo Piano di Zona, ogni consulta e capire come e se funzionano. E ancora, perché non riconoscere un’adeguata partecipazione e rappresentanza politica alle culture presenti sul territorio nazionale? Certo il clientelismo in questo modo avrà un’impennata quasi multinazionale, ma sono i rischi di una società aperta, e non è detto che il controllo democratico e la trasparenza non funzionino.

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