Prima del buio, le tre vite di Nathaniel che sta diventando cieco

La sezione pugliese del Gus – Gruppo Umana Solidarietà e il percorso innovativo progettato per un migrante colpito da un glaucoma. E tanti stereotipi smontanti intorno alla cosiddetta “seconda accoglienza”.

 

Ci conosciamo da meno di cinque minuti e Nathaniel già mi mostra le foto della sua famiglia, in Nigeria. Ce n’è una in cui abbraccia tutti con tenerezza: la moglie Juliana, la primogenita Precious, la piccola Joy e i due figli maschi Prince e Divine. Nathaniel fissa per istanti lunghissimi le foto, le accarezza tenendo il suo smartphone in obliquo davanti a sé. Da pochi giorni ha chiesto a parenti e amici di inviargli le foto che li ritraggono nei posti in cui hanno condiviso quotidianità ed esperienze: vuole imprimere nella memoria volti, luoghi e dettagli per non scordarli mai più, perché presto sarà capace di disegnare con le mani i volti che ama. Vuole farlo perché la sua vista potrà solo peggiorare. Alcuni mesi fa gli hanno diagnosticato un glaucoma a uno stadio molto avanzato e adesso la sua acutezza visiva non supera il 30 per cento.

Quando cerca di parlarmi del suo problema, Nathaniel non lo nomina mai, si emoziona e ripete la stessa formula: «Se dio vuole non sarò cieco, o lo sarò il più tardi possibile, e finalmente potrò rivedere mia moglie e i miei figli, e loro saranno fieri di me».

Al suo fianco ci sono gli operatori dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) Gruppo Umana Solidarietà (Gus) di Castrì di Lecce e l’accuratezza del programma della società 3T Service (Turismo, territorio e tutela), guidata da Alessandro Napoli con Sonia Gioia. Interpellati dal Gus, i due hanno sviluppato un percorso specifico per Nathaniel, basato sulla loro esperienza personale: Alessandro è diventato cieco da bambino, sempre per un glaucoma, e Sonia è ipovedente.

Le tre vite di Nathaniel

Inventarsi una nuova vita, per Nathaniel, a 46 anni e a più di cinquemila chilometri da casa, era di per sé una sfida, ma data la sua tempra queste difficoltà non bastavano. Si è aggiunta la crescente ipovisione a mettere a rischio i suoi progetti. Mi racconta tutto con il suo ottimo inglese, come se fosse nel bel mezzo dell’azione, e la cosa mi stupisce perché fino a quel momento mi ha dato l’impressione di essere una persona di poche parole. Fino al 2013 la sua sarebbe stata la storia di un piccolo commerciante anglicano del villaggio igbo di Umubochi, a poco più di cento chilometri dall’oceano Atlantico. Viveva con i suoi famigliari nella casa dei fratelli e aveva un emporio con pezzi di ricambio per auto, accessori per l’abbigliamento, prodotti per l’igiene intima e per la casa, cellulari e alimenti in scatola.

Un giorno scoppia una violenta lite con i fratelli per l’eredità di un parente. «La vita da noi ha meno valore di alcune cose», mi dice con amarezza. Il pensiero va alla vicenda del padre, arrestato per aver sparato alla pecora di un vicino perché gli aveva devastato il raccolto: in carcere ha contratto qualche infezione che al suo rilascio gli ha concesso solo un mese di vita. «Ho avuto paura, così ho portato mia moglie e i miei figli nella casa di mia madre e siccome nel mio villaggio non potevo più lavorare sono andato in Libia con un amico».

I due salgono così sul primo dei tanti bus scassati che trovano e arrivano a Tripoli, dove si sistemano in un ghetto gestito da un piccolo boss, dal quale ricevono il permesso di avere un posto dove dormire in cambio di soldi: «Una sweet life che doveva essere pagata con grande attenzione. Bisognava portare sempre tutto con sé e non appoggiare mai niente sui tavoli o sui catini, perché subivamo furti anche mentre ci lavavamo la faccia». Per due volte gli rubano tutti i risparmi e l’ultima decide di andare via. All’autolavaggio dove lavora comincia ad avere qualche problema, gli occhi gli fanno brutti scherzi. Viene visitato da un dottore arabo che trova un occhio compromesso, gli consiglia un’operazione e gli scrive un referto. Nathaniel non capisce la lingua e non segue il consiglio: «Non potevo andare in ospedale perché non avevo documenti e mi avrebbero arrestato, ho molta paura della polizia libica». Intanto nelle sue condizioni viene allontanato dal lavoro e non può mandare soldi a casa, dove cominciano a pensare che stia cercando di sparire.

«Il mio problema in Nigeria non è preso sul serio, è una cosa culturale, finché abbiamo gli occhi dovremmo vederci».

Gli chiedo se di fronte ai dubbi della sua famiglia si sia sentito perso: «No, era nel disegno di dio». Così come dice sia stato dio a fargli avere l’intuizione di potersi imbarcare per arrivare in Italia: «Sentivo che qui avrei potuto almeno capire cosa mi è successo». Così spende i suoi ultimi 950 dinari, circa 600 euro, e convince il suo amico Christian ad accompagnarlo nella traversata. La notte dell’imbarco ha una specie di paralisi, non riesce a muoversi, forse solo per la paura. Il suo amico lo trascina sul barcone, dove sono stipate altre quarantaquattro persone. Dopo diciotto ore di viaggio il mare si agita e cominciano a esserci i primi problemi per la mancanza di aria e di spazio. Anche per questo motivo Nathaniel è immerso per metà in acqua e una donna lo tiene stretto per impedirgli di cadere. Un elicottero della guardia di finanza individua i profughi e invia una motovedetta. Dalla barca delle fiamme gialle gli tirano una corda, lui la vede e vorrebbe afferrarla, ma non ce la fa. Gli altri compagni di avventura ancora sul barcone se ne accorgono e insieme lo issano fino a fargliela afferrare. Nessuno quella notte si è fatto male. Dopo un’altra notte di viaggio, il 16 febbraio 2015 i migranti arrivano a Lampedusa.

Nathaniel è ancora semicosciente. Un uomo di nome Mahmoud lo preleva dalla lunga fila dove si trova per aspettare cibo e cure e lo porta in cima. Quando riceve acqua e cibo scompaiono la rigidità e i dolori. A Lampedusa, e così nel centro di accoglienza in Sicilia dove lo trattengono pochi giorni, riceve un trattamento standard.

Un po’ più gravi sono le responsabilità di chi lo accoglie in un albergo per i rifugiati del Nord Italia, mi racconta, dove è costretto a vivere per alcuni mesi senza potersi muovere né fare nulla. In quella sede consegna il referto del medico arabo e così ottiene due visite mediche senza che il glaucoma sia riconosciuto in tutta la sua gravità.

Di quei sette mesi ricorda l’assenza di luce: la camera in penombra, il bisogno compulsivo di dormire, il cielo di una luce spenta che non aveva mai visto. Ha paura per i suoi occhi, ma non riesce a comunicarlo.

Viene infine registrato come portatore di un disturbo lieve e assegnato alla sede centrale del Gus, a Macerata. Peccato che lo lascino senza guida, così resta nel treno di partenza, perde il cambio, si ritrova a Bari e viene rocambolescamente recuperato dagli operatori di Macerata.  Il Gus lo fa arrivare al centro specializzato per i soggetti vulnerabili a Castrì di Lecce, dove grazie all’Unione italiana ciechi ottiene il bastone bianco. È un nuovo inizio.

«Ho trovato degli angeli»

«Qui ho trovato degli angeli» dice, asciutto, Nathaniel. Il suo cuore è colmo di gratitudine per i gestori del centro. Un’intuizione di un assessore comunale, Diomede Stabile, anche lui disabile, porta Divina Della Giorgia, coordinatrice del progetto per il Gus di Castrì, a contattare gli “specialisti” Alessandro e Sonia. Nathaniel può ora contare su alcune attività che gli permettono di non abbassare la qualità della sua vita e di sfruttare al meglio la vista che gli rimane: passa dalle lezioni di Braille all’uso della tecnologia senza scordare la capacità di risposta alle attività al buio. Riceve, inoltre, una formazione da canestraio, che può garantirgli un inserimento come artigiano nella realizzazione di cesti in vimini con un maestro d’eccezione come l’artigiano Raffaele De Giorgi e frequenta le lezioni di italiano: «La mia testa non vuole memorizzare» si schernisce sull’argomento, ma parla molto bene del suo insegnante, dotato di grande pazienza.

«Siamo i primi a sperimentare un percorso di questo tipo –   esordisce Alessandro Napoli –, non avevamo un modello da seguire, ma principi cui ispirarci. A dieci anni dalla sua approvazione, in Italia non è stato esplicitato il pensiero espresso dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili per cui non si decide “Nulla su di noi senza di noi”. Non ci sono disability manager essi stessi disabili come invece è accettato in tutta Europa».

 

Alla lacuna hanno sopperito relazioni e competenza: «Siamo intervenuti come agenzia turistica dedicata all’accessibilità, perché i servizi e i principi di questa pratica erano assimilabili ai bisogni e alle responsabilità di Nathaniel come cittadino».

In un centinaio di ore Nathaniel apprende a scrivere e leggere in Braille, a usare i supporti tecnologici per disabili della vista con lo smartphone e con il computer, a sbrigare con una benda sugli occhi le faccende di casa e le proprie necessità igieniche senza dover ricorrere all’aiuto di altri. In particolare, ricorda Sonia «è stato un momento importante quando ha rovesciato un secchio d’acqua a terra e ha usato gli altri sensi, come il tatto con il piede, per capire dove si era formata la pozza per poi asciugarla del tutto». Anche Nathaniel parla dell’episodio come di un momento in cui ha capito che non sarebbe diventato «inutile». Questa consapevolezza è stata molto importante, perché, spiega Divina, «anche se gli altri otto coinquilini dei nostri appartamenti lo hanno accolto e un po’ coccolato, adesso lui comincia a fare la sua parte».

Non è finita qui, però, perché un pezzo difficile del suo adattamento sarà il cosiddetto terzo livello, come spiega Alessandro: «Deve prendere coscienza degli spazi dove vive, per questo abbiamo sviluppato percorsi di orienteering nel centro storico di Lecce e in altri piccoli centri come ad Alliste, che è la sede della 3T Service. In questo, è ovvio, Nathaniel ha più difficoltà e deve reggere l’impatto con la vita sociale».

Quando un migrante non è una risorsa, ma solo un uomo

Alessandro ha accennato a diritti e doveri di Nathaniel come cittadino: «Ha un’educazione e una responsabilità esemplari e con lui non ci poniamo da “teacher” come ci chiama scherzando. Abbiamo scelto un rapporto amichevole, orizzontale. L’unico timore che abbiamo è che una volta uscito dal Gus possa risentire dei tre potenziali fattori discriminanti della sua esperienza. Il fatto di non essere un rifugiato, ma “solo” un titolare di protezione umanitaria; la vecchia solfa che ancora tira tanto della discriminazione etnico-razziale e la discriminazione forse più pesante che subiamo anche noi tutti i giorni, quella di essere un disabile».

La domanda istintiva di un cittadino sottoposto al bombardamento mediatico delle dichiarazioni di Matteo Salvini è: «Chi glielo fa fare al Gus e alla 3T Service di seguire un migrante in queste condizioni?». Il cittadino in questione ignorerà che gli immigrati presenti regolarmente in Italia pagano le pensioni di 620mila italiani, per dirne una che tocca il portafoglio. La risposta economica non può essere esaustiva, dunque, stando anche alle ultime rilevazioni. I dati diffusi dal ministero dell’Interno e dall’European Migration Network (Emn), risalenti al 2011, raccontano dell’Italia come del secondo Paese europeo scelto dai rifugiati (40.355 richieste d’asilo) e del terzo per spesa annuale complessiva e pro capite (860 milioni di euro in totale, 21.311 euro a testa). L’ultimo rapporto della fondazione Leone Moressa riporta la spesa stimata dall’Interno per il 2015: 1 miliardo e 162 milioni, cioè lo 0,1 per cento della spesa pubblica italiana complessiva. Costi che non salgono troppo rispetto al 2011, nonostante l’allarmismo da invasione. Anche la spesa pro capite giornaliera sfata un mito della retorica razzista: è vero che questa ammonta a circa 35 euro, ma un terzo è da ripartire per il personale impiegato.

Tolti gli altri costi restano le spese destinate per intero ai migranti, come sottolinea Andrea Pignataro, responsabile nazionale Volontariato, Politiche giovanili e Servizio civile nazionale del Gus e coordinatore dei progetti in Puglia:

«Il cosiddetto pocket money ammonta a circa 3 euro, più 3,5 euro per le spese alimentari. Un aspetto che la retorica non coglie mai è che queste somme rappresentano un valore economico che ritorna al territorio, come gli stipendi ai nostri operatori, che spesso e volentieri sono laureati e altamente qualificati; i servizi, che non sono gestiti da società con sede legale sulla luna; il rapporto che si crea con i commercianti locali, che per esempio ricominciano a vendere alcune schede telefoniche o, in modo meno salubre, alcune marche di sigarette».

«Bisogna contare il contributo per l’affitto dell’alloggio per un massimo di sei mesi, se serve, quando i migranti escono dai nostri progetti – aggiunge Giancarlo Quaranta, operatore legale e sociale del gruppo –, anche quelli sono soldi che ricadono sull’economia del territorio».

Divina Della Giorgia parla del progetto, che ospita nove persone provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal, Siria, Bangladesh, Marocco e anche un curdo iracheno. Le persone vulnerabili che sono ospitate qui sono portatrici di diverse disabilità, patologie e handicap visibili e non visibili. Dei nove ospiti attuali, otto godono di protezione per motivi umanitari e solo uno è un beneficiario di diritto d’asilo. Dalla sua apertura nel 2014 sono state ospitate una ventina di persone. Il centro pratica l’accoglienza integrata come filosofia volta alla piena autonomia dei migranti. Molto positivi i risultati raggiunti finora: a menadito e con grande tenerezza Divina, Andrea e Giancarlo mi parlano di un caso di ritorno, con un cittadino afghano che ha deciso di tornare in patria dopo un’operazione delicata. E poi il pakistano che ha aperto un ristorane etnico a Roma, ma anche i due ragazzi assunti dalla pizzeria della piazzetta che si trova vicino agli appartamenti.

Colpisce la normalità nella quale tutto ciò si svolge, una normalità di cui persone ferite nel corpo e nello spirito hanno un grande bisogno. Forse è questa possibile normalità che spaventa alcuni politicanti. Certo al Sud certe cose sembrano più facili, come conferma Pignataro: «Qui l’accoglienza per i nostri progetti è un dato di fatto, non uno stereotipo. I territori dove c’era meno presenza di stranieri li hanno accolti meglio perché magari sono meno saturi. Ma il dato speciale è l’attenzione del Gus alle specificità del territorio che permette un inserimento dolce e questo approccio paga sempre».

Divina chiude il cerchio: «L’Altro. L’incontro e l’esperienza dell’Altro sono la risposta».

Uno sguardo al futuro, contro le politiche emergenziali

La chiusura delle frontiere dei Balcani e la pressione su Turchia e Grecia pongono interrogativi sull’ emergenza che potrebbe colpire di qui a breve proprio la Puglia, includendo anche il possibile intervento militare in Libia. Nel 2015 il tacco d’Italia si è piazzato al nono posto per la presenza di immigrati (dati del ministero degli Interni). Pignataro è nella posizione di poter fare delle previsioni: «Sono reduce da un po’ di tempo passato dalla nostra consorella Gus Albania dove ho incontrato il capo della polizia albanese, la direttrice dell’Unhcr del Paese, la responsabile della commissione Asilo, la responsabile del dipartimento Immigrazione del loro ministero degli Interni e l’ambasciatore italiano. Abbiamo svolto un’analisi sui luoghi dove si vorrebbero accogliere i migranti, Corizza e Argirocastro. L’idea che ci siamo fatti è che la frontiera sia aperta solo al Sud: si entra solo se si richiede asilo politico altrimenti si viene riaccompagnati indietro e non espulsi per andare dove si vuole. Non c’è nessun influsso pericoloso per la Puglia al momento».

«Considero l’accordo che l’Unione europea ha preso con la Turchia molto doloroso, un barattare morti con vivi con un’operazione contraria al rispetto dei diritti umani e della vita. Migrazione politica ed economica in questo senso hanno pari dignità e non si possono mettere quote, occorre una riforma vera. In questo caso esiste solo la distinzione tra umanità e disumanità».

«Per quanto riguarda la Libia, non posso fare stime: in quanto nonviolenti e pacifisti siamo preoccupati per tutto ciò che comporta fare una guerra. Ma se il problema è la cosiddetta invasione, l’Unione europea ha 500 milioni di abitanti. A partire dalla primavera araba a oggi sono arrivate un milione di persone. Penso che un’invasione debba avere numeri differenti, stando ai libri di storia».

Contro l’indifferenza

Ho chiesto a Nathaniel come pensa sarà il suo futuro, visto che i primi sei mesi di permanenza negli alloggi del Gus scadono a maggio. Saranno prorogati quasi con certezza, ma tra un anno cosa farà?

«Vorrei stare con la mia famiglia il più vicino possibile ad Alessandro e Sonia. Vorrei rivedere con i miei occhi la mia famiglia e vivere al massimo delle mie possibilità con un lavoro dignitoso».

Un’umanità condivisa dall’impegno quotidiano del Gus e della 3T Service. Ho conosciuto Nathaniel in occasione della lettura al buio del romanzo Cecità di José Saramago. Mi viene in mente che questa umanità sia la risposta alla domanda di relazione con l’Altro. L’impegno è quello di smentire una considerazione al centro del romanzo: «È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria». Contro tutto questo evitare l’indifferenza.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2016 sulla Gazzetta del Mezzogiorno on line.

Salento e balkan, nozze d’argento

Coste dell'Albania viste da Otranto- Foto di Roberto Rocca
*Coste dell’Albania viste da Otranto- Foto di Roberto Rocca

«Siamo stati costretti a ferirci per capire che avevamo tutti il sangue dello stesso colore». Claudio Prima chiude così la canzone Larg. Lontano, nel cd Contagio. La strofa indica il cambio di prospettiva tra Italia e Albania all’inizio del nuovo millennio: musica come primo contraccettivo contro ogni stereotipo. Dopo un lungo flirt, la musica popolare salentina e quella balcanica provano a fondersi. È un traguardo difficile, anche se molto vicino. Come le cinquantacinque miglia marine che racchiudono il Canale d’Otranto.

Bandadriatica – Larg. Lontano – Contagio

Marco Leopizzi, critico musicale, definisce l’incontro come «musica adriatica» e ne ha raccontato tre anni fa la storia in un saggio pubblicato sul periodico Palascìa_l’informazione migrante, dal titolo Il balkan nel Salento e la riscoperta dell’Est Europa-Storia di incontri, contagi e tempi dispari. «Buona parte della musica balcanica ha assorbito caratteristiche di quella araba, a causa della dominazione dell’Impero ottomano – ha scritto-, il regime comunista di Enver Hoxha è stato assai attento alla formazione musicale: dal secondo dopoguerra sono fiorite scuole di musica e danza, orchestre, cori, ensemble professionistici e amatoriali». Grande attenzione alla tradizione, dunque: «Canti monodici ed epici, musiche pastorali dei Gheghi del Nord, i Toschi e i Lab del Sud (canto corale oggi patrimonio dell’Unesco); la musica urbana, specie al Nord è eseguita con llautë (liuto) o çifteli (liuto a manico lungo con due corde) – sostituiti oggi da fisarmonica – gërnetë (clarinetto), violino e def (tamburo a cornice)».

 Nessuno spazio, però, per tutto il nuovo venuto da Ovest come jazz, rock e pop, tranne che nei primi anni settanta, quando sembrò esserci un’apertura tale da arrivare a trasmettere il festival di Sanremo in televisione. Hoxha fece subito marcia indietro e a pagare fu il direttore Todi Lubonja, spedito in un gulag insieme al figlio Fatos, che ha poi raccontato tutta la storia in Intervista sull’Albania. In quel periodo esplose la voce cristallina e duttile della Mina d’Albania, al secolo Vaçe Zela,  icona pop scomparsa a febbraio 2014. La sua prima affermazione risale al 1962, anno in cui vince la prima edizione del Festivali i Këngës, il Sanremo albanese. Il trionfo si ripete altre nove volte.

Vace Zela – Lemza – Kenget E Vendit Tim

Ecco il clima da cui provengono nei primi anni novanta Admir Shkurtaj e Adnan Hozic, albanese il primo e bosniaco il secondo. Ai due vanno aggiunti i fratelli Ekland e Redi Hasa. Un quartetto che fungerà da agente provocatore in vari gruppi salentini di riproposta o di innovazione. Un contagio, appunto. Hozic conosce i salentini Antongiulio Galeandro e Cesare dell’Anna, che formano gli Opa Cupa nel ‘98. Il gruppo partecipa subito all’album dei baresi Folkabbestia, Breve saggio filosofico sul senso della vita. Sullo stesso solco arrivano l’anno seguente le melodie delle Faraualla, che incidono l’omonimo album d’esordio. Ancora nel ’99 Shkurtaj è fautore dell’espansione a Levante dei Ghetonìa di Mari e lune a Est del SudIl gruppo è da sempre attento alla contaminazione mediterranea del grìko e con un grande seguito in Grecia.

I Folkabbestia – Ju flet Tirane – Breve saggio filosofico sul senso della vita

Faraualla – Rumelaj – Faraualla

Dopo l’album Live in contrada Tangano del 2000, gli Opa Cupa accolgono il pianista Ekland Hasa, che ha una parte importante nel secondo exploit balkan jazz del gruppo nel 2005, con Hotel Albania. L’anno prima il fratello Redi è approdato nei progetti di Claudio Prima: Adria, etnojazz dal sapore adriatico, e Bandadriatica, al limite del bandistico con un forte innesto di fanfara balcanica. Dal secondo germogliano Contagio e Maremoto (2007 e 2009), frutti di un intenso lavoro di ricerca e armonia. Gli Adria tentano invece un delicato incontro tra canzone d’autore e architetture complesse con un forte influsso slavo.

Nel suo saggio, Leopizzi sembra tracciare il punto di non ritorno nel 2005, anno di uscita di Hotel Albania degli Opa Cupa: «Tra le migliori produzioni del world beat italiano, il disco mostra l’evoluzione della band verso un balkan progressive maturo, che si (con)fonde con il jazz, la musica per banda e i ritmi maghrebini».

Opa Cupa – Lijepa Haijeria – Hotel Albania

Il 2002 battezza un altro progetto di Admir Shkurtaj, i Talea, che nella prima formazione vedono anche Hozic, e Distante. Il progetto è un felice incontro tra strumentale moderna, jazz e tradizioni adriatiche. Leopizzi definisce come «imprescindibile»l’album Jarinà Jarinanè del 2006. Il sapere musicale dell’occidente sposa le arie balcaniche con effetti sorprendenti e un tessuto melodico coinvolgente.

Talea – Fratello balcanico pt 1 – Jarinà Jarinanè

Il saggio si ferma qui, ma la ricerca e le produzioni sono andate avanti. Il 2014 ha visto la pubblicazione dell’ultimo lavoro di Shkurtaj, Feksìn, secondo lavoro di piano-solo dopo Mesìmer del 2012, e di un nuovo progetto che vede impegnato Redi Hasa con Maria Mazzotta, già voce degli Adria e di gruppi di riproposta, per l’album Ura. I Ghetonìa hanno ristampato tre cd che hanno fatto la storia: Mara l’acqua/Agapiso/Malìa. E ci sono anche i Kerkim, ai primi vagiti, autori di mezcla tra musica albanese, turca e andalusa. I Kerkim sono un progetto di Manuela Salinaro e  tra gli altri del quintetto ospitano Vincenzo Grasso, già clarinettista della Bandadriatica. Anche il gruppo di Claudio Prima ha compiuto nel 2014 un complesso e interessante studio musicale sulle origini della musica adriatica Il progetto si chiama Floating Art e si è tradotto in una serie di concerti live.

Admir Shkurtaj – Aira de lu trainu – Feksìn

Leopizzi sintetizza i primi venticinque anni dall’incontro tra Puglia e Albania: «La misura della penetrazione della cultura balcanica nel Salento la offre bene un curioso fenomeno. Il ritmo della rumba balcanica è oramai presente in molti arrangiamenti dei gruppi di medio livello, ma anche in quelli di alcuni big della musica popolare salentina». I ritmi balkan come riflessi incondizionati sono entrati nel dna dei musicisti come repertorio abituale. Piccolo miracolo interculturale a suon di musica.

 Adnan Hozic in un video di Daniele Sepe

Un amore lungo quarant’anni

L’amore esploso negli anni novanta tra Puglia e Albania è solo l’apice di una relazione che vedeva i primi flirt già nei primi anni settanta. I primi a farsi influenzare dal grecale sono gli Area. La prima formazione del gruppo, attiva tra il 1972 e il 1983, è composta da Demetrio Stratos (voce e organo), Victor Edouard Busnello (fiati); Patrick Djivas (basso), Gaetano Leandro (tastiere), Johnny Lambizi (chitarra) e Giulio Capiozzo (batteria). Il gruppo si propone di organizzare l’incontro tra l’elettronica e il Mediterraneo. E così, a un anno dalla nascita, viene inciso Luglio, agosto, settembre nero (’73) e l’anno successivo Cometa rossa (’74).

Vent’anni dopo è proprio Adnan Hozic ad avviare uno studio più approfondito della musica balcanica. Hozic conosce a Napoli Daniele Sepe, Carmine Guarracino e Lello di Fenza, con i quali fonda Balkanija e incide due album e una raccolta, tutti e tre editi da Il Manifesto: Balkanija (1997), Miracolo (2004) e Trasmigrazioni (1996). Già dal 1992 il gruppo  frequenta i campi rom,  dialoga con gli zingari, si lascia contaminare dalla loro musica e prova a fonderla con le tarantelle. Un connubio che alla morte del musicista bosniaco prosegue con il gruppo dall’eloquente nome di ‘O Rom.

*Articolo pubblicato sul numero monografico di Mediaterraneo News a novembre 2014, nell’ambito del progetto europeo “Beams” contro gli stereotipi legati all’Albania

Odissea di un intraprendente

Foto: Sergio Stamerra

 

Facciamo di Ulisse un albanese, che però ha frequentato molto la Grecia, sostituiamo la zattera con un gommone, e gli lasciamo lo stesso ardimento nell’intrapresa: otteniamo Bastri Caushaj, la cui storia è un’odissea a lieto fine.

Di Andrea Aufieri. Adattamento da Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

Incontro Bastri nella sua masseria in costruzione vicino Merine, frazione di un comune in provincia di Lecce, Lizzanello. Non ha la corrente elettrica e il tramonto è vicino: sarà un’intervista a lume di lampada a gas. Non perdiamo tempo, la sua storia è lunga. Dhurata, sua moglie, ci serve un caffè e bada al piccolo Martin, le altre due figlie Sara e Pamela ci ascoltano. Sono distratto dal quadretto, cui manca Roland, che lavora come bracciante, quando mi accorgo che “Sebastiano” ha già cominciato: «Quando ero piccolo, siccome in famiglia eravamo dodici, appartenenti alla classe di contadini e operai, ho dovuto darmi da fare per avere il mio pezzo di pane. Mia madre per anni ha lavorato come impiegata nell’industria del petrolio, che era organizzata in cooperative statali. Una miseria, sul punto della sopravvivenza. Negli anni Novanta, dopo l’apertura delle frontiere, sono stato un po’ dappertutto per la compravendita e affari internazionali. Sono stato un paio d’anni in Grecia a far qualche soldo per tornare in Albania, ho fatto un lavoro strapazzante, dieci ore al giorno per poche dracme, ma sempre più di ciò che guadagnava in Albania un impiegato statale. Appena tornato, sfruttando anche l’inflazione, con le banche fuori uso e con lo stato che non controllava più nulla né dal punto di vista economico né amministrativo, ho commerciato con tutto: alimentari, tabacchi, ho rilevato le fabbriche dello stato albanese di sapone e di olio. Ma non possiamo paragonare questo a una fabbrica tipica italiana: si dava una miseria agli operai e si commerciava con prodotti rimediati andandoli a comprare direttamente in Grecia senza un sistema di trasporti organizzato. Tutto poi stava fallendo, anche  perché molti statali cercavano di approfittare di questa situazione per svendere ai privati e monetizzare. Io fui uno degli acquirenti privati, ma non sono uno squalo, piuttosto cercai di guadagnare innovando un sistema obsoleto».

«Ho contribuito alla valorizzazione dello sport, trovando così strade nuove e utili tanto per le mie aziende quanto per i destinatari dei nostri progetti. Ho ottenuto l’Isef e fino a vent’anni sono stato un maratoneta della 42, 194 km: nello sport ci credo davvero, e so quanto lavoro per nulla spesso si faceva da noi. Così ho varato progetti per incentivare il football, l’atletica leggera e altre discipline. Sono anche stato il presidente onorario della nota squadra Flamurtari di Valona. Onorario perché prima le squadre erano tutte dello stato. Con il mio business ho creato e gestito settemila posti di lavoro. Nel settore dei trasporti, poi, mi servivano autisti e ho dovuto fondare vere e proprie autoscuole».

Su questo scenario tutto sommato positivo interviene una prima grave cesura: «Nel ‘95 ho perso Zhulian, il mio secondogenito di sei anni, in campagna da mio padre, caduto in un pozzo petrolifero. Questo è stato un colpo troppo basso, che neanche la fame e il freddo mi avevano procurato. Una mazzata che mi ha messo in ginocchio. Da allora ho deciso di cambiare vita e ambienti di lavoro. Qui venivo già prima del ‘94, perché avevo dei manager che curavano l’import-export, ma poi ho perso tutto perché le gerarchie di imprese statali che costituivano delle società “piramidali”, agivano in un regime di concorrenza sleale. Se escludiamo le imprese italiane, la mia era la prima srl nata in Albania, in un epoca in cui esistevano ancora i Mapo, delle specie di empori statali che vendevano sapone, zucchero e una ventina di articoli in tutto. Con l’ampliamento e la diversificazione anche lo stato è andato in difficoltà, ma grazie a quelle società è riuscito a sopravvivere finché non è fallito di nuovo dopo la tragedia della guerra civile, che abbiamo bollato come sommosse. Un disegno criminoso messo in piedi e spinto da pochi gruppi, che è sfociato in guerriglia. Nel ‘94 venni con un gommone perché non avevo il passaporto. Avevo pochi soldi, che usai per il viaggio e per comprare quello che mi serviva. Quando i delinquenti che sono andati al governo hanno chiuso le frontiere, non potevo più tornare e così ho appreso degli incendi che hanno distrutto i miei supermercati ».

«Nel periodo ‘95-’97, fino a ottobre, sono riuscito a gestire il trasporto delle merci da qui in Albania e viceversa, e ho riguadagnato una buona posizione economica. Nel ‘97 mi trovavo nel Salento: tramite altri potevo acquistare delle cose perché non avevo la possibilità di contrattare bene per via della scarsa conoscenza dell’italiano. C’era anche chi offriva contratti di lavoro al prezzo di tre milioni di lire per far finta di lavorare per lui e restare in Italia. Feci questo passo ottenendo in cambio una specie di ricevuta, e poi non ebbi altri soldi per spostarmi».

Qui una seconda cesura nella sua storia: «Dopodiché hai presente i film che gli americani fanno contro i cubani, che arrivano a Cuba e fanno i grandi boss della malavita? Un film come questo se l’è fatto qualche procuratore che mi ha accusato di far parte della Sacra corona unita. Creandosi nuove situazioni, si creano opportunità anche per la criminalità. Quando uno deve chiedere qualcosa, chiede quello che gli serve. Se mi offrivano l’amicizia non mi chiedevo chi fossero e cosa facessero, si presentavano in modo umile e rispettoso. Io non sapevo che fossero mafiosi. Se mi offri la possibilità di avere dei piccoli favori come anche un passaggio in auto, io posso ignorare da dove vieni e chi sei. Comunque da quando sono arrivato in Italia, io come tutti gli altri, siamo stati avvicinati da gente della mala. Mi indicavano dove dormire e andai a Lizzanello, inizialmente, a casa di una persona non collusa. Mi regalava della farina se l’aiutavo a caricare i sacchi. Poi sono stato a Pisignano e infine a Merine, dove nel ‘97 è successo il finimondo: tutti quelli che mi hanno aiutato erano affiliati. In più devo dire che chi costruiva l’impianto accusatorio contro la Scu, difficilmente cercava chi glielo smontava, al massimo voleva pentiti. Io ottenni dunque scarsa considerazione, e a novembre ero in carcere a Borgo San Nicola, dove sono rimasto fino al giugno dell’anno successivo, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, finalizzata al traffico di armi e di droga».

«Quando ho acquisito le competenze in italiano, studiando, ho capito la situazione. Ho conseguito la maturità come perito commerciale in carcere, e poi ho cominciato a studiare Scienze giuridiche. Nel ‘98 ho ottenuto i domiciliari, perché la Cassazione ha risposto alla mia istanza, deliberando per la mia innocenza. Questo però ho potuto saperlo solo due anni dopo, perché il mio avvocato mi disse semplicemente che con sette milioni avrei potuto ottenere i domiciliari. Ma non mi ha detto che c’era la sentenza! In questo modo non si smontava neanche l’impianto accusatorio, perché io in quel disegno risultavo come una pedina fondamentale. Non ho fatto causa a loro perché in Italia non puoi fare causa a nessuno, troppo costoso».

L’incubo comincia a diradarsi: «Mi sono creato un po’ di cultura giuridica, ho comprato dei quaderni, su ognuno dei quali scrivevo quello che scoprivo come “investigatore” e come “avvocato”, imparando come si fanno le istanze e tutti gli itinerari legali che mi servivano, smontando con pazienza ogni accusa».

«Ho rifiutato tutti gli avvocati: nessuno dà retta alla tua presunta innocenza se tutti cercano di fregarti. Esaminando i  fascicoli e i mandati di cattura nei miei confronti sono riuscito a smontare le prove che sarebbero bastate a mandarmi in carcere a vita. Perché poi nel settembre del ‘99, fino al 2005, mi hanno nuovamente incarcerato, arrestandomi mentre nel mio terreno toglievo le siringhe dei drogati. La magistratura è riuscita a commettere un sacco di errori, che uno a uno andavano smontati».

«Il colpo finale è arrivato dopo che più volte ho scritto al procuratore per parlare, e lui finalmente si è presentato da me. Era il 2003 e per smontare tutto ci abbiamo messo due anni. Non ho mai chiesto nessun beneficio, né ho voluto mai uscire per motivi differenti dal mio avere ragione».

Gli chiedo un giudizio sulla sua esperienza: «Non ci credo molto perché trovo confusione tra religione e filosofia, mi trovo in difficoltà, ma pur non credendo in dio penso che se esiste allora in quel periodo c’è stato e ha detto: “Gente, aiutate quel povero cristo!”. Io avevo una vita agiata, ho iniziato qui con una situazione economica favolosa e sicuramente qualcuno ha visto questo ed è stato indotto in errore».

Bastri ricomincia a vivere: «Nel 2005 ero fuori, ma controllato e con molti divieti per i successivi tre anni. Tutti quanti, alla fine, hanno scritto cose positive. Carabinieri, servizi sociali, tutti i competenti hanno dato pareri da favola: un forte legame familiare, uno spirito da gran lavoratore, competenze e capacità progettuali fuori del comune!»

Ed ecco cos’è che ha impressionato tutti i “competenti” e anche il fotografo Sergio Stamerra, autore di un set del quale  pubblichiamo due foto: «Mi sono fatto prestare una zappa e una pala, sono venuto a togliere la montagna di rifiuti che stavano qua, in via vecchia Acaya, località Passaturo. Opzionai questo terreno nell’agosto del ‘97, grande più di tre ettari. Pieno di pietre. Prima erano pietre e terra che i coloni usavano per piantare qualcosa che gli serviva a vivere. Io l’ho bonificato con il solo aiuto di una vecchia rete per materassi. Dopo ho combattuto con pietre sempre più grandi, che poi ho usato per il muretto a secco, per il quale ho chiesto un contributo alla Regione: è un’opera d’arte che resterà in questo territorio. In tanti non hanno creduto nel mio progetto: mia sorella era la vecchia proprietaria, voleva vendere tutto, ma io le ho chiesto di investire per farmi lavorare, secondo lei era impossibile far qualcosa qui. E non era l’unica a pensarla così».

Qual è ora il suo desiderio? «Siamo molto lontani dal mio desiderio, ho cominciato con la sicurezza di poter campare dai prodotti del mio terreno, poi con la mia mentalità imprenditoriale cerco di andare sempre avanti; qui vengono a comprare direttamente oppure porto qualcosa in mediazione. Sto cercando di creare una catena di produzione che non si fermi. I prezzi della mediazione sono troppo bassi, non paragonabili alla volontà di far crescere un’azienda, perché schiacciati da presenze di prodotti stranieri a basso costo. Andare avanti oggi è complicatissimo, alla gente non importa se il pollo è di allevamento o ruspante, ma il problema delle persone è: quanto costa? Io starei anche abbastanza bene, ma mi piacerebbe poter dare lavoro anche a una cinquantina di persone, permettendo loro di vivere senza i contratti precari. Ora però la crescita, se c’è, è  part-time, contratto a progetto, non dipende più da un lungo viaggio, ma da ora a ora e da giorno a giorno. Io ho una soluzione per via di un mercato grande che arriva in Albania e in Grecia, ma anche cosi non è facile».

Cos’è per te l’identità, gli chiedo, e dove immagina il suo futuro: «Io sono un cittadino del mondo, cresciuto in Grecia, Italia, Germania, Svezia, America. Su quella grata però puoi vedere una bandiera albanese: l’Albania è il posto dove sono nato e che non posso scambiare con nulla al mondo. Ma tutti devono avere la possibilità di crearsi una vita, lo sviluppo deve esserci per tutti, se no la democrazia finisce».

 Intervista a Sergio Stamerra, fotoreporter

Bastri assegna a Sergio un posto nelle fila delle “persone buone”. Ecco perché.

«È stato tutto casuale. Ad aprile ho ricevuto la telefonata dalla rivista Apulia. Mi hanno commissionato un reportage sulla pietra, solo che avevo poco tempo a disposizione. Girovagando per le campagne ho notato un signore che costruiva un muretto a secco. Anche se la cosa poteva risultare un po’ banale ho pensato di raccontare quest’attività, giocando con i tagli e con le luci».

Però? «Mentre lavoravo il signor Sebastiano mi raccontava la sua vita e io ho deciso di continuare a frequentarlo fotograficamente, ci vedevo la possibilità di fare qualcosa di interessante. Ho anche pranzato con lui, ho lavorato dalla mattina alla sera, per una settimana circa, e ho portato a casa una serie di immagini che mi convincono. A me non interessava soltanto fare delle buone foto, perché quando fai un reportage non ti puoi esimere dal costruire un rapporto di fiducia con le persone, facendo vedere loro che non sei uno sciacallo che ruba le loro vite sbattendole in faccia agli altri».

E quindi hai pensato di ricambiare la famiglia Caushaj con un’iniziativa singolare.

«Ho pensato di organizzare una  cena nella masseria di Bastri con l’aiuto di alcuni amici. L’idea era quella di sostenere l’azienda e il progetto. È venuta una serata, credo, abbastanza carina, è stato importante poter partecipare alla realizzazione del sogno di alcune persone».

Quando hai capito che passare il segno della professionalità ti portava a fare qualcosa di bello? Quanta furbizia e quanta sensibilità artistica? «Ho capito che questa cosa mi portava a fare un buon lavoro e che valeva la pena perderci del tempo quando ho sentito la storia nello stomaco, uno stato d’animo e delle emozioni molto forti. Poi se il prodotto è vendibile meglio per tutti.  Devo anche dire che per la prima volta dopo tanti anni-ho cominciato a scattare che ero un ragazzino-provavo quasi una sensazione di innamoramento. Questa cosa l’avevo un po’ persa, ma questo lavoro me l’ha fatta riscoprire».

Sulla stessa barca

Di Andrea Aufieri, pubblicato su Palascìa, l’informazione migrante, Anno I Numero I, gennaio-aprile 2010. http://www.metissagecoop.org

Storie e numeri da una Repubblica affondata sul lavoro

In quest’anno di crisi le cose non sono andate mediocremente, ma proprio molto male, e a rischio di essere tacciato come catastrofista e antitaliano dal punto di vista di chi governa, mi rifaccio alla nostra Costituzione proprio per domandarmi chi sia più antitaliano. I primi due articoli sanciscono che quella in cui viviamo è una repubblica democratica fondata sul lavoro, che la sovranità è del popolo e che diritti inviolabili sono riconosciuti a tutti gli uomini. Nel 2008 ricorreva il sessantesimo anniversario del nostro testo fondante e il Governo ne faceva pubblicare una versione multilingue dedicata agli immigrati, i prossimi nuovi cittadini. Nemmeno tolti i festoni che già sulle acque territoriali picchiamo i possibili rifugiati provenienti dalla Libia, esponendoci al biasimo internazionale.
Dignità, diritti e lavoro sono una trinità che andrebbe rispettata anzitutto dallo stato, dalle sue istituzioni e poi, se almeno una delle due cose ha funzionato, dalla società civile. Sarebbe difficile capire, se non fossimo in Italia, per quale motivo centinaia di lavoratori, da Termini Imerese (Pa) a Tricase (Le) siano saliti disperati sui tetti delle loro fabbriche. E perché in provincia di Macerata la piccola Anni Ye, undici anni, sia morta per le esalazioni in un calzaturificio abusivo, un segmento produttivo per cui il nostro paese è rinomato. E perché a Biella Ibrahim M’Bodi pare abbia usato il coltello per farsi dare i soldi per il lavoro in nero che gli spettavano dal suo capo italiano, che l’ha ucciso. Questo solo per citare due episodi signifi cativi quanto recenti. Questo dossier non ha l’ambizione di rispondere a domande così, che in realtà non sono enigmi ancestrali, ma piuttosto banali, cui la maggioranza silenziosa sa già rispondere, perché non è certo impotente, ma di sicuro poco consapevole di sé. Cercherò di fare il punto e presentare una situazione glocale, avendo l’opportunità impareggiabile di conoscere qualche entità “straniera” vagante per il contesto in cui Palascìa è redatta, quello leccese, pugliese, in provincia del mondo.

Questione di princìpi

Il 17 dicembre 2009, pochi giorni dopo le morti di Anni e di Ibrahim, il mondo celebrava la Giornata del migrante. Pregevoli le iniziative dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che ha ripubblicato e commentato le storiche fasi dei protocolli e delle intese che hanno impreziosito il cinquantennio dal 1949 al 2005: gli accordi di Ginevra del ‘75, ad esempio, stabiliscono in primis che i lavoratori migranti in condizioni abusive hanno diritto al rispetto dei diritti fondamentali. Diritti estesi anche alle famiglie di questi lavoratori nel 1990 e nel 2005. “Se tali convenzioni sono state ratificate-leggiamo nell’Agenda per il lavoro dignitoso-, dovrebbero essere pienamente rispettate”. La stessa Agenda promuove l’accesso per tutti ad un impiego liberamente scelto, il riconoscimento dei diritti fondamentali sul lavoro, un reddito che metta le persone in condizione di rispondere ai propri bisogni e responsabilità economiche, familiari e sociali di base, e un adeguato livello di protezione sociale per i lavoratori e i membri delle loro famiglie. Bellissimi principi disattesi però dall’andamento dell’economia globale, cui si è deciso di dare il primato rispetto alla guida della politica. Ibrahim Awad, direttore del Programma internazionale per le migrazioni dell’Ilo, è pessimista nel suo studio La crisi economica mondiale e i lavoratori migranti: impatto e risposte. Nel mondo ci sono 100 milioni di lavoratori migranti e la crisi ha diminuito le possibilità di emigrazione per trovare lavoro, così come sono peggiorate le condizioni di vita e sono aumentati gli atti di discriminazione.

Quel che è peggio sono diminuiti i risparmi e i redditi dei migranti, che si orienteranno probabilmente verso nuovi centri della produttività finché non potranno tornare nei loro paesi per volontà, necessità o impoverimento dell’Occidente.

Gli immigrati ci rubano il lavoro?

In controtendenza con quanto affermato da Awad, il XIX rapporto Caritas/Migrantes pone in evidenza come nonostante la crisi, in Italia siano stati assunti regolarmente 200 mila nuovi lavoratori, che incidono per un decimo sul totale dei regolarizzati, ma producono di più (un tasso di attività del 73,3% contro una media del 62,3%), esponendosi però a maggiori rischi: circa 144mila infortuni, di cui 176 mortali solo nel 2008. Una duplice interpretazione per tutto questo: da una parte la spinta a riuscire perché l’emigrazione ha una forte base emozionale, la disposizione a svolgere molti lavori e una concentrazione per quei settori che agli italiani non piacciono. Il tutto condito però da scarsa gratifi cazione, perché non sono riconosciuti studi e qualifiche, e dalla necessità di mantenere famiglie in patria. D’altra parte tutti questi motivi rendono estremamente vantaggioso per i datori di lavoro affi darsi a unità poco coese e ricattabili. Il redattore nazionale del rapporto Caritas 2009 Luca Di Sciullo spiega:«Se dovessimo chiederci se gli immigrati rubano il lavoro degli italiani dovremmo rispondere “nì” perché occupano comunque segmenti non coperti per volontà degli italiani, e perché in questo campo la disposizione alla mobilità è una discriminante cruciale». Angela Martiradonna, redattrice regionale, però, corregge il tiro:«Se c’è una legge che costringe a far corrispondere un permesso di soggiorno a un posto di lavoro, allora gli immigrati accettano qualsiasi condizione pur di restare».

Per Guglielmo Forges Davanzati, docente di Economia politica presso l’Università del Salento e membro del comitato scientifi co sull’economia sommersa per la Regione Puglia (Ores), la questione è più complessa:

«In via generale gli immigrati rappresentano un’offerta sostitutiva e non complementare ai nativi. La complementarietà esiste solo nei casi di elevata competenza, che si applica in genere alla ricerca e alle grandi imprese, cioè a quello che in Italia non esiste. Il nanismo imprenditoriale italiano (le nostre pmi di norma hanno meno di nove dipendenti), la low-tech impiegata, non rendono necessaria un’alta qualifi cazione che permetterebbe una selezione sulle competenze, così ci si butta sulla “convenienza”: gli immigrati sono altamente qualificati o non qualificati; i nativi, di norma, subiscono la sottoccupazione intellettuale e ci sono abituati al punto da offrirsi ormai per lavori per i quali non è necessaria una qualifica. Dunque gli immigrati offrono condizioni più vantaggiose, salari più bassi, scarsa coesione, ricattabilità maggiore, con il risultato che le imprese impiegano forza-lavoro immigrata in tre quarti dei casi. Il successo della Lega nord è basato sulla rilevanza politica e sociale di tale questione, e un’altra conseguenza di questo sistema è la creazione di divisioni e contrasti orizzontali tra lavoratori nativi e immigrati, insider contro outsider, per la vittoria dei capitani di impresa, che in periodi di pessima congiuntura hanno maggior potere contrattuale e impongono qualsiasi condizione anche ai sindacati».

Vieni a lavorare in Puglia

L’ultimo decreto-flussi, ad aprile 2009, ha stabilito 80 mila nuovi ingressi, 6500 in Puglia, 700 a Lecce: una presenza che per alcuni è il minimo indispensabile e per altri una vera invasione. Luigi Perrone, professore di Sociologia delle migrazioni e direttore scientifico dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi) della Provincia di Lecce, rileva la necessità di aprire dalla tolleranza all’alterità senza ipocrisie:

«Una grande ipocrisia è quella del decreto-flussi, che in combinato disposto con la Bossi-Fini (189/2002) e con la legge attribuita a Biagi (30/2003), è la sanzione del sistema di sfruttamento cui sottoponiamo gli immigrati (e non solo), ai quali poi chiediamo di non entrare nel sommerso. È evidente che le quote stabilite siano all’estremo ribasso, e questo crea un doppio sistema di sfruttamento, per i nativi e per gli stranieri, che sono condannati all’irregolarità».

Martiradonna aggiunge:«Dobbiamo guardare anche agli esempi positivi. Con la regolarizzazione delle badanti a settembre lo stato avrà gli introiti versati per circa 295 mila badanti. Inoltre molti stranieri stanno diventando imprenditori e questa è un’opportunità anche per gli italiani, perché si aprono nuove esigenze e nuovi mercati». Sono più di 187 mila i cittadini stranieri titolari di impresa, che danno lavoro a circa 200 mila persone e ne movimentano mezzo milione. Sono mille gli imprenditori in Puglia, per un totale di 1612 imprese. Dal rapporto Caritas apprendiamo inoltre che molto è stato fatto sul piano della coesione tra lavoratori: dei due milioni di stranieri regolari che si sono potuti censire in Italia, circa la metà è iscritta a un sindacato, quasi 4 mila in Puglia, con un’incidenza del 4% sui lavoratori totali della regione. Le preferenze occupazionali del territorio sono organizzate in modo signifi cativo: l’81% è equamente diviso tra industria, agricoltura e pesca; il 12% per i servizi, il commercio, i settori alberghiero e della ristorazione, il restante 6,4% tra informatica e servizi alle imprese. Una risorsa che incide sulla ricchezza del territorio: l’esempio di punta è senza dubbio quello della raccolta dei pomodori in Capitanata, dove 15 mila braccianti all’anno raccolgono circa un terzo dei 50 milioni di quintali prodotti in Italia. Un contributo del quale ricordarsi in un panorama imprenditoriale che, secondo i rapporti sull’economia regionale della Banca d’Italia, “presenta forti elementi di negatività”. Ma la Puglia resta un territorio di contraddizioni, nonostante la discriminazione non sia un fattore istituzionalizzato come succede in alcuni territori del Settentrione. Riguarda un caso pugliese il primo processo europeo moderno per la riduzione in schiavitù di lavoratori stagionali (condanne per sedici persone emesse anche in Appello il 26 marzo 2009), così come crea confusione la gestione da parte dell’Agenzia trasporti pubblici di Foggia (Ataf) nel caso dell’autobus “riservato agli immigrati”.

Strategie glocali di intercultura e alterità

Ancora una volta, di fronte ai casi esposti, il governo regionale ha saputo dimostrare quanto la volontà politica sia importante nella gestione economica e sociale del fenomeno: per esempio il Dossier tematico sull’immigrazione, che ha rappresentato una base programmatica condivisa fondamentale per la realizzazione di successivi dispositivi come le leggi “Barbieri” (28/2006) e “Gentile” (32/2009). Quest’ultima ha predisposto una serie di interventi fondamentali per i lavoratori immigrati, come gli “alberghi diffusi” e le cure sanitarie garantite.
Sulla legge 28 il commento del professor Forges:

«Basti pensare che la 28/2006 è stata premiata dall’Unione europea come miglior legge regionale d’Europa:è un accurato dispositivo che blocca l’accesso ai fi nanziamenti pubblici a quelle imprese che non rispettano precisi indici di congruità e che dunque sono sospettate di alimentare l’economia sommersa. Purtroppo questo gioiello è stato sterilizzato dall’attuale governo, che con il ministro Sacconi ha operato una deregulation che permette alle imprese di aggirare il sistema. Come panacea il ministro del Lavoro ha proposto il profit sharing, la compartecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, che diventano la parte variabile del loro salario. Peccato che questo sistema non sia un esperimento di cogestione e che avvenga in recessione, quando cioè gli utili calano in maniera vorticosa».

La volontà politica è il nodo della questione: la cultura della legalità, l’incentivo all’emersione, sono percorsi lunghi e difficili. Ancora Forges, che illustra la strategia complicata ma necessaria indicata dall’European Left:«La Sinistra europea ha elaborato una duplice soluzione, che prevede di fi ssare il cosiddetto Labour standard, un pacchetto minimo di salari e di diritti per ogni lavoratore in ogni impresa, e soprattutto i limiti all’internazionalizzazione di capitali per favorire l’occupazione interna e regolare l’emersione. Una strada opposta a quella intrapresa dall’Italia».

Un altro fattore di maturazione di un paese sulla via dell’interculturalità e dell’alterità è fornito da Esoh Elamé, autore e ricercatore per l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che propone di instaurare da subito nelle coscienze dei nuovi arrivati la consapevolezza dei diritti e dei doveri, in modo da abituare da subito gli immigrati a camminare con le proprie gambe, smembrando un apparato assistenzialista confusionario, ma garantendo l’alterità statale, nel rispetto delle buone prassi portate fi nora in Italia dagli immigrati e consentendo un avanzamento della fi gura del mediatore interculturale come facilitatore di relazioni. Qualcosa di diverso dai Cie, per intenderci.

How to get a job in Lecce

I 14 mila lavoratori stranieri di Lecce (l’1,7% del totale) e i 14.820 occupati netti, che ne fanno la meta più ambita delle migrazioni in Puglia, e tutti coloro che seguiranno l’esempio, potranno trovare sul sito del Comune delle istruzioni molto semplici: sei qui, iscriviti al nostro Cpi, rivolgiti allo sportello immigrazione “Lecce Accoglie”. Così si esauriscono le politiche istituzionali. Ne deriva una forte propensione alla clientela e all’economia sommersa, documentate dal dossier 2008 della Commissione provinciale per l’emersione dal lavoro non regolare. L’esperienza statistica arriva al nocciolo del problema, individuando le questioni che ruotano attorno al concetto di “identità”: condizioni di labour intensive, scarsa conoscenza e consapevolezza dei propri diritti, difficoltà linguistiche, diritti e garanzie sindacali negate si mescolano al problema del background, cioè di quelle caratteristiche di diversa adattabilità che portano dalla migrazione, insieme all’ansia dell’integrazione, del dover scongiurare stereotipi e pregiudizi, il problema dell’esclusione dalle proprie preferenze e dell’ assegnazione indebita di identità, per dirla con Baumann, “stigmatizzanti, disumanizzanti, umilianti, stereotipanti”. Un primo giro per Lecce ce ne dà una prova.

Bledar Torozi.

«Sono arrivato nel ‘91, consapevole delle diffi coltà che avrei incontrato, ma la mia storia dipende dal mio carattere». La fuga è legata alla caduta di Hoxha:«Non sono mai stato perseguitato, pur essendo un oppositore, perché mio padre ha progettato e costruito una buona parte delle ferrovie albanesi, è stato anche premiato. E poi la mia era una famiglia di partigiani  antifascisti dunque non eravamo malvisti Ma questo non ci vietava di pensare che vivessimo in gabbia». La contestazione: «Ero laureato in architettura e lavoravo nel settore urbanistico a Tirana. Però è chiaro che quando vedi la sofferenza degli altri, quella diviene anche tua. Non tutti i nostri comportamenti sono collegati a fattori personali, ma anche al contesto. Il movimento studentesco ha portato alla nascita del partito democratico nel ’91 e alla caduta del regime. Abbiamo lottato per un anno e mezzo con gli scioperi, ma il regime teneva ancora, allora siamo andati in 25 mila tra dirigenti, insegnanti, direttori di banca, e questo ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica e ha paralizzato lo stato, preparando le elezioni anticipate e la defi nitiva caduta». Da Brindisi alla Caritas di Campi Salentina, dove Bledar poi mette radici, sposando un’italiana:«Con questo pensiero per la mia patria dovevo subito darmi da fare, perché il permesso imponeva di trovare lavoro entro un anno, dovevo trovare casa, avere un comportamento dignitoso e tutto il necessario per restare». La sua esperienza lavorativa assomiglia all’Amerika di Kafka, quando il giovane Karl vorrebbe trovare lavoro come ingegnere per il misterioso teatro naturale di Oklahoma, ma essendo, in ordine di colpa, europeo, straniero e senza documenti, è assunto come un generico “operaio tecnico”:«Sul mio libretto di lavoro come su quello di tutti i miei connazionali mi avevano qualificato come “manovale”, che è una cosa diversa da quello che io so fare, perciò è stata una questione di principio quella di chiedere di cambiare dicitura in “architetto” non appena sono andato a rinnovare i documenti all’ufficio di collocamento di Campi. Poi la mia laurea è equivalente, ma siccome Italia e Albania non hanno convenzioni su queste cose, anche se l’Ue ha premuto molto con varie direttive per l’equipollenza, sono da tredici anni cittadino italiano, ma dal punto di vista lavorativo sono extracomunitario, dunque la mia professionalità è riconosciuta, ma non posso aderire agli ordini e quindi lavoro come dipendente in uno studio e non posso esercitare liberamente e autonomamente, anche se so di essere stato fortunato e bravo a lavorare per quelle che sono le mie competenze. Da poco però ho potuto aprire la partita iva e questa anche è stata una soddisfazione importante ».Oltre al lavoro come architetto ha anche fondato”Cul-ture”, una piccola azienda di mediazione interculturale e di creazione di eventi e, come in patria, non ha scordato l’attivismo: è il presidente dell’associazione culturale “Vellazerimi”(“fratellanza”), del centro multiculturale “Etnos” di Campi e dell’associazione “Cittadini del mondo” di Mesagne, nonché membro dell’esecutivo della fondazione “Città del libro” e della Uisp provinciale di Lecce. «Grazie a queste realtà-conclude- ho avuto modo di conoscere bene la cultura italiana, molto ricca. Ho contribuito a far conoscere quella albanese, anch’essa molto ricca, e ho avuto l’opportunità di essere d’aiuto a molti miei connazionali».

Amanda Kastrati.

Dieci anni dopo l’arrivo di Bledar, nel 2002 arriva Amanda, ed è molto interessante capire quali motivazioni l’hanno spinta a venire qui e raffrontare il tutto con l’esperienza del presidente di Vellazerimi: «Son venuta qui da sola con l’aereo, per studio, facendo richiesta da Skutari. Ho scelto l’Italia per amicizie e per caso, ho cominciato a studiare un po’ per la necessità di fare qualcosa in un altro posto, ma poi ho assunto coscienza di quello che volevo fare». Le motivazioni dell’emigrazione: «Trovo un po’ stretta la cultura del mio paese, soprattutto per una molto attiva come me. Ho sempre lavorato, part-time e full-time, mai in maniera regolare però, tranne che al tribunale, dove ho avuto un impiego come interprete, prima di lasciare tutto e fare l’Erasmus in Germania». Il suo impatto con il lavoro è stato dominato anzitutto dal timore, un periodo per riaffrontare il quale scrocca una sigaretta, uno studio della posa che per lei, appassionata di cinema, è molto importante. Prosegue dopo essersi procurata il tabacco: «Ero timorosa con i datori di lavoro e nelle relazioni, anche perché pareva venissi da un altro mondo, e poi a vent’anni se sei nei casini nel tuo paese, ci sono i tuoi genitori, ma qui da sola non ero per niente fiduciosa nelle persone. E mi sentivo una vittima, anche se sapevo che la scelta era stata mia, e cominciavo a deprimermi». L’università è un altro tasto dolente: «Su questo c’è tanto da dire. Ho perso borse di studio perché non mi davano informazioni adeguate e se devo fare il confronto con la Germania è meglio stendere un velo pietoso». Non ha voluto né ritornare a casa né rivolgersi ai suoi connazionali: «La comunità albanese non mi ha accolto anzitutto perché non l’ho cercata, non ho mai partecipato alle feste e poi se sono andata via dalla mia città per una certa mentalità non volevo ritrovarla qui. Le energie per proseguire le ho avute dalla gente che ho conosciuto e dal ragazzo con cui sono stata per cinque anni». Non è portata per l’attivismo:«Credo di essere molto anarchica, ma proprio di natura, e poi vivendo in un altro paese ho imparato ad essere individualista». Il suo futuro è incerto: «Quello di Brema è stato il periodo migliore della mia vita, non credo che resterò qui».

Papa.

È arrivato dal Senegal nel 2007, si è inserito perfettamente nella comunità d’origine e conosce tutti i giovani leccesi, soprattutto le ragazze, che lo salutano più volte anche nel giro di pochi secondi. Preferisce mantenere l’anonimato perché la sua storia per intero la conoscono solo la sua moglie italiana e due amici. Prevedendo un discorso frammentato per i saluti, cerco di portarlo in un bar e offrirgli un caffé, ma lui rifiuta: «Roba per occidentali-contesta, in un italiano ancora francofono- noi non ne abbiamo bisogno, vieni con me in Africa e vedi se sotto quel sole dopo una settimana non torni forte come un leone». Valuterò la proposta. Così come molti connazionali, “Papa “ ha una laurea di tutto rispetto, ma è costretto a macinare chilometri ogni giorno con il suo paio di comode scarpe da passeggio in tela. Vende oggetti da ambulante, per arrotondare lo stipendio della moglie, grazie alla quale può restare in Italia e pensare a un futuro più roseo. Basilicata a parte, è stato in tutto il sud:«Sono sbarcato a Lampedusa, dopo un viaggio del quale non ricordo nulla perché era la prima volta che bevevo e mi sono ubriacato, con del rum. Ho vomitato tanto da essere minacciato di essere buttato in mare da alcune madri furiose. Non mi sono mai vergognato tanto». Parrebbe una storiella adolescenziale, ma riderci su sarebbe fuori luogo, perché il problema di coscienza per lui, musulmano, non è da poco, è come se avesse affrontato un rito di passaggio e corruzione in un nuovo mondo. A seguito della sosta nel Cpt di Isola Capo Rizzuto, particolare sul quale non vuole soffermarsi, “Papa” raggiunge alcuni lontani parenti presso il famoso centro “Fernandes” di Castel Volturno (Ce), ed entra in contatto con alcune associazioni di immigrati, che gli insegnano a evitare contatti con i camorristi, per i quali sarebbe diventato un oggetto di cui potevano sentirsi proprietari. Allora si sottomette a meno pretenziosi caporali per la raccolta delle pesche. Dopo un anno in queste condizioni, si dirige in Calabria, dove non riesce a sopportare i ritmi della raccolta delle arance, che neanche gli piacciono:«Ogni volta non sapevo se mi prendevano e non avevo i soldi per pagarmi il trasporto in campagna, poi i miei “colleghi” furbi mi dissero che dovevo pagare pure per farmi scegliere. Per un po’non sono più andato a lavoro, poi ho  scoperto la bugia e sono andato via». Altre tappe della via crucis di questo cristo moderno i pomodori foggiani, le angurie a Nardò, ma per fortuna una sera incontra una donna che lo strega e se lo sposa subito. «L’ho portata al mio villaggio e l’hanno amata tutti subito, e lei ha amato tutti dal primo momento, sono troppo innamorato». Da allora è venuto a Lecce, ha provato a iscriversi al Centro per l’impiego, senza risultato, ed è poi andato a fare un “colloquio” presso il vero centro di collocamento per i nordafricani a Lecce, in “via Dakar”(alias via Duca degli Abruzzi), dove non è stato assunto, ma alla meno peggio indirizzato da un italiano che gli fornisce il materiale da rivendere, in un regime lavorativo piuttosto fumoso e “grigio” come minimo. Perché non ha mai provato a far valere i suoi diritti, soprattutto ora che si avvia all’ottenimento della cittadinanza? La risposta abbraccia ben quattro cliché menzionati in tutti i manuali:«Prima mi avrebbero espulso, ora non mi conviene perché mi inguaierei da solo, poi è complicato e comunque non credo proprio cambi niente ». Come sarà il tuo futuro, gli domando in ultimo, lui riacquista il sorriso:«Senza frutta!»

Benfi k Toska.

Il rappresentante della comunità rom della zona di masseria “Panareo”, mi riceve nel grande spiazzo all’ingresso del campo, in un pomeriggio di novembre che ha molto di primaverile. Intorno a noi non so quanti bambini si mettono a giocare a pallone, dopo aver trattenuto curiosità e domande per il gagé. Il sole mette a nudo il contrasto tra alcune case più vissute, una quindicina costruite nei mesi successivi alla sistemazione presso quest’area, e quelle nuove costruite e assegnate un paio d’anni fa, che ospitano 250 persone. “Beni” è venuto a Lecce a metà degli anni Ottanta, lui e la sua comunità sono rom shqiptare, albanesi, di Podgorica, capitale del Montenegro da cui fuggirono per il crollo della creazione di Tito. Lui ha fatto in tempo ad abitare in roulotte al terzo chilometro tra Lecce e Torre Chianca, su un fondo privato, poi nelle “Case minime” nei pressi del cimitero, una condizione decisamente più confortevole, che ha dato modo ai rom di esercitare la cultura del riuso e l’arte di arrangiarsi. Un’altra proprietà pubblica, l’ostello di San Cataldo, è stata la sua nuova casa, dopo lo sgombero forzato da Lecce, un’altra zona degradata tornata in vita. Dal ‘95 al ‘98, dopo l’ennesima cacciata da un fantomatico eden, è la volta dell’ex camping Solicara, che rappresenta il punto più teso dei “rapporti” tra istituzioni, cittadini e comunità rom. Infi ne il Comune assegna loro la masseria Panareo, un’area anche questa volta pensata per la “sosta”, che ancora una volta viene umanizzata e resa vivibile dalla comunità, in barba alle disposizioni amministrative. Dopo alcuni anni la città prende coscienza della stanzialità che solo essa ignorava e avvia la costruzione di case. Benfik è stato anche impegnato in molti dei lavori nei quali in genere si specializzano singole famiglie, dalla raccolta del ferro alla vendita delle piante, che lo impegna tuttora. Le altre attività che contraddistinguono la vivacità del campo sono la compravendita delle auto usate, di vestiario e calzature con le altre comunità rom d’Italia e la questua. Le donne hanno partecipato al progetto “Working rom”, proposto dal circolo Arci “Zei” di Lecce, che ha ampliato le capacità di piccolo lavoro artigianale, spiragli che però non permettono un guadagno continuo, ma hanno cambiato notevolmente i rapporti tra i cittadini, quanto meno i più giovani, e questa sconosciuta comunità. Chiedo a Beni se ritornerebbe in Montenegro, ci pensa un po’:«Se avessi la sicurezza di una vita agiata forse lo farei, quanto meno ci tornerei più spesso, ma la mia vita e il mio mondo sono qui e ora».

Szylvia

 

Una bella donna, il cui nome è fi ttizio, mi chiede l’anonimato come prezzo per il pudore verso certe debolezze che ha avuto, che ha superato ma che ripudia ancora al punto da vergognarsene. Come molte altre sue connazionali, anche lei è venuta in Italia dalla Polonia più per avventura che per necessità, a ventidue anni, nel ‘94. Dell’Italia ama molto la cucina e gli uomini, e proprio per amore ha scelto di trasferirsi da Milano a Lecce. La capitale economica era per lei l’occasione della vita:«Appena arrivata ho trovato subito lavoro regolare come badante, intanto cercavo di fare qualche piccolo lavoro come indossatrice. Sai mai che diventavo modella!» Mi mostra le foto del suo book di presentazione, e sorge subito il dubbio sul perché andar via da Milano:«I signori per cui lavoravo come assistente sanitaria insistevano molto perché restassi con loro a tempo pieno, così mi hanno reso impossibile la vita, io stavo iniziando a bere molto. E la prima conseguenza è che non avevo più né il fisico dell’indossatrice né la pazienza della colf. Così sono scesa a compromessi con troppe persone». Poi la scelta di andare a Sesto San Giovanni, dove ha smesso di bere e ha trovato lavoro come commessa in un negozio di calzature, in regola ma retribuita un po’meno di quanto dichiarava la sua busta paga:«Proprio come in Cenerentola, ma al contrario, ho incontrato l’amore della mia vita a ventisette anni, porgendo una scarpa al mio “principe”, che quella sera stessa ha cominciato a corteggiarmi». Mi aspetto di vederla arrossire, ma non succede: l’osservazione empirica mi suggerirebbe di generalizzare ed estendere  questo atteggiamento a tutti i polacchi, ma non mi pronuncio. Un uomo all’antica, il suo amore, che la porta nel Salento, d’estate, anche per farle conoscere i familiari. Lei era stata tutt’al più in Liguria, e nonostante le pesanti scottature si innamora subito del sole e della luce del Salento, e del mare Adriatico, del quale conosce ogni anfratto. «Mi piace molto la pesca subacquea-dice, spiazzandomi ancora-, e mi piace prendere i ricci e aprirli. Andiamo spesso a San Foca, dove mio marito prende quasi sempre triglie e orate». Le domando: «Adesso fai romanticamente la mantenuta?», non l’avessi mai fatto, il suo volto si fa rigido e orgoglioso. «No, qui ho lavorato presso alcuni pub della movida, poi in una pizzeria piuttosto fuori Lecce, infi ne sto lavorando a una mia impresa personale, della quale non ti dico niente perché sono molto superstiziosa, ma riguarderà i preziosi». Sembra scontato chiederle come sia stata accolta qui, vista la sua affabilità, ma, mi confessa:«Con lui stavamo insieme da tre anni, quando abbiamo deciso, diciamo, di lasciarci. Sono stata malissimo, ci mancava poco perché mi attaccassi alla bottiglia, non avevo e non ho molti amici, soprattutto tra i miei connazionali. Poi sono ritornata per alcuni mesi a fare la badante presso una signora impossibile, ma ho sempre creduto in dio e nella provvidenza ed eccomi qua con due bei bambini e il mio amore e voglio vivere per sempre qua. Viaggiando spesso, però!»

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