Un bon ton ecologista

Più o meno tutte le mie ricerche ruotano intorno a un sospetto ricorrente: che il modello di sviluppo occidentale sia fondamentalmente in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli del mondo quanto con l’aspirazione di riconciliare l’umanità con la natura.

Così Wolfgang Sachs riassumeva il proprio pensiero in Ambiente e giustizia sociale. Non è difficile dargli torto. Il protrarsi del dominio dell’uomo sulla natura senza alcun freno ha portato alle crisi molteplici che stiamo vivendo, e l’ultracapitalismo ha accelerato il processo di disgregazione dell’uomo dalla natura, estendendo il modello distruttivo ben oltre l’occidente.

A vent’anni dal vertice mondiale di Rio de Janeiro le nazioni si ritroveranno ancora a discutere di ambiente, ma con una precisa convinzione: quanto più impegnativi sono gli obiettivi fissati in meeting come quello del ’92 tanto più clamorosi saranno i fallimenti. L’Agenda21 che vagiva nel ’92 ha portato ai grandi assenti di Kyoto e infine al disastro di Durban. Proprio alla conferenza di Durban è emerso il nodo della questione: perché i paesi in ascesa devono sacrificare la loro crescita per rimediare agli errori dell’occidente, che per quasi tre secoli ha prosperato indisturbato? Dal canto loro, gli stati iperindustrializzati sembrano muovere all’unisono una questione speculare: perché sacrificarsi al punto da essere superati dai paesi in ascesa economica?

Se il Canada ha risposto con eloquenza ritirandosi dal consesso dei firmatari del Protocollo di Kyoto, si guarda con speranza alla ragionevolezza di nazioni come India e Brasile. Ma proprio il Brasile, che nel ’92 era la speranza dei sostenitori del “capitalismo dal volto umano”, non ha ancora una legislazione ambientale adeguata, procede con il deforestamento intensivo dell’Amazzonia (l’ultimo picco però è avvenuto nel quinquennio 2001-2006, al ritmo di circa 28mila chilometri quadrati all’anno) e mostra pericolose oscillazioni dopo il veto del governo Roussoff alla moratoria per i reati ambientali.

Riconoscendo l’aspetto finanziario deludente nell’approccio alle tematiche ambientali, la comunità internazionale prova ad affrontare la questione del rispetto delle regole in ambito universale. L’istanza è semplice: se le multinazionali possono comportarsi seguendo un diverso manuale di bon ton a seconda del tavolo in cui siedono, può il diritto provare a uniformare quel manuale? La risposta è confusa e poco concreta, persa nell’ipocrisia che normalmente vige nelle dichiarazioni ufficiali dei summit internazionali. Ma tanto in salute non sta neanche il metodo. Esiste una sola branca universale del diritto, quella dei cosiddetti diritti umani. Sarà quella giusta in cui far confluire i problemi dell’ecologia politica e quelli posti dalla gravità della situazione?

Al dibattito filosofico e giuridico montato dagli anni sessanta a oggi, alle istanze più urgenti in vista di Rio+20 e al caso Italia saranno dedicati i prossimi post.

Anton Čechov

Anton  Čechov
Anton Čechov

Per lungo tempo, scrivendo, sentivo di non aver azzeccato il verso, e infine ho pescato quel che c’era di falso. Il falso consisteva appunto in ciò, che sembrava quasi ch’io volessi, col mio Sachalin, dare una lezione a qualcuno, e nello stesso tempo pareva ch’io nascondessi qualcosa, che mi trattenessi. Ma appena mi son messo a descrivere come mi sentivo spaesato in quel di Sachalin, e che razza di porcaccioni ci sono laggiù, tutto divenne facile (…)

Anton Čechov

Buon compleanno, Taccuino

Sentite il tappo del brachetto volare via? Sì? Alla salute, la vostra, la mia e del Taccuino! Cos’è che dite: «Discorso!» No, non sono fatto per i…vabbé se proprio ci tenete due parole le voglio scrivere.

Un anno fa la diaspora dall’implodente Splinder mi dava la possibilità di rimettere mano al blog secondo i dettami dell’ottimo Cms di WordPress, che già usavo da parecchio tempo. Il vecchio DueA su Splinder eseguiva uno stile preciso: una foto asciutta con un eventuale link di rimando all’autore o al sito da cui era presa, e un testo sobrio e giustificato. Il template di WordPress che ho deciso di usare, invece, Linuit Types, mi permette delle vere e proprie copertine e una maggiore interazione con i video. Due cose sui video, visto che il 60 per cento del tempo dei fruitori di internet è occupato dalla visione di un video: preferisco la parola scritta, ma questo non significa che voglio arroccarmi dietro queste scuse. Ho anche un canale su You Tube, ma ho deciso di aggiornarlo solo se e quando ci saranno produzioni mie, non mi piace creare ridondanza.

Dicevo, un anno fa succedevano tante cose, in Italia, nel mondo e anche nella mia vita: accudire un blog, nell’era digitale, deve sembrare una cosa da niente, automatica quasi quanto il respiro. Accudire il blog nell’era digitale e nell’età dell’abbandono, poi in tempi di crisi può essere un po’ più complesso, come un complesso, o conflitto, possono essere l’abbandono, certo, e la crisi, ma forse anche il digitale.

Qui sto rassettando qualche cosa: noterete molte differenze nei nomi delle pagine e nei loro contenuti. Già, perché ogni tanto, quando si rassetta qua e là, si immaginano disposizioni nuove e costruzioni alternative. Un work in progress, due parole in linea, l’appunto che descrive un volo, uno sguardo, una sensazione o un desiderio. Come un taccuino, appunto.

La rubrica Come se, ve l’ho già presentata e sarà attiva già tra due giorni, per il resto buona navigazione e tante belle cose!

Che? Ah già, i dati: senza troppo rumore, milletrecentocinquanta visite, strapotere dei pezzi scritti appositamente per il blog rispetto alle pubblicazioni già avvenute, che però hanno goduto di una rilettura importante e di numerose condivisioni.

La top five a partire dal quinto posto, anzi dal sesto, che però merita una menzione speciale:

6. Siamo tutti coinvolti non rientra per pochissimo nella lista dei più visitati, ma a una notevole attività di condivisione si è aggiunta anche la pubblicazione posteriore del quotidiano leccese Il Paese Nuovo. Finora è l’unico contenuto pubblicato sulla carta stampata dopo la versione digitale. Si tratta di una riflessione dopo l’attentato di Brindisi del maggio scorso.

5. L’Occidente e lo scoglio della razza. Storia di quattro tragedie: l’incidente della Concordia e, appunto, lo Spiegel che torna a insultare l’Italia, il Giornale che ne prende le difese. Ultimo sfacelo: tedeschi e italiani riescono nell’impresa di rispolverare l’inutile mito della razza.

ph: paolomargari.it CC: NC_BY_SA

4. Lecce, tempo di semina. L’editoriale del secondo numero di XNews, esperimento di giornalismo sociale. Una riflessione sul capoluogo salentino che risultava quasi nuovo per la scarsa visibilità ricevuta e per il tempo di elezioni amministrative.

KeepCalm3. E dàje! Qui andiamo sul personale, ma di brutto. Tra gli articoli più condivisi.

prof. Roberto Martucci

2. Lezione di storia. In una monumentale riflessione sui centocinquant’anni della nazione, l’illustre storico costituzionalista Roberto Martucci affronta i nervi scoperti della nostra storia e i tabù degli studiosi italiani.

And the winner is…

dark grunge twitt1.Canarini mannari/Is Twitter the better? Stracondiviso, commentato, via twitter, facebook e persino via mail, questa riflessione sul cinguettio più lungo del mondo sta superando ogni aspettativa mi potessi porre.

Vi ringrazio tutti per quest’anno insieme, spero ci si frequenti di più, anche grazie alle belle trovate social di WordPress. Se vi va continuate a fare un giro per il blog, troverete diverse novità soprattutto tra le Pagine, oggi e soprattutto il 15 dicembre.

Con simpatia

firma

Un anno del Taccuino

 

proprimocompl
Transizioni posturbane

 

Il 13 dicembre 2011 ho dato vita a questo blog, seguendo la semplice idea di offrire una vetrina degli articoli che ho già pubblicato su altri media, di quelli che sarebbero altrimenti andati perduti con l’implosione di Splinder, e per dare uno scorcio delle mie visioni del mondo, un punto di vista.

Ma la vita mi ha riservato un anno di ascolto, piuttosto che di opinione. Va bene così, ne avete avuto un saggio  nella sezione La schiuma dei giorni.

Ma veniamo alla festa: il 13 pubblicherò i dati di quest’anno e un assaggio dei lavori che voi lettori avete preferito e/o premiato con un Like su questo blog oppure ritwittato o comunque diffuso su altre piattaforme. Inoltre di lì a poco annuncerò la nuova rubrica. Il titolo di questa sarà Come se, ma non dico altro.

Non mancate! E grazie a tutti!
Andrea

Intercultura all’italiana

Striscia di Mauro Biani

 

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

L’Italia è un paese che racconta di oscillazioni migratorie in entrata e in uscita, da sempre. La misura doveva esser colma già ai tempi di Dante, che respingeva questa donna di bordello, troppo promiscua anche nel meticciato delle sue culture. Il poeta dovrebbe farsene una ragione: nonostante la facilità con cui il popolo abbia voluto seguire bandiere di qualsiasi colore, l’anima è rimasta una e molteplice, divisa e indivisibile. E preparata anche, d’istinto prima ancora che per legge, all’accoglienza, salvo poi dover dare anche un colpo al cerchio del mercato. Così l’orda, per dirla con Stella, i nuovi barbari e la costruzione mediatica del nemico, del capro espiatorio di malesseri sociali prima ancora che economici. E il tentativo d’innesto di modelli che poco hanno a che fare con questo paese. Da diversi anni si evidenzia una realtà senza equilibrio: è richiesta la presenza di lavoratori immigrati, eppure si rende difficile l’arrivo e la permanenza. Fino a quando potrà durare questa situazione, prima che il paese si abbandoni alla povertà e alla vecchiaia cui vuole condannarsi? In questi anni si giocano molte speranze. Siamo abituati a leggere la presenza immigrata sotto la lente della spesa pubblica, e non ragioniamo sulle possibilità di crescita che questa ci offre. Abbiamo provato a porre due domande urgenti agli attori nazionali  dell’intercultura, dalla politica all’arte, dal diritto ai movimenti, dal giornalismo all’università e alla ricerca. La fotografia è piena di contrasti, le potenzialità sono in mano ai cittadini.
Le nostre domande:

  1. Il VII Rapporto Cnel conferma che in Italia è forte la richiesta integrativa rivolta agli immigrati, dall’assistenza alla manodopera, al lavoro qualificato. Tuttavia, siamo ben lungi dal facilitare il loro ingresso e la loro partecipazione. Cosa ha fatto e cosa deve fare il nostro paese sul piano del riconoscimento delle identità perché possa presentare un modello interculturale valido in Europa?
  2.  Come valuta l’apporto che la sua categoria professionale ha dato finora allo sviluppo di un’Italia interculturale e quale potrà essere il suo peso nell’immediato futuro?
Ferruccio Pastore

Ferruccio Pastore_Direttore Fieri, Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione.

Gli anni 2000 rappresentano un cambiamento rispetto agli indirizzi di ricerca tradizionali sui modelli d’interazione e dialogo da parte delle nazioni europee. Gli esempi all’avanguardia di tali sistemi erano i paesi del fordismo come il Regno Unito, poi affiancati dai paesi come la Francia e l’Olanda, che realizzavano un’assimilazione laica a oltranza, mutuando l’esperienza canadese, per arrivare al forte welfare della Germania, sistema più rigido nell’assimilazione culturale. Gli ultimi 15 anni d’immigrazione, però, passando dal 2001 e dagli attentati di Madrid e Londra, che bisognerebbe stabilire quanto abbiano a che fare con la presenza immigrata in Occidente, hanno messo in crisi i vecchi sistemi, rimandando a una sorta di mitologia o stilizzazione di tali modelli anche sul piano normativo. Ed è accaduto che nazioni prima molto aperte come l’Olanda e la Svezia affrontassero una deriva securitaria, mentre la Germania si ammorbidiva sulla questione della cittadinanza. In mezzo a tutto questo l’Italia naviga a vista con repentini cambi di rotta dall’80 a oggi: si frammentano gli approcci a seconda delle proposte avanzate dal privato sociale, dal terzo settore, dalle Regioni e dagli enti locali, relativizzando l’importanza di un modello. I modelli europei dei Duemila si confondono, e rischiano di sfaldare l’Europa unita, perché i sistemi risultano fragili rispetto agli obiettivi da raggiungere. Così si calma l’opinione pubblica introducendo i flussi e assicurando che gli immigrati “cattivi” si rimpatriano e che qui arrivano solo quelli che servono. In realtà il reato di clandestinità, pur rappresentando una politica tra le più pesanti in Europa, sortisce pochi effetti concreti, così come se già c’è una crisi di assorbimento dei cervelli italiani, che emigrano, è utopistico pensare che possano essere richiesti solo stranieri qualificati. Il problema è più complesso se introduciamo la questione delle migrazioni circolari, perché non è detto, anche se razionalmente parrebbe così, che gli immigrati ritornino in patria se non hanno la certezza di trovare una situazione adeguata né quella di poter emigrare nuovamente: manca una progettazione internazionale in tal senso.
La cultura_Parlerei di produttori di conoscenze e di opinioni. La rappresentazione che la società fa di sé quando sta cambiando è di tipo scientifico, giornalistico, autoriale, eccetera. L’Italia è partita da una buona base di ricerca sull’emigrazione, e ci ha messo un po’ per ottenere l’attenzione di sociologi, antropologi e demografi sulle questioni dell’immigrazione. Ancora più tempo, per un percorso che ancora non ritengo concluso, c’è voluto per economisti, studiosi del diritto e della politica. I livelli attuali sono ancora insufficienti rispetto all’importanza della sfida, anche se sia Istat che Banca d’Italia hanno adottato da anni questo filone di ricerca. Mancano soprattutto le risorse. La ricerca è fondamentale per costituire anticorpi contro slogan e strumentalizzazioni. Per una serie di motivi i media vi si approcciano strumentalizzando, per contro c’è chi vede tutto rosa. Capire le trasformazioni profonde e spesso problematiche che l’immigrazione porta con se è possibile se la ricerca consente riferimenti chiari e oggettivi su bisogni e implicazioni.

Franco Pittau

Franco Pittau_Coordinatore “Dossier statistico immigrazione” Caritas/Migrantes.

L’immigrazione fa parte strutturalmente di un paese pregiudicato nel suo sviluppo da un andamento demografico negativo, che si ripercuote sul mercato occupazionale. Inoltre, il Rapporto Cnel mostra le diverse potenzialità d’integrazione riscontrabili nelle varie regioni e province d’Italia. Tutti gli studi statistici, a partire da quelli del’Istat, sono di segno univoco circa l’importanza dell’immigrazione nei futuri scenari del paese. L’anomalia italiana, purtroppo in contesto europeo che è andato anch’esso diventando più ostile all’immigrazione, consiste nell’elaborare una sorta di “mistica pubblica” che mal si compone con questa realtà di fatto. Parlare di un modello italiano è presuntuoso in questa situazione caratterizzata dalla divaricazione tra la realtà effettiva e il suo inquadramento concettuale. Sono, invece, possibili approcci corretti o scorretti agli “stranieri” (che poi, in realtà, tali non sono in quanto destinati a vivere e a morire da noi). Sono positivi il riconoscimento dell’utilità degli immigrati a livello demografico e occupazionale, la curiosità rispetto alla loro diversità culturale e la disponibilità al confronto, il rispetto della loro diversità religiosa; sono negativi, invece, i pregiudizi sullo straniero clandestino, delinquente, persona di secondo rango destinata a mansioni inferiori e non meritevole di godere di pari opportunità. Fin quando non si arriverà a considerare gli immigrati compiutamente “i nuovi cittadini” è fuori posto parlare di un modello interculturale italiano, per giunta valido in tutta Europa.
La ricerca_ La strategia seguita da Caritas/Migrantes in vent’anni di studi statistici si può così riassumere: per convivere, italiani e immigrati insieme, bisogna conoscersi a vicenda; per conoscere correttamente gli immigrati sono di fondamentale utilità i dati statistici; le statistiche vanno interpretate dall’intrinseco e non secondo idee preconcette; il risultato di queste analisi non va limitato a una ristretta cerchia di studiosi e di operatori bensì partecipato all’opinione pubblica; seguendo questa impostazione, bisogna esigere coerenza nei politici, negli amministratori, negli uomini di cultura e nelle persone comuni, così da poter fare pace con il nostro presente e specialmente con il nostro futuro.

Jean-Lèonard Touadi

Jean-Lèonard Touadi_Parlamentare del Partito democratico.

Questi dati sono l’ennesima conferma che il volto del paese continua a cambiare di anno in anno nelle sue strutture sociali, assorbendo sempre più al suo interno persone con culture differenti. L’immigrazione è un momento epocale di trasformazione per questo paese, un dato riscontrabile in tutti i settori, dall’industria al welfare, eppure questo paese stenta a prendere atto del carattere stabile e organico di questo fenomeno, visto che ancora non si fanno i conti con questa realtà dal punto di vista della cultura, della comunicazione, dell’ordinamento giuridico. È evidente la sfaldatura tra i dati che leggiamo e la totale assenza di politiche strutturali. Dobbiamo decidere se possiamo permetterci di considerare gli immigrati, nuovi cittadini, come una casuale presenza spaziotemporale, lasciando che la comunità italiana e quelle straniere vadano per conto proprio. Servono delle politiche mirate a favorire un processo lento ma pianificato di questo pezzo di popolazione. Adeguare una legislazione che ora guarda allo straniero solo come lavoratore, così se questo elemento decade non ha più senso la sua presenza qui. Modellare la legislazione sulla persona, riconoscere le specificità culturali degli stranieri, dando al contempo la possibilità di conoscere l’Italia. E questo processo si completa se si favorisce la partecipazione del soggetto alla vita pubblica: anche senza passaporto, se le persone vivono qui da dieci o quindici anni hanno il diritto di usufuire dell’elettorato attivo e passivo almeno a livello amministrativo. Questo avrebbe il doppio significato dell’inclusione e della responsabilizzazione. Credo si debba lavorare per riconoscere la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati sin dalla nascita, accompagnarli poi nella quotidianità come si fa con tutti, perché siamo lontani ormai dalla fase emergenziale per cui gli stranieri erano solo bocche da sfamare, occorrono al più presto, perché siamo in ritardo, politiche complementari.
La politica_Dal 1980 la politica italiana ha fatto grandi passi avanti verso la consapevolezza della presenza degli immigrati, sfociando poi nella legge Martelli, per arrivare al decreto Dini e alla legge Turco-Napolitano, comportandosi come un paese che prende sempre più atto della presenza di nuovi cittadini. Ma con la Bossi-Fini del 2003 la classe politica si è irresponsabilmente rifiutata di governare e gestire la questione, illudendosi di poter garantire una vita a immigrazione zero. Questa è una grave colpa della classe politica italiana, che deve ora ripartire quanto meno da quel 9% del Pil di sola provenienza immigrata, deve prendere atto del rinnovamento demografico che gli immigrati apportano alla nazione. Deve infine, come compito morale prima ancora che politico, diradare le nubi della paura, esaminare ed eliminare con la costruzione di esempi positivi tutta una simbolica messa in piedi nella designazione del nemico. La consapevolezza culturale e politica dell’inevitabilità del fenomeno deve portare la nostra società ad aprirsi: società che non sono lontane anni luce dalla nostra, (Usa e Germania) essendosi aperte all’altro, sono divenute più giovani e floride.

Ernesto Maria Ruffini

Ernesto Maria Ruffini_Avvocato dell’ associazione A buon diritto.

In questo momento l’Italia è un caso da non prendere a esempio. Lo squilibrio è la dimostrazione di come l’immigrazione sia declinata, letta e affrontata ipocritamente solo per fini elettorali e non per una reale costruzione di modello che comunque si imporrà alle nuove generazioni indipendentemente dalla nostra volontà di arginare il fenomeno. La domanda di forza lavoro è tale che il mondo del lavoro non può fare a meno dell’apporto immigrato. Pensiamo alle badanti che consentono alle famiglie italiane di continuare ad avere ritmi di vita alti, senza preoccuparsi dell’innalzamento dell’età media. Lavori che ormai non sono più appetibili dai giovani italiani, nel mondo dell’agricoltura o in talune fabbriche, perché il rapporto ora/lavoro non alletta nessun italiano. Questo lo stato dell’arte. Forse il superamento della situazione verso un sistema d’integrazione, parola né brutta né bella in sé, ma forse più utile è condivisione della nuova società italiana, avverrebbe consentendo agli immigrati di essere parte della formazione di un nuovo modello societario. Permettere la partecipazione verso una società che comunque, nostro malgrado, si creerà, perché di fatto, per la natalità, andiamo a ritmo incalzante verso la multietnicità e il mutamento fisiologico della nostra identità nazionale. O costruiamo prendendone atto o ignoriamo senza risolvere il problema, senza ostacolare lo straniero che ha trovato il lavoro in nero dal datore di lavoro italiano.
Il diritto_ Il mondo della giustizia è rimesso alla lungimiranza del legislatore e alla sua generosità, nel momento in cui un operatore si trova dinanzi a una normativa chiara, netta e ostativa rispetto al fenomeno immigratorio. Certamente il giudice non ha grandi spazi di manovra: questa potrebbe essersi creata nei mesi scorsi in relazione alla domanda di costituzionalità della legislazione attuale. Rispetto al permesso di soggiorno, invece, la difesa è quasi impossibile. L’unico spazio di difesa è quello di provare a scardinare la figura di reato introdotta sollevando eccezione di costituzionalità. Gli immigrati accusati d’immigrazione clandestina, poi, possono avere altri gravi problemi, e permettono di intraprendere altre tutele nei loro confronti.

Laura Boldrini

Laura Boldrini_Giornalista, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unchr).

Bisogna capire che esiste sviluppo locale anche attraverso i rifugiati, che per la loro presenza si riaprono le botteghe, si ristrutturano i borghi, le suole si riempiono. Semplicemente perché ci sono i rifugiati. Ci sono buone pratiche che però non sono sostenute, c’è la tendenza a rendere la vita dei migranti molto complicata. Penso che si possa fare decisamente di più, ma per farlo c’è bisogno di una visione politica e di convincere i cittadini che dall’immigrazione c’è da guadagnarci tutti, non è trascurare il disoccupato italiano, è consentire più diritti a tutti, perché erodendo i diritti cominciamo con gli immigrati, poi con i rifugiati, poi con le minoranze, le donne, già stiamo erodendo quelli dei lavoratori italiani. Su questo punto la politica dovrebbe avere il coraggio, nell’interesse collettivo, di prendere atto del male che si fa al paese cavalcando l’illegalità. L’Italia è tristemente famosa nel mondo per la malavita organizzata e l’italiano medio, se intervistato sull’illegalità e l’insicurezza, risponde che la prima causa di questo è l’immigrazione. La politica ha lavorato stancamente su questa equazione, pochi si son presi la briga di capire quali altri temi possono essere lanciati. Non si esce più da questa cosa. Chi ha una visione dovrebbe ragionare nel lungo e nel medio termine.
I media_ In quanto giornalista, pretendo di comunicare, che è la cosa più importante, perché bisogna dire alla gente che non si deve sottostare al grande equivoco della paura, grande catalizzatore di consensi. Forze politiche ci marciano. Non risolveremo i nostri problemi cacciando i nostri immigrati. Internet ci fa capire che siamo tutti in movimento, noi il mondo ce l’abbiamo a casa e la migrazione è la stessa cosa, non si possono bloccare, ma al massimo regolare e gestire questi fenomeni. L’Italia ha un ruolo di primo piano nello scacchiere europeo, noi abbiamo nel nostro dna una carta in più, siamo il risultato del crocevia, ma oggi diamo precedenza all’imprenditoria della paura. C’è un’Italia che non si vede, degli impegnati e degli insegnanti che fanno lezione gratuitamente alle persone, quella degli avvocati che fanno valere i diritti, così come c’è l’Italia dei medici che curano senza voler nulla in cambio e che non denunciano gli “irregolari”. Questa Italia non trova sempre spazio sui media, perché i media sono innamorati del modello cattivo, quello del coltello tra i denti. Mia figlia mi chiede perché i ragazzi in tv ci vanno quando fanno i bulli e non quando fanno le cose per bene. Perché, le rispondo, voi non siete trendy, studiate, fate volontariato, non fate notizia. Il cattivo è destinato a non farcela. Dare voce a questa società vincente, orfana anche politicamente, perché la politica trova grande convergenza sul tema della tolleranza, ma poi non compie l’atto pratico, si coniuga sempre e solo la paura e la sicurezza, si respinge in mare, si respinge culturalmente, e rischiando l’isolamento culturale. Andrea Camilleri, che è un mio amico, mi parla spesso della sua formazione e dice sempre che è un bastardo, perché ha rubato da russi, francesi, arabi, persiani. Oggi abbiamo anche noi questa opportunità, senza perdere niente. Il mio lavoro è in concorrenza rispetto al sistema che pone una cappa sul nostro paese.

Mandiaye N’Diaye

Mandiaye N’Diaye_Regista e attore teatrale, curatore del progetto Takku Ligey (Qui l’audiointervista che riporta la sua esperienza in Italia).

Io oggi mi considero un italiano, perché qui ho vissuto la parte più importante della mia vita: avevo 20 anni quando sono arrivato e ne ho 44 ora e sono felice di aver vissuto una vita così. La mia esperienza con il Teatro delle Albe, oggi con Ravenna Teatro, coincideva con l’uscita della legge Martelli, che consideravo come un passo fondamentale nella garanzia dei diritti di tutti. Oggi l’Italia ha messo da parte questa intelligenza, che le proveniva storicamente dall’aver saputo inserire il cristianesimo in Europa, garantendole un grande ruolo. Oggi dovrebbe essere molto più avanti e invece è tornata indietro. C’è un senso d’integrazione a senso unico, e oggi i miei figli vivono in Senegal, ma in futuro dovranno essere i mediatori e traghettatori tra le culture, potranno essere italiani solo a 18 anni, e questa credo sia una mancanza di rispetto. Coinvolgere l’essere umano a far parte della società dovrebbe essere un dovere di una comunità: i figli degli immigrati dovranno divenire cittadini italiani.
L’arte_ Faccio un esempio: nel 2006 con il progetto di “Takku Ligey” (“darsi da fare insieme”,ndr) nel mio villaggio, Dioll Kadd, abbiamo preso un testo di Aristofane, Pluto, il gioco della ricchezza e della povertà. L’abbiamo ambientato nella stagione delle piogge, quando si semina il miglio e l’arachide, e nel nostro villaggio, spopolato da 1500 a 500 abitanti perché tutti sono andati a Dakar o in Europa, le 500 anime litigano perché la tradizione dice che per seminare il miglio bisogna aspettare certi segni di animali che volano e le ombre che cadono in un certo modo: quindi abbiamo riprodotto uno scontro tra conservatori e progressisti, come certi dialoghi tra Cremilo e Carione. Ambientare tutto in un rito antico, simile a quello greco, ha avvicinato due culture in apparenza lontanissime: molti autori e gente di cultura come Marco Martinelli, Gianni Celati e Antonio Aresta hanno apprezzato molto questa riscrittura, apparentemente lontana e antica, rimodulata per l’attualità a fare un ponte tra due culture, questo è intercultura. Oggi in Italia molti gruppi musicali e teatrali fanno intercultura. In più di tre anni trecento italiani sono venuti a Dioll Kadd, dal sud al nord, il nostro piccolo teatro riesce a unire l’Italia. Abbiamo anche partner che ci sostengono da Lecce alla Svizzera grazie al progetto di meticciato che abbiamo realizzato. Il teatro fa incontrare le persone, al di là delle volontà secessioniste di qualsiasi spinta. Noi riuniamo degli amici intorno a un teatro, un progetto di sviluppo.

Marco Bersani

Marco Bersani_Coordinatore nazionale Attac Italia, Associazione per la tassazione delle transizioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini.

L’Italia deve guardare alla propria storia, siamo una terra d’immigrazione dopo essere stati migranti, portatore di una storia e di una cultura, il problema va preso di petto. Non si può separare l’utilizzo di manodopera e professionisti che arrivano dal mondo migrante chiedendo loro di essere presenti in campo lavorativo, ma escludendoli da tutto ciò che non attiene a quella sfera. Questo è un problema politico: usare migranti per abbassare il livello di diritti dei lavoratori italiani, cosa che ha creato conflitti orizzontali. Fasce deboli della popolazione sono caduti nell’ideologia della paura e della sicurezza. Eppure i reati di microcriminalità sono minimi rispetto al totale, aumentano invece le violenze familiari. Problemi nelle relazioni affettive significano che si rompono i legami sociali, si costruiscono meno relazioni, e sulle poche che ci sono gli italiani giocano tutto e se si rompono accade un crack. Invece vogliamo distrarci col nemico esterno diverso culturalmente, religiosamente. Un capro espiatorio fortissimo. Credo che si debba considerare l’Italia una terra di accoglienza, un elemento di ricchezza materiale, contribuiscono all’aumento dei livelli di ricchezza e di cutlura. Appartenenze e identità sono sempre più piccole e spesso fasulle, come la Lega che nasce dall’appartenenza a un mito che non ha fondamenti nella storia.
I movimenti_ Associazioni e movimenti, soprattutto quelli gemmati dal movimento dei movimenti costituitosi a Genvoa e poi radicato con alterne vicende nei territori, hanno fatto un buon cordone intorno alla questione dell’affermazione dei diritti degli immigrati. Ora faticano nel trasportare l’attenzione da un’errata concezione residuale delle politiche immigratorie nell’agenda politica, verso un’affermazione centrale. Sforzarsi di leggere la società dal punto di vista del migrante perché questa non ha un suo andamento e poi, a margine, ha un problema sugli immigrati: la società non funziona e un’ottima cartina tornasole sono i migranti. Le persone sono schiacciate dalle logiche di mercato. Associazioni e movimenti dovrebbero riuscire a dare una lettura complessiva del fenomeno come parte della complessità della società italiana e mobilitarsi, perché se no dobbiamo prepararci a cedere terreno nel campo dei diritti di tutti. Devo registrare un’insufficienza dei movimenti stessi perché un conto è solidarizzare e un altro costruire una cultura maggioritaria, dentro le persone non direttamente attive sulla questione per una diversa consapevolezza su chi arriva dall’altra parte del mondo. E certo bisogna fare i conti poi con una campagna mediatica pesante che instaura la paura nel cittadino medio: è facile immaginare che ci sono problemi di sicurezza rispetto alla disfunzione dello stato sociale, magari attribuibili a certe comunità piuttosto che criticare un modello economico, sociale, ecologico che va contro i reali bisogni delle persone.

Intercultura all’italiana?

Imbastendo le interviste viene fuori un abito di difficile vestibilità per gli italiani. Ci si chiede se sia effettivamente utile allestire un modello stabile dinanzi a un fenomeno costante nei suoi dati oggettivi, ma aleatorio riguardo alla qualità. E pare ormai scontata l’impossibilità di allestire politiche migratorie a sé stanti, come se fossero slacciate dai problemi trasversali che attraversano e mettono in crisi ogni aspetto della società italiana. Non contrastato né tanto meno rivisto da una politica responsabile a livello comunitario, il mercato economico, finanziario e del lavoro del sistema in cui viviamo prende con ferinità il sopravvento su ogni aspetto della vita sociale. Questa situazione dà adito a una precarietà che fa impressione per la vastità e la profondità raggiunte. Incapace in questo momento di dare risposte di fronte all’Europa, se non sul piano dei respingimenti, e al contempo lasciata sola a gestire il crocevia dall’Europa stessa, l’Italia ha delle lillipuziane speranze. I singoli esempi e progetti di inclusione e socializzazione per tutti, la possibilità di rendere più ampia la partecipazione degli immigrati, la ricostruzione giornaliera, costante di un nuovo tessuto sociale che dia nuove basi al concetto di identità attraverso l’educazione e la formazione. Ripartire dai comuni: sono questi gli esempi che vanno incoraggiati e strutturati.
Per un’Italia capace di futuro.

SperanzeRespinte

 

Andrea Aufieri, dossier del n.2 di Palascia_l’informazione migrante
http://www.metissagecoop.org

Se l’immigrazione diventa reato.

Alla libera circolazione di beni e merci non corrisponde il diritto delle persone a spostarsi alla ricerca di una vita dignitosa. Almeno non fuori da certi organismi internazionali, chiusi nonostante siano inseriti nel sistema del libero mercato. È su queste basi che la logica dell’accoglienza dello straniero involve sempre più nella caccia al clandestino. Noncuranti della millenaria costituzione etnoantropologica dell’Italia, una sequela di leggi e provvedimenti, di pari passo con un mercato culturale scellerato, ha ingurgitato in fretta il nostro passato di migranti e fomentato paure e derive securitarie, favorendo una dialettica deviata sull’immigrazione, basata sull’ipocrita dicotomia “regolare/irregolare”.

Questo a sua volta alimenta intolleranze persino da parte dei “bravi” immigrati, quelli regolari, per non parlare di sinistre e movimenti “civili”. Si va verso l’inesorabile clandestinizzazione degli immigrati e verso la criminalizzazione dell’atto stesso della migrazione. Eppure quello della migrazione è considerato un atto quasi endemico della natura umana, tanto da essere favorito all’interno dei circuiti comunitari europei, per esempio. In attesa che il centro del dibattito possa mirare a scardinare queste semenze di odio, prima di argomentare sulla questione dei richiedenti asilo, riteniamo opportuno quanto meno menzionare tutti quei migranti ritenuti clandestini, o peggio irregolari.

Quelli che per effetto di leggi, “illegali” in uno stato di diritto, si ritrovano a essere semplicemente invisibili, 650 mila secondo la fondazione Ismu, ma è ovvio che si tratta di un dato aleatorio. Quelli che tentano di arrivare e muoiono in mare, circa 15 mila dal 1988 secondo Fortress Europe. Quelli che senza poter esercitare i loro diritti sono semplicemente ributtati indietro, magari in territori dove non esiste alcuna garanzia per la loro incolumità (circa 1400 in sei mesi dall’Italia alla Libia). Quelli che attendono la loro sorte potendo permanere al massimo sei mesi nei 1806 posti disponibili nei tredici Centri di identificazione ed espulsione (Cie), e che magari fino a ieri producevano reddito e accudivano un’intera famiglia, quella sì “regolare”.

Se una notte di primavera sei “viaggiatori”…

La notte del 5 aprile approda al molo “Giovanni Bausan” el porto di San Giovanni a Teduccio (Napoli) la nave cargo “Vera D”. Bandiera liberiana, armatore tedesco, committente israeliano, comandante russo, manovali e marinai filippini. In questa babele devono essersi accorti davvero molto tardi che tra i container trasportati si erano accampate clandestinamente nove persone, tre ghanesi e sei nigeriane.

Con l’aiuto di Cristian Valle, avvocato di Soccorso legale a Napoli, cerchiamo di capire cosa è successo: «Solo in Italia, nell’atto delle operazioni di scarico, i marinai si sarebbero accorti dei clandestini, che logica farebbe pensare possano essersi imbarcati al porto ivoriano di Abidjan. A quel punto il comandante informa la questura di Napoli, ritenendo di non poter più ripartire per il venir meno del numero legale».
«Il fermo della nave produce vari problemi, quello principale è il blocco delle attività portuali, le cui conseguenze sono la perdita di circa mezzo milione di euro per la compagnia tedesca e soprattutto lo sciopero dell’11 aprile a opera dei marittimi. Intanto la questura, senza aver accertato l’età dei clandestini e dell’eventuale status di richiedenti asilo, ha emesso in fretta un decreto di respingimento».

Prima che il respingimento sia effettivo, però, è già scoppiata la protesta del movimento antirazzista campano e della Cgil, perché lo sciopero del porto ha fatto sì che i motivi del blocco divenissero di dominio pubblico. Scatta il presidio della nave e il sindacato si offre da intermediario, incaricando l’avvocato Valle di occuparsi dei diritti dei clandestini. Si avviano così trattative su più fronti: con l’armatore, il sindacato tedesco e la polizia di frontiera perché la nave non sia allontanata e per avere l’autorizzazione a salire a bordo.  Solo dall’avvocato Valle i migranti vengono a conoscenza dei loro diritti: tutti e nove si dichiarano rifugiati, e sei di loro anche minorenni non accompagnati.

«A questo punto formalizzo la mia nomina e invio le richieste d’asilo con un esposto formale alla questura e alla capitaneria. Intanto solo tre dei sei dichiaratisi minorenni sono sottoposti all’esame biometrico del polso all’ospedale Santobono, che assegna loro un’età di circa 19 anni. Siccome questo tipo di esame ha una fallibilità di due anni circa ed è in uso solo in Italia, quando sarebbe magari più opportuno sostituirlo con quello dell’arcata dentaria, ci aspettavamo almeno la presunzione di minore età, ma la questura non era di questo avviso e ha agito come se fosse stata scartata la fallibilità. A questo punto abbiamo denunciato la cosa e l’ufficio stranieri ha accolto la formalizzazione della richiesta di protezione. Gli immigrati hanno lasciato la nave e si è cominciata a valutare l’ipotesi di portare tutti presso uno Sprarr. Improvvisamente, forse per ordine diretto del Viminiale, dalla questura un passo indietro: tutti e nove i richiedenti avrebbero dovuto attendere la decisione della Commissione rifugiati in condizione di trattamento al Centro di identificazione ed espulsione di Brindisi-Restinco». È la notte del 16 aprile: la gente che presidia l’ufficio stranieri si accorge che qualcosa non va. Appena il blindato diretto a Restinco arriva in strada, i picchetti tentano di non farlo partire. Sono momenti di tensione, il missionario comboniano Alex Zanotelli dichiara che per deportare i migranti la polizia sarebbe dovuta passare sul suo corpo, e subito viene spinto, e si procura delle ferite lievi.

Il mezzo arriva a Restinco, dove di primo mattino la Cgil improvvisa un sit-in ricevendo la solidarietà di diverse delegazioni della rete antirazzista salentina e dei partiti di Sinistra e libertà e Rifondazione comunista. L’avvocato Valle chiede immediatamente udienza dal giudice di pace del Cie, Mario Gatti, cui espone una serie di violazioni di cui bisogna tener conto: la mancata presunzione di minore età e lo spostamento presso un Cie, entro le cui mura non possono restare minorenni e la violazione del respingimento “preventivo”, prima cioè di informarsi sulla volontà dei migranti di chiedere protezione. Il giudice riconosce la minore età per tutti e sei coloro che l’hanno dichiarata, decretandone l’immediato trasferimento presso le strutture preposte in Italia, ma non accetta le altre motivazioni per concedere la protezione ai restanti tre adulti, che restano all’interno del Cie e per i quali Valle ha fatto ricorso al Tar, nonostante il costo della procedura (1500 euro), e al tribunale di Bari perché la commissione per la valutazione della richiesta d’asilo ha intervistato i suoi assistiti in sua assenza.
Questa storia si sarebbe chiusa nel più assoluto silenzio nel giro di pochi giorni, e ciò denota come le cose possono essere fatte in fretta e senza nessun controllo da parte dei cittadini. Soltanto l’attivismo pone un baluardo di resistenza. Ora sei ragazzi cesseranno di essere numeri per poter raccontare una storia. Un privilegio negato a molti come loro.

In Italia si naviga a vista

In Italia non esiste una legge organica che possa facilitare e comprendere, magari con umanità, tutte le dinamiche legate al settore dell’immigrazione, e questo porta a effetti e dispositivi kafkiani. Come l’istituzione dei Cie. O peggio, a valutazioni superficiali, come è possibile leggere nel report dell’Istituto affari internazionali (Iai) per il Senato nel gennaio 2009 sul Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato con la Libia: la Libia ha le sue impostazioni culturali, mica può firmare una convenzione internazionale a garanzia dei migranti. E poi non è un problema italiano, ben altri sono i contenuti preponderanti del trattato. Di avviso opposto, tanto Amnesty International, che ritiene l’Italia responsabile della sorte dei migranti respinti, quanto la Commissione per la prevenzione della tortura (il cui acronimo, purtroppo, è Cpt) del Consiglio d’Europa (Coe), che ha espresso notevoli preoccupazioni a riguardo e cui l’Italia ha replicato asserendo che nessun migrante preso a bordo delle navi italiane ha fatto richiesta d’asilo. In merito a questa asserzione potremmo obiettare che se il metodo è quello della “Vera D” ben poca voce in capitolo possono avere i migranti. E a sostegno di questa impressione possono venire l’inchiesta di Riccardo Iacona “Respinti” andata in onda nel programma “Presadiretta” del 6 settembre 2009 (dove si afferma che i migranti respinti il 30 agosto, molti dei quali ricorrenti presso la Corte europea, non sapevano nemmeno di essere stati riportati indietro), e che qualcosa di anomalo possa essere avvenuto lo conferma la citazione in giudizio da parte della Procura della Repubblica di Siracusa di Rodolfo Ronconi della Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del ministero dell’Interno, e di Vincenzo Carrarini, generale della Guardia di finanza con mansioni di Capo ufficio economia e sicurezza del terzo Reparto operazioni del Comando generale della Guardia di finanza.

E non è tardata a venire nemmeno una dichiarazione di Laurens Jolles, rappresentante per il Sud Europa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), a commento della replica italiana al Coe: «Preoccupa l`affermazione secondo la quale nessuno tra i migranti respinti in Libia abbia avuto l’intenzione di fare una domanda d’asilo e che, quando ciò è accaduto, la domanda è stata esaminata dalle autorità italiane», perché pare che dal presidio dell’Unhcr in Libia siano arrivate ben altre voci. E proprio dalle carceri libiche provengono le testimonianze giornalistiche di Gabriele Del Grande (“Il mare di mezzo”) e di Laura Boldrini (“Tutti indietro”), a spegnere certe speranze.

Al largo della speranza

Secondo l’Unhcr nel 2008 nel mondo si sono registrate 839 mila domande di richiedenti protezione internazionale, ed è salito a 10,5 milioni il numero di rifugiati e a 26 milioni quello degli sfollati interni. Sono 34,4 i milioni di rifugiati sotto la protezione dell’Unhcr e 4,7 quelli sotto la responsabilità dell’Agenzia per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi (Unrwa). Contrariamente a quanto si possa pensare, il problema dei profughi riguarda per l’80% migrazioni interne ai paesi in via di sviluppo (pvs), che scappano principalmente da problemi di matrice occidentale (Afghanistan e Iraq) per rifugiarsi soprattutto in Pakistan, Siria e Iran. A 51 paesi industrializzati, invece, il compito di provvedere a 383 mila domande di protezione. Negli Usa sono 49 mila, mentre in Italia, quinta nella classifica delle destinazioni nei paesi industrializzati nel 2008, sono 30 mila. Il totale degli ingressi di immigrati in Italia registra solo un 10% per vie marittime, ma di questa percentuale fa parte il 70% dei richiedenti asilo, 36 mila persone. Di queste, due su tre hanno richiesto protezione sul posto o successivamente.

Al 50% dei richiedenti è stata riconosciuta una qualsiasi forma di protezione. Possiamo dunque concludere che un terzo degli arrivi via mare è stato riconosciuto bisognoso di protezione. I paesi di provenienza, nel caso dell’Italia, sono: Nigeria,  Somalia, Eritrea, Afghanistan, Costa d’Avorio, Ghana. Agli arrivi l’Unhcr fa fronte con ben 496 associazioni partner italiane, dal 2006 con il progetto “Praesidium”, finanziato dall’Ue e dal Ministero dell’interno, operativo dal 2008 anche in Puglia, e dal 2007 è stato anche indetto il premio “Per mare” per quelle imbarcazioni private che hanno il coraggio di salvare vite umane, in barba anche alle pericolose leggi statali in materia.

Come evidenzia l’ultimo rapporto Frontex, nel corso del 2009, a partire dall’entrata in vigore degli accordi con la Libia, in Italia si è registrato un vistoso calo degli arrivi per mare, che l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione  internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Ue ha stimato intorno al 33% in meno rispetto al 2008. Di fronte a questo allarme il ministro Roberto Maroni non ha trovato di meglio che polemizzare sul bilancio di Frontex. Comunque, solo pochissime persone sono riuscite a far valere i propri diritti: dei 1409 respinti presso la Libia, solo 24 sono potuti ricorrere alla Corte europea. Eppure la storia delle tutele internazionali per i migranti, accetta un principio fondamentale della legge del mare, quello del non refoulement, il divieto di respingimento, che secondo Amnesty “non implica nessuna limitazione geografica, si applica a tutti gli agenti statali operanti all’esterno o all’interno del proprio territorio. Non si deve respingere né verso il luogo di temuta persecuzione né verso paesi senza guarentigie”.

A parte quanto detto nella rubrica ospitata su questo numero, il docente di Diritto internazionale presso l’Università del Salento Giuseppe Gioffredi precisa che: «Il Trattato sul funzionamento dell’Ue (TfUe) prevede lo sviluppo di una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino e a garantire il rispetto del principio di non respingimento, il‘sistema europeo comune di asilo’. Un sistema comune volto alla garanzia per tutte le tutele e le protezioni previste del diritto, procedure e criteri comuni anche per gli accordi di partenariato e cooperazione con paesi terzi per gestire i flussi migratori speciali». Inoltre: «Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro interessato». Un ultimo proposito che deve destare l’attenzione degli organismi internazionali e dei cittadini, perché sembrano essere al via accordi tra Ue e Libia da monitorare con attenzione.

Fabbricare ponti per la “Fortezza Europa”_Intervista a Gabriele Del Grande

Il giornalista Gabriele Del Grande ha fondato l’osservatorio sulle vittime delle emigrazioni Fortress Europe, e ha condotto inchieste importanti, poi pubblicate per Infinito edizioni, come “Mamadou va a morire”(2007) e “Il mare di mezzo”(2010).

Come nasce la riflessione sul Mediterraneo, la “culla della civiltà”, come immenso cimitero nel quale dal 1988 hanno perso la vita circa 15 mila immigrati?

“Il mare di mezzo” nasce a metà del 2005, quando per Redattore Sociale conduco una ricerca sulla stampa internazionale sui morti delle carrette del mare nel Canale di Sicilia. Nel 2006 nasce Fortress Europe e nell’autunno dello stesso anno mi sono dedicato alla storia di Mamadou, una vittima del mare, poi pubblicata nel libro del 2007. “Il mare di mezzo” è un viaggio lungo le frontiere estere e in quelle interne all’Italia, poi nei Cie e nei Cara. I respingimenti sono un dramma soprattutto se avvengono verso la Libia. Come ha documentato Amnesty International, nelle carceri libiche c’è gente non libica che avrebbe titolo per chiedere asilo politico, ma è stata respinta e posta sotto il controllo e gli abusi della polizia del paese di Gheddafi. Restano spesso abbandonati lì nigeriani e piuttosto eritrei e somali.

Ma gli accordi tra Italia e Libia si fermano alle coste? Se Amnesty riconosce l’Italia come responsabile di ciò che accade ai respinti in Libia, perché il governo non ha previsto delle garanzie per i respinti?

La tua è una domanda legittima di chi crede di essere in uno Stato di diritto. Come è possibile leggere sul Rapporto 2009 di Amnesty, l’attuale trattato di amicizia, cooperazione e partenariato sussistente tra Italia e Libia è il risultato di un processo avviato dal primo governo Prodi, e c’è stato tutto il tempo di compiere visite in Libia da parte dei diversi schieramenti che si sono alternati a Palazzo Chigi. E che sappiano delle condizioni delle carceri libiche è certo perché ci sono testimoni oculari e perché c’è l’agenzia europea per il controllo della costa mediterranea (Frontex), che esprime preoccupazione per quegli accordi. Poi ci sono la legge italiana, che vieta il respingimento a chi vuol fare domanda di asilo e tanto meno il “respingimento preventivo”, e quella libica, che non prevede alcuna garanzia per i rifugiati e nessuna ratifica della Convenzione del 1951.

In tale contesto, come è possibile avere una minima conoscenza delle storie e delle persone che tentano di arrivare qui?

Adesso è possibile solo visionare i comunicati del Ministero dell’Interno, che riportano le cifre sui respingimenti, senza poter conoscere nemmeno nomi e nazionalità. Il 30 agosto 2009, 75 persone, tra cui donne, bambini e minorenni non accompagnati, sono stati respinti senza alcuna identificazione. Eppure le espulsioni collettive sono vietate dal quarto protocollo aggiuntivo della Carta europea dei diritti umani. Solo 24 di loro hanno potuto fare ricorso alla Corte europea, ma questa è più una sconfitta per coloro che non sono riusciti a ricorrere piuttosto che una vittoria del diritto, solo una minoranza vi è acceduta. Ogni tanto la giustizia batte un colpo, come è accaduto per le citazioni in giudizio emessa dalla Procura di Siracusa proprio per i fatti di agosto. Ma è una goccia nel mare, quella stessa citazione non è una condanna e potrà finire in archivio.

 E ci sono storie di opposizione a una “legge illegale” come la definisci tu.

Sì, è il caso dei salvataggi a opera di numerosi pescherecci italiani al largo di Mazara del Vallo. Per effetto della legge sull’immigrazione del’98 siamo arrivati a una situazione di assurdo conflitto: il divieto di portare a terra clandestini, passibile di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, contro l’obbligo di prestare sempre soccorso sancito dalla Convenzione Sar (Search and rescue) del ‘79. Una legge variamente interpretata dalla guardia costiera: può andare andare bene ai pescatori italiani, malissimo ai sette tunisini che nel 2007 soccorsero alcuni naufraghi. Furono arrestati e le loro navi poste per mesi sotto sequestro a Lampedusa, dimezzate così del loro valore, provocando infine licenziamento e disoccupazione dei malcapitati. E ci sono poi storie che non vorremmo mai sentire, quando nemmeno la legge del mare può nulla contro il terrore instaurato dalla legge reale: è il caso del peschereccio di Mola di Bari, il cui capitano ributtò a mare un naufrago che dopo poche bracciate annegò sfinito. Era il gennaio del 2008. Al di là di questi casi limite, penso che non ci sia solo un problema di legge, ma proprio di comunicazione. La gente non conosce i propri diritti ed è trattata come se ogni vita avesse un peso o un valore differente.

Come è possibile sviluppare una resistenza a questo stato di cose, come fare che la “fortezza Europa” stenda i suoi ponti e diventi una piazza?

Anzitutto bisogna prendere coscienza che l’immigrazione è solo una “parete” di questa fortezza. Tuteliamo da sempre la libertà di circolazione dei beni e delle merci, non lo facciamo allo stesso modo per le persone. Eppure i ponti si costituiscono con l’apertura. Il futuro è in un’altra finanza, in cui la vecchia Europa non giocherà più un ruolo di primo piano: l’interesse si sposterà sempre più sull’Africa e sul resto del mondo. Il rischio per l’Europa è quello della crisi e del collasso. Altri paesi crescono velocemente. Si può ancora trovare un equilibrio: è il caso dei gemellaggi tra i porti di Genova e Tangeri. La redistribuzione della ricchezza dovrà avvenire e passerà anche grazie al ruolo degli immigrati.

La Puglia e l’Altro

 

Andrea Aufieri,  Quel “Noi” che in Puglia è fatto di “Altri”, Palascìa_l’informazione migrante, Anno I, numero 1, gennaio-aprile 2010
http://www.metissagecoop.org

Il primo forum delle Città interculturali, a Bari l’11 dicembre scorso, è stata occasione di dialogo e condivisione. La giornata si è articolata in quattro momenti: il dibattito, gli interventi delle istituzioni internazionali, i report dalle undici città-pilota che partecipano al progetto e l’esperienza dei tre giorni baresi vissuta dai Giovani giornalisti europei.

Le interviste di Palascìa ai protagonisti:
Maud de Boer-Buquicchio, vice segretario generale del Consiglio d’Europa

Quali sono i punti irrinunciabili della sfida della diversità in Europa?

L’Europa è attenta alle necessità e ai bisogni dei territori per formare personale e sviluppare i servizi sociali. Poi quello che accade in ogni paese è una questione di atteggiamento: è stato uno sforzo di volontà, in passato, quello di far comprendere il funzionamento delle istituzioni al cittadino nativo. Oggi invitiamo le amministrazioni a mettersi nei panni dei cittadini stranieri, che spesso non sono consapevoli nemmeno dei propri diritti e hanno forti diffi coltà linguistiche. L’integrazione passa obbligatoriamente dallo sviluppo di questo punto.

Perché l’Italia è stata spesso richiamata dal Consiglio, nonostante la condivisione di politiche europee per il rispetto dei diritti umani dei migranti?

Credo sia necessario distinguere tra le competenze e le azioni del Consiglio d’Europa e quello che fa il vostro Governo: sottolineiamo che tutti coloro che arrivano in un paese straniero hanno la garanzia del rispetto di un livello minino di diritti umani, anche se irregolari e senza documenti, che sono gli stessi di cui godono tutti i cittadini.

Franco Cassano, docente ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari

Qual è il valore dell’intercultura messo a fuoco dalla lente pugliese?

L’arrivo in Puglia della Vlora ha ricordato a questa regione la sua vocazione di terra di confi ne, tra le italiane con il maggiore sviluppo costiero, terra di dominazione, invasone, contatto. Fatti depositati nella storia e nella ricchezza del suo patrimonio culturale, dalla Magna Grecia alla Grecìa salentina, dalla presenza albanese e di tutti coloro che sono arrivati: siamo per definizione un popolo molto mescolato, nel quale convivono sempre più dimensioni ereditate da tutti questi arrivi e partenze, un Noi quello pugliese, che è pieno di Altri.

Il mondo contemporaneo, però, pone delle fratture pericolose: come ricucire il contesto sociale lacerato dalle lotte orizzontali per il lavoro e la dignità?

Una delle conseguenze della globalizzazione è la liberalizzazione della forza lavoro. Dai paesi più poveri tutti vengono a cercare lavoro e si creano situazioni lavorative senza dignità, sicurezza, garanzie. Ma il problema del lavoro non riguarda solo gli immigrati: è un dramma che riguarda soprattutto i giovani del Sud, tra disoccupazione e precarietà. Quello che non deve accadere è che ci si divida, ognuno per il suo piccolo progetto, con il risultato che ci si indebolisce. Se i lavoratori sono divisi, si favorisce chi vuole mantenere in piedi la precarizzazione del lavoro e della società. Questo è un motivo di più per incoraggiare le pratiche di intercultura, perché è un terreno di riconoscimento comune e reciproco. Dare a tutti l’orizzonte della cittadinanza comune è la premessa per ridurre la diseguaglianza.

Silvia Godelli, assessore regionale al Mediterraneo

Bari sarà la dodicesima città interculturale e per la Puglia l’Europa sarà più vicina?

Una candidatura formale non è ancora pervenuta. Il vero obiettivo del forum è di rinforzare la collaborazione della Regione con il Consiglio d’Europa, che affronta temi condivisi e sostenuti, sperando siano d’aiuto alle città per una maggiore consapevolezza dei problemi sul tavolo.

Qual è il voto che assegna allo sviluppo dell’interculturalità in Puglia?

Sette meno: c’è una forte spinta del territorio a sviluppare progetti interculturali. Ricevo annualmente circa seicento domande di piccole iniziative interculturali territoriali. Piccole perché non hanno la pretesa di cambiare il mondo, ma radicate sul territorio e intenzionate a costruire luogo per luogo relazioni positive e processi di conoscenza di una diversità che numericamente cresce ed è culturalmente significativa, ma ancora limitatamente conosciuta. Reputo significativa questa spinta territoriale, cercheremo di assecondarla e consolidarla.

Qual è lo scenario che il suo assessorato disegna oltre il 2010?

Arrivo al 2015, nel quadro dei progetti europei di cooperazione territoriale, sia con i Balcani che nel Vicino Oriente e con il sud del Mediterraneo. Abbiamo ottimi risultati dopo aver rodato qualche anno, un’ inseminazione del territorio.

 

Le barriere dell’odio

Il maxi domino di Berlino e il muro cade un’altra volta

 

Andrea Aufieri, Palascia_l’informazione migrante, Anno I Numero 1, gennaio-aprile 2010
http://www.metissagecoop.org

Potenza delle immagini: “Le Temps” ha pubblicato una graphic novel lungo il muro di Berlino del disegnatore Patrick Chappatte, bravo anche con le parole:

“Non potrò mai spiegare il muro ai miei fi gli, perché non mi crederebbero. E avrebbero ragione. La realtà, a parte per quelli che l’hanno vissuta e si sono abituati, è demenziale”.

Altre immagini ormai celeberrime potrebbero aprire questo pezzo: il frame del soldato della Ddr che scavalca il muro poco prima di completarlo, nel 1961, per scappare a ovest. Il ragazzo che assesta uno dei primi colpi alla cortina, prima d’allora invalicabile se non a costo della vita (239 le vittime). Il murales della Trabant che apre una breccia. Mstislav Rostropovich seduto su una sedia con il suo violoncello, spalle al muro, ma e più complesso risalire al suono: un concerto improvvisato su alcune suites di Bach, suonate in tonalità maggiore perché l’interprete è felice. Foto che rendono l’agitazione dell’ultima notte delle due Berlino, quella del 9 novembre 1989, aperta dalla conferenza del ministro della Propaganda Gunter Schabowski, il quale informò che la Ddr avrebbe da subito concesso i permessi di viaggio ai cittadini dell’Est, la folla che si accalca di fronte alle incredule sentinelle.
Panico, ma l’Urss aveva recepito la lezione degli studenti cinesi, impartita a giugno da piazza Tienammen, nelle cui vicinanze il ragazzo in camicia bianca arrestava l’avanzata del carro armato imperiale. Potenza delle immagini.
E poi, come ha rivelato lo storico Timothy Garton Ash, quella notte Gorbaciov dormiva, e tutte le possibilità sarebbero state vagliate troppo tardi.
Questo evento planetario esplose da 13 mila profughi tedeschi, ripudiati: il 23 agosto l’Ungheria aveva rimosso le barriere di confine con l’Austria ed essi scapparono verso Budapest, senza poter arrivare a ovest. Allora invasero le ambasciate occidentali, ottenendo quello che volevano, ma umiliati dal percorso a ritroso per attraversare la frontiera orientale su vagoni piombati, senza fermate.

Berlino, vent’anni dopo, ha festeggiato la caduta davanti ai leader inglesi, francesi, russi statunitensi, all’ultimo segretario del Pcus, Mikhail Gorbaciov e al leader di Solidarność Lech Walesa. Presso la Porta di Brandeburgo l’ex presidente polacco ha dato la prima tellata che ha fatto cadere centinaia di blocchi in polistirolo colorato, con uno spettacolare effetto domino. Come nella realtà, la gente ha aiutato il protrarsi di quell’effetto. Il muro è caduto, l’utopia comunista era morta da un pezzo, un nuovo ordine mondiale è andato costituendosi, stritolando illusioni come quelle espresse a una settimana dalla caduta dall’ex cancelliere Usa Henry Kissinger:≪Di fronte ai mutamenti in corso, l’Urss cambierà la sua politica militare. E allora credo che vada rivalutato il fattore-sicurezza che ha reso necessaria la Nato≫. Detto da uno dei massimi esponenti della Realpolitik doveva essere un’ipotesi concreta. E il 5 giugno 1991, un anno dopo la vittoria del premio Nobel per la pace e a soli sei mesi dalla dissoluzione dell’impero sovietico, Gorbaciov affermò:≪Stiamo creando una nuova Europa dove “cortine” e “muri” apparterranno al passato e i confini non saranno piu “divisori”≫. Invece. L’ alternativa di un “socialismo dal volto umano”, predicata da Walesa e da Gorbaciov è stata corrotta, come direbbe Pasolini, dall’“ideologia edonistica del consumo”e abbracciare il sistema del benessere a portata di portafoglio è stato un gesto di adesione emotiva piuttosto che politica.

Ma qual e stato il prezzo di tale scelta? Stavolta con il professore Franco Cassano, diremo lo “schiaffo in faccia”della Vlora nel’91, l’inferiorizzazione dei lavoratori immigrati e le divisioni orizzontali nella forza-lavoro, la precarietà. E la rinascita dell’imperialismo russo sulla Cecenia, tollerata solo sotto pressione. Dei gasdotti ovviamente.

“No more wars no more walls” recita un graffito nella East-side gallery di Berlino, e speriamo si avveri quello che Simon & Garfunkel cantano in “The Sound of Silence”, che le parole dei profeti siano scritte sui muri (dei sottovia o di quello che volete), perché la realta disillude e di profezia si tratterebbe: il muro di Berlino era lungo oltre 155 chilometri e alto 3,6 metri. Dal 10 dicembre sappiamo che la barriera egiziana che chiuderà completamente il perimetro della striscia di Gaza sarà lunga solo 11 chilometri, ma profonda circa 30metri, per bloccare i tunnel sotterranei costruiti dai contrabbandieri. Il muro di Nicosia e stato eliminato, ma Cipro resta divisa dall’odio, così come accade in Corea e Vietnam. Un muro lungo centinaia di chilometri e alto dai 2 ai 4 metri divide il confine statunitense dal Messico; un muro di sabbia lungo oltre duemila chilometri protegge il Marocco fino all’oceano Atlantico. Questione di materiali e non di civiltà, soprattutto se ci capita di fare un giro in via Anelli a Padova.

L’utopia securitaria crollerà sotto la potenza delle immagini?

XNews!

La pagina ospita il rimando alla categoria”Selezione da XNews”, periodico di informazione sociale, culturale e politica che ho diretto da maggio 2011 a febbraio 2012, edito dall’associazione ICS_impegno cristiano sociale.

https://andreaaufieri.wordpress.com/category/selezione-da-xnews/

I link attualmente attivi che riguardano il periodico sono i seguenti:

Di seguito il documento/manifesto che anima l’azione di XNews:

VOGLIAMO

  • un giornalismo di prossimità, ancora umano e ancora empatico, che a tal fine impegni i mezzi di cui dispone. Che stia attento al lessico impiegato, perché le parole sono ancora molto importanti, e che tuteli anche da questo punto di vista le persone più sole;
  • un giornalismo che stia dalla parte di quella “pubblica verità” che il giornalista e vittima della mafia Pippo Fava descriveva così bene nel suo “spirito di un giornale”;
  • ascoltare e far parlare in prima persona anzitutto le fasce più deboli della popolazione, quelle invisibili, quelle senza garanzie. Provare con questo a ritessere le trame interattive della cittadinanza, troppo spesso spezzate da abusi, soprusi e semplice indifferenza;
  • tastare il polso della gente, quella per cui gli accordi segreti tra le aziende, gli accordi diplomatici sottobanco, il signoraggio, le connivenze tra stato e malavita organizzata, i meccanismi del quinto potere, tutte le guerre, sono brutte malattie, certo. Ma sono malsani anche il pizzo, la ricerca della raccomandazione, lo sfruttamento cui ci si piega per campare e tutte le fratture aperte nel mondo del lavoro, che ci fanno dimenticare di essere portatori sani di dignità; tutti, nessuno escluso, e ben al di sopra della precarietà totalizzante cui ci si vorrebbe ridurre, come di ogni logica finanziaria;
  • dare un contributo alla crescita degli anticorpi che da quest’aria malsana scaturiscono, perché si è detto troppo spesso ultimamente che il vento è cambiato. Dimostriamolo!

VOGLIAMO FARLO

  • lottando perché le notizie non siano appannaggio di network con secondi fini di predominio, controllo, consumo.
  • cominciando a parlare dei bordi delle strade, dei bordi della vita: vogliamo parlare di salute, di relazioni, dell’amore, di un ambiente sano. Vogliamo parlare di legalità, della buona politica dal basso, della trasparenza, delle pari opportunità e dei tratturi meno visibili, meno affannati dalla ricerca di un posto al sole, che portano ugualmente a una comunione tra le genti.
  • interpellando tutte le culture di cui sarà possibile dare testimonianza, perché crediamo fortemente che il nostro essere cittadini e poi giornalisti non possa esaurirsi nella sola eventistica da agenda.
  • parlando della cultura della pace, e siccome ce ne siamo innamorati, non vogliamo solo parlarne, ma vogliamo viverla concretamente. Qui, al centro di quel crocevia che Antonio Bello da Alessano cercava di rendere “arca di pace” contro chi vedeva una Puglia come strumento, “arco”, di guerra. E ancora da qui, dove un pensiero meridiano aperto, ospitale, pacifico, apparentemente lento solo perché profondo, attende d’irradiarsi nella nostra generazione.

VOGLIAMO CHE SIA

Un documento messo a disposizione e a garanzia dei propri utenti, delle proprie fonti e a monito di sovventori, sponsor e sostenitori e degli stessi estensori, per continuare a migliorare.

Lezione di Storia

  pubblicato sul quotidiano leccese Il Paese Nuovo martedì 7 giugno 2011

L’Italia secondo Roberto Martucci: il noto studioso ripercorre le falle dell’unità per analizzarne lucidamente falsità e strumentalizzazioni, senza dimenticare miti e tabù della storicistica italiana. Un’intervista di Andrea Aufieri.

Roberto Martucci, storico del Costituzionalismo, è il presidente del Corso di Laurea in Scienze politiche e delle Relazioni internazionali dell’Università del Salento. È l’autore di originali e documentati studi sulla formazione dello Stato italiano (L’invenzione dell’Italia unita. 1855-1864,Sansoni 1999 e Storia costituzionale italiana. Dallo Statuto albertino alla Repubblica (1848-2001), Carocci 2002) e sulla Rivoluzione francese (L’ossessione costituente. Forma di governo e costituzione nella Rivoluzione francese, Il Mulino 2001). A colloquio con lui per saperne di più sulla formazione del nostro Stato, sulla strumentalizzazione operata per interessi economici e politici e per apprendere dei miti e dei tabù degli storici italiani.

Dopo quanto accaduto in questi centocinquant’anni di storia patria, possiamo affermare di vivere nel migliore dei mondi possibili?

Credo che per nessuno Stato al mondo ci possa essere una risposta positiva; l’Italia non lo è ed essa non è divenuta quale la pensarono i padri fondatori Cavour, Vittorio Emanuele II, Mazzini, Garibaldi e i nostri Libertini, Castromediano e Pisanelli. Purtroppo, lo Stato italiano versa in una crisi profonda da almeno vent’anni, da quando si è esaurita la funzione dirigente della Dc che aveva governato dalla fine della guerra fino al ’92, e da allora siamo in piena crisi istituzionale e non sappiamo prevederne gli sbocchi. Il “berlusconismo” è stato una meteora, e quando si sarà esaurito come fenomeno politico di natura populista (visto che Berlusconi ha 75 anni e non si vedono eredi politici all’orizzonte), l’opposizione attualmente frantumata e priva di programmi politici avrà difficoltà ad impugnare le redini dello Stato. Vedo un avvenire grigio.

La nostra Carta costituzionale può offrire uno spiraglio?

 Il riferimento alla Costituzione va sempre bene, soprattutto per i primi dodici articoli dei principi fondamentali. Perché poi l’organizzazione dello Stato ricalca un modello ottocentesco e ha dimostrato di non funzionare: il bicameralismo è andato malissimo peggiorando di legislatura in legislatura e in maniera evidente negli ultimi quindici anni. Con l’ultima legge Calderoli i deputati e senatori sono scelti dall’alto un po’ come per la legge Acerbo del 1923, quindi una volta che l’elettore ha scelto tra destra e sinistra non può fare altro perché costretto a votare in blocco i candidati di quella lista. Per la destra li ha scelti di persona Berlusconi e in parte minore Fini. Per l’opposizione le scelte sono venute da Roma sia per Casini sia per il Pd e per Di Pietro, nessuno spazio per iniziative dalla periferia regionale (circoscrizioni). E questo spiega anche la transumanza di deputati e senatori e la compravendita a favore dell’area di governo. L’Idv proprio per le modalità empirico-pasticcione che hanno caratterizzato la scelta dei candidati è stato salassato. Ormai Scilipoti e Razzi sono più conosciuti del Sette di denari nelle partite a carte all’osteria, perché si sono messi sul mercato in modo vergognoso, come vergognosa è stata la nomina dell’ultimo ministro dell’agricoltura Romano, indagato per favoreggiamento mafioso. In sostanza, tutte le modernizzazioni di cui ha beneficiato negli ultimi trent’anni lo Stato italiano sono state una conseguenza del recepimento di direttive europee: ho l’impressione che solo un rafforzamento dell’Ue con imposizione di regole cogenti e vincolanti potrà aiutarci a uscire dalla crisi. Anche se c’è da dire che in tutti gli ordinamenti federali o confederali (com’è attualmente l’Ue), le leggi elettorali sono di pertinenza degli Stati membri e non sono regolate dal Parlamento (o Congresso) federale.

Quando si è palesata questa crisi politica?

 Nel 1982, anno dell’insediamento della prima Commissione bicamerale presieduta da Aldo Bozzi, uomo politico di grande probità e rimpianto da tutti, avviene la certificazione della crisi istituzionale, dovuta al nostro bicameralismo perfetto, o paritario. Ma poi conta anche l’eccessiva frammentazione dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato della Repubblica, i cui membri possono uscire e fondare nuovi gruppi. E ancora il bizantinismo di certe procedure: la fiducia all’intero governo comporta crisi e cadute dell’intero esecutivo anche nel caso si debba sostituire un solo membro, nonostante la teoria dei “poteri impliciti” (di derivazione statunitense, ma respinta dalla dottrina costituzionale italiana) possa far pensare alla possibilità di revoca congiunta da parte dei presidenti della Repubblica e del Consiglio, questa pratica però è di derivazione statunitense e non è mai stata consuetudinaria da noi.
Altro tasto dolente è il ruolo del nostro presidente del Consiglio, un primus inter pares che se guida una coalizione compatta, di pochi partiti e gode di prestigio nazionale ed estero notevole, allora riesce a incidere sulla politica governativa, altrimenti risulterà paralizzato da veti incrociati che i singoli partiti gli opporranno. Di questi politici di grande prestigio ne abbiamo avuti pochissimi nell’Italia repubblicana, mi fermerei alle figure di De Gasperi, Fanfani e Moro; mentre le esperienze governative dell’ultimo diciottennio sono inadeguate, se non penose.

Parlando del centocinquantenario molti fanno affondare questi problemi in un vizio di nascita dello Stato italiano. Quanto è storiograficamente attendibile questa idea?

 La questione è complessa. Adesso è stata tirata fuori per motivi politici da movimenti “antisistema” come la Lega Nord, che è il partito che in questo momento tiene il governo del paese in pugno, mentre il Pdl non esiste come partito politico, ma è un enorme gruppo di deputati e senatori scelti su basi che non hanno motivazioni di tipo razionale-weberiano. La Lega ha speso l’argomento della non perfetta origine dello Stato italiano (conquista regia, Plebisciti fasulli), ma lo ha evocato a casaccio, non facendone oggetto di ipotesi ricostruttive; comunque, i suoi vertici non sarebbero in grado di entrare in àmbiti di pertinenza degli storici: i politici non hanno competenze e strumenti per affrontare una questione complessa come la nascita dello Stato italiano.
In effetti, da  studioso posso dire che lo Stato italiano è il prodotto di un’espansione militare del Regno di Sardegna guidato dal conte di Cavour e dal re Vittorio Emanuele II. A seguito della guerra vittoriosa in Lombardia nel 1859 agenti  cavouriani destabilizzano tutti gli Stati dell’Italia centrale, nonostante tutti, ad eccezione di Modena, fossero neutrali. Entro giugno 1859 il ducato di Parma e Piacenza e le Romagne pontificie sono sottoposti a governi provvisori a guida dittatoriale (Ricasoli in Toscana e Farini in Romagna), in attesa di confluire nel Regno di Sardegna.

In quel momento, lo Stato Pontificio è sotto protezione militare francese: a Roma staziona una imponente guarnigione in grado di respingere qualsiasi attacco. La fortunata opera di annessione in violazione di tutti i trattati internazionali porta Vittorio Emanuele II e Garibaldi all’idea di attaccare i territori papalini, penetrandovi dal Nord, attraverso il confine di Cattolica dilagando verso Ancona e Perugia. Ma, in tal caso, la reazione militare francese sarebbe stata immediata e il Regno dell’Alta Italia si sarebbe disintegrato, vanificando otto anni di intensa attività cavouriana. Il dispositivo militare sardo non era in grado di reggere all’urto francese. In considerazione del fatto che il Regno delle Due Sicilie era isolato da diversi anni sotto il profilo internazionale da Londra e Parigi e che le uniche due Potenze estere benevolenti erano Austria e Russia (sotto scacco perché avevano perso la Guerra di Crimea nel ’55 e quella di Lombardia nel ’59 e, quindi, impossibilitate a fornire aiuto militare), Cavour indirizza l’attivismo bellicoso del re e di Garibaldi verso Mezzogiorno. Prende dunque corpo un’ aggressione militare coperta che conosciamo con il nome di Spedizione dei Mille, e che ancora oggi i libri di storia presentano come autonoma iniziativa patriottica di volontari democratici, contro il volere del governo sardo: questa versione dei fatti è arbitraria o, se si preferisce, costituisce una disinvolta manipolazione storica.
Certo è che il governo Cavour chiuse gli occhi rispetto alla concentrazione a Genova di un migliaio di volontari del disciolto corpo dei Cacciatori delle Alpi già comandati da Garibaldi nella Guerra di Lombardia. I fucili che ricevettero appartenevano alla Società Nazionale guidata dal patriota Giuseppe La Farina, collaboratore di Cavour, che non si sarebbe mosso senza l’avallo del conte. Queste cose le sappiamo attraverso la consultazione del Carteggio Cavour, edito a cura della Commissione nazionale per la pubblicazione delle sue opere.

Cosa animava allora le ambizioni di Cavour?

La costruzione di un grande Regno peninsulare era da lui accarezzata in previsione dell’imminente taglio dell’istmo di Suez, che avrebbe reso più rapidi i contatti con il subcontinente indiano sotto sovranità britannica. Negli ambienti europei s’ipotizzava la costruzione di una gigantesca ferrovia che potesse collegare Londra a Brindisi passando per Parigi, Roma e Milano. I passeggeri della “Valigia delle Indie” a Brindisi si sarebbero imbarcati su navi inglesi. Un viaggio che si sarebbe rivelato davvero molto più breve, permettendo di dimezzare la navigazione oceanica.
Inoltre, non conoscendo a fondo la situazione economica degli abitanti del Regno delle Due Sicilie, a forte vocazione industriale (su 10 milioni di abitanti, 1,5 trovava lavoro nelle industrie metallurgiche e tessili, poi in quelle tipografiche e della fabbricazione della carta), Cavour pensava invece di svilupparne l’agricoltura, facendone il granaio d’Europa.
C’è da dire che l’intera unificazione della Penisola italiana si compie in venti mesi tra il giugno 1859 e il gennaio 1861, sotto la guida di Cavour: siamo di fronte a una compressione dei tempi storici, il tempo di unificazione della Francia, così come la conosciamo oggi, abbraccia diversi secoli, dal medioevo fino alle guerre della seconda metà del Settecento di Luigi XV; lo stesso vale per la Gran Bretagna, che esiste come tale solo dal 1707 (Atto di unione dei Regni di Scozia, Irlanda e Inghilterra), ma dopo che per secoli si era imposta l’egemonia inglese; la Spagna ha richiesto circa 500 anni per la Reconquista promossa inizialmente dai re visigoti e poi portata avanti dai re di Catsiglia e Aragona fino all’espulsione del re moro di Grenada, pochi mesi prima della partenza di Colombo per l’America (1492). I grandi regni hanno impiegato diversi secoli a formarsi e cementare i legami tra popoli abituati ad essere estranei l’uno all’altro. Nell’unificazione italiana, invece, nel giro di una ventina di mesi sono scomparsi sette Stati formalmente indipendenti e teniamo presente che i 21,5 milioni di italiani non parlavano la lingua nazionale: parlavano italiano solo in due milioni, come ha ricordato Tullio de Mauro nella Storia linguistica dell’Italia unita, dunque i sudditi toscani più 500mila tra romani e umbro-marchigiani abitanti dello Stato Pontificio, cui si aggiungevano piccole élite nelle diverse capitali statali e nei capoluoghi di provincia. Per il resto, centinaia di dialetti di origine preromana, mentre le élite dirigenti parlavano francese: nel Carteggio di Cavour almeno la metà dei venti volumi è in francese.

Questo però non deve portarci centocinquant’anni dopo a rimpiangere il passato o a ipotizzare destini diversi o praticati attraverso il resettaggio della comune patria italiana. In sede storica i fenomeni si analizzano, non si celebrano: così come quando si analizza la Seconda guerra punica e si mettono in luce la genialità militare di Annibale e l’organizzazione estremamente razionale del suo esercito, questo non significa che oggi si debba riproporre un nuovo dominio cartaginese del Mediterraneo. D’altro canto, noi storici non possiamo autocensurarci; soprattutto, analizzando un periodo che va dal 1815-20 al 1862-65 non possiamo impedirci di indagare a fondo, autoparalizzandoci con l’incongruo dilemma: “se vado avanti nei miei studi , utilizzando tutti i documenti disponibili, chissà che uso ne verrà fatto”. Non bisogna barare nella consultazione delle fonti, occorre separare l’esposizione di eventi (e dei documenti che li supportano) dalla loro interpretazione. Così facendo, uno storico (vale a dire, un professionista del settore) mette sulla buona pista il lettore richiamando le sue opzioni interpretative e le ipotesi delle quali si assume la paternità.

In un  arco temporaneo ristretto muoiono tutti gli attori dell’unità: quanto ha inciso questa casualità sul consolidamento dello Stato?

Certo, ne risulta una classe dirigente depauperata: al pari del vecchio Regno di Sardegna il nuovo Regno d’Italia ha un’ élite ridottissima, scelta tra gruppi ristretti di notabili residenti  a Milano, Torino, Firenze, Palermo, Napoli.  Il conte di Cavour muore di malaria perniciosa endemica a meno di tre mesi dalla proclamazione del Regno d’Italia: era stato circa otto anni presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna e la sua morte impedisce di completare il processo in corso di attribuzione delle funzioni di direzione politico-istituzionale al titolare della presidenza del Consiglio, un istituto no previsto dallo Statuto Albertino e, quindi, esistente di fatto. Nessuno dei successori di Cavour sarà alla sua altezza; il solo Giolitti può essere ricompreso nella scia di quel sommo statista, ma è lontanissimo dal suo livello. C’è un problema di classe dirigente selezionata all’interno di un nucleo ridottissimo di notabili. Sui maschi maggiorenni, circa 5 milioni di capifamiglia, hanno diritto di voto solo in 427mila, tra questi votano la metà: 180-200mila italiani eleggono un po’ più di 400 deputati e decidono per 21 milioni di persone.
Tra quei deputati il re dovrà individuare il presidente del Consiglio. La storia della monarchia liberale che dura fino al 1922 ci dà settantacinque governi di durata infinitesimale: da Tommaso Tittoni, presidente per undici giorni, ai tre mesi del Sonnino I e II. Altri un po’ più di tempo come Crispi e Giolitti, ma nessuno ha mai raggiunto il livello anglosassone. Finora nessun governo è restato in carica un’intera legislatura, i cinque anni previsti.

In barba alle questioni territoriali, vere quanto strumentalizzate, la storia la scrivono sempre i vincitori?

Sempre. Non a caso quando è uno studioso straniero a ricostruire gli avvenimenti di uno Stato, se padroneggia la lingua e si documenta bene ci dà un quadro più fresco e meno censurato. Lo stesso dicasi per gli italiani che si occupano di eventi inglesi o francesi. Lo storico deve conoscere perfettamente lingua e fonti. E se prendiamo in esame i quattro storici anglosassoni che negli ultimi cinquant’anni si sono occupati del Risorgimento, vediamo che  rientrano perfettamente nel paradigma appena enunciato: Denis Mc Smith, Lucy Riall, Martin Clark, Cristopher Duggan. I libri di questi autori hanno sempre suscitato grandi polemiche, ma si tratta di studiosi di grandissimo profilo, cui gli italiani contestano una “lesa maestà” storiografica, perché toccano un nervo scoperto e non hanno miti e tabù degli storici italiani; ma è reciproco: anche gli studiosi italiani che analizzano la Rivoluzione Francese o l’epopea di Cromwell si comportano allo stesso modo, senza lasciarsi influenzare da timori reverenziali nei confronti di padri della patria e fondatori di Stati.

Volendo fare un elenco dei miti e dei tabù degli storici italiani?

prof. Roberto Martucci

Visto che un determinato macro-evento (per esempio, la nascita del Regno d’Italia) si è verificato, non poiteva che andare così; questo paralizza la ricerca storiografica. Con rarissime eccezioni che non elencherò analiticamente, fermandomi ai nomi di Federico Chabod, Adolfo Omodeo, Marco Meriggi e Piero Bevilacqua, autori di lavori solidissimi e scevri da pregiudizi. Fuori di questi nomi prevale una descrizione demonizzata degli Stati preunitari.
A parte lo Stato Pontificio (decisamente il più indifendibile perché mancava di requisiti di modernità richiesti dai Memoranda delle Potenze europee a partire dal 1815), gli altri 5 Stati preunitari erano invece egregiamente amministrati, a cominciare proprio dall’austriaco Regno Lombardo-Veneto. Variava la dimensione territoriale: i due Ducati padani di Parma-Piacenza-Guastalla e di Modena-Reggio-Mirandola coincidevano con il limitato territorio delle attuali province d’identica denominazione; la Toscana ricordava il Belgio, e le Due Sicilie occupavano il 40% dell’intero territorio italiano.
In sede storiografica, coloro che hanno condannato in blocco gli Stati preunitari hanno creato confusione tra l’inesistenza di un regime rappresentativo e l’efficienza dell’organizzazione amministrativa degli stessi. Fino al 1848 non si conoscono in Italia sistemi di selezione della classe dirigente tramite elezione. In quel periodo l’ondata di agitazioni di piazza spinge tutti i regnanti a concedere costituzioni o statuti. Finita la vampata quarantottesca, queste concessioni sono revocate ovunque tranne che nel Regno Sardegna. Dunque, con l’eccezione sarda, i Parlamenti non esistono, non si vota, ma l’amministrazione è alla francese, con un sistema di intendenti che anticipano i prefetti, un sistema giurisdizionale di magistrati insediati, due gradi di giudizio e la possibilità di ricorso per Cassazione. Si ricordi che nel Regno delle Due Sicilie alla magistratura si accede attraverso concorso pubblico. In sede storiografica si presume che i notabili e gli artigiani che abitano le città di questi Stati italiani preunitari, nonché gli abitanti delle campagne, abbiano manifestato un tacito consenso nei confronti dei governanti, come in effetti accadeva durante l’Ancien Régime prima delle rivoluzioni negli Usa (1776) e in Francia (1789). Avrei dovuto ricordare anche l’Inghilterra un secolo prima, ma la condanna a morte del re (1649) non ha avuto grande fortuna nel continente europeo, anche se gli storici sanno che l’ordinamento anglo britannico è matriciale, che le colonie inglesi nordamericane sono organizzate come la madrepatria, dunque man mano che si popolano i maschi maggiorenni bianchi liberi ottengono la possibilità di eleggere assemblee rappresentative nei propri collegi. In Europa, però, il modello matriciale inglese è dileggiato da tutti, con l’eccezione di Montesquieu. Rousseau, per esempio, lo irride perché dice che i cittadini inglesi esauriscono la libertà con l’atto del voto e poi tornano a essere schiavi. Certo, quando Rousseau scrive bisogna dire che il Regno Unito adotta un sistema elettorale ultracensitario, connotato da circoscrizioni elettorali definite “borghi putridi” (per l’insignificante numero di abitanti) e con lo scarsissimo peso elettorale attribuito a città economicamente influenti come Manchester.

Nel Regno delle Due Sicilie si scontrano le posizioni di lealisti, briganti, mazziniani, filopiemontesi: oggi posizioni che richiamano alla potenziale esistenza di un’arcadia borbonica o all’anarchismo dei briganti quanto sono enfatizzate?

Cercando di semplificare la risposta: in via preliminare la nascita di movimenti neoborbonici sviluppati negli ultimi quindici anni è legata al senso di frustrazione nato con la propaganda demagogica della Lega Nord contro l’Italia meridionale e la sua amministrazione. In genere queste battaglie sono portate avanti da persone non professioniste della storia, ma da liberi professionisti come  avvocati o medici e ingegneri e da impiegati e insegnanti, che hanno cominciato a guardare con simpatia a discorsi del tipo “Non siamo nati oggi”, “Il Regno di Napoli è esistito per otto secoli”, “Questi erano i territori della Magna Grecia”, ricorrendo sempre a forti semplificazioni di un certo impatto emotivo.
I movimenti neoborbonici hanno mitizzato un’età d’oro coincidente con l’ultima ricostituzione del Regno di Napoli e di Sicilia risalente al 1735, quando Carlo di Borbone, il figlio di Elisabetta Farnese e Filippo V re di Spagna, dopo aver sbaragliato gli austriaci a Bitonto, entra trionfalmente a Napoli e assume prima lì e poi a Palermo le corone dei due regni di Sicilia al di qua e al di là del Faro (di Messina). I neoborbonici enfatizzano come periodo di rinascita culturale, industriale istituzionale e amministrativa il periodo dal 1835 al 1860. Ed è comprensibile la loro frustrazione quando persone che parlano un italiano approssimativo (deputati, senatori e ministri non parlano più come De Gasperi; Fanfani o Togliatti) attaccano in blocco il Meridione e la sua classe dirigente. Di qui l’inevitabile rissa: in città che hanno dato i natali a personaggi del valore di Gaetano Filangieri, Vincenzo Bellini o Filippo Briganti, insorgono verbalmente fior di notabili frustrati all’insegna di proteste comprensibili (“come si permettono Calderoli e Bossi di diffamare i meridionali?”), disgiunte però da un comportamento elettorale che li porta, contraddittoriamente, a gravitare nell’area governativa egemonizzata dalla Lega Nord.

Tutto comprensibile, dunque; ma nessuno strumento scientifico per analizzare in modo compiuto, come farebbe uno storico di professione, la storia del Regno di Napoli.
Secondo elemento è il crollo del Regno delle Due Sicilie, legato a un complesso di concause. Prima ho ricordato la Spedizione dei Mille come “aggressione militare coperta”. Ma se il Regno fosse stato solidissimo dal punto di vista istituzionale e della sua classe dirigente, mai un corpo spedizionario formato da soli mille combattenti sarebbe riuscito a sbaragliare il dispositivo militare del Regno delle Due Sicilie.
Nel maggio 1859 re Ferdinando II a quarantanove anni e mezzo di età muore per tumore e lascia il trono al figlio ventunenne Francesco II: da un re esperto, passato indenne dalla crisi micidiale del 1848, all’inesperienza di un figlio di cui l’élite napoletana non si fida ciecamente. Nella storia spesso il caso è rilevante: i ceti altoborghesi di medici, avvocati e proprietari terrieri non credono nella sopravvivenza del regno e appena Garibaldi arriva aderiscono in massa al nuovo ordine.
Quelle che non aderiscono per niente sono le masse contadine, inizialmente rabbonite da Garibaldi con la promessa della riforma agraria, cioè della spartizione della terra demaniale ed ecclesiastica.
La riforma agraria sarà opera del ministro democristiano Antonio Segni nel 1952; Garibaldi, invece, quella terra non la dà e viceversa il nuovo regno introduce tasse a carico proprio dei più poveri, perché la tassa sul macinato colpisce soprattutto tasche e pancia della gente che non ha i pochi centesimi necessari per panificare.
In modo spregiudicato agisce poi a Napoli una quinta colonna interna formata da ex emigrati politici che destabilizzano il regno, agitando l’idea che possa praticarsi un’alleanza politica tra Napoli e Vittorio Emanuele se sarà concessa autonomia all’ormai perduta Sicilia: in questo caso il Regno di Sardegna si accontenterebbe di dividere in tre l’Italia, con Torino, Napoli e Roma pontificia.

Avendo detto che il regno implode, torniamo alla sua classe dirigente preda del disincanto: il regno nel complesso ha un salasso dell’élite in tre momenti storici. È un’entità istituzionale con una già ridotta classe dirigente, poi depauperata attraverso purghe e guerre: prima con la caduta della Repubblica partenopea nel 1799, quando Nelson impone a Ferdinando IV di giustiziare tutto il ceto dirigente, centinaia di elementi di valore nel fiore degli anni tolti di mezzo; poi la seconda ondata con il fallimento del nonimestre costituzionale 1820-‘21 in cui a seguito di un pronunciamiento militare diretto da Guglielmo Pepe, generale murattiano mantenuto nel grado dal Borbone dopo la Restaurazione del 1815. Il movimento aveva portato all’introduzione a Napoli e in Sicilia della costituzione spagnola del 1812, detta “di Cadice”. Il tentativo costituzionale provoca un’azione riformatrice annientata poi dall’intervento militare austriaco, che provoca l’emigrazione in massa dell’élite istituzionale. Con il fallimento del 1848 arriviamo alla terza purga, anche se non sanguinaria: ma quando fette consistenti delle classi dirigenti prendono la strada di Parigi, di Londra o degli Stati Uniti, restano i più conformisti che da opportunisti saranno a favore di chi vince.

E la questione del brigantaggio?

Il brigantaggio è un fenomeno complesso: chi dice che è sempre esistito nelle Due Sicilie dice una verità e una menzogna al tempo stesso. Il fenomeno è endemico in tutti gli Stati del Mediterraneo dal Medio evo fino alla Prima guerra mondiale, il problema è che non ha mai raggiunto le basi di massa del brigantaggio meridionale dal 1860 al 1865-66. In quel periodo si contano bande che superano il migliaio di combattenti. Alcune, come quella di Carmine Crocco, superano i 1200 uomini a cavallo, lo stesso organico di un reggimento di cavalleria regolare.
Questo fenomeno non è inizialmente costituito da elementi criminali, ma da soldati borbonici sbandati, poi dai disertori piemontesi garibaldini e, dal ’62, queste bande sono rinforzate da renitenti alla leva. Il nuoivo Regno d’Italia vuole infatti armare mezzo milione di soldati e chiama alle armi i contadini, molti dei quali scappano in campagna e per evitare di esser fucilati (come disertori) si aggregano ai briganti. Parecchie migliaia di combattenti che praticano una tipica guerriglia, analoga alla guerra di alcune tribù indiane come gli Apaches degli stessi anni negli Stati Uniti.

L’Italia meridionale in fiamme, la grande insurrezione contadina contro le promesse non mantenute da Garibaldi e i briganti combattuti dal regno con misure draconiane come lo stato d’assedio: si aggiunge la fucilazione immediata di individui armati o trovati in possesso di risorse alimentari superiori al sostentamento per due giorni. Cioè, se un contadino viene trovato in campagna con una quantità di pane superiore al peso di 400 grammi (considerata razione giornaliera) può essere fucilato dato che si presume che voglia somministrare il pane eccedente a briganti alla macchia. Ma, un conto è consegnare le armi entro il periodo stabilito e rischiare la fucilazione alla scadenza di quel periodo, mentre fucilare chi ha del pane in più è una cosa che urla vendetta.
In quel periodo, inoltre, a causa della censura sulla stampa, i giornalisti potevano risiedere solo nei capoluoghi senza avventurarsi in provincia: ne consegue che ancora oggi non si sa quanti sono stati i civili fucilati nel decennio di repressione del Brigantaggio. Effettuando calcoli complessi si può ipotizzare che tra l’estate 1860 e il 1870 furono uccisi un numero di contadini che oscilla tra i 17 mila e i 78 mila, a seconda degli indicatori impiegati, dei fucilati, degli abitanti morti dopo incendi appiccati dai bersaglieri, eccetera. Un esempio per tutti: se in una cittadina di seimila abitanti come Pontelandolfo i sopravvissuti sono circa tremila, non possiamo azzardare cifre esatte, ma mancano all’appello altri tremila abitanti.

C’è un periodo della nostra storia in cui proprio l’abbiamo “imbroccata” e dal quale prendere esempio per il periodo oscuro che ci attende?

L’età giolittiana, dalla crisi di fine secolo e Zanardelli fino al 1914, è stata senza dubbio un buon periodo, interrotto purtroppo dalla follia dell’intervento italiano nella Grande guerra.
Probabilmente poi il periodo della ricostruzione repubblicana, tra il 1946 e il ’60: il boom economico, il rapido superamento delle distruzioni della Seconda guerra mondiale; poi una seconda fase negli anni Sessanta, quando sembrava che il benessere fosse infinito e diffuso e il fenomeno culturale del ‘68 contribuì all’europeizzazione delle italiane e degli italiani, delle città, allo svecchiamento nelle relazioni e nei costumi. Purtroppo l’eccessivo incancrenirsi delle vertenze sindacali e delle lotte sociali hanno poi incubato fenomeni di natura eversiva e terroristica che hanno incrinato il processo di emancipazione degli strati popolari e di modernizzazione del paese. Riprendessimo da lì…

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