Una questione di tatto

Sì, ammettilo. Una sera ti sei accorto che Bari in fondo ti è piaciuta. Lascia perdere che adesso a Lecce stai recuperando il tempo perduto e che quella è casa tua, ovunque tu sia. Certe cose capitano all’improvviso.

E quando capitano, deleghi sempre la faccenda alle mani. Scorrere con la levità di una carezza il dorso di una panchina sul lungomare Nazario Sauro in una notte deserta d’estate. Lo stesso gesto che d’istinto hai fatto per tutti i cinque piani del corrimano di quella redazione milanese. Era quasi un addio e hai stretto con forza, come chi sa di aver perso una donna prima di averla un’ultima volta.

Al termine della scalinata pensavi di avere le mani sporche di polvere e invece no. E così con le schegge nodose di quella panchina. Una parte di te passeggia ancora lì di notte, pipa accesa e pensieri fumanti.

Con la bocca provavi a formare nuvole di progetti futuri, ma il vento ti sembrava li portasse via. Non era così. Diceva la sua, li modificava, li estendeva, ci scherzava forte. Un po’ permaloso, tiravi su lo scaldacollo e squadravi muto l’oscurità. Forse un ubriaco ti veniva incontro, forse una coppia rideva della tua solitudine.

Al tuo passo, dall’accademia di aeronautica a piazza Umberto I ci sta tutta “…And Justice for All” e la Bari notturna incide sui tuoi reni: una questione di fissità delle cose, di forza del vento, di ars vivendi e di qualcosa di mostruoso alla coda dell’occhio destro di molte persone. Buste e altri rifiuti orchestrano danze macabre al ritmo della tramontana notturna su via Sparano. Provi a seguirle e già le hai perse. Perché le persone giuste erano in fondo al vicolo. Emanavano una luce che non riuscivi a vedere. Eri troppo impegnato a sfregare sulle polarità del tuo contatore. Con le mani.

 

*Foto di Andrea Aufieri, Bari – Zona Portuale. Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate – Non commerciale 3.0

Sugo e libertà, il progetto Netzanet

 Al via Netzanet, progetto di autoproduzione della salsa di pomodoro tra precari e migranti. 

Da settembre a Bari u’sug, la salsa di pomodoro, avrà un gusto nuovo: quello della libertà. Schiere di nonne, sagge depositarie della tradizione, sovrintenderanno con severità le fasi di trasformazione dell’oro rosso in conserve. Autoprodotte, tra gli altri, dai migranti che occupano l’ex liceo «Socrate».

Alfia Di Marzo, poco più che trentenne, è responsabile, per l’associazione «Solidaria» del progetto «Netzanet»: un ambizioso programma di autoproduzioni a sfruttamento zero che coinvolge migranti e precari di tutta la città. «L’idea è venuta al collettivo “Rivoltiamo la precarietà” – spiega – durante una delle cene di sostegno per i migranti che vivono nella “Casa del Rifugiato” e nel “Socrate”. I migranti, per lo più eritrei, preparano un ottimo zigni (stufato a base di manzo o pollo, con cipolle rosse, aglio, pomodori e spezie varie, servito su una specie di piadina, l’injera), che va sempre a ruba. Sanno scegliere gli ingredienti migliori e sanno come trasformarli».

Allo stesso modo i ragazzi del collettivo hanno pensato di poter fare con le conserve, coinvolgendo però persone diverse per esperienza, età e cultura, basti pensare alle condizioni di precarietà che contraddistinguono tanto gli immigrati quanto i giovani che prenderanno parte al progetto. L’idea lega tra loro anche tradizione, filosofia di vita (quella del diy, acronimo di do it yourself, l’autoproduzione appunto) e pratiche innovative. Prima fra tutte quella del crowdfunding(la ricerca di finanziamenti) proposto online, sul sito produzionidalbasso.com. Obiettivo: l’acquisto di 10 quintali di pomodori da trasformare. Ma non solo: Netzanet significa libertà in tigrigno, ma contiene ben due volte la parola net, rete in inglese. Mettere in rete la solidarietà è dunque lo slogan del progetto.

Le consereve presenteranno l’etichetta «Sfruttazero» sia perché l’autoproduzione offrirà possibilità di lavoro agli inquilini del «Socrate», sia perché seguirà l’etica della filiera corta e del contrasto al caporalato, premiando i produttori dei gruppi di acquisto solidale e delle reti diFuorimercato e Genuino Clandestino. Fenomeni cresciuti come alternativa alle logiche di sviluppo e di sfruttamento alle quali sempre più italiani cominciano a rivolgersi. Le fasi della lavorazione dei pomodori si svolgeranno al «Socrate», che all’inizio di maggio ha firmato un protocollo d’intesa per l’autorecupero, gestito dalla stessa comunità eritrea e da Ingegneria senza frontiere Bari. La struttura sarà resa agibile con alcuni interventi e con l’autoimpiego degli inquilini, che in questo modo saranno anche formati. Nello stesso stabile saranno avviati diversi progetti che lo renderanno vivibile, aperto e fruibile da tutta la cittadinanza.

Netzanet potrebbe essere il fiore all’occhiello di tutto il network, una volta risolti i nodi igienici e legali. «A 60 giorni dalla chiusura della richiesta di fondi online abbiamo ottenuto circa 700 euro – dice Alfia Di Marzo – e l’ideale sarebbe arrivare a 3-4mila, anche per poter garantire la paga ai quattro migranti che produrranno con noi le riserve». Il carattere interculturale dell’iniziativa è sigillato dai vasetti scelti: bottiglie di Peroni. Vuoto a rendere.

Pubblicato da Andrea Aufieri su Mediaterraneo news del 27 giugno 2014

Il corpo di Pennac incanta Bari

In un mondo dominato dal pressappochismo e dalla ridondanza, la chiarezza e la sensibilità potente della parola scritta e detta da Daniel Pennac suonano così confortanti da far gridare al miracolo. Un miracolo di umanità, senza dover stupire con effetti speciali o, per dirla con Raymond Carver, senza «trucchi da quattro soldi».

«Journal d’un corps» («Storia di un corpo») nella forma del romanzo edito in Italia da Feltrinelli nel 2012, ha avuto un grande successo, tanto da confermare la formula alchemica che permette ai grandi scrittori di soffiare dolcemente sul cuore dei lettori.

L’intimità, la tenerezza e la complicità raggiunte da Pennac con la sua ultima fatica si sono rivelate tali da permetterne una messa in scena convincente. Una sceneggiatura minimalista: uno scrittoio, uno schermo dai toni caldi,che riproduce la calligrafia dell’autore come su un vero diario, e lo stesso scrittore che dona ai suoi ammiratori la sua capacità di lettura, così tanto assaporata in opere come la serie di Benjamin Malaussène, che in Italia ha superato i cinque milioni di copie vendute.

In ossequio ai «diritti imprescrittibili di ogni lettore», che proprio lui ha enunciato nel suo «Come un romanzo», Pennac seleziona dal libro i momenti più «densi di energia», espressione che torna spesso nel «Journal», donando la potenza e la dolcezza della sua voce. Un incantesimo che ha tenuto in ostaggio per poco meno di due ore un Petruzzelli pieno, eccezionalmente, di giovani orecchie e di portatori sani di quello che Gianni Rodari, collega nostrano di Pennac, non meno illustre, definiva «orecchio acerbo». Un particolare anatomico che riesce a far restare un po’ bambino ogni adulto. E che ha permesso, per una sera, di assistere a una rigenerante e appunto confortante onda emotiva percepibile a occhio nudo, che ha attraversato l’emiciclo dello storico teatro tra tensione, lacrime di gioia e risate di gusto.

Aver già letto sulla pagina della scoperta di un corpo, e degli altri corpi che lo circondano come fossero un unico corpo, attraversato da gioia e dolore, ma sempre accettato con amore e curiosità per sé stesso e per gli altri, non restituisce l’esperienza di ascoltare la stessa avventura dalla voce del suo autore, e nel suo francese, per giunta, così limato e lavorato al punto da risultare naturale e diretto. Una freccia, scoccata dritta al cuore dello spettatore.

Cosa accade accettando l’invito a questo banchetto intimo? Lison, rientrata dal funerale del padre, riceve da lui un ultimo e singolare dono: il diario che ha deciso di tenere riguardo al suo corpo. E sulla storia dei corpi con cui è entrato in contatto, per le carezze, da bambino, con la tata Violette come per la passione con Mona, sua moglie, o per un semplice viaggio in autobus.

Descrivere cosa accade al corpo rende automatica l’onestà, non si può mentire: e così allo spettatore non si risparmia nulla, dalla prostatite alle flatulenze, passando per le polluzioni notturne. E alle sensazioni che scuotono la carne, come il piacere fisico, la bellezza della prima volta o presunta tale; il dolore per l’assenza ormai irrimediabile di corpi amati: il padre, la tata Violette, il nipote Grégoire.

Allo spettatore il banchetto è offerto tutto, fino in fondo, fino a quando, dal punto di vista del corpo, la morte si rivela nella sua drammatica semplicità: cessazione, assenza. Il diario s’interrompe, dopo essersi «regalato» anche la minuziosa annotazione dell’agonia, per poi semplicemente non essere più. O proseguire, forse, nel sangue e nel cuore di chi ha amato quel corpo come rappresentazione e frontiera dell’essere e dell’esistere per donare amore a una figlia.

Due città che sono una: Bari

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*foto di Andrea Aufieri, disponibile su Licenza Creative Commons 3.0 Attribuzione – Non Commerciale – Non Opere Derivate

 

Propongo qui il mio editoriale sull’edizione di febbraio 2014 di Mediaterraneo News. Su Calaméo l’intera edizione sfogliabile.

«Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi»: l’incipit del celebre racconto di Charles Dickens, «Le due città», si addice alla perfezione al momento che sta vivendo la città di Bari. Soprattutto nel richiamo allo stimolante incontro tra saggezza e follia, tra speranza e disperazione. Un’epoca, accompagnando ancora Dickens, di cui si può «parlare soltanto al superlativo».
E in effetti, secondo i dati Istat, è il momento in cui gli abitanti hanno la più bassa capacità di spesa da sempre, il reddito famigliare è al quart’ultimo posto in Italia, poco meno di mille euro al mese.
La disoccupazione giovanile tocca il 18 per cento, con diecimila ragazzi altamente qualificati a spasso, donne più della metà di loro, e quattromila emigrati. Buona parte di loro, inoltre, ingrassa le file della parola che andrà di moda nei prossimi anni: neet, ragazzi che non studiano e non lavorano.
Al quadro davvero poco edificante si aggiungono il crollo del prezzo degli affitti e dei costi delle case, in calo da quattro semestri, il numero degli sfratti che diventeranno esecutivi nei prossimi mesi, circa 1400, e l’emergenza sicurezza, con i furti aumentati in Puglia del 35 per cento, con il capoluogo che ha viaggiato per due settimane al ritmo di una rapina al giorno e in cui i furti in appartamento sono addirittura raddoppiati.
Se la situazione diventa insostenibile, e le istituzioni faticano a rispondere in maniera tempestiva, si diffonde così l’idea che se c’è un’esigenza, questa deve essere soddisfatta travalicando le regole della convivenza civile. La faccia più colorata e utile di questa riflessione, sintetizzabile nello slogan: do it yourself (fallo da solo), è rappresentato da coloro che occupano stabili pubblici abbandonati, come nel caso dell’ex caserma Rossani, «liberata» dagli occupanti sgomberati da Villa Roth. Un episodio che ha portato alla luce la ferita dell’incuria di luoghi che potrebbero riportare un dialogo e uno scambio che in città sembrano restare tappati in casa, per paura.
Ma ci sono anche le abitazioni occupate da abusivi in una commistione velenosa di indigenza, malavita e assenza delle istituzioni. E c’è il lavoro difeso con le unghie e con i denti appena un anno fa alla Bridgestone, che ora torna in cronaca per i casi di morte da esposizione all’amianto che vi si sarebbero verificati.
Se rimanesse ferma a tali questioni, Bari andrebbe dritta nel barato, e invece qualcuno la riprogetta con un nuovo parco, una prospettiva più smart, eco-friendly, senza barriere architettoniche e con una maggiore alfabetizzazione informatica.
Belle idee, e coraggiose anche, che devono trovare un senso nel vettore della politica. Le amministrative quest’anno saranno l’occasione per presentare il conto delle gestioni positive, ma anche degli errori e del silenzio delle istituzioni.
Con le elezioni la città si guarda allo specchio, e non deve spaventarsi di quello che vede, piuttosto rimboccarsi le maniche ed esercitare il proprio diritto alla bellezza.

Bari, emergenza sfratti. E il racket ringrazia

A dire: «casa», a Bari,il rischio è di rievocare un filone cinehorror in salsa eighties. È piacevole sapere che presto arriveranno più di cinque milioni dalla Regione per adeguare e ristrutturare gli alloggi dello Iacp di Bari. Non lo è che la stessa Regione abbia l’impegno della riforma dello Iacp e dell’Edilizia residenziale pubblica (Erp). È bello sapere che c’è l’impegno del sindaco per affrontare i casi di morosità incolpevole ed evitare che gli sfratti diventino esecutivi, ma non lo è che dopo un mese non è cambiato nulla. Ci sarà presto la nuova graduatoria di assegnazione degli alloggi, ma la situazione reale apre a una violenza sottile e mortificante.

«Non possiamo parlare di un aumento del fenomeno-spiega il colonnello della polizia locale Stefano Donati-, ma la percezione è che sia una presenza costante». Il colonnello racconta il fenomeno delle occupazioni abusive «pilotate» di alloggi popolari: «Avvengono un po’ ovunque in città, ma sono concentrate soprattutto al San Paolo e a San Girolamo. Secondo le nostre indagini è prematuro dire che esiste una rete sistematica, ma andando a controllare tra le parentele dei soliti noti, usati come “teste di ponte” per entrare negli appartamenti-in genere donne o disabili- è possibile risalire all’infiltrazione o all’interesse dei clan».

Le conseguenze sono amare: «A queste condizioni avviene spesso che gli aventi diritto rinuncino per paura». L’unica soluzione possibile, a parte quella di rimpolpare l’organico della polizia locale, che conta su 570 agenti, oppure realizzare un presidio di polizia a Japigia, come chiesto dai cittadini, è quella di un deciso intervento della legalità. Per contrastare il record delle ingiunzioni di sfratto che diventeranno esecutive nei prossimi mesi, circa 1500, il sindaco Emiliano ha chiesto a inizio mese al prefetto Nunziante di bloccare le esecuzioni per la categoria dei «morosi incolpevoli», coloro, cioè, che non possono pagare l’affitto per ragioni di salute o di crollo improvviso del reddito.

È passato un mese e nulla si è mosso: «La situazione è drammatica- dice il sindaco-, ma non so perché non sia cambiata. Io ho chiesto al prefetto di esercitare i suoi poteri e aspetto una sua risposta, ma intanto, e da anni, sono venute meno le necessarie sinergie tra le istituzioni locali e nazionali Laddove queste mancano la malavita prospera e accresce il suo potere».

«Andiamo verso il collasso-replica Nicola Zambetta, segretario provinciale del Sunia, il sindacato dei coinquilini che afferisce alla Cgil-perché abbiamo richieste disperate e 2200 persone che attendono un alloggio, molte più di quanti se ne possano liberare».

Sorridere al Ferrhotel, storia di Abdi e dei rifugiati a Bari

Prima di raccontare l’esperienza degli occupanti del Ferrhotel, Abdi mostra le foto della sua famiglia. Le ha appese sul corridoio dove ha sistemato anche il tavolo con le carte. Ci sono anche le foto dei quattro «fratelli» che sono morti di recente, lontano dalla comunità che li ha accolti . Uno di loro se n’è andato pochi giorni fa, dopo molte ore di lavoro nei campi di pomodori a Foggia, stremato dalla fatica. Abdi si è occupato di inviare la richiesta per il rimpatrio delle salme alle autorità competenti . Qualcuno ha espresso il desiderio di rimanere in Italia: sarà seppellito nel cimitero islamico di Gioia del Colle.

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Muhammed Abdi Nasir è il rappresentante della comunità somala di Bari, che dall’ottobre del 2009 vive nella vecchia struttura dedicata ai ferrovieri . Di proprietà di Trenitalia, e abbandonato dal 2007, l’edificio di via Caduti di via Fani, di fianco alla stazione, è stato prima la dimora dei senzatetto, poi la seconda casa dei rifugiati somali . Perché il primo tetto è stato quello del Cara di Bari -Palese. Chi è uscito da lì con lo status di rifugiato politico, avrebbe poi avuto diritto alla cosiddetta «seconda accoglienza». In Italia si traduce nell’elemosina, nella strada e nelle mense della Caritas. Sotto la cappa del trattato di Dublino. Siccome il trattato impedisce ai rifugiati di risiedere per molto tempo al di fuori del Paese in cui hanno ottenuto lo status, quarantasei persone hanno tentato invano di trasferirsi in Svezia. Non riuscendoci, sono tornati nel capoluogo pugliese e hanno deciso di abitare quel luogo preda dell’abbandono.

«Qua dentro ci sono ventitré stanze – dice Abdi – ciascuna delle quali ha due inquilini. Tutte le stanze sono “riempite” da due materassi, un bagno e una cucina – cioè lo spazio per un for nel lo a gas -, ma siamo senza acqua ed elettricità». Un problema, quello dell’elettricità, che hanno provato a risolvere con un generatore a benzina. La mancanza di acqua è ancor a più grave. Il comune l’aveva riallacciata, ma quando una tubatura ha ceduto, creando infiltrazioni negli uffici delle Ferrovie, è stata staccata senza possibilità di ripristino.

«Chiediamo da tempo un incontro con l ‘assessore comunale ai Servizi sociali, Fabio Losito, chiedi amo che si risolva questo problema, ma finora non ci ha risposto», polemizza. «E allora chi di noi trova un lavoro, di una giornata a raccogliere i pomodori, di un mese o al massimo di sei mesi, può pagare la benzina per il generatore. Se no restiamo al buio».

La spazzatura è ammonticchiata nei sacchetti di plastica agli angoli di ogni corridoio; ci sono degli estintori in una specie di disimpegno; fili elettrici pendono dal soffitto e per le scale: bisogna fare un po’ di attenzione quando le si usa. «Non ci possono essere bambini qui: stanno meglio nel le strutture di accoglienza. Noi saremmo disposti a cambiare casa ogni tre mesi se ci fosse la possibilità».

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Due anni fa Reti Ferroviarie Italiane aveva messo in vendita l’immobile, e il Comune aveva ipotizzato l’impiego di fondi europei destinati alla sicurezza per farne un luogo di residenza temporanea e altri servizi per gli immigrati . Non se n’è fatto nulla. Il progetto, comunque, non includeva la permanenza dei somali.

Abdi ha una sola richiesta urgente: «Chiediamo che le istituzioni ci permettano di fare dei corsi di formazione. Per esempio, di un anno: per fare i giardinieri , gli elettricisti, gli aiutocuochi o i lavapiatti nei ristoranti. Potremmo tornare molto più utili». Lu i è in Italia da otto anni, dopo un viaggio attraverso il Sahara e il Mediterraneo. È sbarcato in Sicilia e ha lavorato come giardiniere da subito. Nel 2009, quando era già a Bari , è finito sui giornali per aver subito la rottura di denti e mascella da parte di un autista dell’azienda di trasporti locali Amtab. Aspetta ancora una sentenza. Nonostante questo, anche se avesse la possibilità di andar e via, la sua scelta sarebbe sicura: «Amo la gente di Bari . Sono felice qui : la gente risponde al saluto, il clima è buono. Magari ci fosse più lavoro! I miei amici stanno bene in Germania, dove anch’io ho lavorato come commesso. Ma lì si muore di freddo e nessuno ti saluta».

L’ex liceo rivive grazie ai migranti

Se ci cadesse il tetto in testa, sarebbe sempre meglio che dormire per strada».  La pensa così Ahmed Adem, il presidente dell’associazione «Socrate». Il nome dell ‘organizzazione è dovuto alla sua sede, il vecchio liceo classico di Bari, in via Giuseppe Fanelli. Ma sembra essere un omaggio al filosofo del dialogo, grazie alla proposta di autorecupero della struttura, presentato con Ingegneria Senza Frontiere di Bari – (I sf), che spazzerà  via i timori di Ahmed.

Il liceo è stato abbandonato per inagibilità da dieci anni. È tornato in vita con l’occupazione dei rifugiati nel 2009. Da allora la comunitàsi è stabilizzata. Adesso ci vivono sessanta rifugiati dall’Eritrea, dall’Etiopia e dal Sudan. Per l’elettricità si sono arrangiati con un generatore a benzina. Ma la struttura è fatiscente, va rimodernata. Soprattutto, non c’è acqua. Sulla facciata c’è un murales con un’onda che sommerge una metropoli. Gli occupanti devono percorrere un chilometro per raggiunger e la fontana più vicina, all’hotel «Ambasciatori», riempire diverse taniche da dieci litri e tornare.

All’associazione «Socrate» hanno sentito parlare del concetto di autorecupero, promosso in città da Isf. Claudio Vinci, presidente della sede barese, racconta: «Abbiamo presentato un “progetto partecipato di recupero della struttura”, che si basa sul coinvolgimento della comunità nella ristrutturazione parziale dell’edificio, e sul dialogo con di ver si soggetti istituzionali, tra i quali il Comune, l’assessorato all’Urbanistica della Regione e lo Iacp». Ma un aspetto fondamentale è quello della formazione: «Con la Formedil, il Politecnico e Isf tutti apprenderanno un mestiere».

Ahmed è soddisfatto di questa soluzione: «La nostra vita è come quella dei colombi, se possiamo mangiamo, se troviamo un lavoro lo facciamo. Questo progetto è importante per la comunità». Un altro aspetto rilevante è quello dell’interazione con il quartiere. «Stiamo analizzando le necessità della zona spiega Claudio – perché vorremmo portare alcuni servizi essenziali nel “Socrate” e condividerli con l’intera collettività, per migliorare il dialogo con la città. Di questo si è occupata anche la parrocchia di San Marcello, che sta facendo conoscere alla gente chi ha rivitalizzato quello che si era trasformato in un luogo di spaccio».

Alla pensilina dell’autobus la gente mostra una certa cordialità: «L’importante è che stiamo tutti bene», dice la signora Pina. Per sapere se la città è davvero quel posto dove c’è «Troppo bellissima gente», per dirla con Ahmed, occorrerebbe una risposta dal Comune. La fase progettuale è infatti avviata, ma ci vorrà ancora tempo. Intanto, resta l’urgenza della mancanza d’acqua, che non si può risolvere allacciandola alla struttura. Non si conoscono le condizioni delle tubature. Il nodo si può sciogliere con un allaccio diretto dalla conduttura principale di via Fanelli. All’ex liceo si attende, ma il caldo è arrivato.

Pinuccio, la satira barese è virale

BARI – La fortuna di Pinuccio, il faccendiere più famoso del web, inventato da Alessio Giannone, è un cocktail di bravura, sguardo glocale e sensibilità alle dinamiche «social» del web. Un caffè con lui nella splendida Piazza del Ferrarese a Bari, la sua città, per parlare della satira nell’era dell’autoproduzione totale.

«Pronto, Pinuccio sono!»: un tormentone che da un anno e mezzo, quando Pinuccio si è presentato al mondo tentando di organizzare il festino di compleanno a Berlusconi, non manca mai di far sorridere milioni di utenti. Quasi due milioni e mezzo di visualizzazioni sono accreditate sul suo ultimo canale Youtube, Satira virale, mentre sono più di 44mila i «likes» collezionati dalla sua pagina su Facebook e in quasi 25mila lo seguono su Twitter.

L’inventore del losco faccendiere, Alessio Giannone, ha 35 anni e vive nel quartiere «Madonnella», nel capoluogo pugliese. Una città dalla quale trae ispirazione per il suo lavoro:« Non riesco a stare troppo lontano da lei, ho bisogno di andare via ogni tanto, ma poi di ritornare. Da qui mi ispiro per luoghi e personaggi».

Il giovane regista, che vanta una partecipazione al festival del cinema di Venezia con il cortometraggio La sala e non ha abbandonato la scrittura per il cinema, ha esordito quasi tre anni fa su Youtube con la satira virale a puntate Citofonare Vendola. Nella serie il presidente della Regione vive avventure surreali semplicemente rispondendo al citofono. Nel tempo si è registrata l’evoluzione del personaggio complementare Cane Fratto in Gatto Ianni, evidente caricatura del numero due del partito di Vendola, Nicola Fratoianni. Poi la progressiva perdita di appeal del personaggio: «All’inizio e a livello locale è andato benissimo, ma poi il flusso sul web di Vendola come tema è calato».

Sulla scena irrompe allora Pinuccio:«Il personaggio risponde all’esigenza di aprire a tematiche nazionali e di più ampio respiro-spiega Alessio,- ma piace anche perché è barese. Noi baresi siamo dissacranti e anche consapevoli delle nostre potenzialità. Puoi essere il personaggio più famoso del mondo, ma tra la gente, in città, non vedrai nessuno correre dietro ai vip. Viviamo una specie di livella naturale».

Il suo alter ego si impossessa di lui per un momento, quando dichiara, tra il serio e il faceto, che «Bari è la caput mundi del turismo politico e dei miei colleghi faccendieri: l’arcinoto Gianpi Tarantini di dov’è? E poi, le inchieste e le intercettazioni hanno fatto passare tutti di qua, da Berlusconi a D’Alema!». Una patria ideale per Pinuccio, neosottosegretario, autonominato, all’Inciucio e affari sporchi:«In questo senso Pinuccio è molto ben compreso, è disincantato e ricerca a volte un beneficio personale, magari a discapito del bene comune».

L’intervista avviene a ridosso del boom di visitatori registrato dal video realizzato in tandem con Fiorello, in cui entrambi commentano le recenti vicissitudini di Antonio Ingroia in Val d’Aosta. Chissà se questa collaborazione non porti a un approdo televisivo, di sicuro è costata qualche ora di sonno in più al povero Pinuccio, abituato agli stravizi notturni, che per partecipare all’Edicola di Fiorello si è dovuto presentare alle sei dallo showman. Un buon pretesto, comunque, per parlare di come si realizza un video virale:«Quando accade qualcosa di rilevante, una top news o un topic, realizzo un video entro poco tempo, incrociando i dati di Twitter e Facebook. Dopo un’ora, se il trend è confermato, giro il video. Altre volte, come nel caso della “primavera berlusconiana”, seguo semplicemente un filone che mi sta a cuore, anche se non è tra i topic principali».

Con il tempo si sono aggiunti nuovi personaggi, come Sabino, amico del protagonista e autore di commenti prosaici fuori campo, dalla comicità immediata; Michele delle bombole, un personaggio che incarna lo stereotipo barese; e anche la suocera, autrice di riflessioni urticanti.

Attentato a Roma e suicidi: il Primo maggio dell’Italia disperata

«Uno di noi, guai a voi!». Lo slogan ha accompagnato l’immagine dell’attentatore di Palazzo Chigi, Luigi Preiti, sugli striscioni di molti manifestanti. Il contesto, quello del concerto del Primo maggio a Napoli, annullato per motivi di ordine pubblico. La rabbia domina le piazze reali e quelle virtuali, non da ieri. In molti hanno sperato che i sei colpi dell’ex muratore Preiti, esplosi dalla sua pistola con matricola abrasa, avessero colpito altri obiettivi. Non il brigadiere Giangrande o il carabiniere scelto Negri. Lo stesso Preiti ha detto che avrebbe voluto colpire uno della «casta».

Mentre la nuova legislatura ha preso tempi non ragionevoli, tutta l’Italia ha continuato a sprofondare nel suo dramma. In questi giorni la disoccupazione generale è salita al 38 per cento, al Sud quella giovanile oscilla tra il 30 e il 40 per cento. E se si guarda ai laureati, si arriva al 50 per cento. Il terremoto di fallimenti, licenziamenti e suicidi ha riguardato tutti. Dal ricco Nordest all’assuefatto Mezzogiorno.

Le storie sembrano costruite in maniera industriale. C’è il disperato che perde anche i lavori da niente; l’imprenditore corroso dai debiti che non può più far fronte alle esigenze famigliari. C’è il disoccupato che a Perugia si è visto rifiutare un finanziamento decisivo. E ha fatto fuoco su una dipendente precaria della Provincia. A Bari un anziano, dopo aver perso anche la sua casa, ha tentato di darsi fuoco di fronte al sindaco.

Di fronte al numero crescente di suicidi, lo stesso ex premier Mario Monti dichiarò, lo scorso anno, che si trattava di una percentuale tollerabile nell’ambito di una generale ripresa. Di tutt’altro segno i commenti politici all’attentato di Roma. Dal nuovo esecutivo si sono scagliati contro chi, sotto elezioni, ha alimentato la rabbia sociale riversando in politica un gergo violento. Si rivolgono al Movimento 5 stelle, ma è una strumentalizzazione, perché le campagne sono sempre accese, dal 1948.

Tutt’altra connessione potrebbero stabilire i nostri politici, se si soffermassero meglio sulla figura di Preiti, in base a quello che sappiamo oggi. Un’inchiesta di La7, ieri sera, ha dimostrato in che modo chi non ha più un lavoro, come Preiti-che ha anche dovuto lasciare la sua famiglia a Torino per tornare dai suoi a Rosarno-, può rovinarsi del tutto in modo legale. I videopoker e le slot machine hanno prosciugato gli ultimi risparmi del quarantanovenne calabrese e di milioni di italiani. Le aziende che le producono agiscono fuori dal sistema fiscale, eppure l’Eurispes l’anno scorso ne ha elogiato gli ottimi ricavi. Specificando che quei ricavi rientrano nelle politiche sociali. Curando, per esempio, chi sviluppa dipendenza dal gioco. Effetti collaterali, come i proiettili sul parlamento, esclusi.

Aeroporti, Acierno eredita le ali di Puglia

Un cambio nella torre di controllo della società Aeroporti di Puglia. A guidarla sarà il quarantaquattrenne Giuseppe Acierno, che ha accettato

Giuseppe Acierno
Giuseppe Acierno

formalmente l’incarico di amministratore unico proposto da Nichi Vendola. Il 25 marzo, nel corso di una vivace assemblea dei soci, il presidente della Regione ha auspicato «una società di volo e una società d’industria». Pronta la risposta del brindisino, che è anche direttore del distretto aerospaziale:«Lavorerò alacremente e sarò giudicato per i risultati che otterrò». Il nuovo amministratore percepirà uno stipendio di 120mila euro lordi l’anno, più altri 30mila se saranno raggiunti gli obiettivi strategici.

E in quanto a prospettiva, Adp vola alto. La Regione punta alla privatizzazione. Un socio industriale potrà arrivare migliorando i numeri già competitivi del bilancio 2012, approvato dall’ultima assemblea. Più di un milione di utili (1.015.676), il 10 per cento in più del 2011. E un incremento di traffico dello 0,72 per cento. Un numero che aumenta di valore se accostato alla media nazionale, in passivo dell’1,3 per cento. Il dato si può esprimere anche nella cifra dei quasi sei milioni di passeggeri che quest’anno sono transitati dagli scali delle quattro sedi aeroportuali della regione (Bari, Brindisi, Foggia e Taranto).

Dalla gestione Acierno ci si aspetta un mucchio di altre cose. Maggior collegamento con il distretto aerospaziale del territorio, cui farebbero comodo l’ampliamento del aeroporto di Bari e la realizzazione del collegamento shuttle di Brindisi. E ancora, l’ampliamento dell’aeroporto industriale di Grottaglie (Taranto), e l’estensioni delle reti di collegamento con le agenzie low cost. Nella sua recente visita, il magnate di Ryan Air Michael O’Leary ha promesso investimenti. E dal 4 aprile Dolomiti, la low cost per l’Italia di Lufthansa, ha annunciato il raddoppio delle tratte per Monaco.

Agli applausi, cui si aggiungono quelli di una Finmeccanica entusiasta per la scelta, si contrappongono non poche critiche. Anzitutto per la sostituzione del manager che in dodici anni ha portato l’Adp a ottenere i risultati di cui si è detto. Domenico Di Paola ha «sbattuto la cappelliera», precisando di aver saputo della decisione ufficiale solo all’assemblea. E la legge come una contromossa al suo no alla privatizzazione. Gli esponenti del Pdl regionali, su tutti Rocco Palese, lamentano una scelta imposta senza concorso. Insomma, nella storia del trasporto aeroportuale pugliese, le turbolenze non mancano mai.

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