Lecce senza Capitale o senza Cultura? L’intervista ad Airan Berg

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Nel giorno della raccomandazione di Matera a rappresentare la nazione come Capitale europea della Cultura per il 2019 da parte del governo italiano, ripubblico qui l’intervista al direttore artistico di Lecce2019, Airan Berg. L’intervista è stata pubblicata su Mediaterraneo News.  Sono particolarmente affezionato alla risposta che Berg mi ha dato sul possibile proseguimento dell’impegno della città a prescindere dal risultato. Sono curioso di capire se questa città farà davvero passi in avanti. Come quelle squadre chiamate a giocare campionati da gregarie, senza impegni oltre al campionato. Serenità, progetti, maturità da dimostrare.

Lecce è tra le sei città italiane ancora in corsa per la candidatura a Capitale europea della Cultura per il 2019. E se il potenziale del capoluogo salentino sarà valorizzato a dovere, dopo la consegna del dossier definitivo a luglio, un ruolo importante andrà riconosciuto ad Airan Berg, direttore artistico della candidatura leccese.

Nato a Tel Aviv il 18 luglio 1961, maturato a Broadway e direttore artistico di diverse compagnie teatrali austriache, Berg ha casa a Istanbul con sua moglie e un bambino, è stato nel team creativo di Linz, Capitale del 2009. Tutte le attività che si svolgono in città e le proposte d’innovazione si reggono su un concetto che ha coniato lui: Reinventare Eutopia.

Edutopia; profitopia; artopia; ecotopia; talentopia; polistopia; democratopia; esperientopia sono i petali della margherita da sfogliare interrogandosi sulla possibilità di rappresentare l’Italia e l’Europa sotto il segno della cultura. Otto campi che raccolgono l’esperienza, i talenti, gli artisti, la ricchezza culturale e sociale, l’innovazione amministrativa e la trasparenza che la città è in grado di produrre. Ecco da vicino i suoi piani per fare di Lecce l’avanguardia culturale europea.

Quali sono i punti di forza che la città deve valorizzare per ambire al titolo di Capitale europea della cultura?

«Anzitutto questa città ha una fantastica tradizione culturale. La forza di questo territorio sta poi nella varietà straordinaria dei saperi della società civile. E poi ci sono artisti meravigliosi. E il cibo, che è una parte molto importante della vostra cultura».

Come nascono le sfide di «Eutopia»? E perché «reinventarla»?

«Il concetto del “reinventare” non è mio, l’ho sentito spesso dalle persone che ho incontrato: “Dobbiamo reinventarci ogni giorno per poter vivere”, mi hanno detto. C’è bisogno di un cambiamento sostanziale, lo sappiamo, per tutto il Sud: non basta un cerotto e via per sistemare le cose. E siccome nel progetto esiste anche una dimensione europea, c’è bisogno di reinventare un po’ anche il nostro essere cittadini europei e abbiamo creato un’eutopia, un’idea cui aspirare per migliorare».

Lecce2019 propone una visione differente della cittadinanza: come cambia il rapporto con la pubblica amministrazione?

«Un elemento importate è la mancanza di fiducia, sul territorio, tra la cittadinanza e gli amministratori, ma questo è un territorio pieno di potenziale umano, cosa che sfortunatamente gli umani sanno distruggere facilmente. Dobbiamo essere più meticolosi nell’usare di più questa conoscenza collettiva e questo processo può essere affrontato solo partendo dal basso. Responsabilizzando i cittadini per ottenere maggiore responsabilità (capacità di risposta) da parte dell’amministrazione».

Il progetto in sé, a prescindere dal risultato, cosa lascerà a Lecce?

«Il risultato che rimarrà sul territorio dipende da quanto le persone coinvolte vorranno e sapranno investire sul territorio. Se l’esito di ottobre sarà negativo, starà comunque alla cittadinanza premere per attivare i progetti, anche se in modo più umile-bisognerà ridimensionare tutto-, ma cercheremo di attivare un cambiamento tale per cui non si potrà più tornare indietro».

I muscoli della sfida si sono basati sulle Curiosity Zone-punti informativi, ma anche di discussione e di proposta- e i Laboratori urbani aperti creativi (Luac)-promotori di innovazioni e attività di ogni tipo. Che risposta avete avuto?

«Un grande feedback, molte idee, la gente si è divertita, ha compreso, ha esplorato e impiegato la piattaforma che noi abbiamo messo a disposizione. Tante piccole associazioni che prima pensavano di lottare da sole per una causa o progetto li hanno messi insieme nei Luac e gli diciamo: vi creiamo una piattaforma per creare più dialogo ma dovete prendere in carico voi la riuscita del progetto, con responsabilità. La dimensione europea, inoltre, è fondamentale. Il lavoro deve essere svolto dalla popolazione, ma bisogna cercare di sviluppare una popolazione europea. Questo non è il momento di mangiare la torta, ma si investe, la si fa insieme con gli ingredienti giusti e bisogna anche aspettare e non mangiarla troppo presto. Ci sarà infatti una sorta di collo di bottiglia nel quale bisognerà selezionare le idee per portarle avanti».

Lei si considera un globetrotter, ma cosa potrebbe spingerla a rimanere a vivere a Lecce?

«In questi mesi sono ingrassato parecchio! Una delle attrattive maggiori è il cibo, ma mi piace la gente, mi piace che appena vai fuori dalla città trovi subito dei bei posti, e gli uliveti, mi piace vivere tra due mari. Io sono nato a Tel Aviv e in generale ho il Mediterraneo nel cuore. Posso ben immaginare di poter vivere qui, ma poi mi piace essere spontaneo con quello che viene, le opportunità che si presentano, e devo ascoltare i bisogni della mia famiglia. È facile sentirsi cittadini del mondo se non si resta nello stesso posto in cui si è nati per molto tempo. A 11 anni io ero a Vienna, poi in America. È più facile non sviluppare radici profonde. E mi sento sicuramente legato al Mediterranneo, il mio cordone ombelicale è lì».

Due città che sono una: Bari

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*foto di Andrea Aufieri, disponibile su Licenza Creative Commons 3.0 Attribuzione – Non Commerciale – Non Opere Derivate

 

Propongo qui il mio editoriale sull’edizione di febbraio 2014 di Mediaterraneo News. Su Calaméo l’intera edizione sfogliabile.

«Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi»: l’incipit del celebre racconto di Charles Dickens, «Le due città», si addice alla perfezione al momento che sta vivendo la città di Bari. Soprattutto nel richiamo allo stimolante incontro tra saggezza e follia, tra speranza e disperazione. Un’epoca, accompagnando ancora Dickens, di cui si può «parlare soltanto al superlativo».
E in effetti, secondo i dati Istat, è il momento in cui gli abitanti hanno la più bassa capacità di spesa da sempre, il reddito famigliare è al quart’ultimo posto in Italia, poco meno di mille euro al mese.
La disoccupazione giovanile tocca il 18 per cento, con diecimila ragazzi altamente qualificati a spasso, donne più della metà di loro, e quattromila emigrati. Buona parte di loro, inoltre, ingrassa le file della parola che andrà di moda nei prossimi anni: neet, ragazzi che non studiano e non lavorano.
Al quadro davvero poco edificante si aggiungono il crollo del prezzo degli affitti e dei costi delle case, in calo da quattro semestri, il numero degli sfratti che diventeranno esecutivi nei prossimi mesi, circa 1400, e l’emergenza sicurezza, con i furti aumentati in Puglia del 35 per cento, con il capoluogo che ha viaggiato per due settimane al ritmo di una rapina al giorno e in cui i furti in appartamento sono addirittura raddoppiati.
Se la situazione diventa insostenibile, e le istituzioni faticano a rispondere in maniera tempestiva, si diffonde così l’idea che se c’è un’esigenza, questa deve essere soddisfatta travalicando le regole della convivenza civile. La faccia più colorata e utile di questa riflessione, sintetizzabile nello slogan: do it yourself (fallo da solo), è rappresentato da coloro che occupano stabili pubblici abbandonati, come nel caso dell’ex caserma Rossani, «liberata» dagli occupanti sgomberati da Villa Roth. Un episodio che ha portato alla luce la ferita dell’incuria di luoghi che potrebbero riportare un dialogo e uno scambio che in città sembrano restare tappati in casa, per paura.
Ma ci sono anche le abitazioni occupate da abusivi in una commistione velenosa di indigenza, malavita e assenza delle istituzioni. E c’è il lavoro difeso con le unghie e con i denti appena un anno fa alla Bridgestone, che ora torna in cronaca per i casi di morte da esposizione all’amianto che vi si sarebbero verificati.
Se rimanesse ferma a tali questioni, Bari andrebbe dritta nel barato, e invece qualcuno la riprogetta con un nuovo parco, una prospettiva più smart, eco-friendly, senza barriere architettoniche e con una maggiore alfabetizzazione informatica.
Belle idee, e coraggiose anche, che devono trovare un senso nel vettore della politica. Le amministrative quest’anno saranno l’occasione per presentare il conto delle gestioni positive, ma anche degli errori e del silenzio delle istituzioni.
Con le elezioni la città si guarda allo specchio, e non deve spaventarsi di quello che vede, piuttosto rimboccarsi le maniche ed esercitare il proprio diritto alla bellezza.

Intercultura all’italiana

Striscia di Mauro Biani

 

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

L’Italia è un paese che racconta di oscillazioni migratorie in entrata e in uscita, da sempre. La misura doveva esser colma già ai tempi di Dante, che respingeva questa donna di bordello, troppo promiscua anche nel meticciato delle sue culture. Il poeta dovrebbe farsene una ragione: nonostante la facilità con cui il popolo abbia voluto seguire bandiere di qualsiasi colore, l’anima è rimasta una e molteplice, divisa e indivisibile. E preparata anche, d’istinto prima ancora che per legge, all’accoglienza, salvo poi dover dare anche un colpo al cerchio del mercato. Così l’orda, per dirla con Stella, i nuovi barbari e la costruzione mediatica del nemico, del capro espiatorio di malesseri sociali prima ancora che economici. E il tentativo d’innesto di modelli che poco hanno a che fare con questo paese. Da diversi anni si evidenzia una realtà senza equilibrio: è richiesta la presenza di lavoratori immigrati, eppure si rende difficile l’arrivo e la permanenza. Fino a quando potrà durare questa situazione, prima che il paese si abbandoni alla povertà e alla vecchiaia cui vuole condannarsi? In questi anni si giocano molte speranze. Siamo abituati a leggere la presenza immigrata sotto la lente della spesa pubblica, e non ragioniamo sulle possibilità di crescita che questa ci offre. Abbiamo provato a porre due domande urgenti agli attori nazionali  dell’intercultura, dalla politica all’arte, dal diritto ai movimenti, dal giornalismo all’università e alla ricerca. La fotografia è piena di contrasti, le potenzialità sono in mano ai cittadini.
Le nostre domande:

  1. Il VII Rapporto Cnel conferma che in Italia è forte la richiesta integrativa rivolta agli immigrati, dall’assistenza alla manodopera, al lavoro qualificato. Tuttavia, siamo ben lungi dal facilitare il loro ingresso e la loro partecipazione. Cosa ha fatto e cosa deve fare il nostro paese sul piano del riconoscimento delle identità perché possa presentare un modello interculturale valido in Europa?
  2.  Come valuta l’apporto che la sua categoria professionale ha dato finora allo sviluppo di un’Italia interculturale e quale potrà essere il suo peso nell’immediato futuro?
Ferruccio Pastore

Ferruccio Pastore_Direttore Fieri, Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione.

Gli anni 2000 rappresentano un cambiamento rispetto agli indirizzi di ricerca tradizionali sui modelli d’interazione e dialogo da parte delle nazioni europee. Gli esempi all’avanguardia di tali sistemi erano i paesi del fordismo come il Regno Unito, poi affiancati dai paesi come la Francia e l’Olanda, che realizzavano un’assimilazione laica a oltranza, mutuando l’esperienza canadese, per arrivare al forte welfare della Germania, sistema più rigido nell’assimilazione culturale. Gli ultimi 15 anni d’immigrazione, però, passando dal 2001 e dagli attentati di Madrid e Londra, che bisognerebbe stabilire quanto abbiano a che fare con la presenza immigrata in Occidente, hanno messo in crisi i vecchi sistemi, rimandando a una sorta di mitologia o stilizzazione di tali modelli anche sul piano normativo. Ed è accaduto che nazioni prima molto aperte come l’Olanda e la Svezia affrontassero una deriva securitaria, mentre la Germania si ammorbidiva sulla questione della cittadinanza. In mezzo a tutto questo l’Italia naviga a vista con repentini cambi di rotta dall’80 a oggi: si frammentano gli approcci a seconda delle proposte avanzate dal privato sociale, dal terzo settore, dalle Regioni e dagli enti locali, relativizzando l’importanza di un modello. I modelli europei dei Duemila si confondono, e rischiano di sfaldare l’Europa unita, perché i sistemi risultano fragili rispetto agli obiettivi da raggiungere. Così si calma l’opinione pubblica introducendo i flussi e assicurando che gli immigrati “cattivi” si rimpatriano e che qui arrivano solo quelli che servono. In realtà il reato di clandestinità, pur rappresentando una politica tra le più pesanti in Europa, sortisce pochi effetti concreti, così come se già c’è una crisi di assorbimento dei cervelli italiani, che emigrano, è utopistico pensare che possano essere richiesti solo stranieri qualificati. Il problema è più complesso se introduciamo la questione delle migrazioni circolari, perché non è detto, anche se razionalmente parrebbe così, che gli immigrati ritornino in patria se non hanno la certezza di trovare una situazione adeguata né quella di poter emigrare nuovamente: manca una progettazione internazionale in tal senso.
La cultura_Parlerei di produttori di conoscenze e di opinioni. La rappresentazione che la società fa di sé quando sta cambiando è di tipo scientifico, giornalistico, autoriale, eccetera. L’Italia è partita da una buona base di ricerca sull’emigrazione, e ci ha messo un po’ per ottenere l’attenzione di sociologi, antropologi e demografi sulle questioni dell’immigrazione. Ancora più tempo, per un percorso che ancora non ritengo concluso, c’è voluto per economisti, studiosi del diritto e della politica. I livelli attuali sono ancora insufficienti rispetto all’importanza della sfida, anche se sia Istat che Banca d’Italia hanno adottato da anni questo filone di ricerca. Mancano soprattutto le risorse. La ricerca è fondamentale per costituire anticorpi contro slogan e strumentalizzazioni. Per una serie di motivi i media vi si approcciano strumentalizzando, per contro c’è chi vede tutto rosa. Capire le trasformazioni profonde e spesso problematiche che l’immigrazione porta con se è possibile se la ricerca consente riferimenti chiari e oggettivi su bisogni e implicazioni.

Franco Pittau

Franco Pittau_Coordinatore “Dossier statistico immigrazione” Caritas/Migrantes.

L’immigrazione fa parte strutturalmente di un paese pregiudicato nel suo sviluppo da un andamento demografico negativo, che si ripercuote sul mercato occupazionale. Inoltre, il Rapporto Cnel mostra le diverse potenzialità d’integrazione riscontrabili nelle varie regioni e province d’Italia. Tutti gli studi statistici, a partire da quelli del’Istat, sono di segno univoco circa l’importanza dell’immigrazione nei futuri scenari del paese. L’anomalia italiana, purtroppo in contesto europeo che è andato anch’esso diventando più ostile all’immigrazione, consiste nell’elaborare una sorta di “mistica pubblica” che mal si compone con questa realtà di fatto. Parlare di un modello italiano è presuntuoso in questa situazione caratterizzata dalla divaricazione tra la realtà effettiva e il suo inquadramento concettuale. Sono, invece, possibili approcci corretti o scorretti agli “stranieri” (che poi, in realtà, tali non sono in quanto destinati a vivere e a morire da noi). Sono positivi il riconoscimento dell’utilità degli immigrati a livello demografico e occupazionale, la curiosità rispetto alla loro diversità culturale e la disponibilità al confronto, il rispetto della loro diversità religiosa; sono negativi, invece, i pregiudizi sullo straniero clandestino, delinquente, persona di secondo rango destinata a mansioni inferiori e non meritevole di godere di pari opportunità. Fin quando non si arriverà a considerare gli immigrati compiutamente “i nuovi cittadini” è fuori posto parlare di un modello interculturale italiano, per giunta valido in tutta Europa.
La ricerca_ La strategia seguita da Caritas/Migrantes in vent’anni di studi statistici si può così riassumere: per convivere, italiani e immigrati insieme, bisogna conoscersi a vicenda; per conoscere correttamente gli immigrati sono di fondamentale utilità i dati statistici; le statistiche vanno interpretate dall’intrinseco e non secondo idee preconcette; il risultato di queste analisi non va limitato a una ristretta cerchia di studiosi e di operatori bensì partecipato all’opinione pubblica; seguendo questa impostazione, bisogna esigere coerenza nei politici, negli amministratori, negli uomini di cultura e nelle persone comuni, così da poter fare pace con il nostro presente e specialmente con il nostro futuro.

Jean-Lèonard Touadi

Jean-Lèonard Touadi_Parlamentare del Partito democratico.

Questi dati sono l’ennesima conferma che il volto del paese continua a cambiare di anno in anno nelle sue strutture sociali, assorbendo sempre più al suo interno persone con culture differenti. L’immigrazione è un momento epocale di trasformazione per questo paese, un dato riscontrabile in tutti i settori, dall’industria al welfare, eppure questo paese stenta a prendere atto del carattere stabile e organico di questo fenomeno, visto che ancora non si fanno i conti con questa realtà dal punto di vista della cultura, della comunicazione, dell’ordinamento giuridico. È evidente la sfaldatura tra i dati che leggiamo e la totale assenza di politiche strutturali. Dobbiamo decidere se possiamo permetterci di considerare gli immigrati, nuovi cittadini, come una casuale presenza spaziotemporale, lasciando che la comunità italiana e quelle straniere vadano per conto proprio. Servono delle politiche mirate a favorire un processo lento ma pianificato di questo pezzo di popolazione. Adeguare una legislazione che ora guarda allo straniero solo come lavoratore, così se questo elemento decade non ha più senso la sua presenza qui. Modellare la legislazione sulla persona, riconoscere le specificità culturali degli stranieri, dando al contempo la possibilità di conoscere l’Italia. E questo processo si completa se si favorisce la partecipazione del soggetto alla vita pubblica: anche senza passaporto, se le persone vivono qui da dieci o quindici anni hanno il diritto di usufuire dell’elettorato attivo e passivo almeno a livello amministrativo. Questo avrebbe il doppio significato dell’inclusione e della responsabilizzazione. Credo si debba lavorare per riconoscere la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati sin dalla nascita, accompagnarli poi nella quotidianità come si fa con tutti, perché siamo lontani ormai dalla fase emergenziale per cui gli stranieri erano solo bocche da sfamare, occorrono al più presto, perché siamo in ritardo, politiche complementari.
La politica_Dal 1980 la politica italiana ha fatto grandi passi avanti verso la consapevolezza della presenza degli immigrati, sfociando poi nella legge Martelli, per arrivare al decreto Dini e alla legge Turco-Napolitano, comportandosi come un paese che prende sempre più atto della presenza di nuovi cittadini. Ma con la Bossi-Fini del 2003 la classe politica si è irresponsabilmente rifiutata di governare e gestire la questione, illudendosi di poter garantire una vita a immigrazione zero. Questa è una grave colpa della classe politica italiana, che deve ora ripartire quanto meno da quel 9% del Pil di sola provenienza immigrata, deve prendere atto del rinnovamento demografico che gli immigrati apportano alla nazione. Deve infine, come compito morale prima ancora che politico, diradare le nubi della paura, esaminare ed eliminare con la costruzione di esempi positivi tutta una simbolica messa in piedi nella designazione del nemico. La consapevolezza culturale e politica dell’inevitabilità del fenomeno deve portare la nostra società ad aprirsi: società che non sono lontane anni luce dalla nostra, (Usa e Germania) essendosi aperte all’altro, sono divenute più giovani e floride.

Ernesto Maria Ruffini

Ernesto Maria Ruffini_Avvocato dell’ associazione A buon diritto.

In questo momento l’Italia è un caso da non prendere a esempio. Lo squilibrio è la dimostrazione di come l’immigrazione sia declinata, letta e affrontata ipocritamente solo per fini elettorali e non per una reale costruzione di modello che comunque si imporrà alle nuove generazioni indipendentemente dalla nostra volontà di arginare il fenomeno. La domanda di forza lavoro è tale che il mondo del lavoro non può fare a meno dell’apporto immigrato. Pensiamo alle badanti che consentono alle famiglie italiane di continuare ad avere ritmi di vita alti, senza preoccuparsi dell’innalzamento dell’età media. Lavori che ormai non sono più appetibili dai giovani italiani, nel mondo dell’agricoltura o in talune fabbriche, perché il rapporto ora/lavoro non alletta nessun italiano. Questo lo stato dell’arte. Forse il superamento della situazione verso un sistema d’integrazione, parola né brutta né bella in sé, ma forse più utile è condivisione della nuova società italiana, avverrebbe consentendo agli immigrati di essere parte della formazione di un nuovo modello societario. Permettere la partecipazione verso una società che comunque, nostro malgrado, si creerà, perché di fatto, per la natalità, andiamo a ritmo incalzante verso la multietnicità e il mutamento fisiologico della nostra identità nazionale. O costruiamo prendendone atto o ignoriamo senza risolvere il problema, senza ostacolare lo straniero che ha trovato il lavoro in nero dal datore di lavoro italiano.
Il diritto_ Il mondo della giustizia è rimesso alla lungimiranza del legislatore e alla sua generosità, nel momento in cui un operatore si trova dinanzi a una normativa chiara, netta e ostativa rispetto al fenomeno immigratorio. Certamente il giudice non ha grandi spazi di manovra: questa potrebbe essersi creata nei mesi scorsi in relazione alla domanda di costituzionalità della legislazione attuale. Rispetto al permesso di soggiorno, invece, la difesa è quasi impossibile. L’unico spazio di difesa è quello di provare a scardinare la figura di reato introdotta sollevando eccezione di costituzionalità. Gli immigrati accusati d’immigrazione clandestina, poi, possono avere altri gravi problemi, e permettono di intraprendere altre tutele nei loro confronti.

Laura Boldrini

Laura Boldrini_Giornalista, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unchr).

Bisogna capire che esiste sviluppo locale anche attraverso i rifugiati, che per la loro presenza si riaprono le botteghe, si ristrutturano i borghi, le suole si riempiono. Semplicemente perché ci sono i rifugiati. Ci sono buone pratiche che però non sono sostenute, c’è la tendenza a rendere la vita dei migranti molto complicata. Penso che si possa fare decisamente di più, ma per farlo c’è bisogno di una visione politica e di convincere i cittadini che dall’immigrazione c’è da guadagnarci tutti, non è trascurare il disoccupato italiano, è consentire più diritti a tutti, perché erodendo i diritti cominciamo con gli immigrati, poi con i rifugiati, poi con le minoranze, le donne, già stiamo erodendo quelli dei lavoratori italiani. Su questo punto la politica dovrebbe avere il coraggio, nell’interesse collettivo, di prendere atto del male che si fa al paese cavalcando l’illegalità. L’Italia è tristemente famosa nel mondo per la malavita organizzata e l’italiano medio, se intervistato sull’illegalità e l’insicurezza, risponde che la prima causa di questo è l’immigrazione. La politica ha lavorato stancamente su questa equazione, pochi si son presi la briga di capire quali altri temi possono essere lanciati. Non si esce più da questa cosa. Chi ha una visione dovrebbe ragionare nel lungo e nel medio termine.
I media_ In quanto giornalista, pretendo di comunicare, che è la cosa più importante, perché bisogna dire alla gente che non si deve sottostare al grande equivoco della paura, grande catalizzatore di consensi. Forze politiche ci marciano. Non risolveremo i nostri problemi cacciando i nostri immigrati. Internet ci fa capire che siamo tutti in movimento, noi il mondo ce l’abbiamo a casa e la migrazione è la stessa cosa, non si possono bloccare, ma al massimo regolare e gestire questi fenomeni. L’Italia ha un ruolo di primo piano nello scacchiere europeo, noi abbiamo nel nostro dna una carta in più, siamo il risultato del crocevia, ma oggi diamo precedenza all’imprenditoria della paura. C’è un’Italia che non si vede, degli impegnati e degli insegnanti che fanno lezione gratuitamente alle persone, quella degli avvocati che fanno valere i diritti, così come c’è l’Italia dei medici che curano senza voler nulla in cambio e che non denunciano gli “irregolari”. Questa Italia non trova sempre spazio sui media, perché i media sono innamorati del modello cattivo, quello del coltello tra i denti. Mia figlia mi chiede perché i ragazzi in tv ci vanno quando fanno i bulli e non quando fanno le cose per bene. Perché, le rispondo, voi non siete trendy, studiate, fate volontariato, non fate notizia. Il cattivo è destinato a non farcela. Dare voce a questa società vincente, orfana anche politicamente, perché la politica trova grande convergenza sul tema della tolleranza, ma poi non compie l’atto pratico, si coniuga sempre e solo la paura e la sicurezza, si respinge in mare, si respinge culturalmente, e rischiando l’isolamento culturale. Andrea Camilleri, che è un mio amico, mi parla spesso della sua formazione e dice sempre che è un bastardo, perché ha rubato da russi, francesi, arabi, persiani. Oggi abbiamo anche noi questa opportunità, senza perdere niente. Il mio lavoro è in concorrenza rispetto al sistema che pone una cappa sul nostro paese.

Mandiaye N’Diaye

Mandiaye N’Diaye_Regista e attore teatrale, curatore del progetto Takku Ligey (Qui l’audiointervista che riporta la sua esperienza in Italia).

Io oggi mi considero un italiano, perché qui ho vissuto la parte più importante della mia vita: avevo 20 anni quando sono arrivato e ne ho 44 ora e sono felice di aver vissuto una vita così. La mia esperienza con il Teatro delle Albe, oggi con Ravenna Teatro, coincideva con l’uscita della legge Martelli, che consideravo come un passo fondamentale nella garanzia dei diritti di tutti. Oggi l’Italia ha messo da parte questa intelligenza, che le proveniva storicamente dall’aver saputo inserire il cristianesimo in Europa, garantendole un grande ruolo. Oggi dovrebbe essere molto più avanti e invece è tornata indietro. C’è un senso d’integrazione a senso unico, e oggi i miei figli vivono in Senegal, ma in futuro dovranno essere i mediatori e traghettatori tra le culture, potranno essere italiani solo a 18 anni, e questa credo sia una mancanza di rispetto. Coinvolgere l’essere umano a far parte della società dovrebbe essere un dovere di una comunità: i figli degli immigrati dovranno divenire cittadini italiani.
L’arte_ Faccio un esempio: nel 2006 con il progetto di “Takku Ligey” (“darsi da fare insieme”,ndr) nel mio villaggio, Dioll Kadd, abbiamo preso un testo di Aristofane, Pluto, il gioco della ricchezza e della povertà. L’abbiamo ambientato nella stagione delle piogge, quando si semina il miglio e l’arachide, e nel nostro villaggio, spopolato da 1500 a 500 abitanti perché tutti sono andati a Dakar o in Europa, le 500 anime litigano perché la tradizione dice che per seminare il miglio bisogna aspettare certi segni di animali che volano e le ombre che cadono in un certo modo: quindi abbiamo riprodotto uno scontro tra conservatori e progressisti, come certi dialoghi tra Cremilo e Carione. Ambientare tutto in un rito antico, simile a quello greco, ha avvicinato due culture in apparenza lontanissime: molti autori e gente di cultura come Marco Martinelli, Gianni Celati e Antonio Aresta hanno apprezzato molto questa riscrittura, apparentemente lontana e antica, rimodulata per l’attualità a fare un ponte tra due culture, questo è intercultura. Oggi in Italia molti gruppi musicali e teatrali fanno intercultura. In più di tre anni trecento italiani sono venuti a Dioll Kadd, dal sud al nord, il nostro piccolo teatro riesce a unire l’Italia. Abbiamo anche partner che ci sostengono da Lecce alla Svizzera grazie al progetto di meticciato che abbiamo realizzato. Il teatro fa incontrare le persone, al di là delle volontà secessioniste di qualsiasi spinta. Noi riuniamo degli amici intorno a un teatro, un progetto di sviluppo.

Marco Bersani

Marco Bersani_Coordinatore nazionale Attac Italia, Associazione per la tassazione delle transizioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini.

L’Italia deve guardare alla propria storia, siamo una terra d’immigrazione dopo essere stati migranti, portatore di una storia e di una cultura, il problema va preso di petto. Non si può separare l’utilizzo di manodopera e professionisti che arrivano dal mondo migrante chiedendo loro di essere presenti in campo lavorativo, ma escludendoli da tutto ciò che non attiene a quella sfera. Questo è un problema politico: usare migranti per abbassare il livello di diritti dei lavoratori italiani, cosa che ha creato conflitti orizzontali. Fasce deboli della popolazione sono caduti nell’ideologia della paura e della sicurezza. Eppure i reati di microcriminalità sono minimi rispetto al totale, aumentano invece le violenze familiari. Problemi nelle relazioni affettive significano che si rompono i legami sociali, si costruiscono meno relazioni, e sulle poche che ci sono gli italiani giocano tutto e se si rompono accade un crack. Invece vogliamo distrarci col nemico esterno diverso culturalmente, religiosamente. Un capro espiatorio fortissimo. Credo che si debba considerare l’Italia una terra di accoglienza, un elemento di ricchezza materiale, contribuiscono all’aumento dei livelli di ricchezza e di cutlura. Appartenenze e identità sono sempre più piccole e spesso fasulle, come la Lega che nasce dall’appartenenza a un mito che non ha fondamenti nella storia.
I movimenti_ Associazioni e movimenti, soprattutto quelli gemmati dal movimento dei movimenti costituitosi a Genvoa e poi radicato con alterne vicende nei territori, hanno fatto un buon cordone intorno alla questione dell’affermazione dei diritti degli immigrati. Ora faticano nel trasportare l’attenzione da un’errata concezione residuale delle politiche immigratorie nell’agenda politica, verso un’affermazione centrale. Sforzarsi di leggere la società dal punto di vista del migrante perché questa non ha un suo andamento e poi, a margine, ha un problema sugli immigrati: la società non funziona e un’ottima cartina tornasole sono i migranti. Le persone sono schiacciate dalle logiche di mercato. Associazioni e movimenti dovrebbero riuscire a dare una lettura complessiva del fenomeno come parte della complessità della società italiana e mobilitarsi, perché se no dobbiamo prepararci a cedere terreno nel campo dei diritti di tutti. Devo registrare un’insufficienza dei movimenti stessi perché un conto è solidarizzare e un altro costruire una cultura maggioritaria, dentro le persone non direttamente attive sulla questione per una diversa consapevolezza su chi arriva dall’altra parte del mondo. E certo bisogna fare i conti poi con una campagna mediatica pesante che instaura la paura nel cittadino medio: è facile immaginare che ci sono problemi di sicurezza rispetto alla disfunzione dello stato sociale, magari attribuibili a certe comunità piuttosto che criticare un modello economico, sociale, ecologico che va contro i reali bisogni delle persone.

Intercultura all’italiana?

Imbastendo le interviste viene fuori un abito di difficile vestibilità per gli italiani. Ci si chiede se sia effettivamente utile allestire un modello stabile dinanzi a un fenomeno costante nei suoi dati oggettivi, ma aleatorio riguardo alla qualità. E pare ormai scontata l’impossibilità di allestire politiche migratorie a sé stanti, come se fossero slacciate dai problemi trasversali che attraversano e mettono in crisi ogni aspetto della società italiana. Non contrastato né tanto meno rivisto da una politica responsabile a livello comunitario, il mercato economico, finanziario e del lavoro del sistema in cui viviamo prende con ferinità il sopravvento su ogni aspetto della vita sociale. Questa situazione dà adito a una precarietà che fa impressione per la vastità e la profondità raggiunte. Incapace in questo momento di dare risposte di fronte all’Europa, se non sul piano dei respingimenti, e al contempo lasciata sola a gestire il crocevia dall’Europa stessa, l’Italia ha delle lillipuziane speranze. I singoli esempi e progetti di inclusione e socializzazione per tutti, la possibilità di rendere più ampia la partecipazione degli immigrati, la ricostruzione giornaliera, costante di un nuovo tessuto sociale che dia nuove basi al concetto di identità attraverso l’educazione e la formazione. Ripartire dai comuni: sono questi gli esempi che vanno incoraggiati e strutturati.
Per un’Italia capace di futuro.

In ascolto del bisogno

 

Mario Signore, foto di Lorenzo Papadia

Andrea Aufieri,pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
http://www.metissagecoop.org

Il paradigma della complessità come assunto interdisciplinare contro l’autoreferenzialità dell’epistemologia e il riduttivismo, per l’ascolto del bisogno e un nuovo welfare: tutto questo alla base della nuova collana di Pensa multimedia, Inter-sezioni, diretta da Mario Signore, docente di Filosofia morale presso la facoltà di Economia dell’Università del Salento, e della sua opera “Economia del bisogno ed etica del desiderio”.

Quale via per prendere coscienza della nostra “porosità” e metterci finalmente in ascolto del bisogno?

Si parte anzitutto tentando di costruire un’antropologia incentrata sul tema del bisogno: àntropos non è l’uomo generico, è considerato nella sua interezza, e orientato essenzialmente attraverso il bisogno, grande sintomo dell’essere uomo,  caratterizzato dalla bisognevolezza. Acquista una dimensione ontologica, diviene costitutivo della natura umana. Partendo da un’antropologia che guarda al bisogno vogliamo parlare dell’uomo in “carne e ossa”, senza per questo rinchiuderlo nella pesantezza del Körper, giacché la porosità, la sua complessità, lo apre alle domande dello spirito. Perciò cerco di recuperare parole scomparse dal nostro quadro semantico, come quelle di corpo e di anima, da contrapporre al rischio del riduttivismo esasperato. Si parte dalla consapevolezza del Mängelwesen, l’uomo come essere carente, fino alla potenzialità del Kulturwesen, uomo culturale, essenza dell’antropologia e dell’essere, strumento o paradigma entro cui legare tutti i discorsi pratici.

Come superare il riduttivismo con la semantica del bisogno e ambire alla metamorfosi del reale?

Il riduttivismo induce ogni scienza a rivendicare l’egemonia di un segmento della natura umana, pretendendo come totale ciò che è solo una parte. Il paradigma della complessità guarda invece all’umano come a una meraviglia antropologica, in cui sono presenti tutte le dimensioni che lo costituiscono. Nella mia concezione, più ampia di quella di Edgar Morin, a cui mi ispiro, il bisogno è il punto d’ingresso per tutto l’uomo, pensato in un orizzonte infinito entro il quale si giocano i destini della storia e della metastoria. Dobbiamo poi fare un’altra operazione oltre a quella che ci porta alla coscienza della complessità: bisogna concepire il bisogno come “bisogno ricco” che, con riferimento ad Aristotele, Hegel e Marx, non si esaurisce con l’istinto di sopravvivenza. Con Agnes Heller, allieva di Lukács, definisco quello della sopravvivenza il “limite esistenziale”, oltre il quale si apre il quadro dei bisogni: il bisogno scatta se la vita è già garantita. La tavola dei bisogni diventa dunque una tavola ricca, ne include altri che fino a poco tempo fa non c’erano, come dimostrano alcune illuminanti politiche sociali. Il concetto di bisogno supera così il welfarismo, nel solco delle teorie di Sen e Nussbaum: limite del welfarismo è quello di pretendere di ridurre a uguali i diversi, mentre un nuovo welfare, fondato sulla teoria di bisogni, vuol rendere diversi gli uguali, sostituire il welfarismo con le capabilities. L’uomo ricco di bisogni si specifica attraverso il serbatoio di potenzialità che ciascuno è. La nostra teoria si fonda sulle capabilities. Il processo di globalizzazione porta con sé la perdita delle identità in un malinteso comunitarismo universale. L’attenzione alle capabilities, come condizioni di possibilità dell’uomo intero, produce identità vere e diversità capaci di produrre il massimo sviluppo delle potenzialità di ciascuno.

Le pari opportunità sono costituzionalmente garantite, ma la loro attuazione non creerebbe una frattura con la concretezza dell’economia?

Perciò ridefinire il welfare, come possibilità di costruzione delle condizioni concrete e delle buone prassi per rendere reali i diritti. Ciò è legato anche all’economia dell’efficienza: avere una scuola e un’università rigorose, ospedali, mercato ed economia che funzionino rivoluzionerebbe tutto. L’economia del profitto per il profitto fa trionfare l’individualismo, e non permette la realizzazione del massimo per ciascuno. Il mio periodo universitario, all’alba della contestazione, è stato segnato dalla “Lettera ad una professoressa” di Lorenzo Milani: la cosa entusiasmante era che questo prete insegnava latino e greco ai figli dei montanari di Barbiana, mettendo in moto tutte le loro capabilities.

In ambito economico, il paradigma della complessità è realizzabile in maniera rivoluzionaria? Lei scrive della politica dell’et et contrapposta a quella dell’aut aut. In Italia tutto ciò è scaduto nel cerchiobottismo. Fino a dove si può mediare?

La mia è una critica alle logiche e alle politiche dell’esclusione, che accolgono la ragione di una sola parte ergendola ad absolutus. È un’apertura al dialogo, un riconoscimento e uno sforzo per cogliere la ragione altrui. Rifuggo l’immediatezza, il senso comune del trascinarsi nella storia, l’accettare la realtà con greve e ingenuo realismo. La mia è una filosofia della mediazione, che scende da lombi nobili come quelli hegeliani, che con l’Aufhebung ci insegna a superare conservando, senza prevaricare. Il problema fondamentale è quello del riconoscimento, che avviene come autocoscienza dell’altro. La prassi rivoluzionaria ha in sé la pretesa di cambiare con i tempi richiesti dalla rivoluzione, che pretendono il superamento disperdendo la ricchezza del punto di partenza: se voglio superare la cultura islamica le faccio guerra, e viceversa. Non  sapremo mai chi vincerà, ma avremo perso la ricchezza inestimabile di una cultura.

È comprensibile però l’urgenza sociale, con problemi come lo spazio e la cittadinanza, che attuando l’altrapolitica possa superare le fratture? Come proporsi, per esempio, al Medio Oriente?

Il tema dello stare insieme è un problema originario, legato alla questione del bisogno. Platone mette in risalto il carattere strumentale dell’abitare:la polis nasce perché dobbiamo cooperare per garantirci la soddisfazione del bisogno. Aristotele fa un passo avanti, ricordandoci che l’uomo è zoon politikon, portato alla relazione. Saremmo avvantaggiati nella risposta al bisogno, proprio nella città dove c’è tutto: il lavoro, la spiritualità, la relazione. I bisogni singoli si superano dove i bisogni artificiali, che producono consumismo, trovano un limite nei bisogni e nelle urgenze degli altri. L’esercizio del dialogo interculturale poi mette a fuoco in maniera a volte drammatica il problema del riconoscimento, così grave in Medio Oriente. Il riconoscimento non è un dato gratuito, come rilevo anche dalla lettura di Emmaus: perfino i discepoli faticano a riconoscere il Risorto. Eppure non c’è altra strada per rendere abitabile il nostro mondo.

Quale ruolo ha il desiderio? Citando Heidegger, l’umanismo ha portato alla catastrofe tecnocratica del presente, e il colpevole è l’uomo, ma la soluzione dei mali è dunque e solo l’universalità dell’unico dio? Quali altri orizzonti?

Heidegger mette a nudo le aporie dell’umanismo, che ha posto l’uomo al centro, ponendo le basi perché egli si sentisse tanto potente da compiere molti mali. Da Nietzsche in poi l’uomo è stato decentrato, c’è stata così la crisi del concetto di coscienza postulata da tutta la filosofia post-nicciana fino al pensiero debole. Nel mio libro precedente, “Lo sguardo della  responsabilità”, rimetto l’uomo al centro gravandolo del peso di un’etica della responsabilità per la sua vita e quella del pianeta. Cercare un altro “responsabile” che unisca l’uomo stesso con le sue fragilità porta a forme scadute di teodicea: sarà colpa del destino o di un dio? Rimettiamo al centro l’uomo, ma in un antropocentrismo relazionale con la natura, l’universo e Dio.  Sono un credente, ma ciò non mi impedisce di partire dall’uomo per una filosofia antropologica. Non trovo coerente con la natura dell’uomo coinvolgere Dio nelle sue vicende, una volta sperimentata la libertà di contrappormi a Lui. Dalla “cacciata dall’Eden”, l’uomo è divenuto responsabile di sé stesso e del pianeta. Tutti però hanno sempre avuto bisogno dei loro dei per trascendere la loro finitezza, la coscienza di essere bisognevoli. Qui la distinzione tra bisogno e desiderio: nel momento in cui l’uomo soddisfa i suoi bisogni è capace ancora di un ultimo scatto verso qualcosa che lo trascende. Il desiderio dell’uomo è illimitato e include anche Dio, anche solo come orizzonte regolativo che lo porta a superare financo i limiti e le ristrettezze dell’essere uomo. Non c’è spazio qui per l’intolleranza, men che meno quella religiosa: ciò che ci unisce è più di ciò che ci divide da altre culture. Il nodo è sempre quello di un rispettoso e consapevole riconoscimento.

(R)esistere!

Bansky in Boston
Bansky in Boston

Di Andrea Aufieri. Editoriale di Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
http://www.metissagecoop.org

Il secondo numero di Palascìa ha preso corpo tra il 25 aprile e il 2 giugno, passando per la marcia per la pace del 16 maggio, ed è per questo che è possibile leggervi un fil rouge legato alle molteplici forme di “resistenza”, perché continui a esistere una nazione capace di civiltà e di pace, in una parola di futuro. Il nostro Stivale sembra sempre più improntato a tirare calci in faccia alla dignità di chi arriva o tenta di arrivare sulle sue coste per una nuova opportunità, se non per chiedere rifugio. E allora abbiamo provato a chiederci, nei giorni del mondiale di calcio, cosa può renderci uniti. Un nuovo sapore dato al calcio stesso, come succede un po’ in tutta Europa con le NoRacism Cup. L’istanza figlia del movimento antirazzista, come tutto ciò che è venuto e verrà fuori dal Primo marzo. La rabbia, la sofferenza, la voglia di legalità che sale da Rosarno. La dignità del lavoro, la parità dei trattamenti e delle opportunità, il diritto alla casa e alla salute sono istanze che i cittadini stranieri rivendicano a ragione e con molteplici voci. Proviamo ad ascoltarli e a capire come fare perché si possa dar loro una risposta.

Ma una resistenza che si rispetti rappresenta la volontà di camminare sulle proprie gambe. È così che abbiamo ascoltato le immense parole di un giovane senegalese, che non vuole essere un peso in più in un tempo di crisi. È così che a Bari i somali hanno riportato alla vita il Ferrhotel abbandonato. È così che vogliamo unire la resistenza di Rom1995, in Calabria, a quella degli ospiti “in sosta” da vent’anni al campo di Lecce. È così che dall’Aifo e dall’Inmp, che hanno collaborato alla nostra rivista insieme a Libera informazione, arriva il lungo grido degli ultimi, di chi lotta ancora con le epidemie che per secoli hanno falcidiato la vecchia Europa, tentando di scuotere i cordoni delle multinazionali farmaceutiche, di chi tenta di strappare un metro di ossigeno alla desertificazione. Una battaglia che unisce anche gli italiani alle lotte mondiali: la resistenza alla privatizzazione dell’acqua, con il referendum alle porte e gli esempi di chi dalla resistenza incomincia la sua rivoluzione. E mentre un governo completamente avulso dal paese reale disfa le istituzioni di garanzia che lo fondano, la Regione Puglia, pur tra giuste critiche e richieste di partecipazione, lancia il suo assalto a difesa della legge sull’immigrazione, impugnata per conflitto di competenza, ma con l’esortazione a “disobbedire” pervenuta anche dall’Unione europea e dall’Ilo. E mentre il governo annuncia tagli alla cultura e al welfare, oscurando la questione delle ingenti spese militari, qualcuno se ne infischia e organizza reali missioni di pace: navi cariche di aiuti e di know how solcano il “mare di mezzo”, laddove 15 mila persone hanno trovato la morte in vent’anni di disperati tentativi di approdo. Nel clima ferino creatosi all’indomani di un’applicazione perversa della par condicio, durante la trasmissione”Rai per una notte”, Mario Monicelli dichiarava la necessità di una rivoluzione.

Nella sezione della cultura abbiamo intervistato il filosofo Mario Signore, che ripudia i tempi imposti dalle rivoluzioni per non perdere la strada già conquistata e guardare avanti consapevoli di forze, debolezze ed errori. Le passioni popolari sono sopite, ma le reti civiche si fanno portatrici di una nuova stagione di semina, di quella speranza che don Tonino Bello chiamava “convivialità delle differenze”, risvegliando i costruttori di pace perché la Puglia ne divenisse l’arca foriera. Cercando di mettere quotidianamente in opera questo insegnamento, Palascìa dedica questo numero ai migranti , e non solo a loro, che bagneranno di sudore le campagne della Puglia quando noi ci rinfrescheremo a mare, perché qualcuno si accorga per davvero di loro, perché lo Stivale serva per camminare insieme e arrivare alla meta di una pacifica interculturalità, magari indicando il sentiero a chi è più indietro.

Lecce, tempo di semina

ph: paolomargari.it CC: NC_BY_SA

Editoriale di Andrea Aufieri, pubblicato sul n.1 di XNews il 16 gennaio 2012.

Garin Attaher era un rifugiato nigeriano, status che gli garantiva i medesimi diritti civili che spettano agli italiani, come l’assistenza sociale, sanitaria e la pensione. La stampa locale ci ha messo un po’ prima di pubblicare il suo nome dopo la sua morte, il 13 gennaio. E nonostante l’impegno, subito sottolineato, dei dirigenti dei servizi sociali e dei medici leccesi, il signor Attaher è riuscito a contrarre la scabbia.

Il dramma rivela la fragilità delle politiche sociali leccesi: un pasto, un letto, un lavoro, non parliamo di un tetto e di un’idea di comunità, sono legati a una logica di eccezione. L’alternativa è la strada. E intanto si aspettano da qualche parte i soldi che la Caritas e le istituzioni dovrebbero impiegare nell’adeguamento di strutture ricettive dedicate. Dobbiamo ricordare che Tonino Bello, da vescovo, apriva la sua curia ai non abbienti?
È un vuoto di politica quello che si avverte, perché la solidarietà dei cittadini è forte, ma per strutturare l’azione sociale bisogna passare dalle istituzioni.

Garin non vedrà dove andrà a parare questo 2012 che si annuncia molto duro, dai provvedimenti anticrisi cui Lecce si presenta con il primo posto in Puglia per il debito amministrativo, il ventesimo in Italia, con 1500 Euro circa di carico base per ogni abitante, secondo il Sole 24 Ore, e con una famiglia su cinque sulla soglia della povertà. Con le imprese a rischio e la presenza della città in quasi tutte le graduatorie del XIII rapporto Sos Impresa sull’usura. Con un modo di gestire la cosa pubblica che  si commenta da sé nella vicenda del filobus, già  per il gergo impiegato nel nome del conto “boiachimolla”,  proseguendo verso la campagna contro l’omofobia che proprio l’ex assessore ai trasporti Giuseppe Ripa è riuscito a scatenare con le sue dichiarazioni su Vendola. E ancora la violenza e le tensioni razziste riportate a galla dalle aggressioni al venditore di rose ambulante e al ragazzo picchiato dai militanti di Casa Pound.

È un vuoto politico e culturale che attanaglia Lecce, da riempire e superare con un risveglio di cittadinanza.

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