Green jobs: tra riconversione e rivoluzione

 

green_ecologyMirror del blog Deep Ecology su Linkiesta

Andrea Aufieri, 7 giugno 2012

 

Alla vigilia della Giornata mondiale dell’Ambiente, tenutasi il 5 giugno 2012, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil oppure Ilo, nel suo più conosciuto acronimo inglese) ha pubblicato un importante dossier che dovrebbe prevenire lo svuotamento di senso del termine green economy. Il titolo è Lavorare per uno sviluppo sostenibile. Opportunità di lavoro dignitoso e inclusione sociale nell’era dell’economia verde.

Una corretta applicazione delle politiche pubbliche porterebbe all’acquisizione di una forbice tra i 15 e i 65 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo nel settore della green economy, nel giro di vent’anni. Cioè, non è che uno salti proprio di gioia alla notizia. Questo è teoricamente quel che basta per lasciare le cose come stanno e andare verso un incremento della crescita senza una vera soluzione di continuità. Il direttore generale dell’Oil, Juan Somavia, ha dichiarato che l’attuale modello di sviluppo si è dimostrato inefficace e insostenibile per l’ambiente, per le economie e per le società e che è giunto dunque il momento di muoversi al più presto verso un percorso di uno sviluppo sostenibile attraverso un insieme coerente di politiche che riconosca alle persone e al pianeta un posto centrale.

Ma è questo il modello giusto? Secondo il rapporto, questa transizione avrà una ricaduta sensibile su circa la metà della manodopera mondiale, stimata intorno al miliardo e mezzo di individui negli otto principali comparti dell’economia: l’agricoltura, l’industria forestale, la pesca, il settore dell’energia, l’industria manifatturiera ad alta intensità di manodopera, il riciclaggio dei rifiuti, le costruzioni e i trasporti. Pare che già nel 2012 il settore delle rinnovabili occupi cinque milioni di lavoratori, il doppio rispetto al quinquennio precedente e i benefici netti in termini di occupazione totale globale possano raggiungere il 2 per cento, con un valore molto più alto nei paesi emergenti come il Brasile.

La ricetta dell’Oil: occorre rivedere il ciclo produttivo nella sua interezza e renderlo completamente sostenibile, non bisognerebbe operare né tagli né sprechi sulla protezione sociale, il sostegno al reddito e la formazione, regolare gli aspetti della prevenzione primaria grazie alla mediazione sindacale e al rispetto della dignità dei lavoratori.

Fin qui il menù delle Nazioni Unite, che non dice niente sull’eccessiva mobilità delle merci, ad esempio. Movimenti come quello della Decrescita felice insistono sulle filiere corte e utili, sull’aumento di valore del lavoro e sulla completa riduzione di sprechi e ridondanze. E prendono gli applausi della gente, come è accaduto a Serge Latouche al Festival dell’Economia di Trento pochi giorni fa.

La verità non è definibile, non sta neanche nel mezzo, e dipende da molti fattori. Abbiamo già ragionato sulla centralità della crisi ecologica nell’ottica di crisi generale del mondo(finanziaria, alimentare ed energetica), e abbiamo detto che solo la soluzione di quella ecologica porterebbe cambiamenti reali. Ma non abbiamo valutato il negativo: se il crac per una delle quattro crisi dovesse arrivare, dobbiamo sperare che non arrivi per quella ecologica. Se così sarà, allora sono benvenuti i piccoli passi ventennali dell’Oil e dell’andamento generale della politica economica mondiale. Diversamente dovremmo ricordare, a dodici anni di distanza dal loro exploit, che ben poche ragioni dei No global sono state inevase dal tempo e dall’economia. E dovremmo pure ricordarci qual era il loro slogan, another world is possible.

Ottima chiusura di un pezzo eh? Però ragionerei anche sul portato di certe istanze dei movimenti e in parte dell’economia politica dell’European Left, finora più sensibile dei risorsisti alle sfide climatiche e ambientali, che passano necessariamente da tre verbi riformatori del ciclo produttivo: ridurre, riqualificare, rilocalizzare le merci rinunciando alla moda e allo spreco pianificato.

Una cultura realmente impostata sulla pace, sulla riduzione del traffico di merci e persone, sul cambio del modello alimentare completerebbero una rivoluzione che avrebbe un portato più ampio dello spettro valutato dall’Oil perché cambierebbe gli aspetti della vita di ciascun essere umano sulla Terra.

Raitano: l’economia alternativa e le profezie di Seattle

 

«Siamo disposti a pagare di più una mela biologica perché lo troviamo giusto come valore aggiunto rispetto a chi la coltiva, ma la stessa cosa non si fa per l’informazione. Peccato, perché in realtà una democrazia potrebbe fare a meno di mele biologiche, ma non di un’informazione libera». Lapidario, dissacrante, Pietro Raitano è il direttore del mensile «Altreconomia», grossi numeri per un giornale che racconta di botteghe equosolidali, scelte consapevoli ed economia per tutti, ma che non nasconde la difficoltà di fare informazione controcorrente.

Perchè «Altreconomia» è un mensile che esiste dal 1999 ed è arrivato al 146esimo numero, ha 12mila fan su Facebook e 6mila followers su Twitter e magari meriterebbe di più.

Un’informazione e un modello di gestione alternativi. È una giusta sintesi per descrivere Altreconomia?

Sì. La rivista nasce dall’esperienza di Altromercato, la principale realtà del mercato equosolidale in Italia. Altre sei realtà dell’alternativa economica italiana hanno realizzato questo progetto con l’intento di gettare una luce sulle politiche commerciali delle multinazionali e per raccontare pratiche economie solidali. Il sistema di gestione scelto è quello del consorzio di soggetti fondatori, poi allargato a 17 nel 2002. Nel 2008 il passaggio alla forma cooperativa: chiunque può essere oggi possessore di Altreconomia. Si tratta di una specie di azionariato popolare, di proprietà diffusa, caso unico in Italia, molto raro in Europa. Per scelta, la rivista non riceve finanziamenti pubblici ed è distribuita solo nelle botteghe equosolidali (250 in Italia) e opera una selezione degli inserzionisti su base etica.

Il superamento dei cliché giornalistici e dei criteri di notiziabilità, caratteristiche evidenti di Altreconomia, sono ancora possibili nell’attuale sistema editoriale?

Abbiamo compiuto una scelta difficile: parlare di economia a chi non la intende e non è appassionato, fornendo una lettura economica dei fatti e insieme una chiave di lettura della vita. Non lavoriamo, però, sulle opinioni, ma sui fatti, e i fatti economici richiedono rigore estremo. Non selezioniamo i fatti in funzione di un pregiudizio, ma tentiamo di dar conto della complessità dei fenomeni. Complessità in senso etimologico: un tessuto di fatti che si intrecciano e imbastiscono la realtà. Così vengono fuori le storture del sistema economico e le responsabilità. Più in generale viene fuori un meccanismo che raccontiamo attraverso storie esemplari. Raramente ci occupiamo di cronaca, se non per collezionare notizie e impiegarle come punto di partenza per un approfondimento. Una scelta che rientra tra le caratteristiche di un mensile che non può rincorrere l’attualità, ma al massimo cercare di anticiparla. Questo vuol dire che in genere ci occupiamo di temi globali e complessi, magari con un respiro più ampio. Un pezzo scritto su Altreconomia un anno fa ancora oggi è valido.

A che prezzo si ottiene tutto questo? La vostra scelta paga in termini di vendite?

L’informazione di qualità costa. Qualsiasi discorso rispetto alla gratuità dell’informazione, e alla diffusione di contenuti gratuiti su internet, non è sostenibile. Perché in realtà i soldi che pensiamo di non spendere per l’informazione, raggiungono chi sfrutta i contenuti giornalistici. Il lavoro lo svolge il giornalista e il guadagno arriva a provider come Google o Apple. Essere convinti che sia il mercato a giudicare se una testata può sopravvivere o meno, sappiamo che è una stupidaggine. Perché il mercato non è garanzia di sopravvivenza delle cose migliori o più indispensabili. In questo modo potrà continuare a fare informazione solo chi potrà permetterselo, e produrrà informazione di pessima qualità e indirizzata. Applicando questo principio al mercato equo o all’agricoltura biologica, scopriamo che il filtro critico è passato.

Dopo 14 anni di esperienza, quali considerazioni è possibile effettuare sullo stato attuale del microcredito e dei movimenti?

L’attenzione generale alla sostenibilità ambientale è dirompente in questo momento, molto più di quando ne parlavamo noi nel ‘99 o nel 2005. Permane ancora il problema di come certi argomenti vengano trattati dai media, con quali finalità, competenze e risultati. Anche per altri ambiti: non è più possibile evitare di parlare di biologico, così come non è possibile pensare che i cittadini non sappiano come promuovere un gruppo di acquisto solidale. O che la finanza venga ancora concepita come qualcosa di buono, e si estende dunque la necessità di una finanza etica. Sono tutti temi ormai alla ribalta. Un esempio clamoroso: nel 2001 i manifestanti che erano a Genova venivano manganellati quando chiedevano la cosiddetta Tobin Tax (la tassa sulle transazioni finanziarie, ndr); oggi questa tassa è presente anche nel programma dei partiti di destra europei. Tuttavia, nel mondo dell’economia alternativa, la crisi ha colpito più forte che per l’economia tradizionale, perché è un mondo di per sé fragile, spesso sostenuto dal volontariato. Il paradosso è che questa crisi, era stata anticipata da quelli che manifestavano, che l’avevano capito da tempo. Chi da sempre costruisce alternative sa che questo non è un sistema in crisi, ma che è una crisi di sistema. È la risposta che il sistema vigente dà a una contingenza. La contingenza ha tante forme: l’esaurirsi delle risorse, l’aumento della popolazione, l’esplosione del debito. Il paradigma è piuttosto banale: chi provoca le crisi, il potere, ne resta fuori. Non si tratta di teoremi nascosti, ma di regole ben precise, dall’Fmi alla Bce: il sistema resta in piedi e la distribuzione delle ricchezze è più polarizzata. Il costo della crisi è ricaduto su lavoratori, famiglie e meno abbienti.

Se il popolo di Seattle aveva dunque ragione, come mai non è rimasto in piedi e unito?

Dura poco l’apparenza momentanea di un movimento, che si chiami Indignados, Occupy o altro. La realtà è che certe idee continuano a diffondersi. E oggi i giovani hanno anche più coscienza, dell’esistenza di un sistema economico fortemente ideologico. In questo senso è l’ideologia più riuscita, quella che sostiene di non esserlo. Il sistema è ideologico perché postula cose non vere: che le risorse siano infinite, che la crescita sia la leva che migliora il mondo e che la mano libera del mercato porti uguaglianza. Di sicuro non ci sono più grandi gruppi di riferimento come partiti e sindacati. Questo è il successo del sistema: disaggregare. E poi l’immunizzazione, l’aver esonerato dai doveri, e ha funzionato. Non vuol dire che questi temi non vengano percepiti. La consapevolezza, che ci siano o meno movimenti visibili, è sempre più radicata. Bisogna al più ragionare sui tempi di questa consapevolezza: se sia o no veloce quanto le conseguenze create da questo sistema economico. Quello che sta accadendo alle ultime generazioni, in termini di sradicamento delle sicurezze, della fiducia nel futuro, è inaccettabile: stiamo crescendo una generazione che non sa cosa vuol dire poter mettere su famiglia. La cui precarietà è incredibile, la cui flessibilità è indegna, la cui disoccupazione aggiunge ulteriori preoccupazioni. Questa condizione comune, anche se non c’è una sigla sotto la quale riconoscersi, unifica tutte queste esperienze e porta le persone a ragionare sulle cause.

In ascolto del bisogno

 

Mario Signore, foto di Lorenzo Papadia

Andrea Aufieri,pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
http://www.metissagecoop.org

Il paradigma della complessità come assunto interdisciplinare contro l’autoreferenzialità dell’epistemologia e il riduttivismo, per l’ascolto del bisogno e un nuovo welfare: tutto questo alla base della nuova collana di Pensa multimedia, Inter-sezioni, diretta da Mario Signore, docente di Filosofia morale presso la facoltà di Economia dell’Università del Salento, e della sua opera “Economia del bisogno ed etica del desiderio”.

Quale via per prendere coscienza della nostra “porosità” e metterci finalmente in ascolto del bisogno?

Si parte anzitutto tentando di costruire un’antropologia incentrata sul tema del bisogno: àntropos non è l’uomo generico, è considerato nella sua interezza, e orientato essenzialmente attraverso il bisogno, grande sintomo dell’essere uomo,  caratterizzato dalla bisognevolezza. Acquista una dimensione ontologica, diviene costitutivo della natura umana. Partendo da un’antropologia che guarda al bisogno vogliamo parlare dell’uomo in “carne e ossa”, senza per questo rinchiuderlo nella pesantezza del Körper, giacché la porosità, la sua complessità, lo apre alle domande dello spirito. Perciò cerco di recuperare parole scomparse dal nostro quadro semantico, come quelle di corpo e di anima, da contrapporre al rischio del riduttivismo esasperato. Si parte dalla consapevolezza del Mängelwesen, l’uomo come essere carente, fino alla potenzialità del Kulturwesen, uomo culturale, essenza dell’antropologia e dell’essere, strumento o paradigma entro cui legare tutti i discorsi pratici.

Come superare il riduttivismo con la semantica del bisogno e ambire alla metamorfosi del reale?

Il riduttivismo induce ogni scienza a rivendicare l’egemonia di un segmento della natura umana, pretendendo come totale ciò che è solo una parte. Il paradigma della complessità guarda invece all’umano come a una meraviglia antropologica, in cui sono presenti tutte le dimensioni che lo costituiscono. Nella mia concezione, più ampia di quella di Edgar Morin, a cui mi ispiro, il bisogno è il punto d’ingresso per tutto l’uomo, pensato in un orizzonte infinito entro il quale si giocano i destini della storia e della metastoria. Dobbiamo poi fare un’altra operazione oltre a quella che ci porta alla coscienza della complessità: bisogna concepire il bisogno come “bisogno ricco” che, con riferimento ad Aristotele, Hegel e Marx, non si esaurisce con l’istinto di sopravvivenza. Con Agnes Heller, allieva di Lukács, definisco quello della sopravvivenza il “limite esistenziale”, oltre il quale si apre il quadro dei bisogni: il bisogno scatta se la vita è già garantita. La tavola dei bisogni diventa dunque una tavola ricca, ne include altri che fino a poco tempo fa non c’erano, come dimostrano alcune illuminanti politiche sociali. Il concetto di bisogno supera così il welfarismo, nel solco delle teorie di Sen e Nussbaum: limite del welfarismo è quello di pretendere di ridurre a uguali i diversi, mentre un nuovo welfare, fondato sulla teoria di bisogni, vuol rendere diversi gli uguali, sostituire il welfarismo con le capabilities. L’uomo ricco di bisogni si specifica attraverso il serbatoio di potenzialità che ciascuno è. La nostra teoria si fonda sulle capabilities. Il processo di globalizzazione porta con sé la perdita delle identità in un malinteso comunitarismo universale. L’attenzione alle capabilities, come condizioni di possibilità dell’uomo intero, produce identità vere e diversità capaci di produrre il massimo sviluppo delle potenzialità di ciascuno.

Le pari opportunità sono costituzionalmente garantite, ma la loro attuazione non creerebbe una frattura con la concretezza dell’economia?

Perciò ridefinire il welfare, come possibilità di costruzione delle condizioni concrete e delle buone prassi per rendere reali i diritti. Ciò è legato anche all’economia dell’efficienza: avere una scuola e un’università rigorose, ospedali, mercato ed economia che funzionino rivoluzionerebbe tutto. L’economia del profitto per il profitto fa trionfare l’individualismo, e non permette la realizzazione del massimo per ciascuno. Il mio periodo universitario, all’alba della contestazione, è stato segnato dalla “Lettera ad una professoressa” di Lorenzo Milani: la cosa entusiasmante era che questo prete insegnava latino e greco ai figli dei montanari di Barbiana, mettendo in moto tutte le loro capabilities.

In ambito economico, il paradigma della complessità è realizzabile in maniera rivoluzionaria? Lei scrive della politica dell’et et contrapposta a quella dell’aut aut. In Italia tutto ciò è scaduto nel cerchiobottismo. Fino a dove si può mediare?

La mia è una critica alle logiche e alle politiche dell’esclusione, che accolgono la ragione di una sola parte ergendola ad absolutus. È un’apertura al dialogo, un riconoscimento e uno sforzo per cogliere la ragione altrui. Rifuggo l’immediatezza, il senso comune del trascinarsi nella storia, l’accettare la realtà con greve e ingenuo realismo. La mia è una filosofia della mediazione, che scende da lombi nobili come quelli hegeliani, che con l’Aufhebung ci insegna a superare conservando, senza prevaricare. Il problema fondamentale è quello del riconoscimento, che avviene come autocoscienza dell’altro. La prassi rivoluzionaria ha in sé la pretesa di cambiare con i tempi richiesti dalla rivoluzione, che pretendono il superamento disperdendo la ricchezza del punto di partenza: se voglio superare la cultura islamica le faccio guerra, e viceversa. Non  sapremo mai chi vincerà, ma avremo perso la ricchezza inestimabile di una cultura.

È comprensibile però l’urgenza sociale, con problemi come lo spazio e la cittadinanza, che attuando l’altrapolitica possa superare le fratture? Come proporsi, per esempio, al Medio Oriente?

Il tema dello stare insieme è un problema originario, legato alla questione del bisogno. Platone mette in risalto il carattere strumentale dell’abitare:la polis nasce perché dobbiamo cooperare per garantirci la soddisfazione del bisogno. Aristotele fa un passo avanti, ricordandoci che l’uomo è zoon politikon, portato alla relazione. Saremmo avvantaggiati nella risposta al bisogno, proprio nella città dove c’è tutto: il lavoro, la spiritualità, la relazione. I bisogni singoli si superano dove i bisogni artificiali, che producono consumismo, trovano un limite nei bisogni e nelle urgenze degli altri. L’esercizio del dialogo interculturale poi mette a fuoco in maniera a volte drammatica il problema del riconoscimento, così grave in Medio Oriente. Il riconoscimento non è un dato gratuito, come rilevo anche dalla lettura di Emmaus: perfino i discepoli faticano a riconoscere il Risorto. Eppure non c’è altra strada per rendere abitabile il nostro mondo.

Quale ruolo ha il desiderio? Citando Heidegger, l’umanismo ha portato alla catastrofe tecnocratica del presente, e il colpevole è l’uomo, ma la soluzione dei mali è dunque e solo l’universalità dell’unico dio? Quali altri orizzonti?

Heidegger mette a nudo le aporie dell’umanismo, che ha posto l’uomo al centro, ponendo le basi perché egli si sentisse tanto potente da compiere molti mali. Da Nietzsche in poi l’uomo è stato decentrato, c’è stata così la crisi del concetto di coscienza postulata da tutta la filosofia post-nicciana fino al pensiero debole. Nel mio libro precedente, “Lo sguardo della  responsabilità”, rimetto l’uomo al centro gravandolo del peso di un’etica della responsabilità per la sua vita e quella del pianeta. Cercare un altro “responsabile” che unisca l’uomo stesso con le sue fragilità porta a forme scadute di teodicea: sarà colpa del destino o di un dio? Rimettiamo al centro l’uomo, ma in un antropocentrismo relazionale con la natura, l’universo e Dio.  Sono un credente, ma ciò non mi impedisce di partire dall’uomo per una filosofia antropologica. Non trovo coerente con la natura dell’uomo coinvolgere Dio nelle sue vicende, una volta sperimentata la libertà di contrappormi a Lui. Dalla “cacciata dall’Eden”, l’uomo è divenuto responsabile di sé stesso e del pianeta. Tutti però hanno sempre avuto bisogno dei loro dei per trascendere la loro finitezza, la coscienza di essere bisognevoli. Qui la distinzione tra bisogno e desiderio: nel momento in cui l’uomo soddisfa i suoi bisogni è capace ancora di un ultimo scatto verso qualcosa che lo trascende. Il desiderio dell’uomo è illimitato e include anche Dio, anche solo come orizzonte regolativo che lo porta a superare financo i limiti e le ristrettezze dell’essere uomo. Non c’è spazio qui per l’intolleranza, men che meno quella religiosa: ciò che ci unisce è più di ciò che ci divide da altre culture. Il nodo è sempre quello di un rispettoso e consapevole riconoscimento.

Lecce, tempo di semina

ph: paolomargari.it CC: NC_BY_SA

Editoriale di Andrea Aufieri, pubblicato sul n.1 di XNews il 16 gennaio 2012.

Garin Attaher era un rifugiato nigeriano, status che gli garantiva i medesimi diritti civili che spettano agli italiani, come l’assistenza sociale, sanitaria e la pensione. La stampa locale ci ha messo un po’ prima di pubblicare il suo nome dopo la sua morte, il 13 gennaio. E nonostante l’impegno, subito sottolineato, dei dirigenti dei servizi sociali e dei medici leccesi, il signor Attaher è riuscito a contrarre la scabbia.

Il dramma rivela la fragilità delle politiche sociali leccesi: un pasto, un letto, un lavoro, non parliamo di un tetto e di un’idea di comunità, sono legati a una logica di eccezione. L’alternativa è la strada. E intanto si aspettano da qualche parte i soldi che la Caritas e le istituzioni dovrebbero impiegare nell’adeguamento di strutture ricettive dedicate. Dobbiamo ricordare che Tonino Bello, da vescovo, apriva la sua curia ai non abbienti?
È un vuoto di politica quello che si avverte, perché la solidarietà dei cittadini è forte, ma per strutturare l’azione sociale bisogna passare dalle istituzioni.

Garin non vedrà dove andrà a parare questo 2012 che si annuncia molto duro, dai provvedimenti anticrisi cui Lecce si presenta con il primo posto in Puglia per il debito amministrativo, il ventesimo in Italia, con 1500 Euro circa di carico base per ogni abitante, secondo il Sole 24 Ore, e con una famiglia su cinque sulla soglia della povertà. Con le imprese a rischio e la presenza della città in quasi tutte le graduatorie del XIII rapporto Sos Impresa sull’usura. Con un modo di gestire la cosa pubblica che  si commenta da sé nella vicenda del filobus, già  per il gergo impiegato nel nome del conto “boiachimolla”,  proseguendo verso la campagna contro l’omofobia che proprio l’ex assessore ai trasporti Giuseppe Ripa è riuscito a scatenare con le sue dichiarazioni su Vendola. E ancora la violenza e le tensioni razziste riportate a galla dalle aggressioni al venditore di rose ambulante e al ragazzo picchiato dai militanti di Casa Pound.

È un vuoto politico e culturale che attanaglia Lecce, da riempire e superare con un risveglio di cittadinanza.

Finanza mondiale: la frode è il sistema

 

Revisione di un articolo pubblicato da Andrea Aufieri sulla pagina Facebook di XNews l’8 settembre 2011.

Un mondo in cui la norma diviene la frode e l’atteggiamento criminale si sposta dall’individuo al sistema.
Non è la visione distopica di un genio della letteratura, ma l’analisi dell’attuale situazione economico-finanziaria secondo il giurista Jean de Maillard.  Ospite dell’ultima giornata leccese dell’Otranto Legality Experience per un seminario dal titolo: “The fraud: a way to manage economy and finance”, de Maillard è un saggista molto apprezzato, autore del premiatissimo L’avvenire del crimine e di Un mondo senza leggi. Un giurista al centro di un caso molto controverso di ingerenza del governo sul suo ruolo in Francia e collaboratore dell’Osservatorio geopolitico sulla criminalità (Ogc).

Rendendo molto chiari i principi che fondano le teorie di economisti contemporanei come George Akerlof e Hyman Minsky, il giudice di Saint-Germain-en-Laye spiega come un nuovo paradigma sia scaturito dall’evolversi del fordismo e quali domande esso ponga tanto agli economisti quanto ai criminologi.  Il nuovo paradigma è quello della frode sistemica, instauratasi come punto culminante di un’evoluzione inversa seguita alle fasi d’installazione, irradiazione e, oggi, incorporazione del crimine organizzato.

I tre passaggi sono segnati da un modello e un epicentro differenti. Il modello criminale organizzato della fase d’installazione è ormai parte della tradizione giuridica e ha un epicentro ben delineato nelle mafie. Alla fase d’irradiazione corrisponde invece il modello della “rete criminale”, i cui protagonisti sono tanto le mafie quanto gli attori legali quali quei banchieri, commercialisti e imprenditori che vi si associano, per esempio, nel riciclaggio. L’incorporazione della frode sistemica vede come epicentro gli attori “legali” di interi segmenti di economia e finanza. In questo contesto il ruolo delle mafie non si affievolisce, anzi si specializza in filiere sempre più profonde e lunghe dell’economia e della finanza.

L’esempio più forte è quello della frode dei mutui subprime che ha generato la crisi del 2007. Il punto nodale della tesi di de Maillard sta nel riconoscere l’impotenza del diritto: l’accanirsi contro un capro espiatorio, secondo la tesi di René Girard, non porta alla soluzione del problema. Gli assunti di Akerloff sulle asimmetrie dell’informazione dimostrano infatti che un mercato viziato da prezzi bassi perché basati su prodotti difettosi contagia tutto il sistema. E la frode sistemica produce il crollo del mercato secondo le leggi individuate da Minsky, che rappresentano una china ideale che, partendo dalla finanza coperta e sicura, passa per la finanza speculativa fino a esplodere nella finanza di Ponzi (dal cognome del celebre truffatore Charles Ponzi) in cui è il sistema stesso a essere sbagliato.

Nessuna soluzione per questo stato di cose, secondo de Maillard, che nota amaramente il ritorno in auge di teorie neoclassiche come quelle di Gomberg, che integrano economia e criminalità ancora secondo atteggiamenti criminali individuali, salvaguardando la presunta “innocenza dei mercati”. “In una società che ai valori etici ha sostituito i valori economici,-conclude-bisognerebbe forse cambiare sistema”.

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