Prima del buio, le tre vite di Nathaniel che sta diventando cieco

La sezione pugliese del Gus – Gruppo Umana Solidarietà e il percorso innovativo progettato per un migrante colpito da un glaucoma. E tanti stereotipi smontanti intorno alla cosiddetta “seconda accoglienza”.

 

Ci conosciamo da meno di cinque minuti e Nathaniel già mi mostra le foto della sua famiglia, in Nigeria. Ce n’è una in cui abbraccia tutti con tenerezza: la moglie Juliana, la primogenita Precious, la piccola Joy e i due figli maschi Prince e Divine. Nathaniel fissa per istanti lunghissimi le foto, le accarezza tenendo il suo smartphone in obliquo davanti a sé. Da pochi giorni ha chiesto a parenti e amici di inviargli le foto che li ritraggono nei posti in cui hanno condiviso quotidianità ed esperienze: vuole imprimere nella memoria volti, luoghi e dettagli per non scordarli mai più, perché presto sarà capace di disegnare con le mani i volti che ama. Vuole farlo perché la sua vista potrà solo peggiorare. Alcuni mesi fa gli hanno diagnosticato un glaucoma a uno stadio molto avanzato e adesso la sua acutezza visiva non supera il 30 per cento.

Quando cerca di parlarmi del suo problema, Nathaniel non lo nomina mai, si emoziona e ripete la stessa formula: «Se dio vuole non sarò cieco, o lo sarò il più tardi possibile, e finalmente potrò rivedere mia moglie e i miei figli, e loro saranno fieri di me».

Al suo fianco ci sono gli operatori dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) Gruppo Umana Solidarietà (Gus) di Castrì di Lecce e l’accuratezza del programma della società 3T Service (Turismo, territorio e tutela), guidata da Alessandro Napoli con Sonia Gioia. Interpellati dal Gus, i due hanno sviluppato un percorso specifico per Nathaniel, basato sulla loro esperienza personale: Alessandro è diventato cieco da bambino, sempre per un glaucoma, e Sonia è ipovedente.

Le tre vite di Nathaniel

Inventarsi una nuova vita, per Nathaniel, a 46 anni e a più di cinquemila chilometri da casa, era di per sé una sfida, ma data la sua tempra queste difficoltà non bastavano. Si è aggiunta la crescente ipovisione a mettere a rischio i suoi progetti. Mi racconta tutto con il suo ottimo inglese, come se fosse nel bel mezzo dell’azione, e la cosa mi stupisce perché fino a quel momento mi ha dato l’impressione di essere una persona di poche parole. Fino al 2013 la sua sarebbe stata la storia di un piccolo commerciante anglicano del villaggio igbo di Umubochi, a poco più di cento chilometri dall’oceano Atlantico. Viveva con i suoi famigliari nella casa dei fratelli e aveva un emporio con pezzi di ricambio per auto, accessori per l’abbigliamento, prodotti per l’igiene intima e per la casa, cellulari e alimenti in scatola.

Un giorno scoppia una violenta lite con i fratelli per l’eredità di un parente. «La vita da noi ha meno valore di alcune cose», mi dice con amarezza. Il pensiero va alla vicenda del padre, arrestato per aver sparato alla pecora di un vicino perché gli aveva devastato il raccolto: in carcere ha contratto qualche infezione che al suo rilascio gli ha concesso solo un mese di vita. «Ho avuto paura, così ho portato mia moglie e i miei figli nella casa di mia madre e siccome nel mio villaggio non potevo più lavorare sono andato in Libia con un amico».

I due salgono così sul primo dei tanti bus scassati che trovano e arrivano a Tripoli, dove si sistemano in un ghetto gestito da un piccolo boss, dal quale ricevono il permesso di avere un posto dove dormire in cambio di soldi: «Una sweet life che doveva essere pagata con grande attenzione. Bisognava portare sempre tutto con sé e non appoggiare mai niente sui tavoli o sui catini, perché subivamo furti anche mentre ci lavavamo la faccia». Per due volte gli rubano tutti i risparmi e l’ultima decide di andare via. All’autolavaggio dove lavora comincia ad avere qualche problema, gli occhi gli fanno brutti scherzi. Viene visitato da un dottore arabo che trova un occhio compromesso, gli consiglia un’operazione e gli scrive un referto. Nathaniel non capisce la lingua e non segue il consiglio: «Non potevo andare in ospedale perché non avevo documenti e mi avrebbero arrestato, ho molta paura della polizia libica». Intanto nelle sue condizioni viene allontanato dal lavoro e non può mandare soldi a casa, dove cominciano a pensare che stia cercando di sparire.

«Il mio problema in Nigeria non è preso sul serio, è una cosa culturale, finché abbiamo gli occhi dovremmo vederci».

Gli chiedo se di fronte ai dubbi della sua famiglia si sia sentito perso: «No, era nel disegno di dio». Così come dice sia stato dio a fargli avere l’intuizione di potersi imbarcare per arrivare in Italia: «Sentivo che qui avrei potuto almeno capire cosa mi è successo». Così spende i suoi ultimi 950 dinari, circa 600 euro, e convince il suo amico Christian ad accompagnarlo nella traversata. La notte dell’imbarco ha una specie di paralisi, non riesce a muoversi, forse solo per la paura. Il suo amico lo trascina sul barcone, dove sono stipate altre quarantaquattro persone. Dopo diciotto ore di viaggio il mare si agita e cominciano a esserci i primi problemi per la mancanza di aria e di spazio. Anche per questo motivo Nathaniel è immerso per metà in acqua e una donna lo tiene stretto per impedirgli di cadere. Un elicottero della guardia di finanza individua i profughi e invia una motovedetta. Dalla barca delle fiamme gialle gli tirano una corda, lui la vede e vorrebbe afferrarla, ma non ce la fa. Gli altri compagni di avventura ancora sul barcone se ne accorgono e insieme lo issano fino a fargliela afferrare. Nessuno quella notte si è fatto male. Dopo un’altra notte di viaggio, il 16 febbraio 2015 i migranti arrivano a Lampedusa.

Nathaniel è ancora semicosciente. Un uomo di nome Mahmoud lo preleva dalla lunga fila dove si trova per aspettare cibo e cure e lo porta in cima. Quando riceve acqua e cibo scompaiono la rigidità e i dolori. A Lampedusa, e così nel centro di accoglienza in Sicilia dove lo trattengono pochi giorni, riceve un trattamento standard.

Un po’ più gravi sono le responsabilità di chi lo accoglie in un albergo per i rifugiati del Nord Italia, mi racconta, dove è costretto a vivere per alcuni mesi senza potersi muovere né fare nulla. In quella sede consegna il referto del medico arabo e così ottiene due visite mediche senza che il glaucoma sia riconosciuto in tutta la sua gravità.

Di quei sette mesi ricorda l’assenza di luce: la camera in penombra, il bisogno compulsivo di dormire, il cielo di una luce spenta che non aveva mai visto. Ha paura per i suoi occhi, ma non riesce a comunicarlo.

Viene infine registrato come portatore di un disturbo lieve e assegnato alla sede centrale del Gus, a Macerata. Peccato che lo lascino senza guida, così resta nel treno di partenza, perde il cambio, si ritrova a Bari e viene rocambolescamente recuperato dagli operatori di Macerata.  Il Gus lo fa arrivare al centro specializzato per i soggetti vulnerabili a Castrì di Lecce, dove grazie all’Unione italiana ciechi ottiene il bastone bianco. È un nuovo inizio.

«Ho trovato degli angeli»

«Qui ho trovato degli angeli» dice, asciutto, Nathaniel. Il suo cuore è colmo di gratitudine per i gestori del centro. Un’intuizione di un assessore comunale, Diomede Stabile, anche lui disabile, porta Divina Della Giorgia, coordinatrice del progetto per il Gus di Castrì, a contattare gli “specialisti” Alessandro e Sonia. Nathaniel può ora contare su alcune attività che gli permettono di non abbassare la qualità della sua vita e di sfruttare al meglio la vista che gli rimane: passa dalle lezioni di Braille all’uso della tecnologia senza scordare la capacità di risposta alle attività al buio. Riceve, inoltre, una formazione da canestraio, che può garantirgli un inserimento come artigiano nella realizzazione di cesti in vimini con un maestro d’eccezione come l’artigiano Raffaele De Giorgi e frequenta le lezioni di italiano: «La mia testa non vuole memorizzare» si schernisce sull’argomento, ma parla molto bene del suo insegnante, dotato di grande pazienza.

«Siamo i primi a sperimentare un percorso di questo tipo –   esordisce Alessandro Napoli –, non avevamo un modello da seguire, ma principi cui ispirarci. A dieci anni dalla sua approvazione, in Italia non è stato esplicitato il pensiero espresso dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili per cui non si decide “Nulla su di noi senza di noi”. Non ci sono disability manager essi stessi disabili come invece è accettato in tutta Europa».

 

Alla lacuna hanno sopperito relazioni e competenza: «Siamo intervenuti come agenzia turistica dedicata all’accessibilità, perché i servizi e i principi di questa pratica erano assimilabili ai bisogni e alle responsabilità di Nathaniel come cittadino».

In un centinaio di ore Nathaniel apprende a scrivere e leggere in Braille, a usare i supporti tecnologici per disabili della vista con lo smartphone e con il computer, a sbrigare con una benda sugli occhi le faccende di casa e le proprie necessità igieniche senza dover ricorrere all’aiuto di altri. In particolare, ricorda Sonia «è stato un momento importante quando ha rovesciato un secchio d’acqua a terra e ha usato gli altri sensi, come il tatto con il piede, per capire dove si era formata la pozza per poi asciugarla del tutto». Anche Nathaniel parla dell’episodio come di un momento in cui ha capito che non sarebbe diventato «inutile». Questa consapevolezza è stata molto importante, perché, spiega Divina, «anche se gli altri otto coinquilini dei nostri appartamenti lo hanno accolto e un po’ coccolato, adesso lui comincia a fare la sua parte».

Non è finita qui, però, perché un pezzo difficile del suo adattamento sarà il cosiddetto terzo livello, come spiega Alessandro: «Deve prendere coscienza degli spazi dove vive, per questo abbiamo sviluppato percorsi di orienteering nel centro storico di Lecce e in altri piccoli centri come ad Alliste, che è la sede della 3T Service. In questo, è ovvio, Nathaniel ha più difficoltà e deve reggere l’impatto con la vita sociale».

Quando un migrante non è una risorsa, ma solo un uomo

Alessandro ha accennato a diritti e doveri di Nathaniel come cittadino: «Ha un’educazione e una responsabilità esemplari e con lui non ci poniamo da “teacher” come ci chiama scherzando. Abbiamo scelto un rapporto amichevole, orizzontale. L’unico timore che abbiamo è che una volta uscito dal Gus possa risentire dei tre potenziali fattori discriminanti della sua esperienza. Il fatto di non essere un rifugiato, ma “solo” un titolare di protezione umanitaria; la vecchia solfa che ancora tira tanto della discriminazione etnico-razziale e la discriminazione forse più pesante che subiamo anche noi tutti i giorni, quella di essere un disabile».

La domanda istintiva di un cittadino sottoposto al bombardamento mediatico delle dichiarazioni di Matteo Salvini è: «Chi glielo fa fare al Gus e alla 3T Service di seguire un migrante in queste condizioni?». Il cittadino in questione ignorerà che gli immigrati presenti regolarmente in Italia pagano le pensioni di 620mila italiani, per dirne una che tocca il portafoglio. La risposta economica non può essere esaustiva, dunque, stando anche alle ultime rilevazioni. I dati diffusi dal ministero dell’Interno e dall’European Migration Network (Emn), risalenti al 2011, raccontano dell’Italia come del secondo Paese europeo scelto dai rifugiati (40.355 richieste d’asilo) e del terzo per spesa annuale complessiva e pro capite (860 milioni di euro in totale, 21.311 euro a testa). L’ultimo rapporto della fondazione Leone Moressa riporta la spesa stimata dall’Interno per il 2015: 1 miliardo e 162 milioni, cioè lo 0,1 per cento della spesa pubblica italiana complessiva. Costi che non salgono troppo rispetto al 2011, nonostante l’allarmismo da invasione. Anche la spesa pro capite giornaliera sfata un mito della retorica razzista: è vero che questa ammonta a circa 35 euro, ma un terzo è da ripartire per il personale impiegato.

Tolti gli altri costi restano le spese destinate per intero ai migranti, come sottolinea Andrea Pignataro, responsabile nazionale Volontariato, Politiche giovanili e Servizio civile nazionale del Gus e coordinatore dei progetti in Puglia:

«Il cosiddetto pocket money ammonta a circa 3 euro, più 3,5 euro per le spese alimentari. Un aspetto che la retorica non coglie mai è che queste somme rappresentano un valore economico che ritorna al territorio, come gli stipendi ai nostri operatori, che spesso e volentieri sono laureati e altamente qualificati; i servizi, che non sono gestiti da società con sede legale sulla luna; il rapporto che si crea con i commercianti locali, che per esempio ricominciano a vendere alcune schede telefoniche o, in modo meno salubre, alcune marche di sigarette».

«Bisogna contare il contributo per l’affitto dell’alloggio per un massimo di sei mesi, se serve, quando i migranti escono dai nostri progetti – aggiunge Giancarlo Quaranta, operatore legale e sociale del gruppo –, anche quelli sono soldi che ricadono sull’economia del territorio».

Divina Della Giorgia parla del progetto, che ospita nove persone provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal, Siria, Bangladesh, Marocco e anche un curdo iracheno. Le persone vulnerabili che sono ospitate qui sono portatrici di diverse disabilità, patologie e handicap visibili e non visibili. Dei nove ospiti attuali, otto godono di protezione per motivi umanitari e solo uno è un beneficiario di diritto d’asilo. Dalla sua apertura nel 2014 sono state ospitate una ventina di persone. Il centro pratica l’accoglienza integrata come filosofia volta alla piena autonomia dei migranti. Molto positivi i risultati raggiunti finora: a menadito e con grande tenerezza Divina, Andrea e Giancarlo mi parlano di un caso di ritorno, con un cittadino afghano che ha deciso di tornare in patria dopo un’operazione delicata. E poi il pakistano che ha aperto un ristorane etnico a Roma, ma anche i due ragazzi assunti dalla pizzeria della piazzetta che si trova vicino agli appartamenti.

Colpisce la normalità nella quale tutto ciò si svolge, una normalità di cui persone ferite nel corpo e nello spirito hanno un grande bisogno. Forse è questa possibile normalità che spaventa alcuni politicanti. Certo al Sud certe cose sembrano più facili, come conferma Pignataro: «Qui l’accoglienza per i nostri progetti è un dato di fatto, non uno stereotipo. I territori dove c’era meno presenza di stranieri li hanno accolti meglio perché magari sono meno saturi. Ma il dato speciale è l’attenzione del Gus alle specificità del territorio che permette un inserimento dolce e questo approccio paga sempre».

Divina chiude il cerchio: «L’Altro. L’incontro e l’esperienza dell’Altro sono la risposta».

Uno sguardo al futuro, contro le politiche emergenziali

La chiusura delle frontiere dei Balcani e la pressione su Turchia e Grecia pongono interrogativi sull’ emergenza che potrebbe colpire di qui a breve proprio la Puglia, includendo anche il possibile intervento militare in Libia. Nel 2015 il tacco d’Italia si è piazzato al nono posto per la presenza di immigrati (dati del ministero degli Interni). Pignataro è nella posizione di poter fare delle previsioni: «Sono reduce da un po’ di tempo passato dalla nostra consorella Gus Albania dove ho incontrato il capo della polizia albanese, la direttrice dell’Unhcr del Paese, la responsabile della commissione Asilo, la responsabile del dipartimento Immigrazione del loro ministero degli Interni e l’ambasciatore italiano. Abbiamo svolto un’analisi sui luoghi dove si vorrebbero accogliere i migranti, Corizza e Argirocastro. L’idea che ci siamo fatti è che la frontiera sia aperta solo al Sud: si entra solo se si richiede asilo politico altrimenti si viene riaccompagnati indietro e non espulsi per andare dove si vuole. Non c’è nessun influsso pericoloso per la Puglia al momento».

«Considero l’accordo che l’Unione europea ha preso con la Turchia molto doloroso, un barattare morti con vivi con un’operazione contraria al rispetto dei diritti umani e della vita. Migrazione politica ed economica in questo senso hanno pari dignità e non si possono mettere quote, occorre una riforma vera. In questo caso esiste solo la distinzione tra umanità e disumanità».

«Per quanto riguarda la Libia, non posso fare stime: in quanto nonviolenti e pacifisti siamo preoccupati per tutto ciò che comporta fare una guerra. Ma se il problema è la cosiddetta invasione, l’Unione europea ha 500 milioni di abitanti. A partire dalla primavera araba a oggi sono arrivate un milione di persone. Penso che un’invasione debba avere numeri differenti, stando ai libri di storia».

Contro l’indifferenza

Ho chiesto a Nathaniel come pensa sarà il suo futuro, visto che i primi sei mesi di permanenza negli alloggi del Gus scadono a maggio. Saranno prorogati quasi con certezza, ma tra un anno cosa farà?

«Vorrei stare con la mia famiglia il più vicino possibile ad Alessandro e Sonia. Vorrei rivedere con i miei occhi la mia famiglia e vivere al massimo delle mie possibilità con un lavoro dignitoso».

Un’umanità condivisa dall’impegno quotidiano del Gus e della 3T Service. Ho conosciuto Nathaniel in occasione della lettura al buio del romanzo Cecità di José Saramago. Mi viene in mente che questa umanità sia la risposta alla domanda di relazione con l’Altro. L’impegno è quello di smentire una considerazione al centro del romanzo: «È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria». Contro tutto questo evitare l’indifferenza.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2016 sulla Gazzetta del Mezzogiorno on line.

Il corpo come frontiera

Per ragioni di opportunità, il «Sun», secondo quotidiano inglese più venduto nel mondo, sembrava aver sospeso le pubblicazioni di «Page 3». Si potrebbe dire che con la crisi non esistono pagine intoccabili. Ogni giorno, dal 1970, seni scoperti o nudi integrali di bellissime modelle, sconosciute al grande pubblico, irrompevano in quella che è la seconda pagina più letta di un quotidiano: pagina tre, appunto. Il 19 gennaio sulle pagine dell’altro tabloid campione di vendite, il «Times», si leggeva che qualcuno aveva dato una sbirciatina sulle pagine dei rivali, rimanendo deluso. Niente più signorine da capogiro. In tutto il mondo si è celebrato il funerale di «Page 3», tra elegie e sermoni. Quando è arrivato anche il commento della ministra dell’Istruzione del governo di David Cameron, Nicky Morgan, gli attivisti hanno festeggiato.

nicolesunGià il 22 gennaio «Page 3» è tornata. Con un ampio spazio anche in prima pagina, la bella e sconosciuta modella Nicole da Bournemouth, 22 anni, ammicca ai lettori con un occhiolino che si potrebbe leggere così: «Piaciuto lo scherzetto?». La didascalia riprende con sarcasmo le tipiche formule delle smentite e delle rettifiche: «Chiarimenti e correzioni. Precisiamo che questa è “Page 3” e che la modella di oggi è Nicole». Prosegue la nota: «Ci scusiamo con la stampa e le televisioni di mezzo mondo che hanno impiegato molto tempo a parlare di noi». La bellezza nordica concede un topless con naturalezza, lasciando sciolti i suoi lunghi capelli biondi.

La ragazza offre il particolare di una collanina rossa molto hippy, a cercare forse un richiamo alle origini della rubrica. Durante la rivoluzione dei costumi degli anni Settanta, il tabloid popolare cercò strategie di rilancio. La punta di diamante di quel misto tra gossip pruriginoso e informazione generalista fu l’istituzione della foto grande formato di ragazze disposte a togliere i veli davanti all’obiettivo. Una decisione controversa, letta come una provocazione al passo coi tempi da qualcuno e un gesto reazionario e sessista da molti altri. Un paragone irriverente con l’invenzione italiana della terza pagina, dedicata alla cultura e alla mondanità, ma in forte declino. Lo sdoganamento del corpo nudo delle donne sembrò la massima espressione dello spirito dei tempi.

Resta il dubbio che il giornale abbia messo in atto un’efficace strategia di marketing. Il Sun e il Times appartengono entrambi alla News International di Rupert Murdoch. La società è nata dalle ceneri della News Corporation e un caso del genere, voluto e costruito, sarebbe uno scherzo per la società responsabile dello scandalo delle intercettazioni, che nel 2011 implose creando un buco da 46 milioni di dollari.

femenCon la crisi, economica o di idee, non esistono pagine intoccabili. Nell’era della sovraesposizione alla pornografia «Page 3» è però già cambiata, coprendo sempre di più le sue modelle: potrebbe esplorare altre visioni del corpo come frontiera. L’occidente snobba le Femen, perché la forza dirompente di un nudo non attecchisce e anzi appare banale. Ma da molto tempo ormai abbiamo capito di non essere soli in questo campo. E allora le Femen.

miakhalifa

E allora il pedagogico esempio di Mia Khalifa. La pornostar nata a Beirut nel ‘93, ma ormai residente a Miami, hapornhub-mia-khalifa-proportional-searches scalato in tre giorni la classifica delle pornostar più «cliccate» su Pornhub. Il trono apparteneva alla celebre Lisa Ann, ma la pubblicazione di un video in cui la libanese fa sesso a tre con l’hijab (il velo che copre capo e spalle) ha eccitato e scandalizzato il suo paese d’origine. Molto interessanti le infografiche di Pornhub sulle visite al video. La donna ha dei tatuaggi che non possono essere nascosti, dato che nei video non nasconde proprio nulla: una frase dell’inno e la croce simbolo del partito cristiano conservatore del Libano. Questo ha fatto infuriare qualche estremista, che le ha inviato delle cortesi minacce di morte. La pornoattrice ha commentato così l’episodio su Twitter:«Spero si riferissero solo alla testa, perché le tette mi sono costate troppo!».

imagesC’è poi un esempio che preferisco: Amina Sboui, classe 1994. Quando ha scritto sul suo seno «Fanculo la vostra morale» e poi «Il mio corpo mi appartiene», le Femen l’hanno adottata. Ben presto Amina ha abbandonato il gruppo definendolo islamofobo. Amina non respinge la sua religione, ma rifiuta l’idea che lo Stato possa definirsi padrone del corpo di qualcuno. Un anno più piccola di Mia Khalifa, Amina rifiuta lo sfruttamento del corpo per fini commerciali, ma rivendica l’idea che chiunque possa scegliere il suo destino. Non è finita la battaglia di civiltà sulla frontiera della carne.

*In copertina una foto di JeongMee Yoon. L’artista realizza il Pink&Blue Project sul condizionamento dei generi. 
 http://www.jeongmeeyoon.com/aw_pinkblue.htm

 

150 occasioni di farsi stato

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Pubblicato su DueA martedì 15 marzo 2011

Ma io non conto, eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola. Noi credevamo… (Anna Banti, Noi credevamo, Mondadori 1967)Il link è alla scena finale di “Noi credevamo”,  adattamento cinematografico del libro di Anna Banti per la regia di Mario Martone (2010).

Quello che poteva essere e non è Stato, per le colpe diffuse che ormai ci portiamo dietro da un secolo e mezzo.
Ho riportato la frase conclusiva del romanzo di Anna Banti, ripresa per intero dal film apocrifo Noi credevamo di Mario Martone, che se ne è discostato tantissimo, ma che ha mantenuto intatta la forza dirompente del discorso conclusivo.
Ho scelto proprio quel libro perché, come scrisse Enzo Siciliano su “L’Espresso” del 23 aprile ’67, qui si legge con sanguigna tensione un “Risorgimento raccontato con rabbia”.
E la rabbia, l’inquietudine, l’incertezza sembrano essere state le tremende compagne di viaggio di un percorso unitario sbagliato. Perché lontano dal popolo, che pure con tattiche differenti, come rimugina il protagonista del libro Domenico, avrebbero potuto essere al seguito della causa, quella giusta, quella garibaldina e repubblicana.
E invece fu guerra civile, la più odiosa possibile, che arrivò a far dire a Garibaldi di voler maledire il suo sbarco, perché fu sinonimo di carneficina, trasformò il re borbone Franceschiello in un martire e Murat nell’ultimo eroe romantico di cappa e spada.
E poi i briganti: un capomafia in carcere dice a Domenico che i garibaldini avrebbero dovuto affidarsi alla loro rispettabilità per coinvolgere la gente del Sud. Parole verissime, ma pericolose altrettanto.
In tutto questo spariglia e vince il bottino l’invasore VIttorio Emanuele, che con una grande Anschluss conquista l’Italia, fa voltare un attimo Napoleone III, prende Roma e…diventa il re di Sardegna con appendice italiana.
Una radice malpiantata, malnata eppure ormai nel terreno. Ma a quale costo?
E che cosa è possibile festeggiare oggi?
Forse, l’italianità d’averla fatta franca, dal monarchismo poco illuminato dei Savoia, dagli scherani neri del Ventennio, dalla minaccia comunista, dagli anni di piombo? Ma stiamo sicuri che in qualche modo ci saremmo arrangiati, adattati infine.
E allora, in barba ai mala tempora che corrono, questo vuole essere un omaggio a gente come Giovanni Falcone da Palermo, per esempio, e a tutti quelli che hanno creduto in qualche modo nella possibilità di un gioco democratico, pulito. In un posto felice che potesse avere nome Italia e vantarsi di essere uno Stato formato da un’idea.
E un pensiero al futuro, in cui spero che possano cadere responsabilmente tutte le bandiere, fuori dai regionalismi pseudoidentitari che non portano da nessuna parte.

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