La casa dov’è?

Foto: Gabriele Spedicato

 

 

Più piccole, affollate, vetuste e senza servizi: le case dei migranti

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
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È una fresca sera di fine agosto: un vento impietoso spazza via ogni ricordo dell’estate che molti turisti hanno trascorso a Torre Dell’Orso, marina del comune di Melendugno (Le). Con fare mesto mi accingo a prendere il bus che mi riporterà a Lecce, ma non so da quale lato della strada arriverà. Scorgo alcuni ambulanti seduti contro la rete di una struttura privata, mi danno le informazioni che mi servono, poi uno di loro mi viene incontro. Prenderà il mio stesso autobus: «Robert Njeri», si presenta, tremando letteralmente di freddo, mentre cerco di capire se è il mio corpo a darmi informazioni errate sulla temperatura. «Ho fatto pochi soldi  oggi-prosegue Robert-e devo tornare a dormire se no chiudono il centro».
Gli chiedo dove dorme:«A Casa Emmaus, centro Caritas-risponde-ma tra pochi giorni non potrò più andarci e cerco casa».

Robert cerca casa

Santa Maria dell’Idria, la parrocchia che ospita il centro di accoglienza, ha venduto i locali e chiuderà presto, così Robert deve intensificare gli sforzi per trovare un alloggio: «Anche un posto letto, che non superi i 150€». L’impresa si fa complicata da subito visto il budget, ma insieme attuiamo un piano d’azione: gli dico di informarsi dai fratelli neri, poi giornale e web a portata di mano stiliamo una lista dei posti che potrebbero andare, e pare siano tanti. Ma prima di qualsiasi passo gli parlo del centro Asia, per l’intermediazione abitativa. Bob è ottimista:«Ho preso anelli, orecchini e bracciali, un po’ all’ingrosso dai cinesi e un bel po’di qualità dal Kenya, dove stanno i miei. L’estate ho lavorato tanto, spero anche in questi giorni, e poi provo in centro a Lecce».

I primi approcci con i fratelli vanno malissimo:«Io sono un kikuyu (l’etnia dominante e più numerosa in Kenya-ndr), sono solo e qui a Lecce ci sono tanti luhya e qualche luo e diciamo che non sto troppo simpatico. Qualcuno se mi vede per strada mi chiama Kibaki (Mwai Kibaki è il presidente attuale del Kenya, inviso alle fazioni opposte-ndr), non sono riuscito a legare con i senegalesi, e comunque nessuno ha un posto da consigliarmi».

La sua famiglia vive a Dandora, a est di Nairobi, una delle zone più inquinate del pianeta, dove si può immaginare che le condizioni di vita siano al limite della sussistenza. Lì aspettano con ansia sue notizie la mamma e sua moglie Elizabeth, madre di Michael e Jenny. Sua madre gli ha chiesto una foto da farle vedere, lui dice di dimenticarsi sempre di farsela, è molto più smunto ed emaciato di quando è partito e anche i 2€ per la foto è meglio che li mangi.

Sul fronte del lavoro le cose precipitano:«In questi giorni piove e da quando il bus non passa più pago 20€ un fratello per andare in spiaggia in macchina». Da quando è in Italia ha lavorato regolarmente solo come badante, poi a Otranto, Cavallino e Lecce come ambulante, adesso farebbe volentieri il cameriere. Robert è venuto qui con un visto turistico, poi sua sorella ha chiesto il ricongiungimento familiare che scadrà nel 2012: «Devo cercare un lavoro e un tetto perché così sono tranquillo, con un contratto». E intanto gli si prospettano altre notti a Emmaus: «Di là è difficile perché ci dormono una ventina di persone, ho paura anche a dormire lì per i documenti, è pericoloso. Poi se facciamo tardi per vendere da ambulanti non ci fanno entrare».

Dai mediatori di Asia non è andata bene:«Il massimo che potevano fare era mettermi con altre quattro persone, ma avrei pagato comunque troppo, e non avendo lavoro sarebbe comunque stato difficilissimo». A questo punto gli tocca ricaricare il telefono e chiamare un po’in giro: «Ho provato come tutti a chiamare, ma molto spesso non mi vogliono, e altre volte c’è una richiesta di anticipo che non posso dare, o cercano solo studentesse. Se uno lavora con pochi soldi al giorno trovare casa è difficile».

Facciamo un giro di chiamate nel centro storico Se sentono una parlata differente non rispondono un’altra volta, oppure dicono: “Adesso stranieri no”. Lo stesso in via Monteroni. Riusciamo a convincere un ragazzo a Santa Rosa. Dopo poco declina dicendo che c’era un tipo in bilico che finalmente aveva accettato. Lo faccio richiamare da un amico, e gli conferma che l’appartamento è ancora in affitto.

«Senza un frigo-mi dice-spendo anche di più al giorno per mangiare, e non mangio cose sane, ora ho male allo stomaco». Nei giorni successivi si fa visitare dalla Caritas, lo spavento gli passa: deve bere più acqua. Prende una giacca e un buon paio di scarpe. Rifiuta di dormire con altre persone in un appartamento, gli rubano dei soldi per dormire in una casa che non esiste, infine si adatta in stazione. Ha preso la decisione di partire. Dopo aver scartato Roma e Vicenza, alcuni amici lo hanno invitato a lavorare a Bruxelles. Ci sta facendo un pensierino, intanto torna a dormire in stazione.

Una prima mano d’intonaco

Il Testo unico sull’immigrazione del ‘98 esclude l’accoglienza per cittadini immigrati in situazioni di forte indigenza, se non finalizzati all’accoglienza temporanea nei Cpa e in sostanza in previsione del rimpatrio. Esclude anche un contributo, previsto invece dalla Turco-Napolitano, agli enti pubblici per le ristrutturazioni igienico-sanitarie per immigrati regolari presenti a vario titolo sul territorio nazionale. La Bossi-Fini ha poi apportato ulteriori modifiche non recepite da molte regioni, che peraltro hanno risposto legiferando in autonomia sulla questione immigrazione.

Gli stranieri residenti in Italia nel 2008 erano 3.891.295, più 862.453. Pochi al Sud, 352.434, ma in costante aumento. Come, ma soprattutto, dove vivono? Secondo il Sindacato unitario nazionale degli inquilini e degli assegnatari (Sunia), il mercato degli affitti in Italia vede aumenti di canone significativi, essendo salito dal 130% al 145% nel decennio 1998-2008. Almeno per le metropoli. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) puntualizza che al nord si affittano case a stranieri che sono al di sotto degli standard degli autoctoni, mentre man mano che si scende le distanze si assottigliano. Il Censis nel 2005 ha evidenziato due problemi gravi, uno al nord e uno al sud. I costi degli affitti troppo alti costringono gli stranieri ad abitare in periferia, incidendo sulle spese per i trasporti e sulla socializzazione, mentre al sud il problema è la discriminazione relativa a pregiudizi di carattere igienico e di assenza di garanzie.

Una ricerca nel Mezzogiorno, Sotto la soglia, evidenzia che le agenzie immobiliari non affittano case a non comunitari su richiesta dei proprietari. Molti autoctoni dichiarano di non volere stranieri come vicini. Scenari immobiliari fissa a 78mila gli acquisti di case da parte dei lavoratori immigrati nel 2009, e nel 2010 pare si siano arrestati a 53mila, la metà esatta della media dell’ultimo lustro, durante il quale sono stati acquistati 600mila alloggi per una spesa complessiva di 70 miliardi. Nel VII rapporto 2010, il Cnel gira poi il dito nella piaga insostenibile dei mutui e degli affitti per coloro che perdono il lavoro o che guadagnano meno per via della crisi. Questa strada porta diritto a morosità e aumento trasversale degli sfratti. Condizioni di questa gravità non erano in previsione, visto che ancora il Censis, nel 2006, rilevava condizioni abitative stabili per l’84% degli immigrati regolari e condizioni di disagio per il 36%.

La casa degli orrori e quella dei sogni

Da denunciare la vita dell’1%,dei regolari, stipata in “altro tipo di alloggio”, che per caratteristiche non può essere definito abitazione: 4.852 persone. Abitano invece edifici costruiti prima del 1962 il 52,8% degli immigrati, in costruzioni moderne solo il 13,6%. Il Censis ha ricostruito le case standard degli immigrati: più piccole, con meno stanze, sovraffollate, vetuste e con peggiore dotazione di servizi rispetto alla media italiana. Con un divario di condizioni che comunque si assottiglia sempre più al Sud.

Demolendo per un minuto questa foto desolante, il dossier Caritas/Migrantes ha effettuato un focus sulle politiche abitative: il top è l’Emilia Romagna, dove sono state da tempo costituite agenzie per la casa con finalità sociali, utilizzo e recupero del patrimonio edilizio già esistente, interventi di facilitazione alla locazione, credito per l’acquisto, equa ripartizione del fondo per l’affitto in sostegno alla domanda.

Ma la realtà italiana è un intonaco disfatto: sta scomparendo il sostegno all’edilizia sociale agevolata, idem per i sistemi di contributi per il sussidio casa, assenza di parità di accesso, e il tutto è complicato da quote, bonus punti per gli anni di residenza, separazione delle graduatorie tra italiani e stranieri, e altri complicati intrecci di calcoli. Cosa fare per rinfrescare in attesa di tempi migliori e poi ricostruire? Il Cnel fotografa la situazione attuale e anticipa le misure in cantiere. Arriveranno 200 milioni per le emergenze alle Regioni (ma ne erano previsti 550), il Piano di sostegno all’edilizia è dato in coma, come misura inadeguata rispetto alla situazione. Il Piano di edilizia abitativa che si fonda essenzialmente su un sistema di Fondi d’investimento immobiliare, nazionali e regionali,e un allegato di quest’ultimo ripartito per 377 milioni tra le Regioni.

L’analisi conclusiva del Cnel: “Da questo quadro emerge chiaramente che nei tempi brevi sarà molto difficile poter dare risposte adeguate alla crescente domanda. Questo anche considerando la riduzione del trasferimento delle risorse alle Regioni e agli enti locali previsto con la recente manovra finanziaria del Governo. In ogni caso ci vorranno anni per tradurre i finanziamenti (…) in case abitabili”. Tra le proposte del Consiglio, quella di attivare politiche di sostegno per i redditi più bassi (fino a 14mila€ netti l’anno), perché queste persone  destinano ora dal 63% al 94% del loro reddito per le spese abitative, e mantenersi invece entro il 30%. Offrire nuovi spazi all’housing sociale, implementato da un potenziamento dei Fondi immobiliari per valorizzare periferie e aree degradate. Proprio l’housing sociale è al centro della proposta di legge presentata dal Cnel in Parlamento e che dovrebbe essere oggetto di valutazione, in tempi in cui si parla troppo di una sola casa, per altro fuori dei confini nazionali.

Puglia chiama Casa

Un recente report di ricerca dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi), presentato a dicembre 2009 e in attesa di pubblicazione, ricostruisce l’iter legislativo riguardo al diritto alla casa e analizza i principali regolamenti comunali. In attesa che la Corte costituzionale dia una risposta definitiva all’impugnazione da parte del governo della legge regionale della Puglia n. 32 del 2009, valgono in regione le disposizioni della 54/84, che ammette come unico requisito la cittadinanza e la reciprocità stanti trattati e accordi internazionali. L’Opi ha inoltre analizzato i regolamenti comunali con presenze significative di immigrati, evidenziando che criteri e disposizioni alimentano gravi disparità di accesso e concludendo che: “Per esperienza presso gli enti locali, sappiamo che nella maggior parte dei bandi comunali per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, il fatto di non avere un’attività lavorativa stabile, o di essere disoccupato, permette al cittadino italiano di aver attribuito un permesso maggiore, mentre (…) per il cittadino straniero non comunitario, rappresenta un motivo di esclusione dal bando”. In altre parole, per poter rivendicare qualsiasi diritto lo straniero deve anzitutto dare garanzie economiche stabili.

La situazione cambierà con il progetto Puglia aperta e solidale. Diritto alla casa, diritto di cittadinanza, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dall’assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia in partenariato con le Province pugliesi. Attivato a febbraio 2009, ha il proposito di favorire l’housing sociale in favore dei migranti e delle loro famiglie, attraverso la costituzione di un’ Agenzia sociale di intermediazione abitativa (Asia) in ogni provincia. Ogni agenzia prevede servizi per l’immigrato e per il proprietario.

All’immigrato sono forniti servizi di accompagnamento e intermediazione circa l’orientamento, l’informazione e il completamento delle operazioni di ricerca e di definizione del contratto. Il requisito loro richiesto è quello di essere “regolare”. Il proprietario dell’abitazione, che sia a norma, usufruisce di contratti concordati e di una serie di servizi nella gestione tecnico amministrativa, quali la contrattazione del canone, la stipula dei contratti, registrazione, indicizzazione, suddivisione delle spese condominiali, dichiarazioni alla questura. Oltre a questo aspetto, le agenzie Asia supportano anche quei migranti che, in condizione di temporanea difficoltà, chiedano di essere ospitati presso le strutture ricettive convenzionate.

Le abitazioni occupate in Puglia da soli stranieri o anche da stranieri sono circa un milione e mezzo, mentre abitano in “altri tipi di alloggi” altre 286 persone. Sotto la soglia, lo studio realizzato con il patrocinio dell’Ue, del Ministero dell’Interno e del Ministero della Solidarietà sociale, sottolinea che in Puglia “il quadro  complessivo del disagio si presenta con molti chiaroscuri; se infatti una “qualche” sistemazione abitativa risulta essere alla portata della maggior parte degli immigrati nell’intero territorio; il percorso di accesso all’alloggio resta (…) difficile ed alta è la domanda che si registra per il pur degradato patrimonio immobiliare in offerta”.

Sono molto alti i tassi d’ insoddisfazione abitativa in particolare nei centri urbani, dove c’è sia tensione che densità, una sola eccezione: Lecce.

Nella città barocca

Nelle 13 aree del Sud analizzate da Sotto la soglia, Lecce rappresenta una piccola eccezione, perché asperità sociali sono mitigate dall’attitudine all’accoglienza. Tuttavia il mercato degli affitti è per tutti una giungla. Le statistiche dello studio citato delineano un primo approccio alla questione. Delle oltre 13mila presenze registrate in provincia, circa un terzo sono residenti considerati stabili. Per il 47% di loro, il primo alloggio non è stato come potremmo immaginare in un centro di accoglienza, ma presso parenti e amici, quasi sempre in una casa o in una stanza e per fortuna quasi mai in “altri tipi di abitazione”.

La spesa è spesso pari a zero finché non si trova una sistemazione migliore, o comunque contenuta entro i 100€. Un dato significativo è che entro i primi cinque anni di permanenza, il 68,8% di loro ha cambiato casa tre volte: il motivo principale è l’aumento dei costi. Lecce è tra le aree dove i prezzi degli affitti per gli stranieri sono aumentati visibilmente, attestandosi sui 356€ mensili più le utenze. Il quadro delle coabitazioni propende nettamente per quelle con i propri famigliari (60,9%), in una zona semicentrale delle periferie, e il grado di soddisfazione è tra quelli più convinti dell’intero meridione, anche se in prospettiva futura il 37,2% cambierebbe alloggio per uno spazio in condizioni migliori. Abbiamo già detto dei risultati generali della ricerca riguardo ai rapporti di vicinato, ma possiamo rimarcare che a Lecce il 48,7% dei residenti stranieri li giudica “discreti”.

Come in tutta la nazione anche Lecce soffre delle rigidità di accesso ai mutui e ai finanziamenti per via delle scarse garanzie possedute. Ce lo conferma Sergio Brocchi, della filiale leccese della Banca popolare pugliese: «Difficilmente i cittadini extracomunitari superano positivamente il credit scoring (la valutazione della solvibilità dei potenziali clienti, ndr), perché bisogna garantire il domicilio in Italia, in quanto risulterebbe costoso e improponibile un recupero forzoso del debito in patria, e non fa fede nemmeno un lavoro con un contratto regolare, bisogna vedere quale tipo di contratto, di che durata e con quali introiti. Difficilmente si arriva al minimo dei 14mila€ di reddito richiesti. E questa è l’esperienza di una banca che pure in passato ha avviato progetti embrionali di microcredito con cooperative di extracomunitari per finanziare piccole operazioni. Ma la congiuntura attuale non ci permette di prendere certi rischi».

Un’idea più omogenea di quanto avviene sul territorio comincia a darla l’Asia della provincia di Lecce. Lo sportello è situato in viale Marche, presso la sede del Servizio immigrazione della Provincia, e annovera nel suo staff alcune precise figure professionali: la coordinatrice del progetto, Klodiana Çuka, due mediatori interculturali, un consulente immobiliare, un legale e un’assistente sociale. Per quanto riguarda l’emergenza, si cerca di fronteggiarla con sette strutture convenzionate (due a Lecce, una in chiusura e in sostituzione e una in fase di ristrutturazione, e le altre a Maglie, Giorgilorio, Cavallino, Surbo e Tiggiano), per un impegno economico di 141mila€ e un totale di 94 posti utilizzati a rotazione dai migranti, spesso incoraggiati a presentarsi allo sportello da amici e famigliari.

Si possono quantificare a oggi circa 100 contatti ricevuti. Ogni utente, ospite presso uno dei centri convenzionati, dovrebbe pagare un ticket di 3€ a notte che molto spesso non è stato corrisposto a causa delle difficoltà economiche degli utenti stessi. Sono invece oltre 200 i contatti avvenuti per il servizio d’intermediazione abitativa, che hanno riguardato per lo più la città di Lecce. Si tratta, in prevalenza, di uomini di una fascia di età tra i 25 e i 35 anni, quasi tutti provenienti dall’area del continente africano, in particolare da Senegal e Ghana, e da quello asiatico, indiani e srilankesi.

Molti di loro avanzano richieste di base poco esaudibili per l’attuale contesto leccese: un bilocale arredato per una sola persona o nucleo famigliare che non superi il costo mensile di 350€. Spesso gli operatori hanno dovuto accorpare più richieste per la locazione in case molto più ampie che potessero ospitare anche quattro o cinque persone per un affitto complessivo di circa 500-600€ mensili. La lingua batte dove il dente duole: potenzialità ancora inespressa dal progetto è l’attivazione del microcredito in favore dei migranti. La Regione ha da poco stipulato la convenzione con Banca Etica, proprio per consentire ai migranti di accedere a piccoli prestiti del totale massimo di 2500€, da restituire in tempi lunghi e a condizioni agevolate. Un peccato, perché questi finanziamenti avrebbero potuto riguardare un buon 70% dei contatti effettuati dall’Asia: «Ecco perché la prosecuzione del progetto-ci dicono dal centro-sarebbe particolarmente utile a tutti quei migranti che, difficilmente bancabili in condizioni ordinarie, potrebbero fruire dell’accesso a fonti di finanziamento seppur minime, necessarie per avviare piccole attività di commercio ambulante, come pure per il pagamento delle cauzioni relative alle abitazioni prese in locazione».

C’è da rimarcare che dalla sua piena operatività ad aprile, il progetto Asia a Lecce avrebbe dovuto chiudere i battenti a fine settembre, ma va registrata la volontà politica di proseguire reperendo fondi locali o mediante la partecipazione a bandi nazionali.

Ibrahim Faye: Le Savoir guide!

Ibrahim è molto chiaro, da subito:« Ho 37 anni, essendo nato il 9 dicembre ’72, vengo da Guédiawaye, Senegal». È un dipartimento della regione di Dakar, a nordest della capitale, e guarda negli occhi l’Oceano Atlantico «Sono venuto in Italia il 28 novembre del 2008, dopo aver viaggiato in aereo, con visto turistico per la Spagna e poi per la città di Parigi».

Sceglie di seguire a Lecce il fratello Amadou, più grande di lui (potete conoscere la sua storia nel foto racconto), che giudica come il più tranquillo e accogliente dei posti finora visitati. Ha avuto molti problemi di discriminazione, a suo dire, che lui bolla come problemi di “ignoranza” di certe persone, «ma se dovessi mettere le cose belle e le cose brutte che mi sono capitate qui su una bilancia, le prime peserebbero molto di più».

È la prima volta che deve cambiare due volte casa: ha appena lasciato quella del centro storico, nelle cosiddette giravolte che servivano a far perdere i conquistatori stranieri e ora “accolgono” i nuovi cittadini. Ha dovuto lasciarla per l’umidità e perché il proprietario deve ristrutturarla per venderla. La sua ricerca è durata circa tre settimane: a parte la miriade di no ricevuti perché non è né uno studente né soprattutto una studentessa, ha anche ricevuto delle risposte esilaranti al telefono, non fossero discriminatorie. A parte qualche secco “Non vogliamo immigrati”, qualcuno si è avventurato nel paradosso: “No, no, non affittiamo”,«Ma se questo sul biglietto è il vostro numero», era la semplice osservazione di Ibrahim, che per tutta risposta riceveva un “Non è vero” e la chiamata si perdeva.

Dopo un lungo pellegrinaggio per via Leuca, il quartiere di Santa Rosa, il centro ormai off limits (lì i soldi degli immigrati sono stati la base per lussuose ristrutturazioni o nascite di b&b), una San Pio che dovrebbe chiedere un incentivo all’Ente per il diritto allo studio e a quello per le pari opportunità vista la dedizione con la quale sistema esclusivamente quote rosa di studentesse.

Dopo tante esperienze degne del Rocambole di Terrail, Ibrahim conclude il trottolio su viale Taranto, con quattro suoi fratelli. Gli chiedo se oggi saprebbe dirmi se a partire ha fatto bene: «In parte sì e in parte no. Posso apprendere idee economiche e culturali per la mia terra, per il pane e per il suo sviluppo. Tra gli insegnamenti del profeta Muhammad (Maometto, ndr) c’è l’esortazione ad andare a cercare il sapere Jusqu’à la Chine (fino in Cina), ma se non torni è male. E lo stesso diceva Baye Niass, che pure ha fatto molti viaggi ed è morto a Londra: niente è più bello di Medina».

E dopo le citazioni la conclusione: «Credo che il mondo è difficile, ma lavoro per entrare in relazione, ottenere confidenza e il rispetto dalle persone. Cerco sempre di essere un po’ “speciale”, per provare a dialogare, poi nessuno è perfetto. Ed è importante questo: capire che siamo vulnerabili, e darci una mano, tutti». E ci prova anche con me: «è importantissimo per esempio il lavoro di giornalisti come te che lavorano per la conoscenza, la quotidianità e la memoria. Le savoir guide!. Il sapere guida». Non è un francese impeccabile, ma si fa capire. S’è guadagnato un tè e un pacco di gomme.

I mondiali dei migranti

 

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
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Qualcosa permette al calcio di essere ancora popolare, oltre il bombardamento mediatico.
Se è vero che gli scandali, le violenze e le misure di sicurezza hanno ridotto l’afflusso dei tifosi nelle gabbie cui sono stati ridotti gli stadi italiani, non si può dire lo stesso del fascino di tirare due calci a un pallone.

Sempre meno per strada, sempre più per i numerosi campi delle strutture sportive o degli oratori. Quasi mai in undici: troppi amici da conoscere e concertare, magari in cinque, e davvero su qualsiasi qualità di campo. Se va bene, come vedremo nel caso di “Calcio senza confini”, per un torneo si possono raggruppare otto persone e costringerle a scendere in campo una volta a settimana, ma questo denota passione e quello spirito così ben raccontato da Francesco De Gregori ne La leva calcistica della classe ‘68, che ha reso quella canzone un evergreen.

E poi. Non ci sono più le bandiere, sono tutti mercenari, e se esistono non spiccano per sportività e correttezza. Eppure, forse in competizione solo con la musica, è proprio il calcio ad aver globalizzato sul serio certe dinamiche culturali in ogni angolo del mondo. Se prima poteva far sorridere vedere uno straniero indossare la maglia dell’Inter, giocatori della squadra “multinazionale” a parte, oggi si vedono sempre più immigrati indossare le maglie delle proprie nazionali, sempre più competitive.
Proprio in quest’ottica la madre di tutte le manifestazioni calcistiche, il Mondiale di calcio Fifa, si gioca quest’anno in Sudafrica. E anche quest’anno ha il suo inno pop, cantato da Shakira: Time for Africa.

È davvero il momento dell’Africa? Ecco cosa ne pensano Billy e Ablaye, senegalesi, rispettivamente supporter e portiere part-time del team Afika Unite. Fanno quattro chiacchiere con me poco prima della delicata sfida contro le Kapu Vakanti, primi in classifica del girone di qualificazione A del torneo “Calcio senza confini”. Billy ha 32 anni e ne ha passati a Lecce quasi otto, fino ai 22 è stato un corridore velocista, appassionato di atletica leggera in genere. Tifa Senegal, che dopo i fasti dei mondiali nipponico-coreani ha vissuto un lento declino «ma abbiamo cambiato politica e ci stiamo riprendendo». Ha seguito comunque i mondiali e ha tifato Italia, credendo nel bis e perché «ormai l’Italia è la mia casa: nessun posto è ospitale come il Salento. A Dakar ho fatto altrettanti lavori che in Puglia: dal cameriere al meccanico, fino al bracciante per la raccolta di angurie e pomodori e l’estirpazione di erbacce. Anche se non ci sono soldi e se non ho un lavoro serio da due anni, anche se qualcuno appena sono arrivato ha approfittato della mia poca conoscenza dell’italiano per rubarmi soldi, ho conosciuto tante brave persone che mi hanno aiutato nei momenti difficili e mi hanno dato coraggio, mi hanno convinto a non disperare».

Ablaye ha 19 anni, studia come grafico presso l’istituto superiore “Antonietta de Pace”, lavora come assistente presso un anziano leccese, e ama molto il calcio, tanto da venire a parare quando può, anche subito prima o subito dopo alcune giornate un po’ troppo faticose, nelle quali il lavoro e lo studio coincidono. Il team dello Unite, appena lo vede, gli fa una grande festa, nonostante il primo portiere sia molto affidabile e spettacolare. È a Lecce da solo un anno e mezzo: «Qui ho trovato la pace. Sono arrivato su una barca in Spagna, poi sono stato a Milano e a Parma, ma qui ho trovato gente simpatica e conviviale, soprattutto presso l’ufficio Migrantes e lo sportello per l’immigrazione della Provincia, che mi hanno dato consigli e aiuto per la scuola, per i documenti, per il lavoro». Sul Senegal ha una sua precisa teoria: «Per passare le qualificazioni ci voleva il cuore, e quello da un po’ non ce l’abbiamo, siamo poco umili. Camerun e Ghana si vede che superano i problemi tecnici facendo squadra. Anche per questo ho tifato Camerun».

Mi dice di essere molto attivo nel sociale: qui a Lecce ha fondato l’associazione “Teranga-Associazione per l’integrazione partecipativa”: «In questo momento di grave crisi, noi che veniamo qua per quanto ci è possibile dobbiamo evitare di essere un peso per gli altri e per la società, è giusto che ci impegniamo». È venuto per fare gli auguri ai compagni, lui deve scappare al lavoro, ma prima di andare via dà un ultimo sguardo a quel pallone che rotola sul campo di un paese che sente finalmente suo e per il quale ha dato e continuerà a dare tanto. Già, la partita è terminata con una sconfitta di misura (1-0), poi la squadra è stata eliminata. Ma partecipare è importante.

 

(R)esistere!

Bansky in Boston
Bansky in Boston

Di Andrea Aufieri. Editoriale di Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
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Il secondo numero di Palascìa ha preso corpo tra il 25 aprile e il 2 giugno, passando per la marcia per la pace del 16 maggio, ed è per questo che è possibile leggervi un fil rouge legato alle molteplici forme di “resistenza”, perché continui a esistere una nazione capace di civiltà e di pace, in una parola di futuro. Il nostro Stivale sembra sempre più improntato a tirare calci in faccia alla dignità di chi arriva o tenta di arrivare sulle sue coste per una nuova opportunità, se non per chiedere rifugio. E allora abbiamo provato a chiederci, nei giorni del mondiale di calcio, cosa può renderci uniti. Un nuovo sapore dato al calcio stesso, come succede un po’ in tutta Europa con le NoRacism Cup. L’istanza figlia del movimento antirazzista, come tutto ciò che è venuto e verrà fuori dal Primo marzo. La rabbia, la sofferenza, la voglia di legalità che sale da Rosarno. La dignità del lavoro, la parità dei trattamenti e delle opportunità, il diritto alla casa e alla salute sono istanze che i cittadini stranieri rivendicano a ragione e con molteplici voci. Proviamo ad ascoltarli e a capire come fare perché si possa dar loro una risposta.

Ma una resistenza che si rispetti rappresenta la volontà di camminare sulle proprie gambe. È così che abbiamo ascoltato le immense parole di un giovane senegalese, che non vuole essere un peso in più in un tempo di crisi. È così che a Bari i somali hanno riportato alla vita il Ferrhotel abbandonato. È così che vogliamo unire la resistenza di Rom1995, in Calabria, a quella degli ospiti “in sosta” da vent’anni al campo di Lecce. È così che dall’Aifo e dall’Inmp, che hanno collaborato alla nostra rivista insieme a Libera informazione, arriva il lungo grido degli ultimi, di chi lotta ancora con le epidemie che per secoli hanno falcidiato la vecchia Europa, tentando di scuotere i cordoni delle multinazionali farmaceutiche, di chi tenta di strappare un metro di ossigeno alla desertificazione. Una battaglia che unisce anche gli italiani alle lotte mondiali: la resistenza alla privatizzazione dell’acqua, con il referendum alle porte e gli esempi di chi dalla resistenza incomincia la sua rivoluzione. E mentre un governo completamente avulso dal paese reale disfa le istituzioni di garanzia che lo fondano, la Regione Puglia, pur tra giuste critiche e richieste di partecipazione, lancia il suo assalto a difesa della legge sull’immigrazione, impugnata per conflitto di competenza, ma con l’esortazione a “disobbedire” pervenuta anche dall’Unione europea e dall’Ilo. E mentre il governo annuncia tagli alla cultura e al welfare, oscurando la questione delle ingenti spese militari, qualcuno se ne infischia e organizza reali missioni di pace: navi cariche di aiuti e di know how solcano il “mare di mezzo”, laddove 15 mila persone hanno trovato la morte in vent’anni di disperati tentativi di approdo. Nel clima ferino creatosi all’indomani di un’applicazione perversa della par condicio, durante la trasmissione”Rai per una notte”, Mario Monicelli dichiarava la necessità di una rivoluzione.

Nella sezione della cultura abbiamo intervistato il filosofo Mario Signore, che ripudia i tempi imposti dalle rivoluzioni per non perdere la strada già conquistata e guardare avanti consapevoli di forze, debolezze ed errori. Le passioni popolari sono sopite, ma le reti civiche si fanno portatrici di una nuova stagione di semina, di quella speranza che don Tonino Bello chiamava “convivialità delle differenze”, risvegliando i costruttori di pace perché la Puglia ne divenisse l’arca foriera. Cercando di mettere quotidianamente in opera questo insegnamento, Palascìa dedica questo numero ai migranti , e non solo a loro, che bagneranno di sudore le campagne della Puglia quando noi ci rinfrescheremo a mare, perché qualcuno si accorga per davvero di loro, perché lo Stivale serva per camminare insieme e arrivare alla meta di una pacifica interculturalità, magari indicando il sentiero a chi è più indietro.

La Puglia e l’Altro

 

Andrea Aufieri,  Quel “Noi” che in Puglia è fatto di “Altri”, Palascìa_l’informazione migrante, Anno I, numero 1, gennaio-aprile 2010
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Il primo forum delle Città interculturali, a Bari l’11 dicembre scorso, è stata occasione di dialogo e condivisione. La giornata si è articolata in quattro momenti: il dibattito, gli interventi delle istituzioni internazionali, i report dalle undici città-pilota che partecipano al progetto e l’esperienza dei tre giorni baresi vissuta dai Giovani giornalisti europei.

Le interviste di Palascìa ai protagonisti:
Maud de Boer-Buquicchio, vice segretario generale del Consiglio d’Europa

Quali sono i punti irrinunciabili della sfida della diversità in Europa?

L’Europa è attenta alle necessità e ai bisogni dei territori per formare personale e sviluppare i servizi sociali. Poi quello che accade in ogni paese è una questione di atteggiamento: è stato uno sforzo di volontà, in passato, quello di far comprendere il funzionamento delle istituzioni al cittadino nativo. Oggi invitiamo le amministrazioni a mettersi nei panni dei cittadini stranieri, che spesso non sono consapevoli nemmeno dei propri diritti e hanno forti diffi coltà linguistiche. L’integrazione passa obbligatoriamente dallo sviluppo di questo punto.

Perché l’Italia è stata spesso richiamata dal Consiglio, nonostante la condivisione di politiche europee per il rispetto dei diritti umani dei migranti?

Credo sia necessario distinguere tra le competenze e le azioni del Consiglio d’Europa e quello che fa il vostro Governo: sottolineiamo che tutti coloro che arrivano in un paese straniero hanno la garanzia del rispetto di un livello minino di diritti umani, anche se irregolari e senza documenti, che sono gli stessi di cui godono tutti i cittadini.

Franco Cassano, docente ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari

Qual è il valore dell’intercultura messo a fuoco dalla lente pugliese?

L’arrivo in Puglia della Vlora ha ricordato a questa regione la sua vocazione di terra di confi ne, tra le italiane con il maggiore sviluppo costiero, terra di dominazione, invasone, contatto. Fatti depositati nella storia e nella ricchezza del suo patrimonio culturale, dalla Magna Grecia alla Grecìa salentina, dalla presenza albanese e di tutti coloro che sono arrivati: siamo per definizione un popolo molto mescolato, nel quale convivono sempre più dimensioni ereditate da tutti questi arrivi e partenze, un Noi quello pugliese, che è pieno di Altri.

Il mondo contemporaneo, però, pone delle fratture pericolose: come ricucire il contesto sociale lacerato dalle lotte orizzontali per il lavoro e la dignità?

Una delle conseguenze della globalizzazione è la liberalizzazione della forza lavoro. Dai paesi più poveri tutti vengono a cercare lavoro e si creano situazioni lavorative senza dignità, sicurezza, garanzie. Ma il problema del lavoro non riguarda solo gli immigrati: è un dramma che riguarda soprattutto i giovani del Sud, tra disoccupazione e precarietà. Quello che non deve accadere è che ci si divida, ognuno per il suo piccolo progetto, con il risultato che ci si indebolisce. Se i lavoratori sono divisi, si favorisce chi vuole mantenere in piedi la precarizzazione del lavoro e della società. Questo è un motivo di più per incoraggiare le pratiche di intercultura, perché è un terreno di riconoscimento comune e reciproco. Dare a tutti l’orizzonte della cittadinanza comune è la premessa per ridurre la diseguaglianza.

Silvia Godelli, assessore regionale al Mediterraneo

Bari sarà la dodicesima città interculturale e per la Puglia l’Europa sarà più vicina?

Una candidatura formale non è ancora pervenuta. Il vero obiettivo del forum è di rinforzare la collaborazione della Regione con il Consiglio d’Europa, che affronta temi condivisi e sostenuti, sperando siano d’aiuto alle città per una maggiore consapevolezza dei problemi sul tavolo.

Qual è il voto che assegna allo sviluppo dell’interculturalità in Puglia?

Sette meno: c’è una forte spinta del territorio a sviluppare progetti interculturali. Ricevo annualmente circa seicento domande di piccole iniziative interculturali territoriali. Piccole perché non hanno la pretesa di cambiare il mondo, ma radicate sul territorio e intenzionate a costruire luogo per luogo relazioni positive e processi di conoscenza di una diversità che numericamente cresce ed è culturalmente significativa, ma ancora limitatamente conosciuta. Reputo significativa questa spinta territoriale, cercheremo di assecondarla e consolidarla.

Qual è lo scenario che il suo assessorato disegna oltre il 2010?

Arrivo al 2015, nel quadro dei progetti europei di cooperazione territoriale, sia con i Balcani che nel Vicino Oriente e con il sud del Mediterraneo. Abbiamo ottimi risultati dopo aver rodato qualche anno, un’ inseminazione del territorio.

 

Informazione interculturale in Puglia

Editoriale di Andrea Aufieri, Palascìa_l’informazione migrante, Anno I, numero 1, gennaio-aprile 2010
http://www.metissagecoop.org

 

Perché una rivista d’intercultura e perché da Lecce?

La vittoria del bando regionale “Principi attivi_giovani idee per una Puglia migliore” ci ha dato una grande opportunità per operare in un contesto, quello leccese, in cui in meno di un lustro le presenze immigrate sono raddoppiate. Succede che dovremo abituarci al dialogo, e quale mezzo migliore per esercitarlo se non una rivista? Magari, come faremo, redatta e raccontata tanto da italiani quanto da immigrati. I lavori sono in corso, nell’ottica di una prossimità sempre più defi nita nei confronti dei nostri lettori, che consideriamo come cittadini, tutti, che consideriamo per i loro diritti, i loro doveri e le loro storie, perché tutti possiedono un patrimonio sociale che l’appiattimento dell’integrazione potrebbe cancellare.

“Non dimentichiamo di essere un popolo di migranti”: così diceva Napolitano a ottobre 2009, e sembra sia passato un secolo (a ritroso), invece è appena l’inizio dell’anno quando scoppiano i fatti di Rosarno. In mezzo un mare di cronaca. Nera o grottesca, avente come leitmotiv la caccia istituzionalizzata all’immigrato. Come a San Martino dall’Argine, provincia di Mantova, regione Lombardia, o al “White Christmas” di Coccaglio, Brescia, regione Lombardia. La Lombardia è una delle regioni più ricche d’Italia, contribuiscono alla sua ricchezza un milione circa di immigrati e un numero non quantificabile di terroni. E da Varese, regione Lombardia, proviene Maroni, che dopo Rosarno ripete di voler calcare la mano sugli immigrati, perché il nostro paese è stato fi nora troppo permissivo con loro.

Permissivo, forse, nel senso di “permesso di soggiorno”, quel pezzo di carta per avere il quale quote sottostimate di lavoratori immigrati sono disposti ad accettare qualsiasi condizione. A Rosarno si sono stufati; molto presto, il 1 marzo, si stuferanno gli immigrati di tutta Italia e di tutta la Francia, in modo più pacifico, ma questo al giorno d’oggi non sembra più scontato.

Noi intanto siamo in Puglia: abbiamo avuto il “Black Christmas”, ma siamo al centro del primo processo moderno in Europa per riduzione in schiavitù di persone immigrate. Una terra di contraddizioni, non una meta preferita dagli stranieri se non per i lavori stagionali più rilevanti (i pomodori in Capitanata, le angurie salentine). Ma da sempre crocevia di cui il Faro della Palascìa, a Otranto, il punto più a oriente d’Italia, è insieme simbolo, testimonianza, prometeo di un nuovo umanesimo che i suoi studiosi hanno teorizzato negli anni passati e che i suoi abitanti hanno messo in pratica ogni giorno. Ignorare gli “altri” signifi cherebbe creare le condizioni per una nuova Rosarno. Ciò che differenzia la Puglia dalla Calabria e dalla Lombardia, oltre alla ricchezza di certi piatti, sta nell’aver evitato di istituzionalizzare il razzismo e le derive segregazioniste e securitarie.

Ne sono esempi la recente approvazione delle norme di accoglienza varate dalla Regione, vittoria di una politica inclusiva, e ne sono esempio le politiche giovanili portate avanti secondo un pensiero semplice, ma devastante: “Siete voi il nostro futuro” , come ci suggerisce Guglielmo Minervini, nessuno spettatore, tutti protagonisti. Rifiutando un concetto stretto di integrazione, porremo attenzione al lessico impiegato, che troppo spesso i media tradiscono nell’obiettività cedendo ad un sensazionalismo pruriginoso (ogni immigrato è un clandestino, il delinquente lo è di più se è un immigrato).

Vogliamo parlare di interazione, un concetto ancora lontano dalla società italiana, che è certamente una realtà storicamente multiculturale, ma il passaggio all’interculturalità presuppone una maturazione nel dialogo e nel confronto, come ripetono certi pionieri come Tonio dell’Olio, Franco Cassano e Luigi Perrone, che hanno arricchito il nostro sapere in questa terra. Un piccolo passo per l’uomo un grande passo per l’umanità, quello che sapremo condurre dalla tolleranza verso l’alterità.

Sullo spirito antirazzista

Editoriale di Andrea Aufieri (Pagina Fb di XNews, 19 dicembre 2011)

Una nuova cultura, quella che sul numero zero di XNews auspicavamo e alla quale vorremmo contribuire. E ci abbiamo provato proprio il 13 dicembre, parlando  all’università di diritti umani, così vicini alla nostra tradizione eppure così lontani perché quotidianamente offesi, proprio lo stesso giorno in cui la comunità senegalese veniva colpita a morte a Firenze da un militante dell’associazione neofascista Casa Pound.

La dignità umana è la sostanza della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Essa è riconosciuta a tutti e tutti devono provare a metterla in pratica vivendo in spirito di fratellanza. E con questa idea in testa anche io ho partecipato al corteo antirazzista per le strade di Lecce. Con questa idea e con qualche altro pensiero: tutti i cittadini sanno che uccidere è un gesto criminale, che molti definirebbero fuori dalla società civile. Non è così: è che alleviamo continuamente i germi della violenza, e lo facciamo non solo innaffiando le associazioni portatrici di concetti violenti, ma anche contrapponendoci a esse in maniera similmente violenta, perché poi è così che è andata. O,almeno, per l’ennesima volta è così che i giornali si sono divertiti a minimizzare, a ridurre a macchiette i quesiti importanti che invece lo svolgimento della manifestazione ha posto.

La  gimkana cui costringe la legge sui cortei del 2009, per la quale non si può passare davanti a “obiettivi sensibili” tra cui le chiese per intenderci, e sappiamo qual è la densità di chiese nel centro storico, si aggiungeva anche l’ingombro degli allestimenti natalizi. Questi fattori emarginavano il corteo, ma non hanno impedito la riuscita di una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni.

Penso ancora che, per indole, non mi piace tanto l’idea di partecipare a una manifestazione antiqualcosa. Semplicemente mi piacerebbe proporre, lasciando fermo e inusitato il razzismo, non l’antirazzismo, ma un modello sostenibile di alterità, di cui l’anitrazzismo è solo un’irradiazione minore. E all’integrazione preferirei, sempre come emanazione dell’alterità, l’interazione. Che è interazione tra le culture, e dunque intercultura. Non credo siamo di fronte a concetti inspiegabili e impossibili. Anzi, nei fatti (da Rosarno a Brescia, da Sud a Nord, per tutta l’Italia, passando per Foggia e Nardò) i migranti stessi ci stanno pian piano dimostrando che la realtà è molto più avanti, e che siamo noi a restare indietro.

Ma l’antirazzismo è un minimo comun denominatore, come lo era l’antifascismo. Cosa anima il mio antirazzismo, l’ho appena scritto: egualgianza, dignità, esperienza dell’altro. Sarà possibile far crescere tutto questo se ogni volta si deve andare in piazza per ricordare i minimi comuni valori? E cosa anima, questo è il punto, l’antirazzismo di chi era in piazza ieri? Perché ho anche ascoltato le impressioni di chi diceva di disprezzare proprio la democrazia. E chi dice invece di essere democratico, ma che evirerebbe volentieri i fascisti.

L’anno scorso scrissi un pezzo su Casa Pound e la sinistra, in cui auspicavo che la società civile fagocitasse l’ignoranza grazie a un’azione attiva e di esempio e non esacerbando le contrapposizioni. Perché poi succede che all’indignazione non segue un lavoro culturale concreto di presenza sul territorio, da sinistra, e si avverano invece i desideri di chi non parla punto, a destra.  A un anno di distanza un iscritto a quell’associazione compie un gesto che da solo basterebbe a evidenziare i presupposti dell’azione deviante di Casa Pound e che le manifestazioni nazionali seguite all’evento hanno fatto capire quanto sia isolato. La stessa Casa Pound sa che la sua azione sarà danneggiata da exploit di questo tipo, e in una sorta di operazione di re-branding si è profusa in comunicati sulla questione. Ma tornando a Lecce, la partecipazione del consigliere di centrodestra forse più coinvolto con i neofascisti, Roberto Martella, ha alimentato la protesta, soprattutto ma non solo giovanile, giustificate col senno di poi anche dalle dichiarazioni successive del consigliere, nelle quali non c’è nemmeno un cenno di condanna dell’accaduto a Firenze, e questo avvalora l’ipotesi della sua presenza come una provocazione. Ma a tutto c’è un limite. Ho sentito ragazzi autoctoni urlare:”Vai via, fascista di merda!” e parte dei senegalesi ricordare, non senza tensione, che la manifestazione era pacifista.

Una risposta, provocatoria anch’essa, ma decisamente più intelligente, è arrivata dallo Sportello dei diritti di Giovanni d’Agata, che chiede una dimostrazione di buona fede al consigliere, che si risolva nel cambiare il nome della via in cui risiede (scherzo della sorte?), da via Predappio a via Samb Modou e Diop Mor, i nomi dei senegalesi uccisi.

Ma, soprattutto, tra i molti intransigenti del movimento antirazzista, organizzatore dell’evento, ho colto con sospirato piacere anche le posizioni di altri giovani,solo senegalesi stavolta. Può darsi, pensavano, che quella del consigliere fosse una provocazione, ma se noi siamo più forti è perché permettiamo a gente come lui, se ha una coscienza, di manifestare contro il razzismo. E visto che rappresenta un’istituzione, questo significa che tale istituzione è con noi.  Il senso di questo editoriale accompagna queste parole. Poi si può dire che il pensiero è semplicistico, che l’istituzione è con loro, ma a parole, mentre nei fatti si comporta diversamente. Ma questo è un problema di opportunismo e, in sostanza, di cultura. Il nocciolo è che non si risponde alla barbarie con la barbarie.Se questa sinistra leccese lo capisse forse smetterebbe di restare sempre all’angolo,  con i giornali che seguitano a dire ai cittadini di tornare a dormire, ché era cosuccia insignificante.
Se i cittadini volessero fare un piccolo sforzo magari questo accanito russare s’assottiglierebbe.

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