Biliardino, la svolta di Alessio Spataro

«Sono contento di tornare qui perché ho trovato grande ospitalità e mi sono trovato bene. Non so se una mia prossima storia parlerà della Puglia, ma di sicuro mi piacerà tornarci». Alessio Spataro abbraccia così i suoi stimatori pugliesi, apprestandosi a fare il tour di presentazione del suo Biliardino. Sarà a Taranto il 6 novembre, il 7 a Bari, l’8 a Lecce e il 9 a Foggia.

Biliardino (BAO Publishing) è il primo libro a fumetti che Alessio Spataro ha realizzato da solo. È un libro importante, che segna una svolta nel lavoro dell’autore classe 1977, catanese emigrato a Roma. Prima ci sono
stati sette libri satirici e alcuni albi a fumetti. Alcuni titoli: Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza italiana (Minimum fax, 2009) sulla morte di Federico Aldrovandi, scritto a quattro mani con Checchino Antonini; Heil Beppe!1! (Altrinformazione, 2014) con Carlo Gubitosa e la trilogia La Ministronza (i primi due albi pubblicati nel 2009 e nel 2011 da Grrrzetic e il terzo nel 2012 da Pick a Book). Alessio ha collaborato dal 1999 con riviste satiriche e altre testate giornalistiche, come Cuore, Left, e Frigidaire, poi Bile, Mamma! e il Male di Vauro e Vincino.

Il libro è l’epopea di Alexandre Campos Ramírez (1919 – 2007), originario di Fisterra, in Galizia. Poeta, scrittore e (non) inventore del popolare gioco di calcio da tavolo, il biliardino. Ramírez ha avuto una storia rocambolesca e oscura, intessuta di persecuzioni sotto il regime franchista e di amicizie importanti come quella con Pablo Neruda e Albert Camus. Ha cambiato molti nomi: per i nemici era Alejàndro Finisterre. Nel 1936 è ferito alla gamba durante il bombardamento di Madrid. Trasferito a Montserrat, in Catalogna, prende spunto dal tennis da tavolo per realizzare un gioco che permetta ai bambini storpi e mutilati dalla guerra di emozionarsi ancora al gioco del calcio.

Alessio Spataro
Alessio Spataro

La vera nascita del biliardino e delle sue innumerevoli varianti è incerta e contesa almeno da quattro nazioni europee: Inghilterra, Francia, Germania e Spagna. Spataro sceglie quest’ultima perché è il luogo «più distante da facili tifoserie nazionaliste». Il libro è avvincente, domina il grottesco, è colorato in rosso e in blu come le divise dei giocatori di legno; i capitoli riprendono diverse situazioni tipiche del gioco; la trama è lineare fino a un certo punto, poi diviene cubista e astratta, lasciando aperto il finale.

Alessio Spataro prova a guidarci nel suo capolavoro:

«Quando è morto de Fisterra (un altro dei nomi con i quali era conosciuto Ramírez – ndr), sono stato attratto dalla sua vita. Che però è piena di lacune e di zone d’ombra. Esiste anche una biografia che non ha mai visto la luce. Sullo sfondo, molti e lunghi esili che fanno della vita del personaggio uno dei tre protagonisti del libro, oltre alla storia del gioco e a quella del Novecento. Il finale, dunque è interpretabile e aperto perché i tre protagonisti non sono esauriti, non finiscono davvero. Abbiamo detto della biografia del personaggio, possiamo dire lo stesso del gioco e di tutte le dinamiche messe in moto dagli eventi del secolo scorso».

La prospettiva storica è alla base della scelta narrativa di Spataro, che solo in apparenza ha abbandonato l’impegno civile assunto con i suoi lavori di satira: «Nel Novecento si sono messe in moto molte cose belle, ma anche e, per me, soprattutto quello che odio e che mi fanno paura. E che oggi vedo ritornare a proporsi: l’impunità ai fascisti e l’indifferenza nei confronti delle stragi politiche, per esempio».

La cattiveria sottile di alcuni ritratti, e in fondo una ricerca del sorriso beffardo con lo stile grottesco sono evidenti nel libro come lo erano in molti lavori precedenti. Ci sono una rabbia minore o modulata e una maggiore volontà di racconto: «Meno rabbia, per forza, perché guerre e persecuzioni non le ho vissute da contemporaneo e le ho dovute rendere con uno studio e una documentazione approfondite.  Provengo da una grossa produzione satirica e il tratto cattivo e il cinismo si ritrovano nelle fattezze esteriori che ho voluto rappresentare. Non ho disegnato, però, curandomi troppo  delle esigenze del lettore, ma cercando di esprimere ciò che ho dentro e che questa storia mi ha stimolato. Certo, mettendomi nei panni del lettore trovo sicuramente divertenti molte cose».

IL BILIARDINO p12
La metafora del biliardino, già usata in precedenza, ha un significato preciso, intuibile nel prologo di questo libro: «C’è già il biliardino come passione in alcuni miei fumetti. In Zona del silenzio ha la funzione di uno stimolo ad andare avanti, a cercare la verità. Questo gioco è un po’ una metafora della mia vita, non sono mai stato molto bravo, vincere resta un mistero. Spesso ho perso anche nei tornei di presentazione del libro. Infatti all’inizio avevo pensato di regalare un libro a chi mi batteva, poi sono sceso solo a uno per presentazione. Poi non sempre!».

Con Biliardino perdiamo un satiro potente, in un’epoca che sembra fatta apposta per la satira, e acquistiamo un narratore attento ai particolari? È un addio all’impegno politico? «Biliardino è una pausa, perché mi sono stufato di rimestare nella spazzatura di partiti razzisti e filonazisti. Ma non è una vera e propria pausa. Nel libro si legge un: “Meno male che Franco c’è!”. Di sicuro oggi la satira viene più facile che in passato, nessuno si sottrae perché abbiamo i politici più ridicoli e vergognosi di sempre.  Non ho visto mai tanta ipocrisia e mai così diffusa».

Se non avesse scritto Heil, Beppe!1! si intravedrebbe un accenno di grillismo nelle sue parole: «Io sono un comunista convinto, non sono un militante o un attivista, anche se aiuto molto i centri sociali. Rifiuto le categorie attuali di sinistra, destra e centro, non in favore del qualunquismo, ma perché credo non siano ben definite. E trovo i tradimenti delle promesse elettorali della sinistra molto peggio di quelle degli avversari politici. Sono più critico e cattivo con i “miei”».

«Al momento – dice – non lavoro su altri grandi progetti, ma su tre o quattro storie che ho da tempo nel cassetto e che sento di fare uscire come Biliardino. Certo, potrebbero non essere importanti come questo, che per me è stato un vero punto di svolta narrativo, ci tengo molto».

Roma sembra essere un’isola felice per la fortuna dei fumettisti, in questo momento.  Cerco di far concludere l’intervista con una cattiveria gratuita o almeno uno sfottò per Zerocalcare e Natangelo, ma resto spiazzato: «Non c’è rivalità tra noi, ma stima reciproca, credo. Di recente Nat ha anche preso le mie parti per gli attacchi che ho ricevuto dal Movimento 5 Stelle e domenica 1 novembre abbiamo fatto una presentazione insieme al Lucca Comics. Tra i tre, però, io sono quello che viene perculato di più, sempre e soprattutto da Nat, perché purtroppo sono goloso di Kinder Cereali come il suo leggendario personaggio, Dibla. Comunque, per quanto possiamo frequentarci e prenderci in giro a vicenda,  non raggiungeremo mai il livello di ispirazione che ci forniscono  le nostre muse esterne, i bersagli della nostra satira».

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Daniele Greco dopo il salto record ora vede Mosca

Saltare 17,70 metri oltre la sfortuna, guadagnarsi l’oro e quasi un record. Tanto ha potuto Daniele Greco con il suo salto triplo ai campionati europei indoor di Göteborg, il 2 marzo.

La prestazione dell’atleta e finanziere di Galatone, in provincia di Lecce, è la seconda migliore italiana di sempre, nonostante l’infortunio alla caviglia patito una settimana prima della gara. Il grande pubblico ricorda la delusione dopo il quarto posto alle olimpiadi di Londra. Lì i crampi non gli hanno dato tregua, ma il rientro ai massimi livelli gli ha già regalato il primo sorriso.

L’accoglienza che gli ha dedicato il suo paese al rientro, si può sintetizzare nella foto della torta per il suo 34esimo compleanno, il 1 marzo, lunga 30 centimetri oltre il record azzurro dei 18 metri. «Se fossi vissuto in una grande città-dice-non avrei avuto l’affetto che mi ha riservato Galatone: tutti i miei concittadini, sono un grande stimolo sul campo da corsa».

Cosa passa per la testa di un atleta che ha appena compiuto un’impresa? «Pensavo di essere andato molto più lontano, ma quando mi sono girato in buca a vedere il risultato, mi sono ricordato di aver sporcato un po’le scarpe e lì qualcosa l’ho persa, poi la felicità è esplosa».

La dichiarazione non nasconde la fame di Daniele: «È chiaro che dopo Londra tutti mi aspettano a Rio, ma quello che voglio subito è l’oro ai mondiali di Mosca, ad agosto».

Il salto di Daniele può spingere in alto anche le condizioni delle strutture locali per l’atletica, come denunciato da Sergio Perchia, presidente della sezione leccese della Federazione italiana di atletica leggera (Fidal). «Grazie all’onestà del mio allenatore Raimondo Orsini e alle fiamme oro-riflette il campione-, posso allenarmi anche con Roberto Pericoli a Castel Fusano, a Roma. Ma resto ancora sul campo di Taviano, a Lecce. Io la mia strada l’ho trovata, ma se i miei risultati potessero aiutare altri ragazzi che vogliono fare atletica a non spegnere i sogni o andare fuori, sarei molto contento».

La sua vita è fatta di semplicità e abnegazione:«Mi alleno nove volte a settimana, il mio tempo mi piace impiegarlo con i miei affetti e cantando nel coro della messa la domenica. D’estate, adoro la pesca subacquea a Gallipoli».

Un bon ton ecologista

Più o meno tutte le mie ricerche ruotano intorno a un sospetto ricorrente: che il modello di sviluppo occidentale sia fondamentalmente in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli del mondo quanto con l’aspirazione di riconciliare l’umanità con la natura.

Così Wolfgang Sachs riassumeva il proprio pensiero in Ambiente e giustizia sociale. Non è difficile dargli torto. Il protrarsi del dominio dell’uomo sulla natura senza alcun freno ha portato alle crisi molteplici che stiamo vivendo, e l’ultracapitalismo ha accelerato il processo di disgregazione dell’uomo dalla natura, estendendo il modello distruttivo ben oltre l’occidente.

A vent’anni dal vertice mondiale di Rio de Janeiro le nazioni si ritroveranno ancora a discutere di ambiente, ma con una precisa convinzione: quanto più impegnativi sono gli obiettivi fissati in meeting come quello del ’92 tanto più clamorosi saranno i fallimenti. L’Agenda21 che vagiva nel ’92 ha portato ai grandi assenti di Kyoto e infine al disastro di Durban. Proprio alla conferenza di Durban è emerso il nodo della questione: perché i paesi in ascesa devono sacrificare la loro crescita per rimediare agli errori dell’occidente, che per quasi tre secoli ha prosperato indisturbato? Dal canto loro, gli stati iperindustrializzati sembrano muovere all’unisono una questione speculare: perché sacrificarsi al punto da essere superati dai paesi in ascesa economica?

Se il Canada ha risposto con eloquenza ritirandosi dal consesso dei firmatari del Protocollo di Kyoto, si guarda con speranza alla ragionevolezza di nazioni come India e Brasile. Ma proprio il Brasile, che nel ’92 era la speranza dei sostenitori del “capitalismo dal volto umano”, non ha ancora una legislazione ambientale adeguata, procede con il deforestamento intensivo dell’Amazzonia (l’ultimo picco però è avvenuto nel quinquennio 2001-2006, al ritmo di circa 28mila chilometri quadrati all’anno) e mostra pericolose oscillazioni dopo il veto del governo Roussoff alla moratoria per i reati ambientali.

Riconoscendo l’aspetto finanziario deludente nell’approccio alle tematiche ambientali, la comunità internazionale prova ad affrontare la questione del rispetto delle regole in ambito universale. L’istanza è semplice: se le multinazionali possono comportarsi seguendo un diverso manuale di bon ton a seconda del tavolo in cui siedono, può il diritto provare a uniformare quel manuale? La risposta è confusa e poco concreta, persa nell’ipocrisia che normalmente vige nelle dichiarazioni ufficiali dei summit internazionali. Ma tanto in salute non sta neanche il metodo. Esiste una sola branca universale del diritto, quella dei cosiddetti diritti umani. Sarà quella giusta in cui far confluire i problemi dell’ecologia politica e quelli posti dalla gravità della situazione?

Al dibattito filosofico e giuridico montato dagli anni sessanta a oggi, alle istanze più urgenti in vista di Rio+20 e al caso Italia saranno dedicati i prossimi post.

Tra Beppe e Silvio: se le elezioni le vince chi sa comunicare

Telespettatori e fruitori del web hanno fatto la fortuna dei due personaggi  border-line alle ultime elezioni politiche, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Solo due mesi fa nessuno avrebbe detto che il finale di partita sarebbe stato loro, che hanno saputo attrarre la metà delle preferenze degli italiani.

L’estate scorsa si è fatto un gran parlare della Casaleggio associati, l’azienda di Gianroberto Casaleggio specializzata in marketing di rete, che ha reso stabile il successo del comico genovese. Dal guru italiano del web sono nate le idee di costruire i Meetup, la base del Movimento 5 stelle, i «day» di vario tipo messi su dal movimento e un nuovo concetto di democrazia digitale diretta.

Non si parlerà mai abbastanza, invece, dello specialista per eccellenza di questo tipo di comunicazione. Eppure Berlusconi ha provato a mettere in guardia tutti, l’anno scorso, scrivendo la prefazione del libro dei suoi collaboratori ed esperti di comunicazione più fidati. Antonio Palmieri, Gianni Comolli, Cesare Priori e Massimo Piana hanno realizzato l’analisi delle strategie comunicative dei partiti del cavaliere dal 1994 al 2012.

L’esperto comunicatore Berlusconi ha toccato la pancia e il portafogli dei suoi interlocutori, ha detto loro quello che speravano di sentirsi dire. E lo ha fatto attraverso un mezzo di comunicazione dalla portata fenomenale: il 98 per cento della popolazione italiana, 58 milioni di persone, possiede un televisore. Berlusconi ha evitato le piazze. Ogni comizio pubblico, al chiuso, è stato preparato e studiato fin nei minimi dettagli, al punto che ci si chiede quanti voti in più gli avrebbe fruttato realizzare l’ultimo incontro a Napoli, saltato per indisposizione. Sono diventati celebri i suoi slogan, ripresi e amplificati anche in rete, «Paghi Bersani, Prendi Monti» o le varie proposte-shock e le restituzioni.

Quasi come se avesse pattuito una spartizione dei campi d’influenza, Grillo ha consolidato la sua presenza su internet con milioni di visite sul suo sito (il dato più recente, proveniente però dallo stesso blogger genovese, è quello di oltre cinque milioni di visitatori unici giornalieri). Da sette anni il suo è il blog più visitato in Italia. Dei 39 milioni di italiani che hanno accesso al web, gran parte di loro ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Con l’aggiunta di una laurea, proprio questa fascia d’età è l’utenza privilegiata del sito del genovese, che ha ottenuto un totale di 16 milioni di voti tra Camera e Senato, come se avesse spostato i suoi utenti dal sito all’urna elettorale. All’esatto opposto di Berlusconi, Grillo ha evitato i giornalisti e riempito le piazze. Da dove ha urlato anche lui slogan e proposte: «Tutti a casa!» e «Apriremo il parlamento come una scatoletta!» racchiudono tanto l’elemento di novità del movimento-far entrare la società civile nell’emiciclo-, quanto il voto di protesta.

Lo sconfitto, cioè il partito che è arrivato primo senza vincere, per citare il suo leader, è il Pd. La campagna elettorale del Partito democratico è stata trasparente nel senso dell’assenza, quando i suoi video «virali» non hanno irritato la base; non ha forgiato slogan significativi e ha tenuto un profilo basso che gli ha fatto dilapidare un vantaggio di 15 punti percentuali. Che gli italiani abbiano ancora bisogno di slogan e di parole urlate, questo è un dato di fatto e insieme un nodo che per ora non può essere sciolto.

Odissea di un intraprendente

Foto: Sergio Stamerra

 

Facciamo di Ulisse un albanese, che però ha frequentato molto la Grecia, sostituiamo la zattera con un gommone, e gli lasciamo lo stesso ardimento nell’intrapresa: otteniamo Bastri Caushaj, la cui storia è un’odissea a lieto fine.

Di Andrea Aufieri. Adattamento da Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

Incontro Bastri nella sua masseria in costruzione vicino Merine, frazione di un comune in provincia di Lecce, Lizzanello. Non ha la corrente elettrica e il tramonto è vicino: sarà un’intervista a lume di lampada a gas. Non perdiamo tempo, la sua storia è lunga. Dhurata, sua moglie, ci serve un caffè e bada al piccolo Martin, le altre due figlie Sara e Pamela ci ascoltano. Sono distratto dal quadretto, cui manca Roland, che lavora come bracciante, quando mi accorgo che “Sebastiano” ha già cominciato: «Quando ero piccolo, siccome in famiglia eravamo dodici, appartenenti alla classe di contadini e operai, ho dovuto darmi da fare per avere il mio pezzo di pane. Mia madre per anni ha lavorato come impiegata nell’industria del petrolio, che era organizzata in cooperative statali. Una miseria, sul punto della sopravvivenza. Negli anni Novanta, dopo l’apertura delle frontiere, sono stato un po’ dappertutto per la compravendita e affari internazionali. Sono stato un paio d’anni in Grecia a far qualche soldo per tornare in Albania, ho fatto un lavoro strapazzante, dieci ore al giorno per poche dracme, ma sempre più di ciò che guadagnava in Albania un impiegato statale. Appena tornato, sfruttando anche l’inflazione, con le banche fuori uso e con lo stato che non controllava più nulla né dal punto di vista economico né amministrativo, ho commerciato con tutto: alimentari, tabacchi, ho rilevato le fabbriche dello stato albanese di sapone e di olio. Ma non possiamo paragonare questo a una fabbrica tipica italiana: si dava una miseria agli operai e si commerciava con prodotti rimediati andandoli a comprare direttamente in Grecia senza un sistema di trasporti organizzato. Tutto poi stava fallendo, anche  perché molti statali cercavano di approfittare di questa situazione per svendere ai privati e monetizzare. Io fui uno degli acquirenti privati, ma non sono uno squalo, piuttosto cercai di guadagnare innovando un sistema obsoleto».

«Ho contribuito alla valorizzazione dello sport, trovando così strade nuove e utili tanto per le mie aziende quanto per i destinatari dei nostri progetti. Ho ottenuto l’Isef e fino a vent’anni sono stato un maratoneta della 42, 194 km: nello sport ci credo davvero, e so quanto lavoro per nulla spesso si faceva da noi. Così ho varato progetti per incentivare il football, l’atletica leggera e altre discipline. Sono anche stato il presidente onorario della nota squadra Flamurtari di Valona. Onorario perché prima le squadre erano tutte dello stato. Con il mio business ho creato e gestito settemila posti di lavoro. Nel settore dei trasporti, poi, mi servivano autisti e ho dovuto fondare vere e proprie autoscuole».

Su questo scenario tutto sommato positivo interviene una prima grave cesura: «Nel ‘95 ho perso Zhulian, il mio secondogenito di sei anni, in campagna da mio padre, caduto in un pozzo petrolifero. Questo è stato un colpo troppo basso, che neanche la fame e il freddo mi avevano procurato. Una mazzata che mi ha messo in ginocchio. Da allora ho deciso di cambiare vita e ambienti di lavoro. Qui venivo già prima del ‘94, perché avevo dei manager che curavano l’import-export, ma poi ho perso tutto perché le gerarchie di imprese statali che costituivano delle società “piramidali”, agivano in un regime di concorrenza sleale. Se escludiamo le imprese italiane, la mia era la prima srl nata in Albania, in un epoca in cui esistevano ancora i Mapo, delle specie di empori statali che vendevano sapone, zucchero e una ventina di articoli in tutto. Con l’ampliamento e la diversificazione anche lo stato è andato in difficoltà, ma grazie a quelle società è riuscito a sopravvivere finché non è fallito di nuovo dopo la tragedia della guerra civile, che abbiamo bollato come sommosse. Un disegno criminoso messo in piedi e spinto da pochi gruppi, che è sfociato in guerriglia. Nel ‘94 venni con un gommone perché non avevo il passaporto. Avevo pochi soldi, che usai per il viaggio e per comprare quello che mi serviva. Quando i delinquenti che sono andati al governo hanno chiuso le frontiere, non potevo più tornare e così ho appreso degli incendi che hanno distrutto i miei supermercati ».

«Nel periodo ‘95-’97, fino a ottobre, sono riuscito a gestire il trasporto delle merci da qui in Albania e viceversa, e ho riguadagnato una buona posizione economica. Nel ‘97 mi trovavo nel Salento: tramite altri potevo acquistare delle cose perché non avevo la possibilità di contrattare bene per via della scarsa conoscenza dell’italiano. C’era anche chi offriva contratti di lavoro al prezzo di tre milioni di lire per far finta di lavorare per lui e restare in Italia. Feci questo passo ottenendo in cambio una specie di ricevuta, e poi non ebbi altri soldi per spostarmi».

Qui una seconda cesura nella sua storia: «Dopodiché hai presente i film che gli americani fanno contro i cubani, che arrivano a Cuba e fanno i grandi boss della malavita? Un film come questo se l’è fatto qualche procuratore che mi ha accusato di far parte della Sacra corona unita. Creandosi nuove situazioni, si creano opportunità anche per la criminalità. Quando uno deve chiedere qualcosa, chiede quello che gli serve. Se mi offrivano l’amicizia non mi chiedevo chi fossero e cosa facessero, si presentavano in modo umile e rispettoso. Io non sapevo che fossero mafiosi. Se mi offri la possibilità di avere dei piccoli favori come anche un passaggio in auto, io posso ignorare da dove vieni e chi sei. Comunque da quando sono arrivato in Italia, io come tutti gli altri, siamo stati avvicinati da gente della mala. Mi indicavano dove dormire e andai a Lizzanello, inizialmente, a casa di una persona non collusa. Mi regalava della farina se l’aiutavo a caricare i sacchi. Poi sono stato a Pisignano e infine a Merine, dove nel ‘97 è successo il finimondo: tutti quelli che mi hanno aiutato erano affiliati. In più devo dire che chi costruiva l’impianto accusatorio contro la Scu, difficilmente cercava chi glielo smontava, al massimo voleva pentiti. Io ottenni dunque scarsa considerazione, e a novembre ero in carcere a Borgo San Nicola, dove sono rimasto fino al giugno dell’anno successivo, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, finalizzata al traffico di armi e di droga».

«Quando ho acquisito le competenze in italiano, studiando, ho capito la situazione. Ho conseguito la maturità come perito commerciale in carcere, e poi ho cominciato a studiare Scienze giuridiche. Nel ‘98 ho ottenuto i domiciliari, perché la Cassazione ha risposto alla mia istanza, deliberando per la mia innocenza. Questo però ho potuto saperlo solo due anni dopo, perché il mio avvocato mi disse semplicemente che con sette milioni avrei potuto ottenere i domiciliari. Ma non mi ha detto che c’era la sentenza! In questo modo non si smontava neanche l’impianto accusatorio, perché io in quel disegno risultavo come una pedina fondamentale. Non ho fatto causa a loro perché in Italia non puoi fare causa a nessuno, troppo costoso».

L’incubo comincia a diradarsi: «Mi sono creato un po’ di cultura giuridica, ho comprato dei quaderni, su ognuno dei quali scrivevo quello che scoprivo come “investigatore” e come “avvocato”, imparando come si fanno le istanze e tutti gli itinerari legali che mi servivano, smontando con pazienza ogni accusa».

«Ho rifiutato tutti gli avvocati: nessuno dà retta alla tua presunta innocenza se tutti cercano di fregarti. Esaminando i  fascicoli e i mandati di cattura nei miei confronti sono riuscito a smontare le prove che sarebbero bastate a mandarmi in carcere a vita. Perché poi nel settembre del ‘99, fino al 2005, mi hanno nuovamente incarcerato, arrestandomi mentre nel mio terreno toglievo le siringhe dei drogati. La magistratura è riuscita a commettere un sacco di errori, che uno a uno andavano smontati».

«Il colpo finale è arrivato dopo che più volte ho scritto al procuratore per parlare, e lui finalmente si è presentato da me. Era il 2003 e per smontare tutto ci abbiamo messo due anni. Non ho mai chiesto nessun beneficio, né ho voluto mai uscire per motivi differenti dal mio avere ragione».

Gli chiedo un giudizio sulla sua esperienza: «Non ci credo molto perché trovo confusione tra religione e filosofia, mi trovo in difficoltà, ma pur non credendo in dio penso che se esiste allora in quel periodo c’è stato e ha detto: “Gente, aiutate quel povero cristo!”. Io avevo una vita agiata, ho iniziato qui con una situazione economica favolosa e sicuramente qualcuno ha visto questo ed è stato indotto in errore».

Bastri ricomincia a vivere: «Nel 2005 ero fuori, ma controllato e con molti divieti per i successivi tre anni. Tutti quanti, alla fine, hanno scritto cose positive. Carabinieri, servizi sociali, tutti i competenti hanno dato pareri da favola: un forte legame familiare, uno spirito da gran lavoratore, competenze e capacità progettuali fuori del comune!»

Ed ecco cos’è che ha impressionato tutti i “competenti” e anche il fotografo Sergio Stamerra, autore di un set del quale  pubblichiamo due foto: «Mi sono fatto prestare una zappa e una pala, sono venuto a togliere la montagna di rifiuti che stavano qua, in via vecchia Acaya, località Passaturo. Opzionai questo terreno nell’agosto del ‘97, grande più di tre ettari. Pieno di pietre. Prima erano pietre e terra che i coloni usavano per piantare qualcosa che gli serviva a vivere. Io l’ho bonificato con il solo aiuto di una vecchia rete per materassi. Dopo ho combattuto con pietre sempre più grandi, che poi ho usato per il muretto a secco, per il quale ho chiesto un contributo alla Regione: è un’opera d’arte che resterà in questo territorio. In tanti non hanno creduto nel mio progetto: mia sorella era la vecchia proprietaria, voleva vendere tutto, ma io le ho chiesto di investire per farmi lavorare, secondo lei era impossibile far qualcosa qui. E non era l’unica a pensarla così».

Qual è ora il suo desiderio? «Siamo molto lontani dal mio desiderio, ho cominciato con la sicurezza di poter campare dai prodotti del mio terreno, poi con la mia mentalità imprenditoriale cerco di andare sempre avanti; qui vengono a comprare direttamente oppure porto qualcosa in mediazione. Sto cercando di creare una catena di produzione che non si fermi. I prezzi della mediazione sono troppo bassi, non paragonabili alla volontà di far crescere un’azienda, perché schiacciati da presenze di prodotti stranieri a basso costo. Andare avanti oggi è complicatissimo, alla gente non importa se il pollo è di allevamento o ruspante, ma il problema delle persone è: quanto costa? Io starei anche abbastanza bene, ma mi piacerebbe poter dare lavoro anche a una cinquantina di persone, permettendo loro di vivere senza i contratti precari. Ora però la crescita, se c’è, è  part-time, contratto a progetto, non dipende più da un lungo viaggio, ma da ora a ora e da giorno a giorno. Io ho una soluzione per via di un mercato grande che arriva in Albania e in Grecia, ma anche cosi non è facile».

Cos’è per te l’identità, gli chiedo, e dove immagina il suo futuro: «Io sono un cittadino del mondo, cresciuto in Grecia, Italia, Germania, Svezia, America. Su quella grata però puoi vedere una bandiera albanese: l’Albania è il posto dove sono nato e che non posso scambiare con nulla al mondo. Ma tutti devono avere la possibilità di crearsi una vita, lo sviluppo deve esserci per tutti, se no la democrazia finisce».

 Intervista a Sergio Stamerra, fotoreporter

Bastri assegna a Sergio un posto nelle fila delle “persone buone”. Ecco perché.

«È stato tutto casuale. Ad aprile ho ricevuto la telefonata dalla rivista Apulia. Mi hanno commissionato un reportage sulla pietra, solo che avevo poco tempo a disposizione. Girovagando per le campagne ho notato un signore che costruiva un muretto a secco. Anche se la cosa poteva risultare un po’ banale ho pensato di raccontare quest’attività, giocando con i tagli e con le luci».

Però? «Mentre lavoravo il signor Sebastiano mi raccontava la sua vita e io ho deciso di continuare a frequentarlo fotograficamente, ci vedevo la possibilità di fare qualcosa di interessante. Ho anche pranzato con lui, ho lavorato dalla mattina alla sera, per una settimana circa, e ho portato a casa una serie di immagini che mi convincono. A me non interessava soltanto fare delle buone foto, perché quando fai un reportage non ti puoi esimere dal costruire un rapporto di fiducia con le persone, facendo vedere loro che non sei uno sciacallo che ruba le loro vite sbattendole in faccia agli altri».

E quindi hai pensato di ricambiare la famiglia Caushaj con un’iniziativa singolare.

«Ho pensato di organizzare una  cena nella masseria di Bastri con l’aiuto di alcuni amici. L’idea era quella di sostenere l’azienda e il progetto. È venuta una serata, credo, abbastanza carina, è stato importante poter partecipare alla realizzazione del sogno di alcune persone».

Quando hai capito che passare il segno della professionalità ti portava a fare qualcosa di bello? Quanta furbizia e quanta sensibilità artistica? «Ho capito che questa cosa mi portava a fare un buon lavoro e che valeva la pena perderci del tempo quando ho sentito la storia nello stomaco, uno stato d’animo e delle emozioni molto forti. Poi se il prodotto è vendibile meglio per tutti.  Devo anche dire che per la prima volta dopo tanti anni-ho cominciato a scattare che ero un ragazzino-provavo quasi una sensazione di innamoramento. Questa cosa l’avevo un po’ persa, ma questo lavoro me l’ha fatta riscoprire».

(R)esistere!

Bansky in Boston
Bansky in Boston

Di Andrea Aufieri. Editoriale di Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
http://www.metissagecoop.org

Il secondo numero di Palascìa ha preso corpo tra il 25 aprile e il 2 giugno, passando per la marcia per la pace del 16 maggio, ed è per questo che è possibile leggervi un fil rouge legato alle molteplici forme di “resistenza”, perché continui a esistere una nazione capace di civiltà e di pace, in una parola di futuro. Il nostro Stivale sembra sempre più improntato a tirare calci in faccia alla dignità di chi arriva o tenta di arrivare sulle sue coste per una nuova opportunità, se non per chiedere rifugio. E allora abbiamo provato a chiederci, nei giorni del mondiale di calcio, cosa può renderci uniti. Un nuovo sapore dato al calcio stesso, come succede un po’ in tutta Europa con le NoRacism Cup. L’istanza figlia del movimento antirazzista, come tutto ciò che è venuto e verrà fuori dal Primo marzo. La rabbia, la sofferenza, la voglia di legalità che sale da Rosarno. La dignità del lavoro, la parità dei trattamenti e delle opportunità, il diritto alla casa e alla salute sono istanze che i cittadini stranieri rivendicano a ragione e con molteplici voci. Proviamo ad ascoltarli e a capire come fare perché si possa dar loro una risposta.

Ma una resistenza che si rispetti rappresenta la volontà di camminare sulle proprie gambe. È così che abbiamo ascoltato le immense parole di un giovane senegalese, che non vuole essere un peso in più in un tempo di crisi. È così che a Bari i somali hanno riportato alla vita il Ferrhotel abbandonato. È così che vogliamo unire la resistenza di Rom1995, in Calabria, a quella degli ospiti “in sosta” da vent’anni al campo di Lecce. È così che dall’Aifo e dall’Inmp, che hanno collaborato alla nostra rivista insieme a Libera informazione, arriva il lungo grido degli ultimi, di chi lotta ancora con le epidemie che per secoli hanno falcidiato la vecchia Europa, tentando di scuotere i cordoni delle multinazionali farmaceutiche, di chi tenta di strappare un metro di ossigeno alla desertificazione. Una battaglia che unisce anche gli italiani alle lotte mondiali: la resistenza alla privatizzazione dell’acqua, con il referendum alle porte e gli esempi di chi dalla resistenza incomincia la sua rivoluzione. E mentre un governo completamente avulso dal paese reale disfa le istituzioni di garanzia che lo fondano, la Regione Puglia, pur tra giuste critiche e richieste di partecipazione, lancia il suo assalto a difesa della legge sull’immigrazione, impugnata per conflitto di competenza, ma con l’esortazione a “disobbedire” pervenuta anche dall’Unione europea e dall’Ilo. E mentre il governo annuncia tagli alla cultura e al welfare, oscurando la questione delle ingenti spese militari, qualcuno se ne infischia e organizza reali missioni di pace: navi cariche di aiuti e di know how solcano il “mare di mezzo”, laddove 15 mila persone hanno trovato la morte in vent’anni di disperati tentativi di approdo. Nel clima ferino creatosi all’indomani di un’applicazione perversa della par condicio, durante la trasmissione”Rai per una notte”, Mario Monicelli dichiarava la necessità di una rivoluzione.

Nella sezione della cultura abbiamo intervistato il filosofo Mario Signore, che ripudia i tempi imposti dalle rivoluzioni per non perdere la strada già conquistata e guardare avanti consapevoli di forze, debolezze ed errori. Le passioni popolari sono sopite, ma le reti civiche si fanno portatrici di una nuova stagione di semina, di quella speranza che don Tonino Bello chiamava “convivialità delle differenze”, risvegliando i costruttori di pace perché la Puglia ne divenisse l’arca foriera. Cercando di mettere quotidianamente in opera questo insegnamento, Palascìa dedica questo numero ai migranti , e non solo a loro, che bagneranno di sudore le campagne della Puglia quando noi ci rinfrescheremo a mare, perché qualcuno si accorga per davvero di loro, perché lo Stivale serva per camminare insieme e arrivare alla meta di una pacifica interculturalità, magari indicando il sentiero a chi è più indietro.

L’Occidente e lo scoglio della razza

 

Il Costa Concordia ritratto da Greenpeace

 

Di Andrea Aufieri, Un punto di vista

 

 

Internazionale di questa settimana (il numero 933) usciva proprio con l’infuriare della polemica sulla particolare “Omissione di soccorso all’italiana” denunciata da Jan Fleischhauer sullo Spiegel (qui la tempestiva traduzione del Fatto Quotidiano) e dunque non poteva darne conto. Ma forse non è un caso se a pagina 24 si legge un’analisi brillante di Brigit Schönau, collaboratrice alla Zeit, tradotta da Floriana Pagano con il titolo “Rilassatevi tedeschi!”:

In Germania il nazionalismo si è sempre definito in rapporto all’Italia. La vittoria di un’armata germanica nella foresta di Teutoburgo, nel 9 dC, è stato un momento importante per la costruzione del patriottismo tedesco. Per molto tempo essere tedeschi ha significato soprattutto non essere italiani.

L’articolo termina poi in maniera molto intelligente, a differenza di quello dello Spiegel, che anzi dà il via a una serie di grossi errori, tedeschi quanto italiani. Va bene il patriottismo, gli italiani sono abituati alle copertine con il revolver sugli spaghetti, d’altronde la strage di Duisburg non l’ha compiuta un bavarese ubriaco.

Poi entra in gioco il razzismo, cui come in una gara tra petomani, Alessandro Sallusti propone l’impari confronto Schettino-Auschwitz.
Tutto questo sarebbe discutibile ma tutto sommato accettabile se restasse nell’ambito di una mera retorica, campanilistica sia che avvenga nelle risaie padane che in qualche campo di crauti del suolo tedesco. Sì, insomma, se si facesse finta di non essere in un mercato globalizzato, se si fosse nel 9 dC.

Ma quello che sembra più grave, nel botta e risposta che coinvolge anche l’ambasciatore italiano in Germania Michele Valenisse, è un’opera di così bassa macelleria che neanche il dottor Frankenstein avrebbe potuto concepirla: la risurrezione del mito della razza.

Dalle parole scritte sui giornali in questione fino ai commenti di chi le ha fatte girare per il web, e ovviamente nella sciatta televisione, si è parlato di razza tedesca e di razza italiana. Incredibile a sentirsi, ma nulla si è fatto per mettere agli atti un dato di fatto che ha faticato moltissimo a imporsi nella seconda metà del Novecento, perché scomodissimo, ma vero: non ci sono fondamenti biologici che giustifichino la discussione sulle razze per quanto concerne la specie umana.

 

C’è un libro alla portata di tutti che affronta con chiarezza la questione: “Sono razzista, ma sto cercando di smettere” (Laterza, 2010), di Guido Babujani e Pietro Cheli.  Nell’introduzione si legge che questo libro è stato scritto, in seguito alle relazioni degli autori al Festival della mente di Sarzana, perché a scapito dell’inesistenza delle razze c’è in Italia troppo razzismo. Un ismo, una sequela di pensieri e azioni basata su qualcosa che non esiste.
L’opera è davvero interessante: percorre la storia dell’idea della razza, le sue tesi, le sue antitesi, che corrono parallele tanto al concetto di dignità quanto alla mancanza di elementi probatori, e infine la sua confutazione scientifica e antropologica. Si passa anche tra le misteriose e differenti razze impiegate dal Federal Bureau of Investigation (Fbi) statunitense e quelle completamente diverse impiegate dalla polizia inglese a Scotland Yard, ultimi feticci dell’impiego della parola per qualcosa di concreto. Con un capitolo molto divertente dedicato anche agli specchi scivolosi del parlare politicamente corretto.

E va bene, un libro è un libro, e siccome di sicuro leghisti, Sallusti e tedeschi non l’hanno letto, forse qualche indizio gratuito può darlo internet: va malissimo se si tenta un approccio sui dizionari on line più anonimi: la definizione sembra a volte copiata pari pari dalle riviste di Telesio Interlandi.
Va molto meglio se dal motore di ricerca si approda alle prime voci, prese da Wikipedia:

Col termine razza, di uso zootecnico e non zoologico, se riferito ai viventi, si intende un gruppo animale (nella fattispecie quindi di animali domestici) appartenente ad una medesima specie, caratterizzato per la presenza di caratteristiche ereditarie comuni che, in modo più o meno marcato, li identificano come un sottoinsieme della specie differenziato da eventuali altri gruppi cospecifici. È un termine tecnico esclusivamente nella zootecnica, mentre in senso colloquiale viene variamente usato per indicare un raggruppamento di qualsiasi sorta.

Gli accorti autori italiani di Wikipedia affrontano così anche l’infondatezza del termine su basi biologiche e l’uso non scientifico e strumentalizzato che ne deriva.
Non è lo stesso idillio, ma quasi, che si legge sull’enciclopedia libera tedesca, che rende meno marcati i confini attribuiti alla parola dai colleghi italiani e…dalla comunità scientifica internazionale.

Tutto sommato la commedia italiana ha sempre un unico problema: a far clamore è Il Giornale e non una bella pagina di Wikipedia. Con le dovute proporzioni ha ragione chi dice che Schettino non è la maggioranza del paese, che sul Costa Concordia c’erano quelli che sono tornati indietro o sono rimasti e si sono sacrificati.
Ma chi è stato messo al comando della nave? E chi ha governato il paese togliendogli ogni briciola di credibilità rimastagli? Insomma, come sceglie la sua classe dirigente questo paese? Forse trovando equilibri contorti, trattando le fucine della cultura come le università alla stregua di kindergarten e lasciando sfumare talenti nei call center. E perdendo le rivoluzioni, come quella non indifferente sulla cancellazione dell’idea di razza, proprio nei dettagli.

150 occasioni di farsi stato

Clicca qui per ascoltare "Camicia Rossa"

 

Pubblicato su DueA martedì 15 marzo 2011

Ma io non conto, eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola. Noi credevamo… (Anna Banti, Noi credevamo, Mondadori 1967)Il link è alla scena finale di “Noi credevamo”,  adattamento cinematografico del libro di Anna Banti per la regia di Mario Martone (2010).

Quello che poteva essere e non è Stato, per le colpe diffuse che ormai ci portiamo dietro da un secolo e mezzo.
Ho riportato la frase conclusiva del romanzo di Anna Banti, ripresa per intero dal film apocrifo Noi credevamo di Mario Martone, che se ne è discostato tantissimo, ma che ha mantenuto intatta la forza dirompente del discorso conclusivo.
Ho scelto proprio quel libro perché, come scrisse Enzo Siciliano su “L’Espresso” del 23 aprile ’67, qui si legge con sanguigna tensione un “Risorgimento raccontato con rabbia”.
E la rabbia, l’inquietudine, l’incertezza sembrano essere state le tremende compagne di viaggio di un percorso unitario sbagliato. Perché lontano dal popolo, che pure con tattiche differenti, come rimugina il protagonista del libro Domenico, avrebbero potuto essere al seguito della causa, quella giusta, quella garibaldina e repubblicana.
E invece fu guerra civile, la più odiosa possibile, che arrivò a far dire a Garibaldi di voler maledire il suo sbarco, perché fu sinonimo di carneficina, trasformò il re borbone Franceschiello in un martire e Murat nell’ultimo eroe romantico di cappa e spada.
E poi i briganti: un capomafia in carcere dice a Domenico che i garibaldini avrebbero dovuto affidarsi alla loro rispettabilità per coinvolgere la gente del Sud. Parole verissime, ma pericolose altrettanto.
In tutto questo spariglia e vince il bottino l’invasore VIttorio Emanuele, che con una grande Anschluss conquista l’Italia, fa voltare un attimo Napoleone III, prende Roma e…diventa il re di Sardegna con appendice italiana.
Una radice malpiantata, malnata eppure ormai nel terreno. Ma a quale costo?
E che cosa è possibile festeggiare oggi?
Forse, l’italianità d’averla fatta franca, dal monarchismo poco illuminato dei Savoia, dagli scherani neri del Ventennio, dalla minaccia comunista, dagli anni di piombo? Ma stiamo sicuri che in qualche modo ci saremmo arrangiati, adattati infine.
E allora, in barba ai mala tempora che corrono, questo vuole essere un omaggio a gente come Giovanni Falcone da Palermo, per esempio, e a tutti quelli che hanno creduto in qualche modo nella possibilità di un gioco democratico, pulito. In un posto felice che potesse avere nome Italia e vantarsi di essere uno Stato formato da un’idea.
E un pensiero al futuro, in cui spero che possano cadere responsabilmente tutte le bandiere, fuori dai regionalismi pseudoidentitari che non portano da nessuna parte.

La peggio gioventù*

pubblicato su duea.splinder.com il 15 novembre 2010
Nel suo “Manifesto per un nuovo teatro”, Pier Paolo Pasolini proponeva di far godere gratuitamente gli spettacoli ai fascisti al di sotto dei 25 anni. Sai mai che li ripigli.

La vicenda umana di Ezra Pound, prima ancora che del suo vitalismo poetico, e l’esperienza futurista, paradigmatica, violenta, inaspettata. Italiana. Questi sono i riferimenti culturali di Casa Pound Italia. E poi c’è la vita del Cutty Sark pub di Roma, ritrovo dei giovani della destra, e l’esperienza musicale degli Zetazeroalfa, il primo gruppo musicale non di sinistra ad aver suonato in un carcere, che con la sua “cinghiamattanza” non rappresenta certo un inno all’amore universale. Il loro leader, Gianluca Iannone, è anche presidente dell’associazione che su Wikipedia è definita senza smentita come “neofascista” e tra i punti del suo programma enuncia la realizzazione di uno stato etico, che nella storia è stato sinonimo di “totalitario” perché pensa al posto dei suoi cittadini, e di un’Europa autarchica.

Sul sito nazionale fa bella mostra di sé la citazione scelta dal gruppo di Lecce, una frase del soldato

Rasczak, tra i protagonisti di “Fanteria dello spazio”, pietra miliare di un genere che funziona soprattutto al cinema, quello spazialmilitaresco: “Una cosa regalata non ha alcun valore. Ma quando votate, esercitate un’autorità politica, una forza. E la forza è violenza, l’autorità suprema da cui deriva ogni altra autorità”.

La vita come lotta, inni alla violenza, virile goliardia.

Iannone, con le sue provocazioni a mezzo stampa si è anche costruito un’aura epica tra i suoi amici e i suoi nemici. Personalmente ricordo la proposta di sostituire l’ora di religione con quella di mistica fascista. O l’allegria perché “l’italietta democristiana” (anacronismo voluto, per il 2011?) ha scelto di rappresentare “Bella Ciao” nella sua più alta manifestazione “popolare” (con prime file e biglietti esorbitanti): Sanremo. Ecco a cosa è ridotto l’inno della resistenza, simbolo di una scelta e di un sacrificio che, malgrado sforzi revisionistici molto potenti, mai sarà possibile assimilare alle scelte di Mussolini e dei repubblichini.

Ma su queste cose gli associati di Casa Pound non potranno che farsi quattro risate.

Sebbene sia comprensibile evitare di avere a che fare con chi porta avanti idee e valori di questo genere, allo stesso modo in cui i comunisti, nonviolenti, terzomondisti, altromondisti e pacifisti mettono comunque paura, come tutti quelli che in Italia compiono scelte nette, voglio portare alcune riflessioni alla stessa sinistra.

Le dichiarazioni di Iannone su “Bella Ciao” hanno un taglio ben preciso. Il titolo del pezzo in cui argomenta prosaicamente è:”Bella ciao? Brano adatto a italietta che delocalizza”. Della visione dell’italietta abbiamo detto. La riflessione è sulla delocalizzazione, dalla Fiat a Lecce:”Quanto a Gianni Morandi-scrive Iannone-, potrebbe festeggiare devolvendo il suo compenso e quello dei cosiddetti vip ai 420 operai delocalizzati della Bat di Lecce: questa sì sarebbe vera rivoluzione e continuità ideale col Risorgimento, altro che teatrini e burattini”.

Sulla bufera leccese ho letto solo dichiarazioni poco convincenti. Mi ha colpito solo un comunicato di Saverio Congedo, che rimprovera il Pd (le Fabbriche di Nichi era scontato che protestassero e da “certa” sinistra non ci si può aspettare nient’altro, nevvero sonnacchiosi leccesi?): quando persino l’oscurantista Birmania libera la San Suu Kyi, il centrosinistra leccese fa una cosa anacronistica che riporta il clima agli anni Settanta. E ricorda dell’appello firmato a maggio 2010 da Sansonetti, Colombo e “Gli Altri”: “Manifestare è un diritto. Anche per il Blocco. Da Sansonetti a Colombo, l’appello della sinistra”, che così scrivevano: “Il diritto di manifestare liberamente e pacificamente è una pietra angolare della democrazia: deve essere difeso e garantito sempre, indipendentemente dal giudizio che si dà sui contenuti o sui promotori delle singole manifestazioni. Pertanto riteniamo grave e ingiustificato l’aver vietato il corteo del Blocco studentesco del 7 maggio, nonostante la distanza che ci separa da quella organizzazione e chiediamo che quel divieto venga tempestivamente revocato”.

Questa cosa è stata maldigerita da tutti, anche per via della violenza sui manifestanti di sinistra a opera di alcuni esponenti di Casa Pound. Sansonetti è stato accusato di seguire interessi editoriali e, in sostanza, di essere un “rafaniello”,per usare il gergo dei 99 Posse, uno rosso fuori e bianco dentro.

La mia domanda è: ma la sinistra le ha trovate le famose “nuove parole”?
Come l’intervento di Sansonetti & Co. dimostra, c’è scarsa compattezza nelle opinioni. Forse è meglio così. Però leghisti, fascisti, futuristi, tutti riescono a parlare agli operai. Tutti tornano in piazza a parlare alla gente, a “educare” i giovani con la scuola allo sfascio e le famiglie implose.

Le Fabbriche non rischiano di farsi ghetto? Si può smettere di nascondersi dietro la panacea dell’incostituzionalità dell’apologia del fascismo e affrontare questa gente sul piano dei contenuti, della cultura, del lessico, del metodo? L’incostituzionalità è una cosa gravissima, ma abbiamo visto quanto sia stato difficile impedire che si ritornasse a parlare di fascismo a più di mezzo secolo dalla sua caduta. E poi, loro lo dichiarano apertamente di essere fascisti, mentre molti esponenti politici di primo piano agiscono subdolamente e con opportunismo: è l’esempio del regalone che il ministro della Gioventù Giorgia Meloni stava per fare proprio a Casa Pound quest’estate, il finanziamento ai suoi circoli, bloccato per un pelo con tanto di botte al deputato Idv Francesco Barbato. E poi la “Festa del Popolo di Roma”, che sancisce il connubio di aspiranti e nostalgici fascisti del Pdl e dei circoli della nuova Italia.

Un modo di fare critica, a mio avviso, che arriva a tutti, senza barbe e in modo anche convincente potrebbe essere quello delle pesantissime metafore a fumetti di Alessio Spataro, che proprio la Meloni ha preso di mira con la sua “Ministronza”, o le invenzioni del programma web Tolleranza Zoro, che rappresenta invece un modo per portare argomenti a sinistra: magistrale la puntata in cui Zoro va fisicamente incontro al Paese, una cosa impensabile col Pd che ci si ritrovava. Cattivo gusto o critica di costume, e informazione?

Di sicuro si eviterebbe il grottesco “anacronismo”, sotto il quale gli ingenerosi quotidiani hanno fatto passare la manifestazione del 13 novembre, superando del tutto il nodo della questione, portato avanti dal Pd e da Sel, quello, appunto, del divieto costituzionale. Dialogare con queste realtà significa soltanto legittimarle? E poi, una Costituzione che sancisce la libertà di pensiero e di manifestazione può impedire che un pensiero torni a circolare o si ammanti di modernità? Cos’è stato da sempre con il Msi?  Se Sansonetti, Colombo, ma anche Michele Placido e altri hanno ritenuto di confrontarvisi, sono da ritenere dei pericolosi avanguardisti che sbagliano strategia o dai loro comportamenti possiamo apprendere qualcosa?
È vero anche in politica, o meglio tra gli elettori, che poli opposti si attraggono. Sarà forse questo l’intimo terrore della sinistra di schiacciare ogni manifestazione cromatica cupa invece di lasciarla crogiolare nella sua utopia?

Io credo che difficilmente ignorare o sciogliere queste realtà possa portare a risultati positivi. Anzitutto perché, per una mera questione di sicurezza e individuabilità, è meglio che siano in un gruppo definito. E poi perché la società italiana saprebbe accogliere le loro istanze migliori solo se queste concorressero al bene comune. Se così accadesse, sarebbe chiaro a tutti che tali istanze potrebbero essere raggiunte senza diffondere una cultura della violenza, della quale i neofascisti purtroppo non sono gli unici propalatori. Sarebbero anche uno stimolo al governo per la realizzazione di una “buona politica”, perché possa vedere apertamente in che modo può soccombere una nazione che ha avuto in seno importanti costruttori di pace, che bisognerebbe tornare a studiare. Prima di avvincere i giovani a slogan putrescenti.

  *La Peggio Gioventù è il nome di un altro gruppo musicale legato agli ambienti dell’estrema destra italiana

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