Biliardino, la svolta di Alessio Spataro

«Sono contento di tornare qui perché ho trovato grande ospitalità e mi sono trovato bene. Non so se una mia prossima storia parlerà della Puglia, ma di sicuro mi piacerà tornarci». Alessio Spataro abbraccia così i suoi stimatori pugliesi, apprestandosi a fare il tour di presentazione del suo Biliardino. Sarà a Taranto il 6 novembre, il 7 a Bari, l’8 a Lecce e il 9 a Foggia.

Biliardino (BAO Publishing) è il primo libro a fumetti che Alessio Spataro ha realizzato da solo. È un libro importante, che segna una svolta nel lavoro dell’autore classe 1977, catanese emigrato a Roma. Prima ci sono
stati sette libri satirici e alcuni albi a fumetti. Alcuni titoli: Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza italiana (Minimum fax, 2009) sulla morte di Federico Aldrovandi, scritto a quattro mani con Checchino Antonini; Heil Beppe!1! (Altrinformazione, 2014) con Carlo Gubitosa e la trilogia La Ministronza (i primi due albi pubblicati nel 2009 e nel 2011 da Grrrzetic e il terzo nel 2012 da Pick a Book). Alessio ha collaborato dal 1999 con riviste satiriche e altre testate giornalistiche, come Cuore, Left, e Frigidaire, poi Bile, Mamma! e il Male di Vauro e Vincino.

Il libro è l’epopea di Alexandre Campos Ramírez (1919 – 2007), originario di Fisterra, in Galizia. Poeta, scrittore e (non) inventore del popolare gioco di calcio da tavolo, il biliardino. Ramírez ha avuto una storia rocambolesca e oscura, intessuta di persecuzioni sotto il regime franchista e di amicizie importanti come quella con Pablo Neruda e Albert Camus. Ha cambiato molti nomi: per i nemici era Alejàndro Finisterre. Nel 1936 è ferito alla gamba durante il bombardamento di Madrid. Trasferito a Montserrat, in Catalogna, prende spunto dal tennis da tavolo per realizzare un gioco che permetta ai bambini storpi e mutilati dalla guerra di emozionarsi ancora al gioco del calcio.

Alessio Spataro
Alessio Spataro

La vera nascita del biliardino e delle sue innumerevoli varianti è incerta e contesa almeno da quattro nazioni europee: Inghilterra, Francia, Germania e Spagna. Spataro sceglie quest’ultima perché è il luogo «più distante da facili tifoserie nazionaliste». Il libro è avvincente, domina il grottesco, è colorato in rosso e in blu come le divise dei giocatori di legno; i capitoli riprendono diverse situazioni tipiche del gioco; la trama è lineare fino a un certo punto, poi diviene cubista e astratta, lasciando aperto il finale.

Alessio Spataro prova a guidarci nel suo capolavoro:

«Quando è morto de Fisterra (un altro dei nomi con i quali era conosciuto Ramírez – ndr), sono stato attratto dalla sua vita. Che però è piena di lacune e di zone d’ombra. Esiste anche una biografia che non ha mai visto la luce. Sullo sfondo, molti e lunghi esili che fanno della vita del personaggio uno dei tre protagonisti del libro, oltre alla storia del gioco e a quella del Novecento. Il finale, dunque è interpretabile e aperto perché i tre protagonisti non sono esauriti, non finiscono davvero. Abbiamo detto della biografia del personaggio, possiamo dire lo stesso del gioco e di tutte le dinamiche messe in moto dagli eventi del secolo scorso».

La prospettiva storica è alla base della scelta narrativa di Spataro, che solo in apparenza ha abbandonato l’impegno civile assunto con i suoi lavori di satira: «Nel Novecento si sono messe in moto molte cose belle, ma anche e, per me, soprattutto quello che odio e che mi fanno paura. E che oggi vedo ritornare a proporsi: l’impunità ai fascisti e l’indifferenza nei confronti delle stragi politiche, per esempio».

La cattiveria sottile di alcuni ritratti, e in fondo una ricerca del sorriso beffardo con lo stile grottesco sono evidenti nel libro come lo erano in molti lavori precedenti. Ci sono una rabbia minore o modulata e una maggiore volontà di racconto: «Meno rabbia, per forza, perché guerre e persecuzioni non le ho vissute da contemporaneo e le ho dovute rendere con uno studio e una documentazione approfondite.  Provengo da una grossa produzione satirica e il tratto cattivo e il cinismo si ritrovano nelle fattezze esteriori che ho voluto rappresentare. Non ho disegnato, però, curandomi troppo  delle esigenze del lettore, ma cercando di esprimere ciò che ho dentro e che questa storia mi ha stimolato. Certo, mettendomi nei panni del lettore trovo sicuramente divertenti molte cose».

IL BILIARDINO p12
La metafora del biliardino, già usata in precedenza, ha un significato preciso, intuibile nel prologo di questo libro: «C’è già il biliardino come passione in alcuni miei fumetti. In Zona del silenzio ha la funzione di uno stimolo ad andare avanti, a cercare la verità. Questo gioco è un po’ una metafora della mia vita, non sono mai stato molto bravo, vincere resta un mistero. Spesso ho perso anche nei tornei di presentazione del libro. Infatti all’inizio avevo pensato di regalare un libro a chi mi batteva, poi sono sceso solo a uno per presentazione. Poi non sempre!».

Con Biliardino perdiamo un satiro potente, in un’epoca che sembra fatta apposta per la satira, e acquistiamo un narratore attento ai particolari? È un addio all’impegno politico? «Biliardino è una pausa, perché mi sono stufato di rimestare nella spazzatura di partiti razzisti e filonazisti. Ma non è una vera e propria pausa. Nel libro si legge un: “Meno male che Franco c’è!”. Di sicuro oggi la satira viene più facile che in passato, nessuno si sottrae perché abbiamo i politici più ridicoli e vergognosi di sempre.  Non ho visto mai tanta ipocrisia e mai così diffusa».

Se non avesse scritto Heil, Beppe!1! si intravedrebbe un accenno di grillismo nelle sue parole: «Io sono un comunista convinto, non sono un militante o un attivista, anche se aiuto molto i centri sociali. Rifiuto le categorie attuali di sinistra, destra e centro, non in favore del qualunquismo, ma perché credo non siano ben definite. E trovo i tradimenti delle promesse elettorali della sinistra molto peggio di quelle degli avversari politici. Sono più critico e cattivo con i “miei”».

«Al momento – dice – non lavoro su altri grandi progetti, ma su tre o quattro storie che ho da tempo nel cassetto e che sento di fare uscire come Biliardino. Certo, potrebbero non essere importanti come questo, che per me è stato un vero punto di svolta narrativo, ci tengo molto».

Roma sembra essere un’isola felice per la fortuna dei fumettisti, in questo momento.  Cerco di far concludere l’intervista con una cattiveria gratuita o almeno uno sfottò per Zerocalcare e Natangelo, ma resto spiazzato: «Non c’è rivalità tra noi, ma stima reciproca, credo. Di recente Nat ha anche preso le mie parti per gli attacchi che ho ricevuto dal Movimento 5 Stelle e domenica 1 novembre abbiamo fatto una presentazione insieme al Lucca Comics. Tra i tre, però, io sono quello che viene perculato di più, sempre e soprattutto da Nat, perché purtroppo sono goloso di Kinder Cereali come il suo leggendario personaggio, Dibla. Comunque, per quanto possiamo frequentarci e prenderci in giro a vicenda,  non raggiungeremo mai il livello di ispirazione che ci forniscono  le nostre muse esterne, i bersagli della nostra satira».

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Pensiero verde

Mirror del blog Deep Ecology su Linkiesta

Andrea Aufieri-5 giugno 2012

Qual è la strada migliore per Rio? Non quella più breve, perché questo 2012 non simboleggia soltanto i vent’anni dal primo incontro in Brasile, ma anche, almeno, cinquant’anni di pensiero ecologista.

Per raccontare l’evoluzione dell’ecologia politica si dovrebbero fare delle premesse. Le parole chiave di queste premesse sarebbero, in sequenza (ma la cronologia è la storia degli imbecilli diceva Balzac e gli credo): industrializzazione, iperindustrializzazione, crisi, transizione, postmodernità, globalizzazione, crisi. Ogni passaggio è segnato da un notevole contrapporsi di correnti di pensiero, ma due sono quelle che più hanno segnato questa storia: la corrente antropocentrista, che vuole l’uomo al centro di ogni cosa, e quella antiantropocentrista che gli affianca la ragion d’essere degli altri esseri viventi del pianeta, il pianeta stesso e ancora i suoi ecosistemi.

Una tappa fondamentale è segnata da una domanda di una semplicità tale che nella testa sbagliata avrebbe potuto racchiudere in sé tutta una stagione di pubblicità di prodotti da forno per le famiglie: “perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d’America?”. Fu la domanda che si pose Rachel Carson, nel suo libro Silent spring (Primavera silenziosa) edito nel 1962: grazie al suo contributo il presidente John F. Kennedy istituì una commissione d’inchiesta che mise al bando molti pesticidi tra cui il noto Ddt. Poi scoppiò la crisi petrolifera e nel giro di dieci anni fiorirono le pubblicazioni ecologiste di ogni genere: dalle riflessioni filosofiche di ecologia sociale ad opera di Murray Bookchin alle tesi catastrofistiche del primo rapporto “Meadows”, edito dal Club di Roma nel 1972, che introduceva il concetto di limite allo sviluppo, un sacrilegio che la comunità internazionale avrebbe impiegato vent’anni a digerire.

Il ’72 è lo stesso anno della Conferenza di Stoccolma sull’Ambiente Umano: per la prima volta si sente il bisogno di regolare lo sfruttamento delle risorse naturali e l’inquinamento da parte dell’uomo. È di quell’anno il famoso slogan Think globally, act locally ed è a questo punto che il dibattito filosofico e accademico fa un salto sul piano giuridico internazionale.

Prima di allora cos’è stato? Non sempre è facile comprendere che il rapporto uomo-natura è sempre stato visto, almeno in occidente, come un continuo tentativo di sopraffazione dell’uno sull’altra, e che solo quando la tecnologia ha permesso di dominare grosso modo la natura, questa ha assunto i toni più piacevoli e positivi che ora ci viene così spontaneo attribuirle. Vigeva il cosiddetto antropocentrismo forte, quello basato sul cosiddetto cow-boy code, l’etica della frontiera, che consiste nello sfruttare nell’immediato quante più risorse possibili per trarne il maggior profitto. Da una posizione così radicale si è passati all’etica conservazionista, che evita il consumo immediato delle risorse ma le concepisce solo in funzione della sopravvivenza umana. L’etica della responsabilità teorizzata da Hans Jonas è la capacità di amministrazione delle risorse da parte dell’uomo tesa a evitare la distruzione della vita sul pianeta.

Le tesi antiantropocentriche si sono dibattute in aperto contrasto con lo sviluppismo risorsista e tra le correnti principali si possono accomodare senz’altro il preservazionismo, che al contrario del conservazionismo non vede le risorse naturali nella sola ottica funzionale di sfruttamento da parte dell’uomo, il biocentrismo, che affianca all’uomo tutti gli altri esseri viventi della Terra, e la sua falange estrema, l’ecocentrismo, che dilata la messa a fuoco inserendoci anche gli elementi e gli ecosistemi.

A questo punto uno potrebbe anche scegliere per chi tifare, tenendo conto dell’estrema rilevanza della ricaduta di ciascuna corrente dell’ecologia politica sul diritto. Le cose però non sono così semplici e le stesse conferenze, carte e dichiarazioni venute fuori dai summit internazionali sembrano avere un andamento schizofrenico anche se in fin dei conti individuabile. Infatti, a parte l’approccio antiantropocentrico della Carta mondiale della natura, approvata dall’Onu nel 1982, della Carta della Terra del 2000, fortemente voluta dall’ong Earth Charter International e della Dichiarazione dei diritti fondamentali della Madre Terra, redatta al termine della Conferenza dei popoli di Cochabamba nel 2010, tutti gli altri documenti preferiscono la strada di un antropocentrismo debole.

Secondo le visioni portate avanti, tra gli altri, da Rifkin e Sachs, l’uomo è un amministratore delegato dalla natura per preservare tutto il globo dalla distruzione, rispettando i cicli e i tempi naturali e prendendo per sé e per le generazioni future solo quello che è necessario alla vita. Con quest’ottica sono stati realizzati gli accordi internazionali più importanti, da Stoccolma a Kyoto. Ma se le Carte antiantropocentriche non sono state quasi ignorate dalla comunità, ancora più ipocrisia sembra aver colpito gli altri accordi, e sebbene il linguaggio universale dei diritti umani sembra non accogliere la possibilità di veicolare universalmente i diritti deumanizzati, che Norberto Bobbio catalogava come quelli di “terza generazione”, auspicandone la realizzazione come un impegno che avrebbe messo l’umanità sotto la luce dei suoi momenti migliori, non sembrano esserci strade più allettanti. Un ulteriore tentativo lo ha fatto Sarah Whatmore, docente di politica pubblica e ambientale a Oxford, evitando di parlare di antiantropocentrismo e di deumanizzazione dei diritti, bensì reimpiegando il termine superumanesimo, probabilmente nella reale accezione nietzschiana e togliendo il negativo a “postumanesimo”. L’affermazione del concetto dipenderà dall’impiego del pensiero attivo di Deleuze: quanto ci metteremo a partecipare e spostare le questioni politiche dall’asse nel quale sembrano piantate?

Per terminare questo racconto potrei spostare il punto di vista su qualcosa di non propriamente umano, tipo un cucciolo, o un fantastico pino che fa ombra e tante altre belle cose. Scelgo invece un punto di vista scomodo, quello di un animale selezionato per fare la cavia da laboratorio. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato nel 2007 dalla Lav, potremmo sostituire gli animali con altre cose (cellule e processori, soprattutto) per tante ricerche ma non per tutte: la posizione degli animali da laboratorio è come quella del petrolio nei confronti delle alternative, ci vogliono ricerca e volontà politica per rendere stabile il sistema differente. Seguendo il principio di Whatmore, basato sulla possibilità che anche gli esseri non umani sviluppino una coscienza, chiederei al nostro amico cosa ne pensa dello slogan di Rio+20, The world we want. Avrebbe poco tempo per rispondere, però.
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/deep-ecology/pensiero-verde#ixzz2T0Emm441

Attentato a Roma e suicidi: il Primo maggio dell’Italia disperata

«Uno di noi, guai a voi!». Lo slogan ha accompagnato l’immagine dell’attentatore di Palazzo Chigi, Luigi Preiti, sugli striscioni di molti manifestanti. Il contesto, quello del concerto del Primo maggio a Napoli, annullato per motivi di ordine pubblico. La rabbia domina le piazze reali e quelle virtuali, non da ieri. In molti hanno sperato che i sei colpi dell’ex muratore Preiti, esplosi dalla sua pistola con matricola abrasa, avessero colpito altri obiettivi. Non il brigadiere Giangrande o il carabiniere scelto Negri. Lo stesso Preiti ha detto che avrebbe voluto colpire uno della «casta».

Mentre la nuova legislatura ha preso tempi non ragionevoli, tutta l’Italia ha continuato a sprofondare nel suo dramma. In questi giorni la disoccupazione generale è salita al 38 per cento, al Sud quella giovanile oscilla tra il 30 e il 40 per cento. E se si guarda ai laureati, si arriva al 50 per cento. Il terremoto di fallimenti, licenziamenti e suicidi ha riguardato tutti. Dal ricco Nordest all’assuefatto Mezzogiorno.

Le storie sembrano costruite in maniera industriale. C’è il disperato che perde anche i lavori da niente; l’imprenditore corroso dai debiti che non può più far fronte alle esigenze famigliari. C’è il disoccupato che a Perugia si è visto rifiutare un finanziamento decisivo. E ha fatto fuoco su una dipendente precaria della Provincia. A Bari un anziano, dopo aver perso anche la sua casa, ha tentato di darsi fuoco di fronte al sindaco.

Di fronte al numero crescente di suicidi, lo stesso ex premier Mario Monti dichiarò, lo scorso anno, che si trattava di una percentuale tollerabile nell’ambito di una generale ripresa. Di tutt’altro segno i commenti politici all’attentato di Roma. Dal nuovo esecutivo si sono scagliati contro chi, sotto elezioni, ha alimentato la rabbia sociale riversando in politica un gergo violento. Si rivolgono al Movimento 5 stelle, ma è una strumentalizzazione, perché le campagne sono sempre accese, dal 1948.

Tutt’altra connessione potrebbero stabilire i nostri politici, se si soffermassero meglio sulla figura di Preiti, in base a quello che sappiamo oggi. Un’inchiesta di La7, ieri sera, ha dimostrato in che modo chi non ha più un lavoro, come Preiti-che ha anche dovuto lasciare la sua famiglia a Torino per tornare dai suoi a Rosarno-, può rovinarsi del tutto in modo legale. I videopoker e le slot machine hanno prosciugato gli ultimi risparmi del quarantanovenne calabrese e di milioni di italiani. Le aziende che le producono agiscono fuori dal sistema fiscale, eppure l’Eurispes l’anno scorso ne ha elogiato gli ottimi ricavi. Specificando che quei ricavi rientrano nelle politiche sociali. Curando, per esempio, chi sviluppa dipendenza dal gioco. Effetti collaterali, come i proiettili sul parlamento, esclusi.

Tra Beppe e Silvio: se le elezioni le vince chi sa comunicare

Telespettatori e fruitori del web hanno fatto la fortuna dei due personaggi  border-line alle ultime elezioni politiche, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Solo due mesi fa nessuno avrebbe detto che il finale di partita sarebbe stato loro, che hanno saputo attrarre la metà delle preferenze degli italiani.

L’estate scorsa si è fatto un gran parlare della Casaleggio associati, l’azienda di Gianroberto Casaleggio specializzata in marketing di rete, che ha reso stabile il successo del comico genovese. Dal guru italiano del web sono nate le idee di costruire i Meetup, la base del Movimento 5 stelle, i «day» di vario tipo messi su dal movimento e un nuovo concetto di democrazia digitale diretta.

Non si parlerà mai abbastanza, invece, dello specialista per eccellenza di questo tipo di comunicazione. Eppure Berlusconi ha provato a mettere in guardia tutti, l’anno scorso, scrivendo la prefazione del libro dei suoi collaboratori ed esperti di comunicazione più fidati. Antonio Palmieri, Gianni Comolli, Cesare Priori e Massimo Piana hanno realizzato l’analisi delle strategie comunicative dei partiti del cavaliere dal 1994 al 2012.

L’esperto comunicatore Berlusconi ha toccato la pancia e il portafogli dei suoi interlocutori, ha detto loro quello che speravano di sentirsi dire. E lo ha fatto attraverso un mezzo di comunicazione dalla portata fenomenale: il 98 per cento della popolazione italiana, 58 milioni di persone, possiede un televisore. Berlusconi ha evitato le piazze. Ogni comizio pubblico, al chiuso, è stato preparato e studiato fin nei minimi dettagli, al punto che ci si chiede quanti voti in più gli avrebbe fruttato realizzare l’ultimo incontro a Napoli, saltato per indisposizione. Sono diventati celebri i suoi slogan, ripresi e amplificati anche in rete, «Paghi Bersani, Prendi Monti» o le varie proposte-shock e le restituzioni.

Quasi come se avesse pattuito una spartizione dei campi d’influenza, Grillo ha consolidato la sua presenza su internet con milioni di visite sul suo sito (il dato più recente, proveniente però dallo stesso blogger genovese, è quello di oltre cinque milioni di visitatori unici giornalieri). Da sette anni il suo è il blog più visitato in Italia. Dei 39 milioni di italiani che hanno accesso al web, gran parte di loro ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Con l’aggiunta di una laurea, proprio questa fascia d’età è l’utenza privilegiata del sito del genovese, che ha ottenuto un totale di 16 milioni di voti tra Camera e Senato, come se avesse spostato i suoi utenti dal sito all’urna elettorale. All’esatto opposto di Berlusconi, Grillo ha evitato i giornalisti e riempito le piazze. Da dove ha urlato anche lui slogan e proposte: «Tutti a casa!» e «Apriremo il parlamento come una scatoletta!» racchiudono tanto l’elemento di novità del movimento-far entrare la società civile nell’emiciclo-, quanto il voto di protesta.

Lo sconfitto, cioè il partito che è arrivato primo senza vincere, per citare il suo leader, è il Pd. La campagna elettorale del Partito democratico è stata trasparente nel senso dell’assenza, quando i suoi video «virali» non hanno irritato la base; non ha forgiato slogan significativi e ha tenuto un profilo basso che gli ha fatto dilapidare un vantaggio di 15 punti percentuali. Che gli italiani abbiano ancora bisogno di slogan e di parole urlate, questo è un dato di fatto e insieme un nodo che per ora non può essere sciolto.

Intercultura all’italiana

Striscia di Mauro Biani

 

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

L’Italia è un paese che racconta di oscillazioni migratorie in entrata e in uscita, da sempre. La misura doveva esser colma già ai tempi di Dante, che respingeva questa donna di bordello, troppo promiscua anche nel meticciato delle sue culture. Il poeta dovrebbe farsene una ragione: nonostante la facilità con cui il popolo abbia voluto seguire bandiere di qualsiasi colore, l’anima è rimasta una e molteplice, divisa e indivisibile. E preparata anche, d’istinto prima ancora che per legge, all’accoglienza, salvo poi dover dare anche un colpo al cerchio del mercato. Così l’orda, per dirla con Stella, i nuovi barbari e la costruzione mediatica del nemico, del capro espiatorio di malesseri sociali prima ancora che economici. E il tentativo d’innesto di modelli che poco hanno a che fare con questo paese. Da diversi anni si evidenzia una realtà senza equilibrio: è richiesta la presenza di lavoratori immigrati, eppure si rende difficile l’arrivo e la permanenza. Fino a quando potrà durare questa situazione, prima che il paese si abbandoni alla povertà e alla vecchiaia cui vuole condannarsi? In questi anni si giocano molte speranze. Siamo abituati a leggere la presenza immigrata sotto la lente della spesa pubblica, e non ragioniamo sulle possibilità di crescita che questa ci offre. Abbiamo provato a porre due domande urgenti agli attori nazionali  dell’intercultura, dalla politica all’arte, dal diritto ai movimenti, dal giornalismo all’università e alla ricerca. La fotografia è piena di contrasti, le potenzialità sono in mano ai cittadini.
Le nostre domande:

  1. Il VII Rapporto Cnel conferma che in Italia è forte la richiesta integrativa rivolta agli immigrati, dall’assistenza alla manodopera, al lavoro qualificato. Tuttavia, siamo ben lungi dal facilitare il loro ingresso e la loro partecipazione. Cosa ha fatto e cosa deve fare il nostro paese sul piano del riconoscimento delle identità perché possa presentare un modello interculturale valido in Europa?
  2.  Come valuta l’apporto che la sua categoria professionale ha dato finora allo sviluppo di un’Italia interculturale e quale potrà essere il suo peso nell’immediato futuro?
Ferruccio Pastore

Ferruccio Pastore_Direttore Fieri, Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione.

Gli anni 2000 rappresentano un cambiamento rispetto agli indirizzi di ricerca tradizionali sui modelli d’interazione e dialogo da parte delle nazioni europee. Gli esempi all’avanguardia di tali sistemi erano i paesi del fordismo come il Regno Unito, poi affiancati dai paesi come la Francia e l’Olanda, che realizzavano un’assimilazione laica a oltranza, mutuando l’esperienza canadese, per arrivare al forte welfare della Germania, sistema più rigido nell’assimilazione culturale. Gli ultimi 15 anni d’immigrazione, però, passando dal 2001 e dagli attentati di Madrid e Londra, che bisognerebbe stabilire quanto abbiano a che fare con la presenza immigrata in Occidente, hanno messo in crisi i vecchi sistemi, rimandando a una sorta di mitologia o stilizzazione di tali modelli anche sul piano normativo. Ed è accaduto che nazioni prima molto aperte come l’Olanda e la Svezia affrontassero una deriva securitaria, mentre la Germania si ammorbidiva sulla questione della cittadinanza. In mezzo a tutto questo l’Italia naviga a vista con repentini cambi di rotta dall’80 a oggi: si frammentano gli approcci a seconda delle proposte avanzate dal privato sociale, dal terzo settore, dalle Regioni e dagli enti locali, relativizzando l’importanza di un modello. I modelli europei dei Duemila si confondono, e rischiano di sfaldare l’Europa unita, perché i sistemi risultano fragili rispetto agli obiettivi da raggiungere. Così si calma l’opinione pubblica introducendo i flussi e assicurando che gli immigrati “cattivi” si rimpatriano e che qui arrivano solo quelli che servono. In realtà il reato di clandestinità, pur rappresentando una politica tra le più pesanti in Europa, sortisce pochi effetti concreti, così come se già c’è una crisi di assorbimento dei cervelli italiani, che emigrano, è utopistico pensare che possano essere richiesti solo stranieri qualificati. Il problema è più complesso se introduciamo la questione delle migrazioni circolari, perché non è detto, anche se razionalmente parrebbe così, che gli immigrati ritornino in patria se non hanno la certezza di trovare una situazione adeguata né quella di poter emigrare nuovamente: manca una progettazione internazionale in tal senso.
La cultura_Parlerei di produttori di conoscenze e di opinioni. La rappresentazione che la società fa di sé quando sta cambiando è di tipo scientifico, giornalistico, autoriale, eccetera. L’Italia è partita da una buona base di ricerca sull’emigrazione, e ci ha messo un po’ per ottenere l’attenzione di sociologi, antropologi e demografi sulle questioni dell’immigrazione. Ancora più tempo, per un percorso che ancora non ritengo concluso, c’è voluto per economisti, studiosi del diritto e della politica. I livelli attuali sono ancora insufficienti rispetto all’importanza della sfida, anche se sia Istat che Banca d’Italia hanno adottato da anni questo filone di ricerca. Mancano soprattutto le risorse. La ricerca è fondamentale per costituire anticorpi contro slogan e strumentalizzazioni. Per una serie di motivi i media vi si approcciano strumentalizzando, per contro c’è chi vede tutto rosa. Capire le trasformazioni profonde e spesso problematiche che l’immigrazione porta con se è possibile se la ricerca consente riferimenti chiari e oggettivi su bisogni e implicazioni.

Franco Pittau

Franco Pittau_Coordinatore “Dossier statistico immigrazione” Caritas/Migrantes.

L’immigrazione fa parte strutturalmente di un paese pregiudicato nel suo sviluppo da un andamento demografico negativo, che si ripercuote sul mercato occupazionale. Inoltre, il Rapporto Cnel mostra le diverse potenzialità d’integrazione riscontrabili nelle varie regioni e province d’Italia. Tutti gli studi statistici, a partire da quelli del’Istat, sono di segno univoco circa l’importanza dell’immigrazione nei futuri scenari del paese. L’anomalia italiana, purtroppo in contesto europeo che è andato anch’esso diventando più ostile all’immigrazione, consiste nell’elaborare una sorta di “mistica pubblica” che mal si compone con questa realtà di fatto. Parlare di un modello italiano è presuntuoso in questa situazione caratterizzata dalla divaricazione tra la realtà effettiva e il suo inquadramento concettuale. Sono, invece, possibili approcci corretti o scorretti agli “stranieri” (che poi, in realtà, tali non sono in quanto destinati a vivere e a morire da noi). Sono positivi il riconoscimento dell’utilità degli immigrati a livello demografico e occupazionale, la curiosità rispetto alla loro diversità culturale e la disponibilità al confronto, il rispetto della loro diversità religiosa; sono negativi, invece, i pregiudizi sullo straniero clandestino, delinquente, persona di secondo rango destinata a mansioni inferiori e non meritevole di godere di pari opportunità. Fin quando non si arriverà a considerare gli immigrati compiutamente “i nuovi cittadini” è fuori posto parlare di un modello interculturale italiano, per giunta valido in tutta Europa.
La ricerca_ La strategia seguita da Caritas/Migrantes in vent’anni di studi statistici si può così riassumere: per convivere, italiani e immigrati insieme, bisogna conoscersi a vicenda; per conoscere correttamente gli immigrati sono di fondamentale utilità i dati statistici; le statistiche vanno interpretate dall’intrinseco e non secondo idee preconcette; il risultato di queste analisi non va limitato a una ristretta cerchia di studiosi e di operatori bensì partecipato all’opinione pubblica; seguendo questa impostazione, bisogna esigere coerenza nei politici, negli amministratori, negli uomini di cultura e nelle persone comuni, così da poter fare pace con il nostro presente e specialmente con il nostro futuro.

Jean-Lèonard Touadi

Jean-Lèonard Touadi_Parlamentare del Partito democratico.

Questi dati sono l’ennesima conferma che il volto del paese continua a cambiare di anno in anno nelle sue strutture sociali, assorbendo sempre più al suo interno persone con culture differenti. L’immigrazione è un momento epocale di trasformazione per questo paese, un dato riscontrabile in tutti i settori, dall’industria al welfare, eppure questo paese stenta a prendere atto del carattere stabile e organico di questo fenomeno, visto che ancora non si fanno i conti con questa realtà dal punto di vista della cultura, della comunicazione, dell’ordinamento giuridico. È evidente la sfaldatura tra i dati che leggiamo e la totale assenza di politiche strutturali. Dobbiamo decidere se possiamo permetterci di considerare gli immigrati, nuovi cittadini, come una casuale presenza spaziotemporale, lasciando che la comunità italiana e quelle straniere vadano per conto proprio. Servono delle politiche mirate a favorire un processo lento ma pianificato di questo pezzo di popolazione. Adeguare una legislazione che ora guarda allo straniero solo come lavoratore, così se questo elemento decade non ha più senso la sua presenza qui. Modellare la legislazione sulla persona, riconoscere le specificità culturali degli stranieri, dando al contempo la possibilità di conoscere l’Italia. E questo processo si completa se si favorisce la partecipazione del soggetto alla vita pubblica: anche senza passaporto, se le persone vivono qui da dieci o quindici anni hanno il diritto di usufuire dell’elettorato attivo e passivo almeno a livello amministrativo. Questo avrebbe il doppio significato dell’inclusione e della responsabilizzazione. Credo si debba lavorare per riconoscere la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati sin dalla nascita, accompagnarli poi nella quotidianità come si fa con tutti, perché siamo lontani ormai dalla fase emergenziale per cui gli stranieri erano solo bocche da sfamare, occorrono al più presto, perché siamo in ritardo, politiche complementari.
La politica_Dal 1980 la politica italiana ha fatto grandi passi avanti verso la consapevolezza della presenza degli immigrati, sfociando poi nella legge Martelli, per arrivare al decreto Dini e alla legge Turco-Napolitano, comportandosi come un paese che prende sempre più atto della presenza di nuovi cittadini. Ma con la Bossi-Fini del 2003 la classe politica si è irresponsabilmente rifiutata di governare e gestire la questione, illudendosi di poter garantire una vita a immigrazione zero. Questa è una grave colpa della classe politica italiana, che deve ora ripartire quanto meno da quel 9% del Pil di sola provenienza immigrata, deve prendere atto del rinnovamento demografico che gli immigrati apportano alla nazione. Deve infine, come compito morale prima ancora che politico, diradare le nubi della paura, esaminare ed eliminare con la costruzione di esempi positivi tutta una simbolica messa in piedi nella designazione del nemico. La consapevolezza culturale e politica dell’inevitabilità del fenomeno deve portare la nostra società ad aprirsi: società che non sono lontane anni luce dalla nostra, (Usa e Germania) essendosi aperte all’altro, sono divenute più giovani e floride.

Ernesto Maria Ruffini

Ernesto Maria Ruffini_Avvocato dell’ associazione A buon diritto.

In questo momento l’Italia è un caso da non prendere a esempio. Lo squilibrio è la dimostrazione di come l’immigrazione sia declinata, letta e affrontata ipocritamente solo per fini elettorali e non per una reale costruzione di modello che comunque si imporrà alle nuove generazioni indipendentemente dalla nostra volontà di arginare il fenomeno. La domanda di forza lavoro è tale che il mondo del lavoro non può fare a meno dell’apporto immigrato. Pensiamo alle badanti che consentono alle famiglie italiane di continuare ad avere ritmi di vita alti, senza preoccuparsi dell’innalzamento dell’età media. Lavori che ormai non sono più appetibili dai giovani italiani, nel mondo dell’agricoltura o in talune fabbriche, perché il rapporto ora/lavoro non alletta nessun italiano. Questo lo stato dell’arte. Forse il superamento della situazione verso un sistema d’integrazione, parola né brutta né bella in sé, ma forse più utile è condivisione della nuova società italiana, avverrebbe consentendo agli immigrati di essere parte della formazione di un nuovo modello societario. Permettere la partecipazione verso una società che comunque, nostro malgrado, si creerà, perché di fatto, per la natalità, andiamo a ritmo incalzante verso la multietnicità e il mutamento fisiologico della nostra identità nazionale. O costruiamo prendendone atto o ignoriamo senza risolvere il problema, senza ostacolare lo straniero che ha trovato il lavoro in nero dal datore di lavoro italiano.
Il diritto_ Il mondo della giustizia è rimesso alla lungimiranza del legislatore e alla sua generosità, nel momento in cui un operatore si trova dinanzi a una normativa chiara, netta e ostativa rispetto al fenomeno immigratorio. Certamente il giudice non ha grandi spazi di manovra: questa potrebbe essersi creata nei mesi scorsi in relazione alla domanda di costituzionalità della legislazione attuale. Rispetto al permesso di soggiorno, invece, la difesa è quasi impossibile. L’unico spazio di difesa è quello di provare a scardinare la figura di reato introdotta sollevando eccezione di costituzionalità. Gli immigrati accusati d’immigrazione clandestina, poi, possono avere altri gravi problemi, e permettono di intraprendere altre tutele nei loro confronti.

Laura Boldrini

Laura Boldrini_Giornalista, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unchr).

Bisogna capire che esiste sviluppo locale anche attraverso i rifugiati, che per la loro presenza si riaprono le botteghe, si ristrutturano i borghi, le suole si riempiono. Semplicemente perché ci sono i rifugiati. Ci sono buone pratiche che però non sono sostenute, c’è la tendenza a rendere la vita dei migranti molto complicata. Penso che si possa fare decisamente di più, ma per farlo c’è bisogno di una visione politica e di convincere i cittadini che dall’immigrazione c’è da guadagnarci tutti, non è trascurare il disoccupato italiano, è consentire più diritti a tutti, perché erodendo i diritti cominciamo con gli immigrati, poi con i rifugiati, poi con le minoranze, le donne, già stiamo erodendo quelli dei lavoratori italiani. Su questo punto la politica dovrebbe avere il coraggio, nell’interesse collettivo, di prendere atto del male che si fa al paese cavalcando l’illegalità. L’Italia è tristemente famosa nel mondo per la malavita organizzata e l’italiano medio, se intervistato sull’illegalità e l’insicurezza, risponde che la prima causa di questo è l’immigrazione. La politica ha lavorato stancamente su questa equazione, pochi si son presi la briga di capire quali altri temi possono essere lanciati. Non si esce più da questa cosa. Chi ha una visione dovrebbe ragionare nel lungo e nel medio termine.
I media_ In quanto giornalista, pretendo di comunicare, che è la cosa più importante, perché bisogna dire alla gente che non si deve sottostare al grande equivoco della paura, grande catalizzatore di consensi. Forze politiche ci marciano. Non risolveremo i nostri problemi cacciando i nostri immigrati. Internet ci fa capire che siamo tutti in movimento, noi il mondo ce l’abbiamo a casa e la migrazione è la stessa cosa, non si possono bloccare, ma al massimo regolare e gestire questi fenomeni. L’Italia ha un ruolo di primo piano nello scacchiere europeo, noi abbiamo nel nostro dna una carta in più, siamo il risultato del crocevia, ma oggi diamo precedenza all’imprenditoria della paura. C’è un’Italia che non si vede, degli impegnati e degli insegnanti che fanno lezione gratuitamente alle persone, quella degli avvocati che fanno valere i diritti, così come c’è l’Italia dei medici che curano senza voler nulla in cambio e che non denunciano gli “irregolari”. Questa Italia non trova sempre spazio sui media, perché i media sono innamorati del modello cattivo, quello del coltello tra i denti. Mia figlia mi chiede perché i ragazzi in tv ci vanno quando fanno i bulli e non quando fanno le cose per bene. Perché, le rispondo, voi non siete trendy, studiate, fate volontariato, non fate notizia. Il cattivo è destinato a non farcela. Dare voce a questa società vincente, orfana anche politicamente, perché la politica trova grande convergenza sul tema della tolleranza, ma poi non compie l’atto pratico, si coniuga sempre e solo la paura e la sicurezza, si respinge in mare, si respinge culturalmente, e rischiando l’isolamento culturale. Andrea Camilleri, che è un mio amico, mi parla spesso della sua formazione e dice sempre che è un bastardo, perché ha rubato da russi, francesi, arabi, persiani. Oggi abbiamo anche noi questa opportunità, senza perdere niente. Il mio lavoro è in concorrenza rispetto al sistema che pone una cappa sul nostro paese.

Mandiaye N’Diaye

Mandiaye N’Diaye_Regista e attore teatrale, curatore del progetto Takku Ligey (Qui l’audiointervista che riporta la sua esperienza in Italia).

Io oggi mi considero un italiano, perché qui ho vissuto la parte più importante della mia vita: avevo 20 anni quando sono arrivato e ne ho 44 ora e sono felice di aver vissuto una vita così. La mia esperienza con il Teatro delle Albe, oggi con Ravenna Teatro, coincideva con l’uscita della legge Martelli, che consideravo come un passo fondamentale nella garanzia dei diritti di tutti. Oggi l’Italia ha messo da parte questa intelligenza, che le proveniva storicamente dall’aver saputo inserire il cristianesimo in Europa, garantendole un grande ruolo. Oggi dovrebbe essere molto più avanti e invece è tornata indietro. C’è un senso d’integrazione a senso unico, e oggi i miei figli vivono in Senegal, ma in futuro dovranno essere i mediatori e traghettatori tra le culture, potranno essere italiani solo a 18 anni, e questa credo sia una mancanza di rispetto. Coinvolgere l’essere umano a far parte della società dovrebbe essere un dovere di una comunità: i figli degli immigrati dovranno divenire cittadini italiani.
L’arte_ Faccio un esempio: nel 2006 con il progetto di “Takku Ligey” (“darsi da fare insieme”,ndr) nel mio villaggio, Dioll Kadd, abbiamo preso un testo di Aristofane, Pluto, il gioco della ricchezza e della povertà. L’abbiamo ambientato nella stagione delle piogge, quando si semina il miglio e l’arachide, e nel nostro villaggio, spopolato da 1500 a 500 abitanti perché tutti sono andati a Dakar o in Europa, le 500 anime litigano perché la tradizione dice che per seminare il miglio bisogna aspettare certi segni di animali che volano e le ombre che cadono in un certo modo: quindi abbiamo riprodotto uno scontro tra conservatori e progressisti, come certi dialoghi tra Cremilo e Carione. Ambientare tutto in un rito antico, simile a quello greco, ha avvicinato due culture in apparenza lontanissime: molti autori e gente di cultura come Marco Martinelli, Gianni Celati e Antonio Aresta hanno apprezzato molto questa riscrittura, apparentemente lontana e antica, rimodulata per l’attualità a fare un ponte tra due culture, questo è intercultura. Oggi in Italia molti gruppi musicali e teatrali fanno intercultura. In più di tre anni trecento italiani sono venuti a Dioll Kadd, dal sud al nord, il nostro piccolo teatro riesce a unire l’Italia. Abbiamo anche partner che ci sostengono da Lecce alla Svizzera grazie al progetto di meticciato che abbiamo realizzato. Il teatro fa incontrare le persone, al di là delle volontà secessioniste di qualsiasi spinta. Noi riuniamo degli amici intorno a un teatro, un progetto di sviluppo.

Marco Bersani

Marco Bersani_Coordinatore nazionale Attac Italia, Associazione per la tassazione delle transizioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini.

L’Italia deve guardare alla propria storia, siamo una terra d’immigrazione dopo essere stati migranti, portatore di una storia e di una cultura, il problema va preso di petto. Non si può separare l’utilizzo di manodopera e professionisti che arrivano dal mondo migrante chiedendo loro di essere presenti in campo lavorativo, ma escludendoli da tutto ciò che non attiene a quella sfera. Questo è un problema politico: usare migranti per abbassare il livello di diritti dei lavoratori italiani, cosa che ha creato conflitti orizzontali. Fasce deboli della popolazione sono caduti nell’ideologia della paura e della sicurezza. Eppure i reati di microcriminalità sono minimi rispetto al totale, aumentano invece le violenze familiari. Problemi nelle relazioni affettive significano che si rompono i legami sociali, si costruiscono meno relazioni, e sulle poche che ci sono gli italiani giocano tutto e se si rompono accade un crack. Invece vogliamo distrarci col nemico esterno diverso culturalmente, religiosamente. Un capro espiatorio fortissimo. Credo che si debba considerare l’Italia una terra di accoglienza, un elemento di ricchezza materiale, contribuiscono all’aumento dei livelli di ricchezza e di cutlura. Appartenenze e identità sono sempre più piccole e spesso fasulle, come la Lega che nasce dall’appartenenza a un mito che non ha fondamenti nella storia.
I movimenti_ Associazioni e movimenti, soprattutto quelli gemmati dal movimento dei movimenti costituitosi a Genvoa e poi radicato con alterne vicende nei territori, hanno fatto un buon cordone intorno alla questione dell’affermazione dei diritti degli immigrati. Ora faticano nel trasportare l’attenzione da un’errata concezione residuale delle politiche immigratorie nell’agenda politica, verso un’affermazione centrale. Sforzarsi di leggere la società dal punto di vista del migrante perché questa non ha un suo andamento e poi, a margine, ha un problema sugli immigrati: la società non funziona e un’ottima cartina tornasole sono i migranti. Le persone sono schiacciate dalle logiche di mercato. Associazioni e movimenti dovrebbero riuscire a dare una lettura complessiva del fenomeno come parte della complessità della società italiana e mobilitarsi, perché se no dobbiamo prepararci a cedere terreno nel campo dei diritti di tutti. Devo registrare un’insufficienza dei movimenti stessi perché un conto è solidarizzare e un altro costruire una cultura maggioritaria, dentro le persone non direttamente attive sulla questione per una diversa consapevolezza su chi arriva dall’altra parte del mondo. E certo bisogna fare i conti poi con una campagna mediatica pesante che instaura la paura nel cittadino medio: è facile immaginare che ci sono problemi di sicurezza rispetto alla disfunzione dello stato sociale, magari attribuibili a certe comunità piuttosto che criticare un modello economico, sociale, ecologico che va contro i reali bisogni delle persone.

Intercultura all’italiana?

Imbastendo le interviste viene fuori un abito di difficile vestibilità per gli italiani. Ci si chiede se sia effettivamente utile allestire un modello stabile dinanzi a un fenomeno costante nei suoi dati oggettivi, ma aleatorio riguardo alla qualità. E pare ormai scontata l’impossibilità di allestire politiche migratorie a sé stanti, come se fossero slacciate dai problemi trasversali che attraversano e mettono in crisi ogni aspetto della società italiana. Non contrastato né tanto meno rivisto da una politica responsabile a livello comunitario, il mercato economico, finanziario e del lavoro del sistema in cui viviamo prende con ferinità il sopravvento su ogni aspetto della vita sociale. Questa situazione dà adito a una precarietà che fa impressione per la vastità e la profondità raggiunte. Incapace in questo momento di dare risposte di fronte all’Europa, se non sul piano dei respingimenti, e al contempo lasciata sola a gestire il crocevia dall’Europa stessa, l’Italia ha delle lillipuziane speranze. I singoli esempi e progetti di inclusione e socializzazione per tutti, la possibilità di rendere più ampia la partecipazione degli immigrati, la ricostruzione giornaliera, costante di un nuovo tessuto sociale che dia nuove basi al concetto di identità attraverso l’educazione e la formazione. Ripartire dai comuni: sono questi gli esempi che vanno incoraggiati e strutturati.
Per un’Italia capace di futuro.

Batman VS Revolutions

 

 

Di Andrea Aufieri

La trilogia del Batman di Nolan si conclude con un bignami di scienza politica che sbaglia, a mio avviso, in un paio di punti fondamentali.

Prima di proseguire, però, avviso che farò riferimento alla conclusione del film Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno, perciò chi ancora non l’avesse visto è mezzo salvato, ma può dannarsi ugualmente continuando a leggere.

La costruzione dell’eroe di Nolan, che riecheggia l’introspezione della filosofia del decadimento occidentale cui annuiva Frank Miller nel fumetto-leggenda, senza per fortuna ricalcarne gli echi fascistoidi, toglieva dal ridicolo cui era stato confinato un personaggio potenzialmente multitasking, molto adatto al caos che regna in questa parte del mondo da quando ci siamo accorti che non siamo sempre e solo i Buoni.

Tutti questi motivi giustificavano il mio crescente appetito man mano che la saga proseguiva. Ed evidentemente le aspettative per l’ultimo capitolo erano altissime. A differenza del Cavaliere Oscuro, però, il terzo film sembra procedere stancamente, quasi come il vecchio Wayne di Miller: non sarebbe un problema se a questo non si aggiungessero problemi seri di montaggio (a mio avviso è stata trattata malissimo la battaglia tra i seguaci di Bane e i poliziotti di Gordon) e cose poco credibili nella sceneggiatura (Batman/Wayne sbattuto qua e là per il mondo a rifare per la seconda volta, dopo Batman Begins, un percorso di fortificazione esteriore e interiore).

Non mancano scene di forte intensità: la prima apparizione dell’uomo pipistrello, infatti, deve funzionare come una sorta di sveglia emozionale per i suoi fan, che immagino piuttosto delusi dal contagocce con cui il regista ha fatto scorrere le scene d’azione compartecipate dal loro eroe. Il primo e il secondo film, però, lasciavano aperti numerosi interrogativi che qui sono affrontati e risolti.

Con chiari riferimenti  all’attualità, seguiamo il fanatismo religioso della Setta delle Ombre capeggiato da Bane, prototipo del terrorista totale perché devoto alla causa, capace di un gesto di amore estremo e di violenza senza soluzione di continuità, l’ecologismo sociale, anarchico e senza pietas di Miranda Tate; una rappresentazione piuttosto squallida della rivoluzione di Occupy e dei 99% (non può essere più chiaro il riferimento all’attacco alla Borsa di Gotham da parte di Bane, e molti si divertirebbero a vedere gli squali di Wall Street avvinghiati alle moto dei terroristi nella corsa mortale in città): qui Nolan rappresenta un odio cieco e un semplice moto di appropriazione della ricchezza dei grossi magnati, lapidando con sufficienza un movimento che esprime molte sfumature, che ha effettivamente in sé, come tutte le rivoluzioni, una percentuale di violenza, che è poi la carica energetica affinché le cose cambino, ma perché devono cambiare nel modo voluto da Nolan?

Tutto può essere spiegato a partire dalla fine del Cavaliere Oscuro, quando alla morte di Harvey Dent, il vero nemico di Batman, a dispetto di un sopravvalutato ma efficacissimo Joker che agisce da fattore destabilizzante dello status quo, James Gordon, imboccato dallo stesso Batman, sceglie di mentire per salvaguardare il giustizialismo di Dent, necessario per Gotham in un momento di crisi per via della forza assunta dalle mafie e dalla morte (indirettamente scatenata da Dent) di tutte le autorità positive cui il potere costituito poteva fare affidamento.

Ma poteva un tessuto sociale come quello di Gotham, inutilmente provocato dal gioco delle navi di Joker, arrivare a un livello di autodistruzione come quello provocato da Bane, che trasforma tutti i cittadini in mine vaganti e soprattutto in burattini? Dal più grasso squalo della finanza fino all’ultimo rabbioso derelitto, tutta Gotham affronterà la sua nemesi, persino Gordon, raso al suolo dalle sue decisioni, incomprensibili nel momento del caos supremo, e soprattutto Batman. In uno scenario come quello voluto da Nolan, per tutto il trittico, la maschera è solo una via per arrivare alla propria libertà, essa non deve essere indossata per sempre: è stato complicato arrivare a indossarla e ancora più difficile sarà lasciarla abbandonando anche un’inconscia (o premeditata) volontà di autodistruzione.

Il ragioniere Batman qui fa un calcolo complicatissimo e perfetto: alfiere della controrivoluzione, si offre come potenziale cristo della salvazione per tutti. Eccetto poi restituire il sogno al maggiordomo  Alfred, fingendo ancora una volta un sacrificio: questo permette l’era più avanzata del postmoderno. Già perché un cristo della rivoluzione postmoderna il cinema ce lo ha già presentato nei panni del Neo di Matrix-Revolutions, in cui il protagonista si immola affinché il gioco possa essere reimpostato con altre regole.

Ne Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno la faccenda è diversa: di fronte a un Wayne/Batman che vuole essere dimenticato per potersi riappropriare della sua vita privata, la redenzione di Gotham passa per due figure border-line: la Catwoman Selina Kyle, che passa dalla rabbia dei bassifondi al servizio di una causa nobile per mezzo dell’amore, e John Blake/Robin, prima poliziotto e poi investigatore che erediterà la bat-caverna.

Il punto è: la forza di questo Batman sta nell’introspezione psicosociale che rappresenta?  Se la risposta è sì, allora Nolan vince su tutta la linea, dalla scelta dei nemici a partire dallo Spaventapasseri, passando per Joker e Ra’s al Ghul, fino alla coppia Bane/Tate.  Se la risposta è negativa, allora il successo è dovuto a uno stile più cupo della narrazione (e qui finalmente spazziamo via giochini e lustrini di Burton e soprattutto di Schumacher, ma diamo atto al Joker di Nicholson di aver costruito un personaggio leggendario, cui pure l’osannato Ledger si è ispirato palesemente) ma trainato da dagli eventi esterni: triste dirlo ma parlo della morte di Ledger e del massacro di Aurora.

La verità secondo me sta nel mezzo, ed è la versione della probabile apocalisse che solo una ricca supermultinazionale vuol dare dell’immediato futuro, magari esorcizzandolo in suo favore, perché, come insegna la Wayne Corp., finché soldi e potere coincidono possiamo anche immaginare i peggiori ultraterroristi della storia: a un certo punto arriverà Batman a salvare i profitti.

 

Lecce, tempo di semina

ph: paolomargari.it CC: NC_BY_SA

Editoriale di Andrea Aufieri, pubblicato sul n.1 di XNews il 16 gennaio 2012.

Garin Attaher era un rifugiato nigeriano, status che gli garantiva i medesimi diritti civili che spettano agli italiani, come l’assistenza sociale, sanitaria e la pensione. La stampa locale ci ha messo un po’ prima di pubblicare il suo nome dopo la sua morte, il 13 gennaio. E nonostante l’impegno, subito sottolineato, dei dirigenti dei servizi sociali e dei medici leccesi, il signor Attaher è riuscito a contrarre la scabbia.

Il dramma rivela la fragilità delle politiche sociali leccesi: un pasto, un letto, un lavoro, non parliamo di un tetto e di un’idea di comunità, sono legati a una logica di eccezione. L’alternativa è la strada. E intanto si aspettano da qualche parte i soldi che la Caritas e le istituzioni dovrebbero impiegare nell’adeguamento di strutture ricettive dedicate. Dobbiamo ricordare che Tonino Bello, da vescovo, apriva la sua curia ai non abbienti?
È un vuoto di politica quello che si avverte, perché la solidarietà dei cittadini è forte, ma per strutturare l’azione sociale bisogna passare dalle istituzioni.

Garin non vedrà dove andrà a parare questo 2012 che si annuncia molto duro, dai provvedimenti anticrisi cui Lecce si presenta con il primo posto in Puglia per il debito amministrativo, il ventesimo in Italia, con 1500 Euro circa di carico base per ogni abitante, secondo il Sole 24 Ore, e con una famiglia su cinque sulla soglia della povertà. Con le imprese a rischio e la presenza della città in quasi tutte le graduatorie del XIII rapporto Sos Impresa sull’usura. Con un modo di gestire la cosa pubblica che  si commenta da sé nella vicenda del filobus, già  per il gergo impiegato nel nome del conto “boiachimolla”,  proseguendo verso la campagna contro l’omofobia che proprio l’ex assessore ai trasporti Giuseppe Ripa è riuscito a scatenare con le sue dichiarazioni su Vendola. E ancora la violenza e le tensioni razziste riportate a galla dalle aggressioni al venditore di rose ambulante e al ragazzo picchiato dai militanti di Casa Pound.

È un vuoto politico e culturale che attanaglia Lecce, da riempire e superare con un risveglio di cittadinanza.

Lezione di Storia

  pubblicato sul quotidiano leccese Il Paese Nuovo martedì 7 giugno 2011

L’Italia secondo Roberto Martucci: il noto studioso ripercorre le falle dell’unità per analizzarne lucidamente falsità e strumentalizzazioni, senza dimenticare miti e tabù della storicistica italiana. Un’intervista di Andrea Aufieri.

Roberto Martucci, storico del Costituzionalismo, è il presidente del Corso di Laurea in Scienze politiche e delle Relazioni internazionali dell’Università del Salento. È l’autore di originali e documentati studi sulla formazione dello Stato italiano (L’invenzione dell’Italia unita. 1855-1864,Sansoni 1999 e Storia costituzionale italiana. Dallo Statuto albertino alla Repubblica (1848-2001), Carocci 2002) e sulla Rivoluzione francese (L’ossessione costituente. Forma di governo e costituzione nella Rivoluzione francese, Il Mulino 2001). A colloquio con lui per saperne di più sulla formazione del nostro Stato, sulla strumentalizzazione operata per interessi economici e politici e per apprendere dei miti e dei tabù degli storici italiani.

Dopo quanto accaduto in questi centocinquant’anni di storia patria, possiamo affermare di vivere nel migliore dei mondi possibili?

Credo che per nessuno Stato al mondo ci possa essere una risposta positiva; l’Italia non lo è ed essa non è divenuta quale la pensarono i padri fondatori Cavour, Vittorio Emanuele II, Mazzini, Garibaldi e i nostri Libertini, Castromediano e Pisanelli. Purtroppo, lo Stato italiano versa in una crisi profonda da almeno vent’anni, da quando si è esaurita la funzione dirigente della Dc che aveva governato dalla fine della guerra fino al ’92, e da allora siamo in piena crisi istituzionale e non sappiamo prevederne gli sbocchi. Il “berlusconismo” è stato una meteora, e quando si sarà esaurito come fenomeno politico di natura populista (visto che Berlusconi ha 75 anni e non si vedono eredi politici all’orizzonte), l’opposizione attualmente frantumata e priva di programmi politici avrà difficoltà ad impugnare le redini dello Stato. Vedo un avvenire grigio.

La nostra Carta costituzionale può offrire uno spiraglio?

 Il riferimento alla Costituzione va sempre bene, soprattutto per i primi dodici articoli dei principi fondamentali. Perché poi l’organizzazione dello Stato ricalca un modello ottocentesco e ha dimostrato di non funzionare: il bicameralismo è andato malissimo peggiorando di legislatura in legislatura e in maniera evidente negli ultimi quindici anni. Con l’ultima legge Calderoli i deputati e senatori sono scelti dall’alto un po’ come per la legge Acerbo del 1923, quindi una volta che l’elettore ha scelto tra destra e sinistra non può fare altro perché costretto a votare in blocco i candidati di quella lista. Per la destra li ha scelti di persona Berlusconi e in parte minore Fini. Per l’opposizione le scelte sono venute da Roma sia per Casini sia per il Pd e per Di Pietro, nessuno spazio per iniziative dalla periferia regionale (circoscrizioni). E questo spiega anche la transumanza di deputati e senatori e la compravendita a favore dell’area di governo. L’Idv proprio per le modalità empirico-pasticcione che hanno caratterizzato la scelta dei candidati è stato salassato. Ormai Scilipoti e Razzi sono più conosciuti del Sette di denari nelle partite a carte all’osteria, perché si sono messi sul mercato in modo vergognoso, come vergognosa è stata la nomina dell’ultimo ministro dell’agricoltura Romano, indagato per favoreggiamento mafioso. In sostanza, tutte le modernizzazioni di cui ha beneficiato negli ultimi trent’anni lo Stato italiano sono state una conseguenza del recepimento di direttive europee: ho l’impressione che solo un rafforzamento dell’Ue con imposizione di regole cogenti e vincolanti potrà aiutarci a uscire dalla crisi. Anche se c’è da dire che in tutti gli ordinamenti federali o confederali (com’è attualmente l’Ue), le leggi elettorali sono di pertinenza degli Stati membri e non sono regolate dal Parlamento (o Congresso) federale.

Quando si è palesata questa crisi politica?

 Nel 1982, anno dell’insediamento della prima Commissione bicamerale presieduta da Aldo Bozzi, uomo politico di grande probità e rimpianto da tutti, avviene la certificazione della crisi istituzionale, dovuta al nostro bicameralismo perfetto, o paritario. Ma poi conta anche l’eccessiva frammentazione dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato della Repubblica, i cui membri possono uscire e fondare nuovi gruppi. E ancora il bizantinismo di certe procedure: la fiducia all’intero governo comporta crisi e cadute dell’intero esecutivo anche nel caso si debba sostituire un solo membro, nonostante la teoria dei “poteri impliciti” (di derivazione statunitense, ma respinta dalla dottrina costituzionale italiana) possa far pensare alla possibilità di revoca congiunta da parte dei presidenti della Repubblica e del Consiglio, questa pratica però è di derivazione statunitense e non è mai stata consuetudinaria da noi.
Altro tasto dolente è il ruolo del nostro presidente del Consiglio, un primus inter pares che se guida una coalizione compatta, di pochi partiti e gode di prestigio nazionale ed estero notevole, allora riesce a incidere sulla politica governativa, altrimenti risulterà paralizzato da veti incrociati che i singoli partiti gli opporranno. Di questi politici di grande prestigio ne abbiamo avuti pochissimi nell’Italia repubblicana, mi fermerei alle figure di De Gasperi, Fanfani e Moro; mentre le esperienze governative dell’ultimo diciottennio sono inadeguate, se non penose.

Parlando del centocinquantenario molti fanno affondare questi problemi in un vizio di nascita dello Stato italiano. Quanto è storiograficamente attendibile questa idea?

 La questione è complessa. Adesso è stata tirata fuori per motivi politici da movimenti “antisistema” come la Lega Nord, che è il partito che in questo momento tiene il governo del paese in pugno, mentre il Pdl non esiste come partito politico, ma è un enorme gruppo di deputati e senatori scelti su basi che non hanno motivazioni di tipo razionale-weberiano. La Lega ha speso l’argomento della non perfetta origine dello Stato italiano (conquista regia, Plebisciti fasulli), ma lo ha evocato a casaccio, non facendone oggetto di ipotesi ricostruttive; comunque, i suoi vertici non sarebbero in grado di entrare in àmbiti di pertinenza degli storici: i politici non hanno competenze e strumenti per affrontare una questione complessa come la nascita dello Stato italiano.
In effetti, da  studioso posso dire che lo Stato italiano è il prodotto di un’espansione militare del Regno di Sardegna guidato dal conte di Cavour e dal re Vittorio Emanuele II. A seguito della guerra vittoriosa in Lombardia nel 1859 agenti  cavouriani destabilizzano tutti gli Stati dell’Italia centrale, nonostante tutti, ad eccezione di Modena, fossero neutrali. Entro giugno 1859 il ducato di Parma e Piacenza e le Romagne pontificie sono sottoposti a governi provvisori a guida dittatoriale (Ricasoli in Toscana e Farini in Romagna), in attesa di confluire nel Regno di Sardegna.

In quel momento, lo Stato Pontificio è sotto protezione militare francese: a Roma staziona una imponente guarnigione in grado di respingere qualsiasi attacco. La fortunata opera di annessione in violazione di tutti i trattati internazionali porta Vittorio Emanuele II e Garibaldi all’idea di attaccare i territori papalini, penetrandovi dal Nord, attraverso il confine di Cattolica dilagando verso Ancona e Perugia. Ma, in tal caso, la reazione militare francese sarebbe stata immediata e il Regno dell’Alta Italia si sarebbe disintegrato, vanificando otto anni di intensa attività cavouriana. Il dispositivo militare sardo non era in grado di reggere all’urto francese. In considerazione del fatto che il Regno delle Due Sicilie era isolato da diversi anni sotto il profilo internazionale da Londra e Parigi e che le uniche due Potenze estere benevolenti erano Austria e Russia (sotto scacco perché avevano perso la Guerra di Crimea nel ’55 e quella di Lombardia nel ’59 e, quindi, impossibilitate a fornire aiuto militare), Cavour indirizza l’attivismo bellicoso del re e di Garibaldi verso Mezzogiorno. Prende dunque corpo un’ aggressione militare coperta che conosciamo con il nome di Spedizione dei Mille, e che ancora oggi i libri di storia presentano come autonoma iniziativa patriottica di volontari democratici, contro il volere del governo sardo: questa versione dei fatti è arbitraria o, se si preferisce, costituisce una disinvolta manipolazione storica.
Certo è che il governo Cavour chiuse gli occhi rispetto alla concentrazione a Genova di un migliaio di volontari del disciolto corpo dei Cacciatori delle Alpi già comandati da Garibaldi nella Guerra di Lombardia. I fucili che ricevettero appartenevano alla Società Nazionale guidata dal patriota Giuseppe La Farina, collaboratore di Cavour, che non si sarebbe mosso senza l’avallo del conte. Queste cose le sappiamo attraverso la consultazione del Carteggio Cavour, edito a cura della Commissione nazionale per la pubblicazione delle sue opere.

Cosa animava allora le ambizioni di Cavour?

La costruzione di un grande Regno peninsulare era da lui accarezzata in previsione dell’imminente taglio dell’istmo di Suez, che avrebbe reso più rapidi i contatti con il subcontinente indiano sotto sovranità britannica. Negli ambienti europei s’ipotizzava la costruzione di una gigantesca ferrovia che potesse collegare Londra a Brindisi passando per Parigi, Roma e Milano. I passeggeri della “Valigia delle Indie” a Brindisi si sarebbero imbarcati su navi inglesi. Un viaggio che si sarebbe rivelato davvero molto più breve, permettendo di dimezzare la navigazione oceanica.
Inoltre, non conoscendo a fondo la situazione economica degli abitanti del Regno delle Due Sicilie, a forte vocazione industriale (su 10 milioni di abitanti, 1,5 trovava lavoro nelle industrie metallurgiche e tessili, poi in quelle tipografiche e della fabbricazione della carta), Cavour pensava invece di svilupparne l’agricoltura, facendone il granaio d’Europa.
C’è da dire che l’intera unificazione della Penisola italiana si compie in venti mesi tra il giugno 1859 e il gennaio 1861, sotto la guida di Cavour: siamo di fronte a una compressione dei tempi storici, il tempo di unificazione della Francia, così come la conosciamo oggi, abbraccia diversi secoli, dal medioevo fino alle guerre della seconda metà del Settecento di Luigi XV; lo stesso vale per la Gran Bretagna, che esiste come tale solo dal 1707 (Atto di unione dei Regni di Scozia, Irlanda e Inghilterra), ma dopo che per secoli si era imposta l’egemonia inglese; la Spagna ha richiesto circa 500 anni per la Reconquista promossa inizialmente dai re visigoti e poi portata avanti dai re di Catsiglia e Aragona fino all’espulsione del re moro di Grenada, pochi mesi prima della partenza di Colombo per l’America (1492). I grandi regni hanno impiegato diversi secoli a formarsi e cementare i legami tra popoli abituati ad essere estranei l’uno all’altro. Nell’unificazione italiana, invece, nel giro di una ventina di mesi sono scomparsi sette Stati formalmente indipendenti e teniamo presente che i 21,5 milioni di italiani non parlavano la lingua nazionale: parlavano italiano solo in due milioni, come ha ricordato Tullio de Mauro nella Storia linguistica dell’Italia unita, dunque i sudditi toscani più 500mila tra romani e umbro-marchigiani abitanti dello Stato Pontificio, cui si aggiungevano piccole élite nelle diverse capitali statali e nei capoluoghi di provincia. Per il resto, centinaia di dialetti di origine preromana, mentre le élite dirigenti parlavano francese: nel Carteggio di Cavour almeno la metà dei venti volumi è in francese.

Questo però non deve portarci centocinquant’anni dopo a rimpiangere il passato o a ipotizzare destini diversi o praticati attraverso il resettaggio della comune patria italiana. In sede storica i fenomeni si analizzano, non si celebrano: così come quando si analizza la Seconda guerra punica e si mettono in luce la genialità militare di Annibale e l’organizzazione estremamente razionale del suo esercito, questo non significa che oggi si debba riproporre un nuovo dominio cartaginese del Mediterraneo. D’altro canto, noi storici non possiamo autocensurarci; soprattutto, analizzando un periodo che va dal 1815-20 al 1862-65 non possiamo impedirci di indagare a fondo, autoparalizzandoci con l’incongruo dilemma: “se vado avanti nei miei studi , utilizzando tutti i documenti disponibili, chissà che uso ne verrà fatto”. Non bisogna barare nella consultazione delle fonti, occorre separare l’esposizione di eventi (e dei documenti che li supportano) dalla loro interpretazione. Così facendo, uno storico (vale a dire, un professionista del settore) mette sulla buona pista il lettore richiamando le sue opzioni interpretative e le ipotesi delle quali si assume la paternità.

In un  arco temporaneo ristretto muoiono tutti gli attori dell’unità: quanto ha inciso questa casualità sul consolidamento dello Stato?

Certo, ne risulta una classe dirigente depauperata: al pari del vecchio Regno di Sardegna il nuovo Regno d’Italia ha un’ élite ridottissima, scelta tra gruppi ristretti di notabili residenti  a Milano, Torino, Firenze, Palermo, Napoli.  Il conte di Cavour muore di malaria perniciosa endemica a meno di tre mesi dalla proclamazione del Regno d’Italia: era stato circa otto anni presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna e la sua morte impedisce di completare il processo in corso di attribuzione delle funzioni di direzione politico-istituzionale al titolare della presidenza del Consiglio, un istituto no previsto dallo Statuto Albertino e, quindi, esistente di fatto. Nessuno dei successori di Cavour sarà alla sua altezza; il solo Giolitti può essere ricompreso nella scia di quel sommo statista, ma è lontanissimo dal suo livello. C’è un problema di classe dirigente selezionata all’interno di un nucleo ridottissimo di notabili. Sui maschi maggiorenni, circa 5 milioni di capifamiglia, hanno diritto di voto solo in 427mila, tra questi votano la metà: 180-200mila italiani eleggono un po’ più di 400 deputati e decidono per 21 milioni di persone.
Tra quei deputati il re dovrà individuare il presidente del Consiglio. La storia della monarchia liberale che dura fino al 1922 ci dà settantacinque governi di durata infinitesimale: da Tommaso Tittoni, presidente per undici giorni, ai tre mesi del Sonnino I e II. Altri un po’ più di tempo come Crispi e Giolitti, ma nessuno ha mai raggiunto il livello anglosassone. Finora nessun governo è restato in carica un’intera legislatura, i cinque anni previsti.

In barba alle questioni territoriali, vere quanto strumentalizzate, la storia la scrivono sempre i vincitori?

Sempre. Non a caso quando è uno studioso straniero a ricostruire gli avvenimenti di uno Stato, se padroneggia la lingua e si documenta bene ci dà un quadro più fresco e meno censurato. Lo stesso dicasi per gli italiani che si occupano di eventi inglesi o francesi. Lo storico deve conoscere perfettamente lingua e fonti. E se prendiamo in esame i quattro storici anglosassoni che negli ultimi cinquant’anni si sono occupati del Risorgimento, vediamo che  rientrano perfettamente nel paradigma appena enunciato: Denis Mc Smith, Lucy Riall, Martin Clark, Cristopher Duggan. I libri di questi autori hanno sempre suscitato grandi polemiche, ma si tratta di studiosi di grandissimo profilo, cui gli italiani contestano una “lesa maestà” storiografica, perché toccano un nervo scoperto e non hanno miti e tabù degli storici italiani; ma è reciproco: anche gli studiosi italiani che analizzano la Rivoluzione Francese o l’epopea di Cromwell si comportano allo stesso modo, senza lasciarsi influenzare da timori reverenziali nei confronti di padri della patria e fondatori di Stati.

Volendo fare un elenco dei miti e dei tabù degli storici italiani?

prof. Roberto Martucci

Visto che un determinato macro-evento (per esempio, la nascita del Regno d’Italia) si è verificato, non poiteva che andare così; questo paralizza la ricerca storiografica. Con rarissime eccezioni che non elencherò analiticamente, fermandomi ai nomi di Federico Chabod, Adolfo Omodeo, Marco Meriggi e Piero Bevilacqua, autori di lavori solidissimi e scevri da pregiudizi. Fuori di questi nomi prevale una descrizione demonizzata degli Stati preunitari.
A parte lo Stato Pontificio (decisamente il più indifendibile perché mancava di requisiti di modernità richiesti dai Memoranda delle Potenze europee a partire dal 1815), gli altri 5 Stati preunitari erano invece egregiamente amministrati, a cominciare proprio dall’austriaco Regno Lombardo-Veneto. Variava la dimensione territoriale: i due Ducati padani di Parma-Piacenza-Guastalla e di Modena-Reggio-Mirandola coincidevano con il limitato territorio delle attuali province d’identica denominazione; la Toscana ricordava il Belgio, e le Due Sicilie occupavano il 40% dell’intero territorio italiano.
In sede storiografica, coloro che hanno condannato in blocco gli Stati preunitari hanno creato confusione tra l’inesistenza di un regime rappresentativo e l’efficienza dell’organizzazione amministrativa degli stessi. Fino al 1848 non si conoscono in Italia sistemi di selezione della classe dirigente tramite elezione. In quel periodo l’ondata di agitazioni di piazza spinge tutti i regnanti a concedere costituzioni o statuti. Finita la vampata quarantottesca, queste concessioni sono revocate ovunque tranne che nel Regno Sardegna. Dunque, con l’eccezione sarda, i Parlamenti non esistono, non si vota, ma l’amministrazione è alla francese, con un sistema di intendenti che anticipano i prefetti, un sistema giurisdizionale di magistrati insediati, due gradi di giudizio e la possibilità di ricorso per Cassazione. Si ricordi che nel Regno delle Due Sicilie alla magistratura si accede attraverso concorso pubblico. In sede storiografica si presume che i notabili e gli artigiani che abitano le città di questi Stati italiani preunitari, nonché gli abitanti delle campagne, abbiano manifestato un tacito consenso nei confronti dei governanti, come in effetti accadeva durante l’Ancien Régime prima delle rivoluzioni negli Usa (1776) e in Francia (1789). Avrei dovuto ricordare anche l’Inghilterra un secolo prima, ma la condanna a morte del re (1649) non ha avuto grande fortuna nel continente europeo, anche se gli storici sanno che l’ordinamento anglo britannico è matriciale, che le colonie inglesi nordamericane sono organizzate come la madrepatria, dunque man mano che si popolano i maschi maggiorenni bianchi liberi ottengono la possibilità di eleggere assemblee rappresentative nei propri collegi. In Europa, però, il modello matriciale inglese è dileggiato da tutti, con l’eccezione di Montesquieu. Rousseau, per esempio, lo irride perché dice che i cittadini inglesi esauriscono la libertà con l’atto del voto e poi tornano a essere schiavi. Certo, quando Rousseau scrive bisogna dire che il Regno Unito adotta un sistema elettorale ultracensitario, connotato da circoscrizioni elettorali definite “borghi putridi” (per l’insignificante numero di abitanti) e con lo scarsissimo peso elettorale attribuito a città economicamente influenti come Manchester.

Nel Regno delle Due Sicilie si scontrano le posizioni di lealisti, briganti, mazziniani, filopiemontesi: oggi posizioni che richiamano alla potenziale esistenza di un’arcadia borbonica o all’anarchismo dei briganti quanto sono enfatizzate?

Cercando di semplificare la risposta: in via preliminare la nascita di movimenti neoborbonici sviluppati negli ultimi quindici anni è legata al senso di frustrazione nato con la propaganda demagogica della Lega Nord contro l’Italia meridionale e la sua amministrazione. In genere queste battaglie sono portate avanti da persone non professioniste della storia, ma da liberi professionisti come  avvocati o medici e ingegneri e da impiegati e insegnanti, che hanno cominciato a guardare con simpatia a discorsi del tipo “Non siamo nati oggi”, “Il Regno di Napoli è esistito per otto secoli”, “Questi erano i territori della Magna Grecia”, ricorrendo sempre a forti semplificazioni di un certo impatto emotivo.
I movimenti neoborbonici hanno mitizzato un’età d’oro coincidente con l’ultima ricostituzione del Regno di Napoli e di Sicilia risalente al 1735, quando Carlo di Borbone, il figlio di Elisabetta Farnese e Filippo V re di Spagna, dopo aver sbaragliato gli austriaci a Bitonto, entra trionfalmente a Napoli e assume prima lì e poi a Palermo le corone dei due regni di Sicilia al di qua e al di là del Faro (di Messina). I neoborbonici enfatizzano come periodo di rinascita culturale, industriale istituzionale e amministrativa il periodo dal 1835 al 1860. Ed è comprensibile la loro frustrazione quando persone che parlano un italiano approssimativo (deputati, senatori e ministri non parlano più come De Gasperi; Fanfani o Togliatti) attaccano in blocco il Meridione e la sua classe dirigente. Di qui l’inevitabile rissa: in città che hanno dato i natali a personaggi del valore di Gaetano Filangieri, Vincenzo Bellini o Filippo Briganti, insorgono verbalmente fior di notabili frustrati all’insegna di proteste comprensibili (“come si permettono Calderoli e Bossi di diffamare i meridionali?”), disgiunte però da un comportamento elettorale che li porta, contraddittoriamente, a gravitare nell’area governativa egemonizzata dalla Lega Nord.

Tutto comprensibile, dunque; ma nessuno strumento scientifico per analizzare in modo compiuto, come farebbe uno storico di professione, la storia del Regno di Napoli.
Secondo elemento è il crollo del Regno delle Due Sicilie, legato a un complesso di concause. Prima ho ricordato la Spedizione dei Mille come “aggressione militare coperta”. Ma se il Regno fosse stato solidissimo dal punto di vista istituzionale e della sua classe dirigente, mai un corpo spedizionario formato da soli mille combattenti sarebbe riuscito a sbaragliare il dispositivo militare del Regno delle Due Sicilie.
Nel maggio 1859 re Ferdinando II a quarantanove anni e mezzo di età muore per tumore e lascia il trono al figlio ventunenne Francesco II: da un re esperto, passato indenne dalla crisi micidiale del 1848, all’inesperienza di un figlio di cui l’élite napoletana non si fida ciecamente. Nella storia spesso il caso è rilevante: i ceti altoborghesi di medici, avvocati e proprietari terrieri non credono nella sopravvivenza del regno e appena Garibaldi arriva aderiscono in massa al nuovo ordine.
Quelle che non aderiscono per niente sono le masse contadine, inizialmente rabbonite da Garibaldi con la promessa della riforma agraria, cioè della spartizione della terra demaniale ed ecclesiastica.
La riforma agraria sarà opera del ministro democristiano Antonio Segni nel 1952; Garibaldi, invece, quella terra non la dà e viceversa il nuovo regno introduce tasse a carico proprio dei più poveri, perché la tassa sul macinato colpisce soprattutto tasche e pancia della gente che non ha i pochi centesimi necessari per panificare.
In modo spregiudicato agisce poi a Napoli una quinta colonna interna formata da ex emigrati politici che destabilizzano il regno, agitando l’idea che possa praticarsi un’alleanza politica tra Napoli e Vittorio Emanuele se sarà concessa autonomia all’ormai perduta Sicilia: in questo caso il Regno di Sardegna si accontenterebbe di dividere in tre l’Italia, con Torino, Napoli e Roma pontificia.

Avendo detto che il regno implode, torniamo alla sua classe dirigente preda del disincanto: il regno nel complesso ha un salasso dell’élite in tre momenti storici. È un’entità istituzionale con una già ridotta classe dirigente, poi depauperata attraverso purghe e guerre: prima con la caduta della Repubblica partenopea nel 1799, quando Nelson impone a Ferdinando IV di giustiziare tutto il ceto dirigente, centinaia di elementi di valore nel fiore degli anni tolti di mezzo; poi la seconda ondata con il fallimento del nonimestre costituzionale 1820-‘21 in cui a seguito di un pronunciamiento militare diretto da Guglielmo Pepe, generale murattiano mantenuto nel grado dal Borbone dopo la Restaurazione del 1815. Il movimento aveva portato all’introduzione a Napoli e in Sicilia della costituzione spagnola del 1812, detta “di Cadice”. Il tentativo costituzionale provoca un’azione riformatrice annientata poi dall’intervento militare austriaco, che provoca l’emigrazione in massa dell’élite istituzionale. Con il fallimento del 1848 arriviamo alla terza purga, anche se non sanguinaria: ma quando fette consistenti delle classi dirigenti prendono la strada di Parigi, di Londra o degli Stati Uniti, restano i più conformisti che da opportunisti saranno a favore di chi vince.

E la questione del brigantaggio?

Il brigantaggio è un fenomeno complesso: chi dice che è sempre esistito nelle Due Sicilie dice una verità e una menzogna al tempo stesso. Il fenomeno è endemico in tutti gli Stati del Mediterraneo dal Medio evo fino alla Prima guerra mondiale, il problema è che non ha mai raggiunto le basi di massa del brigantaggio meridionale dal 1860 al 1865-66. In quel periodo si contano bande che superano il migliaio di combattenti. Alcune, come quella di Carmine Crocco, superano i 1200 uomini a cavallo, lo stesso organico di un reggimento di cavalleria regolare.
Questo fenomeno non è inizialmente costituito da elementi criminali, ma da soldati borbonici sbandati, poi dai disertori piemontesi garibaldini e, dal ’62, queste bande sono rinforzate da renitenti alla leva. Il nuoivo Regno d’Italia vuole infatti armare mezzo milione di soldati e chiama alle armi i contadini, molti dei quali scappano in campagna e per evitare di esser fucilati (come disertori) si aggregano ai briganti. Parecchie migliaia di combattenti che praticano una tipica guerriglia, analoga alla guerra di alcune tribù indiane come gli Apaches degli stessi anni negli Stati Uniti.

L’Italia meridionale in fiamme, la grande insurrezione contadina contro le promesse non mantenute da Garibaldi e i briganti combattuti dal regno con misure draconiane come lo stato d’assedio: si aggiunge la fucilazione immediata di individui armati o trovati in possesso di risorse alimentari superiori al sostentamento per due giorni. Cioè, se un contadino viene trovato in campagna con una quantità di pane superiore al peso di 400 grammi (considerata razione giornaliera) può essere fucilato dato che si presume che voglia somministrare il pane eccedente a briganti alla macchia. Ma, un conto è consegnare le armi entro il periodo stabilito e rischiare la fucilazione alla scadenza di quel periodo, mentre fucilare chi ha del pane in più è una cosa che urla vendetta.
In quel periodo, inoltre, a causa della censura sulla stampa, i giornalisti potevano risiedere solo nei capoluoghi senza avventurarsi in provincia: ne consegue che ancora oggi non si sa quanti sono stati i civili fucilati nel decennio di repressione del Brigantaggio. Effettuando calcoli complessi si può ipotizzare che tra l’estate 1860 e il 1870 furono uccisi un numero di contadini che oscilla tra i 17 mila e i 78 mila, a seconda degli indicatori impiegati, dei fucilati, degli abitanti morti dopo incendi appiccati dai bersaglieri, eccetera. Un esempio per tutti: se in una cittadina di seimila abitanti come Pontelandolfo i sopravvissuti sono circa tremila, non possiamo azzardare cifre esatte, ma mancano all’appello altri tremila abitanti.

C’è un periodo della nostra storia in cui proprio l’abbiamo “imbroccata” e dal quale prendere esempio per il periodo oscuro che ci attende?

L’età giolittiana, dalla crisi di fine secolo e Zanardelli fino al 1914, è stata senza dubbio un buon periodo, interrotto purtroppo dalla follia dell’intervento italiano nella Grande guerra.
Probabilmente poi il periodo della ricostruzione repubblicana, tra il 1946 e il ’60: il boom economico, il rapido superamento delle distruzioni della Seconda guerra mondiale; poi una seconda fase negli anni Sessanta, quando sembrava che il benessere fosse infinito e diffuso e il fenomeno culturale del ‘68 contribuì all’europeizzazione delle italiane e degli italiani, delle città, allo svecchiamento nelle relazioni e nei costumi. Purtroppo l’eccessivo incancrenirsi delle vertenze sindacali e delle lotte sociali hanno poi incubato fenomeni di natura eversiva e terroristica che hanno incrinato il processo di emancipazione degli strati popolari e di modernizzazione del paese. Riprendessimo da lì…

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