Due città che sono una: Bari

baripanoramica
*foto di Andrea Aufieri, disponibile su Licenza Creative Commons 3.0 Attribuzione – Non Commerciale – Non Opere Derivate

 

Propongo qui il mio editoriale sull’edizione di febbraio 2014 di Mediaterraneo News. Su Calaméo l’intera edizione sfogliabile.

«Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi»: l’incipit del celebre racconto di Charles Dickens, «Le due città», si addice alla perfezione al momento che sta vivendo la città di Bari. Soprattutto nel richiamo allo stimolante incontro tra saggezza e follia, tra speranza e disperazione. Un’epoca, accompagnando ancora Dickens, di cui si può «parlare soltanto al superlativo».
E in effetti, secondo i dati Istat, è il momento in cui gli abitanti hanno la più bassa capacità di spesa da sempre, il reddito famigliare è al quart’ultimo posto in Italia, poco meno di mille euro al mese.
La disoccupazione giovanile tocca il 18 per cento, con diecimila ragazzi altamente qualificati a spasso, donne più della metà di loro, e quattromila emigrati. Buona parte di loro, inoltre, ingrassa le file della parola che andrà di moda nei prossimi anni: neet, ragazzi che non studiano e non lavorano.
Al quadro davvero poco edificante si aggiungono il crollo del prezzo degli affitti e dei costi delle case, in calo da quattro semestri, il numero degli sfratti che diventeranno esecutivi nei prossimi mesi, circa 1400, e l’emergenza sicurezza, con i furti aumentati in Puglia del 35 per cento, con il capoluogo che ha viaggiato per due settimane al ritmo di una rapina al giorno e in cui i furti in appartamento sono addirittura raddoppiati.
Se la situazione diventa insostenibile, e le istituzioni faticano a rispondere in maniera tempestiva, si diffonde così l’idea che se c’è un’esigenza, questa deve essere soddisfatta travalicando le regole della convivenza civile. La faccia più colorata e utile di questa riflessione, sintetizzabile nello slogan: do it yourself (fallo da solo), è rappresentato da coloro che occupano stabili pubblici abbandonati, come nel caso dell’ex caserma Rossani, «liberata» dagli occupanti sgomberati da Villa Roth. Un episodio che ha portato alla luce la ferita dell’incuria di luoghi che potrebbero riportare un dialogo e uno scambio che in città sembrano restare tappati in casa, per paura.
Ma ci sono anche le abitazioni occupate da abusivi in una commistione velenosa di indigenza, malavita e assenza delle istituzioni. E c’è il lavoro difeso con le unghie e con i denti appena un anno fa alla Bridgestone, che ora torna in cronaca per i casi di morte da esposizione all’amianto che vi si sarebbero verificati.
Se rimanesse ferma a tali questioni, Bari andrebbe dritta nel barato, e invece qualcuno la riprogetta con un nuovo parco, una prospettiva più smart, eco-friendly, senza barriere architettoniche e con una maggiore alfabetizzazione informatica.
Belle idee, e coraggiose anche, che devono trovare un senso nel vettore della politica. Le amministrative quest’anno saranno l’occasione per presentare il conto delle gestioni positive, ma anche degli errori e del silenzio delle istituzioni.
Con le elezioni la città si guarda allo specchio, e non deve spaventarsi di quello che vede, piuttosto rimboccarsi le maniche ed esercitare il proprio diritto alla bellezza.

Alta Velocità in Puglia: il futuro è sempre in ritardo

Marina muove nervosamente le dita sul suo smartphone: è arrivata in stazione per comprare un biglietto da Bari a Milano e le hanno «sparato» un prezzo che trova eccessivo: 140 euro. «Devo per forza prendere il treno, perché ho con me diversi bagagli, mi troverei molto scomoda e soprattutto pagherei di più con l’aereo». Su internet all’orario che le interessa-quello delle 13-trova un biglietto allo stesso costo. Si rassegna a partire due ore  dopo per risparmiare 40 euro. «Già così sarà un calvario di sette ore, cambio a Bologna compreso». Marina è una piccola imprenditrice e voleva arrivare entro la prima serata  per vedere alcuni partner. Dovrà fare tutto più in fretta il giorno dopo.

È tutto in questa esperienza il senso della battaglia intrapresa dalla Gazzetta del Mezzogiorno per i treni ad alta velocità in Puglia. Franco Giuliano, caposervizio del sito internet al quotidiano pugliese ed esperto del settore, ne racconta l’origine: «Alla fattibilità tecnica logistica di parte del progetto si deve affiancare una volontà politica finora del tutto assente. È necessario dunque fare pressione perché il governo si muova». L’appello del giornale chiede che si cominci a progettare l’alta velocità, che ha il costo proibitivo di 30 miliardi, ma che si realizzi subito l’alta capacità (tac).

A differenza della dorsale tirrenica, che ha affermato la ferrovia come mezzo principale di mobilità, la dorsale adriatica risente di antichi difetti strutturali, pur essendo il fulcro della rete dei trasporti transeuropei (Ten-T). Con una spesa massima di 200 milioni, adeguando la segnaletica e alzando la velocità da 150 a 200 chilometri orari si risparmierebbe un’ora. L’anello debole è il tratto tra Lesina e Termoli, ferma al binario unico perché il raddoppio sarebbe passato dal parco nazionale del Gargano. Reti ferroviarie italiane (Rfi) ha presentato un nuovo progetto per 106 milioni che farebbe risparmiare circa due ore da Bari a Milano. Il sottosegretario all’Attuazione del programma, Legnini, ha annunciato l’arrivo di 400 milioni dall’Europa.  È l’ora giusta?

Cerano, il nerofumo delle responsabilità


Dalle indagini dell’Enel risulta che non c’è nessun nesso scientifico di causalità tra la presenza della Centrale “Federico II” a Cerano e l’inquinamento atmosferico presente a Torchiarolo.

La centrale Enel “Federico II” di Cerano (Br) – la prima in Italia per emissioni di anidride carbonica – copre oltre un terzo del totale nazionale e accosta, ai continui allarmi per un futuro nero, una storia di occasioni perdute: dal biomonitoraggio mancato, alla metanizzazione mai avvenuta, fino alla messa in sicurezza del carbonile con undici anni di ritardo! L’Arpa pubblica i dati che confermano l’aumento di tumori ai polmoni nel Grande Salento e, nelle aree interessate, comincia la conta dei morti. Enel si discolpa, ma promette grossi cambiamenti per il futuro mentre gli ambientalisti sospirano: “Chi promette mantenga”.

Non si sa per quanto tempo ancora il Salento dovrà sopportare gli sfregi continuamente rivolti al suo territorio e le tragiche conseguenze riservate ai suoi abitanti. La centrale Enel “Federico II” di Cerano è una ferita sanguinante ormai da venticinque anni.
L’ultimo colpo in ordine cronologico risale alla fi ne di maggio, con la pubblicazione di “Dirty Thirty”, la “sporca trentina”, il rapporto sulle trenta centrali più inquinanti d’Europa realizzato dal Wwf. Nell’ultima classifica, la “Federico II” occupa il posto numero 25, grazie ai 15,8 milioni di tonnellate annue di anidride carbonica (Co2) riversate nell’atmosfera, oltre un terzo dei veleni scaricati in tutta Italia.

Essa occupa una superficie di ben 270 ettari. Si compone di quattro sezioni per la produzione di energia elettrica, compresi un parco combustibili liquidi e uno per il carbone, evaporatori e impianti di trattamento delle acque reflue. Oltre ad un nastro trasportatore scoperto lungo 13 km in grado di trasportare 2000 tonnellate di combustibile dal porto di Costa Morena.

Questo l’identikit del megamostro che rappresenta la sconfi tta più cocente nella storia dell’ambientalismo pugliese. Qualcosa si è mosso ad aprile, quando il Registro tumori ionico-salentino ha pubblicato i dati relativi all’incidenza di neoplasie alle vie respiratorie, che vede un trio degli orrori capeggiato, con inattesa sorpresa, da Lecce (11,8%), seguita dalle scontate città di Brindisi (9,3%) e Taranto (8,3%).

Le province e i comuni di Brindisi e Lecce hanno convocato un tavolo tecnico pretendendo garanzie da Enel. Dal canto suo, l’azienda si dichiara attenta alla questione ambientale, come si legge in un comunicato del 2 maggio scorso: “La nostra azienda è impegnata a raggiungere standard ambientali e di effi cienza sempre migliori e confermare la nostra leadership nelle fonti rinnovabili. Nei prossimi 5 anni – continua il fi rmatario del comunicato, Franco Deramo – Enel svilupperà un grande programma di investimenti, per oltre 4 miliardi di euro, di cui una parte importante destinata allo sviluppo delle fonti rinnovabili”.

Tutto ciò non è bastato agli enti locali, se persino le dichiarazioni EPER/INES(European Pollutant Emission Register/Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti), per il biennio ‘03-’05 evidenziano numerosi sforamenti della soglia annua consentita in aria e in acqua.
Su tali dati ha lavorato l’ingegnere ambientale dell’Università della Basilicata Angelo Semerano per la sua ricerca “Il polo industriale di Brindisi”. Lo studio ha vinto il premio “Carlo De Carlo” come migliore tesi dell’area ambientale e su Cerano si legge: “Se guardiamo soprattutto i dati riferiti alla centrale (…), notiamo che le emissioni totali (di mercurio e arsenico) risultano superare i valori soglia fissati all’UE”(salutepubblica.org).

Tra i principali impegni fatti assumere al colosso dell’energia in seguito al tavolo tecnico, spiccano le riduzioni delle emissioni di zolfo (So2), di ossido d’azoto (NOx) e di polveri sottili. Più delicata la questione del Co2, visto che la promessa dell’Enel riguardava l’esigua riduzione del 10%, mentre i parametri regionali prevedono riduzioni fino al 25%. Brindisi e Lecce sono andate oltre, uniformandosi alle tabelle ministeriali e alle pressioni dell’UE che, in linea con il Protocollo di Kyoto, prevedono per Cerano una riduzione del 33%.

Una dura contrattazione che rischiava di mettere in secondo piano questioni molto importanti come la ricerca sulla cattura di Co2 e la costruzione di un molo combustibili nel porto esterno per la movimentazione degli stessi. Molto importante, come vedremo in seguito nel caso Torchiarolo, l’impegno di affidare ad una rete pubblica il monitoraggio delle emissioni, mentre qualcosa già si è fatto per la copertura del carbonile, finora lasciato esposto ai venti ed alla dispersione delle polveri.  Si intravede il sereno sui cieli di Cerano?

Le reazioni

Un quadretto a tinte fosche appena attenuato, questo il pensiero che riassume le reazioni di due storici rappresentanti di Legambiente, alla quale si deve la pubblicazione del prezioso dossier “Stop al carbone!”, che mette in fila i mostri carboniferi italiani.

Mario Fiorella, presidente della sezione leccese dell’associazione, è guardingo con pessimismo: “Ci sono ampi precedenti che dimostrano come l’Enel non rispetti gli impegni assunti: la Convenzione del ’96 prevedeva la metanizzazione e la chiusura della centrale Edipower di Brindisi nord e la graduale riconversione al metano della “Federico II”.

“Chi promette, mantenga – prosegue il magistrato – ma certo stavolta istituzioni e movimenti, questi ultimi mai considerati da Enel, sono vigili e forse la pressione servirà almeno a tenere in piedi l’attenzione al problema”.

Doretto Marinazzo, consigliere nazionale di Legambiente, è più categorico: “La copertura del carbonile, per come è andata, può sembrare una conquista, ma in realtà tutto ciò avviene con grande ritardo, essendo la questione in gioco sin dal 1996.

SO2 da 10.500 milioni di tonnellate annue a 8.500:
-19%;
NOx da 8.600 a 7.500
tonnellate annue: -13%;
polveri sottili da 1000 a 610
tonnellate annue: -39%
CO2 da 15,8 milioni di tonnellate
l’anno a 10, 59 – 33%

“Se poi si guarda a quanto scritto in quella famosa convenzione, non siamo proprio a posto. Ad oggi Enel nemmeno parla di metano. Questo è anche comprensibile, poiché tecnicamente la riconversione è difficile e costosa. Se ne deduce – spiega Marinazzo – che lo scopo reale dell’azienda nel ’96 era quello di ripartire e di sciogliere l’ordinanza sindacale che l’aveva bloccata.”.

Ancora più dura la Uil, che denuncia la decisione di Enel di basarsi sui dati del 2004, quando fi no al 2006 la produzione di energia è raddoppiata in ragione del consumo di carbone aumentato del triplo: fatti che non giustificano il licenziamento del 30% del personale diretto impiegato in centrale. Il territorio, secondo la Uil, non guadagna niente dalla presenza dell’azienda a Brindisi, perché Cerano è stata “ridotta ad una succursale di ditte esterne che si dividono gli appalti”.

Le risposte dell’Enel lasciano insoddisfatti soprattutto gli autori di alcuni dei numerosi studi che si sono susseguiti nel corso degli anni. È il caso delle analisi effettuate dalla Direzione qualità della vita del ministero dell’Ambiente e validate dall’Arpa, che hanno rilevato la presenza di pesticidi e metalli pesanti oltre i limiti consentiti nelle coltivazioni di ortaggi destinati alla vendita, nel sottosuolo e nella falda profonda del territorio compreso tra Brindisi e Cerano.

Franco Caiulo
è il coordinatore dell’associazione “Vittime del petrolchimico”: a partire dal 2000 ha raccolto le cartelle cliniche di 231 colleghi di lavoro deceduti per mali ascrivibili al loro impiego nel settore chimico di Brindisi.  Durante la sua ricerca ha avuto contatti anche con gli agricoltori della zona colpita dai fumi di Cerano: “Conosciamo i contadini che hanno terre da quelle parti e non possono coltivare piante dal fusto esile come piselli e pomodori, che si colorano di nero e non sono più buone. L’Enel porta i bambini in centrale per far vedere come sono lucidi i tubi e come funziona il processo di produzione, ma nessuno ha mai spiegato ai bambini come si anneriscono le foglie dei peschi e dei limoni”.

“Io – prosegue – ho portato quelle foglie ai giornali perché le vedessero: i contadini sono costretti a piantare barbabietole e carciofi , insomma piante dal gambo robusto, ma non so quanto queste siano buone. Eppure nessuno si muove, i contadini stessi non denunciano, anche perché quando si sapeva delle foglie annerite qualcuno faceva dei dispetti, come andare a bruciare o tagliare le piante contaminate”.

Tra gli studi effettuati sull’area sono importanti quelli eseguiti da Agenda21 nel 2003 e dal Comitato consultivo tecnico per il rispetto degli accordi della Convenzione del ’96. A entrambi ha partecipato l’oncologo Claudio Pagliara, che snocciola un lungo elenco derivante di suggerimenti indirizzato agli attori istituzionali.
“Stabilita l’emissione di sostanze nocive – esordisce il dottore – bisognava valutare l’entità dei loro effetti sulla salute. Per realizzare un calcolo realistico del rapporto tra costi e benefici del polo energetico brindisino, si suggerì di realizzare un registro mortalità-tumori. In relazione alla possibilità che tali inquinanti potessero combinarsi e produrre effetti sconosciuti si suggerì anche un biomonitoraggio”.

Quest’ultimo avrebbe riguardato anche il controllo della qualità dei combustibili utilizzati, rilevando anche il rischio di un’eventuale radioattività. Nessuna delle possibilità è mai stata valutata.

Molto noti gli studi epidemiologici svolti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), riguardanti anche i comuni di Carovigno, S. Pietro Vernotico e Torchiarolo, nel quinquennio 1990-1994. Gli Standardized mortality ratio (Smr), rapporti decessi osservati /decessi attesi rispetto al trend pugliese, registrava preoccupanti eccedenze nella mortalità generale (+7%) e nella mortalità per cause tumorali (+13,6%).
Si notò come i dati risultassero sproporzionati per gli uomini,  maggiormente impiegati nel polo energetico e chimico brindisino.

Uno dei fattori fondamentali della salvaguardia ambientale è la prevenzione, che non va di pari passo con il progresso scientifico, necessitando di tempi più lunghi per confermare o ridimensionare la percezione del rischio avvertita dalla popolazione. Ciò di cui più si avverte la mancanza nell’area brindisina è l’esistenza di studi integrati, completi e indipendenti.

Il caso Torchiarolo
“Abbiamo conosciuto la gente di Torchiarolo: un paese castigato dai tumori”: la constatazione di Franco Caiulo introduce un aspetto recente delle tematiche connesse al problema Cerano.

La vicenda assume contorni vaghi, assumendo toni nerofumo se parliamo di responsabilità: un paese è ammalato e la colpa non è di nessuno. Per fortuna un gruppo di ragazzi ha deciso di denunciare questa situazione, giocandosi la carta del movimento, nella speranza che l’unione possa fare la forza. Giovanni Lettera, Vincenzo De Rinaldis e Giuseppe Perruccio stanno lavorando alla realizzazione di un comitato “No Coke”, contro il carbone, appunto, sulla falsariga dei successi ottenuti dall’omonima rete laziale. I rilevamenti dell’Agenzia per la protezione ambientale (Arpa) effettuati tra dicembre e febbraio scorsi rilevavano un aumento del pm10 e del monossido di carbonio nelle aree a sud di Brindisi, “evidente conseguenza delle attività degli impianti” brindisini.

L’Enel si è affrettata a smentire questa correlazione dimostrando di aver rispettato l’ambiente avvalendosi dei dati del monitoraggio effettuato dal Centro elettrotecnico sperimentale italiano (Cesi) di Milano.

L’inquinamento sarebbe dovuto ad una non meglio identifi cata “altra natura”, come si legge nel comunicato diramato il 18 maggio. La prima azione dei ragazzi del “No Coke” è stata quella di andare a controllare sul sito del Cesi chi fossero i soci azionari.

Sorpresa: gli azionisti di maggioranza dell’istituto di rilevamento sono Enel e Terna, produttore e distributore della rete elettrica nazionale. Tra i soci minoritari figura anche Edipower. Resta ancora il dubbio se dar retta al monitoraggio istituzionale o a quello indipendente.

STUDIO DELL’OMS

Per i dati dello studio OMS si ringrazia il prof. Emilio Gianicolo, Medicina Democratica, per averci fornito in anteprima il numero della rivista online SalutePubblica  (www.salutepubblica.org)

“L’eccesso delle malattie tumorali è spiegato in parte dal tumore polmonare (+18,8%). Si registrano valori in eccesso per il gruppo di cause del sistema linfoemopoietico”.  Questi tumori del sangue si presentano globalmente in eccesso statisticamente significativo: +32,8%, al loro interno i linfomi non Hodgkin in eccesso dell’84,6% mentre le leucemie mostrano un eccesso non significativo statisticamente del 30,7%. Quote percentuali in ordine decrescente *

*I dati sono aggiornati al mese di Maggio 2007

Il CESI è composto da:
ENEL S.p.A.
TERNA S.p.A.
Ansaldo Trasmissione & Distribuzione S.p.A.
Edipower S.p.A
ABB S.p.A
Endesa Italia S.p.A.
Siemens S.p.A.
Prysmian Cavi e Sistemi Energia S.r.l.
Nuova Magrini Galileo S.p.A.
Tirreno Power S.p.A.
SOGIN S.p.A.
AEM S.p.A. – Az. Energetica Municipale – MI
Edison S.p.A.
Bticino S.p.A.
Iride Energia S.p.A.
ITALCEMENTI S.p.A.
Passoni e Villa S.p.A.
Areva T&D S.p.A.
Seves S.p.A.
O-I Manufacturing Italy S.p.A.
IMQ S.p.A.

Andrea Aufieri, L’impaziente n.15 giugno/luglio 2007

È già passata l’università del futuro

 

Il governo Prodi bis, caduto dopo soli due anni, aveva raggiunto l’obiettivo di far approvare lo statuto degli studenti, anticamera dell’approvazione dell’agognata Legge sul diritto allo studio. Il racconto di uno splendido fallimento nell’intervista al sottosegretario al Miur Nando Dalla Chiesa lo potete leggere qui.

Grind House. Questo potrebbe essere il titolo dell’operazione “università del fu­turo” che viene delineandosi con il Berlu­sconi-quater. Come nel film di Quentin Tarantino, omaggio ai capannoni improvvisati che proietta­vano b-movies negli Usa dei 70’s: caos, sangue e carne di porco di certi punti fermi che abbiamo, leggi concetto di università, appunto, che diverrà davvero una roba di serie b.

Si possono fare due obiezioni a questa conside­razione: non c’è molta differenza con il passato, anzitutto, e poi i film del virtuoso del Tennessee sono pure belli.

A contestare la prima obiezione è dedicato que­sto approfondimento. Per quanto riguarda la se­conda, a parte il detto de gustibus eccetera, non si può obiettare: sarà molto bello soprattutto per chi ci guadagnerà su. E con la neoministra alla Pubblica istruzione, all’università ed alla ricerca scientifica (Mipiur la nuova sigla) Maristella Gel­mini, nipote dei controversi fratelli ecclesiastici Pierino ed Egidio, non è tanto difficile capire chi godrà della festa splatter.

Il giovane avvocato di Leno (Brescia) è apparsa inesperta ai più, ma non è così se si considera­no la sua vicinanza agli ambienti storicamente schierati per l’istruzione privata, e soprattutto la sua proposta di legge presentata in parlamento lo scorso 5 febbraio, che di fatto determinerà  il programma del Popolo delle libertà per il prossimo lustro.

Principio cardine del programma è la pie­na applicazione dell’autonomia scolastica e universitaria attraverso il rafforzamento dei poteri organizzativi e disciplinari di presidi e rettori, la distribuzione di “voucher formati­vi”, cioè bonus alle famiglie da spendere nelle scuole pubbliche o private.

Se questo non bastasse, si prevedono la li­beralizzazione della professione di docente attraverso la convocazione da parte de­gli istituti (scuole e università) e la conseguente possibilità,per ogni istituto, di stipulare con i singoli docenti contrat­ti integrativi di tipo privatistico a compensare l’abolizionedi contratti a tempo indeterminato, ma rinnovabili ogni trien­nio a seguito di un test.

I fuoricorso pagheranno una sorta di morosità per il tempo che perdono e saranno introdotti i prestiti d’onore per i meri­tevoli. Il tutto nel contesto della privatizzazione di tutti gli isti­tuti pubblici di ricerca e la soppressione degli enti pubblici ina­deguati e nella “libera, graduale e progressiva trasformazione delle università in fondazioni associative, aperte ai contributi dei territori, della società civile e delle imprese” ed il rafforza­mento della competizione tra atenei.

Lo statuto degli studenti. Rimpianto o resistenza?

È troppo presto per valutare tutti gli effetti di tali proposte e soprattutto per discernere tra possibilità e fantasie. Quello che è certo è che gli studenti non vogliono tutto questo e che il Gelmini-pensiero contrasta con il lavoro svolto finora. A partire dall’approvazione dello Statuto degli universitari.

È dagli anni Ottanta, quelli della Pantera, che si cerca di racco­gliere l’eredità delle lotte studentesche cercando di organiz­zare dal basso quei diritti che l’articolo 34 della Costituzione sancisce come fondamentali. Dopo quasi trent’anni il dibattito è giudicato maturo dalle istituzioni: l’ex ministro Fabio Mussi prende atto della discussione in seno al Consiglio nazionale degli studenti (Cnsu) ed incarica il sottosegretario Nando dalla Chiesa di redigere lo statuto attenendosi alle proposte degli studenti. Nel giugno 2007 è tutto pronto per le sperimentazio­ni pilota, anche se il sottosegretario è molto criticato: “Spesso i rappresentanti non rappresentano veramente – commenta intervistato da L’imPaziente prima di analizzare lo statuto – se è vero che tutti gli studenti cui ho enunciato i contenuti dello statuto si sono sempre dichiarati soddisfatti”.

Federica Musetta, coordinatrice nazionale per l’Unione degli studenti universitari (Udu), sottolinea il ruolo importante as­sunto dalla sua associazione nel dibattito: “L’Udu si è sempre battuta per i diritti degli studenti, è comunque positivo che si cominci un percorso concreto. Ci aspettavamo l’approvazione per legge, ma il governo è caduto”. Alla luce delle elezioni po­litiche le critiche si ammorbidiscono in confronto alle vacche magre che arriveranno, “ma le divergenze maggiori -continua Federica, confermando quanto dichiara Dalla Chiesa- riguarda­vano soprattutto oneri economici che lo Stato ancora non ha il coraggio di assumere”.

Abbandonando la diplomazia la studentessa di Matematica a Pisa prosegue: “lo scenario non è idilliaco, stando ai pro­grammi. L’università dovrebbe essere impostata in modo diverso da quanto da noi previsto. Non condividiamo anzitut­to la competizione tra atenei/imprese e nemmeno la promessa assegnazione di un bonus per far scegliere alle fami­glie tra scuola pubblica e scuola privata quando sarebbe stato utile destinare quei fondi ad altro impiego. Le urgenze sono tante”.

Intanto ora c’è un testo composto di 58 articoli organizzato in 11 titoli dal qua­le partire per porre un freno, o quanto meno un controllo, alle riforme del nuovo governo. In teoria ogni matricola dovreb­be riceverne copia, staremo a vedere se ognuno ne farà uno strumento di resi­stenza o dovremo intenderlo come qual­cosa che poteva essere e non è stato”.

Laboratorio Puglia

Al termine del periodo di sperimentazione pilota, lo statuto è proposto agli atenei di ogni regione: dopo una prima fase di discus­sione anche l’Università del Salento adotta integralmente il testo.

Bastian contrari sempre di targa Udu. Fran­cesco Mignogna, coordinatore locale, ci spiega perché: “Siamo stati tra i primi ad adottare integralmente lo statuto, ma si può migliorare tanto la sezione che riguarda gli studenti lavoratori in quanto non è garantita la possibilità di se­guire lezioni on-line e dovrebbe essere più chiara quella sul carico didattico, ma nel nuovo regolamento di ateneo, di futura anche se non scontata adozione, tutto ciò dovrebbe essere appianato, anche grazie al risultato delle elezioni studentesche che ci hanno premiato, dandoci l’opportunità di spingere per queste riforme”.

Proprio la Puglia, colpita da scandali che sottolineano l’illegalità di certe pratiche cui ricorrono docenti e discenti, si è dimo­strata capace di inventarsi laboratorio di diritti, con l’approva­zione recente del Codice etico, che tu­telerà gli studenti dal palese nepotismo che ha portato il caso Bari sulla scrivania di Mussi. Proprio nel codice di compor­tamento approvato a Bari si sottolinea che la comunità universitaria riconosce il lavoro dei propri docenti, considerando la dignità, l’integrità e l’onore dei profes­sori come “patrimonio istituzionale, da salvaguardare e promuovere ispirandosi ai valori, universali per loro natura e fina­lità, custoditi nella Costituzione della Re­pubblica italiana e perseguiti anche nelle istituzioni comunitarie, europee ed inter­nazionali, con particolare riferimento alla promozione dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica e alla libertà dell’arte, della scienza e dell’inse­gnamento”.

Al di là delle pur essenziali dichiarazioni di principio, comunque, Mignogna ci ricorda la desolante situazione: “A livello regionale i fondi che dovrebbero garantire il diritto allo studio sono troppo pochi e male impiegati”.

Si naviga a vista, insomma, e certo non nelle condizioni ideali per affrontare una tempesta.

 

Andrea Aufieri, L’imPaziente n.19, maggio-giugno 2008

La casa dov’è?

Foto: Gabriele Spedicato

 

 

Più piccole, affollate, vetuste e senza servizi: le case dei migranti

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

È una fresca sera di fine agosto: un vento impietoso spazza via ogni ricordo dell’estate che molti turisti hanno trascorso a Torre Dell’Orso, marina del comune di Melendugno (Le). Con fare mesto mi accingo a prendere il bus che mi riporterà a Lecce, ma non so da quale lato della strada arriverà. Scorgo alcuni ambulanti seduti contro la rete di una struttura privata, mi danno le informazioni che mi servono, poi uno di loro mi viene incontro. Prenderà il mio stesso autobus: «Robert Njeri», si presenta, tremando letteralmente di freddo, mentre cerco di capire se è il mio corpo a darmi informazioni errate sulla temperatura. «Ho fatto pochi soldi  oggi-prosegue Robert-e devo tornare a dormire se no chiudono il centro».
Gli chiedo dove dorme:«A Casa Emmaus, centro Caritas-risponde-ma tra pochi giorni non potrò più andarci e cerco casa».

Robert cerca casa

Santa Maria dell’Idria, la parrocchia che ospita il centro di accoglienza, ha venduto i locali e chiuderà presto, così Robert deve intensificare gli sforzi per trovare un alloggio: «Anche un posto letto, che non superi i 150€». L’impresa si fa complicata da subito visto il budget, ma insieme attuiamo un piano d’azione: gli dico di informarsi dai fratelli neri, poi giornale e web a portata di mano stiliamo una lista dei posti che potrebbero andare, e pare siano tanti. Ma prima di qualsiasi passo gli parlo del centro Asia, per l’intermediazione abitativa. Bob è ottimista:«Ho preso anelli, orecchini e bracciali, un po’ all’ingrosso dai cinesi e un bel po’di qualità dal Kenya, dove stanno i miei. L’estate ho lavorato tanto, spero anche in questi giorni, e poi provo in centro a Lecce».

I primi approcci con i fratelli vanno malissimo:«Io sono un kikuyu (l’etnia dominante e più numerosa in Kenya-ndr), sono solo e qui a Lecce ci sono tanti luhya e qualche luo e diciamo che non sto troppo simpatico. Qualcuno se mi vede per strada mi chiama Kibaki (Mwai Kibaki è il presidente attuale del Kenya, inviso alle fazioni opposte-ndr), non sono riuscito a legare con i senegalesi, e comunque nessuno ha un posto da consigliarmi».

La sua famiglia vive a Dandora, a est di Nairobi, una delle zone più inquinate del pianeta, dove si può immaginare che le condizioni di vita siano al limite della sussistenza. Lì aspettano con ansia sue notizie la mamma e sua moglie Elizabeth, madre di Michael e Jenny. Sua madre gli ha chiesto una foto da farle vedere, lui dice di dimenticarsi sempre di farsela, è molto più smunto ed emaciato di quando è partito e anche i 2€ per la foto è meglio che li mangi.

Sul fronte del lavoro le cose precipitano:«In questi giorni piove e da quando il bus non passa più pago 20€ un fratello per andare in spiaggia in macchina». Da quando è in Italia ha lavorato regolarmente solo come badante, poi a Otranto, Cavallino e Lecce come ambulante, adesso farebbe volentieri il cameriere. Robert è venuto qui con un visto turistico, poi sua sorella ha chiesto il ricongiungimento familiare che scadrà nel 2012: «Devo cercare un lavoro e un tetto perché così sono tranquillo, con un contratto». E intanto gli si prospettano altre notti a Emmaus: «Di là è difficile perché ci dormono una ventina di persone, ho paura anche a dormire lì per i documenti, è pericoloso. Poi se facciamo tardi per vendere da ambulanti non ci fanno entrare».

Dai mediatori di Asia non è andata bene:«Il massimo che potevano fare era mettermi con altre quattro persone, ma avrei pagato comunque troppo, e non avendo lavoro sarebbe comunque stato difficilissimo». A questo punto gli tocca ricaricare il telefono e chiamare un po’in giro: «Ho provato come tutti a chiamare, ma molto spesso non mi vogliono, e altre volte c’è una richiesta di anticipo che non posso dare, o cercano solo studentesse. Se uno lavora con pochi soldi al giorno trovare casa è difficile».

Facciamo un giro di chiamate nel centro storico Se sentono una parlata differente non rispondono un’altra volta, oppure dicono: “Adesso stranieri no”. Lo stesso in via Monteroni. Riusciamo a convincere un ragazzo a Santa Rosa. Dopo poco declina dicendo che c’era un tipo in bilico che finalmente aveva accettato. Lo faccio richiamare da un amico, e gli conferma che l’appartamento è ancora in affitto.

«Senza un frigo-mi dice-spendo anche di più al giorno per mangiare, e non mangio cose sane, ora ho male allo stomaco». Nei giorni successivi si fa visitare dalla Caritas, lo spavento gli passa: deve bere più acqua. Prende una giacca e un buon paio di scarpe. Rifiuta di dormire con altre persone in un appartamento, gli rubano dei soldi per dormire in una casa che non esiste, infine si adatta in stazione. Ha preso la decisione di partire. Dopo aver scartato Roma e Vicenza, alcuni amici lo hanno invitato a lavorare a Bruxelles. Ci sta facendo un pensierino, intanto torna a dormire in stazione.

Una prima mano d’intonaco

Il Testo unico sull’immigrazione del ‘98 esclude l’accoglienza per cittadini immigrati in situazioni di forte indigenza, se non finalizzati all’accoglienza temporanea nei Cpa e in sostanza in previsione del rimpatrio. Esclude anche un contributo, previsto invece dalla Turco-Napolitano, agli enti pubblici per le ristrutturazioni igienico-sanitarie per immigrati regolari presenti a vario titolo sul territorio nazionale. La Bossi-Fini ha poi apportato ulteriori modifiche non recepite da molte regioni, che peraltro hanno risposto legiferando in autonomia sulla questione immigrazione.

Gli stranieri residenti in Italia nel 2008 erano 3.891.295, più 862.453. Pochi al Sud, 352.434, ma in costante aumento. Come, ma soprattutto, dove vivono? Secondo il Sindacato unitario nazionale degli inquilini e degli assegnatari (Sunia), il mercato degli affitti in Italia vede aumenti di canone significativi, essendo salito dal 130% al 145% nel decennio 1998-2008. Almeno per le metropoli. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) puntualizza che al nord si affittano case a stranieri che sono al di sotto degli standard degli autoctoni, mentre man mano che si scende le distanze si assottigliano. Il Censis nel 2005 ha evidenziato due problemi gravi, uno al nord e uno al sud. I costi degli affitti troppo alti costringono gli stranieri ad abitare in periferia, incidendo sulle spese per i trasporti e sulla socializzazione, mentre al sud il problema è la discriminazione relativa a pregiudizi di carattere igienico e di assenza di garanzie.

Una ricerca nel Mezzogiorno, Sotto la soglia, evidenzia che le agenzie immobiliari non affittano case a non comunitari su richiesta dei proprietari. Molti autoctoni dichiarano di non volere stranieri come vicini. Scenari immobiliari fissa a 78mila gli acquisti di case da parte dei lavoratori immigrati nel 2009, e nel 2010 pare si siano arrestati a 53mila, la metà esatta della media dell’ultimo lustro, durante il quale sono stati acquistati 600mila alloggi per una spesa complessiva di 70 miliardi. Nel VII rapporto 2010, il Cnel gira poi il dito nella piaga insostenibile dei mutui e degli affitti per coloro che perdono il lavoro o che guadagnano meno per via della crisi. Questa strada porta diritto a morosità e aumento trasversale degli sfratti. Condizioni di questa gravità non erano in previsione, visto che ancora il Censis, nel 2006, rilevava condizioni abitative stabili per l’84% degli immigrati regolari e condizioni di disagio per il 36%.

La casa degli orrori e quella dei sogni

Da denunciare la vita dell’1%,dei regolari, stipata in “altro tipo di alloggio”, che per caratteristiche non può essere definito abitazione: 4.852 persone. Abitano invece edifici costruiti prima del 1962 il 52,8% degli immigrati, in costruzioni moderne solo il 13,6%. Il Censis ha ricostruito le case standard degli immigrati: più piccole, con meno stanze, sovraffollate, vetuste e con peggiore dotazione di servizi rispetto alla media italiana. Con un divario di condizioni che comunque si assottiglia sempre più al Sud.

Demolendo per un minuto questa foto desolante, il dossier Caritas/Migrantes ha effettuato un focus sulle politiche abitative: il top è l’Emilia Romagna, dove sono state da tempo costituite agenzie per la casa con finalità sociali, utilizzo e recupero del patrimonio edilizio già esistente, interventi di facilitazione alla locazione, credito per l’acquisto, equa ripartizione del fondo per l’affitto in sostegno alla domanda.

Ma la realtà italiana è un intonaco disfatto: sta scomparendo il sostegno all’edilizia sociale agevolata, idem per i sistemi di contributi per il sussidio casa, assenza di parità di accesso, e il tutto è complicato da quote, bonus punti per gli anni di residenza, separazione delle graduatorie tra italiani e stranieri, e altri complicati intrecci di calcoli. Cosa fare per rinfrescare in attesa di tempi migliori e poi ricostruire? Il Cnel fotografa la situazione attuale e anticipa le misure in cantiere. Arriveranno 200 milioni per le emergenze alle Regioni (ma ne erano previsti 550), il Piano di sostegno all’edilizia è dato in coma, come misura inadeguata rispetto alla situazione. Il Piano di edilizia abitativa che si fonda essenzialmente su un sistema di Fondi d’investimento immobiliare, nazionali e regionali,e un allegato di quest’ultimo ripartito per 377 milioni tra le Regioni.

L’analisi conclusiva del Cnel: “Da questo quadro emerge chiaramente che nei tempi brevi sarà molto difficile poter dare risposte adeguate alla crescente domanda. Questo anche considerando la riduzione del trasferimento delle risorse alle Regioni e agli enti locali previsto con la recente manovra finanziaria del Governo. In ogni caso ci vorranno anni per tradurre i finanziamenti (…) in case abitabili”. Tra le proposte del Consiglio, quella di attivare politiche di sostegno per i redditi più bassi (fino a 14mila€ netti l’anno), perché queste persone  destinano ora dal 63% al 94% del loro reddito per le spese abitative, e mantenersi invece entro il 30%. Offrire nuovi spazi all’housing sociale, implementato da un potenziamento dei Fondi immobiliari per valorizzare periferie e aree degradate. Proprio l’housing sociale è al centro della proposta di legge presentata dal Cnel in Parlamento e che dovrebbe essere oggetto di valutazione, in tempi in cui si parla troppo di una sola casa, per altro fuori dei confini nazionali.

Puglia chiama Casa

Un recente report di ricerca dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi), presentato a dicembre 2009 e in attesa di pubblicazione, ricostruisce l’iter legislativo riguardo al diritto alla casa e analizza i principali regolamenti comunali. In attesa che la Corte costituzionale dia una risposta definitiva all’impugnazione da parte del governo della legge regionale della Puglia n. 32 del 2009, valgono in regione le disposizioni della 54/84, che ammette come unico requisito la cittadinanza e la reciprocità stanti trattati e accordi internazionali. L’Opi ha inoltre analizzato i regolamenti comunali con presenze significative di immigrati, evidenziando che criteri e disposizioni alimentano gravi disparità di accesso e concludendo che: “Per esperienza presso gli enti locali, sappiamo che nella maggior parte dei bandi comunali per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, il fatto di non avere un’attività lavorativa stabile, o di essere disoccupato, permette al cittadino italiano di aver attribuito un permesso maggiore, mentre (…) per il cittadino straniero non comunitario, rappresenta un motivo di esclusione dal bando”. In altre parole, per poter rivendicare qualsiasi diritto lo straniero deve anzitutto dare garanzie economiche stabili.

La situazione cambierà con il progetto Puglia aperta e solidale. Diritto alla casa, diritto di cittadinanza, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dall’assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia in partenariato con le Province pugliesi. Attivato a febbraio 2009, ha il proposito di favorire l’housing sociale in favore dei migranti e delle loro famiglie, attraverso la costituzione di un’ Agenzia sociale di intermediazione abitativa (Asia) in ogni provincia. Ogni agenzia prevede servizi per l’immigrato e per il proprietario.

All’immigrato sono forniti servizi di accompagnamento e intermediazione circa l’orientamento, l’informazione e il completamento delle operazioni di ricerca e di definizione del contratto. Il requisito loro richiesto è quello di essere “regolare”. Il proprietario dell’abitazione, che sia a norma, usufruisce di contratti concordati e di una serie di servizi nella gestione tecnico amministrativa, quali la contrattazione del canone, la stipula dei contratti, registrazione, indicizzazione, suddivisione delle spese condominiali, dichiarazioni alla questura. Oltre a questo aspetto, le agenzie Asia supportano anche quei migranti che, in condizione di temporanea difficoltà, chiedano di essere ospitati presso le strutture ricettive convenzionate.

Le abitazioni occupate in Puglia da soli stranieri o anche da stranieri sono circa un milione e mezzo, mentre abitano in “altri tipi di alloggi” altre 286 persone. Sotto la soglia, lo studio realizzato con il patrocinio dell’Ue, del Ministero dell’Interno e del Ministero della Solidarietà sociale, sottolinea che in Puglia “il quadro  complessivo del disagio si presenta con molti chiaroscuri; se infatti una “qualche” sistemazione abitativa risulta essere alla portata della maggior parte degli immigrati nell’intero territorio; il percorso di accesso all’alloggio resta (…) difficile ed alta è la domanda che si registra per il pur degradato patrimonio immobiliare in offerta”.

Sono molto alti i tassi d’ insoddisfazione abitativa in particolare nei centri urbani, dove c’è sia tensione che densità, una sola eccezione: Lecce.

Nella città barocca

Nelle 13 aree del Sud analizzate da Sotto la soglia, Lecce rappresenta una piccola eccezione, perché asperità sociali sono mitigate dall’attitudine all’accoglienza. Tuttavia il mercato degli affitti è per tutti una giungla. Le statistiche dello studio citato delineano un primo approccio alla questione. Delle oltre 13mila presenze registrate in provincia, circa un terzo sono residenti considerati stabili. Per il 47% di loro, il primo alloggio non è stato come potremmo immaginare in un centro di accoglienza, ma presso parenti e amici, quasi sempre in una casa o in una stanza e per fortuna quasi mai in “altri tipi di abitazione”.

La spesa è spesso pari a zero finché non si trova una sistemazione migliore, o comunque contenuta entro i 100€. Un dato significativo è che entro i primi cinque anni di permanenza, il 68,8% di loro ha cambiato casa tre volte: il motivo principale è l’aumento dei costi. Lecce è tra le aree dove i prezzi degli affitti per gli stranieri sono aumentati visibilmente, attestandosi sui 356€ mensili più le utenze. Il quadro delle coabitazioni propende nettamente per quelle con i propri famigliari (60,9%), in una zona semicentrale delle periferie, e il grado di soddisfazione è tra quelli più convinti dell’intero meridione, anche se in prospettiva futura il 37,2% cambierebbe alloggio per uno spazio in condizioni migliori. Abbiamo già detto dei risultati generali della ricerca riguardo ai rapporti di vicinato, ma possiamo rimarcare che a Lecce il 48,7% dei residenti stranieri li giudica “discreti”.

Come in tutta la nazione anche Lecce soffre delle rigidità di accesso ai mutui e ai finanziamenti per via delle scarse garanzie possedute. Ce lo conferma Sergio Brocchi, della filiale leccese della Banca popolare pugliese: «Difficilmente i cittadini extracomunitari superano positivamente il credit scoring (la valutazione della solvibilità dei potenziali clienti, ndr), perché bisogna garantire il domicilio in Italia, in quanto risulterebbe costoso e improponibile un recupero forzoso del debito in patria, e non fa fede nemmeno un lavoro con un contratto regolare, bisogna vedere quale tipo di contratto, di che durata e con quali introiti. Difficilmente si arriva al minimo dei 14mila€ di reddito richiesti. E questa è l’esperienza di una banca che pure in passato ha avviato progetti embrionali di microcredito con cooperative di extracomunitari per finanziare piccole operazioni. Ma la congiuntura attuale non ci permette di prendere certi rischi».

Un’idea più omogenea di quanto avviene sul territorio comincia a darla l’Asia della provincia di Lecce. Lo sportello è situato in viale Marche, presso la sede del Servizio immigrazione della Provincia, e annovera nel suo staff alcune precise figure professionali: la coordinatrice del progetto, Klodiana Çuka, due mediatori interculturali, un consulente immobiliare, un legale e un’assistente sociale. Per quanto riguarda l’emergenza, si cerca di fronteggiarla con sette strutture convenzionate (due a Lecce, una in chiusura e in sostituzione e una in fase di ristrutturazione, e le altre a Maglie, Giorgilorio, Cavallino, Surbo e Tiggiano), per un impegno economico di 141mila€ e un totale di 94 posti utilizzati a rotazione dai migranti, spesso incoraggiati a presentarsi allo sportello da amici e famigliari.

Si possono quantificare a oggi circa 100 contatti ricevuti. Ogni utente, ospite presso uno dei centri convenzionati, dovrebbe pagare un ticket di 3€ a notte che molto spesso non è stato corrisposto a causa delle difficoltà economiche degli utenti stessi. Sono invece oltre 200 i contatti avvenuti per il servizio d’intermediazione abitativa, che hanno riguardato per lo più la città di Lecce. Si tratta, in prevalenza, di uomini di una fascia di età tra i 25 e i 35 anni, quasi tutti provenienti dall’area del continente africano, in particolare da Senegal e Ghana, e da quello asiatico, indiani e srilankesi.

Molti di loro avanzano richieste di base poco esaudibili per l’attuale contesto leccese: un bilocale arredato per una sola persona o nucleo famigliare che non superi il costo mensile di 350€. Spesso gli operatori hanno dovuto accorpare più richieste per la locazione in case molto più ampie che potessero ospitare anche quattro o cinque persone per un affitto complessivo di circa 500-600€ mensili. La lingua batte dove il dente duole: potenzialità ancora inespressa dal progetto è l’attivazione del microcredito in favore dei migranti. La Regione ha da poco stipulato la convenzione con Banca Etica, proprio per consentire ai migranti di accedere a piccoli prestiti del totale massimo di 2500€, da restituire in tempi lunghi e a condizioni agevolate. Un peccato, perché questi finanziamenti avrebbero potuto riguardare un buon 70% dei contatti effettuati dall’Asia: «Ecco perché la prosecuzione del progetto-ci dicono dal centro-sarebbe particolarmente utile a tutti quei migranti che, difficilmente bancabili in condizioni ordinarie, potrebbero fruire dell’accesso a fonti di finanziamento seppur minime, necessarie per avviare piccole attività di commercio ambulante, come pure per il pagamento delle cauzioni relative alle abitazioni prese in locazione».

C’è da rimarcare che dalla sua piena operatività ad aprile, il progetto Asia a Lecce avrebbe dovuto chiudere i battenti a fine settembre, ma va registrata la volontà politica di proseguire reperendo fondi locali o mediante la partecipazione a bandi nazionali.

Ibrahim Faye: Le Savoir guide!

Ibrahim è molto chiaro, da subito:« Ho 37 anni, essendo nato il 9 dicembre ’72, vengo da Guédiawaye, Senegal». È un dipartimento della regione di Dakar, a nordest della capitale, e guarda negli occhi l’Oceano Atlantico «Sono venuto in Italia il 28 novembre del 2008, dopo aver viaggiato in aereo, con visto turistico per la Spagna e poi per la città di Parigi».

Sceglie di seguire a Lecce il fratello Amadou, più grande di lui (potete conoscere la sua storia nel foto racconto), che giudica come il più tranquillo e accogliente dei posti finora visitati. Ha avuto molti problemi di discriminazione, a suo dire, che lui bolla come problemi di “ignoranza” di certe persone, «ma se dovessi mettere le cose belle e le cose brutte che mi sono capitate qui su una bilancia, le prime peserebbero molto di più».

È la prima volta che deve cambiare due volte casa: ha appena lasciato quella del centro storico, nelle cosiddette giravolte che servivano a far perdere i conquistatori stranieri e ora “accolgono” i nuovi cittadini. Ha dovuto lasciarla per l’umidità e perché il proprietario deve ristrutturarla per venderla. La sua ricerca è durata circa tre settimane: a parte la miriade di no ricevuti perché non è né uno studente né soprattutto una studentessa, ha anche ricevuto delle risposte esilaranti al telefono, non fossero discriminatorie. A parte qualche secco “Non vogliamo immigrati”, qualcuno si è avventurato nel paradosso: “No, no, non affittiamo”,«Ma se questo sul biglietto è il vostro numero», era la semplice osservazione di Ibrahim, che per tutta risposta riceveva un “Non è vero” e la chiamata si perdeva.

Dopo un lungo pellegrinaggio per via Leuca, il quartiere di Santa Rosa, il centro ormai off limits (lì i soldi degli immigrati sono stati la base per lussuose ristrutturazioni o nascite di b&b), una San Pio che dovrebbe chiedere un incentivo all’Ente per il diritto allo studio e a quello per le pari opportunità vista la dedizione con la quale sistema esclusivamente quote rosa di studentesse.

Dopo tante esperienze degne del Rocambole di Terrail, Ibrahim conclude il trottolio su viale Taranto, con quattro suoi fratelli. Gli chiedo se oggi saprebbe dirmi se a partire ha fatto bene: «In parte sì e in parte no. Posso apprendere idee economiche e culturali per la mia terra, per il pane e per il suo sviluppo. Tra gli insegnamenti del profeta Muhammad (Maometto, ndr) c’è l’esortazione ad andare a cercare il sapere Jusqu’à la Chine (fino in Cina), ma se non torni è male. E lo stesso diceva Baye Niass, che pure ha fatto molti viaggi ed è morto a Londra: niente è più bello di Medina».

E dopo le citazioni la conclusione: «Credo che il mondo è difficile, ma lavoro per entrare in relazione, ottenere confidenza e il rispetto dalle persone. Cerco sempre di essere un po’ “speciale”, per provare a dialogare, poi nessuno è perfetto. Ed è importante questo: capire che siamo vulnerabili, e darci una mano, tutti». E ci prova anche con me: «è importantissimo per esempio il lavoro di giornalisti come te che lavorano per la conoscenza, la quotidianità e la memoria. Le savoir guide!. Il sapere guida». Non è un francese impeccabile, ma si fa capire. S’è guadagnato un tè e un pacco di gomme.

150 occasioni di farsi stato

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Pubblicato su DueA martedì 15 marzo 2011

Ma io non conto, eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola. Noi credevamo… (Anna Banti, Noi credevamo, Mondadori 1967)Il link è alla scena finale di “Noi credevamo”,  adattamento cinematografico del libro di Anna Banti per la regia di Mario Martone (2010).

Quello che poteva essere e non è Stato, per le colpe diffuse che ormai ci portiamo dietro da un secolo e mezzo.
Ho riportato la frase conclusiva del romanzo di Anna Banti, ripresa per intero dal film apocrifo Noi credevamo di Mario Martone, che se ne è discostato tantissimo, ma che ha mantenuto intatta la forza dirompente del discorso conclusivo.
Ho scelto proprio quel libro perché, come scrisse Enzo Siciliano su “L’Espresso” del 23 aprile ’67, qui si legge con sanguigna tensione un “Risorgimento raccontato con rabbia”.
E la rabbia, l’inquietudine, l’incertezza sembrano essere state le tremende compagne di viaggio di un percorso unitario sbagliato. Perché lontano dal popolo, che pure con tattiche differenti, come rimugina il protagonista del libro Domenico, avrebbero potuto essere al seguito della causa, quella giusta, quella garibaldina e repubblicana.
E invece fu guerra civile, la più odiosa possibile, che arrivò a far dire a Garibaldi di voler maledire il suo sbarco, perché fu sinonimo di carneficina, trasformò il re borbone Franceschiello in un martire e Murat nell’ultimo eroe romantico di cappa e spada.
E poi i briganti: un capomafia in carcere dice a Domenico che i garibaldini avrebbero dovuto affidarsi alla loro rispettabilità per coinvolgere la gente del Sud. Parole verissime, ma pericolose altrettanto.
In tutto questo spariglia e vince il bottino l’invasore VIttorio Emanuele, che con una grande Anschluss conquista l’Italia, fa voltare un attimo Napoleone III, prende Roma e…diventa il re di Sardegna con appendice italiana.
Una radice malpiantata, malnata eppure ormai nel terreno. Ma a quale costo?
E che cosa è possibile festeggiare oggi?
Forse, l’italianità d’averla fatta franca, dal monarchismo poco illuminato dei Savoia, dagli scherani neri del Ventennio, dalla minaccia comunista, dagli anni di piombo? Ma stiamo sicuri che in qualche modo ci saremmo arrangiati, adattati infine.
E allora, in barba ai mala tempora che corrono, questo vuole essere un omaggio a gente come Giovanni Falcone da Palermo, per esempio, e a tutti quelli che hanno creduto in qualche modo nella possibilità di un gioco democratico, pulito. In un posto felice che potesse avere nome Italia e vantarsi di essere uno Stato formato da un’idea.
E un pensiero al futuro, in cui spero che possano cadere responsabilmente tutte le bandiere, fuori dai regionalismi pseudoidentitari che non portano da nessuna parte.

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