È già passata l’università del futuro

 

Il governo Prodi bis, caduto dopo soli due anni, aveva raggiunto l’obiettivo di far approvare lo statuto degli studenti, anticamera dell’approvazione dell’agognata Legge sul diritto allo studio. Il racconto di uno splendido fallimento nell’intervista al sottosegretario al Miur Nando Dalla Chiesa lo potete leggere qui.

Grind House. Questo potrebbe essere il titolo dell’operazione “università del fu­turo” che viene delineandosi con il Berlu­sconi-quater. Come nel film di Quentin Tarantino, omaggio ai capannoni improvvisati che proietta­vano b-movies negli Usa dei 70’s: caos, sangue e carne di porco di certi punti fermi che abbiamo, leggi concetto di università, appunto, che diverrà davvero una roba di serie b.

Si possono fare due obiezioni a questa conside­razione: non c’è molta differenza con il passato, anzitutto, e poi i film del virtuoso del Tennessee sono pure belli.

A contestare la prima obiezione è dedicato que­sto approfondimento. Per quanto riguarda la se­conda, a parte il detto de gustibus eccetera, non si può obiettare: sarà molto bello soprattutto per chi ci guadagnerà su. E con la neoministra alla Pubblica istruzione, all’università ed alla ricerca scientifica (Mipiur la nuova sigla) Maristella Gel­mini, nipote dei controversi fratelli ecclesiastici Pierino ed Egidio, non è tanto difficile capire chi godrà della festa splatter.

Il giovane avvocato di Leno (Brescia) è apparsa inesperta ai più, ma non è così se si considera­no la sua vicinanza agli ambienti storicamente schierati per l’istruzione privata, e soprattutto la sua proposta di legge presentata in parlamento lo scorso 5 febbraio, che di fatto determinerà  il programma del Popolo delle libertà per il prossimo lustro.

Principio cardine del programma è la pie­na applicazione dell’autonomia scolastica e universitaria attraverso il rafforzamento dei poteri organizzativi e disciplinari di presidi e rettori, la distribuzione di “voucher formati­vi”, cioè bonus alle famiglie da spendere nelle scuole pubbliche o private.

Se questo non bastasse, si prevedono la li­beralizzazione della professione di docente attraverso la convocazione da parte de­gli istituti (scuole e università) e la conseguente possibilità,per ogni istituto, di stipulare con i singoli docenti contrat­ti integrativi di tipo privatistico a compensare l’abolizionedi contratti a tempo indeterminato, ma rinnovabili ogni trien­nio a seguito di un test.

I fuoricorso pagheranno una sorta di morosità per il tempo che perdono e saranno introdotti i prestiti d’onore per i meri­tevoli. Il tutto nel contesto della privatizzazione di tutti gli isti­tuti pubblici di ricerca e la soppressione degli enti pubblici ina­deguati e nella “libera, graduale e progressiva trasformazione delle università in fondazioni associative, aperte ai contributi dei territori, della società civile e delle imprese” ed il rafforza­mento della competizione tra atenei.

Lo statuto degli studenti. Rimpianto o resistenza?

È troppo presto per valutare tutti gli effetti di tali proposte e soprattutto per discernere tra possibilità e fantasie. Quello che è certo è che gli studenti non vogliono tutto questo e che il Gelmini-pensiero contrasta con il lavoro svolto finora. A partire dall’approvazione dello Statuto degli universitari.

È dagli anni Ottanta, quelli della Pantera, che si cerca di racco­gliere l’eredità delle lotte studentesche cercando di organiz­zare dal basso quei diritti che l’articolo 34 della Costituzione sancisce come fondamentali. Dopo quasi trent’anni il dibattito è giudicato maturo dalle istituzioni: l’ex ministro Fabio Mussi prende atto della discussione in seno al Consiglio nazionale degli studenti (Cnsu) ed incarica il sottosegretario Nando dalla Chiesa di redigere lo statuto attenendosi alle proposte degli studenti. Nel giugno 2007 è tutto pronto per le sperimentazio­ni pilota, anche se il sottosegretario è molto criticato: “Spesso i rappresentanti non rappresentano veramente – commenta intervistato da L’imPaziente prima di analizzare lo statuto – se è vero che tutti gli studenti cui ho enunciato i contenuti dello statuto si sono sempre dichiarati soddisfatti”.

Federica Musetta, coordinatrice nazionale per l’Unione degli studenti universitari (Udu), sottolinea il ruolo importante as­sunto dalla sua associazione nel dibattito: “L’Udu si è sempre battuta per i diritti degli studenti, è comunque positivo che si cominci un percorso concreto. Ci aspettavamo l’approvazione per legge, ma il governo è caduto”. Alla luce delle elezioni po­litiche le critiche si ammorbidiscono in confronto alle vacche magre che arriveranno, “ma le divergenze maggiori -continua Federica, confermando quanto dichiara Dalla Chiesa- riguarda­vano soprattutto oneri economici che lo Stato ancora non ha il coraggio di assumere”.

Abbandonando la diplomazia la studentessa di Matematica a Pisa prosegue: “lo scenario non è idilliaco, stando ai pro­grammi. L’università dovrebbe essere impostata in modo diverso da quanto da noi previsto. Non condividiamo anzitut­to la competizione tra atenei/imprese e nemmeno la promessa assegnazione di un bonus per far scegliere alle fami­glie tra scuola pubblica e scuola privata quando sarebbe stato utile destinare quei fondi ad altro impiego. Le urgenze sono tante”.

Intanto ora c’è un testo composto di 58 articoli organizzato in 11 titoli dal qua­le partire per porre un freno, o quanto meno un controllo, alle riforme del nuovo governo. In teoria ogni matricola dovreb­be riceverne copia, staremo a vedere se ognuno ne farà uno strumento di resi­stenza o dovremo intenderlo come qual­cosa che poteva essere e non è stato”.

Laboratorio Puglia

Al termine del periodo di sperimentazione pilota, lo statuto è proposto agli atenei di ogni regione: dopo una prima fase di discus­sione anche l’Università del Salento adotta integralmente il testo.

Bastian contrari sempre di targa Udu. Fran­cesco Mignogna, coordinatore locale, ci spiega perché: “Siamo stati tra i primi ad adottare integralmente lo statuto, ma si può migliorare tanto la sezione che riguarda gli studenti lavoratori in quanto non è garantita la possibilità di se­guire lezioni on-line e dovrebbe essere più chiara quella sul carico didattico, ma nel nuovo regolamento di ateneo, di futura anche se non scontata adozione, tutto ciò dovrebbe essere appianato, anche grazie al risultato delle elezioni studentesche che ci hanno premiato, dandoci l’opportunità di spingere per queste riforme”.

Proprio la Puglia, colpita da scandali che sottolineano l’illegalità di certe pratiche cui ricorrono docenti e discenti, si è dimo­strata capace di inventarsi laboratorio di diritti, con l’approva­zione recente del Codice etico, che tu­telerà gli studenti dal palese nepotismo che ha portato il caso Bari sulla scrivania di Mussi. Proprio nel codice di compor­tamento approvato a Bari si sottolinea che la comunità universitaria riconosce il lavoro dei propri docenti, considerando la dignità, l’integrità e l’onore dei profes­sori come “patrimonio istituzionale, da salvaguardare e promuovere ispirandosi ai valori, universali per loro natura e fina­lità, custoditi nella Costituzione della Re­pubblica italiana e perseguiti anche nelle istituzioni comunitarie, europee ed inter­nazionali, con particolare riferimento alla promozione dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica e alla libertà dell’arte, della scienza e dell’inse­gnamento”.

Al di là delle pur essenziali dichiarazioni di principio, comunque, Mignogna ci ricorda la desolante situazione: “A livello regionale i fondi che dovrebbero garantire il diritto allo studio sono troppo pochi e male impiegati”.

Si naviga a vista, insomma, e certo non nelle condizioni ideali per affrontare una tempesta.

 

Andrea Aufieri, L’imPaziente n.19, maggio-giugno 2008

Dalla Chiesa e il rimpianto di una scuola diversa

Nando Dalla Chiesa, sottosegreta­rio al Miur per La Margherita nella XV legislatura, ci racconta il lavoro intenso per il disegno di legge sul diritto allo studio vanificato dalla caduta del governo Prodi e dall’avvento di Berlusconi, come racconto qui. Forte rammarico per gli studenti, ma non manca il monito a tenere viva l’attenzio­ne. Ripartendo proprio dallo statuto e dai concetti chiave “comunità”, “didattica” e dicotomia “diritti/doveri”.

Onorevole, quale valore assegna allo statuto dei diritti e dei dove­ri degli studenti?

Lo valuto con grande considerazione per­ché ritengo giusto affermare un “diritto di cittadinanza” degli studenti nell’università. È una costituzione per gli studenti, i desti­natari del sistema universitario.

Mi sembra interessante rendere una domanda il primo enuncia­to dello Statuto: “l’università è una comunità umana” prima e “scientifica, di insegnamento e di ricerca” poi?

Nando Dalla Chiesa
Nando Dalla Chiesa

Non credo che l’università di oggi espri­ma esattamente quei concetti: anzitutto non è considerata una comunità umana, e questo indebolisce la responsabilità dei docenti verso gli studenti. L’università non è solo l’anticamera dei concorsi, eppure ha di fatto espulso gli studenti: non c’è attenzione al processo di trasmissione del sapere. La qualità di un ateneo deve dipendere anche dalla didattica. È d’obbligo sottolineare la cen­tralità dei rapporti tra gli attori di questa comunità.

Lo statuto rappresentava l’anti­pasto per la bramata Legge sul diritto allo studio: quanto tempo mancava per il suo avvento?

Uno governa sperando di avere qualche anno a disposizione. Lo statuto era stato presentato a giugno alle Università per la sperimentazione, tra luglio e novembre è stata concordata con le Regioni la fonda­mentale Legge sul diritto allo studio, com­preso il tavolo tecnico. A gennaio questa legge doveva essere approvata, ma il go­verno è caduto. Avevamo pensato anche all’iter successivo, coinvolgendo l’Agenzia nazionale di valutazione che avrebbe in­serito tra i criteri di disamina degli ate­nei quello del rispetto dello statuto. In un anno questo lavoro si sarebbe completa­to con coerenza.

Lo statuto resterà un rimpianto?

Intanto lo abbiamo proposto e gli atenei lo hanno assunto, dunque si potrà partire da lì. Non ci può essere un decreto attua­tivo perché bisogna passare da una legge in parlamento, e questo significa massa­crarne il contenuto, anche se adesso ci sono meno partiti.

Bisogna tenere alta l’attenzione, dunque. Anche in Puglia, dove il diritto allo studio raccoglie in sé l’istanza di tutela della legalità?

Il baronaggio e il nepotismo sono forti nelle università poco aperte. Alcune re­gole aiuterebbero: nessuno dovrebbe in­segnare dove esercita già un suo parente, è così anche per magistrati e carabinieri. Si tratta di tutelare la credibilità della fun­zione pubblica.

Andrea Aufieri, L’imPaziente n.18, maggio-giugno 2008.

La casa dov’è?

Foto: Gabriele Spedicato

 

 

Più piccole, affollate, vetuste e senza servizi: le case dei migranti

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

È una fresca sera di fine agosto: un vento impietoso spazza via ogni ricordo dell’estate che molti turisti hanno trascorso a Torre Dell’Orso, marina del comune di Melendugno (Le). Con fare mesto mi accingo a prendere il bus che mi riporterà a Lecce, ma non so da quale lato della strada arriverà. Scorgo alcuni ambulanti seduti contro la rete di una struttura privata, mi danno le informazioni che mi servono, poi uno di loro mi viene incontro. Prenderà il mio stesso autobus: «Robert Njeri», si presenta, tremando letteralmente di freddo, mentre cerco di capire se è il mio corpo a darmi informazioni errate sulla temperatura. «Ho fatto pochi soldi  oggi-prosegue Robert-e devo tornare a dormire se no chiudono il centro».
Gli chiedo dove dorme:«A Casa Emmaus, centro Caritas-risponde-ma tra pochi giorni non potrò più andarci e cerco casa».

Robert cerca casa

Santa Maria dell’Idria, la parrocchia che ospita il centro di accoglienza, ha venduto i locali e chiuderà presto, così Robert deve intensificare gli sforzi per trovare un alloggio: «Anche un posto letto, che non superi i 150€». L’impresa si fa complicata da subito visto il budget, ma insieme attuiamo un piano d’azione: gli dico di informarsi dai fratelli neri, poi giornale e web a portata di mano stiliamo una lista dei posti che potrebbero andare, e pare siano tanti. Ma prima di qualsiasi passo gli parlo del centro Asia, per l’intermediazione abitativa. Bob è ottimista:«Ho preso anelli, orecchini e bracciali, un po’ all’ingrosso dai cinesi e un bel po’di qualità dal Kenya, dove stanno i miei. L’estate ho lavorato tanto, spero anche in questi giorni, e poi provo in centro a Lecce».

I primi approcci con i fratelli vanno malissimo:«Io sono un kikuyu (l’etnia dominante e più numerosa in Kenya-ndr), sono solo e qui a Lecce ci sono tanti luhya e qualche luo e diciamo che non sto troppo simpatico. Qualcuno se mi vede per strada mi chiama Kibaki (Mwai Kibaki è il presidente attuale del Kenya, inviso alle fazioni opposte-ndr), non sono riuscito a legare con i senegalesi, e comunque nessuno ha un posto da consigliarmi».

La sua famiglia vive a Dandora, a est di Nairobi, una delle zone più inquinate del pianeta, dove si può immaginare che le condizioni di vita siano al limite della sussistenza. Lì aspettano con ansia sue notizie la mamma e sua moglie Elizabeth, madre di Michael e Jenny. Sua madre gli ha chiesto una foto da farle vedere, lui dice di dimenticarsi sempre di farsela, è molto più smunto ed emaciato di quando è partito e anche i 2€ per la foto è meglio che li mangi.

Sul fronte del lavoro le cose precipitano:«In questi giorni piove e da quando il bus non passa più pago 20€ un fratello per andare in spiaggia in macchina». Da quando è in Italia ha lavorato regolarmente solo come badante, poi a Otranto, Cavallino e Lecce come ambulante, adesso farebbe volentieri il cameriere. Robert è venuto qui con un visto turistico, poi sua sorella ha chiesto il ricongiungimento familiare che scadrà nel 2012: «Devo cercare un lavoro e un tetto perché così sono tranquillo, con un contratto». E intanto gli si prospettano altre notti a Emmaus: «Di là è difficile perché ci dormono una ventina di persone, ho paura anche a dormire lì per i documenti, è pericoloso. Poi se facciamo tardi per vendere da ambulanti non ci fanno entrare».

Dai mediatori di Asia non è andata bene:«Il massimo che potevano fare era mettermi con altre quattro persone, ma avrei pagato comunque troppo, e non avendo lavoro sarebbe comunque stato difficilissimo». A questo punto gli tocca ricaricare il telefono e chiamare un po’in giro: «Ho provato come tutti a chiamare, ma molto spesso non mi vogliono, e altre volte c’è una richiesta di anticipo che non posso dare, o cercano solo studentesse. Se uno lavora con pochi soldi al giorno trovare casa è difficile».

Facciamo un giro di chiamate nel centro storico Se sentono una parlata differente non rispondono un’altra volta, oppure dicono: “Adesso stranieri no”. Lo stesso in via Monteroni. Riusciamo a convincere un ragazzo a Santa Rosa. Dopo poco declina dicendo che c’era un tipo in bilico che finalmente aveva accettato. Lo faccio richiamare da un amico, e gli conferma che l’appartamento è ancora in affitto.

«Senza un frigo-mi dice-spendo anche di più al giorno per mangiare, e non mangio cose sane, ora ho male allo stomaco». Nei giorni successivi si fa visitare dalla Caritas, lo spavento gli passa: deve bere più acqua. Prende una giacca e un buon paio di scarpe. Rifiuta di dormire con altre persone in un appartamento, gli rubano dei soldi per dormire in una casa che non esiste, infine si adatta in stazione. Ha preso la decisione di partire. Dopo aver scartato Roma e Vicenza, alcuni amici lo hanno invitato a lavorare a Bruxelles. Ci sta facendo un pensierino, intanto torna a dormire in stazione.

Una prima mano d’intonaco

Il Testo unico sull’immigrazione del ‘98 esclude l’accoglienza per cittadini immigrati in situazioni di forte indigenza, se non finalizzati all’accoglienza temporanea nei Cpa e in sostanza in previsione del rimpatrio. Esclude anche un contributo, previsto invece dalla Turco-Napolitano, agli enti pubblici per le ristrutturazioni igienico-sanitarie per immigrati regolari presenti a vario titolo sul territorio nazionale. La Bossi-Fini ha poi apportato ulteriori modifiche non recepite da molte regioni, che peraltro hanno risposto legiferando in autonomia sulla questione immigrazione.

Gli stranieri residenti in Italia nel 2008 erano 3.891.295, più 862.453. Pochi al Sud, 352.434, ma in costante aumento. Come, ma soprattutto, dove vivono? Secondo il Sindacato unitario nazionale degli inquilini e degli assegnatari (Sunia), il mercato degli affitti in Italia vede aumenti di canone significativi, essendo salito dal 130% al 145% nel decennio 1998-2008. Almeno per le metropoli. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) puntualizza che al nord si affittano case a stranieri che sono al di sotto degli standard degli autoctoni, mentre man mano che si scende le distanze si assottigliano. Il Censis nel 2005 ha evidenziato due problemi gravi, uno al nord e uno al sud. I costi degli affitti troppo alti costringono gli stranieri ad abitare in periferia, incidendo sulle spese per i trasporti e sulla socializzazione, mentre al sud il problema è la discriminazione relativa a pregiudizi di carattere igienico e di assenza di garanzie.

Una ricerca nel Mezzogiorno, Sotto la soglia, evidenzia che le agenzie immobiliari non affittano case a non comunitari su richiesta dei proprietari. Molti autoctoni dichiarano di non volere stranieri come vicini. Scenari immobiliari fissa a 78mila gli acquisti di case da parte dei lavoratori immigrati nel 2009, e nel 2010 pare si siano arrestati a 53mila, la metà esatta della media dell’ultimo lustro, durante il quale sono stati acquistati 600mila alloggi per una spesa complessiva di 70 miliardi. Nel VII rapporto 2010, il Cnel gira poi il dito nella piaga insostenibile dei mutui e degli affitti per coloro che perdono il lavoro o che guadagnano meno per via della crisi. Questa strada porta diritto a morosità e aumento trasversale degli sfratti. Condizioni di questa gravità non erano in previsione, visto che ancora il Censis, nel 2006, rilevava condizioni abitative stabili per l’84% degli immigrati regolari e condizioni di disagio per il 36%.

La casa degli orrori e quella dei sogni

Da denunciare la vita dell’1%,dei regolari, stipata in “altro tipo di alloggio”, che per caratteristiche non può essere definito abitazione: 4.852 persone. Abitano invece edifici costruiti prima del 1962 il 52,8% degli immigrati, in costruzioni moderne solo il 13,6%. Il Censis ha ricostruito le case standard degli immigrati: più piccole, con meno stanze, sovraffollate, vetuste e con peggiore dotazione di servizi rispetto alla media italiana. Con un divario di condizioni che comunque si assottiglia sempre più al Sud.

Demolendo per un minuto questa foto desolante, il dossier Caritas/Migrantes ha effettuato un focus sulle politiche abitative: il top è l’Emilia Romagna, dove sono state da tempo costituite agenzie per la casa con finalità sociali, utilizzo e recupero del patrimonio edilizio già esistente, interventi di facilitazione alla locazione, credito per l’acquisto, equa ripartizione del fondo per l’affitto in sostegno alla domanda.

Ma la realtà italiana è un intonaco disfatto: sta scomparendo il sostegno all’edilizia sociale agevolata, idem per i sistemi di contributi per il sussidio casa, assenza di parità di accesso, e il tutto è complicato da quote, bonus punti per gli anni di residenza, separazione delle graduatorie tra italiani e stranieri, e altri complicati intrecci di calcoli. Cosa fare per rinfrescare in attesa di tempi migliori e poi ricostruire? Il Cnel fotografa la situazione attuale e anticipa le misure in cantiere. Arriveranno 200 milioni per le emergenze alle Regioni (ma ne erano previsti 550), il Piano di sostegno all’edilizia è dato in coma, come misura inadeguata rispetto alla situazione. Il Piano di edilizia abitativa che si fonda essenzialmente su un sistema di Fondi d’investimento immobiliare, nazionali e regionali,e un allegato di quest’ultimo ripartito per 377 milioni tra le Regioni.

L’analisi conclusiva del Cnel: “Da questo quadro emerge chiaramente che nei tempi brevi sarà molto difficile poter dare risposte adeguate alla crescente domanda. Questo anche considerando la riduzione del trasferimento delle risorse alle Regioni e agli enti locali previsto con la recente manovra finanziaria del Governo. In ogni caso ci vorranno anni per tradurre i finanziamenti (…) in case abitabili”. Tra le proposte del Consiglio, quella di attivare politiche di sostegno per i redditi più bassi (fino a 14mila€ netti l’anno), perché queste persone  destinano ora dal 63% al 94% del loro reddito per le spese abitative, e mantenersi invece entro il 30%. Offrire nuovi spazi all’housing sociale, implementato da un potenziamento dei Fondi immobiliari per valorizzare periferie e aree degradate. Proprio l’housing sociale è al centro della proposta di legge presentata dal Cnel in Parlamento e che dovrebbe essere oggetto di valutazione, in tempi in cui si parla troppo di una sola casa, per altro fuori dei confini nazionali.

Puglia chiama Casa

Un recente report di ricerca dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi), presentato a dicembre 2009 e in attesa di pubblicazione, ricostruisce l’iter legislativo riguardo al diritto alla casa e analizza i principali regolamenti comunali. In attesa che la Corte costituzionale dia una risposta definitiva all’impugnazione da parte del governo della legge regionale della Puglia n. 32 del 2009, valgono in regione le disposizioni della 54/84, che ammette come unico requisito la cittadinanza e la reciprocità stanti trattati e accordi internazionali. L’Opi ha inoltre analizzato i regolamenti comunali con presenze significative di immigrati, evidenziando che criteri e disposizioni alimentano gravi disparità di accesso e concludendo che: “Per esperienza presso gli enti locali, sappiamo che nella maggior parte dei bandi comunali per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, il fatto di non avere un’attività lavorativa stabile, o di essere disoccupato, permette al cittadino italiano di aver attribuito un permesso maggiore, mentre (…) per il cittadino straniero non comunitario, rappresenta un motivo di esclusione dal bando”. In altre parole, per poter rivendicare qualsiasi diritto lo straniero deve anzitutto dare garanzie economiche stabili.

La situazione cambierà con il progetto Puglia aperta e solidale. Diritto alla casa, diritto di cittadinanza, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dall’assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia in partenariato con le Province pugliesi. Attivato a febbraio 2009, ha il proposito di favorire l’housing sociale in favore dei migranti e delle loro famiglie, attraverso la costituzione di un’ Agenzia sociale di intermediazione abitativa (Asia) in ogni provincia. Ogni agenzia prevede servizi per l’immigrato e per il proprietario.

All’immigrato sono forniti servizi di accompagnamento e intermediazione circa l’orientamento, l’informazione e il completamento delle operazioni di ricerca e di definizione del contratto. Il requisito loro richiesto è quello di essere “regolare”. Il proprietario dell’abitazione, che sia a norma, usufruisce di contratti concordati e di una serie di servizi nella gestione tecnico amministrativa, quali la contrattazione del canone, la stipula dei contratti, registrazione, indicizzazione, suddivisione delle spese condominiali, dichiarazioni alla questura. Oltre a questo aspetto, le agenzie Asia supportano anche quei migranti che, in condizione di temporanea difficoltà, chiedano di essere ospitati presso le strutture ricettive convenzionate.

Le abitazioni occupate in Puglia da soli stranieri o anche da stranieri sono circa un milione e mezzo, mentre abitano in “altri tipi di alloggi” altre 286 persone. Sotto la soglia, lo studio realizzato con il patrocinio dell’Ue, del Ministero dell’Interno e del Ministero della Solidarietà sociale, sottolinea che in Puglia “il quadro  complessivo del disagio si presenta con molti chiaroscuri; se infatti una “qualche” sistemazione abitativa risulta essere alla portata della maggior parte degli immigrati nell’intero territorio; il percorso di accesso all’alloggio resta (…) difficile ed alta è la domanda che si registra per il pur degradato patrimonio immobiliare in offerta”.

Sono molto alti i tassi d’ insoddisfazione abitativa in particolare nei centri urbani, dove c’è sia tensione che densità, una sola eccezione: Lecce.

Nella città barocca

Nelle 13 aree del Sud analizzate da Sotto la soglia, Lecce rappresenta una piccola eccezione, perché asperità sociali sono mitigate dall’attitudine all’accoglienza. Tuttavia il mercato degli affitti è per tutti una giungla. Le statistiche dello studio citato delineano un primo approccio alla questione. Delle oltre 13mila presenze registrate in provincia, circa un terzo sono residenti considerati stabili. Per il 47% di loro, il primo alloggio non è stato come potremmo immaginare in un centro di accoglienza, ma presso parenti e amici, quasi sempre in una casa o in una stanza e per fortuna quasi mai in “altri tipi di abitazione”.

La spesa è spesso pari a zero finché non si trova una sistemazione migliore, o comunque contenuta entro i 100€. Un dato significativo è che entro i primi cinque anni di permanenza, il 68,8% di loro ha cambiato casa tre volte: il motivo principale è l’aumento dei costi. Lecce è tra le aree dove i prezzi degli affitti per gli stranieri sono aumentati visibilmente, attestandosi sui 356€ mensili più le utenze. Il quadro delle coabitazioni propende nettamente per quelle con i propri famigliari (60,9%), in una zona semicentrale delle periferie, e il grado di soddisfazione è tra quelli più convinti dell’intero meridione, anche se in prospettiva futura il 37,2% cambierebbe alloggio per uno spazio in condizioni migliori. Abbiamo già detto dei risultati generali della ricerca riguardo ai rapporti di vicinato, ma possiamo rimarcare che a Lecce il 48,7% dei residenti stranieri li giudica “discreti”.

Come in tutta la nazione anche Lecce soffre delle rigidità di accesso ai mutui e ai finanziamenti per via delle scarse garanzie possedute. Ce lo conferma Sergio Brocchi, della filiale leccese della Banca popolare pugliese: «Difficilmente i cittadini extracomunitari superano positivamente il credit scoring (la valutazione della solvibilità dei potenziali clienti, ndr), perché bisogna garantire il domicilio in Italia, in quanto risulterebbe costoso e improponibile un recupero forzoso del debito in patria, e non fa fede nemmeno un lavoro con un contratto regolare, bisogna vedere quale tipo di contratto, di che durata e con quali introiti. Difficilmente si arriva al minimo dei 14mila€ di reddito richiesti. E questa è l’esperienza di una banca che pure in passato ha avviato progetti embrionali di microcredito con cooperative di extracomunitari per finanziare piccole operazioni. Ma la congiuntura attuale non ci permette di prendere certi rischi».

Un’idea più omogenea di quanto avviene sul territorio comincia a darla l’Asia della provincia di Lecce. Lo sportello è situato in viale Marche, presso la sede del Servizio immigrazione della Provincia, e annovera nel suo staff alcune precise figure professionali: la coordinatrice del progetto, Klodiana Çuka, due mediatori interculturali, un consulente immobiliare, un legale e un’assistente sociale. Per quanto riguarda l’emergenza, si cerca di fronteggiarla con sette strutture convenzionate (due a Lecce, una in chiusura e in sostituzione e una in fase di ristrutturazione, e le altre a Maglie, Giorgilorio, Cavallino, Surbo e Tiggiano), per un impegno economico di 141mila€ e un totale di 94 posti utilizzati a rotazione dai migranti, spesso incoraggiati a presentarsi allo sportello da amici e famigliari.

Si possono quantificare a oggi circa 100 contatti ricevuti. Ogni utente, ospite presso uno dei centri convenzionati, dovrebbe pagare un ticket di 3€ a notte che molto spesso non è stato corrisposto a causa delle difficoltà economiche degli utenti stessi. Sono invece oltre 200 i contatti avvenuti per il servizio d’intermediazione abitativa, che hanno riguardato per lo più la città di Lecce. Si tratta, in prevalenza, di uomini di una fascia di età tra i 25 e i 35 anni, quasi tutti provenienti dall’area del continente africano, in particolare da Senegal e Ghana, e da quello asiatico, indiani e srilankesi.

Molti di loro avanzano richieste di base poco esaudibili per l’attuale contesto leccese: un bilocale arredato per una sola persona o nucleo famigliare che non superi il costo mensile di 350€. Spesso gli operatori hanno dovuto accorpare più richieste per la locazione in case molto più ampie che potessero ospitare anche quattro o cinque persone per un affitto complessivo di circa 500-600€ mensili. La lingua batte dove il dente duole: potenzialità ancora inespressa dal progetto è l’attivazione del microcredito in favore dei migranti. La Regione ha da poco stipulato la convenzione con Banca Etica, proprio per consentire ai migranti di accedere a piccoli prestiti del totale massimo di 2500€, da restituire in tempi lunghi e a condizioni agevolate. Un peccato, perché questi finanziamenti avrebbero potuto riguardare un buon 70% dei contatti effettuati dall’Asia: «Ecco perché la prosecuzione del progetto-ci dicono dal centro-sarebbe particolarmente utile a tutti quei migranti che, difficilmente bancabili in condizioni ordinarie, potrebbero fruire dell’accesso a fonti di finanziamento seppur minime, necessarie per avviare piccole attività di commercio ambulante, come pure per il pagamento delle cauzioni relative alle abitazioni prese in locazione».

C’è da rimarcare che dalla sua piena operatività ad aprile, il progetto Asia a Lecce avrebbe dovuto chiudere i battenti a fine settembre, ma va registrata la volontà politica di proseguire reperendo fondi locali o mediante la partecipazione a bandi nazionali.

Ibrahim Faye: Le Savoir guide!

Ibrahim è molto chiaro, da subito:« Ho 37 anni, essendo nato il 9 dicembre ’72, vengo da Guédiawaye, Senegal». È un dipartimento della regione di Dakar, a nordest della capitale, e guarda negli occhi l’Oceano Atlantico «Sono venuto in Italia il 28 novembre del 2008, dopo aver viaggiato in aereo, con visto turistico per la Spagna e poi per la città di Parigi».

Sceglie di seguire a Lecce il fratello Amadou, più grande di lui (potete conoscere la sua storia nel foto racconto), che giudica come il più tranquillo e accogliente dei posti finora visitati. Ha avuto molti problemi di discriminazione, a suo dire, che lui bolla come problemi di “ignoranza” di certe persone, «ma se dovessi mettere le cose belle e le cose brutte che mi sono capitate qui su una bilancia, le prime peserebbero molto di più».

È la prima volta che deve cambiare due volte casa: ha appena lasciato quella del centro storico, nelle cosiddette giravolte che servivano a far perdere i conquistatori stranieri e ora “accolgono” i nuovi cittadini. Ha dovuto lasciarla per l’umidità e perché il proprietario deve ristrutturarla per venderla. La sua ricerca è durata circa tre settimane: a parte la miriade di no ricevuti perché non è né uno studente né soprattutto una studentessa, ha anche ricevuto delle risposte esilaranti al telefono, non fossero discriminatorie. A parte qualche secco “Non vogliamo immigrati”, qualcuno si è avventurato nel paradosso: “No, no, non affittiamo”,«Ma se questo sul biglietto è il vostro numero», era la semplice osservazione di Ibrahim, che per tutta risposta riceveva un “Non è vero” e la chiamata si perdeva.

Dopo un lungo pellegrinaggio per via Leuca, il quartiere di Santa Rosa, il centro ormai off limits (lì i soldi degli immigrati sono stati la base per lussuose ristrutturazioni o nascite di b&b), una San Pio che dovrebbe chiedere un incentivo all’Ente per il diritto allo studio e a quello per le pari opportunità vista la dedizione con la quale sistema esclusivamente quote rosa di studentesse.

Dopo tante esperienze degne del Rocambole di Terrail, Ibrahim conclude il trottolio su viale Taranto, con quattro suoi fratelli. Gli chiedo se oggi saprebbe dirmi se a partire ha fatto bene: «In parte sì e in parte no. Posso apprendere idee economiche e culturali per la mia terra, per il pane e per il suo sviluppo. Tra gli insegnamenti del profeta Muhammad (Maometto, ndr) c’è l’esortazione ad andare a cercare il sapere Jusqu’à la Chine (fino in Cina), ma se non torni è male. E lo stesso diceva Baye Niass, che pure ha fatto molti viaggi ed è morto a Londra: niente è più bello di Medina».

E dopo le citazioni la conclusione: «Credo che il mondo è difficile, ma lavoro per entrare in relazione, ottenere confidenza e il rispetto dalle persone. Cerco sempre di essere un po’ “speciale”, per provare a dialogare, poi nessuno è perfetto. Ed è importante questo: capire che siamo vulnerabili, e darci una mano, tutti». E ci prova anche con me: «è importantissimo per esempio il lavoro di giornalisti come te che lavorano per la conoscenza, la quotidianità e la memoria. Le savoir guide!. Il sapere guida». Non è un francese impeccabile, ma si fa capire. S’è guadagnato un tè e un pacco di gomme.

Intercultura all’italiana

Striscia di Mauro Biani

 

Di Andrea Aufieri. Pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

L’Italia è un paese che racconta di oscillazioni migratorie in entrata e in uscita, da sempre. La misura doveva esser colma già ai tempi di Dante, che respingeva questa donna di bordello, troppo promiscua anche nel meticciato delle sue culture. Il poeta dovrebbe farsene una ragione: nonostante la facilità con cui il popolo abbia voluto seguire bandiere di qualsiasi colore, l’anima è rimasta una e molteplice, divisa e indivisibile. E preparata anche, d’istinto prima ancora che per legge, all’accoglienza, salvo poi dover dare anche un colpo al cerchio del mercato. Così l’orda, per dirla con Stella, i nuovi barbari e la costruzione mediatica del nemico, del capro espiatorio di malesseri sociali prima ancora che economici. E il tentativo d’innesto di modelli che poco hanno a che fare con questo paese. Da diversi anni si evidenzia una realtà senza equilibrio: è richiesta la presenza di lavoratori immigrati, eppure si rende difficile l’arrivo e la permanenza. Fino a quando potrà durare questa situazione, prima che il paese si abbandoni alla povertà e alla vecchiaia cui vuole condannarsi? In questi anni si giocano molte speranze. Siamo abituati a leggere la presenza immigrata sotto la lente della spesa pubblica, e non ragioniamo sulle possibilità di crescita che questa ci offre. Abbiamo provato a porre due domande urgenti agli attori nazionali  dell’intercultura, dalla politica all’arte, dal diritto ai movimenti, dal giornalismo all’università e alla ricerca. La fotografia è piena di contrasti, le potenzialità sono in mano ai cittadini.
Le nostre domande:

  1. Il VII Rapporto Cnel conferma che in Italia è forte la richiesta integrativa rivolta agli immigrati, dall’assistenza alla manodopera, al lavoro qualificato. Tuttavia, siamo ben lungi dal facilitare il loro ingresso e la loro partecipazione. Cosa ha fatto e cosa deve fare il nostro paese sul piano del riconoscimento delle identità perché possa presentare un modello interculturale valido in Europa?
  2.  Come valuta l’apporto che la sua categoria professionale ha dato finora allo sviluppo di un’Italia interculturale e quale potrà essere il suo peso nell’immediato futuro?
Ferruccio Pastore

Ferruccio Pastore_Direttore Fieri, Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione.

Gli anni 2000 rappresentano un cambiamento rispetto agli indirizzi di ricerca tradizionali sui modelli d’interazione e dialogo da parte delle nazioni europee. Gli esempi all’avanguardia di tali sistemi erano i paesi del fordismo come il Regno Unito, poi affiancati dai paesi come la Francia e l’Olanda, che realizzavano un’assimilazione laica a oltranza, mutuando l’esperienza canadese, per arrivare al forte welfare della Germania, sistema più rigido nell’assimilazione culturale. Gli ultimi 15 anni d’immigrazione, però, passando dal 2001 e dagli attentati di Madrid e Londra, che bisognerebbe stabilire quanto abbiano a che fare con la presenza immigrata in Occidente, hanno messo in crisi i vecchi sistemi, rimandando a una sorta di mitologia o stilizzazione di tali modelli anche sul piano normativo. Ed è accaduto che nazioni prima molto aperte come l’Olanda e la Svezia affrontassero una deriva securitaria, mentre la Germania si ammorbidiva sulla questione della cittadinanza. In mezzo a tutto questo l’Italia naviga a vista con repentini cambi di rotta dall’80 a oggi: si frammentano gli approcci a seconda delle proposte avanzate dal privato sociale, dal terzo settore, dalle Regioni e dagli enti locali, relativizzando l’importanza di un modello. I modelli europei dei Duemila si confondono, e rischiano di sfaldare l’Europa unita, perché i sistemi risultano fragili rispetto agli obiettivi da raggiungere. Così si calma l’opinione pubblica introducendo i flussi e assicurando che gli immigrati “cattivi” si rimpatriano e che qui arrivano solo quelli che servono. In realtà il reato di clandestinità, pur rappresentando una politica tra le più pesanti in Europa, sortisce pochi effetti concreti, così come se già c’è una crisi di assorbimento dei cervelli italiani, che emigrano, è utopistico pensare che possano essere richiesti solo stranieri qualificati. Il problema è più complesso se introduciamo la questione delle migrazioni circolari, perché non è detto, anche se razionalmente parrebbe così, che gli immigrati ritornino in patria se non hanno la certezza di trovare una situazione adeguata né quella di poter emigrare nuovamente: manca una progettazione internazionale in tal senso.
La cultura_Parlerei di produttori di conoscenze e di opinioni. La rappresentazione che la società fa di sé quando sta cambiando è di tipo scientifico, giornalistico, autoriale, eccetera. L’Italia è partita da una buona base di ricerca sull’emigrazione, e ci ha messo un po’ per ottenere l’attenzione di sociologi, antropologi e demografi sulle questioni dell’immigrazione. Ancora più tempo, per un percorso che ancora non ritengo concluso, c’è voluto per economisti, studiosi del diritto e della politica. I livelli attuali sono ancora insufficienti rispetto all’importanza della sfida, anche se sia Istat che Banca d’Italia hanno adottato da anni questo filone di ricerca. Mancano soprattutto le risorse. La ricerca è fondamentale per costituire anticorpi contro slogan e strumentalizzazioni. Per una serie di motivi i media vi si approcciano strumentalizzando, per contro c’è chi vede tutto rosa. Capire le trasformazioni profonde e spesso problematiche che l’immigrazione porta con se è possibile se la ricerca consente riferimenti chiari e oggettivi su bisogni e implicazioni.

Franco Pittau

Franco Pittau_Coordinatore “Dossier statistico immigrazione” Caritas/Migrantes.

L’immigrazione fa parte strutturalmente di un paese pregiudicato nel suo sviluppo da un andamento demografico negativo, che si ripercuote sul mercato occupazionale. Inoltre, il Rapporto Cnel mostra le diverse potenzialità d’integrazione riscontrabili nelle varie regioni e province d’Italia. Tutti gli studi statistici, a partire da quelli del’Istat, sono di segno univoco circa l’importanza dell’immigrazione nei futuri scenari del paese. L’anomalia italiana, purtroppo in contesto europeo che è andato anch’esso diventando più ostile all’immigrazione, consiste nell’elaborare una sorta di “mistica pubblica” che mal si compone con questa realtà di fatto. Parlare di un modello italiano è presuntuoso in questa situazione caratterizzata dalla divaricazione tra la realtà effettiva e il suo inquadramento concettuale. Sono, invece, possibili approcci corretti o scorretti agli “stranieri” (che poi, in realtà, tali non sono in quanto destinati a vivere e a morire da noi). Sono positivi il riconoscimento dell’utilità degli immigrati a livello demografico e occupazionale, la curiosità rispetto alla loro diversità culturale e la disponibilità al confronto, il rispetto della loro diversità religiosa; sono negativi, invece, i pregiudizi sullo straniero clandestino, delinquente, persona di secondo rango destinata a mansioni inferiori e non meritevole di godere di pari opportunità. Fin quando non si arriverà a considerare gli immigrati compiutamente “i nuovi cittadini” è fuori posto parlare di un modello interculturale italiano, per giunta valido in tutta Europa.
La ricerca_ La strategia seguita da Caritas/Migrantes in vent’anni di studi statistici si può così riassumere: per convivere, italiani e immigrati insieme, bisogna conoscersi a vicenda; per conoscere correttamente gli immigrati sono di fondamentale utilità i dati statistici; le statistiche vanno interpretate dall’intrinseco e non secondo idee preconcette; il risultato di queste analisi non va limitato a una ristretta cerchia di studiosi e di operatori bensì partecipato all’opinione pubblica; seguendo questa impostazione, bisogna esigere coerenza nei politici, negli amministratori, negli uomini di cultura e nelle persone comuni, così da poter fare pace con il nostro presente e specialmente con il nostro futuro.

Jean-Lèonard Touadi

Jean-Lèonard Touadi_Parlamentare del Partito democratico.

Questi dati sono l’ennesima conferma che il volto del paese continua a cambiare di anno in anno nelle sue strutture sociali, assorbendo sempre più al suo interno persone con culture differenti. L’immigrazione è un momento epocale di trasformazione per questo paese, un dato riscontrabile in tutti i settori, dall’industria al welfare, eppure questo paese stenta a prendere atto del carattere stabile e organico di questo fenomeno, visto che ancora non si fanno i conti con questa realtà dal punto di vista della cultura, della comunicazione, dell’ordinamento giuridico. È evidente la sfaldatura tra i dati che leggiamo e la totale assenza di politiche strutturali. Dobbiamo decidere se possiamo permetterci di considerare gli immigrati, nuovi cittadini, come una casuale presenza spaziotemporale, lasciando che la comunità italiana e quelle straniere vadano per conto proprio. Servono delle politiche mirate a favorire un processo lento ma pianificato di questo pezzo di popolazione. Adeguare una legislazione che ora guarda allo straniero solo come lavoratore, così se questo elemento decade non ha più senso la sua presenza qui. Modellare la legislazione sulla persona, riconoscere le specificità culturali degli stranieri, dando al contempo la possibilità di conoscere l’Italia. E questo processo si completa se si favorisce la partecipazione del soggetto alla vita pubblica: anche senza passaporto, se le persone vivono qui da dieci o quindici anni hanno il diritto di usufuire dell’elettorato attivo e passivo almeno a livello amministrativo. Questo avrebbe il doppio significato dell’inclusione e della responsabilizzazione. Credo si debba lavorare per riconoscere la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati sin dalla nascita, accompagnarli poi nella quotidianità come si fa con tutti, perché siamo lontani ormai dalla fase emergenziale per cui gli stranieri erano solo bocche da sfamare, occorrono al più presto, perché siamo in ritardo, politiche complementari.
La politica_Dal 1980 la politica italiana ha fatto grandi passi avanti verso la consapevolezza della presenza degli immigrati, sfociando poi nella legge Martelli, per arrivare al decreto Dini e alla legge Turco-Napolitano, comportandosi come un paese che prende sempre più atto della presenza di nuovi cittadini. Ma con la Bossi-Fini del 2003 la classe politica si è irresponsabilmente rifiutata di governare e gestire la questione, illudendosi di poter garantire una vita a immigrazione zero. Questa è una grave colpa della classe politica italiana, che deve ora ripartire quanto meno da quel 9% del Pil di sola provenienza immigrata, deve prendere atto del rinnovamento demografico che gli immigrati apportano alla nazione. Deve infine, come compito morale prima ancora che politico, diradare le nubi della paura, esaminare ed eliminare con la costruzione di esempi positivi tutta una simbolica messa in piedi nella designazione del nemico. La consapevolezza culturale e politica dell’inevitabilità del fenomeno deve portare la nostra società ad aprirsi: società che non sono lontane anni luce dalla nostra, (Usa e Germania) essendosi aperte all’altro, sono divenute più giovani e floride.

Ernesto Maria Ruffini

Ernesto Maria Ruffini_Avvocato dell’ associazione A buon diritto.

In questo momento l’Italia è un caso da non prendere a esempio. Lo squilibrio è la dimostrazione di come l’immigrazione sia declinata, letta e affrontata ipocritamente solo per fini elettorali e non per una reale costruzione di modello che comunque si imporrà alle nuove generazioni indipendentemente dalla nostra volontà di arginare il fenomeno. La domanda di forza lavoro è tale che il mondo del lavoro non può fare a meno dell’apporto immigrato. Pensiamo alle badanti che consentono alle famiglie italiane di continuare ad avere ritmi di vita alti, senza preoccuparsi dell’innalzamento dell’età media. Lavori che ormai non sono più appetibili dai giovani italiani, nel mondo dell’agricoltura o in talune fabbriche, perché il rapporto ora/lavoro non alletta nessun italiano. Questo lo stato dell’arte. Forse il superamento della situazione verso un sistema d’integrazione, parola né brutta né bella in sé, ma forse più utile è condivisione della nuova società italiana, avverrebbe consentendo agli immigrati di essere parte della formazione di un nuovo modello societario. Permettere la partecipazione verso una società che comunque, nostro malgrado, si creerà, perché di fatto, per la natalità, andiamo a ritmo incalzante verso la multietnicità e il mutamento fisiologico della nostra identità nazionale. O costruiamo prendendone atto o ignoriamo senza risolvere il problema, senza ostacolare lo straniero che ha trovato il lavoro in nero dal datore di lavoro italiano.
Il diritto_ Il mondo della giustizia è rimesso alla lungimiranza del legislatore e alla sua generosità, nel momento in cui un operatore si trova dinanzi a una normativa chiara, netta e ostativa rispetto al fenomeno immigratorio. Certamente il giudice non ha grandi spazi di manovra: questa potrebbe essersi creata nei mesi scorsi in relazione alla domanda di costituzionalità della legislazione attuale. Rispetto al permesso di soggiorno, invece, la difesa è quasi impossibile. L’unico spazio di difesa è quello di provare a scardinare la figura di reato introdotta sollevando eccezione di costituzionalità. Gli immigrati accusati d’immigrazione clandestina, poi, possono avere altri gravi problemi, e permettono di intraprendere altre tutele nei loro confronti.

Laura Boldrini

Laura Boldrini_Giornalista, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unchr).

Bisogna capire che esiste sviluppo locale anche attraverso i rifugiati, che per la loro presenza si riaprono le botteghe, si ristrutturano i borghi, le suole si riempiono. Semplicemente perché ci sono i rifugiati. Ci sono buone pratiche che però non sono sostenute, c’è la tendenza a rendere la vita dei migranti molto complicata. Penso che si possa fare decisamente di più, ma per farlo c’è bisogno di una visione politica e di convincere i cittadini che dall’immigrazione c’è da guadagnarci tutti, non è trascurare il disoccupato italiano, è consentire più diritti a tutti, perché erodendo i diritti cominciamo con gli immigrati, poi con i rifugiati, poi con le minoranze, le donne, già stiamo erodendo quelli dei lavoratori italiani. Su questo punto la politica dovrebbe avere il coraggio, nell’interesse collettivo, di prendere atto del male che si fa al paese cavalcando l’illegalità. L’Italia è tristemente famosa nel mondo per la malavita organizzata e l’italiano medio, se intervistato sull’illegalità e l’insicurezza, risponde che la prima causa di questo è l’immigrazione. La politica ha lavorato stancamente su questa equazione, pochi si son presi la briga di capire quali altri temi possono essere lanciati. Non si esce più da questa cosa. Chi ha una visione dovrebbe ragionare nel lungo e nel medio termine.
I media_ In quanto giornalista, pretendo di comunicare, che è la cosa più importante, perché bisogna dire alla gente che non si deve sottostare al grande equivoco della paura, grande catalizzatore di consensi. Forze politiche ci marciano. Non risolveremo i nostri problemi cacciando i nostri immigrati. Internet ci fa capire che siamo tutti in movimento, noi il mondo ce l’abbiamo a casa e la migrazione è la stessa cosa, non si possono bloccare, ma al massimo regolare e gestire questi fenomeni. L’Italia ha un ruolo di primo piano nello scacchiere europeo, noi abbiamo nel nostro dna una carta in più, siamo il risultato del crocevia, ma oggi diamo precedenza all’imprenditoria della paura. C’è un’Italia che non si vede, degli impegnati e degli insegnanti che fanno lezione gratuitamente alle persone, quella degli avvocati che fanno valere i diritti, così come c’è l’Italia dei medici che curano senza voler nulla in cambio e che non denunciano gli “irregolari”. Questa Italia non trova sempre spazio sui media, perché i media sono innamorati del modello cattivo, quello del coltello tra i denti. Mia figlia mi chiede perché i ragazzi in tv ci vanno quando fanno i bulli e non quando fanno le cose per bene. Perché, le rispondo, voi non siete trendy, studiate, fate volontariato, non fate notizia. Il cattivo è destinato a non farcela. Dare voce a questa società vincente, orfana anche politicamente, perché la politica trova grande convergenza sul tema della tolleranza, ma poi non compie l’atto pratico, si coniuga sempre e solo la paura e la sicurezza, si respinge in mare, si respinge culturalmente, e rischiando l’isolamento culturale. Andrea Camilleri, che è un mio amico, mi parla spesso della sua formazione e dice sempre che è un bastardo, perché ha rubato da russi, francesi, arabi, persiani. Oggi abbiamo anche noi questa opportunità, senza perdere niente. Il mio lavoro è in concorrenza rispetto al sistema che pone una cappa sul nostro paese.

Mandiaye N’Diaye

Mandiaye N’Diaye_Regista e attore teatrale, curatore del progetto Takku Ligey (Qui l’audiointervista che riporta la sua esperienza in Italia).

Io oggi mi considero un italiano, perché qui ho vissuto la parte più importante della mia vita: avevo 20 anni quando sono arrivato e ne ho 44 ora e sono felice di aver vissuto una vita così. La mia esperienza con il Teatro delle Albe, oggi con Ravenna Teatro, coincideva con l’uscita della legge Martelli, che consideravo come un passo fondamentale nella garanzia dei diritti di tutti. Oggi l’Italia ha messo da parte questa intelligenza, che le proveniva storicamente dall’aver saputo inserire il cristianesimo in Europa, garantendole un grande ruolo. Oggi dovrebbe essere molto più avanti e invece è tornata indietro. C’è un senso d’integrazione a senso unico, e oggi i miei figli vivono in Senegal, ma in futuro dovranno essere i mediatori e traghettatori tra le culture, potranno essere italiani solo a 18 anni, e questa credo sia una mancanza di rispetto. Coinvolgere l’essere umano a far parte della società dovrebbe essere un dovere di una comunità: i figli degli immigrati dovranno divenire cittadini italiani.
L’arte_ Faccio un esempio: nel 2006 con il progetto di “Takku Ligey” (“darsi da fare insieme”,ndr) nel mio villaggio, Dioll Kadd, abbiamo preso un testo di Aristofane, Pluto, il gioco della ricchezza e della povertà. L’abbiamo ambientato nella stagione delle piogge, quando si semina il miglio e l’arachide, e nel nostro villaggio, spopolato da 1500 a 500 abitanti perché tutti sono andati a Dakar o in Europa, le 500 anime litigano perché la tradizione dice che per seminare il miglio bisogna aspettare certi segni di animali che volano e le ombre che cadono in un certo modo: quindi abbiamo riprodotto uno scontro tra conservatori e progressisti, come certi dialoghi tra Cremilo e Carione. Ambientare tutto in un rito antico, simile a quello greco, ha avvicinato due culture in apparenza lontanissime: molti autori e gente di cultura come Marco Martinelli, Gianni Celati e Antonio Aresta hanno apprezzato molto questa riscrittura, apparentemente lontana e antica, rimodulata per l’attualità a fare un ponte tra due culture, questo è intercultura. Oggi in Italia molti gruppi musicali e teatrali fanno intercultura. In più di tre anni trecento italiani sono venuti a Dioll Kadd, dal sud al nord, il nostro piccolo teatro riesce a unire l’Italia. Abbiamo anche partner che ci sostengono da Lecce alla Svizzera grazie al progetto di meticciato che abbiamo realizzato. Il teatro fa incontrare le persone, al di là delle volontà secessioniste di qualsiasi spinta. Noi riuniamo degli amici intorno a un teatro, un progetto di sviluppo.

Marco Bersani

Marco Bersani_Coordinatore nazionale Attac Italia, Associazione per la tassazione delle transizioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini.

L’Italia deve guardare alla propria storia, siamo una terra d’immigrazione dopo essere stati migranti, portatore di una storia e di una cultura, il problema va preso di petto. Non si può separare l’utilizzo di manodopera e professionisti che arrivano dal mondo migrante chiedendo loro di essere presenti in campo lavorativo, ma escludendoli da tutto ciò che non attiene a quella sfera. Questo è un problema politico: usare migranti per abbassare il livello di diritti dei lavoratori italiani, cosa che ha creato conflitti orizzontali. Fasce deboli della popolazione sono caduti nell’ideologia della paura e della sicurezza. Eppure i reati di microcriminalità sono minimi rispetto al totale, aumentano invece le violenze familiari. Problemi nelle relazioni affettive significano che si rompono i legami sociali, si costruiscono meno relazioni, e sulle poche che ci sono gli italiani giocano tutto e se si rompono accade un crack. Invece vogliamo distrarci col nemico esterno diverso culturalmente, religiosamente. Un capro espiatorio fortissimo. Credo che si debba considerare l’Italia una terra di accoglienza, un elemento di ricchezza materiale, contribuiscono all’aumento dei livelli di ricchezza e di cutlura. Appartenenze e identità sono sempre più piccole e spesso fasulle, come la Lega che nasce dall’appartenenza a un mito che non ha fondamenti nella storia.
I movimenti_ Associazioni e movimenti, soprattutto quelli gemmati dal movimento dei movimenti costituitosi a Genvoa e poi radicato con alterne vicende nei territori, hanno fatto un buon cordone intorno alla questione dell’affermazione dei diritti degli immigrati. Ora faticano nel trasportare l’attenzione da un’errata concezione residuale delle politiche immigratorie nell’agenda politica, verso un’affermazione centrale. Sforzarsi di leggere la società dal punto di vista del migrante perché questa non ha un suo andamento e poi, a margine, ha un problema sugli immigrati: la società non funziona e un’ottima cartina tornasole sono i migranti. Le persone sono schiacciate dalle logiche di mercato. Associazioni e movimenti dovrebbero riuscire a dare una lettura complessiva del fenomeno come parte della complessità della società italiana e mobilitarsi, perché se no dobbiamo prepararci a cedere terreno nel campo dei diritti di tutti. Devo registrare un’insufficienza dei movimenti stessi perché un conto è solidarizzare e un altro costruire una cultura maggioritaria, dentro le persone non direttamente attive sulla questione per una diversa consapevolezza su chi arriva dall’altra parte del mondo. E certo bisogna fare i conti poi con una campagna mediatica pesante che instaura la paura nel cittadino medio: è facile immaginare che ci sono problemi di sicurezza rispetto alla disfunzione dello stato sociale, magari attribuibili a certe comunità piuttosto che criticare un modello economico, sociale, ecologico che va contro i reali bisogni delle persone.

Intercultura all’italiana?

Imbastendo le interviste viene fuori un abito di difficile vestibilità per gli italiani. Ci si chiede se sia effettivamente utile allestire un modello stabile dinanzi a un fenomeno costante nei suoi dati oggettivi, ma aleatorio riguardo alla qualità. E pare ormai scontata l’impossibilità di allestire politiche migratorie a sé stanti, come se fossero slacciate dai problemi trasversali che attraversano e mettono in crisi ogni aspetto della società italiana. Non contrastato né tanto meno rivisto da una politica responsabile a livello comunitario, il mercato economico, finanziario e del lavoro del sistema in cui viviamo prende con ferinità il sopravvento su ogni aspetto della vita sociale. Questa situazione dà adito a una precarietà che fa impressione per la vastità e la profondità raggiunte. Incapace in questo momento di dare risposte di fronte all’Europa, se non sul piano dei respingimenti, e al contempo lasciata sola a gestire il crocevia dall’Europa stessa, l’Italia ha delle lillipuziane speranze. I singoli esempi e progetti di inclusione e socializzazione per tutti, la possibilità di rendere più ampia la partecipazione degli immigrati, la ricostruzione giornaliera, costante di un nuovo tessuto sociale che dia nuove basi al concetto di identità attraverso l’educazione e la formazione. Ripartire dai comuni: sono questi gli esempi che vanno incoraggiati e strutturati.
Per un’Italia capace di futuro.

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