Turismo accessibile nel Salento: luci e ombre

Il Gigante di Felline (Lecce), a pochi chilometri dalla costa ionica, sembra aspettarti da secoli. La sua maestosità respira e trasuda. Grazie alla percezione tattile, tutto il tuo corpo è coinvolto, e nonostante i 14 metri di chioma, i 10 d’altezza e i 12 di circonferenza, ti sembra di stringere tra le braccia una vita fragilissima. Ti sembra di abbracciarlo e che lui ricambi. Colpito dal batterio xylella fastidiosa, questo pezzo di duemila anni di storia del Salento ha reagito positivamente grazie a un innesto di leccino che sembra averlo salvato. Grazie alla larghezza della sua base, ci puoi entrare dentro e sentirti protetto, ma anche suonare la chitarra e fare un piccolo spuntino in compagnia. Con grande generosità, il proprietario del terreno lascia entrare i turisti e coloro che vogliono provare l’esperienza. Una questione di cuore, come quello che sorregge il grado di accessibilità del turismo salentino.

Questa e altre esperienze mozzafiato e multisensoriali nel Salento, Samuele Frasson, 30 anni, consigliere dell’Unione ciechi di Varese, le ha vissute nell’agosto del 2014. La sua associazione ha portato per due settimane 17 persone a godersi l’estate con pacchetti chiari, ma anche piacevoli fuoriprogramma. La loro fortuna è stata quella di entrare in contatto con imprenditori sociali e disabili al tempo stesso come Diomede Stabile (accessalento.it) e Alessandro Napoli (3tservices.it). Grazie alle loro capacità e all’esperienza del territorio, i due hanno imparato a rendere magica un’esperienza che deve ancora esprimere tutto il suo potenziale. «Loro sono la marcia in più dell’accessibilità per il vostro turismo», dice Samuele.

I pionieri del turismo accessibile  

«Diomede è un pioniere del settore – lo presenta Alessandro –, nel 2008 ha vinto il bando regionale Principi Attivi con la sua Anyway Accessalento per realizzare la “Prima guida sul turismo accessibile del Salento”». «Con la loro 3T Service (dove le tre “t” stanno per turismo, territorio e tutela, ndr), dalla piccola Alliste Alessandro e sua moglie Sonia offrono una gamma di servizi e intuizioni importanti per l’accessibilità del territorio», li presenta Diomede, portatore della malattia di Charcot-Marie-Tooth. Sandro e Sonia, cieco totale lui e ipovedente lei, proseguono: «Dopo la nostra esperienza fuori dalla Puglia per vicissitudini private abbiamo deciso di investire su noi stessi improntando la nostra azione verso l’accessibilità nei rispettivi codici». Alessandro è specializzato nel Braille e Sonia nel Malossi. Il loro network comprende alcune delle realtà più attive, come i circuiti Turismetica e Open Blind. Tra le attività principali la collaborazione al progetto No Barrier della Provincia di Lecce, per la quale hanno realizzato delle miniguide in braille e lo sviluppo di materiale tattile a uso mappa in 3d per il network Cittàtralemani.


Dopo lo sviluppo della guida, per la quale sono stati coinvolti 1500 esercizi, con 300 riscontri e un’ulteriore selezione finale, Anyway ha invece ottenuto un passaggio alla Bit di Milano, ha ispirato evoluzioni del progetto in Italia e all’estero e poi, continua Diomede: «offriamo consulenza e formazione alle imprese pubbliche e private e organizziamo corsi di formazione per “Operatori del Turismo Accessibile”». Diomede è intanto diventato consigliere del suo Comune, Castrì di Lecce, e socio del parco turistico-culturale «G. Palmieri» di Martignano, diretto da Leo Rielli.

La mediazione offerta da Anyway e 3TService serve a coprire le carenze di un territorio non sempre all’altezza dei numeri che attrae e a volte culturalmente disattento alle necessità dei disabili. Oltre a individuare i posti giusti per tutte le esigenze, Diomede e Alessandro organizzano visite guidate coinvolgenti, offrendo esperienze tattili nella fruizione di monumenti e altri aspetti della cultura del territorio, dalle doverose visite nel cuore del barocco leccese, ma anche Otranto, Gallipoli e nei posti mozzafiato come Castro oppure nel cuore di eventi come il cartellone della Notte della taranta, vissuta in piena sicurezza. E poi trekking rurali e memorabili fuoriprogramma. Un esempio è quello del picnic sotto il Gigante di Felline, ma anche l’escursione al frantoio ipogeo di Castrì, con degli accompagnatori speciali, cioè il sindaco e gli assessori del Comune. Il trekking rurale per disabili, in particolare, spiega Alessandro, «è stato trascurato in passato, ma le nostre campagne, con piccoli accorgimenti nei percorsi si prestano alla grande sia per disabili della vista che per disabili motori. Offrono paesaggi unici, esperienze straordinarie di conoscenza e di autocoscienza, arricchiscono il potenziale turistico del nostro territorio e non sono legate a una stagione in particolare». «I nostri gruppi per le escursioni non sono mai “chiusi”, ma eterogenei – puntualizza Diomede – perché preferisco che ci sia coinvolgimento anche con i normodotati e che anzi ogni esperienza sia progettata per tutti».

Un Salento da 8 in pagella

La ricaduta di questo impegno? Samuele Frasson: «Assegno un bell’8 in pagella al fantastico Salento, ci tornerò senz’altro, ma è grazie all’impegno di operatori sensibili che le difficoltà sono sembrate più lontane». Giovanni Leoni, 65 anni, presidente dell’associazione La Goccia, di Lecco, è stato in vacanza nel 2011 per una settimana con 40 persone, metà disabili della vista, psichici e motori, e metà accompagnatori. «Il mio voto è di 8/10. Grazie a Diomede abbiamo goduto al meglio di tutti i posti (Castro e Otranto resteranno nel mio cuore), abbiamo vissuto a pieno la vostra Lecce e vissuto tanti bei momenti. Quando hai la possibilità di gestire queste cose al meglio, curare i dettagli della logistica, allora non hai tempi morti e valorizzi il tempo a disposizione. E apprezzi». Fabrizio Marta, 45 anni, disabile motorio, responsabile delle risorse umane al Consorzio servizi sociali di Verbania e autore del blog Rotellando per Vanity Fair: «Sono stato molte volte nel Salento e assegno un 7 complessivo, ma quando nel 2013 Diomede si è occupato delle mie vacanze, è stata l’unica volta che ho trovato una casa privata completamente accessibile e anche vicina al mare come desideravo».

Samuele e Giovanni hanno scelto la grande struttura Residenza Torre Rinalda (torrerinaldaresidenza.it). A dire il vero Giovanni aveva scelto un altro albergo. Il proprietario era molto gentile e cercava di venire incontro al meglio alle esigenze dei clienti. Ma alla fine del secondo sopralluogo della Goccia, quando gli operatori erano già era sul treno del ritorno, costernato il proprietario li chiama dicendo che si tirava indietro perché la moglie gli aveva fatto notare che i clienti affezionati avrebbero forse provato fastidio ad avere così tanti disabili intorno. Il lato oscuro del Salento.

A distanza di tre anni da ciascuna visita i due gruppi di ospiti hanno trovato squisita l’accoglienza del residence, che ha via via curato particolari e attenzioni. Il pranzo, per esempio, oltre ad essere ricco e vario, e permettere dunque ampia e ottima scelta agli ospiti con diverse esigenze alimentari, non è più solo un buffet, che rende necessario l’accompagnamento, ma è servito ai tavoli se è il caso. Ed è migliorata anche la possibilità di fruire di tutte le aree della grande struttura, comprese le due piscine per adulti e bambini. Le stanze sono ampie e attrezzate per la disabilità motoria, ma c’è anche una buona assistenza per i disabili sensoriali. I cani guida possono sostare e usare anche il piccolo cortile di cui è dotata ogni stanza. La distanza tra i vari locali e il mare è minima e sempre pianeggiante: un bar, un bazar un’edicola, l’anfiteatro, il centro estetico. Distanza zero tra le stanze e il mare. In spiaggia gli ombrelloni sono in prima fila e dotati di sedie job. Quest’ultimo accessorio è molto presente sulle spiagge salentine. Fabrizio: «Non esisteva neanche in molte spiagge di Rimini o della Liguria e mi ha fatto piacere trovarlo praticamente in tutti i lidi che ho visitato».

Le zone d’ombra

Per tornare al lato oscuro. Oltre alla disavventura con la prima struttura scelta, Gianni è abbastanza netto: «non torneremmo nel Salento perché il viaggio è lungo circa 1200 chilometri e in treno è un calvario per la lentezza e per i disservizi», non può scegliere l’aereo, «e in pullman nelle autostrade è una sofferenza che non vorrei più infliggere al gruppo». Per non parlare del trasporto pubblico locale. Samuele: «Senza la mediazione di Diomede che ci ha trovato una soluzione su misura affittando un pulmino, sarebbe stato impossibile spostarsi». Con i mezzi non è andata bene neanche a Fabrizio: «Tutte le volte che sono venuto ho evitato di guidare io perché ero con amici. Quando ho provato a venire da solo, ho dovuto rinunciare. Anzitutto perché ho capito che senza auto nel Salento non vai da nessuna parte, sembra essere un fatto culturale, e poi perché non si trovava nessuna auto a noleggio attrezzata per me. Tranne qualcosa di molto complicato nei pressi di Bari. Insomma, niente da fare. Eppure io viaggio tantissimo».  C’è anche altro, per Fabrizio, che ha esplorato quasi tutto il litorale salentino: «Il mio 7 è per la costa adriatica. Va detto che le condizioni morfologiche, la pianura, l’aerosità e persino la pietra dei basolati dei vostri centri storici aiutano molto, oltre alla naturale inclinazione per l’accoglienza. Ma il mio voto si trasforma in 4 se parliamo dello Ionio, eccetto le “Maldive” (il litorale di Pescoluse, ndr). Da quel versante sono chiaramente interessati ad altro ed è difficile rendere accessibile il sistema».

Dieci milioni di potenziali clienti

La Puglia deve fare molto per tentare di presentarsi come regione accessibile e non solo dal punto di vista delle strutture di accoglienza. I numeri sembrano interessanti: secondo un’indagine di Europcar-Doxa nel 2015 questo turismo riguarda circa dieci milioni di persone, oltre il 16% delle famiglie guardando solo all’Italia, che se solo trovassero servizi adeguati varrebbe 27,8 miliardi di euro. L’1,75% del PIL nazionale. Secondo il Libro bianco sul settore, pubblicato nel 2012, la risposta della Puglia è stata di soli cinque progetti completi attivi. Il Libro bianco, prevede azioni di monitoraggio e di responsabilità politica, economica e sociale.

Puglia For All

 La Regione ha attivato il primo tassello, con il progetto di monitoraggio e censimento Puglia For All. Promosso dall’agenzia regionale del Turismo PugliaPromozione, in attuazione degli obiettivi strategici dell’assessorato regionale, è stata condotta una rilevazione delle informazioni relative all’accessibilità delle strutture ricettive pugliesi, affidandone il servizio alla società specializzata Village4All, che ha vinto l’apposito bando pubblico. “Da progetto, – si legge nella relazione di Puglia Promozione – il numero di strutture ricettive da monitorare è 400, di cui 100 nel Gargano e Daunia e 300 divise tra Puglia Imperiale, Bari e la Costa, Valle d’Itria, Magna Grecia Murgia e Gravine e Salento. Hanno risposto alla call Puglia For All, lanciata dall’Agenzia da aprile 2015, per la selezione delle strutture da rilevare, circa 300 strutture alberghiere ed extralberghiere.  Sono state monitorate effettivamente, alla data del 31 dicembre 2015, 250 strutture ricettive tra alberghi, affittacamere, agriturismi, campeggi, case e appartamenti per vacanze, case per ferie, motel, ostelli, residence, villaggi albergo”.  Il monitoraggio, non ancora completo, è stato poi aggregato da seminari professionalizzanti per il settore e affiancato da altri progetti di sensibilizzazione come il già citato No Barrier della Provincia di Lecce. “Il risultato delle rilevazioni permetterà di restituire alle strutture visitate anzitutto una scheda tecnica e un testo descrittivo con tutte le informazioni sull’accessibilità e l’eventuale piano di miglioramento.

Territorialità e problem solving

 Gli operatori presenti sul territorio non nascondono le loro preoccupazioni: «Siamo ancora in una fase di monitoraggio?» si domanda Alessandro Napoli, che auspica misure vincolanti per adeguare il tpl e attrezzare le stazioni, ad oggi prive di ascensori, elevatori con le batterie scariche se presenti, e rampe. Diomede Stabile: «Se in qualche modo, grazie al territorio pianeggiante, i disabili motori se la cavano, non è possibile al momento usufruire autonomamente della cultura, ma anche della vivibilità cittadina per i disabili motori. Non ci sono mappe tattili, o quelle superstiti non si trovano in punti uniformi dei comuni, tipo vicino al Municipio». Molto si sta lavorando nel settore della ristorazione, con l’impegno di 3TService, che ha realizzato menù in braille e organizzato cene al buio per sensibilizzare alla tematica; e Anyway opera nella formazione degli attori che animano il comparto.

Il nodo scorsoio dei trasporti

 È evidente che il vero nodo critico riguarda il sistema trasportistico. L’aereo non è sempre possibile per i grandi gruppi, per esempio. E qualora lo diventasse, bisognerebbe adeguare il servizio navetta dagli aeroporti più vicini fino alle località di interesse. Il muro del pianto è rappresentato dai treni. Le promesse sul Frecciarossa fino a Lecce dovrebbero concretizzarsi a breve, ma resta l’incognita del tratto Termoli-Lesina, vera spada di Damocle sugli audaci che tentano di guadagnare l’ingresso in regione. E poi taxi e noleggio auto: costi contenuti e comodità di tutti, se non proprio piena autonomia, sarebbero dietro l’angolo. Basterebbe farlo capire agli operatori. Altrimenti, come tutti gli intervistati dicono, si continua a guardare alla Danimarca e alla Spagna per l’estero; al Piemonte, all’Emilia Romagna e alla Toscana in Italia.

Proprio per tutti

«Un peccato!», dicono all’unisono Alessandro e Diomede, perché riprogettare la vivibilità delle città e del turismo includendo tutti porterebbe molti benefici. Anzitutto la destagionalizzazione, perché non tutti amano il caos antropico dei mesi caldi, senza contare la possibilità di realizzare eventi imperdibili come il Carnevale di Martignano proposto dal Parco “Palmieri”: carri che proponevano uno sguardo positivo sulla disabilità e sul riuso dell’ausilio, strade messe in sicurezza e postazioni che permettono di far godere la festa anche ai malati di sla. E poi la comodità: una rampa è apprezzata anche dalle madri con i passeggini o dagli anziani. E la tecnologia può far molto, nelle smart cities, per i disabili sensoriali. Un nuovo modo di guardare. Multisensoriale, appunto. 

Salento e balkan, nozze d’argento

Coste dell'Albania viste da Otranto- Foto di Roberto Rocca
*Coste dell’Albania viste da Otranto- Foto di Roberto Rocca

«Siamo stati costretti a ferirci per capire che avevamo tutti il sangue dello stesso colore». Claudio Prima chiude così la canzone Larg. Lontano, nel cd Contagio. La strofa indica il cambio di prospettiva tra Italia e Albania all’inizio del nuovo millennio: musica come primo contraccettivo contro ogni stereotipo. Dopo un lungo flirt, la musica popolare salentina e quella balcanica provano a fondersi. È un traguardo difficile, anche se molto vicino. Come le cinquantacinque miglia marine che racchiudono il Canale d’Otranto.

Bandadriatica – Larg. Lontano – Contagio

Marco Leopizzi, critico musicale, definisce l’incontro come «musica adriatica» e ne ha raccontato tre anni fa la storia in un saggio pubblicato sul periodico Palascìa_l’informazione migrante, dal titolo Il balkan nel Salento e la riscoperta dell’Est Europa-Storia di incontri, contagi e tempi dispari. «Buona parte della musica balcanica ha assorbito caratteristiche di quella araba, a causa della dominazione dell’Impero ottomano – ha scritto-, il regime comunista di Enver Hoxha è stato assai attento alla formazione musicale: dal secondo dopoguerra sono fiorite scuole di musica e danza, orchestre, cori, ensemble professionistici e amatoriali». Grande attenzione alla tradizione, dunque: «Canti monodici ed epici, musiche pastorali dei Gheghi del Nord, i Toschi e i Lab del Sud (canto corale oggi patrimonio dell’Unesco); la musica urbana, specie al Nord è eseguita con llautë (liuto) o çifteli (liuto a manico lungo con due corde) – sostituiti oggi da fisarmonica – gërnetë (clarinetto), violino e def (tamburo a cornice)».

 Nessuno spazio, però, per tutto il nuovo venuto da Ovest come jazz, rock e pop, tranne che nei primi anni settanta, quando sembrò esserci un’apertura tale da arrivare a trasmettere il festival di Sanremo in televisione. Hoxha fece subito marcia indietro e a pagare fu il direttore Todi Lubonja, spedito in un gulag insieme al figlio Fatos, che ha poi raccontato tutta la storia in Intervista sull’Albania. In quel periodo esplose la voce cristallina e duttile della Mina d’Albania, al secolo Vaçe Zela,  icona pop scomparsa a febbraio 2014. La sua prima affermazione risale al 1962, anno in cui vince la prima edizione del Festivali i Këngës, il Sanremo albanese. Il trionfo si ripete altre nove volte.

Vace Zela – Lemza – Kenget E Vendit Tim

Ecco il clima da cui provengono nei primi anni novanta Admir Shkurtaj e Adnan Hozic, albanese il primo e bosniaco il secondo. Ai due vanno aggiunti i fratelli Ekland e Redi Hasa. Un quartetto che fungerà da agente provocatore in vari gruppi salentini di riproposta o di innovazione. Un contagio, appunto. Hozic conosce i salentini Antongiulio Galeandro e Cesare dell’Anna, che formano gli Opa Cupa nel ‘98. Il gruppo partecipa subito all’album dei baresi Folkabbestia, Breve saggio filosofico sul senso della vita. Sullo stesso solco arrivano l’anno seguente le melodie delle Faraualla, che incidono l’omonimo album d’esordio. Ancora nel ’99 Shkurtaj è fautore dell’espansione a Levante dei Ghetonìa di Mari e lune a Est del SudIl gruppo è da sempre attento alla contaminazione mediterranea del grìko e con un grande seguito in Grecia.

I Folkabbestia – Ju flet Tirane – Breve saggio filosofico sul senso della vita

Faraualla – Rumelaj – Faraualla

Dopo l’album Live in contrada Tangano del 2000, gli Opa Cupa accolgono il pianista Ekland Hasa, che ha una parte importante nel secondo exploit balkan jazz del gruppo nel 2005, con Hotel Albania. L’anno prima il fratello Redi è approdato nei progetti di Claudio Prima: Adria, etnojazz dal sapore adriatico, e Bandadriatica, al limite del bandistico con un forte innesto di fanfara balcanica. Dal secondo germogliano Contagio e Maremoto (2007 e 2009), frutti di un intenso lavoro di ricerca e armonia. Gli Adria tentano invece un delicato incontro tra canzone d’autore e architetture complesse con un forte influsso slavo.

Nel suo saggio, Leopizzi sembra tracciare il punto di non ritorno nel 2005, anno di uscita di Hotel Albania degli Opa Cupa: «Tra le migliori produzioni del world beat italiano, il disco mostra l’evoluzione della band verso un balkan progressive maturo, che si (con)fonde con il jazz, la musica per banda e i ritmi maghrebini».

Opa Cupa – Lijepa Haijeria – Hotel Albania

Il 2002 battezza un altro progetto di Admir Shkurtaj, i Talea, che nella prima formazione vedono anche Hozic, e Distante. Il progetto è un felice incontro tra strumentale moderna, jazz e tradizioni adriatiche. Leopizzi definisce come «imprescindibile»l’album Jarinà Jarinanè del 2006. Il sapere musicale dell’occidente sposa le arie balcaniche con effetti sorprendenti e un tessuto melodico coinvolgente.

Talea – Fratello balcanico pt 1 – Jarinà Jarinanè

Il saggio si ferma qui, ma la ricerca e le produzioni sono andate avanti. Il 2014 ha visto la pubblicazione dell’ultimo lavoro di Shkurtaj, Feksìn, secondo lavoro di piano-solo dopo Mesìmer del 2012, e di un nuovo progetto che vede impegnato Redi Hasa con Maria Mazzotta, già voce degli Adria e di gruppi di riproposta, per l’album Ura. I Ghetonìa hanno ristampato tre cd che hanno fatto la storia: Mara l’acqua/Agapiso/Malìa. E ci sono anche i Kerkim, ai primi vagiti, autori di mezcla tra musica albanese, turca e andalusa. I Kerkim sono un progetto di Manuela Salinaro e  tra gli altri del quintetto ospitano Vincenzo Grasso, già clarinettista della Bandadriatica. Anche il gruppo di Claudio Prima ha compiuto nel 2014 un complesso e interessante studio musicale sulle origini della musica adriatica Il progetto si chiama Floating Art e si è tradotto in una serie di concerti live.

Admir Shkurtaj – Aira de lu trainu – Feksìn

Leopizzi sintetizza i primi venticinque anni dall’incontro tra Puglia e Albania: «La misura della penetrazione della cultura balcanica nel Salento la offre bene un curioso fenomeno. Il ritmo della rumba balcanica è oramai presente in molti arrangiamenti dei gruppi di medio livello, ma anche in quelli di alcuni big della musica popolare salentina». I ritmi balkan come riflessi incondizionati sono entrati nel dna dei musicisti come repertorio abituale. Piccolo miracolo interculturale a suon di musica.

 Adnan Hozic in un video di Daniele Sepe

Un amore lungo quarant’anni

L’amore esploso negli anni novanta tra Puglia e Albania è solo l’apice di una relazione che vedeva i primi flirt già nei primi anni settanta. I primi a farsi influenzare dal grecale sono gli Area. La prima formazione del gruppo, attiva tra il 1972 e il 1983, è composta da Demetrio Stratos (voce e organo), Victor Edouard Busnello (fiati); Patrick Djivas (basso), Gaetano Leandro (tastiere), Johnny Lambizi (chitarra) e Giulio Capiozzo (batteria). Il gruppo si propone di organizzare l’incontro tra l’elettronica e il Mediterraneo. E così, a un anno dalla nascita, viene inciso Luglio, agosto, settembre nero (’73) e l’anno successivo Cometa rossa (’74).

Vent’anni dopo è proprio Adnan Hozic ad avviare uno studio più approfondito della musica balcanica. Hozic conosce a Napoli Daniele Sepe, Carmine Guarracino e Lello di Fenza, con i quali fonda Balkanija e incide due album e una raccolta, tutti e tre editi da Il Manifesto: Balkanija (1997), Miracolo (2004) e Trasmigrazioni (1996). Già dal 1992 il gruppo  frequenta i campi rom,  dialoga con gli zingari, si lascia contaminare dalla loro musica e prova a fonderla con le tarantelle. Un connubio che alla morte del musicista bosniaco prosegue con il gruppo dall’eloquente nome di ‘O Rom.

*Articolo pubblicato sul numero monografico di Mediaterraneo News a novembre 2014, nell’ambito del progetto europeo “Beams” contro gli stereotipi legati all’Albania

Veleni nel Salento, Motta: Difficile trovare un colpevole

Un altro ritrovamento di rifiuti speciali nel Sud Salento. La prima uscita pubblica sull’argomento da parte del procuratore Cataldo Motta, mentre infuriano le polemiche sui veleni nel tracciato della nuova strada 275.

«Si dovrà procedere con la massima cautela perché quello ambientale è un settore particolarmente difficile, per la scarsità delle norme del codice e per l’avvicendarsi di leggi in materia che rende difficile l’accertamento dei reati e lo sviluppo delle indagini». Non si sbilancia Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, durante il suo primo intervento pubblico per fare il punto a seguito degli ormai numerosi rinvenimenti di veleni interrati che si susseguono da più di un mese. Solo ieri, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno individuato un altro sito, il quarto, in contrada «Orie» nei pressi di Scorrano. Nel sottosuolo di parte dei quindicimila ettari analizzati sono stati ritrovati per ora lastre rotte di eternit, pezzi di tufo e altri scarti da costruzione. Il terreno è stato acquistato cinque anni fa da un’impresa immobiliare, che non è responsabile degli interramenti.

È ancora presto per stabilire se anche il sito di Scorrano presenti scorie che possano ricollegare il ritrovamento alle inchieste sui veleni scaricati dalle industrie dell’ex indotto del «tac». Laconico il commento di Motta: «In questa particolare indagine non abbiamo indicazioni che riportino ad attività della criminalità organizzata». I ritrovamenti dunque si devono discostare, per il momento, dalle inchieste sulla connivenza tra imprese, camorra e scu che tengono banco da novembre. Durante l’exploit economico degli anni novanta, infatti, le aziende che operavano nei settori del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero (da cui l’acronimo «tac») avrebbero raggiunto accordi con i boss della Sacra corona unita per disfarsi dei rifiuti senza costi eccessivi.

Le prime indagini della procura guidata da Motta, ma seguita dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, hanno evidenziato che i conti di molte aziende non tornano: registri di carico e scarico fanno volatilizzare tonnellate di rifiuti speciali. I due filoni d’indagine già aperti nel solo Salento riguardano la contrada «Li Belli» tra Supersano e Cutrofiano, e le discariche rinvenute tra Patù, Alessano e Tricase, dove per altro i finanzieri hanno dovuto interrompere i lavori per i miasmi emanati dai resti chimici. I ritrovamenti hanno sconcertato perfino gli inquirenti, che avevano seguito le indicazioni del camorrista Carmine Schiavone, e del pentito della Scu Silvano Galati rese nel 1997 e desecretate soltanto lo scorso autunno. Galati aveva descritto il sistema, ma si era riferito con certezza soltanto alla contrada «Li Belli». A diciassette anni di distanza proprio Motta ha dichiarato di non voler «rincorrere fantasmi», lasciando così che ad aprire l’inchiesta fosse solo la procura di Bari con il pool guidato da Pasquale Drago. Le denunce della stampa e delle amministrazioni salentine che ne sono seguite hanno fatto costretto la procura al dietrofront.

È così che adesso è scoppiata anche una questione spinosa. Parte dei rinvenimenti si trova sotto il tracciato della strada statale in costruzione più discussa del territorio, la 275. Pensata ventotto anni fa proprio per rendere fluidi i traffici con le aziende del tac, la strada è stata al centro di furiose polemiche con gli ambientalisti e non solo, che ne contestano tuttora l’invasività e l’opportunità. «Le attività d’indagine-ha dichiarato Motta in merito alla polemica che si è aperta-non comprendono anche valutazioni sulla legittimità del tracciato della 275», ma subito dopo ha aggiunto: «Non si può costruire una strada sulle discariche portate alla luce con le indagini della procura». Dopo ventott’anni e 288 milioni spesi il progetto della strada dovrà restare ancora al palo. Le connivenze tra mercato e malavita vengono troppo lentamente fuori dall’ombra del barocco.

Veleni interrati nel Salento. Motta: difficile trovare i colpevoli

LECCE – Un altro ritrovamento di rifiuti speciali nel Sud Salento. La prima uscita pubblica sull’argomento da parte del procuratore Cataldo Motta, mentre infuriano le polemiche sui veleni nel tracciato della nuova strada 275.

«Si dovrà procedere con la massima cautela perché quello ambientale è un settore particolarmente difficile, per la scarsità delle norme del codice e per l’avvicendarsi di leggi in materia che rende difficile l’accertamento dei reati e lo sviluppo delle indagini». Non si sbilancia Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, durante il suo primo intervento pubblico per fare il punto a seguito degli ormai numerosi rinvenimenti di veleni interrati che si susseguono da più di un mese. Solo ieri, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno individuato un altro sito, il quarto, in contrada «Orie» nei pressi di Scorrano. Nel sottosuolo di parte dei quindicimila ettari analizzati sono stati ritrovati per ora lastre rotte di eternit, pezzi di tufo e altri scarti da costruzione. Il terreno è stato acquistato cinque anni fa da un’impresa immobiliare, che non è responsabile degli interramenti.

È ancora presto per stabilire se anche il sito di Scorrano presenti scorie che possano ricollegare il ritrovamento alle inchieste sui veleni scaricati dalle industrie dell’ex indotto del «tac». Laconico il commento di Motta: «In questa particolare indagine non abbiamo indicazioni che riportino ad attività della criminalità organizzata». I ritrovamenti dunque si devono discostare, per il momento, dalle inchieste sulla connivenza tra imprese, camorra e scu che tengono banco da novembre. Durante l’exploit economico degli anni novanta, infatti, le aziende che operavano nei settori del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero (da cui l’acronimo «tac») avrebbero raggiunto accordi con i boss della Sacra corona unita per disfarsi dei rifiuti senza costi eccessivi.

Le prime indagini della procura guidata da Motta, ma seguita dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, hanno evidenziato che i conti di molte aziende non tornano: registri di carico e scarico fanno volatilizzare tonnellate di rifiuti speciali. I due filoni d’indagine già aperti nel solo Salento riguardano la contrada «Li Belli» tra Supersano e Cutrofiano, e le discariche rinvenute tra Patù, Alessano e Tricase, dove per altro i finanzieri hanno dovuto interrompere i lavori per i miasmi emanati dai resti chimici. I ritrovamenti hanno sconcertato perfino gli inquirenti, che avevano seguito le indicazioni del camorrista Carmine Schiavone, e del pentito della Scu Silvano Galati rese nel 1997 e desecretate soltanto lo scorso autunno. Galati aveva descritto il sistema, ma si era riferito con certezza soltanto alla contrada «Li Belli». A diciassette anni di distanza proprio Motta ha dichiarato di non voler «rincorrere fantasmi», lasciando così che ad aprire l’inchiesta fosse solo la procura di Bari con il pool guidato da Pasquale Drago. Le denunce della stampa e delle amministrazioni salentine che ne sono seguite hanno fatto costretto la procura al dietrofront.

È così che adesso è scoppiata anche una questione spinosa. Parte dei rinvenimenti si trova sotto il tracciato della strada statale in costruzione più discussa del territorio, la 275. Pensata ventotto anni fa proprio per rendere fluidi i traffici con le aziende del tac, la strada è stata al centro di furiose polemiche con gli ambientalisti e non solo, che ne contestano tuttora l’invasività e l’opportunità. «Le attività d’indagine-ha dichiarato Motta in merito alla polemica che si è aperta-non comprendono anche valutazioni sulla legittimità del tracciato della 275», ma subito dopo ha aggiunto: «Non si può costruire una strada sulle discariche portate alla luce con le indagini della procura». Dopo ventott’anni e 288 milioni spesi il progetto della strada dovrà restare ancora al palo. Le connivenze tra mercato e malavita vengono troppo lentamente fuori dall’ombra del barocco.

Andrea Aufieri per Medi@terraneo News

Koreja, il teatro con la “k” maiuscola

Passo dopo passo. Il teatro secondo Franco Ungaro, direttore organizzativo dei Cantieri Teatrali Koreja.

Ungaro
Franco Ungaro

Dal 19 al 28 giugno il Teatro romano di Lecce ospita la nuova edizione di Ecumenes (Eredità culturali del Mediter­raneo nelle eccellenze storico-architettoniche), cui dedi­chiamo spazio in questa rubrica. Il 24 e il 25 giugno i Can­tieri teatrali Koreja presenteranno La passione delle Troiane, uno spettacolo di Antonio Pizzicato e Salvatore Tramacere tratto dal dramma di Euripide. Così come per altre opere che hanno segnato la storia della compagnia, da Dovevamo vincere a Brecht’s dance e Acido fenico, la ricerca si concen­tra nelle possibilità espressive del corpo e nel legame tra teatralità, musica e tradizione del territorio. A raccontarci questi felici intrecci è Franco Ungaro, storico direttore or­ganizzativo del gruppo.

Direttore, dove si concentra l’attuale ricerca ar­tistica di Koreja?

“Lavoriamo sul teatro musicale, con cantanti e musicisti in scena: le origini della tragedia greca sono proprio musicali, essa era movimento, danza, coralità. Questo lavoro è intri­so fortemente del patrimonio musicale e culturale dell’area grecanica, tanto che vedrà protagonista Ninfa Giannuzzi, pre­senza fissa della Notte della Taranta”.

A maggio si è tenuto un corso avanzato di for­mazione: quanto conta saper fare il secondo passo per un attore?

“La tipologia prevalente di formazione che offre il Salento è quella di base: lavoro su voce, corpo, dizione. Non c’erano occasioni di formazione specialistiche. Quest’anno abbiamo sposato il progetto Interreg “Nuovo attore nuovo”, che ri­guarda esperti e laureati. Era un progetto pilota per la Puglia e la risposta è stata eccezionale per il numero di partecipan­ti, ma anche per la qualità dello spettacolo messo in scena, senza contare le relazioni create con addetti ai lavori di fama e competenza”.

Quale caratteristica un attore ed uno spettacolo devono possedere assolutamente?

“La risposta effettivamente è unica: il segreto dell’attore e del teatro è soprattutto nella capacità di emozionare gli spetta­tori. Solo quando la bravura tecnica è orientata alla ricerca di questo impatto ha senso avere una presenza scenica”.

È vero che “Il teatro fuori dal comune” è molto più di uno slogan?

È noto che Koreja in questi anni non ha potuto avere una relazione con l’amministrazione, caso unico di man­cato sostegno ad una compagnia stabile riconosciuta dal governo.  Anche la nuova giunta a parole dimo­stra una sentita adesione al nostro la­voro, ma nei fatti non succede nulla, visto che i nostri progetti non sono mai approvati.

Qual è il difetto che distingue la realtà leccese?

L’opinione diffusa per cui i progetti teatrali che producono cultura deb­bano dialogare: nel mondo dell’arte la competizione non economica è vitale. L’originalità delle idee e delle poetiche non può che essere positiva. Il giudizio sulla qualità del lavoro delle compa­gnie salentine lo faccia il pubblico.

Eppure quella leccese è una realtà viva ed in fermento, non crede?

Molto fermento e molte attività, ma tutto è limitato al territorio: solo po­chi entrano nei cartelloni di altre città. Questa è un’evidenza della qualità dei lavori, poi c’è anche una debolezza or­ganizzativa che non consente a queste compagnie di curare il mercato oltre il Salento.

Luoghi_Teatro con la “k”maiuscola

Korelja è il griko per la fanciulla, il coro in greco: dalla purezza e dall’azione corale e non sottoposta a leader nasce Koreja, l’idea di teatro di quattro ragazzi di Aradeo, Franco Ungaro, Stefano Bove, Franca Carallo, Sal­vatore Tramacere, che nel 1983 prendono in affitto alcune stanze del castello Tre masserie per incominciare il duro training che li porterà a proporsi nelle estati salentine prima e in giro per l’Italia poi.

L’esperienza, raccontata dallo stesso Ungaro nel libro Dimettersi dal Sud(Laterza edizioni della Libreria, 2006), è così singolare da attirare artisti e curiosi da ogni dove. Lasciano un segno indelebile Iben Nagel Rasmussen e Cesar Brie, oltre ai maestri Ferdinando Taviani, Nicola Savarese ed Eugenio Barba. Le influenze arrivano anzitutto dal mondo della musica e del cinema: Brian Eno, Philip Glass, Stanley Kubrik e David Lynch per fare qualche esempio, ma non si può prescindere dal pioniere Carmelo Bene.

È del 1985 il debutto con lo spettacolo Dovevamo vincere, subito invitato a concorsi di alto livello, ma è solo l’inizio perché poi ci sono l’organizzazione di tredici edizioni della rassegna estiva “Aradeo e i teatri” frequentata dalla crema degli attori, dei critici e dei produttori e, nel ’94, la “Notte del rimor­so”, che anticipa il marketing tarantolato. Si forma così l’idea della relazionali­tà e della convivialità che precedono e seguono ogni rappresentazione e che arriverà anche a trasformarsi in rave. Del ’96 la costruzione in senso letterale che oggi ospita i Cantieri a Lecce, una vecchia fabbrica di mattoni abbandona­ta da 25 anni. Del 2000 il primo tentativo che porta i cantanti ad essere attori di una ricerca che trova la giusta alchimia tra sperimentazione e territorio: è l’Acido fenico che vede i Sud Sound System calcare il palcoscenico. L’esperimento del teatro musicale sarà ripreso e compiuto con maggior successo in un paio d’anni con Brecht’s Dance con gli Almamegretta e Molto rumore per nulla.

Oggi i Koreja sono in grado di formare ad alto livello, sono presenti in numerosi progetti Interreg che mirano alla reciprocità delle esperienze, in particolare tra le aree del Mediterra­neo (Factory ed Ecumenes su tutte), senza scordare l’attenzione alla crescita dei bambini e dei ragazzi con il Teatro scuola, una rassegna dedicata ai più giovani.

Andrea Aufieri L’imPaziente n. 19 maggio/giugno 2008

Le altre due puntate della rubrica sul teatro ospitata dall’imPaziente: 

Puntata 1 – Fondo Verri
Puntata 3 – Teatro Astràgali

C’è ancora chi crede alla bufala della Salentoterapia

LECCE – Come una frisa lasciata troppo tempo in acqua, così anche la «notizia» della pseudoscienza «salentoterapia» perde di sapore. Puntuale, dal 2009 a oggi, infatti, ritorna una bufala che è ormai divenuta di culto. Il fatto è che guide turistiche on line, quotidiani e newsletter di professionisti naturopati continuano a rilanciare il comunicato stampa firmato Repubblica Salentina.

La start-up avviata dagli allievi dell’istituto tecnico superiore «O. G. Costa» si è resa protagonista virale di una significativa operazione di marketing territoriale. Così comincia il comunicato diffuso ormai dappertutto: «Alcuni illustri scienziati» della fantomatica «Università teulandese di Dorckenstein» avrebbero condotto uno studio su un campione di 5250 turisti, fantomatici anch’essi, che avrebbero trascorso un periodo di vacanza nel Salento in ogni stagione dell’anno. Nel 98,8 per cento dei casi sarebbe dunque emerso che l’influsso di sapori, odori e colori salentini avrebbero influssi così benefici e particolari da giustificare una specifica cura naturale, la «Salentoterapia».

Il comunicato era in realtà il tesaser per pubblicizzare un opuscolo di Repubblica Salentina che illustra dodici modi per scoprire e assaporare le meraviglie del tacco d’Italia: i massaggi, l’arte, i profumi, i colori, la pizzica, il sole, la bellezza fotografica, il relax e l’acqua cristallina dallo Ionio all’Adriatico. Realtà tutte da scoprire e vivere con intensità. Ognuno di questi punti rappresenta un capitolo del libro con tanto di corredo fotografico e pubblicità turistica. Complimenti ai ragazzi di Repubblica Salentina, ma anche una sveglia per chi ancora pretende di «vendere» il Salento usando la presunta credibilità di uno studio scientifico.

Odissea di un intraprendente

Foto: Sergio Stamerra

 

Facciamo di Ulisse un albanese, che però ha frequentato molto la Grecia, sostituiamo la zattera con un gommone, e gli lasciamo lo stesso ardimento nell’intrapresa: otteniamo Bastri Caushaj, la cui storia è un’odissea a lieto fine.

Di Andrea Aufieri. Adattamento da Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 3, Ottobre 2010-Gennaio 2011.
http://www.metissagecoop.org

Incontro Bastri nella sua masseria in costruzione vicino Merine, frazione di un comune in provincia di Lecce, Lizzanello. Non ha la corrente elettrica e il tramonto è vicino: sarà un’intervista a lume di lampada a gas. Non perdiamo tempo, la sua storia è lunga. Dhurata, sua moglie, ci serve un caffè e bada al piccolo Martin, le altre due figlie Sara e Pamela ci ascoltano. Sono distratto dal quadretto, cui manca Roland, che lavora come bracciante, quando mi accorgo che “Sebastiano” ha già cominciato: «Quando ero piccolo, siccome in famiglia eravamo dodici, appartenenti alla classe di contadini e operai, ho dovuto darmi da fare per avere il mio pezzo di pane. Mia madre per anni ha lavorato come impiegata nell’industria del petrolio, che era organizzata in cooperative statali. Una miseria, sul punto della sopravvivenza. Negli anni Novanta, dopo l’apertura delle frontiere, sono stato un po’ dappertutto per la compravendita e affari internazionali. Sono stato un paio d’anni in Grecia a far qualche soldo per tornare in Albania, ho fatto un lavoro strapazzante, dieci ore al giorno per poche dracme, ma sempre più di ciò che guadagnava in Albania un impiegato statale. Appena tornato, sfruttando anche l’inflazione, con le banche fuori uso e con lo stato che non controllava più nulla né dal punto di vista economico né amministrativo, ho commerciato con tutto: alimentari, tabacchi, ho rilevato le fabbriche dello stato albanese di sapone e di olio. Ma non possiamo paragonare questo a una fabbrica tipica italiana: si dava una miseria agli operai e si commerciava con prodotti rimediati andandoli a comprare direttamente in Grecia senza un sistema di trasporti organizzato. Tutto poi stava fallendo, anche  perché molti statali cercavano di approfittare di questa situazione per svendere ai privati e monetizzare. Io fui uno degli acquirenti privati, ma non sono uno squalo, piuttosto cercai di guadagnare innovando un sistema obsoleto».

«Ho contribuito alla valorizzazione dello sport, trovando così strade nuove e utili tanto per le mie aziende quanto per i destinatari dei nostri progetti. Ho ottenuto l’Isef e fino a vent’anni sono stato un maratoneta della 42, 194 km: nello sport ci credo davvero, e so quanto lavoro per nulla spesso si faceva da noi. Così ho varato progetti per incentivare il football, l’atletica leggera e altre discipline. Sono anche stato il presidente onorario della nota squadra Flamurtari di Valona. Onorario perché prima le squadre erano tutte dello stato. Con il mio business ho creato e gestito settemila posti di lavoro. Nel settore dei trasporti, poi, mi servivano autisti e ho dovuto fondare vere e proprie autoscuole».

Su questo scenario tutto sommato positivo interviene una prima grave cesura: «Nel ‘95 ho perso Zhulian, il mio secondogenito di sei anni, in campagna da mio padre, caduto in un pozzo petrolifero. Questo è stato un colpo troppo basso, che neanche la fame e il freddo mi avevano procurato. Una mazzata che mi ha messo in ginocchio. Da allora ho deciso di cambiare vita e ambienti di lavoro. Qui venivo già prima del ‘94, perché avevo dei manager che curavano l’import-export, ma poi ho perso tutto perché le gerarchie di imprese statali che costituivano delle società “piramidali”, agivano in un regime di concorrenza sleale. Se escludiamo le imprese italiane, la mia era la prima srl nata in Albania, in un epoca in cui esistevano ancora i Mapo, delle specie di empori statali che vendevano sapone, zucchero e una ventina di articoli in tutto. Con l’ampliamento e la diversificazione anche lo stato è andato in difficoltà, ma grazie a quelle società è riuscito a sopravvivere finché non è fallito di nuovo dopo la tragedia della guerra civile, che abbiamo bollato come sommosse. Un disegno criminoso messo in piedi e spinto da pochi gruppi, che è sfociato in guerriglia. Nel ‘94 venni con un gommone perché non avevo il passaporto. Avevo pochi soldi, che usai per il viaggio e per comprare quello che mi serviva. Quando i delinquenti che sono andati al governo hanno chiuso le frontiere, non potevo più tornare e così ho appreso degli incendi che hanno distrutto i miei supermercati ».

«Nel periodo ‘95-’97, fino a ottobre, sono riuscito a gestire il trasporto delle merci da qui in Albania e viceversa, e ho riguadagnato una buona posizione economica. Nel ‘97 mi trovavo nel Salento: tramite altri potevo acquistare delle cose perché non avevo la possibilità di contrattare bene per via della scarsa conoscenza dell’italiano. C’era anche chi offriva contratti di lavoro al prezzo di tre milioni di lire per far finta di lavorare per lui e restare in Italia. Feci questo passo ottenendo in cambio una specie di ricevuta, e poi non ebbi altri soldi per spostarmi».

Qui una seconda cesura nella sua storia: «Dopodiché hai presente i film che gli americani fanno contro i cubani, che arrivano a Cuba e fanno i grandi boss della malavita? Un film come questo se l’è fatto qualche procuratore che mi ha accusato di far parte della Sacra corona unita. Creandosi nuove situazioni, si creano opportunità anche per la criminalità. Quando uno deve chiedere qualcosa, chiede quello che gli serve. Se mi offrivano l’amicizia non mi chiedevo chi fossero e cosa facessero, si presentavano in modo umile e rispettoso. Io non sapevo che fossero mafiosi. Se mi offri la possibilità di avere dei piccoli favori come anche un passaggio in auto, io posso ignorare da dove vieni e chi sei. Comunque da quando sono arrivato in Italia, io come tutti gli altri, siamo stati avvicinati da gente della mala. Mi indicavano dove dormire e andai a Lizzanello, inizialmente, a casa di una persona non collusa. Mi regalava della farina se l’aiutavo a caricare i sacchi. Poi sono stato a Pisignano e infine a Merine, dove nel ‘97 è successo il finimondo: tutti quelli che mi hanno aiutato erano affiliati. In più devo dire che chi costruiva l’impianto accusatorio contro la Scu, difficilmente cercava chi glielo smontava, al massimo voleva pentiti. Io ottenni dunque scarsa considerazione, e a novembre ero in carcere a Borgo San Nicola, dove sono rimasto fino al giugno dell’anno successivo, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, finalizzata al traffico di armi e di droga».

«Quando ho acquisito le competenze in italiano, studiando, ho capito la situazione. Ho conseguito la maturità come perito commerciale in carcere, e poi ho cominciato a studiare Scienze giuridiche. Nel ‘98 ho ottenuto i domiciliari, perché la Cassazione ha risposto alla mia istanza, deliberando per la mia innocenza. Questo però ho potuto saperlo solo due anni dopo, perché il mio avvocato mi disse semplicemente che con sette milioni avrei potuto ottenere i domiciliari. Ma non mi ha detto che c’era la sentenza! In questo modo non si smontava neanche l’impianto accusatorio, perché io in quel disegno risultavo come una pedina fondamentale. Non ho fatto causa a loro perché in Italia non puoi fare causa a nessuno, troppo costoso».

L’incubo comincia a diradarsi: «Mi sono creato un po’ di cultura giuridica, ho comprato dei quaderni, su ognuno dei quali scrivevo quello che scoprivo come “investigatore” e come “avvocato”, imparando come si fanno le istanze e tutti gli itinerari legali che mi servivano, smontando con pazienza ogni accusa».

«Ho rifiutato tutti gli avvocati: nessuno dà retta alla tua presunta innocenza se tutti cercano di fregarti. Esaminando i  fascicoli e i mandati di cattura nei miei confronti sono riuscito a smontare le prove che sarebbero bastate a mandarmi in carcere a vita. Perché poi nel settembre del ‘99, fino al 2005, mi hanno nuovamente incarcerato, arrestandomi mentre nel mio terreno toglievo le siringhe dei drogati. La magistratura è riuscita a commettere un sacco di errori, che uno a uno andavano smontati».

«Il colpo finale è arrivato dopo che più volte ho scritto al procuratore per parlare, e lui finalmente si è presentato da me. Era il 2003 e per smontare tutto ci abbiamo messo due anni. Non ho mai chiesto nessun beneficio, né ho voluto mai uscire per motivi differenti dal mio avere ragione».

Gli chiedo un giudizio sulla sua esperienza: «Non ci credo molto perché trovo confusione tra religione e filosofia, mi trovo in difficoltà, ma pur non credendo in dio penso che se esiste allora in quel periodo c’è stato e ha detto: “Gente, aiutate quel povero cristo!”. Io avevo una vita agiata, ho iniziato qui con una situazione economica favolosa e sicuramente qualcuno ha visto questo ed è stato indotto in errore».

Bastri ricomincia a vivere: «Nel 2005 ero fuori, ma controllato e con molti divieti per i successivi tre anni. Tutti quanti, alla fine, hanno scritto cose positive. Carabinieri, servizi sociali, tutti i competenti hanno dato pareri da favola: un forte legame familiare, uno spirito da gran lavoratore, competenze e capacità progettuali fuori del comune!»

Ed ecco cos’è che ha impressionato tutti i “competenti” e anche il fotografo Sergio Stamerra, autore di un set del quale  pubblichiamo due foto: «Mi sono fatto prestare una zappa e una pala, sono venuto a togliere la montagna di rifiuti che stavano qua, in via vecchia Acaya, località Passaturo. Opzionai questo terreno nell’agosto del ‘97, grande più di tre ettari. Pieno di pietre. Prima erano pietre e terra che i coloni usavano per piantare qualcosa che gli serviva a vivere. Io l’ho bonificato con il solo aiuto di una vecchia rete per materassi. Dopo ho combattuto con pietre sempre più grandi, che poi ho usato per il muretto a secco, per il quale ho chiesto un contributo alla Regione: è un’opera d’arte che resterà in questo territorio. In tanti non hanno creduto nel mio progetto: mia sorella era la vecchia proprietaria, voleva vendere tutto, ma io le ho chiesto di investire per farmi lavorare, secondo lei era impossibile far qualcosa qui. E non era l’unica a pensarla così».

Qual è ora il suo desiderio? «Siamo molto lontani dal mio desiderio, ho cominciato con la sicurezza di poter campare dai prodotti del mio terreno, poi con la mia mentalità imprenditoriale cerco di andare sempre avanti; qui vengono a comprare direttamente oppure porto qualcosa in mediazione. Sto cercando di creare una catena di produzione che non si fermi. I prezzi della mediazione sono troppo bassi, non paragonabili alla volontà di far crescere un’azienda, perché schiacciati da presenze di prodotti stranieri a basso costo. Andare avanti oggi è complicatissimo, alla gente non importa se il pollo è di allevamento o ruspante, ma il problema delle persone è: quanto costa? Io starei anche abbastanza bene, ma mi piacerebbe poter dare lavoro anche a una cinquantina di persone, permettendo loro di vivere senza i contratti precari. Ora però la crescita, se c’è, è  part-time, contratto a progetto, non dipende più da un lungo viaggio, ma da ora a ora e da giorno a giorno. Io ho una soluzione per via di un mercato grande che arriva in Albania e in Grecia, ma anche cosi non è facile».

Cos’è per te l’identità, gli chiedo, e dove immagina il suo futuro: «Io sono un cittadino del mondo, cresciuto in Grecia, Italia, Germania, Svezia, America. Su quella grata però puoi vedere una bandiera albanese: l’Albania è il posto dove sono nato e che non posso scambiare con nulla al mondo. Ma tutti devono avere la possibilità di crearsi una vita, lo sviluppo deve esserci per tutti, se no la democrazia finisce».

 Intervista a Sergio Stamerra, fotoreporter

Bastri assegna a Sergio un posto nelle fila delle “persone buone”. Ecco perché.

«È stato tutto casuale. Ad aprile ho ricevuto la telefonata dalla rivista Apulia. Mi hanno commissionato un reportage sulla pietra, solo che avevo poco tempo a disposizione. Girovagando per le campagne ho notato un signore che costruiva un muretto a secco. Anche se la cosa poteva risultare un po’ banale ho pensato di raccontare quest’attività, giocando con i tagli e con le luci».

Però? «Mentre lavoravo il signor Sebastiano mi raccontava la sua vita e io ho deciso di continuare a frequentarlo fotograficamente, ci vedevo la possibilità di fare qualcosa di interessante. Ho anche pranzato con lui, ho lavorato dalla mattina alla sera, per una settimana circa, e ho portato a casa una serie di immagini che mi convincono. A me non interessava soltanto fare delle buone foto, perché quando fai un reportage non ti puoi esimere dal costruire un rapporto di fiducia con le persone, facendo vedere loro che non sei uno sciacallo che ruba le loro vite sbattendole in faccia agli altri».

E quindi hai pensato di ricambiare la famiglia Caushaj con un’iniziativa singolare.

«Ho pensato di organizzare una  cena nella masseria di Bastri con l’aiuto di alcuni amici. L’idea era quella di sostenere l’azienda e il progetto. È venuta una serata, credo, abbastanza carina, è stato importante poter partecipare alla realizzazione del sogno di alcune persone».

Quando hai capito che passare il segno della professionalità ti portava a fare qualcosa di bello? Quanta furbizia e quanta sensibilità artistica? «Ho capito che questa cosa mi portava a fare un buon lavoro e che valeva la pena perderci del tempo quando ho sentito la storia nello stomaco, uno stato d’animo e delle emozioni molto forti. Poi se il prodotto è vendibile meglio per tutti.  Devo anche dire che per la prima volta dopo tanti anni-ho cominciato a scattare che ero un ragazzino-provavo quasi una sensazione di innamoramento. Questa cosa l’avevo un po’ persa, ma questo lavoro me l’ha fatta riscoprire».

Guerrieri

 


Chissà quanto ancora avrei dovuto aspettare prima di rivedere le cosiddette “Maldive del Salento”, ovvero quel filotto altamente spettacolare di territori che precede immediatamente il finibus terrae leucano. Per fortuna i coinquilini baresi si sono concessi un week-end salentino, e con loro ho rivisto posti bellissimi. Tra questi, Posto Vecchio, Marina di Pescoluse, Torre Vado: la bellezza estasiante racchiusa in un fazzoletto di spiaggia e di scogli bassi.

Sullo Ionio il sole domina l’estate molto più che sull’Adriatico: è un martello continuo sparato negli occhi fino a sera.  Ovvio che senza un minimo di ombra e di vento non ce l’avrei fatta e così, con il solo conforto di un ombrellone andavo ripetutamente a bagnarmi e a esplorare la lunga distesa d’acqua cristallina e accecante.

Ma più delle bellezze naturali mi ha colpito la varietà umana. E così mi trovo a osservare, tra gli altri, un omino corpulento che va a spasso con il nipotino. È anziano, ha un tic che lo porta ad allargare il sorriso spiritato sporgendo la dentiera in avanti.I capelli brizzolati tirati indietro gli scendono fin sulle spalle, e proprio sulla spalla destra troneggia il tatuaggio del volto del “Che”.

Mi chiedo cosa spinga un settantenne a tatuarsi il volto di Ernesto Guevara sulla spalla, dopodiché mi prende la tristezza: dagli anni sessanta che lo hanno iconizzato è passato mezzo secolo. Un nostalgico lui, penso, un giovane vecchio io, pensiero di terrore fulmineo che mi gela più dell’acqua. Dovrei bardarmi con una kefiah e nascondermi in fondo al mare.

Dopo un attimo di horror vacui mi ricordo che Maradona ha un tatuaggio simile, sempre sulla spalla: Sarà un tifoso del Napoli- penso. E intanto ascolto: sì, l’accento è campano.  Faccio un giro nuotando sul dorso intorno alla figurina e poi attacco bottone.

«Come, non lo sai? È stato un grande guerriero, come me nella vita, che ho sempre lottato per tutto: il lavoro, l’amore, la famiglia. Le ideologie non c’entrano niente, quelle muoino: è l’esempio delle persone che resta, quello che fanno, non quello che dicono o pensano».

Mi butto ancora in acqua: la lucentezza di un racconto dentro a un racconto. Quanta profondità per essere l’otto luglio…

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: