Il cinema occidentale ai tempi del sovranismo psichico

Due film distribuiti in Italia nel 2018 che dicono qualcosa all’Occidente nell’epoca del sovranismo psichico

Nel corso del 2018 sono stati distribuiti in Italia due film che raccontano con grande maestria e quasi senza retorica il collo di bottiglia in cui si è infilato l’Occidente, fregandosene degli aspetti economici del business cinematografico, o quanto meno trovando una quadra convincente, per sfociare nell’arte pura.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri racconta del brutale stupro e assassino della figlia della protagonista Mildred – episodio che incredibilmente non vedremo mai, nonostante si tratti di un film statunitense – e delle conseguenze gravissime che la ricerca della giustizia a tutti i costi rischia di generare.

L’ottima sceneggiatura, sostenuta poi da un’attenta regia e dalla bravura degli attori permette al film di affrontare diversi generi, dal poliziesco al thriller psicologico, alla commedia romantica o a quella nera, per decantare poi sul vero punto della questione: se le radici della nostra storia affondano nella violenza, non dobbiamo dimenticare l’altro lato della medaglia, quello della ragione.

Proprio perché si sono resi conto di essere “umani”, i pensatori occidentali hanno potenziato il valore di questa umanità, qualcuno anche al punto di immaginarsi un unico dio e di venerarlo come altro da sé.

Raccogliendo l’ideale testimone di Francis Ford Coppola con Apocalypse Now, nel 2016 Martin Scorsese aveva affrontato la stessa questione con la piccola perla Silence, uno dei suoi film meno piaciuti al pubblico, forse, ma dotato di grande intensità, dove però l’impianto retorico non permette al film di dirsi riuscito del tutto.

Come rendere questi contenuti sopportabili allo spettatore medio? Scrivendo battute ironiche se non proprio sarcastiche. Memorabile, per esempio, la risposta di Mildred (Frances McDormand) a padre Montgomery (Nick Searcy) riguardo alle responsabilità collettive e oggettive della Chiesa sulla pedofilia. Un discorso così asciutto e obiettivo, giustificato da un vissuto pieno di dolore, da risultare quasi commovente nel contesto del mainstream.

O ancora la battuta che lo sceriffo Bill (Woody Harrelson) riferisce a un’attonita Mildred (che per altro ha appena subito un’intimidazione da parte del suo dentista) riguardo ai pensieri dei poliziotti sugli omosessuali e sui neri.
Tre_manifesti_a_Ebbing,_Missouri
Una risata ci salverà, dunque, anche in fondo alla disperazione più nera.

Ma c’è qualcos’altro che l’Occidente, e in particolare l’Europa, può apprendere guardando con intelligenza un altro film del 2018, dove ritroviamo Adam Driver, co-protagonista di Silence, questa volta interprete principale dell’atteso lavoro di Terry Gilliam.

L’uomo che uccise don Chisciotte arriva curiosamente nelle sale l’anno del quarantesimo anniversario della Legge Basaglia, fiore all’occhiello di un’Italia che sembrava una volta interpretare la nuova culla della civiltà europea.

La follia, l’altro da sé, un tentativo di governare il caos lasciandosi comunque andare, sono i temi forti e coraggiosi di una pellicola dall’immediato impatto visivo, dove scenografie e fotografia la fanno da padrone.

Il tutto scricchiola un po’ sotto gli abbondanti simbolismi e sotto-argomenti rappresentati: il dogmatismo delle religioni; l’abuso della donna, ora in catene perché vista con disgusto, ora mero oggetto del desiderio; la codardia e il tradimento; l’inganno stesso dello sguardo senza una volontà di conoscere, di andare oltre e scostare il velo di Maja, per generare quella famosa stella danzante che Nietzsche ci ricorda ormai con biasimo, e che Jung ci ammonisce di indagare dentro di noi.

Per sapere che come uomini, anzitutto, e come civiltà, in secondo luogo, abbiamo argomenti per riconoscerci ancora umani e pieni di vita. Un colpo dritto al cuore dell’immaginario collettivo occidentale che uno Slavoj Žižek non avrebbe saputo fare meglio.

Attraverso la catarsi che leggiamo nel finale, capace di accogliere e non respingere il diverso, senza deriderlo come fanno gli stolti e i potenti – arroganti per definizione – ma assecondando l’alterità, ponendo l’ultima e definitiva domanda se costruire un mondo ideale, per imperfetto che sia e riempirlo di vita, o morire sotto regole disumane e routine che regalano gratificazioni effimere e senza significato.

Nell’epoca del “sovranismo psichico”, come lo ha definito Giuseppe De Rita nell’introduzione al Rapporto Censis di quest’anno, il pubblico italiano avrà colto o condiviso, anche solo inconsciamente, i significanti di ciascuna delle opere citate?

A ogni don Chisciotte che ancora esprimiamo da questa parte del mondo, l’augurio di agire sulla consapevolezza che ciascuno sia “colui per il quale sono espressamente riservati i pericoli”. I meravigliosi pericoli e le mirabolanti sfide dei nostri tempi.

*credits della foto in evidenza (L’uomo che uccise don Chisciotte);
credits foto nell’articolo (Tre manifesti a Ebbing, Missouri).
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