Prima del buio, le tre vite di Nathaniel che sta diventando cieco

La sezione pugliese del Gus – Gruppo Umana Solidarietà e il percorso innovativo progettato per un migrante colpito da un glaucoma. E tanti stereotipi smontanti intorno alla cosiddetta “seconda accoglienza”.

 

Ci conosciamo da meno di cinque minuti e Nathaniel già mi mostra le foto della sua famiglia, in Nigeria. Ce n’è una in cui abbraccia tutti con tenerezza: la moglie Juliana, la primogenita Precious, la piccola Joy e i due figli maschi Prince e Divine. Nathaniel fissa per istanti lunghissimi le foto, le accarezza tenendo il suo smartphone in obliquo davanti a sé. Da pochi giorni ha chiesto a parenti e amici di inviargli le foto che li ritraggono nei posti in cui hanno condiviso quotidianità ed esperienze: vuole imprimere nella memoria volti, luoghi e dettagli per non scordarli mai più, perché presto sarà capace di disegnare con le mani i volti che ama. Vuole farlo perché la sua vista potrà solo peggiorare. Alcuni mesi fa gli hanno diagnosticato un glaucoma a uno stadio molto avanzato e adesso la sua acutezza visiva non supera il 30 per cento.

Quando cerca di parlarmi del suo problema, Nathaniel non lo nomina mai, si emoziona e ripete la stessa formula: «Se dio vuole non sarò cieco, o lo sarò il più tardi possibile, e finalmente potrò rivedere mia moglie e i miei figli, e loro saranno fieri di me».

Al suo fianco ci sono gli operatori dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) Gruppo Umana Solidarietà (Gus) di Castrì di Lecce e l’accuratezza del programma della società 3T Service (Turismo, territorio e tutela), guidata da Alessandro Napoli con Sonia Gioia. Interpellati dal Gus, i due hanno sviluppato un percorso specifico per Nathaniel, basato sulla loro esperienza personale: Alessandro è diventato cieco da bambino, sempre per un glaucoma, e Sonia è ipovedente.

Le tre vite di Nathaniel

Inventarsi una nuova vita, per Nathaniel, a 46 anni e a più di cinquemila chilometri da casa, era di per sé una sfida, ma data la sua tempra queste difficoltà non bastavano. Si è aggiunta la crescente ipovisione a mettere a rischio i suoi progetti. Mi racconta tutto con il suo ottimo inglese, come se fosse nel bel mezzo dell’azione, e la cosa mi stupisce perché fino a quel momento mi ha dato l’impressione di essere una persona di poche parole. Fino al 2013 la sua sarebbe stata la storia di un piccolo commerciante anglicano del villaggio igbo di Umubochi, a poco più di cento chilometri dall’oceano Atlantico. Viveva con i suoi famigliari nella casa dei fratelli e aveva un emporio con pezzi di ricambio per auto, accessori per l’abbigliamento, prodotti per l’igiene intima e per la casa, cellulari e alimenti in scatola.

Un giorno scoppia una violenta lite con i fratelli per l’eredità di un parente. «La vita da noi ha meno valore di alcune cose», mi dice con amarezza. Il pensiero va alla vicenda del padre, arrestato per aver sparato alla pecora di un vicino perché gli aveva devastato il raccolto: in carcere ha contratto qualche infezione che al suo rilascio gli ha concesso solo un mese di vita. «Ho avuto paura, così ho portato mia moglie e i miei figli nella casa di mia madre e siccome nel mio villaggio non potevo più lavorare sono andato in Libia con un amico».

I due salgono così sul primo dei tanti bus scassati che trovano e arrivano a Tripoli, dove si sistemano in un ghetto gestito da un piccolo boss, dal quale ricevono il permesso di avere un posto dove dormire in cambio di soldi: «Una sweet life che doveva essere pagata con grande attenzione. Bisognava portare sempre tutto con sé e non appoggiare mai niente sui tavoli o sui catini, perché subivamo furti anche mentre ci lavavamo la faccia». Per due volte gli rubano tutti i risparmi e l’ultima decide di andare via. All’autolavaggio dove lavora comincia ad avere qualche problema, gli occhi gli fanno brutti scherzi. Viene visitato da un dottore arabo che trova un occhio compromesso, gli consiglia un’operazione e gli scrive un referto. Nathaniel non capisce la lingua e non segue il consiglio: «Non potevo andare in ospedale perché non avevo documenti e mi avrebbero arrestato, ho molta paura della polizia libica». Intanto nelle sue condizioni viene allontanato dal lavoro e non può mandare soldi a casa, dove cominciano a pensare che stia cercando di sparire.

«Il mio problema in Nigeria non è preso sul serio, è una cosa culturale, finché abbiamo gli occhi dovremmo vederci».

Gli chiedo se di fronte ai dubbi della sua famiglia si sia sentito perso: «No, era nel disegno di dio». Così come dice sia stato dio a fargli avere l’intuizione di potersi imbarcare per arrivare in Italia: «Sentivo che qui avrei potuto almeno capire cosa mi è successo». Così spende i suoi ultimi 950 dinari, circa 600 euro, e convince il suo amico Christian ad accompagnarlo nella traversata. La notte dell’imbarco ha una specie di paralisi, non riesce a muoversi, forse solo per la paura. Il suo amico lo trascina sul barcone, dove sono stipate altre quarantaquattro persone. Dopo diciotto ore di viaggio il mare si agita e cominciano a esserci i primi problemi per la mancanza di aria e di spazio. Anche per questo motivo Nathaniel è immerso per metà in acqua e una donna lo tiene stretto per impedirgli di cadere. Un elicottero della guardia di finanza individua i profughi e invia una motovedetta. Dalla barca delle fiamme gialle gli tirano una corda, lui la vede e vorrebbe afferrarla, ma non ce la fa. Gli altri compagni di avventura ancora sul barcone se ne accorgono e insieme lo issano fino a fargliela afferrare. Nessuno quella notte si è fatto male. Dopo un’altra notte di viaggio, il 16 febbraio 2015 i migranti arrivano a Lampedusa.

Nathaniel è ancora semicosciente. Un uomo di nome Mahmoud lo preleva dalla lunga fila dove si trova per aspettare cibo e cure e lo porta in cima. Quando riceve acqua e cibo scompaiono la rigidità e i dolori. A Lampedusa, e così nel centro di accoglienza in Sicilia dove lo trattengono pochi giorni, riceve un trattamento standard.

Un po’ più gravi sono le responsabilità di chi lo accoglie in un albergo per i rifugiati del Nord Italia, mi racconta, dove è costretto a vivere per alcuni mesi senza potersi muovere né fare nulla. In quella sede consegna il referto del medico arabo e così ottiene due visite mediche senza che il glaucoma sia riconosciuto in tutta la sua gravità.

Di quei sette mesi ricorda l’assenza di luce: la camera in penombra, il bisogno compulsivo di dormire, il cielo di una luce spenta che non aveva mai visto. Ha paura per i suoi occhi, ma non riesce a comunicarlo.

Viene infine registrato come portatore di un disturbo lieve e assegnato alla sede centrale del Gus, a Macerata. Peccato che lo lascino senza guida, così resta nel treno di partenza, perde il cambio, si ritrova a Bari e viene rocambolescamente recuperato dagli operatori di Macerata.  Il Gus lo fa arrivare al centro specializzato per i soggetti vulnerabili a Castrì di Lecce, dove grazie all’Unione italiana ciechi ottiene il bastone bianco. È un nuovo inizio.

«Ho trovato degli angeli»

«Qui ho trovato degli angeli» dice, asciutto, Nathaniel. Il suo cuore è colmo di gratitudine per i gestori del centro. Un’intuizione di un assessore comunale, Diomede Stabile, anche lui disabile, porta Divina Della Giorgia, coordinatrice del progetto per il Gus di Castrì, a contattare gli “specialisti” Alessandro e Sonia. Nathaniel può ora contare su alcune attività che gli permettono di non abbassare la qualità della sua vita e di sfruttare al meglio la vista che gli rimane: passa dalle lezioni di Braille all’uso della tecnologia senza scordare la capacità di risposta alle attività al buio. Riceve, inoltre, una formazione da canestraio, che può garantirgli un inserimento come artigiano nella realizzazione di cesti in vimini con un maestro d’eccezione come l’artigiano Raffaele De Giorgi e frequenta le lezioni di italiano: «La mia testa non vuole memorizzare» si schernisce sull’argomento, ma parla molto bene del suo insegnante, dotato di grande pazienza.

«Siamo i primi a sperimentare un percorso di questo tipo –   esordisce Alessandro Napoli –, non avevamo un modello da seguire, ma principi cui ispirarci. A dieci anni dalla sua approvazione, in Italia non è stato esplicitato il pensiero espresso dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili per cui non si decide “Nulla su di noi senza di noi”. Non ci sono disability manager essi stessi disabili come invece è accettato in tutta Europa».

 

Alla lacuna hanno sopperito relazioni e competenza: «Siamo intervenuti come agenzia turistica dedicata all’accessibilità, perché i servizi e i principi di questa pratica erano assimilabili ai bisogni e alle responsabilità di Nathaniel come cittadino».

In un centinaio di ore Nathaniel apprende a scrivere e leggere in Braille, a usare i supporti tecnologici per disabili della vista con lo smartphone e con il computer, a sbrigare con una benda sugli occhi le faccende di casa e le proprie necessità igieniche senza dover ricorrere all’aiuto di altri. In particolare, ricorda Sonia «è stato un momento importante quando ha rovesciato un secchio d’acqua a terra e ha usato gli altri sensi, come il tatto con il piede, per capire dove si era formata la pozza per poi asciugarla del tutto». Anche Nathaniel parla dell’episodio come di un momento in cui ha capito che non sarebbe diventato «inutile». Questa consapevolezza è stata molto importante, perché, spiega Divina, «anche se gli altri otto coinquilini dei nostri appartamenti lo hanno accolto e un po’ coccolato, adesso lui comincia a fare la sua parte».

Non è finita qui, però, perché un pezzo difficile del suo adattamento sarà il cosiddetto terzo livello, come spiega Alessandro: «Deve prendere coscienza degli spazi dove vive, per questo abbiamo sviluppato percorsi di orienteering nel centro storico di Lecce e in altri piccoli centri come ad Alliste, che è la sede della 3T Service. In questo, è ovvio, Nathaniel ha più difficoltà e deve reggere l’impatto con la vita sociale».

Quando un migrante non è una risorsa, ma solo un uomo

Alessandro ha accennato a diritti e doveri di Nathaniel come cittadino: «Ha un’educazione e una responsabilità esemplari e con lui non ci poniamo da “teacher” come ci chiama scherzando. Abbiamo scelto un rapporto amichevole, orizzontale. L’unico timore che abbiamo è che una volta uscito dal Gus possa risentire dei tre potenziali fattori discriminanti della sua esperienza. Il fatto di non essere un rifugiato, ma “solo” un titolare di protezione umanitaria; la vecchia solfa che ancora tira tanto della discriminazione etnico-razziale e la discriminazione forse più pesante che subiamo anche noi tutti i giorni, quella di essere un disabile».

La domanda istintiva di un cittadino sottoposto al bombardamento mediatico delle dichiarazioni di Matteo Salvini è: «Chi glielo fa fare al Gus e alla 3T Service di seguire un migrante in queste condizioni?». Il cittadino in questione ignorerà che gli immigrati presenti regolarmente in Italia pagano le pensioni di 620mila italiani, per dirne una che tocca il portafoglio. La risposta economica non può essere esaustiva, dunque, stando anche alle ultime rilevazioni. I dati diffusi dal ministero dell’Interno e dall’European Migration Network (Emn), risalenti al 2011, raccontano dell’Italia come del secondo Paese europeo scelto dai rifugiati (40.355 richieste d’asilo) e del terzo per spesa annuale complessiva e pro capite (860 milioni di euro in totale, 21.311 euro a testa). L’ultimo rapporto della fondazione Leone Moressa riporta la spesa stimata dall’Interno per il 2015: 1 miliardo e 162 milioni, cioè lo 0,1 per cento della spesa pubblica italiana complessiva. Costi che non salgono troppo rispetto al 2011, nonostante l’allarmismo da invasione. Anche la spesa pro capite giornaliera sfata un mito della retorica razzista: è vero che questa ammonta a circa 35 euro, ma un terzo è da ripartire per il personale impiegato.

Tolti gli altri costi restano le spese destinate per intero ai migranti, come sottolinea Andrea Pignataro, responsabile nazionale Volontariato, Politiche giovanili e Servizio civile nazionale del Gus e coordinatore dei progetti in Puglia:

«Il cosiddetto pocket money ammonta a circa 3 euro, più 3,5 euro per le spese alimentari. Un aspetto che la retorica non coglie mai è che queste somme rappresentano un valore economico che ritorna al territorio, come gli stipendi ai nostri operatori, che spesso e volentieri sono laureati e altamente qualificati; i servizi, che non sono gestiti da società con sede legale sulla luna; il rapporto che si crea con i commercianti locali, che per esempio ricominciano a vendere alcune schede telefoniche o, in modo meno salubre, alcune marche di sigarette».

«Bisogna contare il contributo per l’affitto dell’alloggio per un massimo di sei mesi, se serve, quando i migranti escono dai nostri progetti – aggiunge Giancarlo Quaranta, operatore legale e sociale del gruppo –, anche quelli sono soldi che ricadono sull’economia del territorio».

Divina Della Giorgia parla del progetto, che ospita nove persone provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal, Siria, Bangladesh, Marocco e anche un curdo iracheno. Le persone vulnerabili che sono ospitate qui sono portatrici di diverse disabilità, patologie e handicap visibili e non visibili. Dei nove ospiti attuali, otto godono di protezione per motivi umanitari e solo uno è un beneficiario di diritto d’asilo. Dalla sua apertura nel 2014 sono state ospitate una ventina di persone. Il centro pratica l’accoglienza integrata come filosofia volta alla piena autonomia dei migranti. Molto positivi i risultati raggiunti finora: a menadito e con grande tenerezza Divina, Andrea e Giancarlo mi parlano di un caso di ritorno, con un cittadino afghano che ha deciso di tornare in patria dopo un’operazione delicata. E poi il pakistano che ha aperto un ristorane etnico a Roma, ma anche i due ragazzi assunti dalla pizzeria della piazzetta che si trova vicino agli appartamenti.

Colpisce la normalità nella quale tutto ciò si svolge, una normalità di cui persone ferite nel corpo e nello spirito hanno un grande bisogno. Forse è questa possibile normalità che spaventa alcuni politicanti. Certo al Sud certe cose sembrano più facili, come conferma Pignataro: «Qui l’accoglienza per i nostri progetti è un dato di fatto, non uno stereotipo. I territori dove c’era meno presenza di stranieri li hanno accolti meglio perché magari sono meno saturi. Ma il dato speciale è l’attenzione del Gus alle specificità del territorio che permette un inserimento dolce e questo approccio paga sempre».

Divina chiude il cerchio: «L’Altro. L’incontro e l’esperienza dell’Altro sono la risposta».

Uno sguardo al futuro, contro le politiche emergenziali

La chiusura delle frontiere dei Balcani e la pressione su Turchia e Grecia pongono interrogativi sull’ emergenza che potrebbe colpire di qui a breve proprio la Puglia, includendo anche il possibile intervento militare in Libia. Nel 2015 il tacco d’Italia si è piazzato al nono posto per la presenza di immigrati (dati del ministero degli Interni). Pignataro è nella posizione di poter fare delle previsioni: «Sono reduce da un po’ di tempo passato dalla nostra consorella Gus Albania dove ho incontrato il capo della polizia albanese, la direttrice dell’Unhcr del Paese, la responsabile della commissione Asilo, la responsabile del dipartimento Immigrazione del loro ministero degli Interni e l’ambasciatore italiano. Abbiamo svolto un’analisi sui luoghi dove si vorrebbero accogliere i migranti, Corizza e Argirocastro. L’idea che ci siamo fatti è che la frontiera sia aperta solo al Sud: si entra solo se si richiede asilo politico altrimenti si viene riaccompagnati indietro e non espulsi per andare dove si vuole. Non c’è nessun influsso pericoloso per la Puglia al momento».

«Considero l’accordo che l’Unione europea ha preso con la Turchia molto doloroso, un barattare morti con vivi con un’operazione contraria al rispetto dei diritti umani e della vita. Migrazione politica ed economica in questo senso hanno pari dignità e non si possono mettere quote, occorre una riforma vera. In questo caso esiste solo la distinzione tra umanità e disumanità».

«Per quanto riguarda la Libia, non posso fare stime: in quanto nonviolenti e pacifisti siamo preoccupati per tutto ciò che comporta fare una guerra. Ma se il problema è la cosiddetta invasione, l’Unione europea ha 500 milioni di abitanti. A partire dalla primavera araba a oggi sono arrivate un milione di persone. Penso che un’invasione debba avere numeri differenti, stando ai libri di storia».

Contro l’indifferenza

Ho chiesto a Nathaniel come pensa sarà il suo futuro, visto che i primi sei mesi di permanenza negli alloggi del Gus scadono a maggio. Saranno prorogati quasi con certezza, ma tra un anno cosa farà?

«Vorrei stare con la mia famiglia il più vicino possibile ad Alessandro e Sonia. Vorrei rivedere con i miei occhi la mia famiglia e vivere al massimo delle mie possibilità con un lavoro dignitoso».

Un’umanità condivisa dall’impegno quotidiano del Gus e della 3T Service. Ho conosciuto Nathaniel in occasione della lettura al buio del romanzo Cecità di José Saramago. Mi viene in mente che questa umanità sia la risposta alla domanda di relazione con l’Altro. L’impegno è quello di smentire una considerazione al centro del romanzo: «È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria». Contro tutto questo evitare l’indifferenza.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2016 sulla Gazzetta del Mezzogiorno on line.

Turismo accessibile nel Salento: luci e ombre

Il Gigante di Felline (Lecce), a pochi chilometri dalla costa ionica, sembra aspettarti da secoli. La sua maestosità respira e trasuda. Grazie alla percezione tattile, tutto il tuo corpo è coinvolto, e nonostante i 14 metri di chioma, i 10 d’altezza e i 12 di circonferenza, ti sembra di stringere tra le braccia una vita fragilissima. Ti sembra di abbracciarlo e che lui ricambi. Colpito dal batterio xylella fastidiosa, questo pezzo di duemila anni di storia del Salento ha reagito positivamente grazie a un innesto di leccino che sembra averlo salvato. Grazie alla larghezza della sua base, ci puoi entrare dentro e sentirti protetto, ma anche suonare la chitarra e fare un piccolo spuntino in compagnia. Con grande generosità, il proprietario del terreno lascia entrare i turisti e coloro che vogliono provare l’esperienza. Una questione di cuore, come quello che sorregge il grado di accessibilità del turismo salentino.

Questa e altre esperienze mozzafiato e multisensoriali nel Salento, Samuele Frasson, 30 anni, consigliere dell’Unione ciechi di Varese, le ha vissute nell’agosto del 2014. La sua associazione ha portato per due settimane 17 persone a godersi l’estate con pacchetti chiari, ma anche piacevoli fuoriprogramma. La loro fortuna è stata quella di entrare in contatto con imprenditori sociali e disabili al tempo stesso come Diomede Stabile (accessalento.it) e Alessandro Napoli (3tservices.it). Grazie alle loro capacità e all’esperienza del territorio, i due hanno imparato a rendere magica un’esperienza che deve ancora esprimere tutto il suo potenziale. «Loro sono la marcia in più dell’accessibilità per il vostro turismo», dice Samuele.

I pionieri del turismo accessibile  

«Diomede è un pioniere del settore – lo presenta Alessandro –, nel 2008 ha vinto il bando regionale Principi Attivi con la sua Anyway Accessalento per realizzare la “Prima guida sul turismo accessibile del Salento”». «Con la loro 3T Service (dove le tre “t” stanno per turismo, territorio e tutela, ndr), dalla piccola Alliste Alessandro e sua moglie Sonia offrono una gamma di servizi e intuizioni importanti per l’accessibilità del territorio», li presenta Diomede, portatore della malattia di Charcot-Marie-Tooth. Sandro e Sonia, cieco totale lui e ipovedente lei, proseguono: «Dopo la nostra esperienza fuori dalla Puglia per vicissitudini private abbiamo deciso di investire su noi stessi improntando la nostra azione verso l’accessibilità nei rispettivi codici». Alessandro è specializzato nel Braille e Sonia nel Malossi. Il loro network comprende alcune delle realtà più attive, come i circuiti Turismetica e Open Blind. Tra le attività principali la collaborazione al progetto No Barrier della Provincia di Lecce, per la quale hanno realizzato delle miniguide in braille e lo sviluppo di materiale tattile a uso mappa in 3d per il network Cittàtralemani.


Dopo lo sviluppo della guida, per la quale sono stati coinvolti 1500 esercizi, con 300 riscontri e un’ulteriore selezione finale, Anyway ha invece ottenuto un passaggio alla Bit di Milano, ha ispirato evoluzioni del progetto in Italia e all’estero e poi, continua Diomede: «offriamo consulenza e formazione alle imprese pubbliche e private e organizziamo corsi di formazione per “Operatori del Turismo Accessibile”». Diomede è intanto diventato consigliere del suo Comune, Castrì di Lecce, e socio del parco turistico-culturale «G. Palmieri» di Martignano, diretto da Leo Rielli.

La mediazione offerta da Anyway e 3TService serve a coprire le carenze di un territorio non sempre all’altezza dei numeri che attrae e a volte culturalmente disattento alle necessità dei disabili. Oltre a individuare i posti giusti per tutte le esigenze, Diomede e Alessandro organizzano visite guidate coinvolgenti, offrendo esperienze tattili nella fruizione di monumenti e altri aspetti della cultura del territorio, dalle doverose visite nel cuore del barocco leccese, ma anche Otranto, Gallipoli e nei posti mozzafiato come Castro oppure nel cuore di eventi come il cartellone della Notte della taranta, vissuta in piena sicurezza. E poi trekking rurali e memorabili fuoriprogramma. Un esempio è quello del picnic sotto il Gigante di Felline, ma anche l’escursione al frantoio ipogeo di Castrì, con degli accompagnatori speciali, cioè il sindaco e gli assessori del Comune. Il trekking rurale per disabili, in particolare, spiega Alessandro, «è stato trascurato in passato, ma le nostre campagne, con piccoli accorgimenti nei percorsi si prestano alla grande sia per disabili della vista che per disabili motori. Offrono paesaggi unici, esperienze straordinarie di conoscenza e di autocoscienza, arricchiscono il potenziale turistico del nostro territorio e non sono legate a una stagione in particolare». «I nostri gruppi per le escursioni non sono mai “chiusi”, ma eterogenei – puntualizza Diomede – perché preferisco che ci sia coinvolgimento anche con i normodotati e che anzi ogni esperienza sia progettata per tutti».

Un Salento da 8 in pagella

La ricaduta di questo impegno? Samuele Frasson: «Assegno un bell’8 in pagella al fantastico Salento, ci tornerò senz’altro, ma è grazie all’impegno di operatori sensibili che le difficoltà sono sembrate più lontane». Giovanni Leoni, 65 anni, presidente dell’associazione La Goccia, di Lecco, è stato in vacanza nel 2011 per una settimana con 40 persone, metà disabili della vista, psichici e motori, e metà accompagnatori. «Il mio voto è di 8/10. Grazie a Diomede abbiamo goduto al meglio di tutti i posti (Castro e Otranto resteranno nel mio cuore), abbiamo vissuto a pieno la vostra Lecce e vissuto tanti bei momenti. Quando hai la possibilità di gestire queste cose al meglio, curare i dettagli della logistica, allora non hai tempi morti e valorizzi il tempo a disposizione. E apprezzi». Fabrizio Marta, 45 anni, disabile motorio, responsabile delle risorse umane al Consorzio servizi sociali di Verbania e autore del blog Rotellando per Vanity Fair: «Sono stato molte volte nel Salento e assegno un 7 complessivo, ma quando nel 2013 Diomede si è occupato delle mie vacanze, è stata l’unica volta che ho trovato una casa privata completamente accessibile e anche vicina al mare come desideravo».

Samuele e Giovanni hanno scelto la grande struttura Residenza Torre Rinalda (torrerinaldaresidenza.it). A dire il vero Giovanni aveva scelto un altro albergo. Il proprietario era molto gentile e cercava di venire incontro al meglio alle esigenze dei clienti. Ma alla fine del secondo sopralluogo della Goccia, quando gli operatori erano già era sul treno del ritorno, costernato il proprietario li chiama dicendo che si tirava indietro perché la moglie gli aveva fatto notare che i clienti affezionati avrebbero forse provato fastidio ad avere così tanti disabili intorno. Il lato oscuro del Salento.

A distanza di tre anni da ciascuna visita i due gruppi di ospiti hanno trovato squisita l’accoglienza del residence, che ha via via curato particolari e attenzioni. Il pranzo, per esempio, oltre ad essere ricco e vario, e permettere dunque ampia e ottima scelta agli ospiti con diverse esigenze alimentari, non è più solo un buffet, che rende necessario l’accompagnamento, ma è servito ai tavoli se è il caso. Ed è migliorata anche la possibilità di fruire di tutte le aree della grande struttura, comprese le due piscine per adulti e bambini. Le stanze sono ampie e attrezzate per la disabilità motoria, ma c’è anche una buona assistenza per i disabili sensoriali. I cani guida possono sostare e usare anche il piccolo cortile di cui è dotata ogni stanza. La distanza tra i vari locali e il mare è minima e sempre pianeggiante: un bar, un bazar un’edicola, l’anfiteatro, il centro estetico. Distanza zero tra le stanze e il mare. In spiaggia gli ombrelloni sono in prima fila e dotati di sedie job. Quest’ultimo accessorio è molto presente sulle spiagge salentine. Fabrizio: «Non esisteva neanche in molte spiagge di Rimini o della Liguria e mi ha fatto piacere trovarlo praticamente in tutti i lidi che ho visitato».

Le zone d’ombra

Per tornare al lato oscuro. Oltre alla disavventura con la prima struttura scelta, Gianni è abbastanza netto: «non torneremmo nel Salento perché il viaggio è lungo circa 1200 chilometri e in treno è un calvario per la lentezza e per i disservizi», non può scegliere l’aereo, «e in pullman nelle autostrade è una sofferenza che non vorrei più infliggere al gruppo». Per non parlare del trasporto pubblico locale. Samuele: «Senza la mediazione di Diomede che ci ha trovato una soluzione su misura affittando un pulmino, sarebbe stato impossibile spostarsi». Con i mezzi non è andata bene neanche a Fabrizio: «Tutte le volte che sono venuto ho evitato di guidare io perché ero con amici. Quando ho provato a venire da solo, ho dovuto rinunciare. Anzitutto perché ho capito che senza auto nel Salento non vai da nessuna parte, sembra essere un fatto culturale, e poi perché non si trovava nessuna auto a noleggio attrezzata per me. Tranne qualcosa di molto complicato nei pressi di Bari. Insomma, niente da fare. Eppure io viaggio tantissimo».  C’è anche altro, per Fabrizio, che ha esplorato quasi tutto il litorale salentino: «Il mio 7 è per la costa adriatica. Va detto che le condizioni morfologiche, la pianura, l’aerosità e persino la pietra dei basolati dei vostri centri storici aiutano molto, oltre alla naturale inclinazione per l’accoglienza. Ma il mio voto si trasforma in 4 se parliamo dello Ionio, eccetto le “Maldive” (il litorale di Pescoluse, ndr). Da quel versante sono chiaramente interessati ad altro ed è difficile rendere accessibile il sistema».

Dieci milioni di potenziali clienti

La Puglia deve fare molto per tentare di presentarsi come regione accessibile e non solo dal punto di vista delle strutture di accoglienza. I numeri sembrano interessanti: secondo un’indagine di Europcar-Doxa nel 2015 questo turismo riguarda circa dieci milioni di persone, oltre il 16% delle famiglie guardando solo all’Italia, che se solo trovassero servizi adeguati varrebbe 27,8 miliardi di euro. L’1,75% del PIL nazionale. Secondo il Libro bianco sul settore, pubblicato nel 2012, la risposta della Puglia è stata di soli cinque progetti completi attivi. Il Libro bianco, prevede azioni di monitoraggio e di responsabilità politica, economica e sociale.

Puglia For All

 La Regione ha attivato il primo tassello, con il progetto di monitoraggio e censimento Puglia For All. Promosso dall’agenzia regionale del Turismo PugliaPromozione, in attuazione degli obiettivi strategici dell’assessorato regionale, è stata condotta una rilevazione delle informazioni relative all’accessibilità delle strutture ricettive pugliesi, affidandone il servizio alla società specializzata Village4All, che ha vinto l’apposito bando pubblico. “Da progetto, – si legge nella relazione di Puglia Promozione – il numero di strutture ricettive da monitorare è 400, di cui 100 nel Gargano e Daunia e 300 divise tra Puglia Imperiale, Bari e la Costa, Valle d’Itria, Magna Grecia Murgia e Gravine e Salento. Hanno risposto alla call Puglia For All, lanciata dall’Agenzia da aprile 2015, per la selezione delle strutture da rilevare, circa 300 strutture alberghiere ed extralberghiere.  Sono state monitorate effettivamente, alla data del 31 dicembre 2015, 250 strutture ricettive tra alberghi, affittacamere, agriturismi, campeggi, case e appartamenti per vacanze, case per ferie, motel, ostelli, residence, villaggi albergo”.  Il monitoraggio, non ancora completo, è stato poi aggregato da seminari professionalizzanti per il settore e affiancato da altri progetti di sensibilizzazione come il già citato No Barrier della Provincia di Lecce. “Il risultato delle rilevazioni permetterà di restituire alle strutture visitate anzitutto una scheda tecnica e un testo descrittivo con tutte le informazioni sull’accessibilità e l’eventuale piano di miglioramento.

Territorialità e problem solving

 Gli operatori presenti sul territorio non nascondono le loro preoccupazioni: «Siamo ancora in una fase di monitoraggio?» si domanda Alessandro Napoli, che auspica misure vincolanti per adeguare il tpl e attrezzare le stazioni, ad oggi prive di ascensori, elevatori con le batterie scariche se presenti, e rampe. Diomede Stabile: «Se in qualche modo, grazie al territorio pianeggiante, i disabili motori se la cavano, non è possibile al momento usufruire autonomamente della cultura, ma anche della vivibilità cittadina per i disabili motori. Non ci sono mappe tattili, o quelle superstiti non si trovano in punti uniformi dei comuni, tipo vicino al Municipio». Molto si sta lavorando nel settore della ristorazione, con l’impegno di 3TService, che ha realizzato menù in braille e organizzato cene al buio per sensibilizzare alla tematica; e Anyway opera nella formazione degli attori che animano il comparto.

Il nodo scorsoio dei trasporti

 È evidente che il vero nodo critico riguarda il sistema trasportistico. L’aereo non è sempre possibile per i grandi gruppi, per esempio. E qualora lo diventasse, bisognerebbe adeguare il servizio navetta dagli aeroporti più vicini fino alle località di interesse. Il muro del pianto è rappresentato dai treni. Le promesse sul Frecciarossa fino a Lecce dovrebbero concretizzarsi a breve, ma resta l’incognita del tratto Termoli-Lesina, vera spada di Damocle sugli audaci che tentano di guadagnare l’ingresso in regione. E poi taxi e noleggio auto: costi contenuti e comodità di tutti, se non proprio piena autonomia, sarebbero dietro l’angolo. Basterebbe farlo capire agli operatori. Altrimenti, come tutti gli intervistati dicono, si continua a guardare alla Danimarca e alla Spagna per l’estero; al Piemonte, all’Emilia Romagna e alla Toscana in Italia.

Proprio per tutti

«Un peccato!», dicono all’unisono Alessandro e Diomede, perché riprogettare la vivibilità delle città e del turismo includendo tutti porterebbe molti benefici. Anzitutto la destagionalizzazione, perché non tutti amano il caos antropico dei mesi caldi, senza contare la possibilità di realizzare eventi imperdibili come il Carnevale di Martignano proposto dal Parco “Palmieri”: carri che proponevano uno sguardo positivo sulla disabilità e sul riuso dell’ausilio, strade messe in sicurezza e postazioni che permettono di far godere la festa anche ai malati di sla. E poi la comodità: una rampa è apprezzata anche dalle madri con i passeggini o dagli anziani. E la tecnologia può far molto, nelle smart cities, per i disabili sensoriali. Un nuovo modo di guardare. Multisensoriale, appunto. 

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