Prima del buio, le tre vite di Nathaniel che sta diventando cieco

La sezione pugliese del Gus – Gruppo Umana Solidarietà e il percorso innovativo progettato per un migrante colpito da un glaucoma. E tanti stereotipi smontanti intorno alla cosiddetta “seconda accoglienza”.

 

Ci conosciamo da meno di cinque minuti e Nathaniel già mi mostra le foto della sua famiglia, in Nigeria. Ce n’è una in cui abbraccia tutti con tenerezza: la moglie Juliana, la primogenita Precious, la piccola Joy e i due figli maschi Prince e Divine. Nathaniel fissa per istanti lunghissimi le foto, le accarezza tenendo il suo smartphone in obliquo davanti a sé. Da pochi giorni ha chiesto a parenti e amici di inviargli le foto che li ritraggono nei posti in cui hanno condiviso quotidianità ed esperienze: vuole imprimere nella memoria volti, luoghi e dettagli per non scordarli mai più, perché presto sarà capace di disegnare con le mani i volti che ama. Vuole farlo perché la sua vista potrà solo peggiorare. Alcuni mesi fa gli hanno diagnosticato un glaucoma a uno stadio molto avanzato e adesso la sua acutezza visiva non supera il 30 per cento.

Quando cerca di parlarmi del suo problema, Nathaniel non lo nomina mai, si emoziona e ripete la stessa formula: «Se dio vuole non sarò cieco, o lo sarò il più tardi possibile, e finalmente potrò rivedere mia moglie e i miei figli, e loro saranno fieri di me».

Al suo fianco ci sono gli operatori dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) Gruppo Umana Solidarietà (Gus) di Castrì di Lecce e l’accuratezza del programma della società 3T Service (Turismo, territorio e tutela), guidata da Alessandro Napoli con Sonia Gioia. Interpellati dal Gus, i due hanno sviluppato un percorso specifico per Nathaniel, basato sulla loro esperienza personale: Alessandro è diventato cieco da bambino, sempre per un glaucoma, e Sonia è ipovedente.

Le tre vite di Nathaniel

Inventarsi una nuova vita, per Nathaniel, a 46 anni e a più di cinquemila chilometri da casa, era di per sé una sfida, ma data la sua tempra queste difficoltà non bastavano. Si è aggiunta la crescente ipovisione a mettere a rischio i suoi progetti. Mi racconta tutto con il suo ottimo inglese, come se fosse nel bel mezzo dell’azione, e la cosa mi stupisce perché fino a quel momento mi ha dato l’impressione di essere una persona di poche parole. Fino al 2013 la sua sarebbe stata la storia di un piccolo commerciante anglicano del villaggio igbo di Umubochi, a poco più di cento chilometri dall’oceano Atlantico. Viveva con i suoi famigliari nella casa dei fratelli e aveva un emporio con pezzi di ricambio per auto, accessori per l’abbigliamento, prodotti per l’igiene intima e per la casa, cellulari e alimenti in scatola.

Un giorno scoppia una violenta lite con i fratelli per l’eredità di un parente. «La vita da noi ha meno valore di alcune cose», mi dice con amarezza. Il pensiero va alla vicenda del padre, arrestato per aver sparato alla pecora di un vicino perché gli aveva devastato il raccolto: in carcere ha contratto qualche infezione che al suo rilascio gli ha concesso solo un mese di vita. «Ho avuto paura, così ho portato mia moglie e i miei figli nella casa di mia madre e siccome nel mio villaggio non potevo più lavorare sono andato in Libia con un amico».

I due salgono così sul primo dei tanti bus scassati che trovano e arrivano a Tripoli, dove si sistemano in un ghetto gestito da un piccolo boss, dal quale ricevono il permesso di avere un posto dove dormire in cambio di soldi: «Una sweet life che doveva essere pagata con grande attenzione. Bisognava portare sempre tutto con sé e non appoggiare mai niente sui tavoli o sui catini, perché subivamo furti anche mentre ci lavavamo la faccia». Per due volte gli rubano tutti i risparmi e l’ultima decide di andare via. All’autolavaggio dove lavora comincia ad avere qualche problema, gli occhi gli fanno brutti scherzi. Viene visitato da un dottore arabo che trova un occhio compromesso, gli consiglia un’operazione e gli scrive un referto. Nathaniel non capisce la lingua e non segue il consiglio: «Non potevo andare in ospedale perché non avevo documenti e mi avrebbero arrestato, ho molta paura della polizia libica». Intanto nelle sue condizioni viene allontanato dal lavoro e non può mandare soldi a casa, dove cominciano a pensare che stia cercando di sparire.

«Il mio problema in Nigeria non è preso sul serio, è una cosa culturale, finché abbiamo gli occhi dovremmo vederci».

Gli chiedo se di fronte ai dubbi della sua famiglia si sia sentito perso: «No, era nel disegno di dio». Così come dice sia stato dio a fargli avere l’intuizione di potersi imbarcare per arrivare in Italia: «Sentivo che qui avrei potuto almeno capire cosa mi è successo». Così spende i suoi ultimi 950 dinari, circa 600 euro, e convince il suo amico Christian ad accompagnarlo nella traversata. La notte dell’imbarco ha una specie di paralisi, non riesce a muoversi, forse solo per la paura. Il suo amico lo trascina sul barcone, dove sono stipate altre quarantaquattro persone. Dopo diciotto ore di viaggio il mare si agita e cominciano a esserci i primi problemi per la mancanza di aria e di spazio. Anche per questo motivo Nathaniel è immerso per metà in acqua e una donna lo tiene stretto per impedirgli di cadere. Un elicottero della guardia di finanza individua i profughi e invia una motovedetta. Dalla barca delle fiamme gialle gli tirano una corda, lui la vede e vorrebbe afferrarla, ma non ce la fa. Gli altri compagni di avventura ancora sul barcone se ne accorgono e insieme lo issano fino a fargliela afferrare. Nessuno quella notte si è fatto male. Dopo un’altra notte di viaggio, il 16 febbraio 2015 i migranti arrivano a Lampedusa.

Nathaniel è ancora semicosciente. Un uomo di nome Mahmoud lo preleva dalla lunga fila dove si trova per aspettare cibo e cure e lo porta in cima. Quando riceve acqua e cibo scompaiono la rigidità e i dolori. A Lampedusa, e così nel centro di accoglienza in Sicilia dove lo trattengono pochi giorni, riceve un trattamento standard.

Un po’ più gravi sono le responsabilità di chi lo accoglie in un albergo per i rifugiati del Nord Italia, mi racconta, dove è costretto a vivere per alcuni mesi senza potersi muovere né fare nulla. In quella sede consegna il referto del medico arabo e così ottiene due visite mediche senza che il glaucoma sia riconosciuto in tutta la sua gravità.

Di quei sette mesi ricorda l’assenza di luce: la camera in penombra, il bisogno compulsivo di dormire, il cielo di una luce spenta che non aveva mai visto. Ha paura per i suoi occhi, ma non riesce a comunicarlo.

Viene infine registrato come portatore di un disturbo lieve e assegnato alla sede centrale del Gus, a Macerata. Peccato che lo lascino senza guida, così resta nel treno di partenza, perde il cambio, si ritrova a Bari e viene rocambolescamente recuperato dagli operatori di Macerata.  Il Gus lo fa arrivare al centro specializzato per i soggetti vulnerabili a Castrì di Lecce, dove grazie all’Unione italiana ciechi ottiene il bastone bianco. È un nuovo inizio.

«Ho trovato degli angeli»

«Qui ho trovato degli angeli» dice, asciutto, Nathaniel. Il suo cuore è colmo di gratitudine per i gestori del centro. Un’intuizione di un assessore comunale, Diomede Stabile, anche lui disabile, porta Divina Della Giorgia, coordinatrice del progetto per il Gus di Castrì, a contattare gli “specialisti” Alessandro e Sonia. Nathaniel può ora contare su alcune attività che gli permettono di non abbassare la qualità della sua vita e di sfruttare al meglio la vista che gli rimane: passa dalle lezioni di Braille all’uso della tecnologia senza scordare la capacità di risposta alle attività al buio. Riceve, inoltre, una formazione da canestraio, che può garantirgli un inserimento come artigiano nella realizzazione di cesti in vimini con un maestro d’eccezione come l’artigiano Raffaele De Giorgi e frequenta le lezioni di italiano: «La mia testa non vuole memorizzare» si schernisce sull’argomento, ma parla molto bene del suo insegnante, dotato di grande pazienza.

«Siamo i primi a sperimentare un percorso di questo tipo –   esordisce Alessandro Napoli –, non avevamo un modello da seguire, ma principi cui ispirarci. A dieci anni dalla sua approvazione, in Italia non è stato esplicitato il pensiero espresso dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili per cui non si decide “Nulla su di noi senza di noi”. Non ci sono disability manager essi stessi disabili come invece è accettato in tutta Europa».

 

Alla lacuna hanno sopperito relazioni e competenza: «Siamo intervenuti come agenzia turistica dedicata all’accessibilità, perché i servizi e i principi di questa pratica erano assimilabili ai bisogni e alle responsabilità di Nathaniel come cittadino».

In un centinaio di ore Nathaniel apprende a scrivere e leggere in Braille, a usare i supporti tecnologici per disabili della vista con lo smartphone e con il computer, a sbrigare con una benda sugli occhi le faccende di casa e le proprie necessità igieniche senza dover ricorrere all’aiuto di altri. In particolare, ricorda Sonia «è stato un momento importante quando ha rovesciato un secchio d’acqua a terra e ha usato gli altri sensi, come il tatto con il piede, per capire dove si era formata la pozza per poi asciugarla del tutto». Anche Nathaniel parla dell’episodio come di un momento in cui ha capito che non sarebbe diventato «inutile». Questa consapevolezza è stata molto importante, perché, spiega Divina, «anche se gli altri otto coinquilini dei nostri appartamenti lo hanno accolto e un po’ coccolato, adesso lui comincia a fare la sua parte».

Non è finita qui, però, perché un pezzo difficile del suo adattamento sarà il cosiddetto terzo livello, come spiega Alessandro: «Deve prendere coscienza degli spazi dove vive, per questo abbiamo sviluppato percorsi di orienteering nel centro storico di Lecce e in altri piccoli centri come ad Alliste, che è la sede della 3T Service. In questo, è ovvio, Nathaniel ha più difficoltà e deve reggere l’impatto con la vita sociale».

Quando un migrante non è una risorsa, ma solo un uomo

Alessandro ha accennato a diritti e doveri di Nathaniel come cittadino: «Ha un’educazione e una responsabilità esemplari e con lui non ci poniamo da “teacher” come ci chiama scherzando. Abbiamo scelto un rapporto amichevole, orizzontale. L’unico timore che abbiamo è che una volta uscito dal Gus possa risentire dei tre potenziali fattori discriminanti della sua esperienza. Il fatto di non essere un rifugiato, ma “solo” un titolare di protezione umanitaria; la vecchia solfa che ancora tira tanto della discriminazione etnico-razziale e la discriminazione forse più pesante che subiamo anche noi tutti i giorni, quella di essere un disabile».

La domanda istintiva di un cittadino sottoposto al bombardamento mediatico delle dichiarazioni di Matteo Salvini è: «Chi glielo fa fare al Gus e alla 3T Service di seguire un migrante in queste condizioni?». Il cittadino in questione ignorerà che gli immigrati presenti regolarmente in Italia pagano le pensioni di 620mila italiani, per dirne una che tocca il portafoglio. La risposta economica non può essere esaustiva, dunque, stando anche alle ultime rilevazioni. I dati diffusi dal ministero dell’Interno e dall’European Migration Network (Emn), risalenti al 2011, raccontano dell’Italia come del secondo Paese europeo scelto dai rifugiati (40.355 richieste d’asilo) e del terzo per spesa annuale complessiva e pro capite (860 milioni di euro in totale, 21.311 euro a testa). L’ultimo rapporto della fondazione Leone Moressa riporta la spesa stimata dall’Interno per il 2015: 1 miliardo e 162 milioni, cioè lo 0,1 per cento della spesa pubblica italiana complessiva. Costi che non salgono troppo rispetto al 2011, nonostante l’allarmismo da invasione. Anche la spesa pro capite giornaliera sfata un mito della retorica razzista: è vero che questa ammonta a circa 35 euro, ma un terzo è da ripartire per il personale impiegato.

Tolti gli altri costi restano le spese destinate per intero ai migranti, come sottolinea Andrea Pignataro, responsabile nazionale Volontariato, Politiche giovanili e Servizio civile nazionale del Gus e coordinatore dei progetti in Puglia:

«Il cosiddetto pocket money ammonta a circa 3 euro, più 3,5 euro per le spese alimentari. Un aspetto che la retorica non coglie mai è che queste somme rappresentano un valore economico che ritorna al territorio, come gli stipendi ai nostri operatori, che spesso e volentieri sono laureati e altamente qualificati; i servizi, che non sono gestiti da società con sede legale sulla luna; il rapporto che si crea con i commercianti locali, che per esempio ricominciano a vendere alcune schede telefoniche o, in modo meno salubre, alcune marche di sigarette».

«Bisogna contare il contributo per l’affitto dell’alloggio per un massimo di sei mesi, se serve, quando i migranti escono dai nostri progetti – aggiunge Giancarlo Quaranta, operatore legale e sociale del gruppo –, anche quelli sono soldi che ricadono sull’economia del territorio».

Divina Della Giorgia parla del progetto, che ospita nove persone provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal, Siria, Bangladesh, Marocco e anche un curdo iracheno. Le persone vulnerabili che sono ospitate qui sono portatrici di diverse disabilità, patologie e handicap visibili e non visibili. Dei nove ospiti attuali, otto godono di protezione per motivi umanitari e solo uno è un beneficiario di diritto d’asilo. Dalla sua apertura nel 2014 sono state ospitate una ventina di persone. Il centro pratica l’accoglienza integrata come filosofia volta alla piena autonomia dei migranti. Molto positivi i risultati raggiunti finora: a menadito e con grande tenerezza Divina, Andrea e Giancarlo mi parlano di un caso di ritorno, con un cittadino afghano che ha deciso di tornare in patria dopo un’operazione delicata. E poi il pakistano che ha aperto un ristorane etnico a Roma, ma anche i due ragazzi assunti dalla pizzeria della piazzetta che si trova vicino agli appartamenti.

Colpisce la normalità nella quale tutto ciò si svolge, una normalità di cui persone ferite nel corpo e nello spirito hanno un grande bisogno. Forse è questa possibile normalità che spaventa alcuni politicanti. Certo al Sud certe cose sembrano più facili, come conferma Pignataro: «Qui l’accoglienza per i nostri progetti è un dato di fatto, non uno stereotipo. I territori dove c’era meno presenza di stranieri li hanno accolti meglio perché magari sono meno saturi. Ma il dato speciale è l’attenzione del Gus alle specificità del territorio che permette un inserimento dolce e questo approccio paga sempre».

Divina chiude il cerchio: «L’Altro. L’incontro e l’esperienza dell’Altro sono la risposta».

Uno sguardo al futuro, contro le politiche emergenziali

La chiusura delle frontiere dei Balcani e la pressione su Turchia e Grecia pongono interrogativi sull’ emergenza che potrebbe colpire di qui a breve proprio la Puglia, includendo anche il possibile intervento militare in Libia. Nel 2015 il tacco d’Italia si è piazzato al nono posto per la presenza di immigrati (dati del ministero degli Interni). Pignataro è nella posizione di poter fare delle previsioni: «Sono reduce da un po’ di tempo passato dalla nostra consorella Gus Albania dove ho incontrato il capo della polizia albanese, la direttrice dell’Unhcr del Paese, la responsabile della commissione Asilo, la responsabile del dipartimento Immigrazione del loro ministero degli Interni e l’ambasciatore italiano. Abbiamo svolto un’analisi sui luoghi dove si vorrebbero accogliere i migranti, Corizza e Argirocastro. L’idea che ci siamo fatti è che la frontiera sia aperta solo al Sud: si entra solo se si richiede asilo politico altrimenti si viene riaccompagnati indietro e non espulsi per andare dove si vuole. Non c’è nessun influsso pericoloso per la Puglia al momento».

«Considero l’accordo che l’Unione europea ha preso con la Turchia molto doloroso, un barattare morti con vivi con un’operazione contraria al rispetto dei diritti umani e della vita. Migrazione politica ed economica in questo senso hanno pari dignità e non si possono mettere quote, occorre una riforma vera. In questo caso esiste solo la distinzione tra umanità e disumanità».

«Per quanto riguarda la Libia, non posso fare stime: in quanto nonviolenti e pacifisti siamo preoccupati per tutto ciò che comporta fare una guerra. Ma se il problema è la cosiddetta invasione, l’Unione europea ha 500 milioni di abitanti. A partire dalla primavera araba a oggi sono arrivate un milione di persone. Penso che un’invasione debba avere numeri differenti, stando ai libri di storia».

Contro l’indifferenza

Ho chiesto a Nathaniel come pensa sarà il suo futuro, visto che i primi sei mesi di permanenza negli alloggi del Gus scadono a maggio. Saranno prorogati quasi con certezza, ma tra un anno cosa farà?

«Vorrei stare con la mia famiglia il più vicino possibile ad Alessandro e Sonia. Vorrei rivedere con i miei occhi la mia famiglia e vivere al massimo delle mie possibilità con un lavoro dignitoso».

Un’umanità condivisa dall’impegno quotidiano del Gus e della 3T Service. Ho conosciuto Nathaniel in occasione della lettura al buio del romanzo Cecità di José Saramago. Mi viene in mente che questa umanità sia la risposta alla domanda di relazione con l’Altro. L’impegno è quello di smentire una considerazione al centro del romanzo: «È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria». Contro tutto questo evitare l’indifferenza.

Articolo pubblicato il 14 aprile 2016 sulla Gazzetta del Mezzogiorno on line.

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Obama riapre alla green economy

GEORGETOWN (Usa)-«Il 97 per cento degli scienziati riconosce l’esistenza e gli effetti del cambiamento climatico. La Terra sta cambiando e gli Usa devono muoversi». Un futuro verde attende-di nuovo-l’economia più potente del mondo. Nel discorso del 25 giugno a Georgetown, Barack Obama ha ripreso il filo interrotto della riconversione industriale del Paese. Tutto incentrato sulla green economy.

Il presidente degli Stati Uniti ha ridotto di cinque anni, e di cinque punti percentuali, l’obiettivo della sua prima campagna elettorale. Secondo le previsioni del 2008, agli albori della crisi economica globale, entro il 2025 l’America del Nord avrebbe potuto raggiungere il 25 per cento della sua produzione energetica solo da fonti alternative. Almeno secondo i democrats. Il rallentamento dell’economia e la crisi del mercato automobilistico, in particolare, hanno rappresentato una pietra d’inciampo verso questo risultato.

Oggi il presidente, la cui fama è offuscata dal Datagate, non lascia passare un giorno senza una dichiarazione che ne ristabilisca la credibilità. In che modo? Ritornando alle origini della sua ascesa. Il piano «verde» prevede tre dei punti cardinali che si leggevano sui volantini riassuntivi del suo programma. Investire nell’energia pulita e rinnovabile: il 20 per cento di energia da fonti rinnovabili entro il 2020, anzitutto. Poi investimenti sulla ricerca e lo sviluppo di tali energie, e nella loro manutenzione. Infine il vero nodo della questione: contenere e ridurre i consumi, una sfida quasi impossibile per lo stile di vita della nazione che ha inventato lo spreco pianificato.

Davanti alla platea di studenti della celebre università dello Stato di Washington, incantati da un discorso immaginifico, Obama ha snocciolato la sua strategia. Con un’importante premessa:«Lo dobbiamo a voi, che siete i nostri figli. Abbiamo bisogno di scienziati-ha proseguito- che mettano a punto nuovi combustibili, abbiamo bisogno di ingegneri che individuino nuove fonti energetiche e di aziende che le producano e le vendano; abbiamo bisogno di lavoratori che gettino le basi per un’economia pulita. Questa è una sfida che riguarda tutti».

La riconversione delle centrali a carbone è la prima e più importante battaglia: le emissioni di anidride carbonica sono crollate in modo vertiginoso dal 2006. Ma non basta. È ancora fresco il senso di frustrazione che gli ambientalisti hanno provato a Durban nel dicembre 2011, e poi a Rio un anno fa. Prima del Datagate, insomma, sembrava che la competitività energetica degli Stati Uniti contro i diritti arrogati dalle potenze emergenti facesse perno sul conservatorismo dell’industria pesante.

Cos’è cambiato, allora? È crollata la fiducia degli statunitensi nella loro massima carica rappresentativa. Che si è decisa a dare un segnale più forte. Il Congresso ha reagito con freddezza al discorso di Obama, ma le strade che lui sceglierà di intraprendere non riguarderanno più di tanto l’organo legislativo. Spetterà, infatti, all’Environmental Protection Agency (Epa) proporre le nuove norme antiemissioni tanto per le vecchie quanto per le nuove centrali. Oltre ai nuovi standard, sempre all’Epa toccherà monitorare gli investimenti in tecnologie pulite.

Un segnale forte è arrivato con la messa in discussione dell’oleodotto di Keystone, che dovrebbe congiungere Usa e Canada. «L’interesse nazionale sarà salvaguardato-ha spiegato Obama-, ma solo se questo progetto non esaspererà gli effetti dell’inquinamento. Il mio governo valuterà se andare avanti con la costruzione solo su queste basi».

Se gli studenti hanno risposto con un grande applauso, altrettanto entusiaste sono state le prime reazioni. Su tutte quella del presidente della Commissione europea José Barroso. «L’Unione europea è un leader climatico fiducioso-ha detto-, abbiamo una legislazione ambiziosa in atto. Stiamo riducendo notevolmente le nostre emissioni, ampliando la produzione di energia da fonte rinnovabile e massimizzando il risparmio energetico. E ci stiamo preparando per il passo successivo: un quadro energetico e climatico per il 2030».

Qui il video completo del discorso di Obama a Georgetown.

Lezione di Storia

  pubblicato sul quotidiano leccese Il Paese Nuovo martedì 7 giugno 2011

L’Italia secondo Roberto Martucci: il noto studioso ripercorre le falle dell’unità per analizzarne lucidamente falsità e strumentalizzazioni, senza dimenticare miti e tabù della storicistica italiana. Un’intervista di Andrea Aufieri.

Roberto Martucci, storico del Costituzionalismo, è il presidente del Corso di Laurea in Scienze politiche e delle Relazioni internazionali dell’Università del Salento. È l’autore di originali e documentati studi sulla formazione dello Stato italiano (L’invenzione dell’Italia unita. 1855-1864,Sansoni 1999 e Storia costituzionale italiana. Dallo Statuto albertino alla Repubblica (1848-2001), Carocci 2002) e sulla Rivoluzione francese (L’ossessione costituente. Forma di governo e costituzione nella Rivoluzione francese, Il Mulino 2001). A colloquio con lui per saperne di più sulla formazione del nostro Stato, sulla strumentalizzazione operata per interessi economici e politici e per apprendere dei miti e dei tabù degli storici italiani.

Dopo quanto accaduto in questi centocinquant’anni di storia patria, possiamo affermare di vivere nel migliore dei mondi possibili?

Credo che per nessuno Stato al mondo ci possa essere una risposta positiva; l’Italia non lo è ed essa non è divenuta quale la pensarono i padri fondatori Cavour, Vittorio Emanuele II, Mazzini, Garibaldi e i nostri Libertini, Castromediano e Pisanelli. Purtroppo, lo Stato italiano versa in una crisi profonda da almeno vent’anni, da quando si è esaurita la funzione dirigente della Dc che aveva governato dalla fine della guerra fino al ’92, e da allora siamo in piena crisi istituzionale e non sappiamo prevederne gli sbocchi. Il “berlusconismo” è stato una meteora, e quando si sarà esaurito come fenomeno politico di natura populista (visto che Berlusconi ha 75 anni e non si vedono eredi politici all’orizzonte), l’opposizione attualmente frantumata e priva di programmi politici avrà difficoltà ad impugnare le redini dello Stato. Vedo un avvenire grigio.

La nostra Carta costituzionale può offrire uno spiraglio?

 Il riferimento alla Costituzione va sempre bene, soprattutto per i primi dodici articoli dei principi fondamentali. Perché poi l’organizzazione dello Stato ricalca un modello ottocentesco e ha dimostrato di non funzionare: il bicameralismo è andato malissimo peggiorando di legislatura in legislatura e in maniera evidente negli ultimi quindici anni. Con l’ultima legge Calderoli i deputati e senatori sono scelti dall’alto un po’ come per la legge Acerbo del 1923, quindi una volta che l’elettore ha scelto tra destra e sinistra non può fare altro perché costretto a votare in blocco i candidati di quella lista. Per la destra li ha scelti di persona Berlusconi e in parte minore Fini. Per l’opposizione le scelte sono venute da Roma sia per Casini sia per il Pd e per Di Pietro, nessuno spazio per iniziative dalla periferia regionale (circoscrizioni). E questo spiega anche la transumanza di deputati e senatori e la compravendita a favore dell’area di governo. L’Idv proprio per le modalità empirico-pasticcione che hanno caratterizzato la scelta dei candidati è stato salassato. Ormai Scilipoti e Razzi sono più conosciuti del Sette di denari nelle partite a carte all’osteria, perché si sono messi sul mercato in modo vergognoso, come vergognosa è stata la nomina dell’ultimo ministro dell’agricoltura Romano, indagato per favoreggiamento mafioso. In sostanza, tutte le modernizzazioni di cui ha beneficiato negli ultimi trent’anni lo Stato italiano sono state una conseguenza del recepimento di direttive europee: ho l’impressione che solo un rafforzamento dell’Ue con imposizione di regole cogenti e vincolanti potrà aiutarci a uscire dalla crisi. Anche se c’è da dire che in tutti gli ordinamenti federali o confederali (com’è attualmente l’Ue), le leggi elettorali sono di pertinenza degli Stati membri e non sono regolate dal Parlamento (o Congresso) federale.

Quando si è palesata questa crisi politica?

 Nel 1982, anno dell’insediamento della prima Commissione bicamerale presieduta da Aldo Bozzi, uomo politico di grande probità e rimpianto da tutti, avviene la certificazione della crisi istituzionale, dovuta al nostro bicameralismo perfetto, o paritario. Ma poi conta anche l’eccessiva frammentazione dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato della Repubblica, i cui membri possono uscire e fondare nuovi gruppi. E ancora il bizantinismo di certe procedure: la fiducia all’intero governo comporta crisi e cadute dell’intero esecutivo anche nel caso si debba sostituire un solo membro, nonostante la teoria dei “poteri impliciti” (di derivazione statunitense, ma respinta dalla dottrina costituzionale italiana) possa far pensare alla possibilità di revoca congiunta da parte dei presidenti della Repubblica e del Consiglio, questa pratica però è di derivazione statunitense e non è mai stata consuetudinaria da noi.
Altro tasto dolente è il ruolo del nostro presidente del Consiglio, un primus inter pares che se guida una coalizione compatta, di pochi partiti e gode di prestigio nazionale ed estero notevole, allora riesce a incidere sulla politica governativa, altrimenti risulterà paralizzato da veti incrociati che i singoli partiti gli opporranno. Di questi politici di grande prestigio ne abbiamo avuti pochissimi nell’Italia repubblicana, mi fermerei alle figure di De Gasperi, Fanfani e Moro; mentre le esperienze governative dell’ultimo diciottennio sono inadeguate, se non penose.

Parlando del centocinquantenario molti fanno affondare questi problemi in un vizio di nascita dello Stato italiano. Quanto è storiograficamente attendibile questa idea?

 La questione è complessa. Adesso è stata tirata fuori per motivi politici da movimenti “antisistema” come la Lega Nord, che è il partito che in questo momento tiene il governo del paese in pugno, mentre il Pdl non esiste come partito politico, ma è un enorme gruppo di deputati e senatori scelti su basi che non hanno motivazioni di tipo razionale-weberiano. La Lega ha speso l’argomento della non perfetta origine dello Stato italiano (conquista regia, Plebisciti fasulli), ma lo ha evocato a casaccio, non facendone oggetto di ipotesi ricostruttive; comunque, i suoi vertici non sarebbero in grado di entrare in àmbiti di pertinenza degli storici: i politici non hanno competenze e strumenti per affrontare una questione complessa come la nascita dello Stato italiano.
In effetti, da  studioso posso dire che lo Stato italiano è il prodotto di un’espansione militare del Regno di Sardegna guidato dal conte di Cavour e dal re Vittorio Emanuele II. A seguito della guerra vittoriosa in Lombardia nel 1859 agenti  cavouriani destabilizzano tutti gli Stati dell’Italia centrale, nonostante tutti, ad eccezione di Modena, fossero neutrali. Entro giugno 1859 il ducato di Parma e Piacenza e le Romagne pontificie sono sottoposti a governi provvisori a guida dittatoriale (Ricasoli in Toscana e Farini in Romagna), in attesa di confluire nel Regno di Sardegna.

In quel momento, lo Stato Pontificio è sotto protezione militare francese: a Roma staziona una imponente guarnigione in grado di respingere qualsiasi attacco. La fortunata opera di annessione in violazione di tutti i trattati internazionali porta Vittorio Emanuele II e Garibaldi all’idea di attaccare i territori papalini, penetrandovi dal Nord, attraverso il confine di Cattolica dilagando verso Ancona e Perugia. Ma, in tal caso, la reazione militare francese sarebbe stata immediata e il Regno dell’Alta Italia si sarebbe disintegrato, vanificando otto anni di intensa attività cavouriana. Il dispositivo militare sardo non era in grado di reggere all’urto francese. In considerazione del fatto che il Regno delle Due Sicilie era isolato da diversi anni sotto il profilo internazionale da Londra e Parigi e che le uniche due Potenze estere benevolenti erano Austria e Russia (sotto scacco perché avevano perso la Guerra di Crimea nel ’55 e quella di Lombardia nel ’59 e, quindi, impossibilitate a fornire aiuto militare), Cavour indirizza l’attivismo bellicoso del re e di Garibaldi verso Mezzogiorno. Prende dunque corpo un’ aggressione militare coperta che conosciamo con il nome di Spedizione dei Mille, e che ancora oggi i libri di storia presentano come autonoma iniziativa patriottica di volontari democratici, contro il volere del governo sardo: questa versione dei fatti è arbitraria o, se si preferisce, costituisce una disinvolta manipolazione storica.
Certo è che il governo Cavour chiuse gli occhi rispetto alla concentrazione a Genova di un migliaio di volontari del disciolto corpo dei Cacciatori delle Alpi già comandati da Garibaldi nella Guerra di Lombardia. I fucili che ricevettero appartenevano alla Società Nazionale guidata dal patriota Giuseppe La Farina, collaboratore di Cavour, che non si sarebbe mosso senza l’avallo del conte. Queste cose le sappiamo attraverso la consultazione del Carteggio Cavour, edito a cura della Commissione nazionale per la pubblicazione delle sue opere.

Cosa animava allora le ambizioni di Cavour?

La costruzione di un grande Regno peninsulare era da lui accarezzata in previsione dell’imminente taglio dell’istmo di Suez, che avrebbe reso più rapidi i contatti con il subcontinente indiano sotto sovranità britannica. Negli ambienti europei s’ipotizzava la costruzione di una gigantesca ferrovia che potesse collegare Londra a Brindisi passando per Parigi, Roma e Milano. I passeggeri della “Valigia delle Indie” a Brindisi si sarebbero imbarcati su navi inglesi. Un viaggio che si sarebbe rivelato davvero molto più breve, permettendo di dimezzare la navigazione oceanica.
Inoltre, non conoscendo a fondo la situazione economica degli abitanti del Regno delle Due Sicilie, a forte vocazione industriale (su 10 milioni di abitanti, 1,5 trovava lavoro nelle industrie metallurgiche e tessili, poi in quelle tipografiche e della fabbricazione della carta), Cavour pensava invece di svilupparne l’agricoltura, facendone il granaio d’Europa.
C’è da dire che l’intera unificazione della Penisola italiana si compie in venti mesi tra il giugno 1859 e il gennaio 1861, sotto la guida di Cavour: siamo di fronte a una compressione dei tempi storici, il tempo di unificazione della Francia, così come la conosciamo oggi, abbraccia diversi secoli, dal medioevo fino alle guerre della seconda metà del Settecento di Luigi XV; lo stesso vale per la Gran Bretagna, che esiste come tale solo dal 1707 (Atto di unione dei Regni di Scozia, Irlanda e Inghilterra), ma dopo che per secoli si era imposta l’egemonia inglese; la Spagna ha richiesto circa 500 anni per la Reconquista promossa inizialmente dai re visigoti e poi portata avanti dai re di Catsiglia e Aragona fino all’espulsione del re moro di Grenada, pochi mesi prima della partenza di Colombo per l’America (1492). I grandi regni hanno impiegato diversi secoli a formarsi e cementare i legami tra popoli abituati ad essere estranei l’uno all’altro. Nell’unificazione italiana, invece, nel giro di una ventina di mesi sono scomparsi sette Stati formalmente indipendenti e teniamo presente che i 21,5 milioni di italiani non parlavano la lingua nazionale: parlavano italiano solo in due milioni, come ha ricordato Tullio de Mauro nella Storia linguistica dell’Italia unita, dunque i sudditi toscani più 500mila tra romani e umbro-marchigiani abitanti dello Stato Pontificio, cui si aggiungevano piccole élite nelle diverse capitali statali e nei capoluoghi di provincia. Per il resto, centinaia di dialetti di origine preromana, mentre le élite dirigenti parlavano francese: nel Carteggio di Cavour almeno la metà dei venti volumi è in francese.

Questo però non deve portarci centocinquant’anni dopo a rimpiangere il passato o a ipotizzare destini diversi o praticati attraverso il resettaggio della comune patria italiana. In sede storica i fenomeni si analizzano, non si celebrano: così come quando si analizza la Seconda guerra punica e si mettono in luce la genialità militare di Annibale e l’organizzazione estremamente razionale del suo esercito, questo non significa che oggi si debba riproporre un nuovo dominio cartaginese del Mediterraneo. D’altro canto, noi storici non possiamo autocensurarci; soprattutto, analizzando un periodo che va dal 1815-20 al 1862-65 non possiamo impedirci di indagare a fondo, autoparalizzandoci con l’incongruo dilemma: “se vado avanti nei miei studi , utilizzando tutti i documenti disponibili, chissà che uso ne verrà fatto”. Non bisogna barare nella consultazione delle fonti, occorre separare l’esposizione di eventi (e dei documenti che li supportano) dalla loro interpretazione. Così facendo, uno storico (vale a dire, un professionista del settore) mette sulla buona pista il lettore richiamando le sue opzioni interpretative e le ipotesi delle quali si assume la paternità.

In un  arco temporaneo ristretto muoiono tutti gli attori dell’unità: quanto ha inciso questa casualità sul consolidamento dello Stato?

Certo, ne risulta una classe dirigente depauperata: al pari del vecchio Regno di Sardegna il nuovo Regno d’Italia ha un’ élite ridottissima, scelta tra gruppi ristretti di notabili residenti  a Milano, Torino, Firenze, Palermo, Napoli.  Il conte di Cavour muore di malaria perniciosa endemica a meno di tre mesi dalla proclamazione del Regno d’Italia: era stato circa otto anni presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna e la sua morte impedisce di completare il processo in corso di attribuzione delle funzioni di direzione politico-istituzionale al titolare della presidenza del Consiglio, un istituto no previsto dallo Statuto Albertino e, quindi, esistente di fatto. Nessuno dei successori di Cavour sarà alla sua altezza; il solo Giolitti può essere ricompreso nella scia di quel sommo statista, ma è lontanissimo dal suo livello. C’è un problema di classe dirigente selezionata all’interno di un nucleo ridottissimo di notabili. Sui maschi maggiorenni, circa 5 milioni di capifamiglia, hanno diritto di voto solo in 427mila, tra questi votano la metà: 180-200mila italiani eleggono un po’ più di 400 deputati e decidono per 21 milioni di persone.
Tra quei deputati il re dovrà individuare il presidente del Consiglio. La storia della monarchia liberale che dura fino al 1922 ci dà settantacinque governi di durata infinitesimale: da Tommaso Tittoni, presidente per undici giorni, ai tre mesi del Sonnino I e II. Altri un po’ più di tempo come Crispi e Giolitti, ma nessuno ha mai raggiunto il livello anglosassone. Finora nessun governo è restato in carica un’intera legislatura, i cinque anni previsti.

In barba alle questioni territoriali, vere quanto strumentalizzate, la storia la scrivono sempre i vincitori?

Sempre. Non a caso quando è uno studioso straniero a ricostruire gli avvenimenti di uno Stato, se padroneggia la lingua e si documenta bene ci dà un quadro più fresco e meno censurato. Lo stesso dicasi per gli italiani che si occupano di eventi inglesi o francesi. Lo storico deve conoscere perfettamente lingua e fonti. E se prendiamo in esame i quattro storici anglosassoni che negli ultimi cinquant’anni si sono occupati del Risorgimento, vediamo che  rientrano perfettamente nel paradigma appena enunciato: Denis Mc Smith, Lucy Riall, Martin Clark, Cristopher Duggan. I libri di questi autori hanno sempre suscitato grandi polemiche, ma si tratta di studiosi di grandissimo profilo, cui gli italiani contestano una “lesa maestà” storiografica, perché toccano un nervo scoperto e non hanno miti e tabù degli storici italiani; ma è reciproco: anche gli studiosi italiani che analizzano la Rivoluzione Francese o l’epopea di Cromwell si comportano allo stesso modo, senza lasciarsi influenzare da timori reverenziali nei confronti di padri della patria e fondatori di Stati.

Volendo fare un elenco dei miti e dei tabù degli storici italiani?

prof. Roberto Martucci

Visto che un determinato macro-evento (per esempio, la nascita del Regno d’Italia) si è verificato, non poiteva che andare così; questo paralizza la ricerca storiografica. Con rarissime eccezioni che non elencherò analiticamente, fermandomi ai nomi di Federico Chabod, Adolfo Omodeo, Marco Meriggi e Piero Bevilacqua, autori di lavori solidissimi e scevri da pregiudizi. Fuori di questi nomi prevale una descrizione demonizzata degli Stati preunitari.
A parte lo Stato Pontificio (decisamente il più indifendibile perché mancava di requisiti di modernità richiesti dai Memoranda delle Potenze europee a partire dal 1815), gli altri 5 Stati preunitari erano invece egregiamente amministrati, a cominciare proprio dall’austriaco Regno Lombardo-Veneto. Variava la dimensione territoriale: i due Ducati padani di Parma-Piacenza-Guastalla e di Modena-Reggio-Mirandola coincidevano con il limitato territorio delle attuali province d’identica denominazione; la Toscana ricordava il Belgio, e le Due Sicilie occupavano il 40% dell’intero territorio italiano.
In sede storiografica, coloro che hanno condannato in blocco gli Stati preunitari hanno creato confusione tra l’inesistenza di un regime rappresentativo e l’efficienza dell’organizzazione amministrativa degli stessi. Fino al 1848 non si conoscono in Italia sistemi di selezione della classe dirigente tramite elezione. In quel periodo l’ondata di agitazioni di piazza spinge tutti i regnanti a concedere costituzioni o statuti. Finita la vampata quarantottesca, queste concessioni sono revocate ovunque tranne che nel Regno Sardegna. Dunque, con l’eccezione sarda, i Parlamenti non esistono, non si vota, ma l’amministrazione è alla francese, con un sistema di intendenti che anticipano i prefetti, un sistema giurisdizionale di magistrati insediati, due gradi di giudizio e la possibilità di ricorso per Cassazione. Si ricordi che nel Regno delle Due Sicilie alla magistratura si accede attraverso concorso pubblico. In sede storiografica si presume che i notabili e gli artigiani che abitano le città di questi Stati italiani preunitari, nonché gli abitanti delle campagne, abbiano manifestato un tacito consenso nei confronti dei governanti, come in effetti accadeva durante l’Ancien Régime prima delle rivoluzioni negli Usa (1776) e in Francia (1789). Avrei dovuto ricordare anche l’Inghilterra un secolo prima, ma la condanna a morte del re (1649) non ha avuto grande fortuna nel continente europeo, anche se gli storici sanno che l’ordinamento anglo britannico è matriciale, che le colonie inglesi nordamericane sono organizzate come la madrepatria, dunque man mano che si popolano i maschi maggiorenni bianchi liberi ottengono la possibilità di eleggere assemblee rappresentative nei propri collegi. In Europa, però, il modello matriciale inglese è dileggiato da tutti, con l’eccezione di Montesquieu. Rousseau, per esempio, lo irride perché dice che i cittadini inglesi esauriscono la libertà con l’atto del voto e poi tornano a essere schiavi. Certo, quando Rousseau scrive bisogna dire che il Regno Unito adotta un sistema elettorale ultracensitario, connotato da circoscrizioni elettorali definite “borghi putridi” (per l’insignificante numero di abitanti) e con lo scarsissimo peso elettorale attribuito a città economicamente influenti come Manchester.

Nel Regno delle Due Sicilie si scontrano le posizioni di lealisti, briganti, mazziniani, filopiemontesi: oggi posizioni che richiamano alla potenziale esistenza di un’arcadia borbonica o all’anarchismo dei briganti quanto sono enfatizzate?

Cercando di semplificare la risposta: in via preliminare la nascita di movimenti neoborbonici sviluppati negli ultimi quindici anni è legata al senso di frustrazione nato con la propaganda demagogica della Lega Nord contro l’Italia meridionale e la sua amministrazione. In genere queste battaglie sono portate avanti da persone non professioniste della storia, ma da liberi professionisti come  avvocati o medici e ingegneri e da impiegati e insegnanti, che hanno cominciato a guardare con simpatia a discorsi del tipo “Non siamo nati oggi”, “Il Regno di Napoli è esistito per otto secoli”, “Questi erano i territori della Magna Grecia”, ricorrendo sempre a forti semplificazioni di un certo impatto emotivo.
I movimenti neoborbonici hanno mitizzato un’età d’oro coincidente con l’ultima ricostituzione del Regno di Napoli e di Sicilia risalente al 1735, quando Carlo di Borbone, il figlio di Elisabetta Farnese e Filippo V re di Spagna, dopo aver sbaragliato gli austriaci a Bitonto, entra trionfalmente a Napoli e assume prima lì e poi a Palermo le corone dei due regni di Sicilia al di qua e al di là del Faro (di Messina). I neoborbonici enfatizzano come periodo di rinascita culturale, industriale istituzionale e amministrativa il periodo dal 1835 al 1860. Ed è comprensibile la loro frustrazione quando persone che parlano un italiano approssimativo (deputati, senatori e ministri non parlano più come De Gasperi; Fanfani o Togliatti) attaccano in blocco il Meridione e la sua classe dirigente. Di qui l’inevitabile rissa: in città che hanno dato i natali a personaggi del valore di Gaetano Filangieri, Vincenzo Bellini o Filippo Briganti, insorgono verbalmente fior di notabili frustrati all’insegna di proteste comprensibili (“come si permettono Calderoli e Bossi di diffamare i meridionali?”), disgiunte però da un comportamento elettorale che li porta, contraddittoriamente, a gravitare nell’area governativa egemonizzata dalla Lega Nord.

Tutto comprensibile, dunque; ma nessuno strumento scientifico per analizzare in modo compiuto, come farebbe uno storico di professione, la storia del Regno di Napoli.
Secondo elemento è il crollo del Regno delle Due Sicilie, legato a un complesso di concause. Prima ho ricordato la Spedizione dei Mille come “aggressione militare coperta”. Ma se il Regno fosse stato solidissimo dal punto di vista istituzionale e della sua classe dirigente, mai un corpo spedizionario formato da soli mille combattenti sarebbe riuscito a sbaragliare il dispositivo militare del Regno delle Due Sicilie.
Nel maggio 1859 re Ferdinando II a quarantanove anni e mezzo di età muore per tumore e lascia il trono al figlio ventunenne Francesco II: da un re esperto, passato indenne dalla crisi micidiale del 1848, all’inesperienza di un figlio di cui l’élite napoletana non si fida ciecamente. Nella storia spesso il caso è rilevante: i ceti altoborghesi di medici, avvocati e proprietari terrieri non credono nella sopravvivenza del regno e appena Garibaldi arriva aderiscono in massa al nuovo ordine.
Quelle che non aderiscono per niente sono le masse contadine, inizialmente rabbonite da Garibaldi con la promessa della riforma agraria, cioè della spartizione della terra demaniale ed ecclesiastica.
La riforma agraria sarà opera del ministro democristiano Antonio Segni nel 1952; Garibaldi, invece, quella terra non la dà e viceversa il nuovo regno introduce tasse a carico proprio dei più poveri, perché la tassa sul macinato colpisce soprattutto tasche e pancia della gente che non ha i pochi centesimi necessari per panificare.
In modo spregiudicato agisce poi a Napoli una quinta colonna interna formata da ex emigrati politici che destabilizzano il regno, agitando l’idea che possa praticarsi un’alleanza politica tra Napoli e Vittorio Emanuele se sarà concessa autonomia all’ormai perduta Sicilia: in questo caso il Regno di Sardegna si accontenterebbe di dividere in tre l’Italia, con Torino, Napoli e Roma pontificia.

Avendo detto che il regno implode, torniamo alla sua classe dirigente preda del disincanto: il regno nel complesso ha un salasso dell’élite in tre momenti storici. È un’entità istituzionale con una già ridotta classe dirigente, poi depauperata attraverso purghe e guerre: prima con la caduta della Repubblica partenopea nel 1799, quando Nelson impone a Ferdinando IV di giustiziare tutto il ceto dirigente, centinaia di elementi di valore nel fiore degli anni tolti di mezzo; poi la seconda ondata con il fallimento del nonimestre costituzionale 1820-‘21 in cui a seguito di un pronunciamiento militare diretto da Guglielmo Pepe, generale murattiano mantenuto nel grado dal Borbone dopo la Restaurazione del 1815. Il movimento aveva portato all’introduzione a Napoli e in Sicilia della costituzione spagnola del 1812, detta “di Cadice”. Il tentativo costituzionale provoca un’azione riformatrice annientata poi dall’intervento militare austriaco, che provoca l’emigrazione in massa dell’élite istituzionale. Con il fallimento del 1848 arriviamo alla terza purga, anche se non sanguinaria: ma quando fette consistenti delle classi dirigenti prendono la strada di Parigi, di Londra o degli Stati Uniti, restano i più conformisti che da opportunisti saranno a favore di chi vince.

E la questione del brigantaggio?

Il brigantaggio è un fenomeno complesso: chi dice che è sempre esistito nelle Due Sicilie dice una verità e una menzogna al tempo stesso. Il fenomeno è endemico in tutti gli Stati del Mediterraneo dal Medio evo fino alla Prima guerra mondiale, il problema è che non ha mai raggiunto le basi di massa del brigantaggio meridionale dal 1860 al 1865-66. In quel periodo si contano bande che superano il migliaio di combattenti. Alcune, come quella di Carmine Crocco, superano i 1200 uomini a cavallo, lo stesso organico di un reggimento di cavalleria regolare.
Questo fenomeno non è inizialmente costituito da elementi criminali, ma da soldati borbonici sbandati, poi dai disertori piemontesi garibaldini e, dal ’62, queste bande sono rinforzate da renitenti alla leva. Il nuoivo Regno d’Italia vuole infatti armare mezzo milione di soldati e chiama alle armi i contadini, molti dei quali scappano in campagna e per evitare di esser fucilati (come disertori) si aggregano ai briganti. Parecchie migliaia di combattenti che praticano una tipica guerriglia, analoga alla guerra di alcune tribù indiane come gli Apaches degli stessi anni negli Stati Uniti.

L’Italia meridionale in fiamme, la grande insurrezione contadina contro le promesse non mantenute da Garibaldi e i briganti combattuti dal regno con misure draconiane come lo stato d’assedio: si aggiunge la fucilazione immediata di individui armati o trovati in possesso di risorse alimentari superiori al sostentamento per due giorni. Cioè, se un contadino viene trovato in campagna con una quantità di pane superiore al peso di 400 grammi (considerata razione giornaliera) può essere fucilato dato che si presume che voglia somministrare il pane eccedente a briganti alla macchia. Ma, un conto è consegnare le armi entro il periodo stabilito e rischiare la fucilazione alla scadenza di quel periodo, mentre fucilare chi ha del pane in più è una cosa che urla vendetta.
In quel periodo, inoltre, a causa della censura sulla stampa, i giornalisti potevano risiedere solo nei capoluoghi senza avventurarsi in provincia: ne consegue che ancora oggi non si sa quanti sono stati i civili fucilati nel decennio di repressione del Brigantaggio. Effettuando calcoli complessi si può ipotizzare che tra l’estate 1860 e il 1870 furono uccisi un numero di contadini che oscilla tra i 17 mila e i 78 mila, a seconda degli indicatori impiegati, dei fucilati, degli abitanti morti dopo incendi appiccati dai bersaglieri, eccetera. Un esempio per tutti: se in una cittadina di seimila abitanti come Pontelandolfo i sopravvissuti sono circa tremila, non possiamo azzardare cifre esatte, ma mancano all’appello altri tremila abitanti.

C’è un periodo della nostra storia in cui proprio l’abbiamo “imbroccata” e dal quale prendere esempio per il periodo oscuro che ci attende?

L’età giolittiana, dalla crisi di fine secolo e Zanardelli fino al 1914, è stata senza dubbio un buon periodo, interrotto purtroppo dalla follia dell’intervento italiano nella Grande guerra.
Probabilmente poi il periodo della ricostruzione repubblicana, tra il 1946 e il ’60: il boom economico, il rapido superamento delle distruzioni della Seconda guerra mondiale; poi una seconda fase negli anni Sessanta, quando sembrava che il benessere fosse infinito e diffuso e il fenomeno culturale del ‘68 contribuì all’europeizzazione delle italiane e degli italiani, delle città, allo svecchiamento nelle relazioni e nei costumi. Purtroppo l’eccessivo incancrenirsi delle vertenze sindacali e delle lotte sociali hanno poi incubato fenomeni di natura eversiva e terroristica che hanno incrinato il processo di emancipazione degli strati popolari e di modernizzazione del paese. Riprendessimo da lì…

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