In ascolto del bisogno

 

Mario Signore, foto di Lorenzo Papadia

Andrea Aufieri,pubblicato su Palascìa_l’informazione migrante, Anno I Numero 2, Maggio-Settembre 2010.
http://www.metissagecoop.org

Il paradigma della complessità come assunto interdisciplinare contro l’autoreferenzialità dell’epistemologia e il riduttivismo, per l’ascolto del bisogno e un nuovo welfare: tutto questo alla base della nuova collana di Pensa multimedia, Inter-sezioni, diretta da Mario Signore, docente di Filosofia morale presso la facoltà di Economia dell’Università del Salento, e della sua opera “Economia del bisogno ed etica del desiderio”.

Quale via per prendere coscienza della nostra “porosità” e metterci finalmente in ascolto del bisogno?

Si parte anzitutto tentando di costruire un’antropologia incentrata sul tema del bisogno: àntropos non è l’uomo generico, è considerato nella sua interezza, e orientato essenzialmente attraverso il bisogno, grande sintomo dell’essere uomo,  caratterizzato dalla bisognevolezza. Acquista una dimensione ontologica, diviene costitutivo della natura umana. Partendo da un’antropologia che guarda al bisogno vogliamo parlare dell’uomo in “carne e ossa”, senza per questo rinchiuderlo nella pesantezza del Körper, giacché la porosità, la sua complessità, lo apre alle domande dello spirito. Perciò cerco di recuperare parole scomparse dal nostro quadro semantico, come quelle di corpo e di anima, da contrapporre al rischio del riduttivismo esasperato. Si parte dalla consapevolezza del Mängelwesen, l’uomo come essere carente, fino alla potenzialità del Kulturwesen, uomo culturale, essenza dell’antropologia e dell’essere, strumento o paradigma entro cui legare tutti i discorsi pratici.

Come superare il riduttivismo con la semantica del bisogno e ambire alla metamorfosi del reale?

Il riduttivismo induce ogni scienza a rivendicare l’egemonia di un segmento della natura umana, pretendendo come totale ciò che è solo una parte. Il paradigma della complessità guarda invece all’umano come a una meraviglia antropologica, in cui sono presenti tutte le dimensioni che lo costituiscono. Nella mia concezione, più ampia di quella di Edgar Morin, a cui mi ispiro, il bisogno è il punto d’ingresso per tutto l’uomo, pensato in un orizzonte infinito entro il quale si giocano i destini della storia e della metastoria. Dobbiamo poi fare un’altra operazione oltre a quella che ci porta alla coscienza della complessità: bisogna concepire il bisogno come “bisogno ricco” che, con riferimento ad Aristotele, Hegel e Marx, non si esaurisce con l’istinto di sopravvivenza. Con Agnes Heller, allieva di Lukács, definisco quello della sopravvivenza il “limite esistenziale”, oltre il quale si apre il quadro dei bisogni: il bisogno scatta se la vita è già garantita. La tavola dei bisogni diventa dunque una tavola ricca, ne include altri che fino a poco tempo fa non c’erano, come dimostrano alcune illuminanti politiche sociali. Il concetto di bisogno supera così il welfarismo, nel solco delle teorie di Sen e Nussbaum: limite del welfarismo è quello di pretendere di ridurre a uguali i diversi, mentre un nuovo welfare, fondato sulla teoria di bisogni, vuol rendere diversi gli uguali, sostituire il welfarismo con le capabilities. L’uomo ricco di bisogni si specifica attraverso il serbatoio di potenzialità che ciascuno è. La nostra teoria si fonda sulle capabilities. Il processo di globalizzazione porta con sé la perdita delle identità in un malinteso comunitarismo universale. L’attenzione alle capabilities, come condizioni di possibilità dell’uomo intero, produce identità vere e diversità capaci di produrre il massimo sviluppo delle potenzialità di ciascuno.

Le pari opportunità sono costituzionalmente garantite, ma la loro attuazione non creerebbe una frattura con la concretezza dell’economia?

Perciò ridefinire il welfare, come possibilità di costruzione delle condizioni concrete e delle buone prassi per rendere reali i diritti. Ciò è legato anche all’economia dell’efficienza: avere una scuola e un’università rigorose, ospedali, mercato ed economia che funzionino rivoluzionerebbe tutto. L’economia del profitto per il profitto fa trionfare l’individualismo, e non permette la realizzazione del massimo per ciascuno. Il mio periodo universitario, all’alba della contestazione, è stato segnato dalla “Lettera ad una professoressa” di Lorenzo Milani: la cosa entusiasmante era che questo prete insegnava latino e greco ai figli dei montanari di Barbiana, mettendo in moto tutte le loro capabilities.

In ambito economico, il paradigma della complessità è realizzabile in maniera rivoluzionaria? Lei scrive della politica dell’et et contrapposta a quella dell’aut aut. In Italia tutto ciò è scaduto nel cerchiobottismo. Fino a dove si può mediare?

La mia è una critica alle logiche e alle politiche dell’esclusione, che accolgono la ragione di una sola parte ergendola ad absolutus. È un’apertura al dialogo, un riconoscimento e uno sforzo per cogliere la ragione altrui. Rifuggo l’immediatezza, il senso comune del trascinarsi nella storia, l’accettare la realtà con greve e ingenuo realismo. La mia è una filosofia della mediazione, che scende da lombi nobili come quelli hegeliani, che con l’Aufhebung ci insegna a superare conservando, senza prevaricare. Il problema fondamentale è quello del riconoscimento, che avviene come autocoscienza dell’altro. La prassi rivoluzionaria ha in sé la pretesa di cambiare con i tempi richiesti dalla rivoluzione, che pretendono il superamento disperdendo la ricchezza del punto di partenza: se voglio superare la cultura islamica le faccio guerra, e viceversa. Non  sapremo mai chi vincerà, ma avremo perso la ricchezza inestimabile di una cultura.

È comprensibile però l’urgenza sociale, con problemi come lo spazio e la cittadinanza, che attuando l’altrapolitica possa superare le fratture? Come proporsi, per esempio, al Medio Oriente?

Il tema dello stare insieme è un problema originario, legato alla questione del bisogno. Platone mette in risalto il carattere strumentale dell’abitare:la polis nasce perché dobbiamo cooperare per garantirci la soddisfazione del bisogno. Aristotele fa un passo avanti, ricordandoci che l’uomo è zoon politikon, portato alla relazione. Saremmo avvantaggiati nella risposta al bisogno, proprio nella città dove c’è tutto: il lavoro, la spiritualità, la relazione. I bisogni singoli si superano dove i bisogni artificiali, che producono consumismo, trovano un limite nei bisogni e nelle urgenze degli altri. L’esercizio del dialogo interculturale poi mette a fuoco in maniera a volte drammatica il problema del riconoscimento, così grave in Medio Oriente. Il riconoscimento non è un dato gratuito, come rilevo anche dalla lettura di Emmaus: perfino i discepoli faticano a riconoscere il Risorto. Eppure non c’è altra strada per rendere abitabile il nostro mondo.

Quale ruolo ha il desiderio? Citando Heidegger, l’umanismo ha portato alla catastrofe tecnocratica del presente, e il colpevole è l’uomo, ma la soluzione dei mali è dunque e solo l’universalità dell’unico dio? Quali altri orizzonti?

Heidegger mette a nudo le aporie dell’umanismo, che ha posto l’uomo al centro, ponendo le basi perché egli si sentisse tanto potente da compiere molti mali. Da Nietzsche in poi l’uomo è stato decentrato, c’è stata così la crisi del concetto di coscienza postulata da tutta la filosofia post-nicciana fino al pensiero debole. Nel mio libro precedente, “Lo sguardo della  responsabilità”, rimetto l’uomo al centro gravandolo del peso di un’etica della responsabilità per la sua vita e quella del pianeta. Cercare un altro “responsabile” che unisca l’uomo stesso con le sue fragilità porta a forme scadute di teodicea: sarà colpa del destino o di un dio? Rimettiamo al centro l’uomo, ma in un antropocentrismo relazionale con la natura, l’universo e Dio.  Sono un credente, ma ciò non mi impedisce di partire dall’uomo per una filosofia antropologica. Non trovo coerente con la natura dell’uomo coinvolgere Dio nelle sue vicende, una volta sperimentata la libertà di contrappormi a Lui. Dalla “cacciata dall’Eden”, l’uomo è divenuto responsabile di sé stesso e del pianeta. Tutti però hanno sempre avuto bisogno dei loro dei per trascendere la loro finitezza, la coscienza di essere bisognevoli. Qui la distinzione tra bisogno e desiderio: nel momento in cui l’uomo soddisfa i suoi bisogni è capace ancora di un ultimo scatto verso qualcosa che lo trascende. Il desiderio dell’uomo è illimitato e include anche Dio, anche solo come orizzonte regolativo che lo porta a superare financo i limiti e le ristrettezze dell’essere uomo. Non c’è spazio qui per l’intolleranza, men che meno quella religiosa: ciò che ci unisce è più di ciò che ci divide da altre culture. Il nodo è sempre quello di un rispettoso e consapevole riconoscimento.

Diritti, la resistenza dagli ultimi

 

Andrea Aufieri, XNews n.0

 

 

 

I diritti umani al centro delle relazioni internazionali. Ma la società? È la prima vittima della crisi politica ed economica degli stati. Così gli individui cancellano i deboli, ma la resistenza deve venire, come sempre, dagli ultimi. Questi i temi che tocchiamo con Attilio Pisanò, professore aggregato di Filosofia del diritto e Diritti umani del Corso di Laurea in Scienze politiche e delle Relazioni internazionali all’Università del Salento. Le sue pubblicazioni: Il diritto dei popoli nella rivoluzione francese. L’abbé Grégoire (2002); Una teoria comunitaria dei diritti individuali. I Diritti dell’uomo di Nicola Spedalieri (2005, opera che gli è valsa la cittadinanza onoraria di Bronte,Ct); I diritti umani come fenomeno cosmopolita. Internazionalizzazione, Regionalizzazione, Specificazione (2011). In fase di pubblicazione altre due opere: Diritti deumanizzati. Animali, Ambiente, Generazioni future, Specie umana (Giuffré), e la curatela Questioni geopolitiche mediterranee (ESI).

Diritti umani: astrazione buona per tutelare le situazioni di guerra o strumento vicinissimo di pace sociale?

I diritti umani sono molto più vicini alla nostra vita quotidiana di quanto possiamo pensare. Nascono nell’ambito della tradizione culturale occidentale e sono dunque radicati nei nostri ordinamenti giuridici. Scrivere un articolo senza essere privati arbitrariamente della nostra libertà, ad esempio, è un atto che possiamo compiere sotto il guscio protettivo dei diritti umani, che le nostre Costituzioni, dal dopoguerra, hanno recepito non solo in maniera formale, ma con meccanismi che ne consentono la tutela sostanziale. Caratteri fondamentali però sono l’universalità e l’uguaglianza, il che significa che i diritti devono valere per tutti, o non possono essere chiamati diritti umani. Se altrove questi non sono tutelati e passa il messaggio per cui in una parte del mondo è giusto non tutelarli per questioni culturali, si segue una china che porta alla mancata tutela dei diritti anche nella nostra società.

Quali diritti, oggi più che in passato, devono essere più tutelati e quali soggetti dovrebbero attivarsi?

I diritti umani si dividono in due grandi categorie: quelli politici e quelli sociali. La crisi economica e politica dello stato moderno ha incrinato quelli sociali, che sono più complessi, aleatori e bisognosi di una tutela specifica e diretta dello stato: salute, casa, lavoro, ovvero le conquiste delle generazioni che ci hanno preceduto, rischiano di saltare. È chiaro che sono sempre i più deboli a rischiare di perdere i diritti acquisiti. Il cardine è il lavoro, come recita il primo articolo della nostra Costituzione. Tramite il lavoro chiunque può dare un contributo alla società e accrescere il proprio status di cittadino. Se non c’è il lavoro crolla l’impostazione giuridica e sociale.

Diritti, ma anche doveri. È solo un richiamo formale quello conclusivo della Dichiarazione del  1948?

Il rapporto tra diritti e doveri è di complementarietà, non possono essere rivendicati i primi se non si tengono presenti i secondi. In Occidente è prevalsa una forte concezione individualistica del rapporto con la società. L’uomo è considerato al di fuori di questa e ciò ha sicuramente rafforzato le tutele personali, ma ha anche fatto dimenticare principi sociali basilari come la responsabilità e la solidarietà, un richiamo ai doveri in questo senso è quanto mai attuale.

 

Lezione di Storia

  pubblicato sul quotidiano leccese Il Paese Nuovo martedì 7 giugno 2011

L’Italia secondo Roberto Martucci: il noto studioso ripercorre le falle dell’unità per analizzarne lucidamente falsità e strumentalizzazioni, senza dimenticare miti e tabù della storicistica italiana. Un’intervista di Andrea Aufieri.

Roberto Martucci, storico del Costituzionalismo, è il presidente del Corso di Laurea in Scienze politiche e delle Relazioni internazionali dell’Università del Salento. È l’autore di originali e documentati studi sulla formazione dello Stato italiano (L’invenzione dell’Italia unita. 1855-1864,Sansoni 1999 e Storia costituzionale italiana. Dallo Statuto albertino alla Repubblica (1848-2001), Carocci 2002) e sulla Rivoluzione francese (L’ossessione costituente. Forma di governo e costituzione nella Rivoluzione francese, Il Mulino 2001). A colloquio con lui per saperne di più sulla formazione del nostro Stato, sulla strumentalizzazione operata per interessi economici e politici e per apprendere dei miti e dei tabù degli storici italiani.

Dopo quanto accaduto in questi centocinquant’anni di storia patria, possiamo affermare di vivere nel migliore dei mondi possibili?

Credo che per nessuno Stato al mondo ci possa essere una risposta positiva; l’Italia non lo è ed essa non è divenuta quale la pensarono i padri fondatori Cavour, Vittorio Emanuele II, Mazzini, Garibaldi e i nostri Libertini, Castromediano e Pisanelli. Purtroppo, lo Stato italiano versa in una crisi profonda da almeno vent’anni, da quando si è esaurita la funzione dirigente della Dc che aveva governato dalla fine della guerra fino al ’92, e da allora siamo in piena crisi istituzionale e non sappiamo prevederne gli sbocchi. Il “berlusconismo” è stato una meteora, e quando si sarà esaurito come fenomeno politico di natura populista (visto che Berlusconi ha 75 anni e non si vedono eredi politici all’orizzonte), l’opposizione attualmente frantumata e priva di programmi politici avrà difficoltà ad impugnare le redini dello Stato. Vedo un avvenire grigio.

La nostra Carta costituzionale può offrire uno spiraglio?

 Il riferimento alla Costituzione va sempre bene, soprattutto per i primi dodici articoli dei principi fondamentali. Perché poi l’organizzazione dello Stato ricalca un modello ottocentesco e ha dimostrato di non funzionare: il bicameralismo è andato malissimo peggiorando di legislatura in legislatura e in maniera evidente negli ultimi quindici anni. Con l’ultima legge Calderoli i deputati e senatori sono scelti dall’alto un po’ come per la legge Acerbo del 1923, quindi una volta che l’elettore ha scelto tra destra e sinistra non può fare altro perché costretto a votare in blocco i candidati di quella lista. Per la destra li ha scelti di persona Berlusconi e in parte minore Fini. Per l’opposizione le scelte sono venute da Roma sia per Casini sia per il Pd e per Di Pietro, nessuno spazio per iniziative dalla periferia regionale (circoscrizioni). E questo spiega anche la transumanza di deputati e senatori e la compravendita a favore dell’area di governo. L’Idv proprio per le modalità empirico-pasticcione che hanno caratterizzato la scelta dei candidati è stato salassato. Ormai Scilipoti e Razzi sono più conosciuti del Sette di denari nelle partite a carte all’osteria, perché si sono messi sul mercato in modo vergognoso, come vergognosa è stata la nomina dell’ultimo ministro dell’agricoltura Romano, indagato per favoreggiamento mafioso. In sostanza, tutte le modernizzazioni di cui ha beneficiato negli ultimi trent’anni lo Stato italiano sono state una conseguenza del recepimento di direttive europee: ho l’impressione che solo un rafforzamento dell’Ue con imposizione di regole cogenti e vincolanti potrà aiutarci a uscire dalla crisi. Anche se c’è da dire che in tutti gli ordinamenti federali o confederali (com’è attualmente l’Ue), le leggi elettorali sono di pertinenza degli Stati membri e non sono regolate dal Parlamento (o Congresso) federale.

Quando si è palesata questa crisi politica?

 Nel 1982, anno dell’insediamento della prima Commissione bicamerale presieduta da Aldo Bozzi, uomo politico di grande probità e rimpianto da tutti, avviene la certificazione della crisi istituzionale, dovuta al nostro bicameralismo perfetto, o paritario. Ma poi conta anche l’eccessiva frammentazione dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato della Repubblica, i cui membri possono uscire e fondare nuovi gruppi. E ancora il bizantinismo di certe procedure: la fiducia all’intero governo comporta crisi e cadute dell’intero esecutivo anche nel caso si debba sostituire un solo membro, nonostante la teoria dei “poteri impliciti” (di derivazione statunitense, ma respinta dalla dottrina costituzionale italiana) possa far pensare alla possibilità di revoca congiunta da parte dei presidenti della Repubblica e del Consiglio, questa pratica però è di derivazione statunitense e non è mai stata consuetudinaria da noi.
Altro tasto dolente è il ruolo del nostro presidente del Consiglio, un primus inter pares che se guida una coalizione compatta, di pochi partiti e gode di prestigio nazionale ed estero notevole, allora riesce a incidere sulla politica governativa, altrimenti risulterà paralizzato da veti incrociati che i singoli partiti gli opporranno. Di questi politici di grande prestigio ne abbiamo avuti pochissimi nell’Italia repubblicana, mi fermerei alle figure di De Gasperi, Fanfani e Moro; mentre le esperienze governative dell’ultimo diciottennio sono inadeguate, se non penose.

Parlando del centocinquantenario molti fanno affondare questi problemi in un vizio di nascita dello Stato italiano. Quanto è storiograficamente attendibile questa idea?

 La questione è complessa. Adesso è stata tirata fuori per motivi politici da movimenti “antisistema” come la Lega Nord, che è il partito che in questo momento tiene il governo del paese in pugno, mentre il Pdl non esiste come partito politico, ma è un enorme gruppo di deputati e senatori scelti su basi che non hanno motivazioni di tipo razionale-weberiano. La Lega ha speso l’argomento della non perfetta origine dello Stato italiano (conquista regia, Plebisciti fasulli), ma lo ha evocato a casaccio, non facendone oggetto di ipotesi ricostruttive; comunque, i suoi vertici non sarebbero in grado di entrare in àmbiti di pertinenza degli storici: i politici non hanno competenze e strumenti per affrontare una questione complessa come la nascita dello Stato italiano.
In effetti, da  studioso posso dire che lo Stato italiano è il prodotto di un’espansione militare del Regno di Sardegna guidato dal conte di Cavour e dal re Vittorio Emanuele II. A seguito della guerra vittoriosa in Lombardia nel 1859 agenti  cavouriani destabilizzano tutti gli Stati dell’Italia centrale, nonostante tutti, ad eccezione di Modena, fossero neutrali. Entro giugno 1859 il ducato di Parma e Piacenza e le Romagne pontificie sono sottoposti a governi provvisori a guida dittatoriale (Ricasoli in Toscana e Farini in Romagna), in attesa di confluire nel Regno di Sardegna.

In quel momento, lo Stato Pontificio è sotto protezione militare francese: a Roma staziona una imponente guarnigione in grado di respingere qualsiasi attacco. La fortunata opera di annessione in violazione di tutti i trattati internazionali porta Vittorio Emanuele II e Garibaldi all’idea di attaccare i territori papalini, penetrandovi dal Nord, attraverso il confine di Cattolica dilagando verso Ancona e Perugia. Ma, in tal caso, la reazione militare francese sarebbe stata immediata e il Regno dell’Alta Italia si sarebbe disintegrato, vanificando otto anni di intensa attività cavouriana. Il dispositivo militare sardo non era in grado di reggere all’urto francese. In considerazione del fatto che il Regno delle Due Sicilie era isolato da diversi anni sotto il profilo internazionale da Londra e Parigi e che le uniche due Potenze estere benevolenti erano Austria e Russia (sotto scacco perché avevano perso la Guerra di Crimea nel ’55 e quella di Lombardia nel ’59 e, quindi, impossibilitate a fornire aiuto militare), Cavour indirizza l’attivismo bellicoso del re e di Garibaldi verso Mezzogiorno. Prende dunque corpo un’ aggressione militare coperta che conosciamo con il nome di Spedizione dei Mille, e che ancora oggi i libri di storia presentano come autonoma iniziativa patriottica di volontari democratici, contro il volere del governo sardo: questa versione dei fatti è arbitraria o, se si preferisce, costituisce una disinvolta manipolazione storica.
Certo è che il governo Cavour chiuse gli occhi rispetto alla concentrazione a Genova di un migliaio di volontari del disciolto corpo dei Cacciatori delle Alpi già comandati da Garibaldi nella Guerra di Lombardia. I fucili che ricevettero appartenevano alla Società Nazionale guidata dal patriota Giuseppe La Farina, collaboratore di Cavour, che non si sarebbe mosso senza l’avallo del conte. Queste cose le sappiamo attraverso la consultazione del Carteggio Cavour, edito a cura della Commissione nazionale per la pubblicazione delle sue opere.

Cosa animava allora le ambizioni di Cavour?

La costruzione di un grande Regno peninsulare era da lui accarezzata in previsione dell’imminente taglio dell’istmo di Suez, che avrebbe reso più rapidi i contatti con il subcontinente indiano sotto sovranità britannica. Negli ambienti europei s’ipotizzava la costruzione di una gigantesca ferrovia che potesse collegare Londra a Brindisi passando per Parigi, Roma e Milano. I passeggeri della “Valigia delle Indie” a Brindisi si sarebbero imbarcati su navi inglesi. Un viaggio che si sarebbe rivelato davvero molto più breve, permettendo di dimezzare la navigazione oceanica.
Inoltre, non conoscendo a fondo la situazione economica degli abitanti del Regno delle Due Sicilie, a forte vocazione industriale (su 10 milioni di abitanti, 1,5 trovava lavoro nelle industrie metallurgiche e tessili, poi in quelle tipografiche e della fabbricazione della carta), Cavour pensava invece di svilupparne l’agricoltura, facendone il granaio d’Europa.
C’è da dire che l’intera unificazione della Penisola italiana si compie in venti mesi tra il giugno 1859 e il gennaio 1861, sotto la guida di Cavour: siamo di fronte a una compressione dei tempi storici, il tempo di unificazione della Francia, così come la conosciamo oggi, abbraccia diversi secoli, dal medioevo fino alle guerre della seconda metà del Settecento di Luigi XV; lo stesso vale per la Gran Bretagna, che esiste come tale solo dal 1707 (Atto di unione dei Regni di Scozia, Irlanda e Inghilterra), ma dopo che per secoli si era imposta l’egemonia inglese; la Spagna ha richiesto circa 500 anni per la Reconquista promossa inizialmente dai re visigoti e poi portata avanti dai re di Catsiglia e Aragona fino all’espulsione del re moro di Grenada, pochi mesi prima della partenza di Colombo per l’America (1492). I grandi regni hanno impiegato diversi secoli a formarsi e cementare i legami tra popoli abituati ad essere estranei l’uno all’altro. Nell’unificazione italiana, invece, nel giro di una ventina di mesi sono scomparsi sette Stati formalmente indipendenti e teniamo presente che i 21,5 milioni di italiani non parlavano la lingua nazionale: parlavano italiano solo in due milioni, come ha ricordato Tullio de Mauro nella Storia linguistica dell’Italia unita, dunque i sudditi toscani più 500mila tra romani e umbro-marchigiani abitanti dello Stato Pontificio, cui si aggiungevano piccole élite nelle diverse capitali statali e nei capoluoghi di provincia. Per il resto, centinaia di dialetti di origine preromana, mentre le élite dirigenti parlavano francese: nel Carteggio di Cavour almeno la metà dei venti volumi è in francese.

Questo però non deve portarci centocinquant’anni dopo a rimpiangere il passato o a ipotizzare destini diversi o praticati attraverso il resettaggio della comune patria italiana. In sede storica i fenomeni si analizzano, non si celebrano: così come quando si analizza la Seconda guerra punica e si mettono in luce la genialità militare di Annibale e l’organizzazione estremamente razionale del suo esercito, questo non significa che oggi si debba riproporre un nuovo dominio cartaginese del Mediterraneo. D’altro canto, noi storici non possiamo autocensurarci; soprattutto, analizzando un periodo che va dal 1815-20 al 1862-65 non possiamo impedirci di indagare a fondo, autoparalizzandoci con l’incongruo dilemma: “se vado avanti nei miei studi , utilizzando tutti i documenti disponibili, chissà che uso ne verrà fatto”. Non bisogna barare nella consultazione delle fonti, occorre separare l’esposizione di eventi (e dei documenti che li supportano) dalla loro interpretazione. Così facendo, uno storico (vale a dire, un professionista del settore) mette sulla buona pista il lettore richiamando le sue opzioni interpretative e le ipotesi delle quali si assume la paternità.

In un  arco temporaneo ristretto muoiono tutti gli attori dell’unità: quanto ha inciso questa casualità sul consolidamento dello Stato?

Certo, ne risulta una classe dirigente depauperata: al pari del vecchio Regno di Sardegna il nuovo Regno d’Italia ha un’ élite ridottissima, scelta tra gruppi ristretti di notabili residenti  a Milano, Torino, Firenze, Palermo, Napoli.  Il conte di Cavour muore di malaria perniciosa endemica a meno di tre mesi dalla proclamazione del Regno d’Italia: era stato circa otto anni presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna e la sua morte impedisce di completare il processo in corso di attribuzione delle funzioni di direzione politico-istituzionale al titolare della presidenza del Consiglio, un istituto no previsto dallo Statuto Albertino e, quindi, esistente di fatto. Nessuno dei successori di Cavour sarà alla sua altezza; il solo Giolitti può essere ricompreso nella scia di quel sommo statista, ma è lontanissimo dal suo livello. C’è un problema di classe dirigente selezionata all’interno di un nucleo ridottissimo di notabili. Sui maschi maggiorenni, circa 5 milioni di capifamiglia, hanno diritto di voto solo in 427mila, tra questi votano la metà: 180-200mila italiani eleggono un po’ più di 400 deputati e decidono per 21 milioni di persone.
Tra quei deputati il re dovrà individuare il presidente del Consiglio. La storia della monarchia liberale che dura fino al 1922 ci dà settantacinque governi di durata infinitesimale: da Tommaso Tittoni, presidente per undici giorni, ai tre mesi del Sonnino I e II. Altri un po’ più di tempo come Crispi e Giolitti, ma nessuno ha mai raggiunto il livello anglosassone. Finora nessun governo è restato in carica un’intera legislatura, i cinque anni previsti.

In barba alle questioni territoriali, vere quanto strumentalizzate, la storia la scrivono sempre i vincitori?

Sempre. Non a caso quando è uno studioso straniero a ricostruire gli avvenimenti di uno Stato, se padroneggia la lingua e si documenta bene ci dà un quadro più fresco e meno censurato. Lo stesso dicasi per gli italiani che si occupano di eventi inglesi o francesi. Lo storico deve conoscere perfettamente lingua e fonti. E se prendiamo in esame i quattro storici anglosassoni che negli ultimi cinquant’anni si sono occupati del Risorgimento, vediamo che  rientrano perfettamente nel paradigma appena enunciato: Denis Mc Smith, Lucy Riall, Martin Clark, Cristopher Duggan. I libri di questi autori hanno sempre suscitato grandi polemiche, ma si tratta di studiosi di grandissimo profilo, cui gli italiani contestano una “lesa maestà” storiografica, perché toccano un nervo scoperto e non hanno miti e tabù degli storici italiani; ma è reciproco: anche gli studiosi italiani che analizzano la Rivoluzione Francese o l’epopea di Cromwell si comportano allo stesso modo, senza lasciarsi influenzare da timori reverenziali nei confronti di padri della patria e fondatori di Stati.

Volendo fare un elenco dei miti e dei tabù degli storici italiani?

prof. Roberto Martucci

Visto che un determinato macro-evento (per esempio, la nascita del Regno d’Italia) si è verificato, non poiteva che andare così; questo paralizza la ricerca storiografica. Con rarissime eccezioni che non elencherò analiticamente, fermandomi ai nomi di Federico Chabod, Adolfo Omodeo, Marco Meriggi e Piero Bevilacqua, autori di lavori solidissimi e scevri da pregiudizi. Fuori di questi nomi prevale una descrizione demonizzata degli Stati preunitari.
A parte lo Stato Pontificio (decisamente il più indifendibile perché mancava di requisiti di modernità richiesti dai Memoranda delle Potenze europee a partire dal 1815), gli altri 5 Stati preunitari erano invece egregiamente amministrati, a cominciare proprio dall’austriaco Regno Lombardo-Veneto. Variava la dimensione territoriale: i due Ducati padani di Parma-Piacenza-Guastalla e di Modena-Reggio-Mirandola coincidevano con il limitato territorio delle attuali province d’identica denominazione; la Toscana ricordava il Belgio, e le Due Sicilie occupavano il 40% dell’intero territorio italiano.
In sede storiografica, coloro che hanno condannato in blocco gli Stati preunitari hanno creato confusione tra l’inesistenza di un regime rappresentativo e l’efficienza dell’organizzazione amministrativa degli stessi. Fino al 1848 non si conoscono in Italia sistemi di selezione della classe dirigente tramite elezione. In quel periodo l’ondata di agitazioni di piazza spinge tutti i regnanti a concedere costituzioni o statuti. Finita la vampata quarantottesca, queste concessioni sono revocate ovunque tranne che nel Regno Sardegna. Dunque, con l’eccezione sarda, i Parlamenti non esistono, non si vota, ma l’amministrazione è alla francese, con un sistema di intendenti che anticipano i prefetti, un sistema giurisdizionale di magistrati insediati, due gradi di giudizio e la possibilità di ricorso per Cassazione. Si ricordi che nel Regno delle Due Sicilie alla magistratura si accede attraverso concorso pubblico. In sede storiografica si presume che i notabili e gli artigiani che abitano le città di questi Stati italiani preunitari, nonché gli abitanti delle campagne, abbiano manifestato un tacito consenso nei confronti dei governanti, come in effetti accadeva durante l’Ancien Régime prima delle rivoluzioni negli Usa (1776) e in Francia (1789). Avrei dovuto ricordare anche l’Inghilterra un secolo prima, ma la condanna a morte del re (1649) non ha avuto grande fortuna nel continente europeo, anche se gli storici sanno che l’ordinamento anglo britannico è matriciale, che le colonie inglesi nordamericane sono organizzate come la madrepatria, dunque man mano che si popolano i maschi maggiorenni bianchi liberi ottengono la possibilità di eleggere assemblee rappresentative nei propri collegi. In Europa, però, il modello matriciale inglese è dileggiato da tutti, con l’eccezione di Montesquieu. Rousseau, per esempio, lo irride perché dice che i cittadini inglesi esauriscono la libertà con l’atto del voto e poi tornano a essere schiavi. Certo, quando Rousseau scrive bisogna dire che il Regno Unito adotta un sistema elettorale ultracensitario, connotato da circoscrizioni elettorali definite “borghi putridi” (per l’insignificante numero di abitanti) e con lo scarsissimo peso elettorale attribuito a città economicamente influenti come Manchester.

Nel Regno delle Due Sicilie si scontrano le posizioni di lealisti, briganti, mazziniani, filopiemontesi: oggi posizioni che richiamano alla potenziale esistenza di un’arcadia borbonica o all’anarchismo dei briganti quanto sono enfatizzate?

Cercando di semplificare la risposta: in via preliminare la nascita di movimenti neoborbonici sviluppati negli ultimi quindici anni è legata al senso di frustrazione nato con la propaganda demagogica della Lega Nord contro l’Italia meridionale e la sua amministrazione. In genere queste battaglie sono portate avanti da persone non professioniste della storia, ma da liberi professionisti come  avvocati o medici e ingegneri e da impiegati e insegnanti, che hanno cominciato a guardare con simpatia a discorsi del tipo “Non siamo nati oggi”, “Il Regno di Napoli è esistito per otto secoli”, “Questi erano i territori della Magna Grecia”, ricorrendo sempre a forti semplificazioni di un certo impatto emotivo.
I movimenti neoborbonici hanno mitizzato un’età d’oro coincidente con l’ultima ricostituzione del Regno di Napoli e di Sicilia risalente al 1735, quando Carlo di Borbone, il figlio di Elisabetta Farnese e Filippo V re di Spagna, dopo aver sbaragliato gli austriaci a Bitonto, entra trionfalmente a Napoli e assume prima lì e poi a Palermo le corone dei due regni di Sicilia al di qua e al di là del Faro (di Messina). I neoborbonici enfatizzano come periodo di rinascita culturale, industriale istituzionale e amministrativa il periodo dal 1835 al 1860. Ed è comprensibile la loro frustrazione quando persone che parlano un italiano approssimativo (deputati, senatori e ministri non parlano più come De Gasperi; Fanfani o Togliatti) attaccano in blocco il Meridione e la sua classe dirigente. Di qui l’inevitabile rissa: in città che hanno dato i natali a personaggi del valore di Gaetano Filangieri, Vincenzo Bellini o Filippo Briganti, insorgono verbalmente fior di notabili frustrati all’insegna di proteste comprensibili (“come si permettono Calderoli e Bossi di diffamare i meridionali?”), disgiunte però da un comportamento elettorale che li porta, contraddittoriamente, a gravitare nell’area governativa egemonizzata dalla Lega Nord.

Tutto comprensibile, dunque; ma nessuno strumento scientifico per analizzare in modo compiuto, come farebbe uno storico di professione, la storia del Regno di Napoli.
Secondo elemento è il crollo del Regno delle Due Sicilie, legato a un complesso di concause. Prima ho ricordato la Spedizione dei Mille come “aggressione militare coperta”. Ma se il Regno fosse stato solidissimo dal punto di vista istituzionale e della sua classe dirigente, mai un corpo spedizionario formato da soli mille combattenti sarebbe riuscito a sbaragliare il dispositivo militare del Regno delle Due Sicilie.
Nel maggio 1859 re Ferdinando II a quarantanove anni e mezzo di età muore per tumore e lascia il trono al figlio ventunenne Francesco II: da un re esperto, passato indenne dalla crisi micidiale del 1848, all’inesperienza di un figlio di cui l’élite napoletana non si fida ciecamente. Nella storia spesso il caso è rilevante: i ceti altoborghesi di medici, avvocati e proprietari terrieri non credono nella sopravvivenza del regno e appena Garibaldi arriva aderiscono in massa al nuovo ordine.
Quelle che non aderiscono per niente sono le masse contadine, inizialmente rabbonite da Garibaldi con la promessa della riforma agraria, cioè della spartizione della terra demaniale ed ecclesiastica.
La riforma agraria sarà opera del ministro democristiano Antonio Segni nel 1952; Garibaldi, invece, quella terra non la dà e viceversa il nuovo regno introduce tasse a carico proprio dei più poveri, perché la tassa sul macinato colpisce soprattutto tasche e pancia della gente che non ha i pochi centesimi necessari per panificare.
In modo spregiudicato agisce poi a Napoli una quinta colonna interna formata da ex emigrati politici che destabilizzano il regno, agitando l’idea che possa praticarsi un’alleanza politica tra Napoli e Vittorio Emanuele se sarà concessa autonomia all’ormai perduta Sicilia: in questo caso il Regno di Sardegna si accontenterebbe di dividere in tre l’Italia, con Torino, Napoli e Roma pontificia.

Avendo detto che il regno implode, torniamo alla sua classe dirigente preda del disincanto: il regno nel complesso ha un salasso dell’élite in tre momenti storici. È un’entità istituzionale con una già ridotta classe dirigente, poi depauperata attraverso purghe e guerre: prima con la caduta della Repubblica partenopea nel 1799, quando Nelson impone a Ferdinando IV di giustiziare tutto il ceto dirigente, centinaia di elementi di valore nel fiore degli anni tolti di mezzo; poi la seconda ondata con il fallimento del nonimestre costituzionale 1820-‘21 in cui a seguito di un pronunciamiento militare diretto da Guglielmo Pepe, generale murattiano mantenuto nel grado dal Borbone dopo la Restaurazione del 1815. Il movimento aveva portato all’introduzione a Napoli e in Sicilia della costituzione spagnola del 1812, detta “di Cadice”. Il tentativo costituzionale provoca un’azione riformatrice annientata poi dall’intervento militare austriaco, che provoca l’emigrazione in massa dell’élite istituzionale. Con il fallimento del 1848 arriviamo alla terza purga, anche se non sanguinaria: ma quando fette consistenti delle classi dirigenti prendono la strada di Parigi, di Londra o degli Stati Uniti, restano i più conformisti che da opportunisti saranno a favore di chi vince.

E la questione del brigantaggio?

Il brigantaggio è un fenomeno complesso: chi dice che è sempre esistito nelle Due Sicilie dice una verità e una menzogna al tempo stesso. Il fenomeno è endemico in tutti gli Stati del Mediterraneo dal Medio evo fino alla Prima guerra mondiale, il problema è che non ha mai raggiunto le basi di massa del brigantaggio meridionale dal 1860 al 1865-66. In quel periodo si contano bande che superano il migliaio di combattenti. Alcune, come quella di Carmine Crocco, superano i 1200 uomini a cavallo, lo stesso organico di un reggimento di cavalleria regolare.
Questo fenomeno non è inizialmente costituito da elementi criminali, ma da soldati borbonici sbandati, poi dai disertori piemontesi garibaldini e, dal ’62, queste bande sono rinforzate da renitenti alla leva. Il nuoivo Regno d’Italia vuole infatti armare mezzo milione di soldati e chiama alle armi i contadini, molti dei quali scappano in campagna e per evitare di esser fucilati (come disertori) si aggregano ai briganti. Parecchie migliaia di combattenti che praticano una tipica guerriglia, analoga alla guerra di alcune tribù indiane come gli Apaches degli stessi anni negli Stati Uniti.

L’Italia meridionale in fiamme, la grande insurrezione contadina contro le promesse non mantenute da Garibaldi e i briganti combattuti dal regno con misure draconiane come lo stato d’assedio: si aggiunge la fucilazione immediata di individui armati o trovati in possesso di risorse alimentari superiori al sostentamento per due giorni. Cioè, se un contadino viene trovato in campagna con una quantità di pane superiore al peso di 400 grammi (considerata razione giornaliera) può essere fucilato dato che si presume che voglia somministrare il pane eccedente a briganti alla macchia. Ma, un conto è consegnare le armi entro il periodo stabilito e rischiare la fucilazione alla scadenza di quel periodo, mentre fucilare chi ha del pane in più è una cosa che urla vendetta.
In quel periodo, inoltre, a causa della censura sulla stampa, i giornalisti potevano risiedere solo nei capoluoghi senza avventurarsi in provincia: ne consegue che ancora oggi non si sa quanti sono stati i civili fucilati nel decennio di repressione del Brigantaggio. Effettuando calcoli complessi si può ipotizzare che tra l’estate 1860 e il 1870 furono uccisi un numero di contadini che oscilla tra i 17 mila e i 78 mila, a seconda degli indicatori impiegati, dei fucilati, degli abitanti morti dopo incendi appiccati dai bersaglieri, eccetera. Un esempio per tutti: se in una cittadina di seimila abitanti come Pontelandolfo i sopravvissuti sono circa tremila, non possiamo azzardare cifre esatte, ma mancano all’appello altri tremila abitanti.

C’è un periodo della nostra storia in cui proprio l’abbiamo “imbroccata” e dal quale prendere esempio per il periodo oscuro che ci attende?

L’età giolittiana, dalla crisi di fine secolo e Zanardelli fino al 1914, è stata senza dubbio un buon periodo, interrotto purtroppo dalla follia dell’intervento italiano nella Grande guerra.
Probabilmente poi il periodo della ricostruzione repubblicana, tra il 1946 e il ’60: il boom economico, il rapido superamento delle distruzioni della Seconda guerra mondiale; poi una seconda fase negli anni Sessanta, quando sembrava che il benessere fosse infinito e diffuso e il fenomeno culturale del ‘68 contribuì all’europeizzazione delle italiane e degli italiani, delle città, allo svecchiamento nelle relazioni e nei costumi. Purtroppo l’eccessivo incancrenirsi delle vertenze sindacali e delle lotte sociali hanno poi incubato fenomeni di natura eversiva e terroristica che hanno incrinato il processo di emancipazione degli strati popolari e di modernizzazione del paese. Riprendessimo da lì…

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: