Brindisi, processo al petrolchimico

Sono 231, di cui soltanto 14 ancora in vita. Sono le vittime del Petrolchimico di Brindisi. Il 19 ottobre è prevista quella che potrebbe essere l’ultima tappa della decennale odissea giuridica attraversata dai familiari e da quello sparuto numero di ex operai, i quali oramai si possono considerare solo dei “sopravvissuti”. Sarà quella l’ultima udienza preliminare, prima di un procedimento penale che può anche non aver luogo, vista la richiesta di archiviazione del pubblico ministero Giuseppe De Nozza. Le ipotesi di reato contestate a 68 dirigenti sono di strage, lesioni personali, disastro doloso, rimozione od omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro. Le accuse più gravi si basano su ipotesi che la comunità scientifica non ha unanimemente confermato, per motivi non sempre legati alla scienza, almeno a vedere i committenti di alcuni di questi studi.

Una storia troppo lunga

“Il processo è ormai antico, parliamo di preistoria”. L’avvocato Stefano Palmisano, 38enne di Fasano, si occupa di diritto penale del lavoro, dell’ambiente e di colpa medica. Segue il procedimento da quando è cominciato, essendo il rappresentante di numerose vittime e familiari. Ed è lui stesso ad illustrarci le tappe salienti.
“Era il 1996 – racconta – quando Luigi Caretto, ex operaio di Brindisi e di Porto Marghera, inviò un esposto a Felice Casson, il magistrato veneziano che istituì il primo maxi processo al Petrolchimico di Porto Marghera. Casson dovette rinviare a Brindisi la causa di Caretto, che lì aveva lavorato per gran parte degli anni. Il processo venne dunque istruito da Nicola Piacente e, nel 2000, passò a Stefano Bargero e De Nozza. I due pm disposero il sequestro degli impianti di Brindisi nel novembre dello stesso anno”.

“Nel 2002 – prosegue Palmisano – in seguito al trasferimento di Bargero e all’affi damento dell’intero corpus delle indagini all’attuale pm, venimmo a sapere, tramite indiscrezioni di stampa, che De Nozza avrebbe chiesto l’archiviazione”. Il motivo che sta alla base della richiesta è “un nervo scoperto di gran parte del diritto penale del lavoro”, ovvero la mancanza di prove del nesso causale tra esposizione al cancerogeno principale, il pvm/pvc (monovinilcloruro o polivinilcloruro, secondo la fase di produzione in cui si trova), e l’insorgenza delle malattie, relazione dimostrata solo nel caso del rarissimo angiosarcoma epatico. A Brindisi, però, non si è registrato nemmeno un caso di questa malattia, cosa che motiverebbe la richiesta di archiviazione. È partendo da ciò dunque che Palmisano muove le critiche alle scelte ed ai metodi del pm. “Tra le falle delle indagini preliminari – spiega il legale – c’è l’attribuzione di un ruolo marginale a tutte le altre cause di tumore, viene cioè ignorata la circostanza palese che il Petrolchimico fosse un ricettacolo di nocività tra le più micidiali, cancerogene e tossiche. E questo non perché non vengano riconosciute la pericolosità e la dannosità, ad esempio, dell’amianto. Al contrario: siccome l’amianto lo si ritrova dappertutto a Brindisi, non si può provare che il mesotelioma che ha ucciso gli operai derivi dall’esposizione professionale”.

Pertanto, secondo Palmisano, “la Procura della Repubblica di Brindisi non ha fatto quanto avrebbe dovuto nell’assolvimento di alcuni fondamentali passaggi processuali. Siamo riusciti ad opporci – sottolinea l’avvocato – all’archiviazione solo un anno e otto mesi dopo averlo saputo dai giornali, e soltanto dopo che il comitato Vittime del Petrolchimico aveva fatto il diavolo in quattro, con sit-in, convegni e appelli alla cittadinanza”.

La presunta indimostrabilità

Un’altra forte critica mossa dal legale è che per “individuare il vero scoglio di questo processo, basta vedere come si relaziona il pm con la comunità scientifi ca”. Il rinvio del processo dal 15 giugno al 19 ottobre è motivato dall’esito di certi studi che dovrebbero essere resi pubblici a Lione, al Congresso dello Iarc, l’International agency for research on cancer. Tuttavia, sull’esito del processo, è in dubbio la rilevanza ed effi cacia di tali rilievi. De Nozza, infatti, ritiene che non si possa arrivare ad una condanna per omicidio colposo in quanto la comunità scientifica non è unanime sulla questione del nesso causale. “Il punto è – precisa Palmisano – che la stessa è fatta di uomini. Con ciò voglio dire che certi luminari non sono immuni dalle lusinghe del vil danaro, del potere e delle gratificazioni che non siano prettamente scientifiche.Spesso questi uomini hanno rapporti strettissimi con le imprese”.

A questo punto il legale fa un esempio: “Nella requisitoria Casson citò il caso dell’epidemiologo Richard Doll, che aveva dimostrato l’unico nesso ammissibile tra esposizione a cvm e angiosarcoma. Nel corso della  requisitoria finale di Casson, durata nel complesso 40 ore e riportata sul libro pubblicato a settembre da Sperling & Kupfer La fabbrica dei veleni, si fece presente che Doll aveva sempre lavorato per i produttori di cvm, ma in alcuni suoi studi del 1988, riconosceva, oltre al rischio di angiosarcoma, anche quello del tumore ai polmoni e i rischi per la popolazione, assunti negati successivamente, come il pm di Venezia riuscì a dimostrare citando un documento acquisito per rogatoria internazionale dall’Inghilterra. Da questo risultava che Doll era sul libro paga dell’Enichem con il preciso mandato di confutare l’esistenza del nesso causale”.

“Secondo De Nozza – contesta Palmisano – il dottor Doll è soggetto al di sopra di ogni sospetto”. Ed a marzo il pm ha portato dodici nuovi studi scientifici in materia di esposizione al cvm/pvc, che sembrano rafforzare la non unanimità della comunità scientifi ca. “Pm e consulenti sono arrivati a conclusione basandosi unicamente sugli abstracts, cioè il riassunto del contenuto integrale di tali studi”. “A giugno – annota ancora Palmisano – grazie alla competenza di Medicina democratica, ho ottenuto gli studi integrali e ho constatato che, tra questi, solo cinque negavano il nesso tra esposizione al cvm e l’insorgenza di tumori ai polmoni”. Da quanto emerso dagli approfondimenti fatti dall’avvocato, in quattro casi su cinque tali studi esaminerebbero situazioni del tutto dissimili da quella di Brindisi, come quella di Baltimora, dove il cvm era marginale nel ciclo di produzione. Inoltre, sono stati considerati anche due studi commissionati proprio dalle industrie della plastica: è il caso del lavoro dell’eminente epidemiologo Gary Marsh e altri suoi colleghi, sulla cui intestazione si legge a chiare lettere che il committente è l’Iisrp, l’International institute of synthetic rubber producers, un’associazione commerciale internazionale non profit, formata da 39 corporation situate in 21 Paesi, che producono il 95 per cento della plastica mondiale. Tra le compagnie affiliate c’è anche l’italiana Polimeri Europa srl, un’istituzione scientifica di proprietà dei produttori di plastiche i cui studi sono da prendere quantomeno con le molle.

Questa non è un’eccezione: la dubbia credibilità di certe analisi, anche se condotte da luminari della scienza, è stata addirittura teorizzata. Valerio Gennaro, di Medicina democratica, e Renzo Tomatis, direttore per un decennio dell’International agency for research on cancer, con lo studio Business bias, distorsioni nel mondo degli affari Come gli studi epidemiologici possano sottostimare o fallire nell’individuare accresciuti rischi di cancro e altre malattie (International journal occupational and environmental healt, 2005) hanno analizzato 15 fattispecie. Gli autori spiegano come “malgrado dichiarino la prevenzione primaria come loro scopo, gli studi di potenziali fattori di rischio occupazionale ed ambientale per la salute finanziati, sia direttamente che indirettamente, dall’industria, è probabile che abbiano risultati negativi”.

Sempre dell’autorevole Iarc è uno studio del ’91, condotto dal professor Lorenzo Limonato, liquidato perché “per diverse cause, la mortalità è stata significativamente inferiore alle attese”. Eppure lo stesso studio rimarca “l’incremento di mortalità per tumore del polmone tra gli addetti alla produzione di cvm”. L’aggiornamento del 2001, operato dal dottor Jerry Ward, conferma il dato, attribuendone le cause sia al cvm che al pvc. “La teoria Gennaro–Tomatis – conclude Palmisano – contrasta con l’assunto giuridico seguito da De Nozza, in base al quale nella comunità scientifi ca non esiste unanimità tale per cui si possa affermare la responsabilità piena degli imputati. Questo assunto segnerebbe la morte di un pezzo del diritto del lavoro. L’autore di tale assunto, però, è Federico Stella, coordinatore della difesa degli imputati al processo di Venezia, ulteriore evidenza che prima di applicare le teorie dovremmo conoscere i loro autori”.

Un “sopravvissuto”

“Produrre, consumare, morire! È questo che bisogna fare qui”. Con queste parole i superiori avrebbero schernito gli operai del petrolchimico di Brindisi, che denunciavano le scarse condizioni di sicurezza e l’inesistente attenzione alla loro salute. Tra quegli operai c’era anche Franco Caiulo, coordinatore del comitato Vittime del Petrolchimico.

Lo abbiamo incontrato a Torre Rinalda, dove il suo primogenito Antonio, 33 anni, può giocare e socializzare con i ragazzini: “Io, mia moglie Anna e la sorella minore ci prodighiamo per non fargli pesare la vita”.  Le crisi epilettiche e il ritardo mentale di Toti sono state per l’ex operaio una prova che gli è costata molto sul piano umano ed economico, e che lo ha posto in condizione di accettare sempre ciò che gli veniva proposto in fabbrica.

“Quando nel 1973 mi ha assunto l’Eni – Enichem – osserva Caiulo – pensavo di continuare a fare il mio mestiere, l’elettricista montatore. Invece mi hanno mandato a fare la pulizia di autoclavi nel reparto P18A, dove si polimerizzava il cvm per la plastica bianca. Ogni sei o sette ore bisognava pulire, scendendo dentro, perché spesso quella roba si incrostava. Quando andava bene, bisognava eliminarla con un martello, altrimenti si lavorava anche otto ore per le fasi di scrostamento. Tutto quel tempo inalando cvm poteva dare diversi effetti: in una mezzora ci si sentiva su di giri, un po’ di tempo in più per l’effetto taurina, ancora un po’ e si sveniva. Svenire era una seccatura anche per i colleghi che si calavano nelle autoclavi con le corde e tiravano su i malcapitati”.

Nel 1978 Caiulo riuscì ad ottenere l’incarico sperato sin dall’inizio. Tuttavia “in questo modo – rimarca l’uomo – giravo continuamente per tutti i reparti ad operare controlli, manutenzione e riparazioni, esponendomi ad ogni tipo di sostanze”.

Interrotto un attimo il racconto, sospirando, Caiulo mostra le macchie che ha per tutto il corpo, dovute alla chemio. “Lo stesso anno – riprende – durante una delle visite mediche trimestrali, mi riscontrarono tracce di sangue nelle urine. Per vent’anni è andata avanti così, con quelle perdite, fi nché nel 1998, con una visita medica fuori dalla fabbrica, ho scoperto di avere un tumore grande 2,5 cm alla vescica”.

Oggi Caiulo non si arrende, continuando l’opera di Luigi Caretto, morto nel 2002. L’ex operaio del Petrolchimico ha messo su il comitato, composto dai parenti delle 231 vittime, compresi quei pochi rimasti ancora in vita, col quale ha intrapreso il procedimento penale. E adesso, se il processo non dovesse aver luogo, “tutta la fatica – afferma tristemente Caiulo – sarà inutile, vorrà dire che non contiamo niente per nessuno”. E chiude: “L’opinione pubblica se ne infischia, moriremo in silenzio”. Intanto però per ora c’è un numero, il 231, che parla da sé.

 

Andrea Aufieri L’imPaziente n.16, ottobre/novembre 2007

Uranio impoverito, paura a Torre Veneri

 

I lavori della nuova commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito (qui l’intervista a uno dei suoi membri, il senatore Mauro Bulgarelli) sembrano aprire uno spiraglio per la ricerca della verità, ma il lavoro è enorme e spesso scoraggiato dai vertici militari. Intanto il Salento vive l’angoscia di una possibile polveriera dentro casa: cosa è successo a Torre Veneri?

La matematica è un’opinione

Sono 1655 oppure 1780 i militari ammalati di cancro dopo aver prestato servizio nelle cosiddette missioni di pace e nei poligoni di tiro? La fonte di questi dati è sempre la stessa, il ministero della Difesa, nella persona di Arturo Parisi, che a distanza di due mesi ha ritrattato la prima dichiarazione (resa il 9 ottobre), ascoltato una seconda volta (il 6 dicembre) dalla commissione senatoriale d’inchiesta sull’uranio impoverito.

E quante sono le vittime, 37, 42 o 160? Il primo dato è quello reso dall’attuale ministro Arturo Parisi, il secondo dal precedente, Antonio Martino. Per l’Osservatorio militare, l’associazione che assiste gli appartenenti alle forze armate e i loro familiari, i morti sarebbero quattro volte di più.

Non deve stupire l’inclinazione dei governi a giocare con certi numeri, sempre meno eclatanti quanto più vicini all’ufficialità e dunque alla possibilità di ottenere risarcimenti. A sei anni di distanza dall’istituzione della commissione medico-scientifica presieduta dall’ematologo Franco Mandelli, cui è succeduta la prima commissione parlamentare d’inchiesta rappresentata da Rocco Salini e da Paolo Franco, ben pochi sono stati i risultati raggiunti.

L’attuale commissione del Senato, presieduta da Lidia Brisca Menapace, si trova dunque ad affrontare problemi incombenti, visti i numerosi casi di malattie o di decessi affioranti man mano che ci si allontana dalle date delle missioni in Somalia ed in Bosnia.

Problema individuato, soluzione in arrivo si potrebbe pensare, ma non è proprio così. Non siamo nemmeno in presenza di tamponi di comodo, perché dalle missioni nei Balcani a quelle post-11 settembre in  Afghanistan, in Libano ed in Iraq l’utilizzo di armamenti all’uranio impoverito è addirittura aumentato del 100 percento. Verrebbe da interrogarsi sul ruolo dell’Onu, sempre meno efficace ed in balia di stati guerrafondai. Caduta l’ipotesi di imputazione della Nato per crimini di guerra formulata nel 2001 da Carla del Ponte, allora presidente del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, la prima commissione sul disarmo dell’Onu, il 31 ottobre scorso ha deliberato in favore della redazione di un dossier sull’uranio impoverito che costringerà l’Assemblea generale a pronunciarsi entro il 2008.

Non solo Uranio

La situazione internazionale si fa dunque meno incerta ed i lavori della Commissione italiana potrebbero essere condotti con maggiore serenità, ma bisogna piantare dei paletti su terreni non troppo sicuri. Il riferimento riguarda proprio le condizioni di esposizione all’uranio e di infezione: ad oggi non si è ancora in grado di spiegare come possa il materiale raggiungere una temperatura sui tre-quattromila gradi, pur dotato di un alto potenziale di combustione. Nella relazione della commissione d’inchiesta del 17 novembre 2004 si sottolinea che anche a distanza di centinaia di metri dalle esplosioni di proiettili all’uranio sono stati ritrovati frammenti di stronzio, carbonio, zolfo, ferro, silicio, piombo e mercurio. Questi materiali non sono solo un rebus perché possiedono una diversa composizione chimica rispetto al materiale esistente, ma anche perché rappresentano un rischio per le conseguenze sanitarie e ambientali.

Gli studi della celeberrima dottoressa Maria Antonietta Gatti offrono una parziale giustificazione del fenomeno come conseguenza dei processi di fissione e di fusione nucleare, ma introducono la possibilità che le cause dell’insorgere di malattie derivino anche dall’esposizione alle numerose polveri ultrafi ni che si sprigionano durante un conflitto o un’esercitazione. Il problema non sarebbe solo il materiale ma anche il processo: le esplosioni, di proiettili o bombe, all’uranio o al tungsteno, solo per citare un materiale diffuso, creano nebulose spesso contenenti cocktail micidiali di sostanze, inalate in quantità differenti, che provocherebbero l’insorgere delle malattie.

Pur comprendendo una significativa estensione del problema, gli studi della dottoressa Gatti sono criticati perché incompleti nei dossier di Falco Accame: per il presidente di Ana-Vafaf, l’associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e familiari, non si può non tener conto di malattie che si presume siano sopraggiunte da contatto “a freddo”, che giustificherebbe l’insorgenza di tumori contratti dai militari che hanno prestato servizio presso depositi munizioni.

L’attenzione non si può concentrare solo sull’uranio, dunque, e per ora la soluzione proposta dalla presidentessa Menapace, che a RaiNews24 dichiarava di non fidarsi di studi spesso pilotati, è quella che in attesa delle risposte della scienza si aiuteranno i militari malati ad affrontare le spese burocratiche per il riconoscimento della causa di servizio.

Torre Veneri: da luogo ameno a bottega degli orrori

Quando si parla di militarizzazione della Puglia non ci si riferisce solo alle presenze un po’ troppo ingombranti di sedi e servitù militari, ma anche all’amara constatazione che oltre un terzo dei militari italiani sia composto da giovani di origine pugliese che hanno trovato lavoro in questo modo e che la stessa proporzione sia rispettata nell’impiego in missioni all’estero.

Ne consegue un altissimo prezzo di sangue ed un inquietante computo delle patologie presumibilmente insorte per l’esposizione all’uranio impoverito, sia in missione che nei poligoni e nei depositi: le cifre ufficiali, del Ministero della difesa (sottostimate, secondo altre fonti) indicano sedici casi e cinque vittime.

Anche il Salento conosce storie terribili di militari che hanno visto scivolare via la gioventù ed il vigore consunti da un nemico invisibile. Dal 9 ottobre scorso, però, l’orrore ha assunto connotati ancora più preoccupanti perché troppo vicini alla vita dei salentini, anche dei civili: il luogo interessato è Torre Veneri, uno splendido ed isolato scorcio di mare di Frigole che, quando non è chiuso al pubblico per le esercitazioni militari, è frequentato dai bagnanti. La data del 9 ottobre è invece quella della pubblicazione della lettera di Luca Giovanni Cimino che ha prestato servizio al poligono di Frigole per un anno fino al 1999, dove senza alcuna protezione maneggiava “bersagli e bossoli esplosi di ogni tipo”. Attività che potrebbe essere la causa del suo male: un “emoblastoma mandibolare”, tumore osseo alla bocca.

Pochi giorni prima, il 25 settembre, una delegazione della commissione d’inchiesta sull’uranio ha effettuato un’ispezione presso il poligono provocando l’esplosione dell’insicurezza nella popolazione della piccola marina, da pochi anni protagonista di un picco d’insorgenza di neoplasie. Le istanze sono state raccolte dagli onorevoli Teresa Bellanova e Antonio Rotundo, che hanno inoltrato richiesta di maggiori chiarimenti al ministro Parisi ed hanno sottolineato la necessità di condurre un’indagine epidemiologica sul territorio.

In attesa di sviluppi la paura permane e ci si chiede se non sia il caso di chiederne la chiusura.

Andrea Aufieri, L’imPaziente n.17, dicembre 2007-gennaio 2008

Eternit, sentenza storica. Fu disastro doloso

Arriva la condanna in appello per il processo Eternit: 18 anni di carcere per Stephan Schmidheiny. Il pm Guariniello si guadagna una tuta blu.

TORINO – A un certo punto la voce del giudice, Alberto Oggè, si è incrinata proprio come accade quando ci si commuove. Forse perché per lui era l’ultima sentenza della carriera prima della pensione, forse perché l’elenco dei malati e degli eredi dei defunti, 932 persone citate tutte per nome, cognome e anno di nascita, era troppo lungo. Qualcuno fra il pubblico, d’altra parte, non è riuscito a trattenere le lacrime mentre il magistrato leggeva lo sterminato dispositivo che metteva fine al maxi processo d’appello Eternit:

18 anni di carcere per Stephan Schmidheiny, miliardario elvetico che si accredita come paladino dell’ambientalismo e dello sviluppo sostenibile, 89 milioni di euro alle parti civili.

Un inno alla vita – «Ho avuto l’impressione che questa sentenza sia un inno alla vita, un inno all’esigenza di tutelarla e di tutelare la salute. Un sogno di giustizia che si avvera, e che spero possa avverarsi anche a Taranto e in tutti i paesi in cui si stanno consumando tragedie non meno gravi». Il pm Raffaele Guariniello scarica simbolicamente la frustrazione delle circa 6400 parti civili coinvolte nell’infinito processo contro l’Eternit. E in questo modo si guadagna una tuta blu da operaio della vecchia azienda. È il dono simbolico di Pietro Condello, 67 anni, ex operaio a Casale Monferrato, che fa il segno della vittoria.

Una storia infinita – Sono 69 le udienze cui hanno assistito vittime e famigliari dei morti di amianto. Alla fine è arrivata una condanna anche dalla Corte d’appello di Torino. Disastro doloso per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, condannato alla pena di 18 anni di reclusione, due in più di quelli comminati in primo grado e due in meno di quelli richiesti dai pm. I risarcimenti dovuti ammontano a quasi 90 milioni di euro, dei quali circa 31 andranno al Comune di Casale Monferrato -l’occhio del ciclone Eternit – e 20 alla Regione Piemonte. All’industriale si contestano anche le responsabilità degli stabilimenti aziendali di Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia), esclusi dal primo grado.

La laurea di Schmidney – L’imprenditore miliardario, che può ancora fregiarsi di una laurea honoris causa a Yale per meriti industriali e ambientali, resterà l’unico a sobbarcarsi il peso della vicenda Eternit. Il comproprietario dell’azienda, infatti, il barone Luis De Cartier, è infatti deceduto a 92 anni, annullando così il diritto al risarcimento per oltre 2500 parti civili, dato che risultava nullatenente. Queste potranno intentare causa civile agli eredi.

Andare avanti! – Ha avuto un mancamento, Romana Blasotti. La donna-simbolo di questa battaglia, che non ha retto alle prime parole del giudice, che assolvevano Schmidheiny dai reati precedenti al 1966. Romana ha perso la figlia e altri quattro parenti per malattie direttamente connesse all’inspirazione di fibre di asbesto. «Sono esausta-ha dichiarato-ma vado avanti lo stesso!».

Sentenza di portata storica – È facile cogliere la portata storica di una sentenza molto attesa, e la possibilità che questo modello di giustizia possa estendersi nonostante la politica viaggi in altre direzioni. Un’ipotesi che traspare dagli applausi e dalle dichiarazioni di associazioni e cittadini riunitisi in tutta Italia a guardare la diretta streaming della sentenza. Così Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale sull’amianto (Ona): «Proseguiremo la nostra battaglia per avere giustizia per le altre vittime, quelle di Napoli, come quelle di Siracusa, come di ogni altra parte d’Italia cadute per via delle fabbriche di Eternit lì presenti così come nei confronti di ogni altro responsabile».

Tante piccole Eternit – Ma il problema dell’amianto ha una pervasività che può sfuggire di mano. Ci sono i siti industriali abbandonati non presi in considerazione dalla sentenza: la Fibronit di Pavia e Bari, oppure gli altri stabilimenti Eternit a Siracusa. Questi siti sono ancora in attesa di una bonifica che non sia quella della semplice messa in sicurezza. Giorgio Zampetti, responsabile dell’ufficio scientifico di Legambiente, ricorda che il Centro nazionale di ricerca (Cnr) stima in 32 milioni di tonnellate l’amianto non censito dalle regioni o disperso: quello presente nelle tubature delle case fino ai primi anni ottanta, per esempio. Per non parlare poi del fatto che i costi dell’isolamento dell’amianto s’impennano per la difficoltà di trovare siti di smaltimento o per l’invio all’estero. E quei costi ricadono quasi sempre per intero sui cittadini.

Disinnescare la bomba sanitaria – Da tempo si prevede che ci sarà un’esplosione di asbestosi (malattie legate all’esposizione all’amianto, il cui nome scientifico è, appunto, asbesto) entro i prossimi 25 anni. Lo Stato dovrà dunque dare una risposta, per quanto è possibile, sulla prevenzione, prima di ritrovarsi ad affrontare i costi sanitari e legali delle nuove malattie.

Andrea Aufieri per Medi@terraneo News.

06.04.09 L’Aquila, Parisse e Mastri cronisti della paura

 

Di Andrea Aufieri. Pubblicato in prima versione a novembre 2009 su Il Paese Nuovo.

Provate a cancellare la vostra città, le strade del centro, quelle della movida e ogni luogo di riferimento che abbia a che fare con la vostra storia: pensateci come a un cumulo di macerie. E dopo aver fatto questo, passate alle persone che magari vi sono indifferenti, ma che vedete sempre, al punto da pensare che nessuna giornata può dirsi inaugurata o compiuta prima di averle incrociate.  E poi agli amici, agli affetti più cari, a quelle persone che lasciano una traccia indelebile della loro presenza nei vostri cuori e per le quali avete anche lottato tanto.
Provate a cancellare tutto.

Lo stesso sforzo di cupa fantasia è stato richiesto agli studenti presenti alla Città del libro di Campi Salentina, in provincia di Lecce, da parte di due giornalisti venuti a presentare le loro opere sul terremoto dell’Aquila: Giustino Parisse (“Come era bella la mia Onna. Cronache dentro il terremoto”, Centro stampa Graphitype) e Paolo Mastri (“3.32 L’Aquila. Gli allarmi inascoltati”, Tracce ), nati rispettivamente a Onna nel ‘59 e a L’Aquila nel ‘62.

A entrambi dopo il terremoto del 6 aprile è toccato il compito di farsi cronisti della tragedia, che per molti è stata una questione collettiva, ma per loro è stata anche personale, intima. Oltre all’esempio che ogni collega potrebbe trarre da queste storie, è importante che questi due libri siano stati scritti, perché possono essere letti non solo come forme diverse di elaborazione del lutto, ma anche come atti dovuti di salvaguardia, o più spesso di ricerca, della verità. E di coraggio, quello di riconoscere anche le colpe interne alla comunità sfregiata. Di speranza, in ultimo. Quella della ricostruzione effettiva, quella dell’immaginazione di un futuro che non resti sepolto da cumuli di macerie.
Il ricavato della vendita di entrambi i lavori sarà interamente devoluto per la ricostruzione dei paesi distrutti dal terremoto.

«La mia storia che finisce»

G. Parisse
G. Parisse

Giustino Parisse è il capo della redazione aquilana del quotidiano Il Centro. La notte del 6 aprile ha perso il padre e i suoi due figli. Ha voluto raccontare la tragedia di Onna, ha scritto di aver perso gli affetti, il luogo che faceva loro da sfondo e da incanto. «È la mia storia che finisce», ha scritto.

Giustino, lei ha parlato di questo libro come del regalo per i 18 anni di suo figlio Domenico, che li avrebbe compiuti il 7 agosto. Si può parlare solo di un fine elegiaco nei toni e negli argomenti del suo lavoro?

Questo libro nasce come raccolta di articoli giornalistici, ma all’interno di questa cronaca c’è la mia vicenda personale e quella di tanti aquilani. All’inizio racconto la mia storia, riferita nel contesto in cui è accaduta: Onna, completamente distrutta, con quelle quarantuno vittime che hanno colpito tutte le famiglie del paese. Siccome poi lavoro al Centro da ventitré anni, ho provato a raccontare anche gli altri paesi, perché conoscevo molto bene i luoghi e le persone che li abitavano: ho vissuto e descritto la distruzione del terremoto, ma sono tornato anche indietro con la memoria, raccontando quello che c’era e quello che è stato distrutto, ho cercato anche di aprire uno spiraglio per guardare al futuro. La ricostruzione dovrà avvenire tenendo conto dell’identità della comunità, cercando di innovare. Dobbiamo andare avanti e questo lo dobbiamo a chi non c’è più. A chi questi paesi li ha amati intensamente.

Come si fa a mantenere la giusta lucidità del cronista quando la tragedia è così personale e profonda? E come si ricomincia quando il contesto in cui si opera, le persone, i luoghi, i contatti e i punti di riferimento vengono meno?

Io ho fatto il giornalista per tanti anni e questa tragedia la devo affrontare con professionalità. Però accade anche uno sdoppiamento: guardo al mio dolore, ma da estraneo. Nel momento in cui scrivo sono fuori da me, come se fossi al mio fianco, assorto in me stesso, pesco nei miei sentimenti, nell’uomo, nella tragedia. Poi c’è il giornalista che prende tutto, come se stesse ascoltando il racconto di qualcun altro, e lo mette per iscritto.

Perché ha ritenuto necessario che il giornalista prevalesse sull’intimità della sua tragedia?

Noi a Onna ci siamo posti la questione se aprirci, e dunque permettere a noi stessi e agli altri colleghi di raccontare, o se chiuderci nel rispetto del dolore di ognuno. Io ho scelto di aprire perché pensavo fosse giusto e perché era quello che potevo fare: io sono un giornalista, non sono un muratore, un ingegnere o un architetto, l’unico mezzo che ho per contribuire a migliorare le cose è quello di tenere alta l’attenzione.
Perché c’è anche da dire che, purtroppo o per fortuna, in situazioni come questa i media servono proprio a tenere viva l’attenzione e a far arrivare la solidarietà. Devo anche dire di aver incontrato decine di colleghi in tutta Italia, e solo in pochi casi ho incontrato colleghi cinici o sciacalli, che arrivavano a L’Aquila, prendevano quello che dovevano prendere e tornavano a casa. Con molti poi ci telefoniamo spesso, si sono rivelati di grande umanità.

«Un debito di verità»

P. Mastri
P. Mastri

Paolo Mastri è il caporedattore del Messaggero Abruzzo, nel suo libro pone domande scomode anche per chi è dalla parte della vittima, la comunità aquilana.

Un’ inchiesta dai toni forti e scomodi: da dove muove e cosa l’ha motivata?

Dopo un fatto del genere non credo ci fosse solo da raccogliere macerie e piangere i morti. Questa tragedia ha comportato non solo 308 vittime, dato inaccettabile e purtroppo provvisorio, ma ha comportato anche l’annientamento di una città importante come L’Aquila. C’è un debito di verità che bisogna assolvere. La magistratura ha un ruolo importante in questa vicenda, perché metterà insieme pezzi importanti di verità, poi ci sarà in prospettiva un compito del quale dovranno incaricarsi gli storici. Nel mezzo, una chiamata di responsabilità per noi cronisti che raccontiamo la verità e cominciamo già a scrivere pezzi di storia. In questa vicenda c’è da chiedersi cosa è capitato a L’Aquila molto tempo prima del terremoto, durante la tragedia e poi anche qualche momento dopo. Questo è l’ambito degli allarmi inascoltati, a cominciare da quelle voci dal profondo della terra, da categorie scientifiche e persino dati storici di cui nessuno ha voluto tener conto.

Nel campo degli allarmi mancati, perché le continue scosse non hanno fatto pensare ad un’evacuazione della città?

L’evacuazione di una città è una scelta che i protocolli contemplano al verificarsi di certi fenomeni che vengono qualificati come precursori, e quello che è mancato a L’Aquila è stato il riconoscimento di un valore precursore ai fenomeni in atto. I protocolli dicono che c’è da valutare l’accettabilità sociale di un eventuale falso allarme, e credo che nel caso aquilano questo sarebbe stato accettato. Esemplare in questo senso il caso dell’avvocato Maurizio Cora, persona in vista dell’Aquila, che ha perso le sue due uniche figlie, ed è stato il primo a presentarsi dai carabinieri per sporgere denuncia formale, dicendo una cosa di elementare evidenza: «Se solo ci avessero detto che stava accadendo qualcosa della quale non ci spiegavamo le ragioni profonde noi aquilani “avremmo saputo regolarci”». Questa frase è indicativa della consapevolezza del rischio sismico che accompagna la città, perché tutti con cicli di dieci o quindici anni si ricordano eventi sismici importanti, per non menzionare il dato storico che vede un terremoto devastante in città ogni trecento anni. Ma qui c’è la questione più importante, quella della verità negata, che ha indotto gli aquilani nella notte più sbagliata possibile ad andare a dormire.

Ha appena parlato degli aquilani come di una comunità forte, ma il contesto urbano comprende anche altri gruppi più deboli, come quello degli studenti: dopo il terremoto abbiamo ascoltato le testimonianze di molti leccesi che studiano a L’Aquila, che affermano che è molto complicato ripristinare un rapporto minimo di fiducia con l’università. Cosa dice nel suo libro su questo argomento?

L’Aquila è stata ingrata con i suoi studenti, perché non li ha protetti, su tutti i livelli. Quello che dà il senso alla questione è sicuramente ciò che è accaduto alla casa dello studente «San Giuliano d’Abruzzo», ma gli studenti che hanno perso la vita quella notte sono trentacinque e solo in otto sono morti in quella struttura. Tutti gli altri erano alloggiati, non sempre splendidamente, in quello che era definito il «campus diffuso del centro storico». E ancora oggi chi cerca casa a L’Aquila ha richieste di affitti sul mercato privato che sono inaccettabili. Se gli studenti sono una risorsa importante, allora hanno bisogno di cura, di alloggi e di vita e a questo ancora a L’Aquila non si pensa. E non ci sono colpe al di fuori della comunità per questo, perciò bisogna prenderne atto con coraggio.

Si sono fatte delle analogie inquietanti tra l’Abruzzo, il decisionismo accentratore del Belice (terremoto del ’68) e la scandalosa amministrazione finanziaria dell’Irpinia (1980). Come procede la gestione del dopo-terremoto?

A L’Aquila sono stati costruiti alloggi temporanei quanto all’uso, ma definitivi per la destinazione edilizia, e questo è un grande prezzo pagato dal territorio:diciannove aree di nuova urbanizzazione che speriamo si aggiungeranno alla vera ricostruzione del tessuto urbano preesistente. Questa è stata senz’altro un’operazione centralista che esprime una scelta legittima se guardata in positivo, ma anche propagandistica per il governo centrale, cha ha deciso di gestire in prima persona la crisi. Esiste il rischio concreto che quelle case restino l’unico intervento dello Stato, perché al cuore della ferita subita dalla città, quella dell’annientamento del centro storico suo e dei paesi intorno, ancora nessuno pensa. Se e quando le comunità locali avranno un ruolo primario nella gestione della ricostruzione, lo vedremo e mi piacerebbe pensare all’Abruzzo non come al Belice o all’Irpinia, ma come allo straordinario esempio di ricostruzione del Friuli (1976). Questo ci fa anche pensare che le comunità devono destinare le energie e le competenze migliori a compiti come questo.

Un primo passo in questo senso può essere letto dall’accertamento delle responsabilità: come procedono le indagini?

Le indagini sono partite con grande energia, sono state già individuate le prime responsabilità, ma in molti casi si parla di edifici storici e difficilmente si troveranno persone in vita che possano rispondere del disastro. Va dato però atto alla magistratura di essere stata attenta anche nell’evitare infiltrazioni malavitose nel business della ricostruzione.

Come ha interpretato il suo ruolo di giornalista in questa tragedia e come crede che se ne esca?

È stato molto difficile in questo caso, occorre trovare un punto di equilibrio senza però reprimere quel carico emotivo che coinvolge noi cronisti abruzzesi, e questo trovo che sia alimento di grande passione civile, piuttosto che un elemento di condizionamento. Nella prefazione che Concita De Gregorio ha scritto per il mio libro, un accorato manifesto della ricostruzione, ci sono i fondamentali per affrontare questo lavoro: bisogna avere la forza di immaginarselo, il futuro, di far comprendere cosa davvero è accaduto, il coraggio di dirsi tutto e la capacità di chiamare le cose con il loro nome, anche se questo è molto difficile.

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