Le barriere dell’odio

Il maxi domino di Berlino e il muro cade un’altra volta

 

Andrea Aufieri, Palascia_l’informazione migrante, Anno I Numero 1, gennaio-aprile 2010
http://www.metissagecoop.org

Potenza delle immagini: “Le Temps” ha pubblicato una graphic novel lungo il muro di Berlino del disegnatore Patrick Chappatte, bravo anche con le parole:

“Non potrò mai spiegare il muro ai miei fi gli, perché non mi crederebbero. E avrebbero ragione. La realtà, a parte per quelli che l’hanno vissuta e si sono abituati, è demenziale”.

Altre immagini ormai celeberrime potrebbero aprire questo pezzo: il frame del soldato della Ddr che scavalca il muro poco prima di completarlo, nel 1961, per scappare a ovest. Il ragazzo che assesta uno dei primi colpi alla cortina, prima d’allora invalicabile se non a costo della vita (239 le vittime). Il murales della Trabant che apre una breccia. Mstislav Rostropovich seduto su una sedia con il suo violoncello, spalle al muro, ma e più complesso risalire al suono: un concerto improvvisato su alcune suites di Bach, suonate in tonalità maggiore perché l’interprete è felice. Foto che rendono l’agitazione dell’ultima notte delle due Berlino, quella del 9 novembre 1989, aperta dalla conferenza del ministro della Propaganda Gunter Schabowski, il quale informò che la Ddr avrebbe da subito concesso i permessi di viaggio ai cittadini dell’Est, la folla che si accalca di fronte alle incredule sentinelle.
Panico, ma l’Urss aveva recepito la lezione degli studenti cinesi, impartita a giugno da piazza Tienammen, nelle cui vicinanze il ragazzo in camicia bianca arrestava l’avanzata del carro armato imperiale. Potenza delle immagini.
E poi, come ha rivelato lo storico Timothy Garton Ash, quella notte Gorbaciov dormiva, e tutte le possibilità sarebbero state vagliate troppo tardi.
Questo evento planetario esplose da 13 mila profughi tedeschi, ripudiati: il 23 agosto l’Ungheria aveva rimosso le barriere di confine con l’Austria ed essi scapparono verso Budapest, senza poter arrivare a ovest. Allora invasero le ambasciate occidentali, ottenendo quello che volevano, ma umiliati dal percorso a ritroso per attraversare la frontiera orientale su vagoni piombati, senza fermate.

Berlino, vent’anni dopo, ha festeggiato la caduta davanti ai leader inglesi, francesi, russi statunitensi, all’ultimo segretario del Pcus, Mikhail Gorbaciov e al leader di Solidarność Lech Walesa. Presso la Porta di Brandeburgo l’ex presidente polacco ha dato la prima tellata che ha fatto cadere centinaia di blocchi in polistirolo colorato, con uno spettacolare effetto domino. Come nella realtà, la gente ha aiutato il protrarsi di quell’effetto. Il muro è caduto, l’utopia comunista era morta da un pezzo, un nuovo ordine mondiale è andato costituendosi, stritolando illusioni come quelle espresse a una settimana dalla caduta dall’ex cancelliere Usa Henry Kissinger:≪Di fronte ai mutamenti in corso, l’Urss cambierà la sua politica militare. E allora credo che vada rivalutato il fattore-sicurezza che ha reso necessaria la Nato≫. Detto da uno dei massimi esponenti della Realpolitik doveva essere un’ipotesi concreta. E il 5 giugno 1991, un anno dopo la vittoria del premio Nobel per la pace e a soli sei mesi dalla dissoluzione dell’impero sovietico, Gorbaciov affermò:≪Stiamo creando una nuova Europa dove “cortine” e “muri” apparterranno al passato e i confini non saranno piu “divisori”≫. Invece. L’ alternativa di un “socialismo dal volto umano”, predicata da Walesa e da Gorbaciov è stata corrotta, come direbbe Pasolini, dall’“ideologia edonistica del consumo”e abbracciare il sistema del benessere a portata di portafoglio è stato un gesto di adesione emotiva piuttosto che politica.

Ma qual e stato il prezzo di tale scelta? Stavolta con il professore Franco Cassano, diremo lo “schiaffo in faccia”della Vlora nel’91, l’inferiorizzazione dei lavoratori immigrati e le divisioni orizzontali nella forza-lavoro, la precarietà. E la rinascita dell’imperialismo russo sulla Cecenia, tollerata solo sotto pressione. Dei gasdotti ovviamente.

“No more wars no more walls” recita un graffito nella East-side gallery di Berlino, e speriamo si avveri quello che Simon & Garfunkel cantano in “The Sound of Silence”, che le parole dei profeti siano scritte sui muri (dei sottovia o di quello che volete), perché la realta disillude e di profezia si tratterebbe: il muro di Berlino era lungo oltre 155 chilometri e alto 3,6 metri. Dal 10 dicembre sappiamo che la barriera egiziana che chiuderà completamente il perimetro della striscia di Gaza sarà lunga solo 11 chilometri, ma profonda circa 30metri, per bloccare i tunnel sotterranei costruiti dai contrabbandieri. Il muro di Nicosia e stato eliminato, ma Cipro resta divisa dall’odio, così come accade in Corea e Vietnam. Un muro lungo centinaia di chilometri e alto dai 2 ai 4 metri divide il confine statunitense dal Messico; un muro di sabbia lungo oltre duemila chilometri protegge il Marocco fino all’oceano Atlantico. Questione di materiali e non di civiltà, soprattutto se ci capita di fare un giro in via Anelli a Padova.

L’utopia securitaria crollerà sotto la potenza delle immagini?

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